giovedì 26 marzo 2020

La Bibbia sconfessa Mauro Biglino

In questo articolo mostrerò come la tesi di Biglino secondo la quale la Bibbia non parli di Dio, ma di un gruppo di individui in carne ed ossa, denominati “Elohim”, sia sconfessata da una semplice lettura della Bibbia. Come abbiamo già visto questa strampalata teoria è completamente smentita dalle regole grammaticali dell’ebraico antico, ma le argomentazioni di Biglino sono talmente rozze e campate in aria che anche chi non conosce l’ebraico può benissimo accorgersi della loro inconsistenza.

Mi riferisco a tutte le evenienze in cui la il contesto della narrazione biblica indica chiaramente che il termine “elohim” ha a che vedere con un essere immateriale, trascendente e che, quindi, non può essere affatto confuso con un gruppo di esseri reali. Prendiamo, ad esempio, i salmi, preghiere antichissime alcune delle quali risalgono perfino al III secolo a.C., che rappresentano bene la fede d’Israele. In uno di questi, il salmo 9 (oppure 10 nella numerazione ebraica) possiamo leggere tra il versetto 22 e 25:

Perché, Signore, stai lontano, nel tempo dell'angoscia ti nascondi?
Il misero soccombe all'orgoglio dell'empio
e cade nelle insidie tramate.
L'empio si vanta delle sue brame,
l'avaro maledice, disprezza Dio.
L'empio insolente disprezza il Signore:
«Dio non se ne cura: Dio non esiste»;
questo è il suo pensiero”.

(Bibbia di Gerusalemme)

In questo brano è chiaro che l’empio, cioè colui che compie il male, vista la sua impunità e la sofferenza del misero, nega la provvidenza di Dio e così facendo finisce per negare l’esistenza stessa di Dio (Elohim). Questo sentimento è ancor più chiaramente espresso in un altro salmo, il 14 (13 nella numerazione ebraica) dove possiamo leggere:

Lo stolto pensa: “Non c’è Dio”.
Sono corrotti, fanno cose abominevoli:
nessuno più agisce bene

(Bibbia di Gerusalemme)

Come vediamo al tempo della composizione di questi due Salmi vi erano persone che vedendo il prosperare degli empi ed il tardare dell’intervento di Dio finiscono per non credere nell’esistenza di Dio (Elohim).

Ma non solo tra i salmi è possibile rinvenire brani in cui il malvagio si fa beffe dei giusti proclamando l’inesistenza di Dio oppure vivendo come se Dio non esistesse. Nel libro di Geremia (5, 12) possiamo leggere: 

Hanno rinnegato il Signore (YHWH),
hanno proclamato: “non è lui!”
Non verrà sopra di noi la sventura 
Non vedremo né la spada è fame” 

(Bibbia di Gerusalemme)

Anche qui l’empio si comporta sempre allo stesso modo: non trema per la sua colpa di idolatria e non chiede perdono, anzi, induriscono i loro cuore fino a professare un ateismo pratico: “non c’è alcun dio YHWH”. 

Leggendo questi versetti possiamo vedere che l’empio non ha alcuna paura delle sue azioni, non teme alcuna ripercussione, nessuna punizione. Sono talmente sicuri delle loro posizioni che arrivano a mettere in dubbio la stessa esistenza di Dio. Certamente siamo lontani da un ateismo teorico, filosofico, concetto distante dalla mentalità semita, ma comunque siamo di fronte ad un ateismo pratico: quell’essere che può punire, non c’è, è distante, non può causare nessuna sventura. E’ una proclamazione dell’impotenza del Dio di Israele e, quindi, viene negata la sua presenza. Questi versetti descrivono delle espressioni di ateismo, per l’empio YHWH non è Dio, non è nessuno, è un falso Dio. 

La domanda che, a questo punto, s’impone è: come facevano queste persone a ritenere “Elohim”, “Yahweh” un falso dio, a non credere che possa punire l’empio e, comunque, a non intervenire nelle faccende umane, se fosse stato un personaggio in carne ed ossa? Se questi “elohim” fossero stati degli esseri reali, potenti e prepotenti, come è possibile che delle persone, cioè gli empi, pensavano di poter fare i loro comodi ed essere sicuri di alcuna ripercussione, al punto di negare la sua presenza? Ovviamente è più che evidente che nella Bibbia il termine “Elohim” si riferisca ad un essere del trascendente, un dio e non ad un personaggio immanente. 

Ma la Bibbia ci offre anche spunti per capire che tra tutti gli “elohim” solo “Yahweh” è l’unico vero “elohim”, cioè l’unico vero Dio, mentre tutti gli altri sono solo falsi idoli. In tal senso è illuminante la vicenda di Naamàn, il comandante dell’esercito del re di Aram e del profeta Eliseo, che ritroviamo nel secondo libro dei re al capitolo 5: 

Egli [Naamàn], allora, scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell'uomo di Dio [Eliseo], e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito. Tornò con tutto il seguito dall'uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: «Ebbene, ora so che non c'è Dio su tutta la terra se non in Israele. Ora accetta un dono dal tuo servo». Quegli disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». Naamàn insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, almeno sia permesso al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne portano due muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore” (2Re 5, 14-17).

In questo brano possiamo chiaramente notare come il condottiero arameo, malato di lebbra, cerchi una guarigione miracolosa, l’opera di un Dio, e che questa avviene semplicemente immergendosi per sette volte nel fiume Giordano. Si tratta di un gesto straordinario, inaudito, del tutto inconsueto. Lo stesso Naamàn, nei versi precedenti (11 e 12), si lamenta che a Damasco ci sono fiumi migliori del Giordano e che si aspettava un intervento diretto del profeta. Eppure avviene tutto senza intervento umano, chiara dimostrazione del fatto che la Bibbia sta descrivendo l’opera straordinaria di un essere trascendente. 

Non solo, in questo brano avviene una netta presa di coscienza del fatto che esiste solo il Dio di Israele e che tutti gli altri non sono niente. A quel tempo, infatti, c’era la convinzione che ogni popolo avesse il proprio Dio (elohim), così l’elohim Camosh a Moab, l’elohim Moloch ad Ammon, l’elohim Baal in Fenicia, l’elohim Rimmon in Siria, ecc. eppure qui Naamàm, sperimentata la potenza di Yahweh, lo reputa l’unico Dio esistente e che tutti gli altri dèi non sono altro che idoli. Questa affermazione suona ben strana se i vari elohim fossero stati degli individui in carne ed ossa.

Non credo servano ulteriori altre conferme, quando il termine “elohim” si riferisce ad esseri sovrumani, potenti, che possono intervenire nelle vicende umane, il suo significato è quello di “dèi”, così come di “Dio” quando si riferisce alla figura di “Yahweh”. Nessun personaggio reale, nessun condottiero o alieno di sorta, solo fantasie di chi conosce molto male la Bibbia oppure confida nell’ignoranza dei suoi ascoltatori.

venerdì 28 febbraio 2020

I miti sulle Crociate. Le Crociate furono un atto di imperialismo.

Un altro luogo comune particolarmente diffuso sulle Crociate in Terrasanta è quello che le identifica come una prima manifestazione dell’imperialismo occidentale. Come è noto nazioni come la Gran Bretagna o la Francia, tra il XVII ed il XVIII secolo, riuscirono ad acquisire degli immensi imperi coloniali al fine di controllare i traffici commerciali e sfruttare le risorse dei paesi conquistati. Si trattò di un triste fenomeno di sopraffazione e sfruttamento che segnò in modo indelebile in senso negativo le relazioni tra l’Europa ed il resto del mondo e lo sviluppo dei paesi assoggettati. 

Ovviamente la vulgata laicista non poteva non dar la colpa di tutto ciò ad una immaginaria violenza e cupidigia della Chiesa Cattolica Romana. In tal senso la vicenda della Crociate si prestò perfettamente per alimentare e dar corpo a questa suggestione. L’idea che i primi imperialisti europei siano stati proprio i crociati che, col pretesto religioso, conquistarono territori pacifici allo scopo di sfruttarli, fu dello storico della Chiesa luterana tedesca Johann Lorenz von Mosheim (1693-1755). Questo storico scrisse: “I pontefici di Roma e i principi europei […] impararono dall’esperienza che quelle guerre sante contribuivano ad accrescere enormemente la loro opulenza e a estendere il loro potere” (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2011, pag. 11). Successivamente questa idea s’impose facilmente in ambito illuminista caratterizzato da un accento fortemente anticlericale. Il famoso storico illuminista Edward Gibbon (1737-1764) era fermamente convinto che i crociati fossero degli avventurieri in caccia di nuove terre e di bottino. Scriveva: “…i crociati partirono per l’impresa allo scopo principale di razziare tesori, oro, diamanti, palazzi di marmo e diaspro, boschi avvolti nella fragranza di cannella e incenso…” (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2011, pag. 11). Questa tesi del tornaconto personale fu sviluppata definitivamente nel corso del XX secolo. Lo storico britannico Geoffrey Barraclough (1908-1984) era fermamente convinto che le crociate equivalsero ad uno sfruttamento coloniale (Jonathan Riley Smith, “L’Islam e le crociate” pag.159). 

Ma quanto c’è di vero in questa tesi? Praticamente nulla. La prima conferma che tutto ciò si tratta solo di una visione distorta ed ideologica è già rintracciabile nel discorso di Papa Urbano II al concilio di Clermont, del 1095. In tale occasione, nell’indire la prima crociata, il Papa richiamò i cristiani ad un’azione difensiva che si sarebbe voluta da tanto tempo. Egli spiegò che si era trovato costretto a bandire la crociata perché, altrimenti, “la fede cristiana sarebbe stata messa sempre più a rischio” dall’invadenza musulmana. Dopo avere ammonito i fedeli a conservare la pace tra di loro, Urbano II rivolse l'attenzione del suo pubblico a quanto stava accadendo ai cristiani orientali: “Poiché i fratelli che vivono a Oriente hanno urgentemente bisogno del vostro aiuto, è vostro dovere correre a portare loro il sostegno che gli è stato spesso promesso. Infatti, come la maggior parte di voi ha udito, i turchi e gli arabi li hanno attaccati e hanno invaso le frontiere della Romania [l'Impero greco] spingendosi fino al luogo del Mediterraneo chiamato Braccio di San Giorgio. Essi sono penetrati sempre più a fondo nelle loro terre e li hanno sconfitti in sette battaglie. Se li lasciate agire ancora per un poco continueranno ad avanzare, opprimendo il popolo di Dio. Per la qual cosa insistentemente vi esorto - anzi non sono io a farlo, ma il Signore - affinché persuadiate con continui incitamenti, come araldi di Cristo, tutti, a qualunque ordine appartengano (cavalieri e fanti, ricchi e poveri), affinché accorrano subito in aiuto ai cristiani per spazzare dalle nostre terre quella stirpe malvagia. Lo dico ai presenti e lo comando agli assenti, ma è Cristo che lo vuole” (Fulcherio di Chartres “Historia Iherosolymitana”, in Franco Cardini, “Il movimento crociato”, Sansone, Firenze, 1972, pp 73-74). 

E’ interessante notare come il Papa inciti i cristiani a liberare dal dominio islamico le terre precedentemente cristiane, ma non dice nulla a proposito di una conversione degli islamici o di una possibile conquista di terre o bottini. I re cristiani delle nazioni europee, i baroni e signori vari, cioè i soggetti politici che avrebbero avuto l’interesse ad allargare i propri domini, in realtà non ebbero alcun ruolo nel promuovere la crociata. Non ci fu alcuna loro intenzione di affrontare una avventura del genere. Anzi, all’appello di Urbano II non rispose nessun re. La Crociata nasce da un ideale spirituale e si concretizza in iniziative, privilegi ed istituzioni definiti esclusivamente dalla Chiesa. La Crociata nasce, quindi, da una volontà del Papa che assume l’iniziativa d’incitare i cristiani a mobilitarsi. I Papi Urbano II e Innocenzo III si sono personalmente prodigati nella predicazione. L’appello pontificio viene sempre trasmesso da predicatori volontari (Pietro l’Eremita nel 1096, Folco di Neuilly nel 1198) o membri di ordini religiosi incaricati (Bernardo di Chiaravalle nel 1146, Roberto di Courson nel 1216). Fra i temi generali ed abituali, a noi noti grazie alle cronache del tempo, si distinguono: l’appello alla penitenza effettiva, l’esaltazione del valore della crociata, l’insistenza sulla purezza di tutto il popolo cristiano. A riprova del fatto che l’impresa crociata resta una risposta ai vari appelli papali, quasi sempre viene designato un legato che accompagna la spedizione e rappresenta l’autorità pontificia. A Clermont Papa Urbano II fece leva esclusivamente sul fatto che l’invadenza islamica costituiva un pericolo imminente per tutta la Cristianità e che ciò fosse realmente vero era dimostrato dalle notizie delle violenze perpetrate ai danni dei cristiani orientali e, in special modo, dalla conquista della Citta Santa di Gerusalemme. Per la Cristianità medioevale questa città era il “centro” del mondo, il luogo più sacro della Terra dove vi era conservata la sacra memoria del Santo Sepolcro di Cristo. 

Dopo il successo della Prima Crociata (1096-1099), i crociati andarono incontro a rovesci disastrosi e tutto ciò determinò un lento, ma progressivo attenuarsi dell’impeto della Crociata proprio perché cominciava a venir meno la sua principale motivazione, cioè quella spirituale. Scrive la storica Jacqueline Martin-Bagnaudez: “Le sconfitte subite dalle crociate successive alla prima determinarono una diffidenza sempre maggiore verso di loro da parte proprio degli ecclesiastici e questo fu un duro colpo per la ripresa di tali movimenti. Gli insuccessi riportati in Terra Santa diffondono progressivamente il dubbio sulla legittimità della causa cristiana e ciò porta inevitabilmente ad una disaffezione morale verso lo spirito della crociata. Quando nel 1229 sarà uno scomunicato, l’imperatore Federico II, a permettere ai cristiani di rientrare in Gerusalemme, l’ideale della santità dell’impresa riceverà un durissimo colpo. Gli appelli alla crociata, a partire dal XIII secolo saranno sempre meno ascoltati proprio per la mancanza di una reale motivazione spirituale. La settima e l’ottava crociata saranno organizzare per volontà del solo re di Francia, senza alcun appoggio dalla Chiesa. E’ significativo il fatto che, al momento del suo processo di canonizzazione, nel 1297, la Chiesa non abbia voluto far di lui un martire” (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pag 125). 

La Crociata, quindi, non fu affatto una guerra di conquista, ma un pellegrinaggio, un impegno gravoso che il crociato assumeva per amore di Cristo. Ogni partecipante pronunciava un voto solenne e portava un segno distintivo, cioè una croce di stoffa cucita sui vestiti. Scrive la Martin-Bagnaudez che tale vestizione era analoga alla consegna del bastone e della bisaccia benedetti dalla Chiesa, segni distintivi dei voti del pellegrino. Una volta professato il voto di crociata, il fedele è obbligato a partire pena la scomunica (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pag 131). 

Altro elemento che deve essere considerato è il fatto che la crociata non determinava alcuna opportunità di guadagno, ma anzi comportava un notevole esborso economico. Per rispondere all’appello della Crociata e poter partire occorreva avere una grande disponibilità di fondi per far fronte agli onerosi costi dell’impresa. Per reperire tali mezzi di finanziamento il crociato abbiente letteralmente si svenava attraverso la vendita di beni fondiari, pignoramenti, ecc. Un cavaliere aveva bisogno di un’armatura, di armi, almeno di un destriero per le battaglie, di un palafreno (un cavallo da viaggio), di cavalli da soma o di muli: tutti molto costosi. Guy de Thiers, conte di Chalon, per esempio, pagò per un cavallo da battaglia l’equivalente di dieci sterline, che era pari a più del salario annuo del capitano di una nave (Dana Carleton Munro “The Kingdom of the Crusaders” Appleton-Century Company, New York 1936, pag.497). La maggior parte dei crociati aveva anche bisogno di denaro per mantenere le famiglie e le proprietà durante la loro assenza in Oriente. Secondo le stime più precise, prima di poter partire un crociato doveva procurarsi una somma pari almeno a quattro o cinque volte il suo reddito annuo (Jonathan Riley Smith “The First Crusade and the idea of Crusading”, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1986, pag. 43). Il capitano della Prima Crociata, Goffredo di Buglione, vendette l’intera contea di Verdun al re di Francia Filippo I, che acquistò altresì dal visconte Eudes Herpin de Bourges la città e la contea omonime. Allo stesso modo cambiarono proprietario parte della contea di Chalon e il castello di Couvin. (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2011, pag. 160). Roberto II di Normandia nel 1096 diede in pegno l’intero ducato di Normandia al fratello Guglielmo II, re d’Inghilterra, per 10 mila marchi, una somma pari al salario annuale di 2500 capitani di nave. Per far fronte a queste necessità di finanziamento vengono istituite imposte regolari dai re di Francia ed Inghilterra, anche con l’autorizzazione e l’appoggio del Papa, come, ad esempio, la decima chiamata “saladina” estesa da papa Innocenzo III all’intero clero dopo che Saladino aveva ripreso Gerusalemme. Anche il Papa destina alla crociata un decimo dei redditi annui della Chiesa di Roma ed impone ai vescovi e agli ecclesiastici il contributo di un quarantesimo (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pagg 133-134). 

Partecipare alla Crociata era un salto nel buio fatto solo per fede e il più delle volte si risolveva con la riduzione in povertà del Crociato. Questo fatto esclude la partecipazione alla Crociata come forma di arricchimento. Scrive lo storico Jonathan Riley Smith: “Il fatto che le crociate implicassero costi più che guadagni è confermato anche dalla condizione dei crociati al loro ritorno in patria. Pochi tornarono arricchiti e questo non dovrebbe sorprenderci, date le spese sostenute per il viaggio di ritorno dal levante e l’impossibilità di trasportare beni di valore di qualsiasi tipo per lunghe distanze; al contrario, i documenti ci dicono che molti di quanti lasciarono la Palestina nell’autunno del 1099 si erano impoveriti già al loro arrivo nella Siria settentrionale" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 63). 

Ed ancora: “Sarebbe stato uno stupido gioco d’azzardo liquidare i beni patrimoniali per investire nella possibilità remota di sistemarsi dopo una marcia di tremila chilometri verso Oriente o nella speranza di migliorare il proprio status in patria […] non ci sono prove a sostegno della tesi secondo la quale i crociati alleviassero un peso che gravava sulle loro famiglie; le prove, al contrario, stanno ad indicare in maniera schiacciante l’esistenza di molte famiglie che si caricavano di fardelli onerosi per aiutare i singoli membri ad assolvere il loro voto. Di conseguenza è sensato supporre che i crociati, e soprattutto le loro famiglie, fossero spinti da motivi ideali” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 64). 

Nessuno nell’Europa dell’XI secolo si sognò mai di voler conquistare la Terra Santa per brama di bottino. Tutti i documenti ci informano che il movimento delle Crociate fu percepito come un’occasione unica per impegnarsi in una attività meritoria che avrebbe guadagnato ad ogni partecipante le porte del Regno dei Cieli. Dopo i disastri seguiti alla Prima Crociata la predicazione di Bernardo di Chiaravalle nel 1146 alla nuova crociata prospetto una nuova opportunità di favorire l’ingresso in paradiso: “[Dio] si pone in uno stato di necessità o pretende di esserlo, mentre vuole sempre aiutare voi nelle vostre necessità. Vuole che lo si consideri debitore, per poter premiare chi combatte per lui con la remissione dei peccati e la gloria eterna. E’ per questo motivo che vi ho chiamati generazione benedetta, voi che vi ritrovate in un tempo così ricco d’indulgenza e a vivere in questo anno così gradito al Signore, un anno di autentico giubilo” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.189). 



Bibliografia 

D. Carleton Munro “The Kingdom of the Crusaders” Appleton-Century Company, New York 1936;
F. Cardini, “Il movimento crociato”, Sansone, Firenze, 1972; 
J. Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997; 
T. F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005; 
R. Spencer “Guida all’Islam e alle Crociate” Lindau, Torino, 2008; 
R. Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2011.

giovedì 23 gennaio 2020

Il mito della persecuzione del paganesimo.

Un mito diffusissimo sulla storia del Cristianesimo riguarda la sua rapida affermazione che ebbe nei confronti del paganesimo, cioè l’insieme dei culti tributati alle varie divinità che venivano praticati nell’impero romano del IV secolo. Nel 312 d.C. divenne imperatore Costantino e i cristiani, che costituivano solamente circa il 10-15% della popolazione dell’impero, alla sua morte, avvenuta nel 337 d.C., divennero la maggioranza. Questa rapidissima diffusione fu giustificata da una falsa storiografia di stampo illuminista con l’azione violenta ed intollerante che i cristiani avrebbero avuto nei confronti dei pagani, descritti sempre come persone miti e tolleranti. 

Il famoso storico illuminista Edward Gibbon, nella sua conosciutissima opera “Decadenza e caduta dell'Impero romano”, afferma chiaramente che il pacifico paganesimo sparì dalla scena della storia perché letteralmente massacrato dai cristiani, i quali favoriti da Costantino e successivamente dall’imperatore Teodosio, avrebbero distrutto tutti i templi pagani e perseguitato masse di pacifici pagani (Edward Gibbon, “Decadenza e caduta dell'Impero romano” Ed. Avanzini & Torraca, Roma 1968, vol. III, cap XXI, pp. 181 sgg). Questa impostazione caratterizzò tutta la tematica di una serie di storici anticristiani che finì per fabbricare un mito molto caro alle posizioni laiciste. Un esempio molto eloquente è stato ultimamente la riscoperta cinematografica e letteraria della vicenda della filosofa Ipazia avvenuta nel 415 d.C. da parte di alcuni fanatici cristiani, come simbolo della ferocia cristiana e della repressione del “libero pensiero”. Questo mito è talmente diffuso che oggi la maggioranza dei laicisti anticristiani vaneggia di massacri e persecuzioni perpetrati dalla Chiesa, di cristianesimo violento e sanguinario e di un paganesimo pacifico ed inoffensivo. 

Ma come era scontato attendersi non è vero niente di tutto questo, si tratta dell’ennesimo mito anticristiano costruito ad arte per screditare la Chiesa ed i cristiani. Peter Brown, uno dei più importanti storici dell’età tardo antica, Professore di storia alle Università di Londra, di Berkeley e di Princeton, pluripremiato per la sua attività di studioso, ha dimostrato con le sue ricerche che non vi fu alcuna volontà di persecuzione del paganesimo da parte della Chiesa cristiana. Scrive Peter Brown: “Grandi ed attive comunità pagane per molte generazioni continuarono a godere di un’esistenza relativamente tranquilla. Quello che accadde effettivamente è che scivolarono via dalla storia” (Peter Brown “Christianization and Religious Conflict” Cambridge Ancient History, n.13, 1988, pp. 632-64). 

Stranamente esiste una vera e propria ossessione da parte dei laicisti verso la figura di Costantino, l’imperatore romano del IV secolo e del suo rapporto con il cristianesimo. Un classico mantra della storiografia laicista è l’affermazione che sia stato questo imperatore il maggiore responsabile del trionfo del Cristianesimo. Egli avrebbe scelto la nuova religione per farne il perno su cui poggiare la sua autorità, potenziando e sovvenzionando le autorità ecclesiastiche e, parimenti, perseguitando il paganesimo distruggendo i suoi templi e proibendone riti e sacrifici. Questa idea è diffusissima eppure è completamente falsa, inventata di sana pianta. Come è noto Costantino non scelse affatto il cristianesimo per legittimare il suo potere, il famoso editto di Milano nel 325 d.C. si limitò a rendere il cristianesimo una religione lecita al pari del paganesimo, ma, soprattutto, non favorì mai la religione dei cristiani a scapito dei pagani. 

Secondo gli importanti studi di H.A. Drake, professore di storia all’Università di California di Santa Barbara, durante l’imperio di Costantino prevalse un periodo di relativa tolleranza e tranquillità tra i cristiani e i pagani. I cristiani crescevano in fretta, ma senza episodi di violenza e coercizione. Costantino non mise mai il paganesimo fuori legge e non indisse alcuna persecuzione contro i pagani. Quando Costantino diede una posizione ufficiale alla Chiesa cristiana continuò ad elargire finanziamenti ai templi pagani (J. Geffcken “The Last Days og Greco-Roman Paganism” North-Holland Publishing Co amsterdam, 1978, pag.120). 

Tutto ciò è confermato anche dal famoso storico ed archeologo francese Paul Veyne, uno dei massimi esperti della storia costantiniana: “[Costantino] rinuncia a convertire coloro che ancora esitano e non si cura di sradicare il paganesimo […] Costantino elargisce alla chiesa enormi somme a titolo personale, per il resto in virtù del principio di uguaglianza tra le due religioni, si limita a concedere al cristianesimo gli stessi privilegi di cui il paganesimo disponeva già" (Paul Veyne “Quando l’Europa è diventata cristiana” Garzanti Libri, Milano 2008, pag 91-92). 

Durante il suo principiato Costantino si ritenne imperatore di tutti e, soprattutto, il Pontifex Maximus del paganesimo, continuò a nominare pagani a ricoprire cariche molto importanti, comprese quelle di console e prefetto e alla sua corte i filosofi pagani ebbero sempre un ruolo di primo piano e sulle monete compaiono raffigurazioni del Dio sole (H.A. Drake “Costantine and Bishops: The Politics of Intolerance” John Hopkins University Press, Baltimore, 2000, pag. 247). A tal riguardo scrive l’accademico Giovanni Filoramo, professore ordinario di Storia del Cristianesimo presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Torino: “Nel periodo costantinopolitano l’appoggio ai cristiani non si tradusse in persecuzione antipagana, né Costantino si indusse mai a rifiutare la collaborazione dei pagani e la loro presenza a corte e nelle cariche più alte" (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 292). 

Dopo aver definitivamente sconfitto Licinio nel 324 d.C. Costantino emana due editti che mostrano chiaramente come l’imperatore mirava a riunire l’impero puntando su un pacifico pluralismo. Nell’editto ai palestinesi Costantino fa continuamente riferimento a Dio, ma non nomina mai Cristo usando “frasi comuni per cristiani e pagani e ciò è coerente con la ricerca di un denominatore comune, che fu la caratteristica della sua politica religiosa” (H.A. Drake “Costantine and Bishops: The Politics of Intolerance” John Hopkins University Press, Baltimore, 2000, pag. 244). 

In realtà, piuttosto che Costantino, il paganesimo fu osteggiato dai suoi figli, ma come precisa lo storico G. Filoramo le poche leggi a vantaggio della chiesa cristiana “non costituirono in nessun caso una dichiarazione di guerra alla vecchia religione” (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 302). Tali leggi, inoltre, non avevano contenuti specificatamente antipagani, ma risentivano della morale cristiana solo quando condannavano la pederastia e il matrimonio tra consanguinei (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 303). La religione cristiana divenne ufficialmente l’unica religione dell’impero solo nel 380 con l’editto di Tessalonica da parte dell’imperatore Teodosio. Questo imperatore, con i successivi provvedimenti del 381, ribadì la proibizione di tutti i riti pagani con pene severissime per tutti i contravventori. Tutto ciò, però, a differenza di ciò che comunemente si crede, non ebbe mai le caratteristiche di una persecuzione nei confronti dei pagani, né tanto meno di una volontà di distruggere la sapienza e la cultura antica, od altre amenità del genere, ma solo di reprimere il culto pagano. Nel 382, infatti, un decreto di Teodosio sancì la conservazione degli oggetti pagani che avessero valore artistico. Tutto ciò dimostra ampiamente quanto sia stata strumentale e falsa l’accusa laicista nei confronti della Chiesa e dei cristiani per quanto riguarda, ad esempio, il mito fasullo dell’uccisione di Ipazia di Alessandria in quanto donna, laica e scienziata, mentre si trattò solamente di una questione di tensione politica e sociale. 

C’è anche da sottolineare che le violenze perpetrate sui pagani, di cui peraltro esistono pochissime testimonianze storiche, sono da ascriversi principalmente al solerte operato dei funzionari imperiali che agivano in modo completamente autonomo dalle direttive ecclesiastiche. Famoso ed esplicativo fu il caso della strage perpetrata dall’esercito di Teodosio a Tessalonica per reprimere una ribellione scatenatasi in occasione della proibizione dei giochi annuali. Il vescovo di Milano Ambrogio, avendolo saputo, scrisse indignato una lettera per chiedere a Teodosio di fare pubblica ammenda, umiliarsi davanti a Dio e chiedere perdono (cfr. Epistola 51). Scrive G. Filoramo: “Ambrogio insorse a condannare l’inumano massacro e scomunicò l’imperatore. Abbandonò Milano e annunziò che non vi avrebbe fatto ritorno fino a quando l’imperatore non avesse fatto pubblica penitenza. Anche questa volta Teodosio cedette e, sconfessando il proprio operato, fece pubblico atto di riparazione” (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 329). 

Altra notizia completamente falsa è quella secondo la quale la Chiesa cristiana avrebbe dato il colpo di grazia all’antica sapienza pagana facendo chiudere centri di cultura famosissimi come l’Accademia di Atene e la grande biblioteca di Alessandria. Ma si tratta di notizie clamorosamente false: secondo l’eminente storico inglese James Hannam, nel 529 d.C. fu l’imperatore Giustiniano a chiudere la famosa Accademia, “l’azione isolata di un monarca tirannico, un evento significativo solo per i diretti interessati e ben lontano dalla fine della filosofia antica” (https://jameshannam.com/justinian.htm). Per quanto riguarda la distruzione della biblioteca di Alessandria “la storia che l’imperatore cristiano Teodosio l’abbia distrutta”, ha scritto sempre Hannam, “è chiaramente una finzione” (https://jameshannam.com/library.htm). 

La realtà storica è che non si è mai verificata alcuna persecuzione dei pagani e non è mai avvenuta alcuna distruzione indiscriminata della letteratura antica da parte del cristianesimo, nessun tentativo di sopprimere la scrittura pagana e le opere classiche. Viceversa le fonti storiche attestano quanto fosse diffuso tra i cristiani il rispetto per la cultura pagana. Basti pensare che la sopravvivenza della letteratura classica è quasi interamente attribuibile agli sforzi dei monaci cristiani che hanno laboriosamente copiando a mano i testi. 

Gli imperatori “cristiani” non hanno mai decretato persecuzioni di pagani o conversioni forzate al cristianesimo, diversamente dalle violente stragi che hanno invece caratterizzato il dominio pagano sui cristiani. Ovviamente ci fu un conflitto politico-religioso con inevitabili esagerazioni condannabili, ma niente a che vedere con i sistematici spargimenti di sangue di immaginarie persecuzioni inventate di sana pianta dalla propaganda laicista anticristiana. Secondo il già citato storico Giovanni Filoramo il cristianesimo tentò di eliminare l’errore, ma non coloro che erravano. (G. Filoramo “La croce e il potere” Mondadori 2011, pag. 361). La storiografia laicista pretende di porre sullo stesso piano il comportamento persecutorio del paganesimo con uno, immaginario, del cristianesimo, ma tutto ciò è storicamente una grossa fandonia. Una persecuzione cristiana nei confronti dei pagani non è mai esistita, mentre si finge di dimenticare la vera persecuzione, fatta di morte e sangue, che subirono i cristiani fino all'arrivo dell’imperatore Costantino. 

Abbiamo visto che il paganesimo non subì mai alcuna persecuzione ed, infatti, sopravvisse molti secoli dopo l’avvento del cristianesimo, ma allora come si spiega la così larga e veloce diffusione del cristianesimo? E’ proprio il lento, ma inesorabile declino del paganesimo, avvenuto nonostante la mancanza di persecuzioni, a suggerire una risposta: la gente, piano piano, si rendeva conto della novità sociale del cristianesimo, della rivoluzione dei rapporti umani e della considerazione della persona. A differenza del paganesimo il cristianesimo generava un’intensa vita comunitaria dove le persone si riconoscevano appartenenti ad una congregazione. All’interno di tali congregazioni cominciava a nascere la società che poneva al centro il rispetto della vita umana, il rispetto della persona in quanto tale. Prendeva l’avvio il riconoscimento dei diritti di ogni persona e non soltanto dei ricchi e dei potenti, iniziava l’emancipazione della donna, il valore della cura delle persone malate, i diritti dell’infanzia. Tutto ciò era sconosciuto alla società pagana, dove la religione era solo una dimensione astratta e personalistica. I templi pagani venivano solamente frequentati, ma non davano vita ad alcuna trasformazione sociale. Una vera e radicale trasformazione della società fu portata solo dal cristianesimo e fu questo aspetto che determinò la sua veloce affermazione. 



Bibliografia 

Edward Gibbon, “Decadenza e caduta dell'Impero romano” Ed. Avanzini & Torraca, Roma 1968; 
J. Geffcken “The Last Days of Greco-Roman Paganism” North-Holland Publishing Co Amsterdam, 1978; 
Peter Brown “Christianization and Religious Conflict” Cambridge Ancient History, n.13, 1988; 
Paul Veyne “Quando l’Europa è diventata cristiana” Garzanti Libri, Milano 2008
H.A. Drake “Costantine and Bishops: The Politics of Intolerance” John Hopkins University Press, Baltimore, 2000; 
G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008; 
G. Filoramo “La croce e il potere” Mondadori 2011.