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venerdì 29 settembre 2017

Conclusioni

Come abbiamo visto tutte le incredibili scoperte e le sconvolgenti rivelazioni che propugnano questi testi sono basate sul nulla. Senza dover avere una competenza specifica o possedere particolari mezzi di indagine è facilissimo rendersi conto autonomamente dell’inconsistenza di tali argomentazioni. Non è mai esistito un Priorato di Sion, se non quello del secolo scorso inventato da uno spostato come Plantard, i famosi vangeli gnostici non riportano alcuna notizia di matrimoni di Gesù, la chiesa Cattolica non ha nascosto o trafugato alcunché di scomodo, i famosi “documenti segreti” nascosti nella Biblioteca Nazionale di Parigi sono un’autentica bufala, la nascita e la scomparsa dei Templari o le crociate albigesi sono state determinate da motivazioni storiche serie e dimostrate, non certo dalle buffonate sparate da D. Brown e soci.

Si potrebbe obiettare che D. Brown, avendo scritto solo un romanzo, aveva legittimamente la licenza di inventare per piegare la storia ai propri fini. Certo, ma allora perché inserire, a pag. 9 del suo libro, una nota con cui si assicura che tutti i documenti, rituali e rivelazioni varie rispecchiano la realtà? Perché ne “Il Codice da Vinci” sono riportati pari pari contenuti e teorie di altri testi che romanzi non sono, ma che, anzi, hanno il coraggio di reputarsi dei libri storici? Prova di ciò è stata l’azione legale di M. Baigent, R. Leigth ed H. Lincoln contro D. Brown per il presunto plagio del loro “The Holy Blood and the Holy Graal”. Disputa legale vinta poi da D. Brown (il film prodotto dalla Sony era pronto ad uscire…). Appare, comunque, troppo comodo lanciare il sasso nello stagno e nascondere poi la mano. E’ come se qualcuno scrivesse e divulgasse universalmente, mentendo spudoratamente, peste e corna di persone a noi care giustificandosi poi che si tratta solo di un romanzo. Nei suoi precedenti libri, come ad esempio “Angeli e demoni”, D. Brown ugualmente attacca i cristiani e la Chiesa Cattolica, ma almeno ha il buon gusto di non offendere la loro fede. Questi libri, infatti, non suscitarono alcun scandalo, tanto è vero che prima de “Il Codice da Vinci” pochissimi sapevano dell’esistenza di tali romanzi. Per riuscire a conferire fascino ed attrazione ai suoi libri, D. Brown ha avuto bisogno di offendere e denigrare le basi della fede cristiana ammantando la sua storia di un alone di falsa veridicità. D. Brown non si è fatto alcun scrupolo di avvertire il lettore che stava leggendo una falsità, calpestando ed infamando, così, la Chiesa Cattolica e la fede cristiana di milioni di credenti.

Resta, infine, una domanda: come mai questa letteratura ha avuto tutto questo successo? Perché l’opinione pubblica gli ha tributato un tale trionfo? 
Anche se palesemente falso ed inverosimile, tutto ciò che può screditare la chiesa ed i cristiani è bene accetto. Nessuno si fece troppi problemi a credere al falso di Morton Smith, il vangelo segreto di Marco, era troppo allettante poter ritrovare l’omosessualità tra i primi cristiani, provare la disonestà della chiesa e decretare l’inaffidabilità della tradizione apostolica. Passare sopra la dignità religiosa e la mancanza di rispetto verso il credo cristiano è la peculiare caratteristica della nostra società secolarizzata. I cristiani costituiscono, oggi, l’unica voce a difesa dei valori della vita, della famiglia, della dignità umana. Al contrario dell’imperante “Politically correct”, la voce cristiana ha il coraggio e la fermezza per ribadire e difendere i nostri valori fondamentali. Ella richiama ad una seria e responsabile valutazione degli aspetti della nostra vita, dei nostri costumi, delle nostre abitudini. Tutto ciò disturba le coscienze obnubilate, il commercio dei profilattici, l’industria dell’aborto, la manipolazione genetica umana, ecc… Tutto ciò è visto come indebita ingerenza in uno stato laico, mentre la nostra società è fatta a pezzi dal degrado morale, è dominata dalla pubblicità che impone i suoi modelli consumistici, è ingannata da scelte politiche di morte. Una società falsa ed ipocrita dove imperversa la dittatura del politicamente corretto, che sta attenta alla pagliuzza di condannare l’insulto “frocio”, ma ingoia tranquillamente il cammello dell’aborto, dove è giustamente condannato il disprezzo, sempre che non si sia fumatori, obesi, pedofili, nazisti o cristiani. Una simile società non può essere altro che l’ambiente perfetto per accogliere trionfalmente un’immondizia come Il Codice da Vinci”, che, deleggittimando la Chiesa, demolisce il rispetto di Dio fornendo falsi alibi. Questa china pericolosa intrapresa dalla nostra società ha origini antiche, è il frutto del progressivo abbandono dei valori, dell’inculturazione religiosa. Già papa Giovanni Paolo II, avvertendo questo pericolo, prima di morire, profeticamente esortava con questa parole la società contemporanea: «Nell’impiego e nella recezione degli strumenti di comunicazione urgono sia un’opera educativa al senso critico, animato dalla passione per la verità, sia un’opera dì difesa della libertà, del rispetto alla dignità personale, dell’elevazione dell’autentica cultura dei popoli, mediante il rifiuto fermo e coraggioso di ogni forma dì monopolizzazione e di manipolazione. Né a quest’opera di difesa si ferma la responsabilità pastorale dei fedeli laici: su tutte le strade del mondo, anche su quelle maestre della stampa, del cinema, della radio, della televisione e del teatro, dev’essere annunciato il Vangelo che salva». (Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Christifideles laici n. 44).

Eppure da tutta questa vicenda è possibile scorgere un lato positivo. Il libro di D. Brown ha indubbiamente portato all’attenzione di milioni di persone argomenti che normalmente sono riservati alle ristrette cerchie degli esperti del settore. Moltissima gente avrà cominciato a farsi delle domande e, magari, iniziato un cammino di ricerca. Una chiave di lettura del successo di D. Brown può anche essere quella di aver stimolato l’innata esigenza presente in ognuno di noi di ricercare la verità. Curiosamente, di tutto il Nuovo Testamento, lo scritto più antico giunto sino a noi, il papiro Rylands P52, riporta proprio le parole di Pilato davanti a Gesù: «Che cos’è la Verità?». 

Ringrazio il lettore per la scelta accordata e la pazienza dimostrata nel seguire le varie puntate di questa analisi storica su uno dei più famosi best sellers librari di questi ultimi anni.
La speranza è quella di non aver annoiato. 


FONTI 
-EUSEBIO DI CESAREA “Storia Ecclesiastica”
-GIUSEPPE FLAVIO “Antichità Giudaiche”
-GIUSEPPE FLAVIO “Guerra Giudaica”
-PAPIA di GERAPOLI “Esposizione dei loghia del Signore”
-S. GIROLAMO “Epistolario”
-S. GIUSTINO “Apologia”
-S. IRENEO DI LIONE “ Adversus haereses”



BIBLIOGRAFIA

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-FALBO G. “Le verità di fede definite dai concili” – Gruppo biblico 2001-2002, Parr. S.Monica, Ostia-Roma.
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giovedì 31 agosto 2017

Parte XXIII– I Catari

Stranamente ne “Il Codice da Vinci” non c’è traccia di questa setta che, invece è abbondantemente evocata sia da M. Baigent, R. Leigth ed H. Lincoln, in “The Holy Blood and the Holy Graal”, che da L. Gardner nel suo “La linea di sangue del santo Graal”. Secondo loro il massacro dei Catari del 1244 è la prova che questi fossero a conoscenza del “segreto”, cioè dell’esistenza di una discendenza terrena di Gesù, e che per questo siano stati sterminati. In particolare scrive L. Gardner a pag. 252: «A ovest-nord-ovest di Marsiglia, sul golfo del Leone, si stende l’antica provincia della Linguadoca i cui abitanti, nel 1208, vennero ammoniti da papa Innocenzo III per la loro condotta poco cristiana. L’anno successivo, un esercito papale di 30.000 soldati al comando di Simone di Monfort calò sulla regione. […] erano stati mandati a sterminare la setta ascetica dei catari (i Puri) […] che secondo il papa e re Filippo II di Francia, erano eretici […] il timore del papa in realtà era causato da qualcosa di molto più minaccioso. Si diceva che i Catari fossero i custodi di un grande e sacro tesoro, associato ad un’antica e fantastica conoscenza […] la regione della Linguadoca corrispondeva sostanzialmente a quello che era stato il regno ebraico di Septimania nell’VIII secolo, sotto il merovingio Guglielmo de Gellone […] al pari dei Templari, i Catari erano apertamente tolleranti verso la cultura ebraica e musulmana e sostenevano anche l’uguaglianza dei sessi […] contrariamente alle accuse, i testimoni chiamati a deporre parlavano soltanto della Chiesa dell’Amore dei Catari e della tenace devozione al ministero di Gesù […] chi non apparteneva alla setta beneficiava ugualmente delle sue opere benefiche […] sebbene il loro rituale non fosse minaccioso di per sé, si riteneva che la setta possedesse sufficienti informazioni attendibili per smentire clamorosamente il concetto fondamentale della Chiesa romana ortodossa. C’era soltanto una soluzione per un regime fanatico e disperato e fu impartito l’ordine: “Uccideteli tutti!”».

L. Gardner lavora abbondantemente di fantasia, lo stravolgimento della storia è totale, un vero manipolatore. Vagheggia, ancora, dell’esistenza di un fantomatico regno ebraico di Settimania che, secondo lui, sarebbe stata la comunità ebraica che accolse i supposti discendenti di Gesù e Maria Maddalena. Ovviamente niente di più falso, la Settimania era una regione della Gallia antica chiamata così perché vi era di stanza la Legione VII dell’esercito romano d’occupazione (Legio septima). Più tardi prenderà il nome di Gallia Narbonese, dalla città principale Narbona. Dopo la fine dell’impero romano la regione cadde in mano ai Visigoti che la tennero fino alla conquista araba (719 d.C.). Successivamente fu riconquistata da Pipino il Breve e da Carlo Magno che l’annessero al loro impero. Guglielmo de Gellone, citato da L. Gardner, secondo notizie storiche certe, non era un governante merovingio, ma un personaggio molto influente alla corte di Carlo Magno, il suo nome completo era Guglielmo d’Orange, Conte d’Aquitania. Nel 787 d.C. fu nominato conte proprio dal sovrano carolingio, di cui era pure cugino, ricevette l’abito monastico benedettino da San Benedetto d’Amiane e fondò nell’804 d.C. un monastero molto famoso a Gellone presso Amiane in Francia (“Vita Hludowici Imperatoris” di Eginardo). Questo monastero derivò la sua importanza dalla presenza della reliquia della scheggia della Santa Croce donata da Carlo Magno. Attirava, per questo, i pellegrini diretti a Santiago de Compostela e, nel XI secolo, fu importante luogo di raduno per tutti i sovrani crociati in procinto di recarsi in Terrasanta. Oggi Guglielmo d’Orange è ricordato dalla Chiesa Cattolica come santo il 28 maggio. Famosi sono gli affreschi di Giotto e Niccolò di Tommaso che raffigurano la sua vita in una cappella del Maschio Angioino di Napoli. 

Affermare, poi, che la Chiesa Cattolica fosse preoccupata del proliferare dell’eresia catara perché questa possedeva una “conoscenza” particolare è una solenne stupidaggine. L. Gardner descrive i Catari come gente pacifica, parla di una società modello dove vigevano l’amore e la tolleranza, ma, come al solito, L. Gardner dice fesserie, egli non ha la minima conoscenza di quello che afferma. Mi sembra importante, a questo punto, fare chiarezza dal punto di vista storico, cioè attenendosi a documenti certi, su chi erano veramente i Catari e sulle crociate avvenute contro di loro. 

L’eresia catara (dal greco katharos = puro) fu la crisi più grave ed importante con cui la cristianità dovette confrontarsi dopo l’arianesimo. Gli appartenenti a questa setta, tra i secoli XI e XIII, diedero origine a proprie comunità in quasi tutta Europa, specialmente nei Balcani, nella Francia meridionale e Aragona, in Italia settentrionale e persino in Sicilia. Non fu, quindi, come lascia intendere L. Gardner, un fenomeno tipico della Francia meridionale, ma costituì un vero e proprio sistema socio-religioso alternativo a quello esistente allora in gran parte dell’Europa. Ben lungi dalle fantasiose affermazioni di L. Gardner, i Catari costituirono un vero e proprio “cancro” che rose dal di dentro le istituzioni ufficiali e la base della vita sociale di allora. La dottrina catara, infatti, rifiutava ogni autorità per proporre una visione deteriore della realtà. Possiamo, infatti, far comprendere l’eresia catara nel grande gruppo delle eresie gnostiche e manichee.
Per la dottrina catara tutto ciò che esiste, cioè il mondo materiale, è opera del demonio o di un dio malvagio che si oppone al dio del bene che, invece, è creatore del mondo buono, cioè quello spirituale. Per questo i Catari disprezzavano il dio dell’Antico Testamento, autore del malvagio mondo materiale, per esaltare il dio buono, autore di quello spirituale, del Nuovo Testamento. Ovviamente un Nuovo Testamento completamente reinterpretato secondo la loro aberrante visione. Non poteva, infatti, esistere alcun punto di contatto tra i due “mondi”, cosicché negavano l’incarnazione di Gesù e la resurrezione della carne. Essi ritenevano che il suo Corpo fosse solo spirituale, con una apparenza di materialità. 
L’anima umana non è sempre considerata creazione del dio buono, lo sono solo quelle dei “Puri” o “Perfetti”, cioè una ristretta cerchia di persone che sarebbero degli angeli imprigionati da satana in corpi umani. Attraverso una serie di reincarnazioni (credevano anche a questo, sic!) queste anime arrivavano ad essere “pure”, cioè catare, e si ponevano come guida spirituale della setta per poi liberarsi dal corpo. In quest’ottica l’auspicato fine ultimo dell’umanità per i “Puri” era il suicidio generale. Si sottoponevano a regole durissime, non lavoravano, non partecipavano alla vita sociale, non riconoscevano alcuna autorità, ogni attività sessuale era proibita, se qualcuno veniva meno, allora la sua caduta era dovuta alla sua anima ritenuta ancora non sufficientemente pronta. I “perfetti” erano considerati come dio stesso e venivano letteralmente adorati dagli altri componenti della setta che avevano anche l’obbligo di mantenerli. 

Oltre ai “perfetti”, infatti, c’era tutta la moltitudine dei seguaci ritenuta impura e peccaminosa. I Catari, infatti, non credevano nel libero arbitrio, così chi era ritenuto un’emanazione del male non aveva altro destino che perire. La loro unica speranza era quella di ricevere dai “perfetti”, alla fine della vita, il “consolamentum”, una sorta di purificazione spirituale. Per ottenerla, però, occorreva esserne degni e, quindi, vivere distaccandosi progressivamente dalla vita materiale, oppure la si poteva ottenere subito se poi, però, si era disposti a suicidarsi. Questa pratica era diffusissima presso i Catari, si chiamava “endura”, secondo loro se praticata subito dopo il “consolamentum” garantiva il paradiso. Esistevano diverse forme di “endura”, la più diffusa era l’inedia, riservata ai lattanti, ma anche il dissanguamento, realizzato anche con bevande mescolate a frammenti di vetro, o lo strangolamento. Molte volte l’”endura” veniva applicata a vecchi e bambini, cosicché il suicidio diveniva omicidio. Uno studioso tedesco del XIX secolo, Dollinger, studiando gli archivi dell’inquisizione a Tolosa e Carcassonne notò con raccapriccio che furono molto più le vittime dell’”endura” che dell’inquisizione stessa. 

Questa dottrina, considerando intrinsecamente cattivo e peccaminoso tutto ciò che lega l’anima alla materia, odiava ed aborriva le attività procreative, la perpetuazione della specie era vista come un’opera satanica, le donne incinte e i neonati erano disprezzati perché visti sotto l’influenza del demonio. Presso le comunità catare, per limitare l’azione del “male”, veniva largamente praticato l’aborto. Il matrimonio veniva considerato un generatore di male, tutte le autorità terrene erano considerate creature del dio malvagio, quindi non bisognava riconoscerle, venivano aborriti i tribunali, erano considerate azioni sataniche prestare giuramento ed impugnare le armi. L. Gardner parla di persone aperte anche a chi non faceva parte della setta, falso! Ai Catari era severamente proibito anche solo parlare con estranei alla setta, perché “gente del mondo”, eccettuando i tentativi di conversione.
Tutte le sette catare avevano una accesissima ostilità verso la Chiesa Cattolica che vedevano come la grande meretrice Babilonia. Non potevano accettare il suo ruolo di intermediaria dell’amore di Dio verso gli uomini nella loro vita sulla terra. Per questo non accettavano i sacramenti che ritenevano segni del demonio.
Tutto ciò portò centinaia di migliaia di persone in tutta Europa a ritirarsi dalla vita sociale, era messa in grave pericolo non solo l’unità della fede e la dignità umana, ma anche la stessa aggregazione sociale. Questo modo di vedere la società era suicida, tutto ciò non poteva essere accettato né dalle autorità costituite, tantomeno dalla Chiesa.
Nel 1167 a Saint Felix de Caraman (Tolosa) si tenne un vero e proprio concilio eretico dove le comunità catare si diedero un’organizzazione. Essi rifiutavano la gerarchia cattolica, ma ne avevano una propria costituita da un clero, i “perfetti”, con ogni sorta di privilegi, e dai credenti, cioè tutti gli altri. Da quel momento il movimento cataro cominciò a diventare minaccioso.
Alcune ramificazioni secondarie dei Catari (i catarelli e i rotari) cominciarono a saccheggiare regolarmente le chiese; attorno all’anno mille, nella regione dello Chàlon, un certo Leutardo incitava a distruggere croci ed immagini sacre; tra il 1143 e il 1148 un “perfetto”, Eon de l’Etoile, a capo di una comunità catara si autoproclamò figlio di Dio, signore di tutto il creato, e in virtù del suo potere ordinò ai suoi seguaci di distruggere ogni chiesa. Nel 1225 i Catari incendiarono una chiesa cattolica a Brescia; nel 1235 uccisero il vescovo di Mantova.
Di fronte a questi atti di violenza ed al proliferare dell’eresia la Chiesa, per molti anni, fu in difficoltà su come agire. A Verona, nel 1184 un sinodo vide il papa Lucio III e l’imperatore Federico I Barbarossa costretti ad istituire misure di controllo per contrastare la propaganda eretica, ma senza grandi successi. Nel 1206 il nuovo papa Innocenzo III incaricò i Cistercensi e i Domenicani ad operare un’intensa predicazione senza ottenere risultati soddisfacenti. L’eresia si diffondeva ovunque con velocità, nel 1012 si ha notizia di una setta a Magonza, nel 1018; nel 1200 ne compaiono numerose in Aquitania (sud ovest della Francia), nel 1028 a Orléans; nel 1025 ad Arras; nel 1028 a Monforte (presso Torino); nel 1030 in Borgogna. Il vescovo cattolico di Milano affermava che nel 1166 nella sua diocesi c’erano più eretici che cristiani. La zona, però, dove l’eresia catara proliferò maggiormente fu la Linguadoca dove furono inviate numerose missioni per cercare di convertire gli eretici, tra queste quella di San Bernardo di Chiaravalle il quale racconta che le chiese erano deserte e nessuno più si comunicava e faceva battezzare i figli. I missionari e il clero cattolico locale venivano malmenati, minacciati ed insultati. In Linguadoca fu ucciso dagli eretici persino il legato papale Pietro di Calstelnau. Inoltre la nobiltà locale prese a sostenere attivamente la setta, intravedendo la possibilità di appropriarsi dei beni e delle terre della Chiesa. Raimondo VI di Tolosa arrivò persino ad ospitare alcuni catari nel suo seguito per poter ricevere la loro benedizione in caso di morte improvvisa.
Tra il XI e il XIII secolo per porre un freno deciso all’eresia si susseguirono tre crociate conosciute come le crociate albigesi (gli albigesi erano i catari francesi, n.d.r.). Furono una risposta violenta e disperata contro un male che minava le fondamenta dello stato e della fede. Le istituzioni, cioè il braccio secolare (Simone di Monfort, il re di Francia Luigi VIII) in associazione con i mezzi ecclesiastici ripresero i controllo delle regioni meridionali francesi e repressero nel sangue l’eresia. Nel 1224 l’Imperatore Federico II istituì la pena del rogo per gli eretici. 
Tutte queste drastiche misure furono dapprima tollerate, poi apertamente approvate dalla Chiesa che, però, successivamente, fu veloce a mitigare le forme repressive. 

Alla luce di tutto ciò le affermazioni di L. Gardner e di tutti coloro che hanno fantasticato sul massacro degli albigesi appaiono delle misere manipolazioni della storia. Eppure a noi, osservatori del XXI secolo, resta forte lo sgomento per le terribili responsabilità della Chiesa nella vicenda. Così come ho spiegato a proposito della caccia alle streghe, per poter avere una visione corretta dei fatti occorre calarci nella mentalità del tempo. L’inquisizione e la crociata furono mezzi estremi per estremi rimedi, la cristianità e la stessa società civile reagì violentemente di fronte ad un pericolo reale laddove il dialogo e la pazienza non funzionarono. Fu nel 1053, alla battaglia di Civitate, in cui l’esercito raccolto da papa Leone IX fu sconfitto dai Normanni di Roberto il Guiscardo, che comparirono per la prima volta in battaglia le insegne di S. Pietro (vexilia sancti Pietri). Tutte le popolazioni dell’Italia meridionale, infatti, si appellarono al papa per trovare un aiuto contro le scorrerie dei Normanni, che dalla Sicilia imperversavano devastando e distruggendo campagne e città. Neppure la scomunica aveva fermato le violenze, quindi risultò inevitabile la guerra. Nacque così il concetto della guerra giusta, l’estremo rimedio per ristabilire la giustizia e la salvezza delle anime, valori che per la società laica odierna non hanno più importanza, ma fondamentali nel medioevo. La guerra giusta fu considerato un atto sacro in cui parteciparvi non comportava il peccato. Tutte le sue successive manifestazioni evocate dalla Chiesa, dalle crociate in Terrasanta a quelle contro le eresie, costituirono uno slancio di fede autentica che, sebbene violento e con spargimento di sangue, ha sempre avuto un carattere difensivo a vantaggio della giustizia. Non bisogna, infatti, confonderla con la guerra santa islamica. Il “Jihad” musulmano non aveva carattere difensivo, ma essenzialmente imperialista e caratterizzata da un forte intento di proselitismo, caratteristiche totalmente assenti nelle crociate cristiane.

lunedì 31 luglio 2017

Parte XXII - I Templari

Credo non sia mai esistito un ordine religioso che abbia suscitato tanto interesse e curiosità come quello dei Templari. Sul conto di questi monaci sono fiorite innumerevoli leggende e storie fantastiche. Sono stati considerati come depositari di conoscenza aliene, come i primi esploratori europei del Nord America, come i precursori delle logge massoniche, ecc… 

Fatalmente anche D. Brown e compagnia li tirano in ballo per piegare la storia alle loro assurde teorie. Ne “Il Codice da Vinci”, da pag. 190 si possono leggere simili scempiaggini: "…Intendi dire che i templari sono stati fondati dal Priorato di Sion per recuperare una raccolta di documenti segreti? Pensavo che fossero stati creati per proteggere i luoghi santi”. “Un equivoco comune. L’idea di proteggere i pellegrini era la scusa scelta dai templari per compiere la loro missione. Il loro vero scopo in Terrasanta consisteva nel recuperare i documenti dalle rovine del tempio […] ma c’è un particolare su cui tutti gli studiosi concordano: i cavalieri hanno di certo scoperto qualcosa fra le rovine, e questa scoperta li ha resi ricchi e potenti al di là di ogni immaginazione […] I cavalieri pensavano che i documenti cercati dal Priorato fossero sepolti in profondità sotto le rovine, e in particolare sotto il sancta sanctorum […] Per quasi un decennio i nove cavalieri erano vissuti nelle rovine e avevano scavato in totale segretezza nella roccia. […] avevano poi portato via il tesoro ed erano tornati in europa, dove in breve erano diventati potentissimi […] [la Chiesa ha cercato] di comprare il loro silenzio, ma il papa Innocenzo II aveva immediatamente emanato una bolla papale senza precedenti, che attribuiva ai templari un potere illimitato e li dichiarava “una legge in se stessi”, un esercito autonomo, sottratto a qualsiasi interferenza di re e prelati, di religione e politica.[…] Verso il 1300, la bolla papale aveva permesso ai Templari di ottenere un tale potere che il Papa Clemente V aveva deciso di prendere provvedimenti. Operando di concerto con il re di Francia Filippo IV, il papa aveva studiato un'ingegnosa operazione lampo per eliminare i Templari e impadronirsi del loro tesoro, impossessandosi così del segreto che minacciava la Chiesa. Con un'operazione militare degna della CIA, il Papa Clemente aveva inviato ordini segreti sigillati che dovevano essere aperti contemporaneamente dai suoi soldati in tutta Europa il venerdì 13 ottobre del 1307…». 



Anche L. Gardner, in quanto a corbellerie non è da meno, secondo la sua ricostruzione “storica” il compito di proteggere i pellegrini e i luoghi santi dagli infedeli era solo una copertura, anzi, i Templari furono tolleranti ed amichevoli con ebrei e musulmani. In realtà la loro presenza in Terrasanta serviva solo per svolgere la missione di recuperare il tesoro degli Ebrei tra cui c’erano i misteriosi documenti del sangréal e, addirittura, la biblica Arca dell’alleanza, miracolosamente rimasta intatta fino ad allora! A pag. 301 del suo libro afferma: «Sebbene i primi Templari avessero un’affiliazione cristiana, erano noti fautori della tolleranza religiosa, il che permetteva loro di essere diplomatici influenti sia nella comunità ebraica che in quella islamica. Tuttavia, questa associazione liberale con ebrei e mussulmani fu denunciata come “eresia” dai vescovi cattolici e contribuì non poco alla scomunica dei Cavalieri da parte della chiesa di Roma nel 1306».



Quindi tutti gli studi storici sulla religiosità medioevale, sullo spirito crociato, sulla spiritualità degli ordini monastici, sulla guerra santa, ecc… sono tutte sciocchezze! L’istituzione dell’Ordine dei Templari fu tutta una montatura per coprire il vero obiettivo: proteggere la discendenza e recuperare il tesoro del sangréal

Ma allora, molto probabilmente, il Gran Maestro dei Templari, Girardo di Riderford, doveva aver bevuto un po’ troppo se, nel 1187, prima della battaglia di Cresson, arringava così i suoi monaci guerrieri: «Miei carissimi fratelli e compagni d’armi, vi siete sempre opposti a queste genti mendaci e vane, avete reclamato da loro vendetta e ogni volta le avete sconfitte…», oppure il Saladino fu veramente irriconoscente se dopo la battaglia di Hattin, 4 luglio 1187, la più disastrosa sconfitta dei crociati in Terrasanta, fece scannare tutti i Templari caduti prigionieri, tra cui lo stesso Girardo di Riderford, lasciando inaspettatamente in vita il re cristiano di Gerusalemme Guido da Lusingano. Forse non aveva una gran simpatia verso i Templari visto che erano i più irriducibili avversari dell’Islam e che, poco prima della battaglia, si divertirono a bruciare vive tutte le donne musulmane dei paraggi ritenendole streghe e spie. La stessa antipatia devono averla suscitata anche nel sultano mamelucco Baibars, se nel 1250, durante la settima crociata, organizzò a Mansura, in Egitto, una mattanza in cui perirono tutti i Templari al seguito di re Luigi IX di Francia. Oppure i Templari al seguito di re Riccardo “Cuor di Leone”, l’eroe crociato per eccellenza, non dovevano essere stati di buon umore se dopo la caduta di Acri, nel 1191, trucidarono circa 2700 prigionieri islamici. 

Potrei continuare ancora per molto, ma è inutile. La realtà è ben evidente: i cavalieri Templari erano un ordine religioso militare nato per difendere i luoghi santi dagli infedeli e i pellegrini che vi si recavano, mentre D. Brown, L. Gardner e compagnia sono una massa di manipolatori che si diverte a scrivere panzane in barba all’evidenza storica.
I cavalieri Templari costituirono principalmente una organizzazione militare, con le loro ricchezze costruirono diverze fortezze in Terrasanta addestrando quelle che, con ogni probabilità, furono le migliori unità militari del tempo.

Secondo D. Brown i Templari costituivano il cosiddetto braccio armato del “Priorato di Sion”, ma in realtà, come abbiamo visto, questo priorato non è mai esistito, fu solo un parto della fantasia di Plantard. Le uniche notizie certe che abbiamo ci parlano di un Goffredo di Buglione fondatore, all’indomani della conquista di Gerusalemme, nel 1099, di una abbazia di “Nostra Signora del Monte Sion”. Tra l'altro, essendo questa comunità di monaci un'abbazia, era retta da un abate e non da un Priore e, quindi, non può essere chiamata “Priorato”. Questa comunità sopravvisse in Palestina fino alla riconquista musulmana del 1291, i pochi monaci superstiti si trasferirono in Sicilia dove la loro comunità si estinse nel XIV secolo. Fu una semplice comunità monastica, come tante in quel periodo, senza alcun collegamento con i Templari, la Maddalena e Santi Graal di sorta. 

I Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone, meglio noti come Templari, furono un ordine monastico militare cristiano. L’origine di tale ordine si colloca attorno all’anno 1118, quando, subito dopo la prima crociata, nove cavalieri, tra cui anche Andrea di Montbard, zio di S. Bernardo di Chiaravalle, fanno voto di proteggere i luoghi santi ed i pellegrini dai musulmani. Si trattò, quindi, di un fenomeno figlio della spiritualità crociata tipico della Chiesa medioevale. Nove anni dopo la fondazione dell’ordine, il re di Gerusalemme di allora, Baldovino II, così scriveva a S. Bernardo di Chiaravalle, la guida religiosa più prestigiosa dell’epoca: «Baldovino II, per grazia di Gesù Cristo, re di Gerusalemme e principe d’Antiochia, porge il suo deferente ossequio al degno padre Bernardo, abate di Chiaravalle. I frati Templari, da Dio chiamati alla difesa della Nostra Terra […] desiderano ricevere approvazione apostolica e una regola specifica per il loro ordine […] La regola dell’Ordine dei Templari dovrebbe essere tale che s’adatti a uomini viventi fra i torbidi della guerra…». Appare chiaro, quindi, l’intento di conferire ai Templari l’incarico di proteggere militarmente i luoghi santi e i pellegrini. L’ordine fu poi ufficializzato nel 1139 dal papa Innocenzo II con la Bolla “Omne datum optimum” in cui veniva accettata la Regola dei Templari. Tale regola, ispirata dallo stesso S. Bernardo di Chiaravalle, si caratterizzava dalla totale obbedienza alla Chiesa Cattolica, alla sua gerarchia ed al Papa, dall’amore verso i santi e la Madonna e dalla difesa dei luoghi santi e dei pellegrini. Come qualsiasi altro ordine monastico medioevale i Templari conducevano una vita immersa nella preghiera liturgica quotidiana con molte privazioni facendo voto di povertà e castità. S. Bernardo di Chiaravalle esaltò le virtù cristiane e cattoliche dei Templari nella sua opera "De Laude Novae Militiae" dove, tra i vari compiti dell’Ordine, spiccava quello della difesa dei luoghi santi e dei pellegrini.

Il testo ufficiale della Regola dei Templari fu approvato nel 1128 al Concilio di Troyes, in Francia, e in quell’occasione il papa decretò anche l’esenzione dell’ordine. Lungi dall’essere, come afferma quel somaro di D. Brown, un tentativo del papa di comprare il loro silenzio (sic!), l’esenzione degli ordini monastici era una pratica comunissima. Il papa stesso garantiva la loro santità e cattolicità per cui erano esentati dall’autorità episcopale per rendere conto direttamente a lui. Ciò serviva a garantire una maggiore mobilità missionaria e libertà interna, si trattava di un servizio particolare alla Chiesa attraverso la pronta obbedienza al papa. Stessa esenzione fu accordata anche agli Ospitalieri, cioè i cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni Battista e ai cavalieri Teutonici. 

I cavalieri Templari derivano il proprio nome dal fatto che nel 1118 il re di Gerusalemme, Baldovino II, gli assegnò come residenza alcuni locali del palazzo reale situato nelle vicinanze del Tempio di Salomone. E’ quindi totalmente inventata la storia secondo la quale i Templari risedettero all’interno del Tempio per scavare nel Sancta Santorum. Secondo tutta la letteratura-spazzatura fiorita attorno ai cavalieri Templari, questi avrebbero trovato un tesoro nascosto che li avrebbe resi ricchissimi. Ovviamente si tratta di una grossa sciocchezza se non altro perché tra le rovine del tempio non c’era più nulla da trovare. Il primo tempio, quello di Salomone, che doveva contenere la famosa Arca dell’Alleanza, fu saccheggiato e raso al suolo dai Babilonesi di Nabucodonosor nel 598 a.C., a cui seguì la deportazione di parte della popolazione (cattività babilonese). Il secondo tempio, quello fatto costruire da Erode il Grande, da dove Gesù scacciò i mercanti, fu distrutto dai Romani di Tito nel 70 d.C.
Di questa distruzione conserviamo un'eccezionale testimonianza oculare di Giuseppe Flavio nella sua “Guerra giudaica” di cui riporto qualche brano: «Cesare (cioè Tito, n.d.r.) nell’impossibilità di arginare la furia dei soldati, mentre d’altro canto l’incendio si sviluppava inesorabilmente, accompagnato dai suoi generali entrò nel tempio per vedere il luogo sacro e gli oggetti in esso contenuti, che superavano di gran lunga la fama che ne correva fra gli stranieri e non erano inferiori al vanto e alla gloria che se facevano i giudei […] Mentre il tempio bruciava, gli assalitori saccheggiarono qualunque cosa capitava […] l’altezza del colle e la grandezza dell’edificio in fiamme davano l’impressione che bruciasse l’intera città, […] Incendiarono inoltre le stanze del tesoro, in cui erano riposti un’infinità di denaro, di vesti preziose e altri oggetti di valore: in una parola tutta la ricchezza dei giudei, avendovi i signori trasferito tutto ciò che tenevano nelle loro case. […] Tutti i soldati avevano fatto tanto di quel bottino, che in tutta la Siria l’oro scese alla metà del valore di prima […] Per i capi e le loro bande l’ultima speranza era rappresentata dalle gallerie sotterranee; rifugiatisi la dentro pensavano di non essere ricercati, e quando poi, completata l’espugnazione della città, i romani se ne sarebbero andati, essi contavano di venir fuori e di svignarsela. Ma questo non era che un sogno, perché erano destinati a non sfuggire né al dio né ai romani […] In quei giorni un sacerdote di nome Gesù, figlio di Thebuthi, ottenuta da Cesare la promessa della grazia se avesse consegnato qualcuno dei preziosi oggetti sacri, venne fuori portando due candelabri che erano stati nascosti nel muro del tempio, e inoltre tavole e vasi e coppe, tutto d’oro massiccio; per di più consegnò i veli e i paramenti dei sommi sacerdoti con le gemme preziose e molti arredi per le cerimonie di culto. Fu poi anche catturato il tesoriere del tempio, di nome Finea, che tirò fuori le tuniche e le cinture dei sacerdoti, e gran quantità di stoffe colorate di porpora e di rosso conservate per riparare il velario del tempio, e un’infinità di cinnamomo, di cassia e di ogni altro profumo, che venivano mescolati e bruciati quotidianamente per incensare il dio. Egli consegnò anche molti altri oggetti preziosi e non pochi paramenti sacri, e così si guadagnò il perdono riservato ai disertori sebbene fosse stato catturato con le armi…» Giuseppe Flavio – (Guerra giudaica VI, 4-8).

Il tempio fu, quindi, letteralmente spogliato di tutto e completamente distrutto. I Romani s’impossessarono di un tesoro enorme tanto che a Roma ne è rimasta una memoria famosissima. Nel foro, tra il tempio dedicato alla dea “Roma” e i primi palazzi imperiali del Palatino, all’inizio della via Sacra, sorge il celebre arco di trionfo in onore della vittoria di Tito sui Giudei. In una delle due pareti interne è raffigurato il corteo che sfila in trionfo ed è chiaramente visibile il tesoro trafugato dal tempio da cui svetta una enorme menorah (uno dei grandi candelabri d’oro a sette bracci che ornavano il Sancta Santorum, n.d.r.). Successivamente, dopo la seconda ribellione giudaica del 135 d.C., soffocata nel sangue dall’Imperatore Adriano, Gerusalemme fu romanizzata e ribattezzata Aelia Capitolina. Sul luogo dove sorgeva il tempio di Erode ne fu innalzato uno nuovo in onore a Giove Ottimo Massimo Capitolino. Nel 638 d.C., durante la prima fase dell’espansione islamica, Gerusalemme fu conquistata dal califfo Omar e sottoposta a saccheggi e distruzioni. Su ciò che restava del tempio i musulmani costruirono due moschee ancora oggi visibili, la grande moschea di Omar con la sua cupola dorata e la moschea di Al Aqsa

La balzana idea di poter ancora trovare un tesoro favoloso in un luogo noto come il tempio di Gerusalemme dopo il passaggio di Babilonesi, Persiani, Seleucidi, Romani, Omayyadi, Abbasidi, Fatimidi, Turchi Selgiuchidi e Ottomani poteva venire solo ad ignoranti come D. Brown e i suoi accoliti.
L’enorme ricchezza posseduta da questo ordine monastico derivò, invece, proprio dall’esenzione di cui godette. Questo status permise ai Templari di sottrarsi al pagamento di tasse e gabelle del potere temporale e di esigere le decime. Successivamente, per oltre due secoli, l’ordine fu abbondantemente gratificato da lasciti e donazioni. Possedevano in tutta Europa terre, castelli, casali, aziende agricole, che organizzarono in modo tale da costituire un sistema di rifornimento per i loro eserciti in Terrasanta. L’Ordine dei Templari ebbe le sue più importanti basi in Sicilia, ma specialmente in Puglia, per via della sua posizione strategica, tanto che si può parlare di una vera e propria provincia templare dell’Apulia (XII secolo). Trani, Molfetta, Barletta, Brindisi, Matera, Bari, Andria e Foggia ospitarono insediamenti dell’ordine. Altra importantissima attività dell’ordine fu il controllo economico dei traffici mercantili e militari con l’oltremare, attraverso lo sviluppo di vere e proprie attività bancarie.

Fu proprio questa sua enorme ricchezza che decretò, paradossalmente, la fine dell’Ordine dei Templari. Bisogna, infatti, precisare che le affermazioni di D. Brown e dei suoi compari circa una feroce persecuzione dei Templari perpetrata dalla Chiesa volta a distruggere il famoso “segreto”, sono del tutto false, senza alcun fondamento storico. Il problema di questa letteratura da quattro soldi è proprio la mancanza della più elementare nozione storica, sono tutte indegne panzane date a bere ad un esercito di creduloni. Basta consultare un qualsiasi testo storico sull’argomento per scoprire che, in realtà, fu il re di Francia, Filippo IV, detto “il Bello”, oppresso dai debiti e desideroso d’impadronirsi dell’immenso tesoro dei Templari, ad organizzare una vera e propria azione di polizia arrestando, contemporaneamente, il 14 settembre 1307, tutti i monaci templari del suo regno e confiscando i loro beni.

Per capire bene come andarono le cose occorre ripercorrere brevemente la storia di quegli anni. Nel XIII secolo il re di Francia, Filippo IV, “il Bello”, dopo aver abbandonato la politica di pace con l’Inghilterra dell’illuminato regno del santo re Luigi IX, attaccò, nel 1294, il feudo di Guascogna, sotto sovranità inglese, venendosi a trovare ben presto nell’assoluta necessità di reperire i fondi necessari per sostenere lo sforzo bellico. Per poter attuare questo duplice disegno, libertà d’azione e reperimento dei fondi, il re di Francia ebbe la necessità avere la Chiesa sotto il suo assoluto controllo. A questo progetto si oppose fieramente papa Bonifacio VIII che condannò aspramente, con la bolla “Unam Sanctam”, le sempre più pressanti ingerenze del re negli affari della Chiesa. Iniziò, così, un vero e proprio braccio di ferro tra la Chiesa ed il regno francese. A motivo della guerra, Filippo IV impose la tassazione del clero passando sopra ad ogni ostacolo, come la condanna a morte del vescovo di Pamiers che si era opposto. La diplomazia del re prese a sostenere la famiglia nobiliare dei Colonna, che erano i principali avversari del papa. Ritenendo che le dimissioni del precedente papa, Celestino V, non erano canonicamente accettabili, il re e i Colonna, contestavano la legittimità dell’elezione di Bonifacio VIII. La crisi s’inasprì talmente che il re, appoggiato dai Colonna, cercò perfino di catturare il papa per poterlo processare e condannare. E’ il famoso episodio passato alla storia come lo “schiaffo di Anagni”. Il papa fu subito liberato, ma, forse, a causa degli stenti e stremato dagli eventi, morì poco dopo senza aver avuto il tempo di pronunciare la scomunica di Filippo IV, che aveva già preparato.
Avendo finalmente il campo libero e reputandosi al di sopra di ogni potere, dopo il brevissimo pontificato di Benedetto XI (1303-1304), Filippo IV riuscì a condizionare, attraverso i cardinali suoi sudditi, il lunghissimo conclave che si tenne a Perugia fino ad imporre l’elezione al soglio pontificio di Clemente V, il debole e malato arcivescovo di Bordeaux, che fu incoronato papa nel 1305 a Lione alla sua presenza. Il controllo esercitato dal re era divenuto così potente che la sede papale fu trasferita da Roma ad Avignone, ritenuta città più sicura. 
A questo proposito è penoso constatare l’ennesima figura da somaro che l’impietoso D. Brown riserva al suo “storico” Teabing. A pag. 397 de “Il Codice da Vinci” si legge: «…Langdon pensò alla famosa cattura dei templari nel 1307, lo sfortunato venerdì 13, allorché il papa Clemente aveva ucciso e sepolto centinaia di templari. “Ma ci evono essere centinaia di tombe di cavalieri uccisi dai papi”. “Aha, niente affatto!” rispose Teabing. “Molti di loro vennero bruciati sul rogo e i loro resti gettati nel Tevere senza tante preoccupazioni….». Essendo il papa ad Avignone, piuttosto di Tevere bisognerebbe parlare di Rodano… 

L’ultimo ostacolo per la realizzazione del progetto del re di assumere il totale controllo della Chiesa fu proprio l’ordine dei Templari. Questi monaci, avendo fatto il voto dell’assoluta obbedienza al papa, ne avevano preso le parti e lo avevano sostenuto, anche e soprattutto, finanziariamente, nella lotta contro il re. Contrariamente alle farneticazioni di D. Brown e soci, l’arresto e la condanna dei Templari è un episodio che deve essere inserito nel disegno di Filippo IV di costituire una chiesa di stato che fosse conforme alle sue direttive i cui beni, tra i quali quelli innumerevoli dei Templari, fossero a sua completa disposizione.

Così, il 22 novembre 1307, il re mise il papa Clemente V di fronte al fatto compiuto. Davanti alle accuse di empietà, come lo sputo sulla croce e la sodomia, e a confessioni, non proprio “spontanee”, dei monaci arrestati, il pontefice non ebbe la forza di opporsi e, pur di mantenere i rapporti con la corona francese, fu costretto, con la bolla “Pastoralis præminentiæ”, a porre in arresto tutti i Templari. Successivamente, il 12 agosto 1308, Clemente V sciolse l’Ordine con la bolla “Faciens misericordam” affermando che i Templari erano ormai inutili, in quanto la Terrasanta irrimediabilmente in mano ai musulmani, e invisi al re di Francia.


Ma ciò che D. Brown si guarda bene dal dire è che, qualche anno dopo, nel 1314, il papa Clemente V, resosi conto di essere stato ingannato dal re, perdonò e revocò la scomunica a tutti i Templari assolvendo da tutte le accuse il Gran Maestro Jacques de Molay che era stato arso vivo a Parigi (B. Frale, “I Templari” il Mulino, Bologna, 2004)
Questo fatto è stato confermato dai recenti studi della studiosa Barbara Frale che, potendo accedere agli archivi Vaticani, ha rivisitato i verbali dei processi e scoperto documenti da cui si evince la riabilitazione dell’ordine. Tra questi l'importantissima pergamena di Chinon un documento scoperto nel 2001 dalla Frale presso l'Archivio Segreto Vaticano. Questo documento dimostra che nel 1308 papa Clemente V concesse l'assoluzione sacramentale al Gran Maestro Jacques de Molay e ai restanti cavalieri templari che erano stati accusati e condannati. Il papa tolse loro ogni scomunica e censura riammettendoli nella comunione della Chiesa cattolica. (B. Frale "Il Papato e il processo ai Templari" Viella, Roma, 2003).

Non ci fu, quindi, alcun complotto o persecuzione, ma solo una triste storia di ingerenza e prevaricazione del potere temporale su quello religioso. L’aspetto più paradossale di tutta questa storia è che D. Brown e i suoi accoliti sono talmente ignoranti da non sapere che esaltare i Templari equivale a rivalutare le tanto bistrattate crociate ed approvare l’operato la Chiesa medioevale.



Puro folclore sono, poi, da considerare le fesserie che D. Brown scrive sul conto dei Templari. Egli, infatti, afferma come questi, in possesso dell’arcana sapienza della “geometria sacra”, riuscirono ad edificare le famose cattedrali gotiche in cui gli elementi architettonici riproducevano la vagina femminile. Oppure le chiese costruite dai Templari dalla caratteristica pianta rotonda, vero e proprio tributo al “sacro femminino”. E’ inutile dilungarsi su tali sciocchezze, sono tutte stupidaggini senza alcun riscontro storico. Infatti i Templari non ebbero nulla a che fare con le cattedrali gotiche del loro tempo che, invece, furono commissionate dal clero cattolico e realizzate da maestranze laiche. La rotondità delle chiese templari non sono un tributo segreto al “sacro femminino”, prima di tutto perché la rotondità di per se non fu mai un oltraggio alla chiesa Cattolica, ma, piuttosto, perché riproducevano la pianta circolare della cupola della roccia (la moschea di Omar, n.d.r.) posta sulla spianata del Tempio di Gerusalemme che i Templari, nella loro ignoranza, pensavano fossero le vestigia dell’antico santuario di Salomone. Quanto alle vagine femminili nascoste nell’architettura gotica penso sia un fenomeno da imputare all’alto tasso di testosterone di D. Brown.

Ne “Il Codice da Vinci” le ultime pagine sono dedicate al mistero che sarebbe celato nella cripta della Rosslyn chapel , una chiesetta situata in Scozia nel paesino di Rosslyn. Secondo D. Brown questa cappella sarebbe un vero e proprio tempio templare dove i monaci guerrieri avrebbero nascosto il loro favoloso tesoro. Ovviamente si tratta di una trovata per dare al romanzo una spruzzata di mistero delle Highlands scozzesi. Costruita nel 1447, questa cappella è la tomba di famiglia della famiglia dei Sinclair, mentre gli ultimi Templari attestati in Scozia sono del 1307, circa 140 anni prima. Al suo interno non è riscontrabile alcuna simbologia tipica dei templari e nella cripta non è mai stato trovato un tesoro. Nella cripta i Sinclair hanno da sempre tumulato tutti i loro antenati senza mai accorgersi di alcunché di anomalo.

giovedì 22 giugno 2017

Parte XXI - Il Priorato di Sion

Penso valga la pena spendere qualche riga per analizzare brevemente gli sviluppi di questa incredibile fesseria della nascita e della diffusione della discendenza di Gesù. Abbiamo già visto come questi testi, dal punto di vista storico, siano una vera e propria spazzatura, ebbene si confermano come tali fino alla fine. Con una leggerezza disarmante questi testi citano luoghi, fatti e personaggi storici facendosi letteralmente beffe della realtà storica. Eppure il periodo storico evocato non è poi così distante dai nostri giorni, stiamo parlando dei primi secoli del secondo millennio, abbiamo a disposizione una gran quantità di documenti, ma, nonostante ciò, vengono propinate, e spacciate come fatti realmente accaduti, delle assurdità pazzesche che farebbero impallidire anche lo studente più fuori corso della facoltà di lettere. 

Secondo questi “autori” la discendenza di Gesù sarebbe stata accudita e preservata dalle angherie della Chiesa Cattolica da una misteriosa confraternita nota col nome di Priorato di Sion. A conoscenza di questo “segreto” ci sarebbero stati anche altre persone ossia il famoso ordine di cavalieri dei Templari e la setta eretica dei Catari, che, proprio per questa loro “conoscenza” sono stati impietosamente annientati da una inflessibile e sanguinaria Chiesa Cattolica. Purtroppo ci troviamo di fronte all’ennesima stupidaggine, intrisa di anticlericalismo, fatta passare per vera che sfrutta, penosamente, alcuni delicati momenti della storia della Chiesa per catturare l’attenzione degli sprovveduti. Come vedremo la “veridicità” delle fonti storiche presentate da D. Brown è una tale bufala da lasciare sbigottiti. 

Vera e propria rivelazione, propinata da D. Brown nel suo libro, è l’esistenza della società segreta nota come Priorato di Sion. A pag 189 de “Il Codice da Vinci” si può leggere: «… Il Priorato di Sion fu fondato a Gerusalemme nel 1099 da un re francese chiamato Goffredo di Buglione, immediatamente dopo la conquista della città. Si diceva che re Goffredo fosse il depositario di un importantissimo segreto, un segreto conservato dalla sua famiglia fin dai tempi di Cristo. Temendo che il segreto potesse andare perso alla sua morte, fondò una fratellanza occulta, il Priorato di Sion, e la incaricò di proteggere il segreto passandolo tacitamente da una generazione all’altra. Nel corso degli anni in cui ebbe sede a Gerusalemme, il Priorato aveva appreso di alcuni documenti segreti sepolti sotto le rovine del tempio di Erode, che era stato costruito sulle vestigie del tempio di Salomone. Quei documenti rafforzavano il grande segreto di Goffedo e avevano una natura così esplosiva che la Chiesa non si sarebbe fermata davanti a nulla, pur di impadronirsene. […] Per recuperare i documenti dalle rovine, il Priorato creò un proprio braccio militare, un gruppo di nove cavalieri chiamato l’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone. Più noto come i templari». Per conferire un minimo di veridicità a questa stupidaggine D. Brown, trionfalmente, ci fa sapere che le “prove” di tutto quello che dice esistono e si trovano a Parigi presso la Biblioteca Nazionale. Leggiamo a pag. 242 de “Il Codice da Vinci”: «… i Gran Maestri precedenti erano figure famose e apprezzate con propensione per l’arte. La prova era stata scoperta anni prima nella Bibliothèque Nazionale di Parigi, nelle carte note come “Les Dossier Secrets”, i dossier segreti. Tutti gli storici del Priorato e tutti gli appassionati del Graal li avevano letti. Catalogati al numero 4°-lm1-249, la loro autenticità era stata stabilita da molti esperti; confermavano in modo incontrovertibile quello che gli storici sospettavano da molto tempo, ossia che tra i Gran Maestri del Priorato fossero compresi Leonardo, Botticelli, Newton, Victor Hugo e, più recentemente, Jean Cocteau, il famoso artista parigino…». 

D. Brown copia tutta questa storia da “The Holy Blood and the Holy Graal” di M. Baigent, R. Leigth ed H. Lincoln, i quali a loro volta riprendono un’invenzione elaborata da un gruppetto di esoteristi che opponendosi alla borghesizzazione dello Stato favoleggiavano un ritorno della monarchia in Francia. A guidarli c’era un certo Plantard che si riteneva il legittimo pretendente al trono di Francia (sic). Tutta questa vicenda nacque, quindi, dalla mente disturbata di un visionario come Plantard, il quale, per costruirsi la prova di quello che andava affermando fondò nel 1956 ad Annemasse, cittadina francese vicino alla Svizzera, una società che chiamò, appunto, “Priorato di Sion”. Ovviamente in questo nome non c’era alcun riferimento alla famosa altura gerosolimitana, ma ad una vicina montagna della zona. Plantard, successivamente, manipolò una vecchia storia di un curato di campagna, un certo Sauniére, che a Rennes-le-Château, un paesino francese vicino ai Pirenei, si diceva avesse trovato un tesoro. Cominciò a scrivere un manoscritto e a fabbricare delle false pergamene che mostravano la sopravvivenza di una linea Merovingia di re Franchi. Fece intendere che tali documenti fossero il tesoro ritrovato da Sauniére nella cripta della sua chiesetta, e li depositò alla Biblioteca Nazionale di Parigi. L’autore materiale delle false pergamene fu un certo Philippe de Chérisey che confessò tutto, lamentandosi perfino di non aver percepito il compenso pattuito. Esistono tuttora le lettere del suo avvocato (“Il Codice da Vinci”: ma la storia è un’altra cosa” di Massimo Introvigne – www.cesnur.org – L’autore visitando il sito www.priory-of-sion.com ha riportato la lettera dell’avv. B. Boccon-Gibod a Philippe de Chérisey, dell’8 ottobre 1967, in cui parla di documenti : «de votre fabrication et déposés à mon étude»). Successivamente Plantard, avendoci provato gusto, inventò un origine mitica a questo suo Priorato spargendo voce che sarebbe stato fondato da Goffredo di Buglione durante la prima crociata nel 1099. 

Questa storia attirò, così, l’attenzione del magnifico trio, M. Baigent, R. Leigth ed H. Lincoln, che inserirono tutto nel loro “The Holy Blood and the Holy Graal” riscuotendo un grande successo. La comunità scientifica, però, bocciò severamente il lavoro dei tre definendolo, con dovizia di particolari, un’autentica falsità. Vistosi così pubblicamente screditato, Plantard tentò, nel 1989, di ridarsi un minimo di credibilità e salvare il suo folle programma affermando che in realtà il Priorato sarebbe stato fondato nel 1681 a Rennes-le-Château. Sostenne, inoltre, che ad essere stato Gran Maestro del Priorato era stato anche un certo Roger-Patrice Pelat. Quest’ultimo era un amico dell’allora presidente francese François Mitterrand ed era al centro di uno scandalo che coinvolgeva il Primo Ministro francese Pierre Bérégovoy. Plantard fu inquisito dalla magistratura francese e la sua abitazione sottoposta a perquisizione che rinvenne una gran quantità di documenti falsi che proclamavano Plantard come il vero re di Francia. A questo punto Plantard confessò che si era inventato tutto, anche il coinvolgimento del Pelat, si ritirò a vita privata rinunciando per sempre alle sue maniacali fantasie finché non morì a Parigi il 3 febbraio del 2000.

I documenti citati da D. Brown a pag. 242 del suo libro sono, quindi, falsi; tutta la storia del Priorato di Sion, che è il filo conduttore de “Il Codice da Vinci”, è falsa; Goffredo di Buglione (che per quell’asino di D. Brown sarebbe stato un re, mentre fu solo il Duca della Bassa Lorena, n.d.r.) non ha mai fondato una società del genere e la storia che personaggi del calibro di Leonardo da Vinci, Isaac Newton o Victor Hugo ne abbiano fatto parte è una bufala vera e propria. 

Purtroppo siamo di fronte ad una squallida storia di falsità, plagi e meschinità varie, basate sulle farneticazioni di un folle e trasformate in best-seller letterari e cinematografici da una pletora di profittatori senza scrupoli.

Ne “Il Codice da Vinci” uno degli efferati omicidi del monaco dell’Opus Dei, Silas, avviene nella chiesa parigina di Saint Sulpice. Secondo D. Brown questa chiesa sarebbe stata la sede del Priorato di Sion. La chiesa, come tributo segreto al femminino sacro, sarebbe stata costruita su un antico tempio egizio dedicato alla dea Iside. Ad attestarlo sarebbero l’obelisco e la linea di ottone sul pavimento dove passava la cosiddetta linea della rosa, presenti al suo interno. Inoltre nella chiesa campeggiano ben visibili le lettere “P” e “S”, cioè Priorato di Sion. 

Non c’è che dire, bella trovata, ma la realtà è diversa. Innanzitutto nessun tempio egizio, la chiesa di Saint Sulpice è stata fondata nel medioevo dall’abbazia di S. Germain des Près per servire i contadini di quella zona di campagna. Obelisco e linea di ottone non sono rimandi ad antiche vestigia egizie, ma le componenti di un comunissimo “gnomone” astronomico del XVIII secolo che serviva a calcolare la data della Pasqua. Infine, le lettere “P” e “S” riscontrabili all’interno della chiesa non stanno per “Priorato di Sion”, ma indicano i santi a cui è stata intitolata cioè San Pietro e San Sulpizio, quest’ultimo l’arcivescovo di Bourges nel VI secolo.

giovedì 25 maggio 2017

Parte XX – Leonardo da Vinci

Il romanzo di D. Brown deriva il suo titolo dal famoso artista e scienziato italiano del Rinascimento Leonardo da Vinci (in realtà dal posto in cui è nato, visto che quell’ignorante di D. Brown pensa sia il suo cognome, n. d. r.). Ci si potrebbe chiedere (giustamente) cosa centri in tutta questa storia Leonardo da Vinci, eppure D. Brown riesce a raccontare una assurdità tale che, paradossalmente, diviene il filo conduttore del suo romanzo, nonché l’idea vincente per le illustrazioni della copertina del suo libro (ma anche per le locandine del film e per le scatole del videogioco al libro ispirati). 

A pag 285 de il “Codice da Vinci” si può leggere la seguente assurdità: «…Langdon sorrise. “In effetti, il Santo Graal comparve davvero nell’Ultima Cena. Leonardo l’ha messo in un posto molto visibile”…Sophie esaminò la figura alla destra di Gesù. A mano mano che studiava la sua faccia e il suo corpo era sempre più stupita. La persona raffigurata aveva lunghi capelli rossi, delicate mani giunte e il seno appena accennato. Era senza dubbio femmina. “Ma è una donna!” esclamò. Teabing rideva. “Sorpresa, sorpresa. Mi creda non si tratta di un errore. Leonardo era abilissimo nel ritrarre le differenze tra i sessi” […] ”Nessuno se ne accorge mai” disse Teabing. “I nostri preconcetti su quella scena sono talmente forti che la nostra mente cancella l’incongruenza e ci fa vedere quello che non c’è”…Sophie si avvicinò ancor più all’immagine. La donna alla destra di Gesù era giovane e aveva l’aspetto pio, un viso dall’espressione piena di discrezione, bellissimi capelli rossi e mani tranquillamente giunte. “Questa è la donna che da sola poteva far crollare la Chiesa? Chi è?” chiese. “Quella donna, mia cara” rispose Teabing “è Maria Maddalena” […] ”L’Ultima Cena grida praticamente a tutti che Gesù e Maria Maddalena erano una coppia di sposi” […] ”osservi come Gesù e la sua sposa sembrano uniti in corrispondenza del fianco e si allontanano l’uno dall’altra per creare uno spazio vuoto ben delineato tra loro”…il segno “femminile”: V. […] “se osserviamo Gesù e Maddalena come elementi compositivi e non come persone, vediamo balzare fuori un’altra forma. Una lettera dell’alfabeto”…In centro all’affresco c’era l’inconfondibile profilo di una enorme, precisa lettera “M”…”I teorici dei complotti le diranno che sta per matrimonio o per Maria Maddalena” […] disse Langdon, indicando l’Ultima cena. “Questo è Pietro. Vedi che Leonardo sapeva come la pensasse a proposito di Maria Maddalena?” Anche ora, Sophie rimase senza parole. Nell’affresco, Pietro era piegato minacciosamente verso la donna e la sua mano simile ad una lama faceva il gesto di tagliarle il collo. Lo stesso gesto di minaccia che si poteva vedere nella Vergine delle Rocce!...».

Senza dubbio un’ottima operazione di promozione del proprio romanzo, tirare in ballo un’opera così nota per dire che vi è nascosto un riferimento segreto di cui nessuno se ne era mai accorto è sicuramente un colpo di genio. Ovviamente non c’è niente di vero, ma se serve per fare effetto, D. Brown non si fa scrupoli coinvolgendo Gesù e gli apostoli in una gazzarra d’osteria banalizzando un momento della vita di Gesù così sacro per la fede cristiana.

Per confutare la lettura di D. Brown non occorre essere un critico d’arte, basta aprire una enciclopedia, visitare qualche sito web sull’argomento oppure, semplicemente, guardare il dipinto.

Leonardo dipinse l’”Ultima cena” tra il 1494 ed il 1497 per decorare un lato corto del refettorio della comunità dei padri domenicani di S. Maria delle Grazie, a Milano. Contrariamente a quello che comunemente si pensa l'opera non è un affresco, infatti Leonardo dipinse l’intonaco asciutto, come se fosse un tela, per avere a disposizione tempi realizzativi più lunghi. Come è noto la tecnica dell’affresco prevede la pittura sull’intonaco ancora fresco in modo che questo, asciugandosi, incorpori saldamente il colore garantendo una lunghissima tenuta. Per questo motivo l’”Ultima cena” è giunta sino a noi molto deteriorata. Leonardo fu ingaggiato per quel lavoro dal Duca della città, Ludovico il Moro, molto amico della comunità, tanto che il convento divenne il mausoleo della sua famiglia. Leonardo, quindi, non dipinse in un luogo appartato o di scarsa importanza dove non avrebbe corso il pericolo di vedere scoperto il suo “segreto”, bensì, realizzò la sua opera pittorica dalle dimensioni più grandi in una delle strutture più grandi e per una delle autorità italiane più importanti del tempo. Infatti nessuno considerò blasfemo o apertamente anticattolico il dipinto. Non i frati, non il Priore, padre Vincenzo Bandello, il cui nipote, novizio domenicano, addirittura, nelle sue novelle descrisse in modo dettagliato il modo di lavorare di Leonardo alle Grazie, senza riportare alcunché di anomalo. Persino la soldataglia napoleonica, nel 1800, considerò il refettorio un luogo così cattolico da trasformarlo, per sfregio, in stalla per ben tre anni.

L'Ultima Cena di Leonardo

Per tradizione tutti i refettori conventuali dei vari ordini religiosi cattolici sono decorati con la scena dell’ultima cena dove Gesù trasforma il pane e l’acqua nel suo corpo e sangue gloriosi, ma stavolta Leonardo vuole riprodurre il momento in cui Gesù annuncia agli apostoli che uno di loro lo tradirà. Viene rappresentato l’attimo appena precedente la rivelazione dell’identità del traditore. «Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà» (Gv 13, 21). Il dipinto va, quindi, interpretato alla luce dei versetti dal 21 al 27 del capitolo 13 del vangelo di Giovanni. Per questo motivo non compaiono sulla tavola, davanti a Gesù, i classici simboli eucaristici del pane e del calice. Si può notare, invece, che conformemente al versetto 22: «I discepoli si guardarono gli uni e gli altri, non sapendo di chi parlasse», gli apostoli sono raffigurati scandalizzati, ognuno nell’atto di domandarsi chi possa essere il traditore. Subito alla sinistra di Gesù c’è Tommaso che si protende verso il Signore alzando il dito, che poi metterà nel suo costato una settimana dopo. Seduto vicino a Gesù c’è, però, Giacomo il maggiore che appare inorridito dalla notizia. Egli e suo fratello, Giovanni, sono seduti uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, immagine che richiama il passo di Marco 10, 37, cioè la richiesta di poter sedere nel regno dei cieli, alla destra ed alla sinistra del Signore. Subito dopo c’è Filippo che si porta le mani al petto. Leonardo attribuisce a lui la frase di Matteo 26, 22: «Sono forse io?». Parimenti anche i terzetti posti agli estremi della tavola, alla sinistra di Gesù, Matteo, Taddeo e Simone, ed alla destra, Andrea, Giacomo il minore e Bartolomeo, sono raffigurati come sconvolti ed increduli, pieni di amara sorpresa. 

Il terzetto subito alla destra di Gesù è formato da Giovanni, Pietro e Giuda, anch’esso è raffigurato da Leonardo nell’attimo appena precedente la rivelazione dell’identità del traditore. Leggiamo Giovanni 13, 23-25: «Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Di’, chi è colui a cui si riferisce?” Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù , gli disse: “Signore chi è?”». Leonardo traduce in immagini questi versetti, infatti Pietro con un cenno si avvicina a Giovanni per potergli parlare e lui si piega verso di lui per poterlo ascoltare. E’ per questo motivo che si forma lo spazio vuoto tra Giovanni e Gesù, e siccome sono seduti vicino, tale spazio ha una vaga forma a “V”. Solo un eccitato farneticante come D. Brown poteva vederci una vagina stilizzata.
Giovanni, Giuda e Pietro
Coerentemente con il racconto evangelico Pietro ha l’espressione infuriata perché vuole sapere subito chi è il traditore e il coltello che tiene nell’altra mano tradisce le sue drastiche intenzioni. Più tardi, infatti, non esiterà, nell’orto del Getsemani, a tagliare l’orecchio al servo del Sommo Sacerdote, Malco (Mt 26, 1). Egli non ha nulla contro la figura a cui si rivolge, questa, infatti ha un’espressione tranquilla ed abbandonata. E’ Giovanni, efebico, raffigurato secondo la classica iconografia del tempo, è l’unico senza barba ed ha lunghi capelli perché è solo un giovinetto (dove poi, D. Brown, riesca a vedere un seno femminile rimane un mistero, n.d.r.). L’unico apostolo non visibile in viso è Giuda, il traditore, egli, pur essendo seduto alla stessa tavola, appare come separato da tutti gli altri apostoli è ormai una presenza aliena, non fa più parte della comunità degli apostoli, «E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui» (Gv 13, 27).

Al centro del dipinto c’è Gesù, Egli è fisicamente separato da tutti gli apostoli, siamo in un momento solenne in cui il Figlio di Dio è solo di fronte al male assoluto, la sua figura è iscritta in un triangolo equilatero perfetto, Egli è il centro di tutto, la salvezza dell’uomo si compie attraverso il dono della sua vita, tutte le linee di prospettiva del dipinto partono da questo triangolo. Con la mano destra Gesù sta per prendere il boccone che indicherà in Giuda il traditore, mentre la sinistra è aperta in segno di abbandono alla volontà del Padre. E’ il simbolo dell’offerta perfetta di Gesù che si lascia travolgere dal male supremo per trasformarlo in salvezza, è la prefigurazione della sua morte e resurrezione. 

Di fronte a temi così importanti e profondi della fede cristiana, magistralmente espressi dal genio leonardesco, è difficile mantenere la calma nel leggere, e saper universalmente divulgate, le cretinate di quel mentecatto di D. Brown. Questo ignorante completo vede vagine e falli stilizzati, inesistenti misteriose “M”, toglie Giovanni dall’”Ultima cena” per inserirci la Maddalena quando, invece, gli apostoli presenti erano dodici, crede di vedere un gesto minaccioso nel dito dell’angelo che indica S. Giovannino in la “Vergine delle rocce”, altro dipinto leonardesco. 

Purtroppo chiunque ha letto il “Codice da Vinci” non è poi riuscito a resistere alla tentazione di analizzare l’”Ultima cena” di Leonardo. Quante persone si saranno rese conto delle assurdità sparate da D. Brown? E quante no? Queste domande mi fanno rabbrividire.

Inevitabilmente D. Brown tira in ballo anche altre opere di Leonardo, tra queste il famoso dipinto della “Gioconda”. A pag. 145 de “Il Codice da Vinci” si legge: «…la sua Monna Lisa non è né maschio, né femmina, contiene un sottile messaggio di androginia. E’ una fusione dei due sessi […] non solo la faccia di Monna Lisa ha un aspetto androgino, ma il suo nome è un anagramma della divina unione tra maschio e femmina. E quello, amici, è il piccolo segreto di Leonardo, e la ragione del sorriso saputo di Monna Lisa». Secondo D. Brown l’anagramma nascosto nel nome della Monna Lisa sarebbe un riferimento al dio egizio Amon, ritenuto il dio maschile della fertilità, e la dea egizia Iside, ritenuta la versione femminile di Amon. 

Questa stupidaggine colossale D. Brown la copia di sana pianta da “La rivelazione dei Templari: i Guardiani della vera identità di Cristo” di L. Picknett e C. Prince, un testo universalmente ritenuto di nessuna validità storica. Basta pensare che i suoi autori affermano come un fatto certo che la Sacra Sindone di Torino sia un autoritratto fotografico di Leonardo da Vinci (sic!). Si tratta, invece, solo di un giochetto con termini che vagamente si assomigliano tra loro: “Monna” con “Amon e “Lisa” con “Iside”. Inoltre, contrariamente alle corbellerie che scrive Brown, Amon non è il dio egizio della fertilità, bensì la versione tebana del dio di Eliopoli Atun, cioè il dio primordiale. Queste divinità assumono, semmai, i connotati di creatori solo in associazione con il disco solare, cioè Ra, così abbiamo Amon-Ra e Atun-RaIn realtà non c’è alcun mistero, infatti è risaputo, come ci informa il Vasari, che la “Gioconda” è il ritratto di una donna realmente esistita, cioè Madonna Lisa, moglie di Francesco di Bartolomeo del Giocondo che lo commissionò a Leonardo nel 1503.