venerdì 16 novembre 2018

Biglino ed il libro della Sapienza

Come è noto Biglino, lo studioso piemontese che ritiene la Bibbia un libro che non parla di Dio, fonda molto del suo argomentare sulla contestazione delle traduzioni comunemente accettate del testo ebraico biblico. Altre volte, invece, Biglino si lancia in congetture del tutto assurde che presenta come autentiche rivelazioni destinate, secondo lui, a smantellare inesorabilmente tutta la falsa impalcatura di menzogne costruita dalla teologia (sic). Tra queste rivelazioni ce n’è una veramente particolare che riguarda il libro della Sapienza, un testo deuterocanonico, cioè uno scritto che confluì solo in un secondo momento nel canone della Bibbia cristiana. Biglino nelle sue conferenze afferma: 


Fra sei, sette, otto anni scoppierà una bomba, ad orologeria, che è il libro della Sapienza. Un libro che i cristiani hanno dichiarato ispirato da Dio, ma adesso, man mano che vanno avanti gli studi, è diventato ormai certo che è stato finito di scrivere venti anni dopo la morte di Gesù Cristo. Ma il libro della Sapienza non sa che Gesù Cristo è risorto e quando parla di quella figura lo definisce uno degli uomini giusti, ma mai il Figlio di Dio. E’ l’ultimo libro scritto dell’antico testamento, ma siccome loro già sapevano che se l’avessero messo vicino ai vangeli ciò avrebbe comportato qualche domanda. E così anche se è stato l’ultimo scritto è stato messo sette, otto posizioni più indietro, in modo che non si faccia il collegamento. Ma quando sarà ufficiale e, di fatto, lo è già, che il libro della Sapienza è stato scritto dopo la morte di Gesù Cristo, e non sa che Cristo è risorto, non potranno più farci nulla perché l’hanno dichiarato testo sacro ispirato da Dio. Ed è una bomba ad orologeria, sette anni, dieci, scoppierà, non c’è niente da fare”. 

Biglino afferma che la datazione del libro della Sapienza sia stata recentemente ed ufficialmente stabilita a vent’anni dopo la morte di Gesù, quindi all’incirca nel 50 d.C. Quindi, siccome il libro della Sapienza sarebbe stato scritto vent’anni dopo la morte di Gesù, per Biglino il fatto che non vi sia riportata alcuna menzione della sua condizione di Figlio di Dio e della sua resurrezione costituirebbe la prova che la figura di Gesù creduta dai cristiani sarebbe solo una costruzione postuma e fittizia. 

E’ una tesi assurda da ogni punto di vista. Innanzitutto come fa Biglino ad affermare che il libro della Sapienza sia stato composto nel 50 d.C.? E’ vero che alcuni studiosi datano la composizione al I secolo d.C., al tempo della persecuzione degli ebrei alessandrini da parte di Caligola nel 40 d.C., ma tale datazione è pressoché respinta dalla maggioranza degli studiosi. Infatti una persecuzione in atto avrebbe ispirato un linguaggio molto diverso da quello abbastanza calmo tipico della Sapienza. In realtà la moderna critica tende a dare un peso determinante alla serie di indizi che possono essere individuati all’interno del testo. Questi portano a datare il libro durante il principato di Ottaviano Augusto, cioè tra il 30 a.C. e il 14 d.C. Il motivo decisivo è la presenza, in Sap 6,3, del termine “kràtesis”, “sovranità”, parola tecnica usata per indicare la conquista dell’Egitto da parte dei Romani nel 30 a.C., alcuni termini usati nel libro della Sapienza diventano correnti solo al tempo dell’imperatore Augusto e, addirittura, Sap 14,22, con ogni probabilità, fa dell’ironia sulla pax romana. 

Ma, soprattutto, questo libro, che è già presente nella versione della Bibbia dei LXX, la quale risale almeno al II secolo a.C., è ampiamente citato dal nuovo Testamento, quindi deve essere necessariamente molto anteriore alla predicazione apostolica. Basta riferirsi al pensiero paolino, e quindi alla teologia giudeo-cristiana praticamente coeva a Cristo, profondamente influenzato dal libro della Sapienza. Paolo identifica Cristo con la Sapienza (E.G. Schnabel “Dizionario di Paolo e delle sue lettere” voce “Sapienza” San Paolo, Cinisello B. (MI) 1999, pp 1404-1405), nell’inno cristologico della lettera ai Colossesi (1, 15-20) vengono applicati a Cristo espressioni che sono attribuiti alla Sapienza (Sap 7, 26), Cristo è Sapienza di Dio (1 Col 1, 23-24). Una chiara allusione è presente nella lettera ai Romani (11, 33) con Sap. 9, 16-17 e, specialmente, la convergenza più significativa tra Sap 13, 15 e Rm 1, 18; 2, 16 dove Paolo condanna l’idolatria e l’immoralità (G. Bellia, A. Passaro “Il libro della Sapienza: tradizione, redazione, teologia” Città Nuova Editrice, Roma 2004, pag. 304). Per questi motivi diversi studiosi sono convinti che Paolo conoscesse il testo del libro della Sapienza (Eduard Grafe “Das Verhältnis der Paulinischen Schriften zur Sapientia Salomonis” in: Theologische Abhandlungen. Carl von Weizsäcker zu seinem siebzigsten Geburtstage gewidmet, Freiburg i. Br. 1892, pp. 251–286; David Winston “The Wisdom of Solomon: A New Translation with Introduction and Commentary” New York, Doubleday & Co., 1979, e Matthew Albright “The Anchor Bible”, New Haven, Yale University Press, 1992). Se il libro della Sapienza, quindi, risale al I secolo a.C. o, comunque, ad un periodo precedente la vicenda di Gesù, tutto il castello in aria di Biglino crolla miseramente. 

Ma l’assurdità maggiore risiede nel fatto di postulare un riferimento diretto alla figura di Gesù da parte dell’autore del libro della Sapienza. L’autore è certamente un ebreo che ha fede nel "Dio dei padri" (9, 1), orgoglioso di appartenere al "popolo santo", alla "stirpe senza macchia" (10,15), ed è pressoché certo che scrisse in Egitto, probabilmente ad Alessandria, ove fioriva una numerosa colonia ebraica (Ricciotti “Storia d’Israele” II, p. 204). Ammettendo per un attimo che il libro della Sapienza fosse posteriore a Cristo, perché mai un ebreo avrebbe dovuto riferirsi a lui come al Messia? Questo libro non è stato scritto da cristiani, ma da ebrei e per questi Gesù era solo un malfattore, giustamente condannato ad un’infamante supplizio perché eretico e bestemmiatore. Possibile che Biglino non sappia, o non capisca, tutto ciò? Sono stati i cristiani, come Paolo e i Padri della Chiesa, ad intravedere nel secondo capitolo del libro della Sapienza le corrispondenze con la passione di Cristo fino a dichiarare questo passo come profetico. Ma l’autore direttamente pensava ai giudei fedeli di Alessandria, scherniti e perseguitati dai rinnegati e dai loro alleati pagani. Quindi il riferimento non è certamente a Gesù, ma ad una persecuzione ideale o tipica. Per cui il testo conviene in modo eminente al Giusto per eccellenza (Eb 12, 3). 

Anche stavolta siamo di fronte ad una tempesta in un bicchier d’acqua, tanto rumore per nulla. Le sparate di Biglino possono far presa sugli ignoranti, ma già coloro che conoscono appena la Bibbia sono in grado di percepire immediatamente l’inconsistenza delle sue argomentazioni. 


Bibliografia 

J. A. Soggin “Introduzione all'Antico Testamento. Dalle origini alla chiusura del canone alessandrino” Brescia, Paideia, 1968;
P. Sacchi “Libri Sapienziali. Introduzione” in “La Bibbia". Nuovissima versione dai testi originali, con introduzioni e commenti”, 4 voll., Edizioni Paoline, Milano 1991, vol. II;
G. Scarpat “Libro della Sapienza, Testo, traduzione, introduzione e commento” Brescia, Paideia, 1989-1999;
E.G. Schnabel “Dizionario di Paolo e delle sue lettere” San Paolo, Cinisello B. (MI) 1999;
G. Bellia, A. Passaro “Il libro della Sapienza: tradizione, redazione, teologia” Città Nuova Editrice, Roma 2004;
L. Mazzinghi “Il Pentateuco sapienziale” EDB, Bologna, 2012.