lunedì 31 dicembre 2018

mercoledì 19 dicembre 2018

Valdo e il valdismo, una chiesa di soli poveri



Dopo un po’ di tempo torno ad affrontare il tema delle eresie e del loro confronto con la dottrina della chiesa cattolica. Con questo mio articolo inizio la rassegna dei movimenti eterodossi sorti in età medioevale ed ho scelto di iniziare con quello dei valdesi, un gruppo di religiosi che prese il nome da Valdo, un ricco mercante di Lione, in Francia, vissuto nel XII secolo. Un movimento che, col passare dei secoli, dopo travagliate vicende, divenne una chiesa vera e propria tuttora esistente. 

Si tratta indubbiamente di un tema molto spinoso perché a tale movimento è legata una lunga storia di duri contrasti con la chiesa cattolica e persino di persecuzioni che, a più riprese, sono state condotte contro i valdesi. A motivo di tutto ciò papa Francesco, in occasione della sua visita pastorale a Torino per l’ostensione della Sindone del 2015, mentre rese visita al locale tempio valdese, ebbe parole di comprensione e riconciliazione arrivando a chiedere perdono per il comportamento della chiesa cattolica: “Purtroppo è successo e continua ad accadere che i fratelli non accettino la loro diversità e finiscano per farsi la guerra l’uno contro l’altro. Da parte della chiesa cattolica vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi”.

Anche se è storicamente un grosso errore giudicare fatti del passato con la nostra ottica moderna più cosciente del rispetto di ogni vita umana e che non ravvede più nella diversità delle fedi un pericolo per l’ortodossia cattolica, ed anche se è vero che la chiesa cattolica fu mossa da intenti volti a fin di bene per la difesa della fede, per il ripristino della giustizia e della pace sociale, occorre rimarcare che le atrocità ed i massacri perpetrati sono stati oggettivamente una esagerazione, un errore che la chiesa cattolica, anche se non direttamente, ha indubbiamente sulla coscienza. Fatto questo doveroso inciso, analizziamo il fenomeno valdese dal punto di vista storico e poi da quello teologico.

Come detto il “valdismo” comparve nel XII secolo per opera di un ricco mercante di Lione, Pietro Valdo, che nel 1173 leggendo la Bibbia, tradotta in francese, in quanto non conosceva il latino, rimase fortemente colpito da alcune parole di Gesù sulla necessità di vivere in povertà, in particolare da quelle rivolte al giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Mt 19, 21). Così nel 1179 lasciò tutti i suoi beni alla moglie, affidò le figlie ad un convento e si convertì ad una vita di povertà assoluta dandosi alla predicazione itinerante del vangelo in nome della Chiesa. Il vescovo di Lione riconobbe lecita la sua vocazione alla povertà, ma gli contestò l’attività di predicazione. Non era, infatti, tollerabile che un individuo, senza alcuna preparazione esegetica sufficiente, si potesse improvvisare predicatore in nome ufficiale della Chiesa. Pietro Valdo, che ebbe sempre la volontà di rimanere fedele alla chiesa cattolica, pensò così di sottoporre il suo stile di vita all’esame del Concilio Lateranense III che si stava svolgendo in quell’anno a Roma. Il Concilio lo accolse benevolmente, ma gli fu ribadito il divieto di predicare senza il mandato del vescovo. 

Nonostante questo divieto Valdo e i suoi seguaci continuarono nella loro opera di predicatori, principalmente rivolta contro l’eresia catara che imperversava in Francia in quegli anni e a vivere nella più assoluta povertà, tanto che furono inizialmente chiamati i “Poveri di Lione”. Presi dal fervore dei neofiti, il gruppo di Valdo crebbe e si diffuse rapidamente anche verso il sud della Francia, in Italia, dove furono chiamati i “Poveri Lombardi” e in altri paesi come la Germania e la Svizzera. Siamo negli anni della grande fioritura dei gruppi religiosi “pauperistici”, cioè che praticavano la povertà estrema. Non c’era nulla di eretico in ciò che insegnavano, ma Valdo e i suoi seguaci continuavano a predicare senza autorizzazione in quanto erano privi di un’adeguata istruzione e senza una specifica missione canonica. A lungo andare, il continuo ignorare i ripetuti richiami del vescovo portò inevitabilmente alla scomunica, che fu pronunciata da papa Lucio III nel 1184 al sinodo di Verona. 

La scomunica determinò una frammentazione tra i valdesi che si divisero in tanti gruppi, i principali dei quali furono i “Poveri Lombardi” in Italia e i cosiddetti “d’oltralpe” in Francia. C’erano coloro che volevano restare comunque fedeli a Roma, quelli vicini a Valdo, che accettano i dogmi della fede cattolica e richiedono i sacramenti ai legittimi ministri della Chiesa, ed altri, come i “Piccoli Lombardi”, che vennero a contatto con i tanti gruppi ereticali allora diffusi e finirono per esserne influenzati. Questi “valdesi” italiani, ritengono indegni i preti cattolici, non considerano validi i sacramenti da loro amministrati, ritengono che chiunque possa predicare e celebrare la Cena del Signore senza alcuna autorizzazione, negando così il sacerdozio ministeriale, considerano la Bibbia l’unica regola interpretabile da chiunque secondo la propria convinzione, ed, infine, pretendono la povertà come condizione obbligatoria per tutti e non solamente per coloro che ricevono questa vocazione particolare. Questa profonda differenza tra i due gruppi determinò una grossa divisione in seno al movimento valdese ed una reazione dello stesso Valdo con conseguente scissione dei due gruppi che si ebbe nel 1205. Valdo, soprattutto, non accettava l’idea che il suo movimento potesse determinare la nascita di una contro-chiesa. Tra il 1205 e il 1207 Valdo morì senza essere riuscito a ricomporre lo scisma interno al suo movimento e la frattura con Roma. Così il movimento di Valdo, che era nato per una finalità giusta e santa volta a riformare la Chiesa dal proprio interno, staccandosi da Roma perde il suo contatto con l’originale fede apostolica e, soprattutto, non avendo più un riferimento saldo ed univoco, comincia a frazionarsi in tanti gruppi che iniziano ad allontanarsi sempre più dall'ortodossia cattolica rifiutando le gerarchie ecclesiastiche, giudicate peccatrici e malvagie. 

Quando il Concilio Lateranense IV nel 1215 definì formalmente la dottrina della transustanziazione (cioè l'idea della presenza reale e sostanziale di Cristo nell'eucaristia), questa non trovò consensi tra i valdesi che la rifiutano decisamente, ormai per loro la Chiesa romana è degenerata e non è più la Chiesa di Cristo. A quel tempo l’annuncio della Parola e l’unità religiosa erano considerate un bene primario, molto più che la libertà d’espressione. Così la Chiesa cattolica fece agire l’inquisizione non solo per arginare il fenomeno del Catarismo, ma anche quello caratterizzato dalle molteplici sette dei pauperisti tra cui i valdesi. L’inquisizione, almeno inizialmente, operò con pazienza puntando sul dialogo per riportare in seno alla Chiesa gli eretici. Furono nominati vari inquisitori che operarono con infaticabile zelo percorrendo le valli liguri e piemontesi convincendo molti eretici ad abiurare. I vari gruppi valdesi e di altre sette reagirono perlopiù violentemente uccidendo i vari inquisitori nominati dal papa. Nel 1365 fu assassinato l’inquisitore Pietro da Ruffia, nel 1374 fu trucidato anche il suo successore Antonio Pavonio, nel 1466 fu la volta dell’inquisitore Bartolomeo Cerveri. Ben presto la situazione degenerò e i valdesi cominciarono ad essere perseguitati. Ci fu un’alternanza di persecuzioni e di pace religiosa, i valdesi, comunque, reagiscono sempre con rappresaglie per poi nascondersi tra i monti. Alcuni cercano ancora un contatto esteriore con la Chiesa per i sacramenti, come il Battesimo e l’Eucarestia, altri, invece, cominciano a crearsi un proprio culto clandestino. 

Nel 1532 i valdesi italiani e quelli francesi si uniscono formalmente alla riforma calvinista attraverso il sinodo di Chanforan e, così, i vari gruppi rifugiati nelle valli montane piemontesi, ed altri che erano emigrati in Calabria, si uniscono ai movimenti della riforma calvinista. Tutto ciò comportò la creazione, od il tentativo, di costituire una propria comunità organizzata in chiese dove veniva pubblicamente professata e proclamata le fede calvinista. In Piemonte questa organizzazione dei valdesi impensierì notevolmente il governo sabaudo, retto in quel periodo dalla madre di Carlo Emanuele II, la Duchessa Maria Cristina di Borbone, perché vedeva in questo sviluppo dell’organizzazione valdese il pericolo dell’infiltrazione politica delle potenze protestanti. Anche in Calabria il governo spagnolo del vicereame di Napoli nutriva le stesse paure. Così, sotto l’impulso dell’inquisizione, che attraverso predicazioni si adoperava per arginare lo sviluppo dell’eresia, i governi Piemontesi e Spagnoli sottoposero i valdesi a dure misure volte a limitare il loro sviluppo. I valdesi reagirono in modo deciso e, per niente disposti ad accettare misure restrittive, passarono al contrattacco con agguati, omicidi e distruzioni di simboli e chiese cattoliche. Tutto ciò portò in Piemonte alla dura repressione operata dall’esercito sabaudo, le cosiddette “Pasque piemontesi”, una sorta di guerra sabaudo-valdese che determino la morte di oltre un migliaio di valdesi nel 1654 e in Calabria ad una strage operata dall’esercito spagnolo, con circa 6000 vittime, in risposta ad un agguato dei valdesi che uccisero una cinquantina di soldati spagnoli. 

Questi tristi fatti devono essere inquadrati nell’oscuro periodo delle guerre di religione dove la politicizzazione delle differenze di religione portarono all’esasperazione dei contrasti fino alle estreme conseguenze. Nati come dispute di fede, questi contrasti sfuggirono al controllo della Chiesa per divenire il pretesto usato dai vari governi assolutisti per preservare il loro potere e mantenere il controllo delle masse. La Chiesa, con la sua inquisizione, ha sempre puntato su un approccio non violento, sulla risoluzione dialogata, ma il potere laico, vistosi in pericolo, adottò il sistema violento del tempo, atrocità che noi, con la nostra mentalità moderna, condanniamo, ma che allora era tranquillamente ammesso. Nonostante ciò la Chiesa non doveva approvare quelle atrocità e tali errori restano come un macigno sulla sua coscienza.

Ma perché la Chiesa censurò sempre, senza riserve, l’operato di Valdo e dei suoi seguaci? All’inizio questo movimento fu mosso da un intento più che giustificabile, come fu quello di vivere il vangelo in maniera più coerente, ma poi quando venne meno la comunione con la Chiesa fatalmente finì per perdere di vista la globalità della fede, del messaggio di Cristo. Gesù non istituì un rapporto individualistico della persona con Dio, ma chiamò a sé una comunità, che è la Chiesa, alla quale garantisce l’indefettibilità, nonostante i peccati, le debolezze, le incoerenze dei suoi rappresentanti, anzi è proprio la presenza di tutte queste debolezze nella Chiesa ad essere eccezionale argomento a favore della presenza dello Spirito Santo che guida la Chiesa anche in presenza del peccato degli uomini. Valdo e i suoi seguaci non obbedirono al proprio vescovo e quando si nega il sacerdozio ministeriale e la guida della Chiesa, che Gesù ha affidato a Pietro e agli apostoli, i cui successori sono il Vescovo di Roma e il Collegio Episcopale, fatalmente si prendono strade sbagliate. Successivamente, infatti, il movimento di Valdo si divise al suo interno e finì per accogliere tutta una serie di eresie. Gli odierni valdesi non sono in comunione con la Chiesa cattolica, proprio contro la volontà del loro fondatore Valdo.

Egli pretendeva di predicare il vangelo senza il mandato del vescovo, ma la Scrittura è molto chiara su questo punto. Innanzitutto nessuno deve disprezzare il vescovo perché egli ha in sé il dono spirituale, cioè il carattere ricevuto con l’imposizione delle mani (1Cor 12, 28-31), nessuno può sostituirsi alla Chiesa perché Gesù conferisce solo ai dodici apostoli, che ha personalmente scelto, il potere di predicare e di compiere miracoli. La testimonianza del Vangelo compete a tutti i cristiani, ma la predicazione ufficiale in nome della Chiesa necessita del mandato di Cristo e della Chiesa (Mt 10, 1-15). Valdo ebbe la presunzione di ritenersi nel giusto senza accogliere la correzione della Chiesa (Ebrei 12, 4-13). Così facendo portò il suo movimento, anche senza volerlo, alla separazione con la Chiesa e ciò non solo portò allo scisma, ma anche al venir meno dell’ortodossia. Questo accade perché non è nel singolo fedele la grazia dell’indefettibilità, ma, invece, è concessa e promessa da Gesù alla Chiesa nel suo complesso: “Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16, 18)


Bibliografia

Carlo Novellis "Biografia di illustri saviglianesi" Gianini e Fiore Editori, Torino 1840;
Herbert Grundmann "Movimenti religiosi nel Medioevo" Bologna, Il Mulino, 1980;
Aldo Ponso "Duemila anni di santità in Piemonte e Valle d'Aosta" Effata Editrice, Cantalupa (TO) 2001. 

venerdì 16 novembre 2018

Biglino ed il libro della Sapienza

Come è noto Biglino, lo studioso piemontese che ritiene la Bibbia un libro che non parla di Dio, fonda molto del suo argomentare sulla contestazione delle traduzioni comunemente accettate del testo ebraico biblico. Altre volte, invece, Biglino si lancia in congetture del tutto assurde che presenta come autentiche rivelazioni destinate, secondo lui, a smantellare inesorabilmente tutta la falsa impalcatura di menzogne costruita dalla teologia (sic). Tra queste rivelazioni ce n’è una veramente particolare che riguarda il libro della Sapienza, un testo deuterocanonico, cioè uno scritto che confluì solo in un secondo momento nel canone della Bibbia cristiana. Biglino nelle sue conferenze afferma: 


Fra sei, sette, otto anni scoppierà una bomba, ad orologeria, che è il libro della Sapienza. Un libro che i cristiani hanno dichiarato ispirato da Dio, ma adesso, man mano che vanno avanti gli studi, è diventato ormai certo che è stato finito di scrivere venti anni dopo la morte di Gesù Cristo. Ma il libro della Sapienza non sa che Gesù Cristo è risorto e quando parla di quella figura lo definisce uno degli uomini giusti, ma mai il Figlio di Dio. E’ l’ultimo libro scritto dell’antico testamento, ma siccome loro già sapevano che se l’avessero messo vicino ai vangeli ciò avrebbe comportato qualche domanda. E così anche se è stato l’ultimo scritto è stato messo sette, otto posizioni più indietro, in modo che non si faccia il collegamento. Ma quando sarà ufficiale e, di fatto, lo è già, che il libro della Sapienza è stato scritto dopo la morte di Gesù Cristo, e non sa che Cristo è risorto, non potranno più farci nulla perché l’hanno dichiarato testo sacro ispirato da Dio. Ed è una bomba ad orologeria, sette anni, dieci, scoppierà, non c’è niente da fare”. 

Biglino afferma che la datazione del libro della Sapienza sia stata recentemente ed ufficialmente stabilita a vent’anni dopo la morte di Gesù, quindi all’incirca nel 50 d.C. Quindi, siccome il libro della Sapienza sarebbe stato scritto vent’anni dopo la morte di Gesù, per Biglino il fatto che non vi sia riportata alcuna menzione della sua condizione di Figlio di Dio e della sua resurrezione costituirebbe la prova che la figura di Gesù creduta dai cristiani sarebbe solo una costruzione postuma e fittizia. 

E’ una tesi assurda da ogni punto di vista. Innanzitutto come fa Biglino ad affermare che il libro della Sapienza sia stato composto nel 50 d.C.? E’ vero che alcuni studiosi datano la composizione al I secolo d.C., al tempo della persecuzione degli ebrei alessandrini da parte di Caligola nel 40 d.C., ma tale datazione è pressoché respinta dalla maggioranza degli studiosi. Infatti una persecuzione in atto avrebbe ispirato un linguaggio molto diverso da quello abbastanza calmo tipico della Sapienza. In realtà la moderna critica tende a dare un peso determinante alla serie di indizi che possono essere individuati all’interno del testo. Questi portano a datare il libro durante il principato di Ottaviano Augusto, cioè tra il 30 a.C. e il 14 d.C. Il motivo decisivo è la presenza, in Sap 6,3, del termine “kràtesis”, “sovranità”, parola tecnica usata per indicare la conquista dell’Egitto da parte dei Romani nel 30 a.C., alcuni termini usati nel libro della Sapienza diventano correnti solo al tempo dell’imperatore Augusto e, addirittura, Sap 14,22, con ogni probabilità, fa dell’ironia sulla pax romana. 

Ma, soprattutto, questo libro, che è già presente nella versione della Bibbia dei LXX, la quale risale almeno al II secolo a.C., è ampiamente citato dal nuovo Testamento, quindi deve essere necessariamente molto anteriore alla predicazione apostolica. Basta riferirsi al pensiero paolino, e quindi alla teologia giudeo-cristiana praticamente coeva a Cristo, profondamente influenzato dal libro della Sapienza. Paolo identifica Cristo con la Sapienza (E.G. Schnabel “Dizionario di Paolo e delle sue lettere” voce “Sapienza” San Paolo, Cinisello B. (MI) 1999, pp 1404-1405), nell’inno cristologico della lettera ai Colossesi (1, 15-20) vengono applicati a Cristo espressioni che sono attribuiti alla Sapienza (Sap 7, 26), Cristo è Sapienza di Dio (1 Col 1, 23-24). Una chiara allusione è presente nella lettera ai Romani (11, 33) con Sap. 9, 16-17 e, specialmente, la convergenza più significativa tra Sap 13, 15 e Rm 1, 18; 2, 16 dove Paolo condanna l’idolatria e l’immoralità (G. Bellia, A. Passaro “Il libro della Sapienza: tradizione, redazione, teologia” Città Nuova Editrice, Roma 2004, pag. 304). Per questi motivi diversi studiosi sono convinti che Paolo conoscesse il testo del libro della Sapienza (Eduard Grafe “Das Verhältnis der Paulinischen Schriften zur Sapientia Salomonis” in: Theologische Abhandlungen. Carl von Weizsäcker zu seinem siebzigsten Geburtstage gewidmet, Freiburg i. Br. 1892, pp. 251–286; David Winston “The Wisdom of Solomon: A New Translation with Introduction and Commentary” New York, Doubleday & Co., 1979, e Matthew Albright “The Anchor Bible”, New Haven, Yale University Press, 1992). Se il libro della Sapienza, quindi, risale al I secolo a.C. o, comunque, ad un periodo precedente la vicenda di Gesù, tutto il castello in aria di Biglino crolla miseramente. 

Ma l’assurdità maggiore risiede nel fatto di postulare un riferimento diretto alla figura di Gesù da parte dell’autore del libro della Sapienza. L’autore è certamente un ebreo che ha fede nel "Dio dei padri" (9, 1), orgoglioso di appartenere al "popolo santo", alla "stirpe senza macchia" (10,15), ed è pressoché certo che scrisse in Egitto, probabilmente ad Alessandria, ove fioriva una numerosa colonia ebraica (Ricciotti “Storia d’Israele” II, p. 204). Ammettendo per un attimo che il libro della Sapienza fosse posteriore a Cristo, perché mai un ebreo avrebbe dovuto riferirsi a lui come al Messia? Questo libro non è stato scritto da cristiani, ma da ebrei e per questi Gesù era solo un malfattore, giustamente condannato ad un’infamante supplizio perché eretico e bestemmiatore. Possibile che Biglino non sappia, o non capisca, tutto ciò? Sono stati i cristiani, come Paolo e i Padri della Chiesa, ad intravedere nel secondo capitolo del libro della Sapienza le corrispondenze con la passione di Cristo fino a dichiarare questo passo come profetico. Ma l’autore direttamente pensava ai giudei fedeli di Alessandria, scherniti e perseguitati dai rinnegati e dai loro alleati pagani. Quindi il riferimento non è certamente a Gesù, ma ad una persecuzione ideale o tipica. Per cui il testo conviene in modo eminente al Giusto per eccellenza (Eb 12, 3). 

Anche stavolta siamo di fronte ad una tempesta in un bicchier d’acqua, tanto rumore per nulla. Le sparate di Biglino possono far presa sugli ignoranti, ma già coloro che conoscono appena la Bibbia sono in grado di percepire immediatamente l’inconsistenza delle sue argomentazioni. 


Bibliografia 

J. A. Soggin “Introduzione all'Antico Testamento. Dalle origini alla chiusura del canone alessandrino” Brescia, Paideia, 1968;
P. Sacchi “Libri Sapienziali. Introduzione” in “La Bibbia". Nuovissima versione dai testi originali, con introduzioni e commenti”, 4 voll., Edizioni Paoline, Milano 1991, vol. II;
G. Scarpat “Libro della Sapienza, Testo, traduzione, introduzione e commento” Brescia, Paideia, 1989-1999;
E.G. Schnabel “Dizionario di Paolo e delle sue lettere” San Paolo, Cinisello B. (MI) 1999;
G. Bellia, A. Passaro “Il libro della Sapienza: tradizione, redazione, teologia” Città Nuova Editrice, Roma 2004;
L. Mazzinghi “Il Pentateuco sapienziale” EDB, Bologna, 2012.

venerdì 19 ottobre 2018

Perché non possiamo essere laicisti (e meno che mai odifreddiani)


Mentre ero intento a svuotare alcune “penne usb” è saltata fuori una conversazione, che credevo perduta, avuta diversi anni fa con Odifreddi, il pittoresco matematico tuttologo anticristiano. Da tempo, ormai, questo personaggio è sparito dalla ribalta televisiva e forse non è più tanto conosciuto al grande pubblico. Si tratta di uno dei tanti pseudo esperti fermamente convinti della falsità storica del cristianesimo, il quale, senza aver alcuna competenza in materia, essendo solo un matematico, inondò il panorama letterario ed il palinsesto televisivo di qualche anno fa, di libelli e comparsate tutte volte a confutare la ricerca storica ufficiale, quella operata dai professionisti del campo, che, a suo dire, sarebbe asservita ai loro interessi personali. Tra le varie “fatiche” editoriali di Odifreddi spicca sicuramente il testo intitolato: “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)” nel quale il suo autore, parafrasando all’incontrario il famoso saggio di Benedetto Croce, sostiene, tra molte altre sciocchezze, l’inesistenza di Gesù come personaggio storico in quanto non ci sarebbero testimonianze storicamente accettabili scritte dai suoi contemporanei. 

Ogni volta che mi trovo di fronte ad un testo del genere rimango sempre stupito del consistente seguito e consenso che riescono a racimolare questi personaggi del tutto improbabili, senza titoli e competenze, che discettano tranquillamente di storia, esegesi, teologia, linguistica, ecc. come se niente fosse, come se non fosse necessaria una preparazione specifica, seria e documentata. Basta scrivere contro Cristo ed i cristiani e la gente si “beve” di tutto, ogni fesseria passa per verità inconfutabile. 

Per dare un’idea precisa del basso livello qualitativo di questo testo, propongo questa discussione che ebbi col suo autore, il famigerato Odifreddi. Mi bastò scambiare qualche battuta che, subito, le argomentazioni del grande “scopritore” della “vera” storia del Cristianesimo, nascosta dal “complotto” della Chiesa, naufragarono miseramente. In quegli anni scrivevo sul suo blog e, mentre rispondevo ad alcune critiche che venivano rivolte alle mie asserzioni sulla storicità dei vangeli e dei personaggi che vi compaiono, il grande esperto irrompeva così: 

Piergiorgio Odifreddi scrive: 
24 agosto 2011 alle 10:39 
caro luis, 
la lascio volentieri alla sua “competenza”: contento lei, ad esempio di ritenere pietro “testimone oculare”, quando dovrebbe sapere benissimo che pure su di lui ci sono forti dubbi. anzitutto, sulla sua esistenza, e soprattutto sulla sua venuta a roma: sollevati, in particolare, dal fatto che le lettere alla comunità romana non lo citano nemmeno. 
quella che lei chiama “competenza”, è soltanto l’indottrinamento sulla “linea del partito”. analogo a quello dei contadini comunisti di una volta, che ripetevano pappagallescamente le scuse e le invenzioni del pcus, senza nemmeno capirle, ma pretendendo che coloro che non avevano gli occhi foderati del prosciutto leninista-stalinista ci credessero".

Al che risposi:

Luis scrive: 
24 agosto 2011 alle 12:30 
Salve Odifreddi! 
La mia competenza è frutto di studi, ricerche ed esperienze archeologiche. La sua è una noiosa tiritera di sciocchezze attinte dal serbatoio di nefandezze astoriche e anticristiane del web. 

Sa qual è la spia della sua difficoltà? Questa continua accusa agli storici di fede cristiana di essere indottrinati, incapaci di ragionare autonomamente. Mentre, invece, non una replica seria e motivata contro le loro argomentazioni. 

Al soggiorno romano di Pietro fanno esplicito o indiretto riferimento la lettera di Clemente Romano scritta alla fine del I secolo d. C., quella di Ignazio d'Antiochia in viaggio verso Roma per subire il martirio all’inizio del II sec., Ireneo di Lione nella serie dei vescovi da lui riportata nella sua opera «Adversus Haereses», Tertulliano, il Frammento Muratoriano, Dionigi di Corinto ed il presbitero Gaio, riportati da Eusebio di Cesarea nella sua «Storia ecclesiastica», gli scrittori alessandrini Clemente ed Origene, ecc. 

La sua presumibile replica: tutti fanno parte del complotto! In tempi differenti ed in luoghi differenti tutti ad inventarsi Pietro a Roma! Ma complotto a che scopo? Che cambia se Pietro muore a Roma o ad Antiochia o ad Alessandria? Quali prove e motivazioni storiche? Nessuna! La lettera ai Romani di Paolo non saluta Pietro? Ma non sarà forse perché quando Paolo scrisse questa lettera Pietro non si era ancora stanziato stabilmente a Roma? Impegnato ancora in aree missionarie nel mondo giudaico secondo il suo mandato di apostolo dei circoncisi (Gal 2,8)? 

Perché si sarebbero inventati un Pietro a Roma? Durante i secoli II e III nessuna delle varie chiese rivendicò mai per sé l'onore di aver visto morire Pietro tra le sue mura o di conservarne il sepolcro, né pensò mai di contestare la pretesa di esser stata la sede dell'apostolo. Né mancarono i contrasti anche aspri tra le comunità cristiane, e quindi vi poteva esser tutto l'interesse a sminuire i diritti di Roma; ma anche coloro che effettivamente ridussero a troppo poco la superiorità della sede romana non negarono mai la venuta ed il governo di Pietro, mentre questo sarebbe stato un argomento molto semplice e decisivo per troncare ogni discussione. 

Che dice Odifreddi, le piace questo esempio di analisi storica o è tutto prosciutto “leninista-stalinista”? Ma non sarà, forse, che il consumatore di insaccati sia lei, schiavo com’è del suo odio?” 

Lo scambio di battute proseguì:

Piergiorgio Odifreddi scrive: 
24 agosto 2011 alle 14:59 
caro luis, 
quello che lei chiama “esempio di analisi storica” è appunto, per me, un esempio della confusione mentale che alberga nelle menti dei credenti. 

anzitutto, l’aver fatto quelli che loro chiamano “studi, ricerche ed esperienze”, e lo sbadierarli ai quattro venti, non salva gli astrologi dall’essere dei ciarlatani. e, temo, nemmeno i supposti “storici del cristianesimo”. 

a proposito di pietro, lei fa un elenco di lettere, la prima della quale risale alla fine del primo secolo. dunque? cosa ne direbbe, se la PRIMA a notizia di qualcuno vissuto una sessantina d’anni fa affiorasse solo oggi? un po’ di sospetto le verrebbe, che si trattasse di un’invenzione, o di una libera variazione, o no? 

l’argomento di ragion sufficiente (” a che pro inventarsi tutto questo?”) è anch’esso senza nessun valore probatorio. e infatti, lo si può applicare a tutte le altre religioni, i cui fedeli credono, esattamente come i cristiani, che le loro supposte divinità siano veramente esistite. o lei crede che anche khrisna, rama, vishnu, e compagnia bella, siano stati personaggi reali? 

ps. se posso permettermi, lei e quelli come lei mi sembrate come quei matti che ogni tanto incontro, che vengono a dirmi di aver trovato una dimostrazione della quadratura del cerchio, o una semplice dimostrazione del teorema di fermat. e si seccano quando uno gli dice che in un passaggio c’è scritto che 2 più 2 fa 22. non c’è bisogno di leggere tutto il loro, anch’esso in genere interminabile, panegirico, per dismetterlo come una sciocchezza"


Luis scrive: 
24 agosto 2011 alle 15:32 
"Caro Odifreddi, 
che lei consideri una ciarlataneria lo studio e l’analisi storica non ne avevo il minimo dubbio visto il livello da barzelletta dei suoi libercoli. 

Pietro è l’apostolo più citato dai vangeli, scritti a circa 30 anni dai fatti narrati che raccolgono una tradizione orale ben salda presso le comunità giudeo-cristiane, così come attesta l’impianto linguistico aramaico del greco di traduzione di tali scritti. Pietro è unanimemente ricordato dalla più antica tradizione cristiana. La tesi del complotto fa ridere, come le sue sciocche obiezioni. 

E’ perfettamente inutile che batta sempre sullo stesso tasto, la pretesa di avere testimonianze coeve di personaggi di 2000 anni fa, non attenzionati da una storiografia ufficiale, è una assurdità. A quell’epoca non esisteva il giornalismo, la cronaca, i giornali o la televisione (che mi tocca fare…mi sembra di parlare ad un bambino), le notizie si diffondevano esclusivamente per via orale e venivano messe per iscritto solo alla morte dei testimoni. 

L’argomento di “ragion sufficiente”, come lo chiama lei, non è applicabile alle altre divinità in quanto ci portiamo fuori dalla storia. Chi può garantire un inquadramento storico e realistico della testimonianza su khrisna, rama, vishnu, ecc.? A lei, mio caro Odifreddi, manca il metodo storiografico, la contestualizzazione storica, l’analisi del linguaggio, l’esegesi…. Lasci perdere, mi creda. 

La saluto, Luis". 


Piergiorgio Odifreddi scrive: 
24 agosto 2011 alle 16:23 
"caro luis, 
io non considero affatto “una ciarlataneria lo studio e l’analisi storica”. semplicemente, non considero storia la mitologia (religiosa e non). mi sembra ci sia una bella differenza! se i suoi sofisticati strumenti di analisi non arrivano nemmeno a capire queste distinzioni, siamo ben messi… 

certo che a quell’epoca “non esistevano il giornalismo, la cronaca, eccetera”. il che non ci impedisce di conoscere ad esempio la storia romana. che è tutto un altro genere, con sua buona pace. 

tra l’altro, lei si arrampica sui vetri, perchè ho già citato decine di volte le due prefazioni ai due libri del papa su gesù, nei quali si ammette espressamente che la storia di gesù NON E’ dello stesso genere di quella di cesare, ad esempio. se vuole essere più papista del papa, faccia pure: che importa a me? 

quanto poi dire che le altre religioni si pongono al di fuori della storia, e il cristianesimo no, significa essere provinciali e partigiani. vada in india, visiti ayodha o wrindhavan, parli con i fedeli e gli studiosi locali, e sentirà opporsi esattamente GLI STESSI argomenti che a lei sembrano tanto probanti per il cristianesimo". 

Luis scrive: 
24 agosto 2011 alle 16:53 
"Abbia pazienza Odifreddi, 
se io mi arrampico sui vetri, lei ci scivola che è una bellezza: è inutile che tenta furbescamente di accostare la storiografia ufficiale dell’impero romano con i resoconti postumi di testimonianze. E’ ovvio che di Cesare, Augusto, Tiberio, ecc. abbiamo più e qualificate notizie di Gesù, ma è altrettanto vero che della storia romana ciò che è al di fuori della storiografia ufficiale torna ad essere dello stesso livello delle testimonianze su Gesù (uso una generalizzazione per far capire il concetto, anche se mi sembra un’impresa disperata). 

I miei strumenti storici mi hanno dato (al pari della stragrande maggioranza della storiografia contemporanea, che a turno lei rispetta o disprezza) sufficiente prova che con Gesù siamo nella storia e non nella mitologia. La teoria del mito è naufragata da un bel pezzo, non regge al moderno metodo critico (Grant M., “Jesus: An Historian's Review of the Gospels”, 1995), nessuno dei primi avversari del cristianesimo mette infatti in discussione l'esistenza di Gesù, la crocifissione pubblica, e come simbolo in sé, si presta difficilmente ad un'invenzione, nell'ambito della critica testuale, le incoerenze e le contraddizioni tra i testi del Nuovo Testamento sono decisamente a sfavore dell'ipotesi di una creazione letteraria, nessuna delle teorie alternative avanzate per spiegare l'origine del cristianesimo indipendentemente dall'esistenza di Gesù sembra pienamente soddisfacenti (Geoltrain P., Encyclopædia Universalis, art. Jésus, 2002). Lo storico (razionalista) Guignebert C. considera i vangeli come scritti propagandisti, eppure rifiuta la tesi mitica. Egli non comprende perché mai i primi cristiani avrebbero dovuto rivestire la divinità di una parvenza di umanità, pretendendo oltre tutto di inserirlo in un contesto storico preciso e attuale, anziché allontanarne la leggenda in un passato indeterminato. In particolare, Guignebert non ritiene possibile dubitare della storicità della crocifissione. 

Gli storici che le ho citato sono atei e razionalisti, quindi i suoi puerili pregiudizi non hanno alcuna ragion d’essere. Questi studiosi adottano un metodo scientifico che fa a pugni con la sua ignoranza e pressappochismo. 

Quanto alle vicende indiane sa, per caso, dell’esistenza di una intera comunità internazionale di storici che è convinta della esistenza documentata dei vari khrisna, rama o vishnu? Sa, è sempre importante imparare cose nuove… 

La saluto nuovamente, 
Luis"



Come risulta da tale, forse un tantinello acceso, ma corretto, scambio di battute, per Odifreddi la comunità scientifica, gli storici credenti che studiano la storia del Cristianesimo, sono alla stessa stregua degli “astrologi” (sic), ossia dei ciarlatani che rispondono alle precise direttive della “linea di partito” (il Vaticano?). Ma anche quelli non credenti, secondo questa vetta di sapienza universale, se studiano la storia del Cristianesimo, ossia fanno della “mitologia”, non sono altro che ciarlatani anch’essi. 

Se le premesse sono queste si può immaginare lo spessore qualitativo di un saggio come “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)”, scritto da un personaggio che pone sullo stesso piano il profilo storico di Gesù di Nazareth con quello immaginario di dei indiani come Khrisna, Rama o Vishnu, o che pretende lo stesso livello di testimonianza storica tra un imperatore romano ed un oscuro predicatore galileo. 

Il ritornello, purtroppo, è sempre lo stesso: basta che si scriva contro i cristiani e la Chiesa che subito si vendono libri, si acquisisce successo e notorietà, io lo chiamo: il “Fenomeno Codice da Vinci”, anche se, il più delle volte, chi scrive è un completo incompetente come Odifreddi.

mercoledì 10 ottobre 2018

L'isterismo laicista contro la vita


Ci risiamo, la cricca laicista non perde occasione di manifestare il suo odio per la vita, mostrando anche una assoluta ignoranza della legge, per affermare la sua ideologia di morte. 

Qualche giorno fa il capogruppo del Partito Democratico nel consiglio comunale di Verona, Carla Padovani, ha votato a favore di una mozione della Lega che sostiene associazioni cattoliche per iniziative contro l'aborto. Contro tale voto si è scagliato tutto l'apparato laicista più becero dal segretario Maurizio Martina, che ha commentato: "La legge 194 a difesa delle donne e della maternità consapevole non si tocca. Chi vuole ricacciare il Paese nel passato degli aborti clandestini, deve sapere che tutto il Pd si è battuto e si batterà sempre per difendere questa conquista di civiltà a tutela della libertà e della salute delle donne. Non può esserci nessuna ambiguità su questo punto tanto più oggi, di fronte alle provocazioni di alcuni esponenti della maggioranza di governo che immaginano per l'Italia un ritorno al Medioevo", al governatore del Lazio Nicola Zingaretti: "Così non va. Non si procede con colpi di mano ideologici su temi così delicati. Non si rispetta la vita se non si rispettano le scelte delle donne...".

Resto letteralmente basito di fronte a tanta ignoranza: la mozione leghista è a favore di iniziative volte a limitare e contrastare la piaga dell'aborto. E' la stessa legge 194 ad indicarlo: "Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite" (legge 194, art. 1).

Perché Martina ha reagito in questo modo? Non sarebbe dovuto essere, piuttosto, a favore di una mozione del genere, visto che andava nella direzione tracciata dalla legge? Martina parla come se l'interruzione di gravidanza fosse un diritto, ma in realtà la legge 194 non riconosce alcun diritto del genere, ma permette l'interruzione di gravidanza solo come un'estrema, ultima, soluzione possibile. Il fatto grave è che Martina, come tutti i suoi accoliti, sono accecati dalla loro ideologia di morte, dall'egoismo tipico della visione becera e distruttiva del laicismo. E, caro Martina, lasci stare il Medioevo, un periodo storico che rispettava il valore della vita molto più di quanto non la rispetti lei.

E che dire di Zingaretti? Certo che da uno che era a favore dei colpi di mano dei sindaci che celebravano nozze tra persone omosessuali in barba alla legge sentir dire che "non si procede per colpi di mano ideologici" fa un po' ridere. Zingaretti letteralmente straparla dicendo delle assurdità: non si rispetta la vita se non si rispettano le scelte delle donne? Ma che sciocchezza è mai questa? Come fa un'interruzione di gravidanza ad essere una scelta che rispetta la vita? La vita si rispetta riconoscendo il suo valore assoluto, fondamentale che, in quanto tale, non può dipendere da scelte personali.        

venerdì 5 ottobre 2018

I miti sulle crociate: i cristiani e gli ebrei dei paesi occupati dall’Islam vivevano meglio che non sotto i bizantini

Un’altra leggenda che si racconta a proposito del confronto tra i cristiani e l’Islam riguarda il governo ed il trattamento che i musulmani avrebbero riservato alle popolazioni non islamiche dei territori occupati. Diversamente dalla brutalità che il cristianesimo avrebbe riservato ad ebrei ed eretici, il governo musulmano sarebbe stato caratterizzato da una illuminata e benevola tolleranza nei confronti dei popoli conquistati permettendo loro di professare la propria fede senza interferire. Ovviamente siamo di fronte all’ennesimo mito anticristiano che prese vita in quell’ambiente illuminista del XVII secolo, da parte di scrittori come Voltaire, Gibbon, ecc., tutto volto a ritrarre la Chiesa Cattolica nel modo peggiore possibile. 


La realtà, purtroppo, fu tutt’altra cosa e la tanto decantata tolleranza islamica solamente un bluff, per l’invasore musulmano i territori occupati dovevano essere completamente islamizzati e tutti dovevano convertirsi alla religione dei dominatori oppure venire uccisi. L’unica possibilità di sfuggire alla morte, senza per forza convertirsi all’Islam, era quella di sottomettersi accettando una feroce discriminazione ed uno status sociale di inferiorità. Tale possibilità, spacciata per tolleranza dagli storici illuministi, fu in pratica una sorta di servitù ed era il trattamento riservato ai cristiani e agli ebrei assoggettati che non accettavano di convertirsi all’Islam (Marshall G.S. Hodgson “The Venture of Islam: Conscience and History in a World Civilization” Chicago University Press, Chicago 1974, vol. I). Per i musulmani, gli ebrei e i cristiani erano “’Ahl al-kitab”, cioè le “Genti del Libro”, ossia i fedeli di quelle religioni che fanno riferimento a testi ritenuti di origine divina dallo stesso Islam, come la Torah per gli ebrei ed i vangeli per i cristiani.

Questo comportamento da parte dei musulmani deriva da una sura del Corano: “Combatti coloro che non credono in Dio, né nel Giorno del Giudizio, né ritengono vietato ciò che è stato proibito da Dio e dal suo Messaggero, né riconoscono la religione della Verità, (anche se sono) del Popolo del Libro, finché non paghino la jizya accettando di sottomettersi, e si sentono sottomessi” (Corano IX, 29).

Tutto ciò, però, era possibile solo sotto condizioni altamente repressive, i cristiani e gli ebrei divenivano dei cittadini di serie B, i “dhimmi” giuridicamente e socialmente inferiori e tale discriminazione era permanente. Ogni dhimmi adulto, maschio doveva pagare un’imposta di capitolazione, la Jiziya. Le sue proprietà potevano essere confiscate e passate alla comunità islamica, oppure il dhimmi poteva disporne, ma era soggetto ad una tassa sulla proprietà e sul raccolto (Kharaj) oltre ad essere obbligato a versare altre imposte per il mantenimento dell’esercito musulmano (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.130).

Oltre a questa pesantissima tassazione il “dhimmi” era costretto a vivere in uno stato di perenne soggezione: chiunque osasse fare proseliti era immediatamente condannato a morte, non era permesso erigere chiese e sinagoghe. Ai cristiani ed ebrei era vietato pregare o leggere le Scritture a voce alta, neppure tra le mura domestiche, in chiesa o in sinagoga, per il timore che un musulmano potesse sentirli (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2010, pag. 42).

La politica ufficiale era quella di far sentire i dhimmi degli esseri inferiori che dovevano stare al loro posto senza nessuna possibilità di partecipare alla vita politica e sociale. Non potevano andare a cavallo, non era loro permesso portare armi, erano obbligati a portare sugli abiti un marchio che ne denunciasse la loro fede ogni volta che venivano a trovarsi in presenza di musulmani (Robert Payne “The History of Islam” Barnes and Nobles, New York 1995, pag. 105).

Altre limitazioni riguardavano la testimonianza in tribunale, la protezione del diritto penale e il matrimonio. I dhimmi non potevano testimoniare contro un musulmano e, in genere, la sua testimonianza non aveva valore, non potevano contrarre matrimonio con una musulmana e non potevano aver alcun diritto nei confronti di un musulmano. Scrive il famoso storico J. Riley Smith: “Il dhimmi e la sua famiglia non erano cittadini di uno stato musulmano, ma membri di una comunità quasi indipendente, guidata da un rabbino o da un vescovo, sebbene tutti i crimini gravi e quelli che coinvolgevano membri di altre comunità religiose, dovevano essere giudicati da tribunali musulmani” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.130).

Questo stato di profonda soggezione ed inferiorità poneva i cristiani e gli ebrei in balìa di qualsiasi angheria. Se un musulmano uccideva un dhimmi la pena poteva essere al massimo il pagamento di una ammenda monetaria. Non era possibile alcuna condanna a morte. Per i malikiti e gli hanbaliti, due sette islamiche sunnite, la vita di un dhimmi valeva la metà di quella di un musulmano. Per gli shafi'iti, cioè i componenti di una importante scuola islamica sugli aspetti legali del Corano, cristiani ed ebrei valevano un terzo, gli zoroastriani appena un quindicesimo (Bat Ye’or “Islam and Dhimmitude: Where Civilizations Collide”, Fairleigh Dickinson University Press, 2001).

Tutto ciò incoraggiava ogni sorta di violenza contro i cristiani, scrive il famoso storico israeliano Moshe Gil: “Generazione dopo generazione, gli scrittori cristiani registrarono azioni persecutorie e vessatorie, fino all’eliminazione fisica, imposte dai governanti musulmani” (Moshe Gil “History of Palestine, 634–1099”, Cambridge University Press, Cambridge1992, p. 471). E a rendere ancora più difficile la vita delle comunità cristiane fu il fatto che in molti casi, oltre ai musulmani, prendevano parte agli attacchi contro i cristiani anche le comunità ebraiche (Moshe Gil “History of Palestine, 634–1099”, Cambridge University Press, Cambridge1992, p. 472). 

Una eccezionale conferma della triste condizione dei popoli sottomessi alla potenza islamica viene proprio da fonti musulmane che, quindi, sono al di sopra di ogni sospetto. L’emiro Usama Ibn Munqid, dopo aver visitato il Regno di Gerusalemme, osservò stupito: “Una volta che i cavalieri (cioè i Franchi) hanno stabilito una sentenza, né il re né alcun altro loro capo può tramutarla e disfarla” (F. Gabrielli “Storici arabi delle crociate” Einaudi, Torino, 1987, par 74). Ciò conferma quanto riferisce il viaggiatore andaluso musulmano Ibn Jubair che nel 1184, giunto in Palestina, osservò come i suoi correligionari, nonostante il Corano imponesse ai veri credenti di abbandonare il Dar al-kufr, cioè il territorio ancora in mano ai crociati, preferivano vivere sotto il dominio dei kafirun (infedeli), in quanto questi agivano con “equità”. (Ibn Jubair, “A traves del Oriente”, Serbal, Barcellona, 1988, pag. 352).

Incredibilmente la grande menzogna raccontata sulle crociate non si è limitata solo al mito del buon governo dell’Islam conquistatore, come se le popolazioni assoggettate non aspettassero altro che essere conquistate e sottomesse, ma si è anche spinta ad immaginare una feroce oppressione da parte delle autorità cristiane, menzogna smentita dalle stesse fonti musulmane.


Bibliografia 

Marshall G.S. Hodgson “The Venture of Islam: Conscience and History in a World Civilization” Chicago University Press, Chicago 1974;
F. Gabrielli “Storici arabi delle crociate” Einaudi, Torino, 1987;
Ibn Jubair, “A traves del Oriente”, Serbal, Barcellona, 1988;
Moshe Gil “History of Palestine, 634–1099”, Cambridge University Press, Cambridge 1992;
Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994;
Robert Payne “The History of Islam” Barnes and Nobles, New York 1995;
Bat Ye’or “Islam and Dhimmitude: Where Civilizations Collide”, Fairleigh Dickinson University Press, 2001; 
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010.

giovedì 13 settembre 2018

Biglino e il peccato originale

Uno degli argomenti che Biglino ripropone continuamente nelle sue conferenze riguarda la dottrina cristiana del peccato originale. Secondo lo studioso piemontese la disubbidienza di Adamo ed Eva verso Dio, narrata nel terzo capitolo della Genesi, non significherebbe affatto che ogni uomo sia macchiato da un peccato originale. 

Biglino, infatti, afferma: “Il peccato originale è quello che dà origine a tutto. Noi nasciamo tutti peccatori, cioè macchiati, abbiamo necessità di un intermediario che, se facciamo i buoni, ci riconduce alla riconciliazione e alla vita eterna che ci è stata tolta quando Adamo ed Eva compirono l’infamia di quella disubbidienza […] Ma, in realtà il peccato originale non esiste, per gli ebrei nella Bibbia non vi è alcun concetto del genere”. 

Siccome presso gli ebrei non esisterebbe il concetto di una trasmissione del peccato, per Biglino il terzo capitolo della Genesi non giustificherebbe il dogma cattolico di un peccato originale trasmesso ad ogni uomo. Quindi, come al solito, si tratterebbe dell’ennesima mistificazione della Chiesa cattolica volta a condizionare e tenere in soggezione le masse ed esercitare così il suo potere su di esse. Biglino ama ripetere trionfalmente che se non esistono né il peccato originale e né Dio (come è noto, infatti, per Biglino nella Bibbia non si parla di Dio, ma di un essere extraterrestre, n.d.r.), vengono a mancare sia il “movente” che il “mandante” e ciò rende la Bibbia un libro come un altro, senza niente di sacro. 

Ma, allora, se la Bibbia non ne parla, la Chiesa Cattolica dove trae questa idea del “peccato originale”? Secondo Biglino non ci sono dubbi, è stata tutta un’idea di Paolo di Tarso, considerato il vero “inventore” del Cristianesimo. Lo studioso piemontese così afferma: “Tra Genesi 3 e la lettera ai Romani dove si inizia a ventilare l’idea del peccato originale, dove l’apostolo Paolo dice: “Per mezzo di un uomo la morte è entrata nel mondo” non c’è coincidenza, anzi c’è da chiedersi dove Paolo trova quell’idea. Anche per la teologia cattolica il peccato è individuale”. 

In effetti, nel moderno ebraismo, sebbene alcune correnti considerino Adamo come colui che portò la morte nel mondo, la maggioranza delle opinioni rabbiniche non ritengono che fosse anche il responsabile dei peccati dell'intera umanità. E’ interessare notare come Biglino si affidi ad una generica interpretazione ebraica per negare che il concetto di “peccato originale” sia presente nella Bibbia, ma questa grande considerazione che Biglino ha dell’odierna interpretazione ebraica della Bibbia viaggia a corrente alternata: quando questa non è producente a validare le sue teorie viene inesorabilmente ignorata o criticata. Si possono fare tantissimi esempi di tale comportamento: tutti i rabbini ebraici, ad esempio, affermano chiaramente la presenza di Dio nella Bibbia oppure credono che in tanti passi della Scrittura, Dio e le sue manifestazioni, siano rappresentate attraverso antropomorfismi, ecc. In tutti questi casi per Biglino anche gli ebrei, improvvisamente, sono traviati dalla “teologia” e quindi sbagliano. 

Ma a sbagliare in realtà è proprio Biglino che dimostra tutta la sua ignoranza mostrando di non conoscere il fatto che l’ebraismo non ha un’unica dottrina, ma diversi punti di vista. La dottrina del "peccato ereditario" non si riscontra nella maggior parte dell'ebraismo odierno, ma lungo tutta la storia dell’ebraismo ci sono state correnti di ebrei ortodossi che hanno dato la colpa ad Adamo per la complessiva corruzione del mondo, ed è noto che ci sono stati alcuni rabbini dei tempi talmudici che ritenevano la morte una punizione per l'umanità a causa del peccato di Adamo (Alfred J. Kolatch “Judaism's Rejection Of Original Sin” The Jewish Book of Why/The Second Jewish Book of Why, Jonathan David Publishers, 1989). 

Generalmente Biglino si presenta come un grande studioso della Bibbia, ma è solo un bluff, infatti ha una profonda ignoranza della Bibbia. Egli non conosce il fatto che il concetto di un peccato originario, che abbia rotto l’armonia del creato ed alterato il rapporto tra Dio e l’umanità, con ripercussioni che sarebbero ereditate da ogni uomo, si riscontra in più punti della Scrittura e non vi è solo il riferimento alle conseguenze del peccato che si ritrova nel terzo capitolo della Genesi. Nella stessa Genesi, al capitolo quarto, Dio esorta Caino a dominare la sua natura macchiata dal peccato: “Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo” (Genesi 4,7) oppure al capitolo ottavo, dove Dio si rende conto che l’uomo, ogni uomo, sarà sempre incline al male e, quindi, promette di non colpirlo più, come aveva fatto col diluvio: “Il Signore ne odorò la soave fragranza e pensò: «Non maledirò più il suolo a causa dell'uomo, perché l'istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto” (Gn 8,21). 

In alcuni trattati del Talmud e della Mishnah che riguardano i danni provocati dalle azioni sbagliate dell’uomo e la liturgia della espiazione dai peccati (Yom Kippur), viene espressamente indicato, a commento di Gn 8, 21, che "L'uomo è responsabile del peccato perché è dotato di libero arbitrio; egli è per sua natura fragile, e la tendenza della mente sarebbe verso il male” (Yoma 20a; Sanhedrin 105a). 

L’idea di un peccato ereditario che è stato introdotto nel mondo dalla disubbidienza di Adamo è sempre stato presente nell’ebraismo, nei Salmi, ad esempio, si ritrova, nitido, il concetto di un peccato originale trasmesso alla natura umana: "Ecco, io sono stato formato nell'iniquità, e mia madre mi ha concepito nel peccato" (Salmo 51, 5). In generale i rabbini che abbracciavano questa corrente di pensiero distinguevano tre modi di interpretazione: a) una corruzione della stirpe da un punto di vista ereditario; b) il peccato di Adamo che viene punito attraverso la sua progenie e c) che tutti i peccati sono il risultato delle azioni di Adamo (Shaul Magid “From Metaphysics to Midrash: Myth, History, and the Interpretation of Scripture in Lurianic Kabbala” Indiana University Press, 2008, p. 238). 

Evidentemente Paolo di Tarso aderiva al primo modo di interpretazione, nel pieno solco della tradizione rabbinica ebraica e, quindi, non c’è affatto da stupirsi, come fa Biglino, dell’insegnamento sul nuovo Adamo, cioè Gesù che salva, che ritroviamo nelle lettere ai Corinti ed ai Romani. Paolo non inventa niente, ma si rifà alla tradizione giudeocristiana che, a sua volta, affonda le sue origini nella Scrittura. L’Antico Testamento è pieno di profezie sul Messia che viene a salvare il suo popolo dai peccati. Nel libro di Isaia, che come è noto non è legato solo ad un periodo preciso della storia di Israele, ma riguarda una pluralità di autori e periodi storici, viene chiaramente indicata la condizione umana di soggezione al peccato che verrà spazzata via dal Messia promesso da Dio: “Pertanto così dice il Signore Dio: Ecco, io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non si turberà […] Sarà annullata la vostra alleanza con la morte; la vostra lega con gli inferi non reggerà. Quando passerà il flagello del distruttore, voi sarete una massa da lui calpestata” (Isaia 28, 16-18) ed anche “Dopo il tormento dell'anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità" (Isaia 53, 11). 

I primi cristiani erano ebrei e come tali hanno visto in Gesù il Messia promesso dalle Scritture venuto a togliere i peccati del mondo e il peccato originale. Questa visione è poi confluita nei vangeli, fonti, alcuna delle quali, anche indipendenti da Paolo di Tarso. Il vangelo di Matteo, tra queste, riporta: “Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1, 21), oppure “È venuto infatti il Figlio dell'uomo a salvare ciò che era perduto” (Mt 18, 11), ed ancora “Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati” Mt (26, 27-28). Il vangelo di Luca, riferendosi a Gesù, riporta un antico cantico giudeocristiano che recita: “Benedetto il Signore Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo […] per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati“ Lc (1-68). E’ il famoso cantico di Zaccaria, un inno puramente giudeocristiano di lode a Dio in cui vi troviamo molte frasi tratte dall’Antico Testamento (Giuliano Vigini “Il NT, il vangelo e gli atti degli apostoli” Ed. Paoline, 2000, pag 220). 

Infine una piccola notazione: Biglino è solito affermare: “Per mezzo di un uomo la morte è entrata nel mondo” non c’è coincidenza, anzi c’è da chiedersi dove Paolo trova quell’idea. Anche per la teologia cattolica il peccato è individuale”. Purtroppo l’ignoranza di Biglino non si limita solo alla non conoscenza della Bibbia, ma comprende anche la dottrina cattolica. Infatti egli non sa che la teologia cattolica non considera affatto il peccato originale come un peccato individuale, ma consiste unicamente in una privazione della santità e della giustizia originali che ha portato la natura umana ad essere incline al male, cioè la “concupiscenza” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 405). Questa inclinazione al male costituisce una “macchia”, non un vero peccato, ma che rende l’umanità lontana da Dio. Per questo Tommaso d’Aquino chiamava questo peccato “labes naturae”, ossia, macchia della natura umana (Tommaso d’Aquino I.II. quest.82 art.3). 

Tutti, nessuno eccettuato, sono morti per i peccati, tanto originale che commessi volontariamente o coll’ignoranza, o coll’opera, o coll’omissione: e per tutti i morti, è morto il Solo ch’era vivo, cioè che non aveva assolutamente alcun peccato” (Agostino d’Ippona “De Civitate Dei” lib. XX c.6). 



BIBLIOGRAFIA 

Alfred J. Kolatch “Judaism's Rejection Of Original Sin” The Jewish Book of Why/The Second Jewish Book of Why, Jonathan David Publishers, 1989; 
Giuliano Vigini “Il NT, il vangelo e gli atti degli apostoli” Ed. Paoline, 2000; 
Shaul Magid “From Metaphysics to Midrash: Myth, History, and the Interpretation of Scripture in Lurianic Kabbala” Indiana University Press, 2008. 

Segnalo anche il link del blog del caro amico Yuri Leveratto da cui ho tratto tanto interessante materiale: 
http://yurileveratto2.blogspot.com/2016/03/mauro-biglino-sostiene-che-il-peccato.html

venerdì 10 agosto 2018

L'Argentina sceglie la tutela della vita umana

Finalmente una bellissima notizia, l’Argentina, dopo un combattuto e sofferto confronto parlamentare dice no all’aborto. Il Senato ha respinto il progetto di legge sull’interruzione volontaria della gravidanza trasmesso dalla Camera, che lo aveva approvato a giugno di stretta misura, per la legalizzazione dell’aborto nelle prime 14 settimane di gravidanza. Ad ottenere questo splendido risultato è stata la maggioranza del voto femminile pro-life e l'intensa attività sociale della Chiesa cattolica che si è schierata con forza a difesa della vita umana indifesa. L'arcivescovo di Buenos Aires, Mario Poli, ha dichiarato: “Il disegno di legge mette degli esseri umani indifesi e vulnerabili che si trovano in gestazione, in una strada senza uscita, senza possibilità di difendersi, senza giudizio né processo”. Il tunnel nero laicista, l'incredibile follia della legalizzazione dell'omicidio, ha ricevuto un grosso ammonimento: l'aborto è sempre un omicidio, la vita umana è un valore fondamentale che, in quanto tale, non può essere relativizzato, la vita umana deve essere sempre difesa e tutelata. 
Dopo gli strombazzamenti di maggio scorso, durante i quali su tutti i media si magnificava la triste svolta laicista dell'Irlanda verso la legalizzazione dell'aborto come segno di progresso e civiltà, la notizia della votazione argentina è passata quasi inosservata, come un qualcosa da dover nascondere. 
Ovviamente si registra qualche strale isterico e farneticante di alcuni siti e commenti laicisti dove, tra le tante assurdità, viene riproposta la solita storia del pericolo dell'aborto clandestino. Per questi commentatori l'aborto sarebbe così giustificato, scegliendo la morte come una soluzione ed affermando un'assurda graduatoria di valore tra la vita del bambino e quella della madre.

Ma, a parte il fatto che il più delle volte il riferimento al numero delle vittime degli aborti clandestini viene opportunamente gonfiato per essere usato come grimaldello per affermare ed imporre all'opinione pubblica una visione abortista, è proprio il concetto di voler sanare un male con un male maggiore ad essere aberrante. E' come se pretendessimo di regolamentare il furto, la truffa, la violenza, lo stupro, ecc. per avere così meno illegalità. Ma che logica distorta è mai questa?

D'altronde il laicismo non ha una logica, ma viaggia sul sentimento del momento: non mi "sento" di avere il bambino? Lo elimino, che problema c'è? Sono maschio e mi "sento" femmina? Cambio sesso, che problema c'è? Sono omosessuale e voglio un figlio? Affitto un utero, che problema c'è? Ovviamente tutti questi "sento" non sono solo delle sensazioni personali, ma diventano dei veri e propri diritti, cioè un ordinamento giuridico che coinvolge tutta la società e che lo Stato deve tutelare e, quindi, sovvenzionare, anche a spese di moltissime persone assennate, costrette a partecipare loro malgrado all'infame operazione. 

Non mi resta, quindi, che tributare un grosso plauso al popolo argentino per questa dimostrazione di umanità e giustizia. Viva l'Argentina!        


mercoledì 11 luglio 2018

Miti anticattolici. Lo Ius primae noctis

I “secoli bui”, dieci per l’esattezza, sono il medioevo nel nostro immaginario collettivo, un’epoca di barbarie, arretratezza, di oscurità al punto che per condannare qualsiasi situazione negativa o comportamento sbagliato spesso bolliamo tutto come “medioevale”. Tutto ciò deriva dal fatto che quel lunghissimo periodo storico fu, in Europa, completamente segnato dal Cristianesimo e, nell’Europa occidentale, sotto la guida indiscussa della Chiesa cattolica, cosicchè divenne imperativo, tra il XVIII ed il XIX secolo, per la nascente storiografia illuminista anticristiana ed anticlericale, raffigurarlo nella luce più cupa e lugubre possibile. 

Tale operazione avvenne nei modi più disparati, dalla fabbricazione di documenti falsi fino alla creazione di leggende, alcune delle quali veramente ridicole, come quella del cosiddetto “Ius primae noctis”, cioè una ipotetica legge che avrebbe consentito al padrone di un fondo di poter disporre delle mogli dei servi della gleba ivi residenti, per la prima notte di nozze. Ad esempio scrive uno dei più grossi mistificatori illuministi, il tanto celebrato Voltaire: “Le usanze più ridicole e più barbare sono state allora [nel medioevo] stabilite. I signori avevano inventato il droit de cuissage, di marchetta, di prelibazione, cioè di giacere la prima notte con le donne popolane loro vassalle appena sposate. Vescovi e abati avevano questo diritto in quanto baroni, e alcuni nel secolo scorso si sono fatti pagare per rinunciare a questo strano diritto, che si estendeva in Scozia, Lombardia, Germania e nelle province della Francia. Queste le usanze diffuse al tempo delle crociate” (Voltaire “Essai sur les mœurs et l'esprit des nations” 1756, vol. 11, cap. 52). 

Infatti, secondo la visione illuminista anticattolica, che segnò la prima storiografia dell'età moderna, il servo della gleba era erroneamente considerato legato alla proprietà padronale, come una sorta di schiavo, in modo che la sua vita fosse completamente subordinata all’autorità del feudatario, vescovo o chiunque altro, padrone del fondo. 

Fu un’operazione di indubbio successo infatti questa storia dello “Ius primae noctis” si affermò in modo importante al punto che divenne normale, scontato, ogniqualvolta ci si interessava di medioevo, farne puntuale riferimento. E’ il caso, ad esempio, di molte rappresentazioni teatrali come “Il matrimonio di Figaro” (1778) di Beaumarchais che ispirò “Le nozze di Figaro” di Mozart, di romanzi, come “I pilastri della terra”, l’immaginario medioevo di Ken Follett, o pellicole cinematografiche come “Il principe guerriero” del 1965, con Charlton Heston, o il famosissimo “Braveheart” del 1995 di e con Mel Gibson. 

Tantissimi ne hanno parlato, scritto e sceneggiato, eppure siamo di fronte all’ennesimo mito anticattolico, perché questo “Ius primae noctis” è solo una leggenda. Non esiste alcun documento medioevale che testimoni o che confermi l’esistenza di una legge del genere. Gli storici moderni sono tutti completamente d’accordo a ritenere l’intera questione solamente una falsità. Afferma uno degli storici contemporanei più apprezzati, specialista in storia del medioevo, Alessandro Barbero: “Lo ius primae noctis è una straordinaria fantasia che il medioevo ha creato, che è nata alla fine del medioevo, ed a cui hanno creduto così tanto, che c'era quasi il rischio che qualcuno volesse metterlo in pratica davvero, anche se non risulta che sia mai successo davvero. In realtà è una fantasia: non è mai esistito” (Alessandro Barbero “Medioevo da non credere. Lo ius primae noctis” Festival della Mente, Sarzana, 31 agosto 2013). 

L’autorevolissima storica del medioevo Régine Pernoud ha precisato che nel corso del X secolo venne istituito un “diritto signorile”, cioè l’uso di reclamare un’indennità pecuniaria dal contadino che spostandosi dal proprio feudo si trasferiva ad un altro. Si trattava, quindi, solamente di una mera richiesta economica. Scrive la Pernoud: “…l'usanza di reclamare un'indennità pecuniaria dal servo che lasciava il feudo per sposarsi in un altro fece nascere il famoso "diritto signorile" sul quale si sono dette tante sciocchezze”. (Régine Pernoud ”Luce del Medioevo” Milano, Piero Gribaudi Editore, 2007, pag. 52). 

Non c’è alcuna testimonianza della reale esistenza e diffusione di un tale diritto nell'Europa medievale. Non ne è rintracciabile alcuna menzione, né da parte delle autorità laiche, né da parte di quelle ecclesiastiche. Tutto ciò ha portato gran parte della moderna critica storiografica a considerare lo “Ius primae noctis” un "mito", l’ennesimo, a carico dell'epoca medievale. Un mito sopravvissuto solo perché “maliziosamente” producente ad incolpare la Chiesa cattolica. 


Bibliografia 

Voltaire “Essai sur les mœurs et l'esprit des nations” 1756, vol. 11; 
Félix Liebrecht "Das Jus primae noctis", Orient und Occident, 2, 1864; 
Karl Schmidt "Der Streit über Jus primae noctis", Unger, Berlin 1884; 
Régine Pernoud ”Luce del Medioevo” Milano, Piero Gribaudi Editore, 2007; 
Alessandro Barbero “Medioevo da non credere. Lo ius primae noctis” Festival della Mente, Sarzana, 31 agosto 2013.