giovedì 28 aprile 2016

La "dottrina della scoperta"

Grazie alla segnalazione di Trinity, una frequentatrice del blog “Croce-Via” in cui intervengo anch’io, sono venuto a conoscenza di una curiosa iniziativa da parte di un certo “Romero Institute”, una non meglio identificata associazione autodefinitasi “Cristicola” (?). L’iniziativa sarebbe quella di proporre una petizione on line per convincere il Papa, ossia il vescovo di Roma, Francesco, a misconoscere una fantomatica “dottrina cattolica della scoperta” che sarebbe stata legittimata da alcune bolle papali del XV secolo. Reperibile su You tube c’è addirittura un video che sciorina tutta una serie di accuse contro la Chiesa cattolica colpevole di aver causato lo sterminio dei nativi americani del Nord America ed ad aver dato ai vari governi Statunitensi, con questa “dottrina della scoperta”, la legittimazione morale delle loro azioni di conquista e saccheggio. Onestamente di questa “dottrina della scoperta” non ne avevo mai sentito parlare ed indagando più a fondo ho scoperto che all’indomani dell’elezione del nuovo papa, Francesco, la Nazione Onondaga, una delle cinque nazioni indiane del ceppo irochese, originaria dello Stato di New York, gli avrebbe addirittura rivolto un appello affinché fosse revocata questa famigerata “dottrina della scoperta”. Ma cos’è questa dottrina?

Secondo il parere di questo “Romero Institute” e dell’“Indian Country Today Media Network.com” questa dottrina che affermerebbe il diritto dei conquistatori cristiani di sottomettere, schiavizzare e depredare le terre e le popolazioni pagane, sarebbe stata concepita da papa Nicola V nel XV secolo ed esposta in due bolle pontificie, la "Dum Diversas" del 1452 e la "Romanus Pontifex" del 1454. Successivamente anche papa Callisto III avrebbe ribadito gli stessi principi nella bolla “"Inter Caetera" nel 1456. Ma c’è di più, questa “dottrina della scoperta” sarebbe stata anche la base giuridica per far affermare alla Corte Suprema degli Stati Uniti, nel 1823, la superiorità dei diritti dei cristiani, degli ebrei e dei musulmani rispetto a quelli dei pagani, cioè gli indigeni americani. Tutto ciò avrebbe legalmente giustificato il colonialismo e da cui ancora derivano le attuali legislazioni che riguardano le popolazioni indigene.

Seppure appare una teoria incredibile, per molta parte della storiografia laicista lo sterminio degli indiani d’America, le fiere nazioni indigene native delle pianure del Nord America, sarebbe stato causato da papa Niccolò V e dalla sua “dottrina della scoperta”. Prima gli inglesi, e successivamente gli statunitensi, hanno potuto conquistare l’America del Nord e ridurre in schiavitù i suoi originari abitanti perché autorizzati dal papa. La crudeltà del famoso generale Custer, le stragi di Sand Creek o di Wounded knee, tutto da addebitare alla responsabilità del Vaticano.

Non c’è limite alla follia laicista, se è rivolta verso la Chiesa Cattolica, ogni accusa, anche la più assurda ed improbabile viene tranquillamente propugnata e diffusa come se niente fosse.
Le bolle del XV secolo dei papa Niccolò V e Callisto III non presuppongono, né teorizzano alcuna “dottrina della scoperta”, ma devono essere analizzate contestualizzandole nel preciso momento storico in cui furono emanate. Innanzitutto in quegli anni, dal 1452 al 1456, nessuno ancora sapeva dell’esistenza del continente americano e in quelle bolle non si parla minimamente di nuove scoperte, ma vi viene conferita al re del Portogallo, Alfonso V, l'autorizzazione a conquistare e soggiogare le coste atlantiche dell'Africa Nord Occidentale, a quel tempo già ampiamente conosciute. Quindi non hanno nessun legame con l'espansione dei paesi europei in Nord America. 

Per capire i motivi di questi pronunciamenti pontifici è necessario, come al solito, contestualizzare i documenti e non sparare sentenze come fanno i laicisti. Il XV secolo era profondamente dominato dalla paura dell'irrefrenabile espansione della marea ottomana che nel 1453 espugnò persino Costantinopoli, in un'orrenda strage, ponendo fine al millenario impero bizantino ed abbattendo il culto cristiano nella famosa basilica di Santa Sofia che fu trasformata in una moschea. Tutto ciò provocò una fortissima impressione e sgomento in tutta la cristianità al punto che quando le armate ottomane si misero in marcia verso nord nel cuore dell'Europa, dove arrivarono fino a Vienna, e ad occidente lungo la costa africana del mediterraneo, arrivando fino ai confini del Marocco, sorse un allarme generale tra tutte le forze cristiane con il Papa come aggregante elemento centrale. Le bolle di Niccolò V e Callisto III devono essere inquadrate nell'ottica della difesa della cristianità, e questo anche nei territori africani. Certamente questi papi esagerarono nell'incoraggiare e ritenere necessaria la riduzione in schiavitù di chi non fosse cristiano, ma si trattò di un'enormità che restò un caso isolato. E’ assurdo ipotizzare l’ufficializzazione di una “dottrina” allo sfruttamento ed alla schiavitù, già precedentemente Papa Eugenio IV, con una bolla del 1434, la "Sicut Dudum", aveva preso le difese dei nativi delle isole Canarie, da poco scoperte dagli iberici, imponendo loro la liberazione degli schiavi pena la scomunica entro 15 giorni dalla conoscenza della lettera. Successivamente la Chiesa ha ribadito la condanna della schiavitù e propugnato l'abolizionismo in numerosi documenti papali nel 1434, 1462, 1537, 1591, 1639, 1741, 1839, 1888, 1890 e 1912. In particolare di quegli anni la lettera di Pio II, Rubicensem, del 1492, in cui il Papa ricorda al vescovo della Guinea portoghese che la schiavitù dei neri è un “magnum scelus”, cioè un grande crimine, oppure ancora la bolla “Sublimis deus” di papa Paolo III, del 1537, in cui viene affermato che non è lecito a nessuno privare della libertà e delle proprietà gli indiani e tutti gli altri popoli, anche se non appartenenti alla nostra religione. Le parole del papa sono chiare ed inequivocabili, per chi riduce in schiavitù e depreda c’è la scomunica: 

Prestando attenzione a che gli stessi Indiani, anche se sono al di fuori del grembo della Chiesa, non siano stati privati o non stiano per essere privati della loro libertà o del dominio sulle loro cose, poiché sono uomini e per questo capaci di fede e di salvezza, o a che non stiano per essere ridotti in schiavitù, [...] desiderando reprimere tanto infami misfatti di empi di tal fatta, [...] diamo mandato [...] affinché [...] sotto pena di scomunica come da sentenza pronunciata [...], con più grande severità tu impedisca che in nessun modo presumano di ridurre in qualsiasi modo in schiavitù gli Indiani di cui sopra, o di spogliarli dei loro beni

Ma la pseudostoriografia anticattolica non si arrende e molto spesso viene citata una bolla di papa Alessandro VI Borgia, la “Inter Caetere” del 1493, che avrebbe autorizzato la conquista e lo sfruttamento degli indigeni anche nel nuovo mondo. Niente di più falso, quella bolla non fece altro che organizzare l’espansione della Spagna e del Portogallo, ma non si trattò di un riconoscimento di autorità, venne concessa a quei regni la responsabilità di portare il messaggio di Cristo in territori che il papa di allora, secondo la mentalità dell’epoca, riteneva comunque essere dei feudi della Chiesa. Disposizioni che, tra l’altro, vennero superate dal trattato di Tordesillas del 1494 tra Spagna e Portogallo con il quale, senza alcuna autorizzazione della Chiesa, le due potenze si spartirono le rispettive sfere d’influenza. La prova che la Chiesa premesse affinché fosse primariamente portato rispetto per gli indigeni e per le loro proprietà è riscontrabile dal comportamento dei regnanti spagnoli. Ad esempio nel 1501 la regina Isabella detta una Istruzione al governatore delle Indie, Nicolas de Ovando, affinché sia rispettati i diritti degli indigeni dai soprusi spagnoli e che l’evangelizzazione di quei popoli sia condotta senza alcuna costrizione (J. Dumont “La regina diffamata” Sei, Torino 1992, p. 125), oppure l’incriminazione per tortura e strage che dovette affrontare il governatore di Cartagena in Colombia, Pedro de Heredia, da parte dell’imperatore di Spagna Carlo V. I vescovi dell’America spagnola si appellavano continuamente alle corti spagnoli per denunciare i casi di schiavitù fino ad ottenere, nel 1542, nuove leggi che la proibivano, tra cui il Còdigo Negro Espagnol che mitigava le condizioni degli schiavi negri africani importati in America. Tutto ciò provocava continui conflitti tra le autorità religiose e civili (R. Stark “La vittoria della ragione. Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza” Ed. Lindau Torino 2006, pgg. 299-230).

Niente di tutto ciò accadde nel Nord America dove la Chiesa Cattolica non esercitò alcun tipo d’influenza. Nel 1497 il re d’Inghilterra, Enrico VII, autonomamente e senza alcuna autorizzazione del papa, incaricò il navigatore italiano Giovanni Caboto di condurre una spedizione esplorativa del territorio nord americano che raggiunse il Canada. Il successore Enrico VIII, come è noto, rompe ogni legame con la Chiesa di Roma e fonda una sua personale Chiesa. Sua figlia Elisabetta I, quale capo della Chiesa del padre, cioè la Chiesa d’Inghilterra, si assunse ogni prerogativa in merito al possesso delle terre d’oltreoceano e diede inizio alla colonizzazione inglese del continente nord americano. Dal 1607 fino al 1732 il dominio inglese fu rappresentato dalle Tredici Colonie, quando queste si ribellarono all’Inghilterra e fondarono gli Stati Uniti d’America. I nuovi padroni, infine, condussero la sistematica penetrazione nel continente nord americano colonizzandolo tutto fino alle coste del Pacifico. Mentre laddove Spagnoli, Francesi e Portoghesi fondarono le loro colonie l’elemento indigeno, grazie all’influenza cattolica, si è conservato, nelle terre del Nord America le nazioni indiane sono state letteralmente spazzate via e vi ha imperversato la schiavitù. In quelle terre invece della fantomatica “dottrina della scoperta” vigeva il cosiddetto “Codice delle Barbados” la legge britannica del 1661 che legittimava la schiavitù in tutte le sue colonie e che equiparava giuridicamente lo schiavo al capo di bestiame. 

In conclusione penso di poter dire che questa iniziativa della petizione è una grossa "boutade", una sciocchezza inventata per gettare fango sulla Chiesa, una violenza alla storia e al buon senso, una patetica dimostrazione di becero anticattolicesimo. Siamo di fronte all’ennesima operazione di mistificazione della storia ad opera della storiografia laicista-illuminista e protestante che secondo il famoso storico francese Pierre Chaunu ha prodotto la leggenda dello sterminio degli indios da parte della Spagna cattolica per coprire l’orrenda vergogna del massacro americano dell’Ovest del XIX, l’inconfessabile crimine dell’America protestante. 


Bibliografia

J. Dumont “La regina diffamata” Sei, Torino 1992; 
Wood, Betty “The Origins of American Slavery: Freedom and Bondage in the English Colonies” New York: Hill and Wang, 1997;
R. Ivaldi “Storia del colonialismo”, Newton, Roma 1997;
R. Stark “La vittoria della ragione. Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza” Ed. Lindau Torino 2006.

mercoledì 20 aprile 2016

Paolo e il cristianesimo esoterico

Come abbiamo visto a proposito degli Ebioniti, la setta di pseudo cristiani giudaizzanti vissuta tra la fine del I ed il II secolo, la storiografia laicista immagina sempre complotti ed intrighi alla base della nascita della Chiesa cristiana e della dottrina cattolica. Tra questi c’è anche quello che sarebbe stato ordito contro il cristianesimo gnostico ritenuto espressione della vera ed originale fede espressa dai primi cristiani. La lotta accanita dei padri della chiesa condotta nel corso del II e III secolo contro l’eresia gnostica non sarebbe altro che l’opera di soppressione dell’originale fede cristiana e l’imposizione di un’istituzione gerarchica che avrebbe sviluppato la classe sociale dominante in Europa, cioè la burocrazia clericale, in poche parole la Chiesa Cattolica.

Secondo questa stravagante teoria il substrato prettamente gnostico della fede cristiana delle origini si ricaverebbe nientemeno che dall’insegnamento gnostico-esoterico riscontrabile nelle lettere paoline, quindi riconducibile ad un’epoca vicinissima all’origine stessa del Cristianesimo. Alcuni importanti studi e ricerche, come quelli riportati in “The Gnostic Paul: Gnostic Exegesis of the Pauline Letters”, Fortress Press, 1975, di Elaine Pagels, oppure in “L’eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo“ Mondadori Editore, Milano, 1996, di Marcello Craveri, avrebbero messo in luce il carattere tipicamente gnostico di alcune importanti lettere di Paolo di Tarso e dimostrerebbero come il Cristianesimo delle origini sia stato di stampo gnostico. Ad esempio nella prima lettera ai Colossesi (1,19) si parla di Dio come del Pleroma, cioè viene usato un termine tecnico degli gnostici. Paolo scrive che in Gesù Cristo dimora la “pienezza” cioè il “Pleroma”. Infatti, secondo la gnosi valentiniana, da Valentino, uno gnostico del II secolo, Gesù è chiamato il “fiore del Pleroma” in quanto ultimo Eone, cioè un essere celestiale, ad essere emanato dopo la caduta. Esso sarebbe stato emanato dalla totalità degli altri Eoni, quindi da tutto il Pleroma nella sua interezza. Ecco perché in lui risiederebbe il Pleroma. 

Come è noto gli gnostici ripudiano il modo materiale perché creazione malvagia del Demiurgo, cioè di un dio deteriore. Secondo la Pagels e Craveri questa impostazione deriverebbe dalla teologia di Paolo quando l’apostolo parla del Corpo Glorioso di Cristo dopo la risurrezione, facendo intendere che non sarà un corpo fisico, perché “la carne e il sangue non possono ereditare il Regno di Dio” (2 Cor 3, 7; 1 Cor 15, 50). L’apostolo delle genti indicando la distinzione fra un il “corpo animale” e il “Corpo Spirituale” (1 Cor 15, 44), avrebbe anticipato le tipiche cosmologie gnostiche. Infatti per indicare le potenze che ostacolano il cammino del cristiano verso la verità l'apostolo delle genti usava una terminologia tipica degli gnostici. Invece di utilizzare il termine ebraico “Satana” preferiva parlare di “arconti” proprio come uno gnostico: “Nessuno dei dominatori (Arconti) di questo mondo ha potuto conoscere la nostra Sapienza: se l’avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (1 Cor 2, 8). 

Distrutto dal “complotto” dei padri apologisti questo “antico” ed “autentico” cristianesimo gnostico avrebbe trovato, secondo questi autori, un’affermazione nella teologia di alcune sette pseudo cristiane come quella degli Elcasaiti e, specialmente, nel manicheismo. Alcuni testi gnostici come il Codex Manichaicus Coloniensis o la cosiddetta Apocalisse gnostica di Paolo, ritrovata a Nag Hammadi, in Egitto, testimonierebbero una antica tradizione che dipenderebbe dall’insegnamento esoterico di Paolo e, quindi, dalla primitiva comunità cristiana.

Indubbiamente sarebbe assurdo non ammettere l’influsso del pensiero paolino sul futuro gnosticismo, ma da questo affermare che il vero cristianesimo sia stato quello gnostico e che Paolo di Tarso fu lui stesso un proto-gnostico sarebbe un’assurdità ancora maggiore. Lo gnosticismo eterodosso del II secolo nasce da un sincretismo tra Cristianesimo, Giudaismo, filosofia greca, culti misterici e credenze iraniche. Le prime elaborazioni sistematiche compaiono solo a partire dagli inizi del II secolo, ma i prodromi sono da ricercarsi nella visione del mondo e dell'uomo nata in ambiente ellenistico e che trova nel Cristianesimo nascente il referente religioso. Tutto ciò influirà sulle terminologie usate dall'apostolo Paolo e dall'evangelista Giovanni da cui lo gnosticismo cristiano trarrà i suoi rilevanti punti di riferimento teorici fino ad arrivare a sviluppare una sua teologia che finì per discostarsi ampiamente dal dato scritturale. L’eresia gnostica sosteneva che il cosmo fosse pervaso dal dualismo materia-spirito, due elementi che non traevano origine da un Dio unico, ma da due dei. Un dio del male e della materia e un altro dio, del bene e dello spirito. La conoscenza di questa, presunta, duplice realtà portava gli gnostici a credere che la materia fosse malvagia e lo spirito buono, rifiutando così l’incarnazione di Cristo. 

Questa impostazione è totalmente assente nella teologia paolina. A Colossi, città della Frigia, Paolo deve confrontarsi con alcune “filosofie” che pretendendo di basarsi su una conoscenza misteriosa, bagaglio di pochi iniziati, ed insegnavano un’insufficienza di Gesù Cristo per ottenere la salvezza. Costoro speculavano su cose che nessuno sapeva, fornendo immagini fantasiose del mondo angelico e anche di quello umano e ponevano le gerarchie celesti in posizione di preminenza rispetto al ruolo assoluto di Cristo. Ciò accadeva perché gli angeli erano ritenuti mediatori tra Dio e l’uomo. A tal proposito tornano molto chiare le parole di Paolo: “Nessuno vi derubi a suo piacere del vostro premio, con un pretesto di umiltà e di culto degli angeli, affidandosi alle proprie visioni, gonfio di vanità nella sua mente carnale” (Col 2, 18). All’inizio della lettera ai Colossesi, Paolo pone un inno dove annuncia che Cristo è l’immagine di Dio invisibile volendo contrapporre a quei falsi dottori che si erano subdolamente infiltrati nella chiesa di Colossi e che pretendevano di avvicinar Dio all'uomo per via di “emanazioni” o di elevarlo a Dio per mezzo della speculazione filosofica, la persona stessa del Cristo, carnale e tangibile. Paolo smentisce qualsiasi valenza salvifica di un sapere o conoscenza particolare, che l’apostolo chiama “filosofia” (Col 2, 8), fondato su una “tradizione degli uomini” e su un “intellettualismo etico”. Se il Vangelo, per effetto dell’influenza dei tanti culti misterici ellenisti, del platonismo, degli orientamenti razionalistici, si riducesse ad una dottrina esoterica valida solo per alcuni, solo per i "forti" perché "più illuminati", tutti gli altri, i "deboli" e i "miserabili", prigionieri della loro debolezza carnale, rimarrebbero esclusi e ciò è assolutamente incompatibile con l’universalità della salvezza proclamata da Paolo (1 Tm 2, 4). 

Alla luce di questa impostazione quando Paolo in Col 2, 9 afferma che in Cristo “abita corporalmente la pienezza della divinità”, cioè il “Pleroma”, non usa un concetto che sarà proprio dello gnosticismo, ma intende affermare che solo nel Cristo incarnato (“corporalmente”) risiede la pienezza di Dio, la quale, quindi, non è propria degli angeli, dei Troni o Dominazioni (Arconti) e tanto meno degli eoni del futuro gnosticismo. Ma c’è di più: sorprendentemente questa “pienezza” può essere, in un certo modo, partecipata dalle creature, cioè dagli uomini carnali ("in lui siete stati riempiti", Col 2, 10).

Prima della sua diffusione verso i gentili il cristianesimo era una faccenda prettamente ebraica e il confronto si basava sul dato storico della vita, morte e resurrezione di Gesù. Cosicché il nucleo essenziale del kerygma, cioè l’annuncio della salvezza primitivo degli Apostoli e dei loro collaboratori, ma anche della predicazione di Paolo è la risurrezione corporea di Gesù Cristo. L’ambiente ellenistico è restio ad accogliere questa verità di fede, la resurrezione fisica di un uomo dalla morte non viene creduta. Si sviluppa, quindi, un esagerato ascetismo in cui pian piano la materia diviene il male assoluto a cominciare dal corpo fisico. Ma Paolo polemizza contro questa impostazione salvaguardando proprio la dignità del corpo: è il corpo crocifisso di Cristo che salva gli uomini, in quel corpo abita tutta la divinità nella totalità delle sue perfezioni (Col. 2,9 ), è il tempio dello Spirito Santo (1 Cor. 6, 12), è un corpo destinato ad essere rivivificato all'atto della resurrezione dei morti. Paolo oppone la dignità del corpo a qualsiasi filosofia religiosa di orientamento dualistico, non solo in relazione all'umanità di Cristo, ma fino a fare dello stesso corpo l'immagine della Chiesa, tema esposto nelle due cosiddette “lettere della prigionia” (Col.1, 18-24; 2,19; Ef.1, 22-23; 4,4; 13, 15-16; 5,23-30).

Anche, e forse maggiormente, Paolo deve scontrarsi con la “filosofia” proto-gnostica nella città di Corinto, posta al centro della grecità, fondamentale punto di passaggio di uomini e culture. Ai Corinti è congeniale solo la resurrezione mistica, frutto all'attività dello Spirito, che produce in loro una nuova consapevolezza di vita e di fede. Ma alcuni esagerano fino a negare la resurrezione corporea dei morti. Altri, ancora, la intendono solo in senso allegorico e figurato. Paolo interviene ribadendo il fondamento biblico e storico della resurrezione di Cristo ricordando le apparizioni del risorto (1 Cor 15, 5-8). Per Paolo l’importante è stare molto attenti a non “svuotare” la Croce di Cristo (1 Cor 1, 17), cioè dimenticare la reale importanza delle sofferenze patite sulla croce e la morte corporea del Redentore. Gesù è realmente uomo e Dio allo stesso tempo. Non è uno spirito puro, una specie di angelo, che si è unito ad un corpo, ma un vero uomo che, attraverso la carne, ha realizzato la Salvezza, riscattando il genere umano dal peccato e dal potere di maledizione della Legge.

Quando in 1 Cor 15, 44 Paolo distingue il corpo “animale” da quello “spirituale” non intende affatto rifarsi ad una terminologia o filosofia gnostica, ma propone una visione che deriva dalla tradizione biblica. Il corpo “animale” è reso con la parola “psiché” (in ebraico “nefesh”) che indica il principio vitale che anima, al pari degli animali, il corpo umano. Rappresenta, quindi, la sua vita (Rm 16, 4; Fil 2, 30; 1 Tes 2, 8), la sua anima vivente (2 Cor 1, 23). Questo corpo, per Paolo, non è diviso tra sòma, psiché e pnéuma come per i platonici, ma è un’unica identità che deve trasformarsi affinché ritrovi la sua vita divina persa con il peccato di Adamo e ritrovata con il dono dello Spirito (Rm 5, 5). Mentre per la filosofia greca la sopravvivenza immortale è solo per l’anima superiore, cioè l’intelletto, il "nous", che si libera dal corpo alla morte di esso, Paolo concepisce l’immortalità come una restaurazione integrale dell’uomo, cioè la risurrezione del corpo mediante lo Spirito. Questo principio divino, che l’uomo aveva perso in seguito al peccato (Gn 6, 3), gli viene restituito dall’unione con Cristo resuscitato (Rm 1, 4; 8, 11). 

E’ il “nous” greco, l’intelligenza divina che organizza il mondo, la sapienza eletta, la conoscenza che, secondo i dualisti sarebbe stata trasmessa da Gesù ai suoi Apostoli e da questi ultimi ai loro iniziati. In Paolo niente di tutto questo: il termine “gnosis”, cioè “conoscenza”, che usa l’apostolo delle genti nelle sue lettere, ha un significato tipicamente semitico ed indica una “unione”, un "incontro", che coinvolge tutto l'individuo predisponendolo all'azione nella storia e nella Chiesa. Per Paolo la salvezza non viene dall’intelligenza, il “nous”, o da una illuminazione, ma unicamente da Cristo, dal suo corpo morto e risorto. Il corpo, quindi, non è disprezzato, ma fonte della Salvezza, anzi è la Chiesa stessa ad essere chiamata a costituire il Corpo di Cristo: “Nessuno ha mai odiato la propria carne; al contrario la nutre e se ne prende cura come anche Cristo (fa per) la Chiesa, poiché siamo membra del suo Corpo" (Ef. 5, 29-30).

Contrariamente alle fandonie di certa storiografia sensazionalistica, lo gnosticismo docetista non fu affatto la prima forma di cristianesimo, ma un pericolo mortale capace di stravolgere la fede dei semplici e confondere le menti dei dotti con racconti fantastici e mitici su Gesù Cristo senza avere alcun riscontro con gli scritti neotestamentari ispirati dalla testimonianza apostolica. E’ proprio grazie all’operato di Paolo e alla fede incrollabile di figure come Ireneo di Lione, Clemente Alessandrino, Ippolito di Roma e di tanti altri ancora che quel “cancro” fu estirpato e possediamo ancora l’originale testimonianza apostolica. 



Bibliografia

E. Pagels “The Gnostic Paul: Gnostic Exegesis of the Pauline Letters”, Fortress Press, 1975; 
M. Craveri “L’eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo“ Mondadori Editore, Milano, 1996;
L. Moraldi “Le Apocalissi Gnostiche” Adelphi, Milano 1987;
G. Ravasi, "Lettere agli Efesini e ai Colossesi", EDB, Bologna 1994
S. Cipriani, "Le Lettere di S. Paolo", Cittadella Editrice, 2008.

martedì 12 aprile 2016

Il diritto ad uccidere dei laicisti

Si fa sempre più pressante l'ingerenza della dittatura laicista europea contro i paesi membri che non si allineano alle sue logiche eugenetiche. Il Comitato europeo dei diritti sociali, un organismo del Consiglio d'Europa, ha condannato l'Italia perché sarebbe stato violato il diritto alla salute delle donne che vogliono abortire. Secondo questa sentenza in Italia le donne incontrerebbero notevoli difficoltà nell'accesso ai servizi d'interruzione di gravidanza e ciò sarebbe dovuto, in sostanza, per l'alto numero di medici obiettori di coscienza. Questo pronunciamento della Corte di Strasburgo è stato provocato da un ricorso presentato nel 2013 dal sindacato Cgil secondo il quale in Italia non sarebbe garantito il diritto all'aborto così come regolato dalla legge 194/78 sull'interruzione di gravidanza. Secondo il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, invece, ci sono stati solo alcuni problemi di criticità dovuti alla disorganizzazione di alcune aziende pubbliche, ma in sostanza il diritto alla salute delle donne non sarebbe stato violato.    

E' ben strano che la Corte Europea si permetta di bacchettare l'Italia perché, in pratica, non concederebbe la libertà assoluta di accedere all'aborto così come avviene, ad esempio, in Francia. Ogni paese, infatti, in materia di rispetto dei diritti umani, come a quello della salute, ha il diritto/dovere di disciplinarlo. E' bene ricordare, infatti, che non esiste un "diritto all'aborto", ma esclusivamente un diritto alla salute, quindi alla vita. Anche la legge italiana, infatti, non prevede alcun diritto all'aborto, ma regola la drammatica contrapposizione tra la prosecuzione della gravidanza e la tutela della madre. La donna, quindi, dev'essere guidata, sostenuta ed aiutata verso una scelta di vita, non di morte. Tra le cosiddette "difficoltà" non può, come spesso avviene, essere compresa la piena e coscienziosa applicazione della legge 194 che impone il riconoscimento di motivi gravi e comprovati per procedere all'interruzione di gravidanza.

Totalmente assurda è, poi, la polemica sull'alto numero dei medici obiettori. Sotto il falso problema della scarsa organizzazione le forze laiciste mirano palesemente a comprimere il diritto all'obiezione di coscienza fino a farlo decadere. Il laicismo mira a trasformare ogni sua pretesa in un diritto fino ad arrivare a considerare tale anche quello di poter sopprimere una vita. Tutto ciò è assolutamente inconcepibile per chi ha ancora il senno di riconoscere il valore assoluto della vita umana e tanto più per i medici la cui missione è quella di salvare vite umane, non di sopprimerle. Basterebbe solo che si ricordassero del giuramento d'Ippocrate che hanno sottoscritto una volta laureati.   

Ogni bambino, sano o malato che sia, ha una sua dignità, è una vita umana fin dal concepimento ed è dovere di tutti curarlo e proteggerlo. 


venerdì 8 aprile 2016

Parte VII - I fratelli di Gesù

Diffusissima è la convinzione che Gesù abbia avuto dei fratelli o dei fratellastri, cioè i figli di un precedente matrimonio di Giuseppe. Avendo avuto, in passato, diversi confronti d’opinione con esponenti della setta dei Testimoni di Geova e della Chiesa Cristiana Evangelista, conosco bene quanto sia radicata tale convinzione in ambienti religiosi non cattolici. Le storie di L. Gardner non sono, quindi, una novità. A pag. 40 del suo “La linea di sangue del santo Graal”, l’autore afferma che verginità fisica attribuita a Maria dalla Chiesa Cattolica non è credibile in quanto ella ebbe altri figli. Ciò sarebbe confermato proprio dai vangeli, ad esempio nel vangelo di Matteo si legge: “Non è costui il figliolo del falegname? Sua madre non si chiama ella Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, e Iose, e Simone, e Giuda?” (Mt 13, 55). Secondo L. Gardner questo passo del vangelo di Matteo dimostra senza ombra di dubbio che Gesù aveva una normale famiglia con genitori e fratelli. Inoltre, sempre nei vangeli, Gesù viene citato come il “primogenito” di Maria (Lc 2, 7 e Mt 1, 25). Addirittura in Mt 13, 56 e Mc 6, 3 si fa riferimento anche a delle sorelle di Gesù. Questa convinzione che Gesù avesse dei fratelli si è talmente diffusa che è divenuta un vero e proprio cavallo di battaglia di anticattolici da strapazzo, alla Odifreddi per intenderci, ma anche di storici di professione come Mauro Pesce che manifesta queste sue certezze nel divulgativo e fortunato libro “Inchiesta su Gesù” scritto assieme al giornalista ateo Corrado Augias. In realtà al contrario di tali sicurezze la questione è molto dibattuta. 

Esistono diverse interpretazioni di tale questione, ma alla fine possono essere tutte ricondotte a tre ipotesi. La prima, prevalente presso le Chiese cristiane orientali, considera questi “fratelli” di Gesù come dei fratellastri, cioè dei figli che Giuseppe avrebbe avuto da un precedente matrimonio. Questa convinzione deriva, molto probabilmente, da un versetto del Protovangelo di Giacomo, un testo apocrifo del II secolo d.C., dove vengono messe in bocca a Giuseppe, al momento del matrimonio con Maria, le seguenti parole: "Ho figli e sono vecchio, mentre lei è una ragazza!" (Protovangelo di Giacomo 9,2). Per le Chiese Protestanti, invece, i vangeli farebbero riferimento a figli più giovani avuti da Giuseppe e Maria. In realtà, e siamo alla terza ipotesi, quella cattolica, la lettura più attenta e studiata dei vangeli e di tutta la Scrittura ci presenta un Gesù figlio unico. Tutti e quattro i vangeli canonici, gli Atti degli apostoli e alcune lettere paoline accennano a “fratelli” e, più vagamente, a “sorelle” di Gesù. Presso le prime comunità cristiane questi riferimenti non suscitavano alcun problema, né discussione, infatti in ambiente semita i termini “fratelli” e “sorelle” possono indicare anche i parenti e, in generale, i membri di un clan. Nel 160 d.C. un autore cristiano di origine palestinese, un certo Egesippo, afferma di conoscere alcuni discendenti della famiglia di Gesù. Nelle sue Memorie racconta che alcuni “fratelli” di Gesù erano in realtà dei cugini che furono processati dai Romani sotto l’imperatore Domiziano. Questa tesi fu adottata anche dal famoso traduttore latino della Bibbia, S. Girolamo, che, in una sua opera, “De perpetua virginitate”, scritta contro un certo Elvidio, considerò i “fratelli” e le “sorelle” di Gesù come dei suoi cugini, cioè gli appartenenti al clan familiare di Maria. Anche l’esegesi storico-critica moderna ha ribadito che dietro il termine greco del Nuovo Testamento per fratello, “adelfòs”, c’è l’aramaico “aha” e l’ebraico “ah” e questi termini possono significare sia il fratello, sia il cugino, sia il nipote, sia l’alleato, ma anche il membro della stessa tribù, il discepolo, ed anche il “prossimo” in generale, sempre che appartenente alla stessa città o nazione. Nell’ebraico moderno, ancora oggi, non esiste un termine per distinguere il fratello dal cugino e quindi gli israeliani devono ricorrere ad espressioni del tipo: “figlio della stessa madre” (o dello stesso padre) (V. Messori “Ipotesi su Maria”, Ares Milano 2005). Nell’Antico Testamento sono innumerevoli i casi in cui la parola fratello, in ebraico “ah”, è usata per indicare le parentele o i legami più svariati. Nella Genesi Abramo chiama il nipote Lot “fratello” (Gn 13, 8) e così anche Labano fa col nipote Giacobbe (Gn 29, 15). Anche Paolo usa spessissimo il termine “fratello” per indicare una comunanza spirituale o un legame che non è quello carnale e familiare. Il noto biblista Gianfranco Ravasi considera l’espressione “fratelli del Signore” che troviamo in Atti 1, 14, oppure in 1 Corinzi 9, 5, come la designazione di un gruppo ben definito, ossia i cristiani di origine giudaica legati al clan nazaretano di Cristo (sarebbe la setta nominata da Paolo in Atti 24, 14 e che Gesù stesso, in Gv 20, 17, avverte della sua risurrezione mandando loro Maria di Magdala). Essi costituirono una specie di comunità a se stante. Nel brano di Mc 3, 32-33, “Tutto intorno era seduta la folla e gli dissero: ”Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”, Gesù pare ridimensionare i loro privilegi e ridurli all’orizzonte della fedeltà alla Parola di Dio. Non sono mai chiamati “figli di Maria”, è una designazione riservata solo a Gesù. In questa luce, più che una designazione “genealogica”, la frase “fratelli e sorelle di Gesù” mirerebbe ad indicare un gruppo di persone legate a Gesù (G. Ravasi “Gesù e i suoi fratelli” da Avvenire, Agorà, 24/11/2002). 

Altro esempio di moderna esegesi del testo neotestamentario, che ho tratto dall'illuminante libro di Vittorio Messori “Ipotesi su Maria” e che può fare ulteriore chiarezza sull’uso del termine “fratello”, è quello riguardante l’analisi dell’episodio delle nozze di Cana (Gv 2, 1). All’inizio del passo non vengono citati “fratelli” di Gesù, questi, però, compaiono alla fine dell’episodio (Gv 2, 12): “Dopo questo fatto, discese a Cafàrnao insieme con sua madre, i fratelli e [in greco: kai] i suoi discepoli….”. Un noto biblista, Josè Miguel Garcia, esperto di testi in aramaico, fa notare che la particella greca “kai” traduce l’aramaico “waw” che significa, in questo caso, “cioè”, “ossia”. Infatti nei vangeli ricorre spesso il termine “kai” con tale significato. Ad esempio in Lc 22, 26 troviamo: “I sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e [kai] tutto il Sinedrio…”, se kai non traducesse la parola “cioè”, “ossia”, la frase non avrebbe senso visto che quelle tre categorie rappresentavano già “tutto il Sinedrio”. Infatti nell’originale aramaico troviamo anche qui il termine “waw” e, quindi, la frase va letta: “... cioè tutto il Sinedrio”. Si tratta di una precisazione dell’evangelista che vuole indicare anche i componenti dell’illustre consesso. Per analogia, tornando all’episodio delle nozze di Cana, se Gesù è accompagnato da sua madre e i discepoli, come mai ritorna a Cafàrnao con la madre, i fratelli e (kai) i suoi discepoli? Per congruenza narrativa tra l’inizio e la fine del racconto il testo andrebbe letto: “con sua madre e i suoi fratelli, cioè i suoi discepoli”. Se fossero stati veri fratelli di Gesù, allora sarebbe stato più logico un ritorno a Nazareth, loro città natale, invece si dirigono a Cafàrnao, il luogo scelto da Gesù per il suo operato in Galilea, quindi questi “fratelli” sono in realtà i suoi discepoli. Alla luce di tutto ciò i passi dei vangeli richiamati da L.Gardner non dimostrano che Gesù avesse dei fratelli e delle sorelle, bensì dei cugini. In Mt 13, 55-56 i “fratelli” di Gesù, Giacomo e Giuseppe, cioè Iose, sono in realtà i figli di una Maria discepola di Gesù che ritroviamo in Mt 27, 55-56: "C’erano anche la molte donne che stavano ad osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe e la madre dei figli di Zebedèo" e in Mc 15, 40-41: "C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salome (probabilmente la madre dei figli di Zebedèo che troviamo in Matteo, n.d.r.), che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme". Questa stessa donna, poco dopo, è designata in modo significativo come “l’altra Maria” in Mt 28,1. Per Simone e Giuda, la parentela veniva dal loro padre Cleofa, fratello di Giuseppe (come ci informa Egesippo, uno scrittore giudeo-cristiano del II secolo d.C) e come questi discendente di Davide, il nome della loro madre, invece, non è noto. L’espressione che ritroviamo in questo passo “…non è costui il figlio del falegname?” in Mc 6, 3 diviene: “…non è costui il carpentiere?”, evidentemente Mc fa più attenzione alla nascita verginale di Gesù. In realtà, nei vangeli, molto raramente Gesù è chiamato il figlio di Giuseppe, ma solo il figlio di Maria e i cosiddetti “fratelli” e “sorelle” non sono mai chiamati i figli di Maria, ma sempre e solo i “fratelli” di Gesù. In ambiente semita, ed ebraico in particolare, il figlio non è mai chiamato con il nome della madre, a meno che il padre non sia morto o che la vedova non abbia altra prole. Dunque l’appellativo “Il figlio di Maria”, sempre riservato a Gesù, indica chiaramente il suo status di figlio unico. Anche i passi di Lc 2, 7 e Mt 1, 25, dove Gesù è detto “il primogenito di Maria” non dimostrano che Gesù avesse avuto dei fratelli. In realtà il termine “primogenito” per gli ebrei ha un valore giuridico importante in quanto designa i diritti biblici connessi alla primogenitura. Infatti nella Bibbia questo termine non indica l’origine cronologica di una nascita, ma piuttosto la preminenza, la superiorità. Ad esempio, è famoso l’episodio della Genesi in cui Esaù vende la sua “Primogenitura” a Giacobbe per un piatto di lenticchie; in Dt 7, 6-8, Israele è chiamato “figlio primogenito” da Jahvè non perché creato prima degli altri popoli, ma per la sua elezione ad essere il “popolo eletto”. Allo stesso modo Davide, benché il più piccolo tra i figli di Jesse, in 1 Sam 16, 10-13, è costituito primogenito perché il più grande tra i re della terra. Così Gesù è detto Primogenito perché superiore a tutti, Egli è: “L’Alfa e l’Omega, il Primo e L’Ultimo, il Principio e Fine” (Ap 22, 13). Anche dal punto di vista archeologico abbiamo numerose conferme sull’importanza del titolo di “Primogenito”. Sono stati ritrovati, infatti, papiri scritti in aramaico del I secolo d.C. e lapidi dove vengono ricordate le morti di madri mentre partorivano i loro figli “primogeniti”, precisazione evidentemente inutile se non indicasse un vero e proprio “titolo”. Se Gesù fosse stato davvero il primo di tanti fratelli, allora gli episodi di Mc 3, 21 e Gv 7, 5, in cui Gesù viene da loro rimproverato, descrivono situazioni assolutamente improbabili. Troviamo scritto, infatti, nella Genesi: "Sii padrone dei tuoi fratelli, si inchinino davanti a te i figli tua madre", quindi questi “fratelli”, per potersi permettere di criticare Gesù, devono essere per forza più anziani di Lui e allora non possono essere figli di Maria. 

Per concludere vorrei citare un ultimo episodio dei vangeli, molto toccante, che conserva il suo senso e la sua dolcezza solo nella visione cattolica dello status anagrafico di Gesù: "Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e li accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Gv 19, 25-27). Se Maria avesse avuto altri figli, come è possibile che Gesù morente l’affidi ad un suo discepolo, quello che amava più di tutti, l’unico presente sotto la croce? Tutto ciò si spiega solo con il fatto che Gesù era figlio unico e quindi la stava lasciando veramente da sola.

sabato 26 marzo 2016

La banalizzazione laicista della vita umana.

Senza tanto clamore, a sorpresa, il 4 marzo scorso l'AIFA (l'agenzia italiana del farmaco), in seguito alla pubblicazione della sua determina in Gazzetta Ufficiale, ha dato inizio alla vendita della "pillola del giorno dopo", senza ricetta per le maggiorenni. Un provvedimento che ripete quanto avvenuto già da tempo con la cosidetta "pillola dei 5 giorni" anch'essa acquistabile senza ricetta medica. In pratica un potentissimo farmaco capace di provocare cambiamenti importanti in delicati processi fisiologici del corpo umano, viene venduto come se fosse una caramella per la tosse o un cerotto per il mal di schiena. 


Senza ricetta e, quindi, senza prescrizione medica, ovvero le acquirenti del farmaco sono lasciate in totale solitudine non venendo raggiunte da nessun tipo di prevenzione o consiglio. Il divieto dell'acquisto senza ricetta da parte delle minorenni è, infatti, risibile e facilmente aggirabile. Chiunque può far acquistare il farmaco per proprio conto da un parente o amico maggiorenne. 

Lo scopo di questo farmaco è quello di evitare una nascita non programmata e tutto ciò, senza una precisa e competente informazione che solo un medico può dare, può ingenerare la falsa convinzione che assumere il farmaco sia un modo come un altro per "prevenire" una gravidanza. In realtà si tratta di un vero e proprio bombardamento ormonale (una confezione può essere utilizzata più volte) che se non seguito da un medico, potrebbe causare seri problemi di salute. 

Inoltre c'è anche una questione morale di non poco conto, infatti questi farmaci possono avere anche un effetto abortivo. "È dimostrato che [questo farmaco] ha un effetto antiannidatorio e addirittura abortivo in fasi precocissime", spiega Filippo Maria Boscia, ginecologo e presidente dell’Associazione medici cattolici (Amci). La funzione dei medici non è solo quello di prescrivere farmaci, ma anche di supportare e consigliare il paziente, avvertendolo dei rischi connessi alla loro assunzione. E tutto ciò è ancor più in casi del genere dove è presente il grave rischio di una azione abortiva. Tutto ciò è anche in aperto contrasto con quanto stabilisce la legge 194 sull'interruzione di gravidanza che prevede un iter abortivo seguito e curato da medici e psicologi, mentre invece con questi farmaci la pratica abortiva rimane un fatto personale.

Purtroppo, sotto il falso slogan della liberta e del progresso, la deriva laicista calpesta ogni regola di buon senso, non tiene in alcun conto l'importanza di una seria educazione all'affettività ed al rispetto del valore di ogni vita umana. Si assiste ancora una volta all'atroce banalizzazione del concetto di aborto e, quindi, alla relativizzazione di un diritto fondamentale, quello alla vita.

venerdì 18 marzo 2016

Il processo ai templari e le fantasie massonico-illuministe

L’Ordine dei Cavalieri del Tempio, meglio conosciuti come Templari, furono un ordine religioso cavalleresco monastico cristiano medioevale che nacque in Terra Santa in seguito alle circostanze  determinate dalla prima crociata indetta nel 1096. Il moltiplicarsi dei pellegrinaggi da tutta Europa verso i luoghi santi appena liberati determinò la necessità di proteggere i pellegrini e rendere sicure le vie d’accesso alla Terra Santa. Per raggiungere questo scopo alcuni cavalieri decisero di associarsi e di prolungare il loro voto di crociati in una struttura di vita religiosa. Nel 1128 al sinodo di Troyes, in Francia, viene riconosciuto ufficialmente l’ordine cavalleresco del Tempio, con una regola ispirata da san Bernardo di Chiaravalle.    

Nel 1291 cade in mano dei musulmani la piazzaforte di San Giovanni d’Acri, l’ultimo baluardo cristiano in Terra Santa e scompaiono definitivamente gli Stati latini d’Oriente. Il compito dei Templari in Oriente si esaurì, ma rimase intatta la loro potenza finanziaria e fondiaria che era stata fino ad allora accumulata. Contro un Ordine così cospicuo mosse all’attacco il re di Francia Filippo IV, detto il Bello e così, nel 1307, in pochissimo tempo tutti i templari francesi vengono catturati. Anche il papa di allora, il francese Clemente V, organizzò un processo canonico all’Ordine ed arrivò, infine, ad emettere la bolla “Vox clamantis” che nel 1312 soppresse l’Ordine cavalleresco del Tempio. Si chiudeva tragicamente la vita di uno dei più importanti Ordini cavallereschi nati durante le crociate.

Fin qui la storia, quella provata dai documenti letterari e dai riscontri archeologici, eppure la vicenda dei Templari, ormai dimenticata da vari secoli, improvvisamente riprende vita ed interesse e lo fa in modo del tutto anomalo, cioè senza che abbia alcunché di scientifico. Grazie ad una cinematografia ad effetto e ad una letteratura-paccottiglia fantaculturale , i Templari divengono protagonisti delle più disparate leggende, custodi di innominabili segreti che si vogliono tramandati fin dai tempi antichi, come, ad esempio, quelli riguardanti il tema del Santo Graal o dell'Arca dell'Alleanza. Ovviamente il tema comune è sempre lo stesso, ossia la colpevolezza della Chiesa che ha liquidato i nobili Templari per paura delle loro antiche e destabilizzanti conoscenze. Se la Chiesa ha distrutto l’Ordine dei Templari e ha mandato i suoi gran maestri al rogo è certamente perché doveva impedire la diffusione di chissà quali innominabili segreti. Sembra incredibile, ma qualsiasi leggenda, persino la più astrusa ed improbabile, acquista subito credibilità e popolarità se è contro la Chiesa. L’origine di questo modo di pensare risale al 700 quando la Massoneria, dichiaratamente anticristiana, rivendicò addirittura una eredità spirituale e rituale con i Templari. Queste idee massonico-illuministe circolarono nell'Europa otto-novecentesca creando un vero e proprio filone fantastico che molti, politici e letterati, scambiarono per realtà.

Ovviamente nulla è vero di tutto questo, l’arresto dei Templari fu deciso da Filippo il Bello senza consultarsi con nessun altro sovrano e tantomeno con papa Clemente V, che era l’unico in diritto di giudicare l’intera questione. Per giustificare il proprio comportamento il re operò una vera e propria campagna di diffamazione: sulla base di denunce mosse da vecchi templari cacciati dall’Ordine per cattiva condotta, il Tempio veniva accusato di eresia, di pratiche oscene e sacrileghe, di profanazioni e bestemmie contro l’Eucarestia e la Croce. Tutte accuse chiaramente inventate. Filippo il Bello si trincerò dietro l’Inquisizione, presentandosi come un semplice potere laico al servizio della Chiesa per la difesa della fede. In realtà, ed è facile da capire, facevano molto gola al re le enormi ricchezze finanziarie e fondiarie possedute dall’Ordine che, inevitabilmente, passarono al tesoro reale. Il processo non fu tanto all’Ordine, ma a ciascun templare, costoro dovettero passare attraverso una Commissione laica che ricorse ampiamente alla tortura e tutti confessarono. Quando venne a sapere che era stata praticata la tortura il papa invalidò i poteri degli inquisitori. Molti templari furono del tutto scagionati e vennero reintegrati in ordini religiosi diversi. Persino l'ultimo Gran Maestro dei Templari Jacques de Molay e altri membri dello Stato Maggiore dell'ordine rinchiusi dal re Filippo il Bello nel Castello di Chinon, avendo chiesto il perdono della Chiesa, furono assolti da tre cardinali plenipotenziari di papa Clemente V, così come testimonia una pergamena conservata nell'Archivio Segreto Vaticano a lungo trascurata dagli storici (B. Frale “Il Papato e il processo ai Templari” Ed Viella, 2003). Solo i tribunali francesi, direttamente controllati da Filippo, riconobbero le responsabilità individuali di tutti i templari, altrove essi furono assolti e i beni dell’Ordine affidati agli Ospedalieri di San Giovanni, un altro ordine cavalleresco, e ad altre istituzioni simili, nonostante l’opposizione del re di Francia, che si diede da fare per trarre quanto più profitto possibile dall’operazione. Filippo il Bello pretese inoltre da papa Clemente V la soppressione dell'Ordine. Il pontefice fu costretto ad accettare, anche se il testo della bolla di soppressione, del 1312, non condannò l'Ordine.       

Quindi non ci fu nessun complotto della Chiesa, ma l’iniziativa unilaterale del re di Francia, in meno di cinque anni scomparve un Ordine che esisteva da quasi due secoli. Ciò che è veramente importante da chiedersi è come sia stato possibile un fenomeno del genere. Per trovare una spiegazione non possiamo richiamarci solamente alla debolezza del potere pontificio davanti all’avidità ed alla potenza del re di Francia. La scomparsa dell’Ordine avvenne rapidamente, senza opposizione e senza lotta e questo lascia pensare, piuttosto, al fatto che esso fosse ormai inadeguato alle realtà del XIV secolo. L’Ordine del Tempio era ormai inadeguato per la sua vocazione puramente militare. Inadeguato anche nell’ambito di questi specifici motivi vocazionali, infatti i cadetti poveri delle famiglie nobili venivano a farvi carriera più per spirito feudale che per ideale cavalleresco. L’Ordine, inoltre, aveva conservato e accresciuto tutta la propria enorme ricchezza al punto che alla fine del XIII era addirittura depositario del tesoro reale francese. Ciò non poteva non attirare cupidigie e invidie. Degenerato dalle motivazioni originarie, il Tempio uscì completamente di strada.

Solo nella penisola iberica, dove il Tempio aveva partecipato attivamente alla riconquista contro i mussulmani, tenendo fede così alla propria vocazione, l’Ordine poté essere ricostituito in altra forma e continuare la propria missione.


Bibliografia    

G. Le Bras, P. Ciprotti “Istituzioni ecclesiastiche della cristianità medioevale” Ed. Paoline, 1973-74;
F. Cardini "La nascita dei Templari. San Bernardo di Chiaravalle e la Cavalleria mistica" Il Cerchio, Rimini 1999;
R. Pernoud “I Templari” Effedieffe, 2000;
B. Frale “Il Papato e il processo ai Templari” Ed Viella, 2003;
F. Cardini "Templari e templarismo. Storia, mito, menzogne" Il Cerchio, Rimini 2005;
F. Cardini “I Templari” Giunti Editore, 2011;
B. Frale “I Templari” Il Mulino 2007;

martedì 8 marzo 2016

Parte VI - Un’incredibile tesi: Gesù e l’Essenismo (2)

Nonostante il fatto che a Qumràm non siano mai stati rinvenuti scritti cristiani, c’è ancora chi si ostina a vedere nei testi qumrànici riferimenti alla figura di Gesù, alla sua crocifissione e risurrezione. Nel libro di M. Baigent e R. Leigh, “Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo”, anch’esso una delle “fonti storiche” di D. Brown, si fantastica di un complotto del Vaticano che avrebbe occultato alcuni testi e nascosto all’opinione pubblica delle scoperte sensazionali. 

L’eccezionale scoperta occultata dal Vaticano sarebbe quella di un certo John M. Allegro, assistente alla Manchester University e componente della commissione internazionale addetta alla pubblicazione dei frammenti della grotta 4Q, considerato da M. Baigent e R. Leigh l’unico studioso veramente indipendente e competente di quel gruppo di esperti. Nel loro libro, a pag. 44, infatti affermano che J. M. Allegro era l’unico filologo del gruppo, che aveva già pubblicato cinque saggi su riviste accademiche, mentre tutti gli altri erano dei perfetti sconosciuti. J. M. Allegro parlò di un testo non ancora pubblicato in cui si presentava il Maestro di Giustizia crocifisso e deposto in una tomba dai suoi discepoli in attesa della risurrezione, un preciso prototipo di Gesù. Questo passo è nel rotolo 1QpHab, cioè il commentario ad Abacuc, che dice: “L’in [terpretazione del passo] si riferisce al sacerdote che si è ribellato [e ha violato] gli statuti di [Dio…], per colpirlo con giudizi di empietà, e orrori di funeste infermità causarono a lui, e atti di vendetta sul suo corpo di carne” (1QpHab 8,16-17; 9,1-2). Il rotolo è molto rovinato, quindi il testo va integrato (sarebbero le parti tra le parentesi, n.d.r.). Come si può facilmente notare è difficile una sicura lettura univoca del testo, eppure J. M. Allegro, riprendendo una vecchia integrazione di Dupont-Sommer, uno storico francese, affermò con sicurezza che il perseguitato non era il Sacerdote Empio, ma il Maestro di Giustizia, cioè Gesù. L’integrazione di Dupont-Sommer di questo passo era: “L’in [terpretazione del passo] si riferisce al sacerdote che si è ribellato [e ha violato] gli statuti di [Dio e perseguitò il Maestro di Giustizia] per colpirlo con giudizi di empietà, e profanatori malvagi perpetrarono atti orrendi su di lui, e atti di vendetta sul suo corpo di carne”. Ora il soggetto non è più il Sacerdote Empio, ma il Maestro di Giustizia. 

Come al solito ci troviamo di fronte a teorie già ampiamente confutate e respinte dalla comunità scientifica che, però, M. Baigent e R. Leigh non si fanno scrupoli a riproporre come se niente fosse. Innanzitutto non è vero che J. M. Allegro era l’unico studioso competente della commissione internazionale. Basta andarsi a leggere la bibliografia degli atti della commissione in «Revue de Qumràn» XV (1991), pp. 1-20 e XII (1996), pp. 1-20, per rendersi conto dei titoli posseduti dagli altri componenti. Ad esempio padre Milik, che ha studiato a fondo filologia in Polonia ed al Pontificio Istituto Biblico, conosceva greco, latino, ebraico, aramaico, siriaco, paleoslavo, arabo, georgiano, ugaritico, accadico, sumero, egiziano ed ittita, senza contare tutte le numerose pubblicazioni anteriori alla chiamata a Gerusalemme nel 1952. Lo stesso si può dire per Jean Starcky, che si laureò in lettere classiche, filosofia e teologia, specializzandosi in lingue orientali all’Institut Catholique e all’École Pratique des Hautes Études di Parigi, poi al Pontificio Istituto Biblico e all’École Française di Roma; anch’egli vanta pubblicazioni precedenti il 1952. Tornando al passo controverso, la lettura di Dupont-Sommer è stata universalmente censurata e con essa l’astrusa teoria di J. M. Allegro. Infatti l’integrazione con il Maestro di Giustizia è un abuso ed è completamente avulsa dal significato generale dello scritto. Più avanti, al passo 9, 9-10 dello stesso rotolo, si legge: “L’interpretazione si riferisce al Sacerdote Empio che a causa dell’iniquità commessa contro il Maestro di Giustizia e i suoi seguaci, Dio lo consegnò nelle mani dei suoi nemici per umiliarlo con infermità, cosicché finisse nell’amarezza dell’anima, perché empiamente aveva agito contro i suoi eletti”. Questo passo ci mostra senza possibilità di equivoco che è il Sacerdote Empio ad essere perseguitato. Quindi non si parla del Maestro di Giustizia e tantomeno di Gesù, ma di un Sacerdote Empio che si è ribellato alle leggi divine meritandosi una punizione. Nell’interpretazione generale, universalmente accettata, il passo controverso viene messo in relazione con la morte del sommo sacerdote Gionata Maccabeo che fu imprigionato, maltrattato e ucciso da Diodoto Trifone (143 a.C.). Quindi niente passione e crocifissione di Gesù nei rotoli di Qumràn. Per R. B. Y. Scott, studioso della Canadian Society of Biblical Studies e docente alla Princeton University, New Jersey, U.S.A., qualunque sia la traduzione di questo testo, non è dato rinvenire “alcuna asserzione inequivoca che il Maestro di Giustizia sia stato messo a morte”(R. B. Y. SCOTT, "The Meaning for Biblical Studies of the Qumràn Scroll Discoveries", in «Transactions of the Royal Society of Canada» L (1956), p. 45.), anche lo storico religioso J. Danielou afferma che i passi dell’Abacuc Pesher “non comportano la descrizione specifica di un individuo torturato e ucciso”(J. DANIELOU, "The Dead Sea Scrolls and Primitive Christianity", New York, 1958, p. 59). Padre Milik scrisse in proposito: “Non esiste alcun testo sicuro nel quale si affermi la morte violenta del Maestro di Giustizia; abbiamo invece diversi elementi che ci suggeriscono la morte naturale. Così ad esempio il Documento di Damasco (un altro rotolo ritrovato a Qumràn, n.d.r.), parlando della morte del Maestro, usa l’espressione “fu riunito” (CD 8,21), che deve evidentemente intendersi come un’abbreviazione della frase biblicafu riunito al suo popolo, ai suoi padri”, usata per la morte pacifica, in piena vecchiaia, dei Patriarchi o di altri personaggi (Cfr. Gn. 25, 9; 35, 29; Dt. 32, 50; Giud. 2,10)”(J.T. MILIK, "Dieci anni di scoperte nel deserto di Giuda", Torino, 1957, p. 43).

Ma M. Baigent e R. Leigh non si arrendono. Nel loro libro “Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo” riportano altre “sconvolgenti” scoperte di J. M. Allegro e di uno studioso americano, un certo R. H. Eisenman, che su di un minuscolo frammento avrebbero trovato un chiaro riferimento all’esecuzione capitale ad un messia. Si tratta di un frammento, molto rovinato e lacunoso, della grotta 4, classificato con la sigla 4Q285. Viene tradotto comunemente in questo modo: “il profeta Isaia […] un rampollo uscirà dal tronco di Jesse […] il rampollo di Davide. Essi entreranno in giudizio con il […] ed il Principe della Comunità lo mise (o metterà) a morte […] e con ferite, ed il sacerdote di […] comanderà […] la strage dei Kittim”. Si tratta di un testo che riguarda la lotta tra i figli della luce e i figli delle tenebre ed ad un certo punto viene citato un passo di Isaia, capitolo 11, un testo messianico. Invece, J. M. Allegro e R. H. Eisenman tradussero il frammento in modo differente, cioè: “il profeta Isaia […] un rampollo uscirà dal tronco di Jesse […] il rampollo di Davide. Essi entreranno in giudizio con il […] ed essi metteranno a morte il Principe della Comunità […] e con ferite, ed il sacerdote di […] comanderà […] la strage dei Kittim”. La differenza risiede nel modo in cui si legge la frase “il Principe della Comunità lo metterà a morte”, che in ebraico è “wehemîtô”, oppure “essi metteranno a morte il Principe della Comunità”, in ebraico “wehêmîtû”. Come sappiamo le parole ebraiche non sono vocalizzate, quindi sono possibili tutte e due le letture, ma una semplice analisi del contesto chiarisce subito il significato del testo. La lettura comunemente accettata è che sia il Principe della Comunità, il Messia della stirpe di Davide, cfr. CD (= codice di Damasco) 7,20 e 1QM (= milhamàh, cioè “guerra”, quindi il rotolo della guerra) 5,1, a mettere a morte l’empio di cui parla Isaia 11,4. Infatti in questo versetto si fa riferimento ad un rampollo di Iesse, il discendente di Davide, che ucciderà l’empio. Solo se messo in rapporto con questo passo di Isaia, che sta commentando, il frammento acquista un senso preciso. Il testo di Isaia in questione è il seguente: “Un rampollo uscirà dal tronco di Jesse ed un virgulto spunterà dalle sue radici. Riposerà sopra di lui lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di discernimento, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di timore del Signore. Troverà compiacenza nel timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze, né renderà sentenza per sentito dire, ma giudicherà con giustizia i miseri e con equità renderà sentenze in favore dei poveri del paese. Percuoterà il violento con la verga della sua bocca, e farà morire l’empio con il soffio delle sue labbra” (Isaia 11, 1-4). Quindi nessuna condanna del messia, ma solo un commento al brano di Isaia già citato all’inizio del frammento. Questa interpretazione è quella comunemente accettata da tutta la comunità scientifica mondiale. Così, ad esempio, interpretano il frammento 4Q285 i professori G. Vermes e M. Bockmuehl del centro studi su Qumràn di Oxford, U.K. (G. VERMES – M. BOCKMUEHL, "The Oxford Forum for Qumràn Research. Seminar on the Rule of War from Cave 4", in «Journal of Jewish Studies» XLIII (1992), pp. 85-94), la stessa interpretazione ha presentato il professore O. Betz al simposio internazionale su Qumràn dell’università di Eichstätt nel 1993 (O. BETZ – R. RIESNER, "Gesù, Qumràn e il Vaticano. Chiarimenti", Roma, 1995, pp. 127-134). Corrado Martone, dell’Università di Torino, conclude un’approfondita analisi del passo con queste parole: “Risulta dunque che tutti i testi che presentano indiscutibili affinità col nostro frammento sono assolutamente estranei al concetto di morte del Messia […] Appare di conseguenza inverosimile collegare il nostro testo che, come visto, si colloca perfettamente in una ben documentata tradizione giudaica, alla concezione cristiana del sacrificio messianico” (C. MARTONE, "Un testo qumranico che narra la morte del Messia? A proposito del recente dibattito su 4Q285", in «Rivista Biblica» XLII (1994), pp. 329-336). 

Possiamo quindi concludere che nessun testo di Qumràn cita o allude a personaggi del Nuovo Testamento, né parla di passione, morte, crocifissione, deposizione, custodia del corpo del Maestro di Giustizia o del Messia futuro. Ovviamente M. Baigent e R. Leigh, senza fare parola di questi documenti, ci presentano J. M. Allegro e R. H. Eisenman come gli unici autentici divulgatori della verità storica, tenuta nascosta dal Vaticano. In realtà il Vaticano non ha tenuto nascosto un bel niente, infatti tutti i documenti citati e i testi “controversi” sono esposti nelle varie mostre e consultabili da chiunque.

domenica 28 febbraio 2016

Gli Ebioniti, testimoni della prima fede in Cristo?

Nel primo articolo dedicato alle eresie, quello riguardante i giudaizzanti, ho già fatto un piccolo riferimento agli Ebioniti. Questa corrente eterodossa del primo cristianesimo ha sempre suscitato la fantasia di una certa “storiografia” alternativa, complottistica ed apertamente anticattolica, tipica di tanti “storici” improvvisati di cui è pieno il web. Secondo la loro visione quella degli Ebioniti sarebbe stata la prima vera versione del messaggio di Gesù, successivamente affossato da Paolo di Tarso e poi cristallizzato in una fede “ufficiale”, sincretica e paganizzata, dalla Chiesa di Roma. Come vedremo, si tratta di una visione che ha molto poco di storico, infatti niente lascia pensare ad una eventualità del genere. Degli Ebioniti sappiamo pochissimo e quel poco che ci hanno tramandato i resoconti di alcuni padri della Chiesa, risalenti al massimo al II secolo, non lasciano pensare a niente di tutto questo.


Ciò che storicamente si può affermare è che agli arbori del cristianesimo, negli anni trenta del primo secolo, dopo la morte e resurrezione di Cristo, il gruppo dei dodici apostoli dà origine ad una prima comunità che risiede a Gerusalemme. La fonte che testimonia queste primissime fasi del cristianesimo sono gli Atti degli Apostoli, composti con ogni probabilità tra il 61 e il 63 d.C. (Jean Carmignac “Nascita dei vangeli sinottici” Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1986, pag. 72), che raccolgono la testimonianza dei primi apostoli come Pietro e Paolo. E’ la comunità guidata da Giacomo il Minore, “il fratello del Signore” (Mt 13, 55 e Mc 6, 3), pienamente ortodossa anche se spesso in disaccordo con Paolo, dotata di teologia arcaica, ma con una chiara affermazione della divinità di Gesù (J. Danielou “La teologia del Giudeo-cristianesimo” EDB 1974). 

Tuttavia attorno a questo primo nucleo centrale ebraico, col passare degli anni, quando questa comunità comincia ad aprirsi, con Paolo, al mondo dei gentili, in Palestina, verso la fine del I secolo, si vanno progressivamente formando tutta una serie di movimenti e gruppi che, restando fortemente attaccati alle tradizioni e ai riti ebraici e tendono a modificare l’originaria considerazione su Gesù per assumerne delle nuove profondamente diverse. Ci sono coloro come i Nazareni (da non confondersi con l’analoga denominazione dei primi cristiani in Atti 24, 6) che credono che Gesù sia il Messia promesso e il Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria. Di loro i Padri della Chiesa come Origene, Eusebio, Girolamo ed Epifanio parlano come di “giudei che credono” (Epifanio, Panarion, 29,9,4; Girolamo, De viris illustribus 3; Girolamo, Contra Pelag. 3,2). Ma esistono anche giudei che pur riconoscendo Gesù come un Profeta o il Messia, non lo considerano più il Figlio di Dio. Tra questi abbiamo diversi gruppi come gli Zeloti cristiani di Cerinto, gli Elcesaiti, gli gnostici giudaici di Carpocrate e in particolar modo gli Ebioniti (J. Danielou “La teologia del Giudeo-cristianesimo” EDB 1974).

La denominazione "ebioniti" deriva dal termine ebraico “evionim” che significa “poveri”, questo termine si incontra, per la prima volta, in Ireneo (Adversus Haereses, I, XXVI, 2). Per Origene (Contra Celsum, II, I; De Principii, IV, I, 22) ed Eusebio (Storia ecclesiastica, III, 27) il nome di questa setta derivava dalla limitatezza della loro intelligenza, o dalla povertà della Legge a cui si riferivano, o dalla povertà della loro comprensione di Cristo. Questo gruppo di giudaizzanti viene dapprima considerato scismatico da Giustino di Nablus, nel II secolo, e quindi eretico da diversi padri della Chiesa, come Tertulliano (De Carne Christi, 14-16) e Ippolito di Roma (Philosophumena VII, 22.), per il fatto di rifiutare la predicazione e l'ispirazione divina dell'apostolato di Paolo di Tarso. Gli ebioniti, infatti, consideravano Gesù di Nazareth semplicemente un uomo, nato come tutti gli altri mortali, nel quale è sceso ad abitare il Figlio di Dio. A volte lo consideravano un arcangelo, a volte anche un profeta venuto a riformare la Legge. Manifestavano preferenza per Giovanni e Giacomo rispetto a Pietro e, specialmente, rimproveravano a Paolo il fatto di voler, a loro dire, abolire la Legge. Le maggiori informazioni che abbiamo su questo gruppo di giudaizzanti ci proviene da Epifanio di Salamina, un vescovo e scrittore del IV secolo, il quale, nel suo Panarion, un compendio delle eresie palestinesi, riferisce di una setta molto legata alle prescrizioni della Legge ebraica. La osservavano scrupolosamente, rispettavano il sabato e la circoncisione (Panarion 30,3,2), si purificavano continuamente quando toccavano uno straniero o incontravano una donna. Il lavacro avveniva con gli indumenti addosso (Panarion 30,3,5). Successivamente, col passare degli anni, oltre a questi ebioniti giudaizzanti, si sviluppò un ramo gnostico, anche se la loro teologia differiva ampiamente da quella delle principali scuole gnostiche poiché rifiutavano nella maniera più assoluta qualsiasi distinzione tra il Demiurgo, il dio inferiore creatore della materia ed il Dio Supremo, creatore dello spirito. Epifanio racconta che secondo alcuni di questi Ebioniti Cristo sarebbe identico ad Adamo (Panarion 30,3,3), altri ancora insegnano che Cristo sarebbe stato creato prima di tutto, sarebbe lo Spirito che avrebbe il dominio su tutti gli angeli (Panarion 30,3,4) o Lui stesso addirittura uno degli arcangeli (Panarion 30,16,4) e così via (“Giudeocristiani”, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. VI, coll. 705-708). 

La distanza tra le credenze degli Ebioniti e la fede primitiva della comunità dei seguaci di Cristo è enorme. I più antichi scritti cristiani, cioè le lettere paoline databili tra il 50 e il 60 d.C., ci presentano una chiara affermazione della divinità di Gesù. Egli è il Signore, cioé Kyrios (1 Cor 12, 3), il termine in cui viene indicato Dio nella bibbia dei LXX. Queste lettere raccolgono una tradizione orale preesistente che, quindi, deriva dai testimoni oculari della vicenda terrena di Gesù. Sono scritti infinitamente preziosi per la conoscenza del cristianesimo primitivo e permettono in parecchi punti di risalire a uno stadio più antico della stessa predicazione paolina. Paolo, nelle sue lettere, riporta ciò che ha ricevuto dalla Chiesa di Gerusalemme, da Pietro e Giacomo, il “fratello di Gesù” (1 Cor 15, 3-9; Gal 1, 18-19) e cioè che Cristo è resuscitato e che ha la potenza per liberare l’uomo dal peccato, ossia il contenuto del primo annuncio del messaggio di Cristo, il Kerigma. Non è più l'obbedienza formale alla Legge che porta alla salvezza, ma l'adesione a Cristo. E’ questo messaggio che mette in relazione la storia di Gesù con quella della sua comunità. I primi testimoni trasmettono ciò che a loro volta hanno ricevuto, cioè il kerigma, a cui è connessa l’attività missionaria, la comunità apostolica e poi ecclesiale, lungo il corso dei secoli (Piero Coda “Kerigma” in Dizionario di Teologia Fondamentale, a cura di Fisichella e Latourelle, Assisi, Cittadella, 1990, p. 403).

Un’altra prova storica della fede nella natura divina di Gesù da parte della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme è rappresentata dalla veemente ostilità delle autorità ebraiche. Queste presero subito a perseguitare la nascente Chiesa, tra le vittime di queste prime persecuzioni vi furono Stefano, lapidato per blasfemia per aver affermato la divinità di Cristo (Atti 6,8-7,60), l'apostolo Giacomo, fatto giustiziare dal re Erode Agrippa (Atti 12,1-2), mentre Pietro si salvò fuggendo da Gerusalemme. Anche in altre città, dentro e fuori dalla Palestina, le comunità ebraiche si opposero alla diffusione del cristianesimo e Paolo in particolare ne fu spesso il bersaglio: nelle sue lettere racconta di essere stato più volte frustato, bastonato e persino lapidato. Queste persecuzioni si possono spiegare unicamente per la bestemmia di considerare un uomo, Gesù, come se fosse Dio, esattamente il motivo per il quale il sommo sacerdote Caifa arrivò a stracciarsi le vesti (Mt 26, 65). La persecuzione e, quindi, la morte erano le punizioni riservate a chi bestemmiava, cioè apostatava dalla fede nell’unico Dio Jahvè. Significativo al riguardo è un testo dello Šemônê ‘esre, che introduceva la celebrazione sinagogale e che proviene da un frammento della Genizah del Cairo, che riporta l’accusa ai cristiani nella dodicesima benedizione:

Che per gli apostati non vi sia speranza; sradica prontamente ai nostri giorni il dominio dell’usurpazione, e periscano in un istante i Cristiani (nôserîm) e gli eretici (minim): siano cancellati dal libro della vita e non siano iscritti con i giusti. Benedetto sei tu, Signore, che schiacci gli arroganti” (Schürer “Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo”, vol. II, Brescia, 1987, pp. 547-554). 

Alla luce di tali motivazioni molto forti appare assurdo ipotizzare che gli Ebioniti fossero i portatori dell’originale messaggio di Cristo e che i loro scritti da considerare l’unico vero vangelo. Di tali scritti ne parla ancora Epifanio definendoli un vangelo molto simile a quello canonico di Matteo, ma distorto e incompleto, da loro chiamato anche Vangelo degli Ebrei o Vangelo ebraico (Panarion, 30,13,2-8; 30,14,5; 30,16,4; 30,22,4). Due secoli prima anche Ireneo, il vescovo di Lione, nel suo Adversus Haereses, scritto attorno al 180, già sottolineava il carattere eretico degli scritti ebioniti: “Gli Ebioniti, pertanto, seguono unicamente il Vangelo che è secondo Matteo (non quello canonico riconosciuto dalla Chiesa), si affidano solo ad esso e non hanno un'esatta conoscenza del Signore” (Adv. haer. III, 2). 

La divinità del Cristo è insita nell’annuncio della buona novella e ha fatto parte, fin dall’inizio, della fede della prima comunità dei discepoli di Gesù. Solo con tale messaggio rivoluzionario potevano affermarsi la Chiesa e la sua opera di trasformazione del mondo.

Bibliografia 

F. Rossi de Gasperis, “Israele o la radice santa della nostra fede”, in “Rassegna di Teologia” 1, 1980; 
D. Flusser, “Il cristianesimo, una religione ebraica”, E.P., Cinisello Balsamo, 1992;
R. Geftman “La Chiesa primitiva di Gerusalemme”, Jerusalem, 1985; 
J. Lenzenweger et al. “Storia della Chiesa Cattolica”, EP Cinisello Balsamo, 1989;
Jean Carmignac “Nascita dei vangeli sinottici” Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1986;
J. Danielou “La teologia del Giudeo-cristianesimo” EDB 1974;
Giorgio Acquaviva "La chiesa-madre di Gerusalemme" Ed. Piemme, Casale Monferrato (AL) 1994.
http://it.cathopedia.org/wiki/Persecuzioni_dei_cristiani

martedì 16 febbraio 2016

Il sacro fungo e la croce. L'assurdità della storiografia laicista

Tra le tante storie fantasiose che si raccontano sull’origine del Cristianesimo e sulla storicità della figura di Gesù ce n’è una che ha davvero dell’incredibile e che un frequentatore del blog, DevilMax, ha recentemente posto alla mia attenzione. Si tratta di una “teoria” riportata in un libro di un certo John M. Allegro intitolato “The Sacred Mushroom and the cross” (cioè “Il sacro fungo e la croce”) che ebbi la (s)ventura di leggere. 


Secondo J. M. Allegro, Gesù Cristo non sarebbe mai esistito e la sua vicenda un’invenzione frutto dell’allucinazione collettiva degli apostoli, provocata dal fungo psicoattivo, Amanita muscaria. Il Cristianesimo, quindi, sarebbe stato un culto imperniato sugli effetti di tale fungo e deriverebbe da un’antichissima tradizione etnomicologica risalente addirittura ai Sumeri. Per dimostrare la validità della sua teoria Allegro arriva ad ipotizzare che il Nuovo Testamento e tutto il resto della Bibbia derivino i loro termini greci ed ebraici, le lingue in cui è stata scritta la Bibbia, direttamente dal sumero. Ad esempio il nome di Pietro deriverebbe dall'aramaico pztrii che significa "fungo", e così “Cristo crocifisso” significherebbe “fungo eretto unto di sperma” oppure “Giovanni Battista” starebbe per “fungo dalla testa rossa”, ecc. Anche nel Vecchio Testamento Allegro trovò numerosi riferimenti linguistici e metaforici all'antico culto fungino. Ad esempio la “tiara”, cioè il copricapo del grande sacerdote (Es 22, 4), non sarebbe altro che un riferimento iconico del fungo, oppure la pianta che diede ombra e riparo al profeta Giona (Giona 6, 5-8) e che spuntò nell'arco di una notte e nell'arco di una notte scomparve altro non era che un fungo e così via.

Ovviamente la teoria di Allegro fu rifiutata in blocco dalla comunità accademica che criticava il suo metodo linguistico-comparativo e cioè l’assurdità di derivare le lingue ebraica e greca dal sumero. Per qualunque serio linguista si tratta di una autentica sciocchezza. Ma la teoria di Allegro fu stroncata anche dalla seria etnomicologia (la scienza che studia l’uso rituale delle sostanze psicoattive nelle comunità umane). Uno dei più affermati e seri etnomicologi, lo statunitense R. Gordon Wasson, ebbe a dichiarare che Allegro ”giunse frettolosamente a conclusioni ingiustificate basate su scarse evidenze” (G. Samorini, “Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici” Telesterion, Dozza (BO) 2001, pag. 177). Sono, infatti, evidenti agli occhi di un etnobotanico le forzature a cui ricorre Allegro facendo derivare etimologicamente i nomi di piante come la mandragora, la senape, la peonia, l'elleboro, ai termini sumeri che indicano il fungo.

In realtà Allegro, quando nel 1970 pubblicò la sua teoria esponendola ne “Il sacro fungo e la croce”, era ormai da tempo fuori dalla comunità accademica e nessuna rivista specializzata nel campo delle culture mediorientali era ormai disposta a pubblicare i suoi “lavori”. Infatti Allegro vendette il libro ad una casa editrice che produceva testi di carattere sensazionalistico e ricevette una consistente somma di denaro per pubblicare in un settimanale sensazionalistico una serie di estratti del libro con il titolo "Jesus, only a Penis!" (Gesù, solamente un Pene!) (G. Samorini, “Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici” Telesterion, Dozza (BO) 2001, pag. 177). Purtroppo il laicismo può arrivare anche a questo.

Ciò che maggiormente stupisce di questa vicenda resta il fatto che Allegro non era uno sprovveduto qualsiasi, senza alcuna preparazione, ma un filologo formatosi all'Università di Oxford, specializzato nelle lingue mediorientali. Aveva addirittura partecipato alla prima fase della traduzione dei famosi Rotoli del Mar Morto, scoperti a Qumràn nel 1947. Come è stato possibile che uno studioso così preparato possa incappare in un infortunio del genere? Giorgio Samorini, importante etnomicologo italiano, non cristiano, nel suo libro “Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici” riferisce che Allegro era profondamente anticristiano. Se si ripercorre la storia dei suoi lavori accademici ci si accorge immediatamente di come Allegro sia stato ossessionato dal suo odio verso la Chiesa cattolica. Dall’alto della sua posizione di decifratore di documenti inerenti le origini del Cristianesimo non perse tempo di connotare i suoi studi come un attacco al cattolicesimo. Ma la critica accademica bocciò inesorabilmente ogni suo lavoro a partire dai suoi traballanti e sconclusionati studi sui frammenti qumrànici 1QpHab e 4Q285. Non impressionato dai fallimenti conseguiti pensò bene di pubblicare nel 1960, senza l’autorizzazione della commissione internazionale, di cui faceva ancora parte, la trascrizione e la traduzione del Rotolo di Rame, un testo qumrànico. In esso fu rinvenuta una lunga lista di 64 luoghi in Palestina dove sarebbe stato nascosto un tesoro. Mentre tutti gli altri scienziati lo definirono come un esempio del genere letterario popolare che “catalogava tesori immaginari”, Allegro lo ritenne un reale elenco dei luoghi dove gli Zeloti avrebbero nascosto i beni del Tempio nel 68 d.C., poco prima della caduta di Gerusalemme. Si trattava di un tesoro immenso, 65 tonnellate d’argento e 26 d’oro, chiaramente una cifra allegorica, quindi immaginaria. Eppure Allegro era così convinto che organizzò delle campagne di scavi per ritrovare i tesori che, ovviamente, fallirono miseramente. Dopo questo insuccesso, nel 1968, curò il quinto volume della collana “Discoveries in the Judaean Desert” in cui pubblicava una trentina di frammenti. Ma anche questo lavoro risultò molto scadente tanto che fu inesorabilmente stroncato dalla comunità accademica. Questa censura può essere sintetizzata dal giudizio del prof. Karlheinz Müller dell’Università di Würzburg: “Senz’altro la peggiore e la più inaffidabile edizione di Qumràn che il lettore possa aspettarsi dall’inizio dei ritrovamenti” (in J. Schreiner "Einführung in die Methoden der biblischen Exegese", Würzburg, 1971, p. 310). La correzione dei suoi errori, preparata da J. Strugnell, risultò lunga quasi quanto il libro recensito. Diverse le imprecisioni: frammenti non correttamente identificati o mal accostati, letture discutibili e confusa numerazione delle tavole (J. Strugnell "Notes in marge au volume V des «Discoveries in the Judaean Desert of Jordan», in «Revue de Qumràn» VII (1969-71), pp. 163-276). Fu, così, che nel 1970, Allegro, abbandonati definitivamente gli studi sui testi di Qumràn, si dedicò ad argomenti sempre più imbarazzanti arrivando a pubblicare il ”Sacro fungo e la croce". L’opera è sistematicamente demolita dalla critica, al punto che gli editori si scusarono pubblicamente per averla stampata (Times, copia del 19 maggio 1970). In una lettera al Times del 26 maggio 1970 quattordici eminenti studiosi, come avvenuto alcuni anni prima in merito a Qumràn, confutarono le opinioni di Allegro: tra i firmatari, il maestro di Allegro stesso, il prof. Godfrey Driver, colui che lo aveva prescelto per far parte della commissione. Incredibilmente perfino M. Baigent e R. Leigh, autori di molti libri scandalistici su Cristo e la Chiesa cattolica e irriducibili sostenitori di Allegro, dovettero arrendersi ammettendo che “Il sacro fungo e la croce” si basa “su alcune premesse filologiche che noi, come molti altri commentatori, abbiamo difficoltà ad accettare” (M. Baigent – R. Leigh, "Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo", Milano, 1997, pp. 75-76).

E’ penoso constatare come l’odio verso il Cristianesimo, e la Chiesa cattolica in particolare, sia all’origine di moltissimi pregiudizi e mistificazioni storiche e come persino uno studioso di fama arrivi per questo a distruggere la sua carriera e reputazione. Questa vicenda ci dà la misura di come il pregiudizio anticristiano possa distruggere l’attendibilità di ogni analisi storica. Esattamente come successe nel XVIII secolo quando nacque la moderna storiografia. 



Bibliografia

John M. Allegro “Il fungo sacro e la croce” Cesco Ciapanna Editore, Roma 1980;
G. Samorini, “Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici” Telesterion, Dozza (BO) 2001.
http://www.christianismus.it/