Visualizzazione post con etichetta Le crociate. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Le crociate. Mostra tutti i post

martedì 19 maggio 2026

Quarta Crociata: vergogna incancellabile

Uno degli episodi più controversi nella storia delle crociate è senza dubbio la IV Crociata (1202-1204), spesso citata come prova della presunta avidità e violenza della Chiesa medievale. In particolare, la conquista e il sacco di Costantinopoli nel 1204 vengono frequentemente utilizzati nella polemica anticattolica come simbolo di una degenerazione morale dell’istituzione ecclesiastica. Tuttavia, un’analisi attenta dei fatti storici mostra una realtà ben più complessa, nella quale il ruolo di papa Innocenzo III risulta profondamente diverso da quello che certa retorica tende ad attribuirgli.Una disamina storiografica più attenta consente di distinguere tra l’intenzionalità originaria del papato e gli esiti concreti della spedizione, evidenziando come la responsabilità di Innocenzo III sia stata, nella sostanza, indiretta e limitata.

Eletto al soglio pontificio nel 1198, Innocenzo III elaborò un progetto di crociata che si inseriva in una più ampia strategia di rinnovamento della cristianità latina. Gli obiettivi erano chiaramente definiti: la riconquista di Gerusalemme, perduta nel 1187, il rafforzamento dell’unità ecclesiale e il tentativo di ricomposizione dello scisma con la Chiesa bizantina. In tale prospettiva, il pontefice cercò inizialmente una cooperazione con l’Impero d’Oriente, proponendo un’azione congiunta contro i musulmani. Fallito questo tentativo, la crociata venne comunque predicata con successo, soprattutto nei territori francesi. Significativo è il fatto che Innocenzo III tentò deliberatamente di limitare l’ingerenza delle monarchie europee, affidando la direzione della spedizione ai baroni e introducendo strumenti finanziari autonomi, come la decima ecclesiastica. Tale scelta rispondeva all’esigenza di preservare la natura religiosa dell’impresa, sottraendola alle logiche di potere secolare.

Nel 1201 viene stipulato un accordo con Venezia che s’impegna a trasportare i crociati in Oriente. Le truppe dovevano essere trasportate in Egitto in cambio di una forte somma, ma al momento della partenza si presentarono meno soldati rispetto alle previsioni e quindi non si riuscì a pagare il prezzo concordato. A fronte di ciò, il doge veneziano Enrico Dandolo propose ai crociati di attaccare la città ribelle di Zara sull'Adriatico orientale come pagamento. Così, nel novembre 1202, i crociati assediarono e saccheggiarono la città dalmata, nonostante il divieto posto da papa Innocenzo III di attaccare altri cristiani. La reazione del Papa fu immediata: "Invece di conquistare la Terra Promessa, avete avuto sete del sangue dei vostri fratelli. Satana, il seduttore universale, vi ha sedotto!". Contro il suo esplicito ordine i crociati avevano osato aggredire una città cristiana cattolica, per giunta posta sotto la protezione di un re, Emerico d'Ungheria, che aveva egli stesso preso la croce. Questo episodio rappresentò una grave violazione manifesta degli ideali crociati, cosicché Innocenzo III procedette immediatamente alla scomunica dei partecipanti. 

Successivamente, nella vana speranza di non far compromettere definitivamente la spedizione, il Papa revocò la scomunica, ma nonostante questo, la situazione degenerò ulteriormente. I crociati, infatti, si lasciarono coinvolgere dalle lotte dinastiche bizantine e attratti da promesse di ricompense economiche e politiche, finirono per dirigersi verso Costantinopoli. Fu Alessio Angelo, figlio dell’imperatore deposto Isacco II, che offrì ai crociati incentivi economici e religiosi, tra cui la promessa di sostegno militare e l’unione delle Chiese.Tali prospettive, unite agli interessi veneziani nel Mediterraneo orientale, contribuirono a orientare la spedizione verso Costantinopoli. Dopo una prima occupazione nel 1203 e il fallimento degli accordi con il nuovo regime, i crociati decisero di procedere alla conquista definitiva della città nell’aprile 1204. Il sacco che seguì fu brutale: massacri, devastazioni e profanazioni colpirono una delle più grandi capitali cristiane.

Ancora una volta, la posizione di Innocenzo III fu inequivocabile. Informato degli eventi, espresse orrore e condanna, denunciando la violenza e l’empietà dei crociati. Le sue lettere parlano di deviazione morale, di tradimento della missione e di scandalo per tutta la cristianità. Il Papa constatava amaramente che la crociata si era conclusa in un modo che avrebbe reso la tanto agognata unificazione delle due Chiese, cattolica ed ortodossa, molto più difficile. Scrisse infatti:

“Come potrà la Chiesa greca, così afflitta e perseguitata, ritornare all’unione ecclesiastica e a una devozione per la Sede Apostolica, quando nei latini non vede che un esempio di perdizione e l’opera delle tenebre, sicché a ragione già li odia peggio che se fossero cani?” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag. 248. F. Cardini “Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia”, Piemme, Casale Monferrato 1994, p. 229)

La crociata da lui predicata e indetta si era tramutata in una guerra tra stati cristiani peggiorando, contrariamente a quanto auspicato dallo stesso pontefice, i rapporti fra la Chiesa ortodossa e quella cattolica di Roma, già formalmente separate dal Grande Scisma del 1054, separazione che permane tuttora nonostante alcuni tentativi di riconciliazione.

La IV Crociata fu, quindi, un fallimento della disciplina, non del Papato, evidenzia soprattutto i limiti del controllo papale su un movimento vasto e composito. Le crociate, pur promosse dalla Chiesa, erano composte da uomini concreti, nobili, mercanti, soldati, spesso guidati da interessi personali, ambizioni politiche e opportunità economiche.

Il ruolo decisivo giocato da Venezia, in particolare dal doge Enrico Dandolo, dimostra quanto le logiche commerciali e strategiche abbiano inciso sull’esito della spedizione. La trasformazione della crociata in un’impresa di conquista e spartizione territoriale fu quindi il risultato di dinamiche autonome rispetto alla volontà pontificia. Il sacco di Costantinopoli ebbe conseguenze devastanti: distrusse l’Impero bizantino come potenza unitaria, indebolì il fronte cristiano contro l’Islam e aggravò irreparabilmente la frattura tra Chiesa cattolica e ortodossa, già segnata dal Grande Scisma del 1054

La IV Crociata fu senza dubbio un episodio vergognoso per la cristianità occidentale. Tuttavia attribuirne la responsabilità al Papa, come si ostina a fare certa storiografia laicista, significa semplificare e distorcere la realtà storica. Innocenzo III non solo non pianificò né approvò la deviazione verso Costantinopoli, ma la condannò ripetutamente e con fermezza comprendendo pienamente la portata del disastro.

Più che il fallimento di un pontefice, la IV Crociata rappresenta il fallimento di un’epoca nel conciliare ideali religiosi e comportamenti concreti. È un monito sulla difficoltà di governare grandi movimenti collettivi e sul rischio costante che interessi umani distorcano anche le intenzioni più elevate. Questa vicenda, da un punto di vista storico, smentisce tutte le teorie anticristiane che puntano ad addossare al Papato tutte le responsabilità delle violenze di quel periodo, mentre dimostra come esistesse una tensione tra l’autorità normativa del papato e la sua effettiva capacità di controllo. La IV Crociata evidenzia i limiti strutturali del potere pontificio nel dirigere un movimento composito, nel quale convergevano interessi divergenti di natura politica, economica e militare, pertanto non può configurarsi come prova di una deliberata politica aggressiva del papato, quanto come testimonianza delle difficoltà incontrate dalla Chiesa medievale nel governare fenomeni complessi e transnazionali, nei quali l’ideale religioso poteva essere facilmente distorto da interessi contingenti.


Bibliografia
Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994;
F. Cardini “Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia”, Piemme, Casale Monferrato 1994.
Alvise Zorzi, "La Repubblica del Leone. Storia di Venezia" Milano, Euroclub, 2001.

martedì 25 novembre 2025

I miti sulle Crociate: La conquista musulmana avvenne senza le violenze efferate dei crociati.

Altro mito sulle Crociate molto diffuso e radicato nel nostro immaginario collettivo è quello che descrive l'espansione dell'Islam come un'avanzata quasi benevola e tollerante. Una narrazione in cui le armate musulmane sarebbero state accolte con giubilo da popolazioni desiderose di liberarsi dal giogo bizantino, a differenza dall’efferatezze perpetrate dai crociati cristiani, gente barbara e rozza, che nelle loro spedizioni massacrarono genti inermi e distrussero gran parte delle città conquistate. Questa visione edulcorata, però, si scontra duramente con la realtà documentata da innumerevoli fonti storiche.La verità è che l'espansione islamica, come molte conquiste del tempo, fu tutt'altro che pacifica. La realtà storica è stata caratterizzata da violenze e distruzioni spaventose. Questo articolo vuole gettare una luce cruda su episodi chiave che demoliscono la favola di una conquista illuminata.

Dopo la conquista della penisola Arabica e della Palestina le armate musulmane si riversarono nei territori metropolitani dell'impero Bizantino, venendo a contatto con la popolazione cristiana, come nel caso del fiorente Egitto. Nel 639 il califfo ‘Umar iniziò l’invasione dell’Egitto con piccoli eserciti che indussero le difese bizantine a ritirarsi nelle città fortificate. Nel 640, ad Eliopoli, i bizantini decisero di affrontare i musulmani, ma riportarono una rovinosa sconfitta con i musulmani festanti che abbatterono e trucidarono moltissimi bizantini. Successivamente gli arabi sferrarono l’attacco alla città di Nikiou, priva di difese, massacrandone la popolazione, cosa che fecero anche in molti villaggi circostanti (John Bagot Glubb “Le grandi conquiste arabe” Aldo Martello, Ed. Milano 1963 pp 313). L'anno dopo, nel 641, fu sottoposta all’assedio la grande città di Alessandria che si arrese quasi senza combattere. Quattro anni dopo, i Bizantini con un’azione a sorpresa, liberarono la città e la posero sotto il loro controllo. Il ritorno dei musulmani fu implacabile, fecero irruzione nella città massacrandone gli abitanti e abbandonandosi a saccheggi e incendi. Quando la città era stata già mezza distrutta, Amr ibn Aasi diede ordine di cessare la strage (John Bagot Glubb “Le grandi conquiste arabe” Aldo Martello, Ed. Milano 1963 pp 386).

Dopo l’Egitto le armate mussulmane si scagliarono senza tregua contro il resto dell’Africa del nord ancora in possesso dell’Impero Bizantino. Nel 705 la grande città di Cartagine fu rasa al suolo e la maggior parte degli abitanti venne uccisa (Bat Ye’or “The Decline of the Easter Christianty under Islam: from Jihad to Dhimmitude” Farleigh Dickinson University Press, Rutherford 1996, p.48). Le armate arabe continuarono la loro violenta espansione sottomettendo le tribù berbere dell’Atlante fino ad attaccare proditoriamente nel 711, con un’armata di 7/10 mila uomini, la Spagna visigota. Lo sbarco delle forze islamiche colse completamente di sorpresa Roderigo, il re dei Visigoti. Questi organizzò un esercito e si mise in marcia verso sud dalla sua capitale Toledo. Nella battaglia sul fiume Guadalete i visigoti furono sonoramente sconfitti e lo stesso re Roderico annegò mentre cercava di sottrarsi al massacro. Il generale musulmano spedì immersa in salamoia al califfo di Damasco quella che pensava fosse la testa di Roderico (Paul Fregosi “Jihad in the west: Muslim conquest from the 7th to the 21stCenturies” Prometheus Books, Amherst 1996, p. 94). Negli anni successivi tutta l’Andalusia fu conquistata, fu stabilita a Cordoba la nuova capitale musulmana dove vi fu edificata una grande moschea sul sito su cui sorgeva una precedente cattedrale cristiana (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2010, p. 34).

L'idea di una popolazione "desiderosa di essere conquistata" si smonta definitivamente analizzando la successiva invasione della Sicilia avvenuta nell’827 da parte delle forze musulmane. A differenza di un'annessione rapida, la conquista della Sicilia fu una guerra di logoramento durata 70 anni (Paul Fregosi “Jihad in the West: Muslim conquest from the 7th to 21st Centuries” Prometheus Books, Amherst 1998, p.94). Le forze musulmane si scontrarono con la strenua resistenza dell'esercito bizantino e della popolazione locale. La durata del conflitto è testimoniata dalle tappe della conquista, scandite da decenni di innumerevoli scontri e massacri: Palermo cadde nell'831, Siracusa resistette fino all'878 e Taormina, l'ultimo baluardo bizantino, fu presa solo nel 902. Questa cronaca settantennale di assedi e massacri non descrive un popolo che accoglie "con giubilo" i suoi liberatori, descrive una nazione che combatte e muore per decenni pur di non essere sottomessa. 

Dalla loro base siciliana, le truppe islamiche si riversarono nell'Italia meridionale: nell'840 conquistarono Taranto e Bari, rasero al suolo Capua e occuparono Benevento. Pochi ricordano che la stessa Roma fu saccheggiata per ben due volte, nell'843 e di nuovo nell'846. Durante queste incursioni, le più famose chiese della città furono depredate dei loro tesori e il Papa fu costretto a pagare un ingente tributo (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2010, pagg 35). Non si trattava di una guerra in terre lontane, ma di un attacco diretto al centro simbolico della cristianità occidentale, un colpo che portò la violenza della conquista sulla soglia stessa dell'identità europea.

Nel 1009, in barba alla fantomatica tolleranza islamica, si raggiunse l'apice della provocazione e del dispregio della fede cristiana, infatti il califfo fatimide al-Hākim ordinò di radere al suolo la chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, il luogo più sacro della cristianità. L'ordine, riportato dal cronista Yanya ibn Sa’id al-Antaki, non lasciava spazio a interpretazioni: Hākim ordinò a Yaruk, governatore della Palestina, di “demolire la chiesa del Santo Sepolcro e rimuovere ogni suo simbolo, distruggendone ogni traccia e ricordo”. L'esecuzione fu meticolosa. Il figlio di Yaruk "rapinò tutti i sacri arredi che vi si trovavano e fece abbattere la chiesa fino alle fondamenta", dopodiché gli esecutori "faticarono parecchio per demolire il sepolcro e cancellarne ogni traccia, facendone a pezzi buona parte" (Martin Biddle “Il mistero della tomba di Cristo” Newton & Compton Editori, Roma 2000). Questo oltraggio non fu un semplice atto di guerra, ma una profanazione deliberata che sollevò un’ondata di rabbia in tutta l’Europa, contribuendo ad accendere gli animi che avrebbero portato alla Prima Crociata (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio”pag.130).

Nel 1268, il sultano mamelucco Baybars conquistò la città crociata di Antiochia. Irritato dalla fuga del suo sovrano, Boemondo VI, Baybars gli scrisse una lettera per assicurarsi che conoscesse in ogni dettaglio il destino della sua gente. Le sue parole sono una testimonianza unica e agghiacciante della brutalità della conquista:
"Avessi visto i tuoi cavalieri, prostrati sotto le zampe dei cavalli, le tue case prese d'assalto dai saccheggiatori e corse dai predoni, le tue ricchezze pesate a quintali, le tue dame vendute a quattro per volta e comprate al prezzo di un dinàr della tua stessa roba! Avessi visto le tue chiese con le croci spezzate, i fogli dei falsi Vangeli sparpagliati, i sepolcri dei Patriarchi sconvolti! Avessi visto il tuo nemico musulmano calpestare il luogo della messa, e sgozzati sull'altare monaci e preti e diaconi, e i Patriarchi colpiti da repentina sciagura, e i principi reali ridotti in schiavitù! Avessi visto gli incendi propagarsi per i tuoi palazzi, e i vostri morti bruciare al fuoco di questo mondo prima che a quello dell'altro; i tuoi palazzi resi irriconoscibili, la chiesa di San Paolo e quella di Qusyàn crollate e distrutte, allora avresti detto: «Oh foss'io polvere, e non avessi mai avuto una lettera con tale notizia!" (Thomas F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005, p.261).
Non è propaganda nemica. È il vanto del carnefice, una testimonianza inconfutabile la cui brutalità è superata solo dall'orgoglio con cui viene descritta.

Ma ancora più tristemente nota è forse la presa di Costantinopoli, la capitale dell'Impero Bizantino, del 29 maggio 1453, quando i jihadisti, come i crociati a Gerusalemme nel 1099, spezzarono la lunga resistenza opposta al loro assedio. La violenza che si scatenò fu tremenda, il famoso storico delle Crociate Steven Runciman descrive la scena iniziale affermando che "il sangue scorreva a fiumi dalle alture di Petra al Corno d'Oro" (S. Runciman “Gli ultimi giorni di Costantinopoli, 1453” Piemme, Casale Monferrato, 1997, p. 156). Soldati, uomini, donne e bambini furono uccisi indiscriminatamente per le strade. La furia si abbatté sui luoghi sacri e in particolare sulla Hagia Sophia, per quasi mille anni la più grande chiesa della cristianità. I fedeli rifugiati al suo interno assistettero all'interruzione dell'Orthros (il mattutino), quindi le persone deboli e gli anziani furono uccisi, gli altri ridotti in schiavitù. Quando la carneficina cessò, il sultano Mehmed II ordinò di trasformare la magnifica cattedrale in una moschea. Fu il simbolo della fine di un'era: la caduta di un impero millenario e la sottomissione di milioni di cristiani.

La narrazione di un'espansione islamica interamente pacifica e illuminata è un mito moderno che non regge alla prova delle fonti storiche. Gli episodi qui riportati, dalla guerra settantennale in Sicilia ai sacchi di Roma, dalla distruzione del Santo Sepolcro alla vanagloriosa crudeltà di Baybars e alla caduta di Costantinopoli, dipingono un quadro molto diverso, fatto di conquiste brutali, massacri e sottomissione.
Riconoscere questa realtà non è un giudizio sommario, non è un'accusa all'Islam, ma un atto di onestà intellettuale, necessario per comprendere che la storia è fatta di fonti e documenti, non di leggende e miti.


Bibliografia

L. Gardet “Conoscere l’Islam” Edizioni Paoline, 1961;
John Bagot Glubb “Le grandi conquiste arabe” Aldo Martello, Ed. Milano 1963;
Franco Cardini, Le Crociate tra il mito e la storia, Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971;
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
Jonathan Riley Smith, "Storia delle Crociate", A. Mondadori Editore, Milano 1994;
Franco Cardini "Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia", Piemme Casale Mon.to (AL) 1994;
Paul Fregosi “Jihad in the west: Muslim conquest from the 7th to the 21stCenturies” Prometheus Books, Amherst 1996;
Bat Ye’or “The Decline of the Easter Christianty under Islam: from Jihad to Dhimmitude” Farleigh Dickinson University Press, Rutherford 1996;
S. Runciman “Gli ultimi giorni di Costantinopoli, 1453” Piemme, Casale Monferrato, 1997;
Luigi Negri "False accuse alla Chiesa" Piemme, Casale Mon.to (AL) 1997;
Martin Biddle “Il mistero della tomba di Cristo” Newton & Compton Editori, Roma 2000;
Luigi Negri, "Controstoria. Una rilettura di mille anni di vita della Chiesa", San Paolo, Cinisello B.mo (MI) 2000;
Thomas F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005;
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010.

giovedì 20 febbraio 2025

I miti sulle Crociate: i Templari e gli Ospitalieri furono milizie specializzate per reprimere l’Islam e furono famosi per la loro crudeltà ed efferatezza.

Indissolubilmente legata alla storia delle Crociate è la figura degli ordini cavallereschi, primo fra tutti quello Templare, che nell’immaginario collettivo appaiono sempre come soldati rozzi, violenti, degli assassini assetati di bottino. Un chiaro esempio di tale credenza è senza dubbio il famoso film di Ridley Scott del 2005 “Le crociate - Kingdom of Heaven”, dove i Templari sono raffigurati come un branco di selvaggi sempre pronti alla guerra per uccidere quanti più musulmani possibile. Nel film di Scott, infatti, l’ordine templare, tra cui vi compaiono due personaggi storici che templari non furono, come Rinaldo di Chatillon e Guido da Lusignano, appare come l’elemento barbaro e feroce sempre pronto a razziare e distruggere ogni presenza musulmana in Terrasanta.

Tale visione, ovviamente, è totalmente sbagliata ed antistorica, infatti diversi storici hanno contestato questa rappresentazione dei Templari, tra i più rappresentativi abbiamo il britannico J. Riley Smith, l’italiano Franco Cardini e il francese di origine libanese Amin Maalouf. Secondo l’opinione di questi storici innanzitutto le violenze e le crudeltà furono da ambedue le parti, ma soprattutto considerano il fatto che essendo i Templari impegnati nella difesa dei pellegrini e dei luoghi sacri, non avevano alcun interesse a fomentare scontri e guerre con i musulmani, ma brigavano affinché le varie tregue stipulate reggessero il più a lungo possibile. Queste tregue, semmai, furono violate da capitani musulmani e crociati che autonomamente decidevano di far bottino assaltando le carovane contro gli interessi stessi dei loro sovrani.

Contrariamente a ciò che si pensa comunemente le fonti storiche ci narrano di rapporti molto buoni tra Templari e musulmani, al punto che questa amicizia fu una delle principali accuse che furono rivolte ai Templari nei vari processi. Sono stati proprio gli arabi a lasciarci un quadro improntato spesso a simpatia ed ammirazione. Scrive in questo modo il raffinato emiro Usama: "Quando visitai Gerusalemme io solevo entrare nella moschea al-Aqsa, al cui fianco c'era un piccolo oratorio, di cui i Franchi avevan fatto una chiesa. Quando dunque entravo nella moschea al-Aqsa, dov'erano insediati i miei amici Templari, essi mi mettevano a disposizione quel piccolo oratorio per compiervi le mie preghiere" (Franco Cardini “Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia”, Piemme, Casale Monferrato 1994, p. 229).

Ma quale fu il motivo della nascita e presenza in Terrasanta di questo ordine di monaci guerrieri? Come è possibile che un ordine religioso cristiano potesse fondarsi sulla violenza e le armi? Una volta liberata Gerusalemme e i luoghi santi, meta dei pellegrinaggi, restava il problema della loro difesa. L’Islam era stato sconfitto, ma non debellato, quindi persistevano i pericoli per le carovane dei pellegrini e per Gerusalemme stessa. Gli eserciti crociati, infatti, dopo l’impresa, si scioglievano, i cavalieri si liberavano dal voto fatto e se ne tornavano in Europa. Dopo un primo periodo di disorientamento, l’Islam, in special modo quello egiziano, passarono al contrattacco e presto le vie carovaniere cominciarono ad essere insicure e ricominciarono le violenze nei confronti dei pellegrini. Così, gruppi di cavalieri cristiani, per lo più a titolo penitenziale come era tipico per quei tempi, sceglievano di rimanere in Terrasanta per difendere le conquiste cristiane e proteggere i pellegrini, vivendo in comunità e in povertà nei luoghi santi. Si formava, così, una singolare e paradossale, in quanto guerriera, vita monastica che ben presto si sviluppò in ordini religiosi acquartierati in caserme-abbazie poste lungo i confini e nei punti strategici del deserto a guardia delle piste carovaniere. Nacquero così gli ordini religioso-militari dei "Poveri Cavalieri del Cristo" (più tardi detti "Templari"), dei "Cavalieri di San Giovanni", (detti "Ospitalieri"), poi dei "Cavalieri di Santa Maria" (detti "Teutonici"). Le loro regole si ispirarono variamente alla matrice benedettina (o alle norme canonicali d'origine agostiniana) e trovarono un estimatore d'eccezione nel più grande mistico dell'Occidente di allora, Bernardo di Clairvaux, che in un suo scritto il "De laude novae militae" ("In lode della nuova cavalleria"), definì la loro la vocazione militare come il simbolo esteriore del combattimento spirituale contro il peccato.

Come già accennato, oltre ai Templari, un ruolo molto importante fu rivestito dai “Cavalieri di San Giovanni” detti “Ospitalieri”. Anche contro questo Ordine di monaci guerrieri si sono dette molte falsità, con accuse di crudeltà e violenza contro i musulmani, ma in realtà questo Ordine fu dedito principalmente all’assistenza e alloggio per i pellegrini. Successivamente, a causa delle continue scorrerie dei predoni che depredavano i pellegrini, i monaci li difesero usando anche le armi. Gli ospitalieri si costituirono subito dopo la Prima Crociata, e nel 1113 furono riconosciuti come itituzione indipendente da papa Pasquale II con la bolla "Pie Postulatio Voluntatis". Gli Ospitalieri veneravano i “santi poveri”, che consideravano i loro “signori” e si reputavano i “servi dei poveri di Cristo”. Nella loro sottomessa umiltà e nel loro rispettoso amore per i poveri anticiparono i francescani. Furono i fondatori del primo grande ospedale cattolico che realizzarono a Gerusalemme, insieme ad un grande orfanotrofio. Secondo gli ospitalieri, visto che ogni povero era Cristo, aveva diritto ad un trattamento che non fosse soltanto buono, ma il migliore e il più generoso possibile. Scrive in proposito lo storico delle Crociate J. Riley Smith: “L’ospedale di Gerusalemme accoglieva i poveri, quale che fosse la loro malattia (eccezion fatta per la lebbra), la nazionalità e il sesso. L’accoglienza di pellegrini musulmani ed ebrei spiega perché ai malati veniva servito il pollo e perché si parla di una seconda cucina, coquina privata. E’ possibile che gli ospitalieri rispettassero le restrizioni alimentari dei loro pazienti non cristiani” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag. 135).

I vari ordini cavallereschi che si formarono in Terrasanta durante le Crociate vengono spesso descritti come orde selvagge assetate di sangue musulmano e associazioni potentissime, ma, come abbiamo visto, si tratta dell’ennesima leggenda anticristiana. A tal riguardo lo storico J.Riley Smith è molto preciso: “I Templari e gli Ospitalieri sono stati rappresentati come ordini potentissimi, come “stati entro lo Stato”, ma il quadro c così li rappresenta è una caricatura. Costituzionalmente la loro posizione non era diversa da quella degli altri istituti ecclesiastici della Cristianità latina che avevano anch’essi proprietà a condizioni di privilegio con l’esenzione dagli obblighi di tipo feudale e dalla giurisdizione delle corti secolari” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pagg. 141).


Bibliografia

Franco Cardini “Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia”, Piemme, Casale Monferrato 1994;
Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994;
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010;
Amin Maalouf “Le crociate viste dagli arabi”, La Nave di Teseo 2020.

venerdì 30 giugno 2023

I miti sulle Crociate: i crociati si macchiarono di crimini efferati come la conquista di Gerusalemme.


La guerra è, forse, il più bestiale comportamento umano, lo scatenamento delle violenze più atroci e delle crudeltà più efferate. Ogni guerra, dalla più antica a quella più moderna, è solo uno spaventoso dramma, una tragedia per l’umanità. Ma per la vulgata laicista ci sono guerre molto più drammatiche ed efferate di altre e tra queste ci sono sicuramente le Crociate. Tra le accuse che vengono solitamente rivolte alla Chiesa ed ai cristiani cattolici non manca mai lo stracciarsi delle vesti per il comportamento eccessivamente violento e criminale tenuto dalle armate crociate nelle loro guerre di conquista. Secondo la polemica laicista le cosiddette “armate di Cristo” si abbandonarono a massacri di popolazioni, trucidando ebrei e arabi e seviziando chiunque si trovasse sul loro cammino, lasciando l’illuminata civiltà islamica in rovina. In particolare fa sempre molta impressione l’orrendo massacro della popolazione di Gerusalemme a cui si abbandonarono i crociati quando, nel luglio del 1099, all’epilogo della prima Crociata, la città venne conquistata. A mo’ di esempio, tra i tantissimi, si può citare il New York Times che nel 1999 considerò le crociate un genocidio paragonabile nientemeno alle atrocità hitleriane o alla pulizia etnica del Kosovo (New York Times, 20 giugno 1999, sez. 4, p.15).

Ma è stato davvero così? Veramente le armate crociate si sono comportate con una violenza ed una crudeltà ben maggiore delle armate islamiche e di ogni altro esercito di allora? Ovviamente no, si tratta dell’ennesima esagerazione di chi non conosce la storia, oppure la conosce fin troppo bene, ma la piega ai suoi interessi ideologici. In realtà le spedizioni crociate si comportarono e fecero la guerra come qualsiasi altro esercito del tempo, e come purtroppo accade per qualsiasi esercito in guerra, non sono mancati episodi di crudeltà ed efferatezza. Certamente può far impressione che dei cristiani, seppur soldati in guerra, possano derogare dai loro principi morali ed abbandonarsi a massacri di civili, ma ciò che occorre sempre ricordare è che non fu il Papa, quindi la Chiesa, ad ordinare i massacri e le violenze. Questi furono compiuti da soldati che agirono al di fuori e contro le intenzioni della Crociata. Alle crociate non parteciparono solamente truppe regolari sotto il controllo dei loro signori e del legato pontificio, ma turbe di pellegrini che al di fuori di ogni controllo, incitati da monaci indisciplinati e da ogni sorta di predicatori improvvisati, che compirono razzie e massacri di cui furono vittime specialmente le comunità ebraiche. Ma dovunque i vescovi cattolici e i governanti fedeli all’imperatore si opposero ai massacri, difendendo principalmente gli ebrei. Come esempio si legga questo mio articolo in proposito.

Mi si dirà che saccheggi e bottino delle città musulmane conquistate non erano perpetrati solo dalle formazioni irregolari, ma che furono compiuti anche da quelle “regolari” con a capo Re, Baroni e legati pontifici. Questo è vero, ma anche qui occorre valutare il fatto che le Crociate furono spedizioni che avevano uno scarso, se non inesistente, supporto logistico. Finché attraversavano territori amici, i vari stati cristiani fornivano loro i necessari vettovagliamenti, ma una volta in Asia, in territorio nemico, tale approvvigionamento poteva avvenire solo attraverso i saccheggi. Quindi, come per qualsiasi altro esercito in quelle condizioni, anche l’esercito crociato aveva la necessità di fare continuamente bottino per garantirsi almeno la sussistenza. Così scrive lo storico J. Riley Smith riferendosi alla prima spedizione crociata: “Il passaggio dei crociati nei Balcani e in Anatolia fu indubbiamente accompagnato da una serie di saccheggi. Ma d’altra parte, i crociati non avevano un sistema stabile di rifornimenti, quindi la loro sopravvivenza era legata alla capacità di procurarsi dei viveri. Mentre in territorio cristiano dipendevano dalle donazioni dei governanti locali, una volta entrati nella devastata terra di nessuno in cui l’Asia Minore si stava trasformando si ritrovavano lontani da qualsiasi punto di incontro con le spedizioni dall’Europa fino a che non raggiungevano Antiochia, dopo la quale ricevevano comunque approvvigionamenti molto limitati. Tutti i condottieri, grandi o piccoli, sapevano che il seguito si aspettava da loro almeno un livello minimo di sussistenza e già questo potrebbe bastare per spiegare l’ossessione del bottino” (Jonathan Riley Smith, Storia delle Crociate, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 60).

Come detto all’inizio, nell’immaginario collettivo resta sempre come immagine iconica dell’efferatezza delle Crociate, e come argomento tra i più utilizzati dalla retorica laicista, la conquista di Gerusalemme da parte dei Crociati della prima spedizione del 1099. Ma da dove proviene questa forte impressione? Le fonti storiche, in effetti, ci raccontano di un massacro senza precedenti, ad esempio un anonimo soldato crociato testimone oculare racconta che dopo un penoso assedio per i crociati, durato ben cinque settimane, il 15 luglio 1099 i cristiani entrarono a Gerusalemme: “Uno dei nostri cavalieri, di nome Letoldo, salì sulle mura della città. Quando raggiunse la cima tutti i difensori della città fuggirono rapidamente lungo le mura e per le strade. I nostri uomini allora li inseguirono e li braccarono, uccidendoli e massacrandoli fino al Tempio di Salomone. E là scoppiò una tale carneficina che i nostri erano immersi fino alle caviglie nel sangue del nemico” (Robert George Dalrymple Laffan “Select documents of european history 800-1492” Henry Hold & Company, New York 1929). Un altro storico, Raimondo d’Aguilers, cronachista testimone oculare, tratto da "Historia Francorum qui ceperunt Iherusalem" (Storia dei Franchi che conquistarono Gerusalemme), riferisce che: “Se diciamo il vero, non saremo creduti: basti dire che nel Tempio e nel portico di Salomone si cavalcava col sangue all'altezza delle ginocchia e del morso dei cavalli. E fu per giusto giudizio divino che a ricevere il loro sangue fosse proprio quel luogo stesso che tanto a lungo aveva sopportato le loro bestemmie contro Dio. Essendo la città piena di cadaveri e di sangue, molti fuggirono alla torre di Davide chiesero sicurtà al conte”. Usando gli stessi termini, nel settembre del 1099, tre potenti condottieri crociati, l'arcivescovo Daiberto, Goffredo duca di Buglione e Raimondo conte di Tolosa, si vantarono di fronte a papa Pasquale II delle imprese dei crociati a Gerusalemme: "E se volete sapere cosa ne fu dei nemici che trovammo là, sappiate che nel Tempio e nel portico di Salomone si cavalcava con il sangue dei saraceni all'altezza delle ginocchia dei cavalli" (Colman J. Barry “Readings in church history” Christians classics, Westminster (Maryland) 1985, p.328).

Queste le fonti cristiane e possiamo notare che esiste un crescendo di violenza e distruzione nelle varie cronache, ad esempio all’inizio si parla del sangue del nemico che arrivava alle caviglie, poi il sangue arrivò fino alle ginocchia ed al morso dei cavalli. Ovviamente siamo di fronte ad un fenomeno di propaganda, un fenomeno del genere non è neanche lontanamente possibile. Affinché si possa versare così tanto sangue non bastava l'intera popolazione di Gerusalemme, neppure se agli abitanti si fossero aggiunti i rifugiati provenienti dalle regioni circostanti. Nient'altro che retorica, una vanteria dei cronisti cristiani o dei condottieri crociati per enfatizzare la loro impresa. Tutto ciò è confermato dalle stesse fonti musulmane sull’accaduto caratterizzate da resoconti laconici e privi delle esagerazioni dei cronisti cristiani. Intorno al 1160 due cronisti siriani, al-'Aziml e'Ibn al-Qalanlsl, descrissero la presa di Gerusalemme da parte dei Crociati e nessuno dei due fornì una stima delle vittime. Al-'Azlml disse soltanto che i crociati "... raggiunsero Gerusalemme e la sottrassero agli egiziani. Goffredo la conquistò. I suoi uomini diedero alle fiamme la chiesa degli ebrei". 'Ibn al-Qalanlsl aggiunse qualche dettaglio: "I franchi presero d'assalto la città e se ne impossessarono. La maggior parte dei suoi abitanti fuggì verso il tempio e in tantissimi furono uccisi. Gli ebrei si rifugiarono nella sinagoga e i franchi la bruciarono a loro insaputa. Quindi, il 22 sa'ban [14 luglio] di quell'anno, il tempio capitolò, ed essi distrussero i sepolcri e la tomba di Abramo" (Hillenbrand “The Crusades: islamic perspectives” Routledge, Oxford, 2000, p. 261). Questo prova anche che per gli standard bellici dell'epoca, il saccheggio di Gerusalemme non era niente che esulasse dall'ordinario. A quei tempi mettere a ferro e a fuoco una città sotto assedio che resisteva agli invasori era un principio militare generalmente accettato. Nel caso invece in cui non avesse opposto resistenza era doveroso mostrare pietà.

Ma ben presto gli autori musulmani capirono il valore propagandistico dell'enfatizzare il numero delle vittime, così anche se le prime fonti islamiche, come abbiamo visto, non ne specifichino il numero, 'Ibn al-GawzT, circa un secolo dopo l'accaduto, scrisse che i crociati a Gerusalemme "... uccisero più di settantamila musulmani". 'Ibn al-'AtTr, un contemporaneo di Saladino, XII secolo, riporta la stessa cifra (Francesco Gabrieli “Storici arabi delle crociate” Einaudi, Torino 1973, p. 10). Lo storico del XV secolo 'Ibn Tagribrrdl arriva a parlare addirittura di centomila vittime. Così, un secolo dopo l'altro, l'entità del massacro si è ingigantita ed è nata la leggenda del misfatto più terribile della storia.

I musulmani, d’altro canto, si comportarono nello stesso identico modo molto prima dei Crociati. Nel 645, ad esempio, fu sottoposta all’assedio la grande città di Alessandria in Egitto, l’armata musulmana comandata da Amr ibn Aasi fece irruzione nella città massacrandone gli abitanti e abbandonandosi a saccheggi e incendi. (John Bagot Glubb “Le grandi conquiste arabe” Aldo Martello, Ed. Milano 1963 pp 386). Successivamente nel 1148, ad Aleppo, il comandante musulmano Nur ed- Din (Noradino) non esitò a ordinare l'uccisione di tutti i cristiani; nel 1268 le forze del sultano mammalucco Baybars sottrassero Antiochia ai crociati uccidendo migliaia di cittadini, distruggendo le chiese di San Paolo e San Pietro, massacrando tutti i preti e i monaci e bruciando i vangeli (Thomas F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005, p.261). Ma, sicuramente, l’esempio più eclatante fu il comportamento dell’armata ottomana di Mehmed II quando espugnò la città di Costantinopoli il 29 maggio 1453 spezzando la lunga e disperata resistenza opposta al loro assedio. E anche qui, come riporta lo storico Steven Runciman, vi furono fiumi di sangue. I soldati musulmani “uccidevano chiunque incontrassero nelle strade, uomini, donne e bambini, indiscriminatamente. Il sangue scorreva a fiumi dalle alture di Petra al Corno d'Oro. Ma poi la violenza si placò, e i soldati realizzarono che prigionieri e oggetti preziosi avrebbero portato loro maggiori profitti” (Steven Runciman “Gli ultimi giorni di Costantinopoli, 1453” Piemme, Casale Monferrato, 1997, p. 156). Proprio come i crociati, che violarono i santuari tanto della sinagoga quanto della moschea, i musulmani profanarono monasteri e conventi, privandoli dei loro abitanti, e saccheggiarono le abitazioni private. Inoltre occuparono la Hagia Sophia, che per quasi mille anni era stata la più grande chiesa della cristianità.

E’, quindi, storicamente provato che le armate musulmane, nell'invadere una città, si comportarono spesso nello stesso identico modo dei Crociati. Il che non vuole certamente giustificare la condotta dei soldati cristiani, un'azione atroce non ne giustifica un'altra, ma dobbiamo sempre ricordare che non fu il Papa, non fu la Chiesa ad ordinare i massacri e le violenze. Questi furono compiuti da soldati che agirono al di fuori e contro le intenzioni della Crociata. L'intenzione di questo mio articolo, piuttosto, è spiegare che il comportamento dei crociati a Gerusalemme non fu né più né meno di quello degli altri eserciti dell'epoca.

Bibliografia

R. G. Dalrymple Laffan “Select documents of european history 800-1492” Henry Hold & Company, New York 1929;
C. J. Barry “Readings in church history” Christians classics, Westminster (Maryland) 1985;
J. Riley Smith, Storia delle Crociate, A. Mondadori Editore, Milano 1994;
S. Runciman “Gli ultimi giorni di Costantinopoli, 1453” Piemme, Casale Monferrato, 1997
Hillenbrand “The Crusades: islamic perspectives” Routledge, Oxford, 2000;
F. Gabrieli “Storici arabi delle crociate” Einaudi, Torino 1973;
J. Bagot Glubb “Le grandi conquiste arabe” Aldo Martello, Ed. Milano 1963;
T. F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005;
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010.

venerdì 13 novembre 2020

I miti sulle Crociate. Il Papa incitò i cristiani alla guerra con la scusa delle violenze musulmane sui pellegrini.

 

Nel famoso appello alla crociata pronunciato da Urbano II nel 1095 al concilio di Clermont in risposta alla richiesta di aiuto formulata dall’imperatore d’Oriente Alessio I Comneno con i turchi selgiuchidi a soli 100 km da Costantinopoli, il papa addusse come giustificazione per l’azione anche il fatto che ormai da troppi anni i pellegrini cristiani in Terrasanta erano sistematicamente sterminati dopo essere stati sottoposti a raccapriccianti torture. Sulla scorta del mito diffusissimo della tolleranza musulmana, secondo il quale i musulmani avrebbero sempre rispettavano il pellegrino cristiano garantendo la possibilità di pregare il proprio Dio nei luoghi santi di Gerusalemme, molta storiografia apertamente anticattolica ha diffuso l’idea che il papa pur di attaccare l’Islam e diffondere con la forza il cristianesimo abbia ordito un inganno forzando la realtà delle cose, indugiando su immaginarie violenze in realtà mai avvenute. Per provare questa versione di solito viene affermato che il pellegrinaggio in Terrasanta non era un fenomeno così importante da giustificare addirittura una guerra, ma si trattava solamente di una pia pratica che veniva praticata saltuariamente solo da personaggi molto facoltosi. 

Questa affermazione non alcuna base storica, sebbene nel primo secolo dell’era cristiana la pratica del pellegrinaggio non si fosse ancora affermata, ben presto nei secoli immediatamente successivi i cristiani presero a visitare i luoghi menzionati nei vangeli come Nazareth, Cana e la stessa Gerusalemme benché sia stata pressoché distrutta dalle armate di Tito nel 70 d.C. e di Adriano nel 135 d.C. Le prime informazioni dell’esistenza di un pellegrinaggio in Terrasanta ci giungono da Melitone, vescovo di Sardi, morto verso il 180 d.C., che visitò Gerusalemme e nella sua Omelia sulla Pasqua (Περὶ πάσχα, Perì Páscha, "Sulla Pasqua") elencò i più importanti luoghi sacri della città. Altro pellegrino fu Origene (185-254), il famoso teologo alessandrino, che viaggiò in Terrasanta affermando che è “desiderio di ogni cristiano ripercorrere le orme di Cristo” (S. Runciman “The Pilgrimage to Palestine before 1095” in Marshall W. Baldwin “A History of the Crusades. The First Hundred Years”, University of Wisconsin Press, Madison 1969, pag. 69). Importante fu l’avvenimento della conversione dell’imperatore Costantino, la cui madre, l’imperatrice Elena, scoprì molte reliquie attenendosi alle tradizioni locali ancora esistenti riguardanti l’esatta ubicazione dei luoghi sacri del cristianesimo. L’imperatore Costantino fece, così, erigere su tali luoghi molte chiese che furono subito meta di pellegrinaggi. 

A testimonianza di tale fenomeno abbiamo la notizia certa del cosiddetto pellegrino di Bordeaux che nel 333 d.C. raggiunse la Terrasanta proprio mentre erano in costruzione le chiese fatte erigere da Costantino. Di questo pellegrino conosciamo dettagliatamente l’itinerario e la testimonianza delle opere costantiniane (Teddy Koller, Moshe Pearlman “Pilgrims to the Holy Land” Harper and Row, New York 1970, pag. 38). Altra preziosa testimonianza è la lettera scoperta nel 1884 in un monastero italiano scritta da una donna di nome Egeria che tra il 381 e il 384 aveva compiuto un pellegrinaggio in Terrasanta. Nel 385 anche San Girolamo notò in Terrasanta un gruppo di pellegrini romani tra i quali vi era una ricca vedova di nome Paola che fondò anche un monastero che finanziò col suo patrimonio e nel quale san Girolamo si dedicò alla traduzione della Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino. Nel V secolo il pellegrinaggio aumentò al punto che a Gerusalemme si contavano circa 300 foresterie e, monasteri che fornivano alloggio. (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2010, pag 118). Il flusso dei fedeli aumentò considerevolmente nel VI secolo. Importante la testimonianza di Sant’Antonino martire che nel 570 raggiunse la Palestina dall’Italia riferendo della presenza di tre chiese erette sul Tabor, nella bassa Galilea, la cui esistenza è confermata dai resti tuttora visibili (Teddy Koller, Moshe Pearlman “Pilgrims to the Holy Land” Harper and Row, New York 1970, pag. 51). Sant’Antonino riferisce anche del Santo Sepolcro e della sua grande venerazione, a più di due secoli dalla sua costruzione (Teddy Koller, Moshe Pearlman “Pilgrims to the Holy Land” Harper and Row, New York 1970, pag. 52). Anche il grande imperatore Giustiniano onorò la città del santo sepolcro facendovi costruire la nuova e sontuosa chiesa di Santa Maria Theotokos che comprendeva un ostello per i pellegrini (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2010, pag 120). 

Al tempo di Urbano II il pellegrinaggio in Terrasanta era ormai diventata una pratica diffusissima ed importantissima a cui i pellegrini legavano il desiderio di espiazione e la speranza di ottenere il perdono per i peccati commessi. Moltissimi si mettevano in viaggio, sfidando pericoli e scomodità inaudite perché speravano nella remissione dei peccati (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2010, pag 125). 

Appurato che il pellegrinaggio in Terrasanta era effettivamente una pratica molto importante e diffusa al tempo di Urbano II, resta da scoprire se veramente i musulmani fossero stati sempre tolleranti e benevoli con i pellegrini cristiani e se le accuse del Papa non siano stati solo che delle menzogne. Anche in questo caso abbiamo notizie che smentiscono questa fantomatica benevolenza dei governi musulmani. In realtà i pellegrini cristiani che si recavano in Terrasanta erano costantemente soggetti ad ogni sorta di violenza ed angherie. Le cronache del tempo riportano innumerevoli atti di violenza compiuti dai musulmani, prima arabi e successivamente dai turchi. Quella che segue è una mia raccolta di eventi storicamente accertati che testimoniano queste avvenute violenze: 

-Agli inizi dell’VIII secolo settanta pellegrini cristiani provenienti dall’Asia Minore furono messi a morte dal governatore di Caesura, tranne sette che acconsentirono a convertirsi all’Islam; 
-Altri sessanta pellegrini, sempre provenienti dall’Asia Minore, furono crocifissi a Gerusalemme; 
-Verso la fine dell’VIII secolo i musulmani attaccarono il monastero di San Teodosio, nei pressi di Betlemme, massacrarono i monaci e distrussero due chiese vicine; 
-Nel 796 i musulmani misero al rogo venti monaci del monastero di Mar Saba; 
-Nell’809 vi furono molteplici assalti ad un gran numero di chiese e monasteri sia entro le mura di Gerusalemme sia attorno alla città, con stupri ed uccisioni di massa; 
-Gli attacchi si ripeterono nell’813; 
-Il giorno della Domenica delle Palme del 923 esplose una nuova ondata di violenze, con distruzioni di chiese e molte uccisioni; 
-Sul finire del X secolo l’ordine monastico dei benedettini di Cluny costruì foresterie e locande lungo tutto il cammino percorso dai tanti pellegrini che si recavano in oriente. Si ha notizia di una schiera di pellegrini di sesso maschile, tra cui numerosi vescovi, partiti in 7000 dalla Germania e poi aumentato ulteriormente di numero (S. Runciman “The Pilgrimage to Palestine before 1095” in Marshall W. Baldwin “A History of the Crusades. The First Hundred Years”, University of Wisconsin Press, Madison 1969, pag. 76). Questa folta comitiva di penitenti fu attaccata dai predoni beduini tanto che alla fine soltanto 2000 pellegrini fecero ritorno alle loro case sani e salvi (Moshe Gil “A History of Palestine, 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992, p. 487); 
-Il califfo fatimide Hākim, il distruttore del Santo Sepolcro a Gerusalemme nel 1009, costrinse tutti i cristiani delle città bizantine conquistate a portare una croce al collo di quasi due chilogrammi, imponendo invece agli ebrei la scultura di un vitello d’oro di identico peso affinché si vergognassero di aver adorato il vitello d’oro; 
-Sempre il califfo fatimide Hākim, una volta conquistata la Palestina, diede ordine di incendiare o confiscare tutte le chiese cristiane. Alla fine risultarono bruciate o devastate circa 30 mila chiese (S. Runciman “A History of the Crusades. The First Hundred Years”, University of Wisconsin Press, Madison 1969); 
-Nel 1022 Gérard de Thouars, abate di Sanit-Florent-prés-Saumur fu imprigionato e messo a morte appena arrivato in Terrasanta; 
-Nel 1026 Richard de Saint-Vanne venne lapidato dopo essere stato sorpreso a celebrare la messa in territorio musulmano; 
-Nel 1040 Ulrico di Breisgau fu lapidato dalla folla sulle rive del Giordano; 
-Nel 1064 Gunther von Bamberg, vescovo di Bamberga, cadde con gran parte dei pellegrini in un’imboscata dei musulmani nei pressi di Caesarea. Si salvò solo un terzo dei cristiani (Jonathan Riley-Smith “The First Crusaders, 1095-1131” Cambridge University Press, Cambridge 1997, pag. 37-38). 

Nel corso dell’XI secolo, una nuova sciagura si stava profilando da Oriente, i turchi selgiuchidi iniziarono a spostarsi verso Occidente e sotto la guida di Tugrul Bey occuparono la Persia nel 1045 stabilendosi a Bagdad come eredi del califfo abbaside. Dopo ciò il condottiero turco invase l’Armenia, un regno cristiano e nel 1048, mentre le forze bizantine erano concentrate nella repressione di una rivolta interna, i turchi si impadronirono della città armena di Ardzen massacrando gli uomini, violentando le donne e riducendo in schiavitù i bambini (V.J.J.Norwich “Bisanzio. Splendore e decadenza di un impero 330-1453” Mondadori, Milano 2001, pag. 340). 

Nel 1063 successe a Tugrul Bey il nipote Alp Arslan che alla testa di un grande esercito espugnò facilmente la capitale armena Ani. La città venne messa a ferro e fuoco. Riferisce lo storico arabo Sibt ibn al-Jawazi (morto nel 1256), riportando la testimonianza di un testimone che: “l’esercito entrò nella città, massacrò i suoi abitanti e la saccheggiò […] i cadaveri erano così tanti che ostruivano il passaggio delle strade” (V.J.J.Norwich “Bisanzio. Splendore e decadenza di un impero 330-1453” Mondadori, Milano 2001, pag. 340); 
-Nel 1067 l’armata turca di Arslan prese la citta di Caesarea, l’odierna Kayseri al centro della Turchia, abbandonandosi a massacri della popolazione civile; 
-Nella loro marcia verso l’Egitto Fatimide, e quindi sciita, i sunniti Turchi invasero la Palestina e nel 1071 posero l’assedio a Gerusalemme che venne espugnata, saccheggiata e i suoi abitanti uccisi a migliaia. Successivamente vennero prese ed ebbero gli abitanti massacrati le città di Ramla, Gaza, Tiro, Giaffa (Gil “A History of Palestine” par. 410). 
-Da quel momento il pellegrinaggio in Terrasanta diminuì enormemente in quanto i turchi presero a perseguitare apertamente i pellegrini che erano anche prede facili di ogni sorta di predone (Runciman “The Pilgrimage” pag. 78). 
-Dal 1093 non era più possibile il pellegrinaggio in Terrasanta. Lo storico siriaco al ‘Azimi, del secolo XII, racconta che i musulmani impedivano di raggiungere Gerusalemme, e che le carovane venivano assaltate e i pellegrini massacrati (Gil “A History of Palestine” par. 488) 
-Nel 1570 gli invasori musulmani uccisero a Cipro decine di migliaia di abitanti di fede cristiana (Niccolò Capponi ”Victory of the West. The Great Christian-Muslim Clash at the Battle of Lepanto” Da Capo Press, Cambridge 2006). 

A Clermont Papa Urbano II non s’inventò niente, non fece altro che esternare pubblicamente la paura dell’Occidente verso la crescente aggressività e violenza del mondo musulmano verso la cristianità. Riferì una situazione che era già ben a conoscenza di tutti, i nobili europei erano già a sapevano delle brutalità verso i pellegrini dai propri famigliari che partecipavano ai vari pellegrinaggi. Quando Alessio Comneno o il Papa denunciarono tali massacri, l’Occidente era già a conoscenza di tali fatti (Runciman “The History of the Crusaders”). L’iniziativa delle crociate, quindi, non nacque dal nulla o da un’iniziativa personale del Papa, ma dallo scalpore, paura ed indignazione per le violenze perpetrate dai musulmani che nelle loro conquiste e colonizzazioni uccidevano i pellegrini e distruggevano e profanavano i luoghi santi della cristianità. A quel punto i cavalieri cristiani si risolsero a porre rimedio.

Bibliografia

S. Runciman “The Pilgrimage to Palestine before 1095” in Marshall W. Baldwin “A History of the Crusades. The First Hundred Years”, University of Wisconsin Press, Madison 1969;
S. Runciman “A History of the Crusades. The First Hundred Years”, University of Wisconsin Press, Madison 1969;
Teddy Koller, Moshe Pearlman “Pilgrims to the Holy Land” Harper and Row, New York 1970;
Moshe Gil “A History of Palestine, 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
Jonathan Riley-Smith “The First Crusaders, 1095-1131” Cambridge University Press, Cambridge 1997;
V.J.J.Norwich “Bisanzio. Splendore e decadenza di un impero 330-1453” Mondadori, Milano 2001;
Niccolò Capponi ”Victory of the West. The Great Christian-Muslim Clash at the Battle of Lepanto” Da Capo Press, Cambridge 2006;
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2010;

martedì 30 giugno 2020

I miti sulle Crociate. I crociati fondarono colonie europee in Medio Oriente

Ho già trattato circa il mito che vuole le Crociate come un mero fenomeno di imperialismo europeo, ma come abbiamo visto il motivo che spinse i crociati a quelle difficili e pericolose imprese fu essenzialmente dovuto alla loro fede cristiana, e quindi, alla riconquista dei Luoghi Santi e la protezione dei pellegrini.

Eppure il mito delle Crociate come fenomeno di proto-colonizzazione europea è duro a morire. Subito dopo l’attentato alle torri gemelle di New York molti commentatori hanno subito accostato l’inumana ferocia di un simile atto ad un risentimento musulmano che risalirebbe niente meno che alla Prima Crociata, alle morti ed alle distruzioni da essa portate, ma soprattutto all’occupazione coloniale che da essa sarebbe derivata (Joshua Prawer “Colonialismo medievale. Il regno latino di Gerusalemme”, Jouvence Editoriale, Roma 1982).

Che prove esistono a favore di una colonizzazione operata dai Crociati? I cristiani mossi dall’appello del Papa a partecipare alla Crociata furono davvero intenzionati a fondare colonie per conto dei regni cristiani europei? E’ certamente vero che alcuni di essi potrebbero aver avuto ambizioni territoriali, infatti i fautori di un cristianesimo colonialista citano spesso i casi di Boemondo di Taranto che fondò il Principato di Antiochia o di Baldovino di Boulogne che fu conte di Edessa e primo re di Gerusalemme. Ed è anche vero che la Prima Crociata si risolse con la conquista e la colonizzazione di buona parte delle coste del Mediterraneo orientale. Ma c’è un dato che contraddice questa visione: la Crociata non fu concepita per fondare colonie, ma per liberare il Santo Sepolcro. Lo storico delle Crociate J. Riley-Smith afferma che è molto improbabile che le Crociate siano state pianificate fin dall’inizio con lo scopo di fondare delle colonie e ciò è dimostrato dal fatto che il Papa, assieme ai capi militari della Crociata, era convinto che le forze cristiane occidentali si sarebbero unite con quelle orientali per formare un unico grande esercito al comando dell’imperatore bizantino, del cui impero faceva parte Gerusalemme, e che da quel punto in poi la campagna, in caso di successo, avrebbero ripristinato la sovranità greca sull’intero Oriente (Jonathan Riley Smith “Storia delle Crociate” A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 59). 

Ciò che occorre aver ben presente è che l’impulso originario per la Crociata non fu di iniziativa dei Regni europei occidentali e tanto meno del Papa, ma dell’imperatore bizantino Alessio I Comneno (1081-1118). L’impero cristiano di Bisanzio che si estendeva dall’Italia fino all’Arabia, sotto i colpi delle armate musulmane, si era ormai ridotto a poco più della Grecia, ormai la sua scomparsa ad opera dei Turchi selgiuchidi sembrava imminente. Così, nonostante la Chiesa di Costantinopoli considerasse i papi scismatici e si fosse scontrata con loro per secoli, l’imperatore Alessio I Comneno mise da parte il proprio orgoglio e chiese aiuto. E fu così che come risposta a tale richiesta ebbe inizio la Prima crociata. Il Papa Urbano II raccolse questo grido di aiuto riconoscendo, dopotutto, il dovere primario per ogni cristiano di salvare i fratelli in pericolo. Per questo, con un suo decreto, intimò ai crociati di restituire ogni territorio liberato dell’impero bizantino al suo legittimo sovrano (Fulcherio di Chartres “Historia Iherosolymitana”, in Franco Cardini "Il movimento crociato", Sansoni, Firenze 1972, pp. 73-74). 

Ma se le cose stanno in questo modo, perché i vari possedimenti di Antiochia, Edessa e della stessa Gerusalemme, finirono per costituire dei Regni Latini in Oriente? 

Tutto ciò fu dovuto innanzitutto al comportamento infido ed opportunista dell’imperatore bizantino nei confronti dei Crociati che iniziò a manifestarsi apertamente al momento della conquista di Antiochia. Durante l’assedio, nel 1097, all’approssimarsi dell’inverno, l’esercito crociato si trovò a corto di vettovagliamenti e un gran numero di soldati moriva per fame. I Crociati avevano avuto assicurazione dall’imperatore che li avrebbe aiutati con abbondanti rifornimenti, ma il generale imperiale Tiatikos ebbe l’ordine di ritirarsi. Come è riferito in Gesta francorum: “[Tatikios] è un bugiardo, e lo sarà sempre. Fummo così abbandonati in condizioni di grave bisogno” (“Gesta francorum: the Deeds of the Franks and Other Pilgrims to Jerusalem” Traduz. di Rosalind Hill, Clarendon Press, Oxford 1962, pag. 35). 

La situazione nell’accampamento crociato peggiorò a tal punto che diversi crociati, tra cui lo stesso Pietro l’Eremita e il visconte Guillame de Melun detto il Carpentiere disertarono (Rodney Stark “Gli Eserciti di Dio” Lindau, Torino, 2010, pag. 210). Ma nonostante tutte le difficoltà i Crociati diedero comunque l’impressione di poter espugnare la città, quindi Alessio I non perse tempo e postosi a capo di una armata si diresse verso Antiochia allo scopo di trovarsi sul posto al momento della vittoria e rivendicare il possesso della città. Ma ad Alessandretta, l’odierna Iskenderun, a soli 60 km da Antiochia, l’imperatore incontrò alcuni disertori che riferirono della situazione disperata in cui versavano i Crociati. Così l’imperatore, anziché accelerare l’andatura per portare i necessari aiuti, decise di fermarsi in attesa di altre informazioni (Rodney Stark “Gli Eserciti di Dio” Lindau, Torino, 2010, pag. 211). 

Alla fine, senza l’aiuto di Alessio I, i Crociati riuscirono a prendere Antiochia, ma subito dopo giunse la notizia che i musulmani avevano radunato uno sterminato esercito con truppe fornite da molti sultani ed emiri poste sotto il comando di Kürboğa, atabey di Mosul. Questo intensificò le defezioni dei crociati e l’imperatore Alessio, accampato ad Alessandretta, deciso che la crociata era ormai fallita se ne tornò definitivamente a Costantinopoli. Questa ritirata riuscì a distruggere quel poco di credibilità che ancora poteva avere Alessio I dinnanzi ai crociati. Nel momento in cui avrebbero davvero avuto bisogno del suo aiuto, l’imperatore li aveva abbandonati al loro destino (Rodney Stark “Gli Eserciti di Dio” Lindau, Torino, 2010, pag. 213). 

L’imperatore Alessio, che aveva raggiunto un accordo con i Crociati di mettersi alla guida della Crociata e di riottenere la città di Antiochia una volta consegnata, vista la difficile situazione abbandonò i crociati al loro destino e tradì gli accordi presi. Da quel momento i crociati si sentirono abbandonati dai greci e pensavano che non mantenessero i loro impegni. I Crociati, così, appena scoprirono che l’imperatore non era minimamente interessato a combattere con loro decisero di attaccare e condurre la Crociata per proprio conto (Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate", A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 59). Per Boemondo di Taranto, uno dei capi della Crociata il tradimento dell’imperatore faceva decadere ogni giuramento od obbligo nei confronti di Costantinopoli (Rodney Stark “Gli Eserciti di Dio” Lindau, Torino, 2010, pag. 215). Così la città di Antiochia, posta in posizione strategica per controllare i passi che dall’Asia Minore portavano in Siria e per tenere sgombra dalle potenze musulmane della Siria e dell’Iraq la strada della costa settentrionale, costituì un caposaldo importantissimo che doveva restare in mano amica, governata da qualcuno sul quale poter fare assegnamento. Di Alessio non si fidavano; i crociati, anzi, lo ritenevano un uomo che li aveva cinicamente manipolati per i suoi fini personali (Jonathan Riley Smith “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 88). 

Anche il possesso della piazzaforte di Edessa, conquista realizzata da Baldovino, era fondamentale per la sopravvivenza della crociata. Ciò è testimoniato dalla insistita operazione contro di essa dell’enorme esercito di soccorso musulmano comandato dal governatore Kürboğa che nel 1097 si mosse da Mosul al fine di spezzare l’assedio crociato di Antiochia (Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate" A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 85). 

Questi Regni, lungi dall’essere un’espressione di colonialismo europeo, nacquero perché erano producenti per le necessità dei Crociati. Una volta conquistata Gerusalemme e liberato il Santo Sepolcro di Cristo, occorreva una presenza cristiana che evitasse la riconquista da parte dei musulmani. Goffredo di Buglione, che guidò la Prima Crociata, non si considerò affatto un re a capo di uno Stato cristiano, ma semplicemente un protettore del Santo Sepolcro. A giudicare dai termini degli accordi ipotecari da lui stilati appare chiaro che Goffredo di Buglione nel 1096 non aveva alcuna definitiva intenzione di stabilirsi in Oriente (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 73). In questi Regni vigeva un ordinamento giuridico feudale una società di frontiera. Dove tra i servizi richiesti figurava in primo piano quello militare. I feudi, quindi, non erano concepiti come una colonizzazione, ma un presidio atto alla difesa (Jonathan Riley Smith “Storia delle Crociate” A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 153). 

J. Riley-Smith afferma chiaramente che ogni interpretazione delle Crociate come conquiste in chiave proto-coloniale è decisamente da scartare in quanto gli stati latini neo formati erano politicamente indipendenti dalla madrepatria. D’altra parte, il Santo Sepolcro non avrebbe mai potuto rimanere in mani occidentali senza l’occupazione e lo sfruttamento del territorio che lo circondava e si estendeva fino alla costa (Jonathan Riley Smith “Storia delle Crociate” A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 320).


Bibliografia

Franco Cardini "Le Crociate tra il mito e la storia", Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971; 
Franco Cardini "Il movimento crociato", Sansoni, Firenze 1972;
Joshua Prawer “Colonialismo medievale. Il regno latino di Gerusalemme”, Jouvence Editoriale, Roma 1982;
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate", A. Mondadori Editore, Milano 1994;
Rodney Stark “Gli Eserciti di Dio” Lindau, Torino, 2010.

giovedì 30 aprile 2020

I miti sulle Crociate. Le Crociate ebbero lo scopo di convertire con la forza i musulmani al cristianesimo

Assieme alle solite accuse di aggressione deliberata, bramosia di bottino, conquista di nuove terre, ecc. le Crociate vengono anche dipinte come guerre scatenate soprattutto per imporre la fede cristiana alle popolazioni musulmane. Per il “politicamente corretto”, che caratterizza la nostra odierna percezione di quelle guerre, le Crociate furono promosse da pontefici avidi di potere e desiderosi di espandere il cristianesimo convertendo le masse musulmane alla fede in Cristo (Robert Eklund et al “Sacred Trust: The Medieval Church as an Economic firm” Oxford University Press, New York, 1999). 

La convinzione, ancora molto diffusa, che crociati invasero il Medio Oriente per ordine del Papa al fine di sbarazzarsi con la forza dei mussulmani, ucciderli tutti, risparmiando solo quelli che si sarebbero convertiti al cristianesimo, allo scopo di assoggettare al “potere” della Chiesa immensi territori, è, come al solito, completamente falsa. Non esiste alcuna prova storica che possa solo minimamente supportare una sciocchezza del genere. Abbiamo già visto che qualsiasi appello a convertire i musulmani è totalmente assente dal discorso tenuto dal papa Urbano II a Clermont. Le uniche preoccupazioni del papa furono quelle della difesa dei pellegrini e la riconquista di territori precedentemente cristiani. Dalla Prima crociata del 1099, passò più di un secolo prima che i cristiani europei operino qualsiasi tentativo di convertire i musulmani al cristianesimo. Solo nel XIII secolo, infatti, i francescani tenteranno un’opera missionaria tra i musulmani residenti nelle terre di proprietà dei crociati. Un’impresa che tuttavia si rivelerà un totale insuccesso. Generalmente i crociati, nei loro domini, lasciarono vivere in pace i musulmani, permisero che praticassero liberamente la propria religione, che costruissero nuove scuole e moschee e che mantenessero i propri tribunali religiosi. A differenza di quanto accadeva nell’Islam, i crociati non imposero mai agli ebrei o ai musulmani di indossare dei segni di riconoscimento con il risultato che questi si risparmiassero discriminazioni e persecuzioni quotidiane (Jonathan Riley-Smith “The Oxford illustrated history of the crusades” Oxford University Press, Oxford 1995, p. 116). Mentre i musulmani sottoponevano gli ebrei e i cristiani al pagamento di una tassa (dimmah), nelle terre governate dai cristiani tale tassa per i musulmani non esisteva, anzi non è mai entrata a far parte della dottrina e della legge cristiana, mentre è stata e rimane parte integrante dell’Islam (R. Spencer “Guida all’Islam e alle Crociate” Lindau, Torino, 2008, pag. 190). 

Non solo i crociati non operarono alcuna forma di proselitismo, ma generalmente non modificavano in alcun modo il sistema sociale musulmano. Le leggi ed il culto musulmano rimanevano inalterati. Lo storico J. Riley Smith nel suo saggio “Storia delle Crociate” riporta una serie di testimonianze di musulmani, viaggiatori, geografi, che non mancano di notare, meravigliati, questo comportamento dei cristiani: “I visitatori musulmani erano colpiti dai templi locali che continuavano a fiorire. Scrivendo della regione di Nablus, ‘Imad ad-Din commentò che i Franchi “non cambiarono una singola legge o pratica del culto degli [abitanti musulmani]”, un’osservazione ripetuta anche dal geografo Yaqut, che scrisse riferendosi a una moschea di Betlemme che “i franchi non hanno cambiato nulla quando hanno conquistato il paese” e dal viaggiatore Ibn Jubayr nella sua descrizione del tempio di ‘Ain el Baqar (la sorgente di Ox) ad Acri: “nelle mani dei cristiani, la sua venerabile natura è stata preservata e Dio l’ha conservata come luogo di preghiera per i musulmani” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag. 127). 

Questa tolleranza dei cristiani non si limitava solamente ai musulmani, ma anche agli ebrei. Sono stati scritti e dette fiumi di parole sull’antisemitismo dei crociati, ma si tratta per lo più di calunnie. Scrive sempre Riley Smith: “Gli ebrei samaritani avevano costruito una nuova sinagoga a Nablus dopo il 1130 e della magnificenza delle sinagoghe di Meiron, nei pressi di Safad (Zefat), parla un viaggiatore ebreo intorno al 1240. Gli ebrei visitavano il Muro occidentale del Tempio e le tombe dei re sul Monte Sion” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.127). 

Certamente i crociati, ritenendo Gerusalemme come il luogo santo per eccellenza della Cristianità, la città dove il Signore Gesù aveva subito la passione, era morto e risorto, non permettevano che musulmani ed ebrei vi vivessero, ma non ne vietavano il pellegrinaggio. I musulmani potevano tranquillamente recarsi alla Cupola della Roccia, divenuta chiesa agostiniana, e alla moschea di el Aqsa, dove si erano insediati i monaci templari. Nel 1119 i canonici agostiniani scoprirono ad Hebron le presunte tombe dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe e nacque subito un pellegrinaggio. Ebrei e musulmani potevano accedervi dopo i pellegrini cristiani pagando un obolo (docetur) al custode. Analogo accordo si ritrova a Sebastea, dove il clero riceveva omaggi dai musulmani che desideravano pregare nella cripta di San Giovanni Battista. 

Un elemento in gran parte ignorato e poco conosciuto della dominazione crociata in Medio Oriente è il fenomeno della condivisione dei luoghi santi. Si ha notizia, ad esempio, di una chiesa condivisa con i cristiani siriani nei pressi di Tiberiade. Ad Acri, la cattedrale di Santa Croce, costruita sul sito di una moschea, includeva una zona dedicata alla preghiera dei musulmani ed entro le mura della città di ‘Ain el Baqar si ergeva una moschea-chiesa con un’abside orientale di gusto francese, che incorporava il mashhad (oratorio) di ‘Alì (il genero del profeta) usato dai musulmani, presumibilmente sciiti, dagli ebrei e dai cristiani, che credevano fosse il luogo nel quale Dio aveva creato il bestiame affidato ad Adamo: “Mussulmani e infedeli si radunano qui, e ognuno si rivolge al proprio luogo sacro”. Il viaggiatore ‘Ali al-Harawi attribuì la popolarità di questo luogo all’apparizione di ‘Alì che avrebbe terrorizzato i franchi" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.127-128). 

I famigerati Templari, monaci-guerrieri descritti soventemente come feroci cristiani estremisti e sanguinari, a Gerusalemme consentivano ai musulmani di pregare in una delle loro chiese, vicino alla moschea di el Aqsa. A tal proposito è illuminante il racconto che il contemporaneo letterato e pellegrino musulmano Usnah ibn Munquidh: “In occasione di ogni mia visita a Gerusalemme, sono sempre entrato nella moschea di el Aqsa, accanto alla quale si ergeva una piccola moschea che i franchi avevano convertito in una chiesa… I templari, che erano miei amici, evacuavano la piccola moschea adiacente per consentirmi di pregare…” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.128). 

Scrive ancora Usnah ibn Munquidh: “Ci sono dei Franchi alcuni che, stabilitisi nel paese, han preso a vivere familiarmente con i musulmani, e costoro son migliori di quelli che sono ancor freschi dei loro luoghi d'origine (...). Venimmo alla casa di un cavaliere di quelli antichi, venuti con la prima spedizione dei Franchi. Costui, ritiratosi dall'ufficio e dal servizio, aveva in Antiochia una proprietà del cui reddito viveva. Fece venire una Sella tavola, con cibi quanto mai puliti e appetitosi. Visto che mi astenevo dal mangiare, disse: "Mangia pure di buon animo, che io non mangio del cibo dei Franchi, ma ho delle cuoche egiziane, e mangio solo di quel che cucinano loro: carne di maiale in casa mia non ne entra!" (F. Cardini “Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia”, Piemme, Casale Monferrato 1994, p. 229). 

Queste testimonianze provano che, gradualmente, nelle terre conquistate dai crociati e soggette al governo degli Occidentali fiorì una comunità composita dove artigiani, mercanti, agricoltori, sia musulmani che ebraici, entrarono a far parte di una società che ebbe un carattere originale tipico del Medio Oriente. Gli Occidentali cristiani impararono dalle comunità che avevano assoggettato tutta una serie di qualità a partire dalla lingua araba (ma anche il greco, l’ebraico, il siriaco) fino all’arte della tolleranza e del buon governo. 

In tutto questo ebbe un peso determinante l’ordine e la capacità organizzativa esercitata dalla Chiesa che permise ai regni crociati neoformati di organizzarsi molto rapidamente. Scrive il famoso storico Franco Cardini: “Se per giungere a risultati del genere la società laica ebbe bisogno di un iter abbastanza lungo, quella ecclesiastica per contro seppe organizzarsi rapidamente. In quella terra d'antiche tradizioni cristiane, si trattava tutto sommato soltanto d'istituire un'organizzazione ecclesiastica dipendente dal patriarca latino di Gerusalemme e di subordinarle di diritto o di fatto le varie gerarchie delle Chiese orientali” (F. Cardini “Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia”, Piemme, Casale Monferrato 1994, p. 229). 

Come abbiamo visto le crociate non ebbero alcun intento di proselitismo e non ci fu alcun intento di distruggere la fede islamica. Il fanatismo e l’odio verso le altre religioni che avrebbe caratterizzato la cristianità medioevale è solo una favola anticristiana ed anticattolica raccontata e propagandata da una storiografia falsa e piena di pregiudizi. Tale analisi storica dimostra, oltretutto, di non conoscere minimamente la natura dell’autorità della Chiesa. L’indizione della Crociata contro l’infedele non era un capriccio del Papa, ma restava sempre all’interno di prerogative ben delimitate e stabilite. Scrive lo storico J. Riley Smith: “Innocenzo IV, inoltre, era disposto ad argomentare che il papa aveva un’autorità de jure, ma non de facto sugli infedeli, avendo il potere di imporre loro di ammettere i missionari a predicare nelle loro terre e il diritto in ultima istanza di punirli per la violazione della legge naturale, ma sottolineava che i cristiani non potevano né combatterli perché erano infedeli né condurre guerre di conversione” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.278).


Bibliografia

Franco Cardini "Le Crociate tra il mito e la storia", Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971; 
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate", A. Mondadori Editore, Milano 1994.
Franco Cardini, "Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia" Piemme Casale Mon.to (AL) 1994;
Jonathan Riley-Smith “The Oxford illustrated history of the crusades” Oxford University Press, Oxford 1995;
Robert Eklund et al “Sacred Trust: The Medieval Church as an Economic firm” Oxford University Press, New York, 1999;
Thomas F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005;
R. Spencer “Guida all’Islam e alle Crociate” Lindau, Torino, 2008;
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010.

venerdì 28 febbraio 2020

I miti sulle Crociate. Le Crociate furono un atto di imperialismo.

Un altro luogo comune particolarmente diffuso sulle Crociate in Terrasanta è quello che le identifica come una prima manifestazione dell’imperialismo occidentale. Come è noto nazioni come la Gran Bretagna o la Francia, tra il XVII ed il XVIII secolo, riuscirono ad acquisire degli immensi imperi coloniali al fine di controllare i traffici commerciali e sfruttare le risorse dei paesi conquistati. Si trattò di un triste fenomeno di sopraffazione e sfruttamento che segnò in modo indelebile in senso negativo le relazioni tra l’Europa ed il resto del mondo e lo sviluppo dei paesi assoggettati. 

Ovviamente la vulgata laicista non poteva non dar la colpa di tutto ciò ad una immaginaria violenza e cupidigia della Chiesa Cattolica Romana. In tal senso la vicenda della Crociate si prestò perfettamente per alimentare e dar corpo a questa suggestione. L’idea che i primi imperialisti europei siano stati proprio i crociati che, col pretesto religioso, conquistarono territori pacifici allo scopo di sfruttarli, fu dello storico della Chiesa luterana tedesca Johann Lorenz von Mosheim (1693-1755). Questo storico scrisse: “I pontefici di Roma e i principi europei […] impararono dall’esperienza che quelle guerre sante contribuivano ad accrescere enormemente la loro opulenza e a estendere il loro potere” (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2011, pag. 11). Successivamente questa idea s’impose facilmente in ambito illuminista caratterizzato da un accento fortemente anticlericale. Il famoso storico illuminista Edward Gibbon (1737-1764) era fermamente convinto che i crociati fossero degli avventurieri in caccia di nuove terre e di bottino. Scriveva: “…i crociati partirono per l’impresa allo scopo principale di razziare tesori, oro, diamanti, palazzi di marmo e diaspro, boschi avvolti nella fragranza di cannella e incenso…” (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2011, pag. 11). Questa tesi del tornaconto personale fu sviluppata definitivamente nel corso del XX secolo. Lo storico britannico Geoffrey Barraclough (1908-1984) era fermamente convinto che le crociate equivalsero ad uno sfruttamento coloniale (Jonathan Riley Smith, “L’Islam e le crociate” pag.159). 

Ma quanto c’è di vero in questa tesi? Praticamente nulla. La prima conferma che tutto ciò si tratta solo di una visione distorta ed ideologica è già rintracciabile nel discorso di Papa Urbano II al concilio di Clermont, del 1095. In tale occasione, nell’indire la prima crociata, il Papa richiamò i cristiani ad un’azione difensiva che si sarebbe voluta da tanto tempo. Egli spiegò che si era trovato costretto a bandire la crociata perché, altrimenti, “la fede cristiana sarebbe stata messa sempre più a rischio” dall’invadenza musulmana. Dopo avere ammonito i fedeli a conservare la pace tra di loro, Urbano II rivolse l'attenzione del suo pubblico a quanto stava accadendo ai cristiani orientali: “Poiché i fratelli che vivono a Oriente hanno urgentemente bisogno del vostro aiuto, è vostro dovere correre a portare loro il sostegno che gli è stato spesso promesso. Infatti, come la maggior parte di voi ha udito, i turchi e gli arabi li hanno attaccati e hanno invaso le frontiere della Romania [l'Impero greco] spingendosi fino al luogo del Mediterraneo chiamato Braccio di San Giorgio. Essi sono penetrati sempre più a fondo nelle loro terre e li hanno sconfitti in sette battaglie. Se li lasciate agire ancora per un poco continueranno ad avanzare, opprimendo il popolo di Dio. Per la qual cosa insistentemente vi esorto - anzi non sono io a farlo, ma il Signore - affinché persuadiate con continui incitamenti, come araldi di Cristo, tutti, a qualunque ordine appartengano (cavalieri e fanti, ricchi e poveri), affinché accorrano subito in aiuto ai cristiani per spazzare dalle nostre terre quella stirpe malvagia. Lo dico ai presenti e lo comando agli assenti, ma è Cristo che lo vuole” (Fulcherio di Chartres “Historia Iherosolymitana”, in Franco Cardini, “Il movimento crociato”, Sansone, Firenze, 1972, pp 73-74). 

E’ interessante notare come il Papa inciti i cristiani a liberare dal dominio islamico le terre precedentemente cristiane, ma non dice nulla a proposito di una conversione degli islamici o di una possibile conquista di terre o bottini. I re cristiani delle nazioni europee, i baroni e signori vari, cioè i soggetti politici che avrebbero avuto l’interesse ad allargare i propri domini, in realtà non ebbero alcun ruolo nel promuovere la crociata. Non ci fu alcuna loro intenzione di affrontare una avventura del genere. Anzi, all’appello di Urbano II non rispose nessun re. La Crociata nasce da un ideale spirituale e si concretizza in iniziative, privilegi ed istituzioni definiti esclusivamente dalla Chiesa. La Crociata nasce, quindi, da una volontà del Papa che assume l’iniziativa d’incitare i cristiani a mobilitarsi. I Papi Urbano II e Innocenzo III si sono personalmente prodigati nella predicazione. L’appello pontificio viene sempre trasmesso da predicatori volontari (Pietro l’Eremita nel 1096, Folco di Neuilly nel 1198) o membri di ordini religiosi incaricati (Bernardo di Chiaravalle nel 1146, Roberto di Courson nel 1216). Fra i temi generali ed abituali, a noi noti grazie alle cronache del tempo, si distinguono: l’appello alla penitenza effettiva, l’esaltazione del valore della crociata, l’insistenza sulla purezza di tutto il popolo cristiano. A riprova del fatto che l’impresa crociata resta una risposta ai vari appelli papali, quasi sempre viene designato un legato che accompagna la spedizione e rappresenta l’autorità pontificia. A Clermont Papa Urbano II fece leva esclusivamente sul fatto che l’invadenza islamica costituiva un pericolo imminente per tutta la Cristianità e che ciò fosse realmente vero era dimostrato dalle notizie delle violenze perpetrate ai danni dei cristiani orientali e, in special modo, dalla conquista della Citta Santa di Gerusalemme. Per la Cristianità medioevale questa città era il “centro” del mondo, il luogo più sacro della Terra dove vi era conservata la sacra memoria del Santo Sepolcro di Cristo. 

Dopo il successo della Prima Crociata (1096-1099), i crociati andarono incontro a rovesci disastrosi e tutto ciò determinò un lento, ma progressivo attenuarsi dell’impeto della Crociata proprio perché cominciava a venir meno la sua principale motivazione, cioè quella spirituale. Scrive la storica Jacqueline Martin-Bagnaudez: “Le sconfitte subite dalle crociate successive alla prima determinarono una diffidenza sempre maggiore verso di loro da parte proprio degli ecclesiastici e questo fu un duro colpo per la ripresa di tali movimenti. Gli insuccessi riportati in Terra Santa diffondono progressivamente il dubbio sulla legittimità della causa cristiana e ciò porta inevitabilmente ad una disaffezione morale verso lo spirito della crociata. Quando nel 1229 sarà uno scomunicato, l’imperatore Federico II, a permettere ai cristiani di rientrare in Gerusalemme, l’ideale della santità dell’impresa riceverà un durissimo colpo. Gli appelli alla crociata, a partire dal XIII secolo saranno sempre meno ascoltati proprio per la mancanza di una reale motivazione spirituale. La settima e l’ottava crociata saranno organizzare per volontà del solo re di Francia, senza alcun appoggio dalla Chiesa. E’ significativo il fatto che, al momento del suo processo di canonizzazione, nel 1297, la Chiesa non abbia voluto far di lui un martire” (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pag 125). 

La Crociata, quindi, non fu affatto una guerra di conquista, ma un pellegrinaggio, un impegno gravoso che il crociato assumeva per amore di Cristo. Ogni partecipante pronunciava un voto solenne e portava un segno distintivo, cioè una croce di stoffa cucita sui vestiti. Scrive la Martin-Bagnaudez che tale vestizione era analoga alla consegna del bastone e della bisaccia benedetti dalla Chiesa, segni distintivi dei voti del pellegrino. Una volta professato il voto di crociata, il fedele è obbligato a partire pena la scomunica (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pag 131). 

Altro elemento che deve essere considerato è il fatto che la crociata non determinava alcuna opportunità di guadagno, ma anzi comportava un notevole esborso economico. Per rispondere all’appello della Crociata e poter partire occorreva avere una grande disponibilità di fondi per far fronte agli onerosi costi dell’impresa. Per reperire tali mezzi di finanziamento il crociato abbiente letteralmente si svenava attraverso la vendita di beni fondiari, pignoramenti, ecc. Un cavaliere aveva bisogno di un’armatura, di armi, almeno di un destriero per le battaglie, di un palafreno (un cavallo da viaggio), di cavalli da soma o di muli: tutti molto costosi. Guy de Thiers, conte di Chalon, per esempio, pagò per un cavallo da battaglia l’equivalente di dieci sterline, che era pari a più del salario annuo del capitano di una nave (Dana Carleton Munro “The Kingdom of the Crusaders” Appleton-Century Company, New York 1936, pag.497). La maggior parte dei crociati aveva anche bisogno di denaro per mantenere le famiglie e le proprietà durante la loro assenza in Oriente. Secondo le stime più precise, prima di poter partire un crociato doveva procurarsi una somma pari almeno a quattro o cinque volte il suo reddito annuo (Jonathan Riley Smith “The First Crusade and the idea of Crusading”, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1986, pag. 43). Il capitano della Prima Crociata, Goffredo di Buglione, vendette l’intera contea di Verdun al re di Francia Filippo I, che acquistò altresì dal visconte Eudes Herpin de Bourges la città e la contea omonime. Allo stesso modo cambiarono proprietario parte della contea di Chalon e il castello di Couvin. (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2011, pag. 160). Roberto II di Normandia nel 1096 diede in pegno l’intero ducato di Normandia al fratello Guglielmo II, re d’Inghilterra, per 10 mila marchi, una somma pari al salario annuale di 2500 capitani di nave. Per far fronte a queste necessità di finanziamento vengono istituite imposte regolari dai re di Francia ed Inghilterra, anche con l’autorizzazione e l’appoggio del Papa, come, ad esempio, la decima chiamata “saladina” estesa da papa Innocenzo III all’intero clero dopo che Saladino aveva ripreso Gerusalemme. Anche il Papa destina alla crociata un decimo dei redditi annui della Chiesa di Roma ed impone ai vescovi e agli ecclesiastici il contributo di un quarantesimo (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pagg 133-134). 

Partecipare alla Crociata era un salto nel buio fatto solo per fede e il più delle volte si risolveva con la riduzione in povertà del Crociato. Questo fatto esclude la partecipazione alla Crociata come forma di arricchimento. Scrive lo storico Jonathan Riley Smith: “Il fatto che le crociate implicassero costi più che guadagni è confermato anche dalla condizione dei crociati al loro ritorno in patria. Pochi tornarono arricchiti e questo non dovrebbe sorprenderci, date le spese sostenute per il viaggio di ritorno dal levante e l’impossibilità di trasportare beni di valore di qualsiasi tipo per lunghe distanze; al contrario, i documenti ci dicono che molti di quanti lasciarono la Palestina nell’autunno del 1099 si erano impoveriti già al loro arrivo nella Siria settentrionale" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 63). 

Ed ancora: “Sarebbe stato uno stupido gioco d’azzardo liquidare i beni patrimoniali per investire nella possibilità remota di sistemarsi dopo una marcia di tremila chilometri verso Oriente o nella speranza di migliorare il proprio status in patria […] non ci sono prove a sostegno della tesi secondo la quale i crociati alleviassero un peso che gravava sulle loro famiglie; le prove, al contrario, stanno ad indicare in maniera schiacciante l’esistenza di molte famiglie che si caricavano di fardelli onerosi per aiutare i singoli membri ad assolvere il loro voto. Di conseguenza è sensato supporre che i crociati, e soprattutto le loro famiglie, fossero spinti da motivi ideali” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 64). 

Nessuno nell’Europa dell’XI secolo si sognò mai di voler conquistare la Terra Santa per brama di bottino. Tutti i documenti ci informano che il movimento delle Crociate fu percepito come un’occasione unica per impegnarsi in una attività meritoria che avrebbe guadagnato ad ogni partecipante le porte del Regno dei Cieli. Dopo i disastri seguiti alla Prima Crociata la predicazione di Bernardo di Chiaravalle nel 1146 alla nuova crociata prospetto una nuova opportunità di favorire l’ingresso in paradiso: “[Dio] si pone in uno stato di necessità o pretende di esserlo, mentre vuole sempre aiutare voi nelle vostre necessità. Vuole che lo si consideri debitore, per poter premiare chi combatte per lui con la remissione dei peccati e la gloria eterna. E’ per questo motivo che vi ho chiamati generazione benedetta, voi che vi ritrovate in un tempo così ricco d’indulgenza e a vivere in questo anno così gradito al Signore, un anno di autentico giubilo” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.189). 



Bibliografia 

D. Carleton Munro “The Kingdom of the Crusaders” Appleton-Century Company, New York 1936;
F. Cardini, “Il movimento crociato”, Sansone, Firenze, 1972; 
J. Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997; 
T. F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005; 
R. Spencer “Guida all’Islam e alle Crociate” Lindau, Torino, 2008; 
R. Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2011.