sabato 19 ottobre 2019

I miti sulle crociate. Le crociate furono solo un atto di guerra per interessi economici, per la conquista di mercati e vie di commercio.



Altra convinzione molto diffusa sulle Crociate in Terrasanta è quella secondo la quale queste guerre furono motivate essenzialmente dagli interessi economici derivanti dal controllo delle vie commerciali. Per gli europei la guerra santa per liberare il Santo Sepolcro sarebbe stato solo un pretesto per conquistare i ricchi e redditizi mercati del mediterraneo orientale in modo da strappare ai musulmani il monopolio di tali traffici. 

Un’idea del genere è completamente sbagliata e denota una profonda ignoranza dello spirito mistico e religioso che accompagnò sempre queste imprese militari. Queste guerre furono da subito caratterizzate dal senso di servizio per la causa cristiana che ebbero i crociati. Questo ideale di servizio e sacrificio fu inculcato ai fedeli dalla Chiesa di allora a cominciare da Ildebrando di Soana, poi papa Gregorio VII. Afferma il famoso storico medievalista Franco Cardini: “Dalla Spagna all'Inghilterra alla Sicilia, i conquistatori incedevano recando nella destra il vexilum Petri, lo stendardo pontificio concesso loro dal papa che al tempo stesso giustificava e legittimava - almeno dinanzi alla Cristianità occidentale - le loro conquiste […] Nasceva così a poco a poco, su presupposti in apparenza contingenti, un nuovo modo di essere miles Christi, "guerriero del Cristo": fino ad allora, tale espressione era stata usata per i martiri e poi per gli asceti; ora, la si impiegava a indicare quei cavalieri che accettavano di porre le loro forze al servizio della Chiesa. La nuova etica cavalleresca di lotta per la giustizia e di difesa del debole nacque come etica penitenziale proposta a un ceto di combattenti professionisti per i quali la lotta e il rischio della vita divenivano, ora, mezzo di salvezza spirituale: e in questo è già in nuce l'essenza dello spirito di crociata” (F. Cardini ”Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia”, Piemme, Casale Monferrato 1994, p. 229). 

Papa Urbano II, nel suo appello alla crociata, stabilì un nuovo principio secondo il quale chiunque partecipava alla crociata moralmente entrava in un ordine monastico ed aveva la certezza della salvezza eterna. Guiberto di Nogent, monaco cristiano, teologo e storico francese, abate del monastero di Notre-Dame a Nogent, contemporaneo dei fatti, così ricorda le parole pronunciate da Urbano II a Clermont: “Dio ha voluto che il nostro tempo conoscesse una guerra santa, sicché l’ordine dei cavalieri […] che non fanno che massacrarsi a vicenda […] ora può trovare un modo nuovo per guadagnarsi la salvezza. I cavalieri non sono costretti ad abbandonare del tutto le loro vicende secolari preferendo la vita monastica o altre forme di impegno religioso, com’era costume, ma possono invece accostarsi in certa misura alla Grazia di Dio continuando la loro carriera di uomini d’arme, con la libertà e l’abbigliamento a cui sono avezzi” (E. Peters “The First Crusade; The Chronicle of Fulcher of Chartres and Other Source Materials” University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1998, pp. 12-13). 

Nelle intenzioni e nei pensieri di coloro che risposero alla chiamata non c’era alcuna intenzione di conquistare mercati commerciali o perseguire personali arricchimenti, la lotta era intrapresa per un senso di giustizia, per la difesa dei deboli, per un’ideale cavalleresco. Tutto ciò costituiva per il fedele del tempo una ottima possibilità di redenzione dal peccato. La società medioevale europea era pervasa dalla preoccupazione per il peccato che avrebbe reso impossibile l’ottenimento del bene più prezioso, cioè la vita eterna in Dio. Per gli uomini e le donne di allora sacrificarsi per la causa della fede rappresentava un modo oggettivo per perseguire ed ottenere la santità. Scrive lo storico Riley Smith: “Seguire la massa e partecipare ai pellegrinaggi erano, per la maggioranza delle persone, un modo naturale per dimostrare la propria religiosità e il dolore per il peccato in una società nella quale la devozione era tendenzialmente manifestata in pubblico" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.49). 

Alla Crociata parteciparono tutti i ceti sociali, uomini e donne, ricchi e poveri, con un unico elemento unificante: una fede senza confini nella giustizia della loro causa. Non fanno calcoli, non ricercano alcun personale tornaconto, convinti che la loro impresa avrà successo perché obbedienti alla volontà di Dio. Così, come scrive la storica delle crociate Jaqueline Martin-Bagnaudez, la crociata è caratterizzata da episodi considerati miracolosi (come il ritrovamento ad Antiochia della santa lancia) o da elementi di forte simbolismo religioso (come l’attacco a Gerusalemme alle quindici del venerdì). Tutto ciò testimonia come i crociati considerassero la loro impresa e i successi conseguiti come il frutto di una giustizia divina. La crociata è quindi questione di santità e di povertà (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pagg 122-123). Anche lo storico J. Riley-Smith sottolinea il fatto che i crociati avevano chiara la percezione di essere guidati da Dio stesso: “L’idea della crociata come guerra ispirata e diretta da Dio risulta vividamente nelle lettere e nei resoconti di crociati che ne furono testimoni oculari” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag. 98). 

Con la predicazione della Crociata da parte di Urbano II nasce nella cristianità un nuovo concetto della “via della croce”. Fino ad allora quella via (Mt 16, 24) era stata una fuga dalle tentazioni del mondo per ritirarsi nella vita monastica, ora, invece, si offriva anche ai laici una vocazione equivalente al monachesimo (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.55). Il Concilio di Clermont aveva ammonito e stabilito con fermezza che solo chi si fosse arruolato per devozione, senza aspirare ad onori e guadagni, poteva sostituire questo viaggio a tutte le penitenze ed ottenere la completa assoluzione di tutti i peccati commessi. Nasceva un nuovo tipo di pellegrinaggio, simile a quello religioso, perché volontario e motivato dalla devozione, ma anche a quello di tipo penitenziale, perché costituiva una penitenza formale ed era imposto dal papa stesso come se fosse il confessore. Per questi motivi i crociati ebbero sempre lo status di pellegrini, con tutte le particolari forme di tutela per se stessi, le loro famiglie e proprietà, che erano a loro riconosciute (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.30). 

Le crociate, quindi, s’inseriscono pienamente nella spiritualità medioevale, e sono considerate una componente del pellegrinaggio in Terrasanta. Tale pellegrinaggio era una pratica importantissima per la spiritualità cristiana medioevale e fu una pia pratica del cristianesimo da tempi remotissimi. Era volto innanzitutto alla visita del Santo Sepolcro, il luogo dove fu sepolto Gesù. Questo punto preciso a Gerusalemme si è ben conservato nella memoria della Chiesa fin dai tempi di Costantino. La Crociata era un pellegrinaggio in cui i partecipanti potevano attendere alla funzione di guerrieri. Con le sue liturgie, processioni penitenziali e digiuni la crociata aveva le caratteristiche di un monastero in movimento. I laici, come i monaci avevano preso i voti, temporanei, di povertà e castità e come i monaci, anch’essi erano “esuli” dal mondo normale. “Avevano preso la croce per seguire Cristo, avevano abbandonato mogli, figli, terre per l’amore verso Dio e messo a repentaglio il corpo per l’amore verso i fratelli. Come i monaci si impegnavano in regolari devozioni comunitarie e, se i monaci facevano un viaggio “interiore” a Gerusalemme, i crociati ne facevano uno corporeo" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pagg. 96-97). 

Una parte della critica laicista, però, obietta che tali motivazioni di alta spiritualità e di vocazione al martirio si ebbero solamente per prima crociata che fu accolta con grande entusiasmo, anche popolare, ma che nel tempo scemò decisamente fino a diventare un pretesto per i potenti signori feudali per invadere territori ricchissimi da saccheggiare e per accaparrarsi il controllo di importanti vie di commercio. Ma anche questa obiezione è priva di fondamento storico. Anche per le Crociate successive alla prima non si registrò alcun altra intenzione se non quella di liberare la Terrasanta dagli islamici invasori e profanatori. In seguito alla tremenda sconfitta di Hattin del 4 luglio 1187 ad opera del Saladino, Papa Gregorio VIII per proclamare la Terza Crociata emise la bolla “Audite Tremendi”, questo documento indica chiaramente che le sconfitte patite dai crociati sono solo la conseguenza dei peccati degli Stati latini in Terrasanta, cosicché ora tutta la cristianità è chiamata a redimersi attraverso la partecipazione alla Crociata per riconquistare la città santa, Gerusalemme, andata perduta . Le parole della bolla sono inequivocabili: “Di fronte a così grave sventura che coinvolge quella terra (battaglia di Hattin), noi dovremmo considerare non soltanto i peccati dei suoi abitanti (gli Stati latini), ma anche i nostri e quelli dell’intero popolo cristiano… E’ pertanto compito di tutti noi riflettere e scegliere di scontare i nostri peccati con il castigo volontario e rivolgerci al Signore Dio nostro con contrizione e atti di pietà […] e poi rivolgere l’attenzione al tradimento e alla perfidia del nemico”. La bolla era tutta contrassegnata da richiami al pentimento e associava la vittoria in guerra alla salute spirituale di tutta la Cristianità" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.217-218). Con questa bolla il Papa promette solennemente: “A quanti con cuore contrito e umiltà di spirito intraprendono la fatica di questo viaggio e con retta fede muoiono in penitenza dei peccati promettiamo la piana indulgenza dei loro errori e la vita eterna; che sopravvivano o muoiano, sappiamo che, per la misericordia di Dio, per l’autorità degli apostoli Pietro e Paolo e per la nostra autorità, avranno mitigata la pena per tutti i peccati dei quali abbiano reso debita confessione” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.214). 

Quindi nel 1187, ossia circa un secolo dopo la chiamata della prima, l’idea che la crociata sia un’opera pia in grado di far ottenere la remissione dei peccati è ancora forte e molto diffusa tra la gente di ogni estrazione. Scrive ancora Riley-Smith: “In Palestina si riversò un flusso di pellegrini, disarmati e armati, e di piccoli gruppi di crociati, a dimostrazione che i cristiani, pur avviliti per il fallimento della Seconda Crociata e riluttanti ad organizzare una grande spedizione, erano ancora saldi nella loro fede e nel loro impegno verso la Terrasanta” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.215). 

Tutto ciò si ripeté anche successivamente, nel 1213, in occasione della chiamata della Quinta crociata proclamata da papa Innocenzo III con la bolla “Quia maior”, un documento nel quale compaiono sempre i riferimenti a promesse di remissione dei peccati e alla crociata come mezzo per raggiungere la salvezza. Nella bolla il papa ribadiva la formula dell’indulgenza e metteva in grande enfasi la necessità del pentimento (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pagg. 265-267). Il fervore e lo slancio verso il sacrificio per Cristo rimane, quindi, intatto anche un quarto di secolo dopo la Terza Crociata. E’ specificatamente forte la consapevolezza che il povero che si affida completamente a Cristo è il Prescelto da Dio e che potrà realizzare ogni impresa. Ciò spiega il fenomeno del 1212 delle cosiddette “crociate dei fanciulli”, improbabile eserciti di poveri ragazzetti convinti di liberare Gerusalemme con la sola forza della fede Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag 124). 

Lo storico Riley-Smith, caposcuola del rinnovamento degli studi sulle crociate, riporta che i crociati risposero alla chiamata del papa “infiammati dall’ardore della carità”. E’, quindi, la carità, l’amore per Dio, la motivazione profonda delle crociate. Per il cristiano, infatti, offrire la propria vita è infatti la più grande forma di amore e il più perfetto atto di carità, secondo le parole del Vangelo, secondo cui “nessuno ha più grande amore di colui che dà la sua vita per Lui e per i suoi fratelli” (Gv. 3, 16; 15, 13). Lo spirito della crociata e quello del martirio hanno avuto una comune origine in questa dimensione profonda del combattimento spirituale. Per il crociato non vi fu mai volontà di conquista o arricchimento, ma la consapevolezza di essere chiamato al combattimento contro l’insieme delle forze ostili al Regno di Dio: il peccato, il mondo e il demonio. L’Islam che dal VII all’XI secolo ha sistematicamente attaccato e invaso militarmente gran parte del Medio Oriente, dell’Africa del Nord, della Penisola Iberica, che ha tentando di varcare i Pirenei, e che poi ha occupato la Sicilia, distrutto le basiliche di San Pietro e San Paolo a Roma e l’abbazia di Montecassino, assoggettato la Terrasanta, distrutto il Santo Sepolcro e fatto scempio dei pellegrini, per i cristiani medioevali aveva tutto l’aspetto del regno del peccato e del demonio. 

Bibliografia

F. Cardini ”Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia”, Piemme, Casale Monferrato 1994 
J. Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997; 
E. Peters “The First Crusade; The Chronicle of Fulcher of Chartres and Other Source Materials” University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1998; 
Christopher Tyerman, "L'invenzione delle crociate", Einaudi, 2000; 
Rodney Stark, “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2010.

venerdì 27 settembre 2019

La "cultura" di morte della Corte Costituzionale

Ci risiamo, in questo nostro Paese le regole della democrazia sono del tutto aleatorie e vengono tranquillamente aggirate. Istituti, seppur Costituzionali, si arrogano il diritto di calpestare la legge ed emettere sentenze aberranti che stravolgono la struttura democratica della nostra società infischiandosene del principio della tassatività della fattispecie penale. 

La Consulta ha stabilito che chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio autonomamente formatosi di un paziente gravemente ammalato, non è punibile. Peccato, però che l'art. 580 del codice penale condanna e punisce chiunque determina o rafforza l'altrui proposito di suicidio agevolando in qualsiasi modo la sua esecuzione. Per superare questa evidente contraddizione i giudici hanno specificato che non si tratta di reato solo la fattispecie in cui la persona malata sia tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile fonte di sofferenze fisiche o psicologiche e che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Come è facile capire si tratta di argomentazioni pretestuose. Chi stabilisce queste eccezioni? Chi può dire se una vita è veramente degna di essere vissuta oppure no? Blaterano di consenso autonomamente formato, ma una persona che è nelle condizioni tratteggiate da questa sentenza può avere una lucidità e serenità di giudizio? La verità, purtroppo, è che questa sentenza apre le porte all'eutanasia, il principio che la vita innocente è sempre inviolabile viene a cadere. Basta guardare a cosa è successo in Olanda ed in Belgio dove il suicidio assistito è addirittura permesso per i minori, per i quali, non essendo responsabili delle proprie azioni, si può parlare sicuramente di omicidio di Stato.

Questa sentenza calpesta anche l'elementare principio democratico del rispetto della volontà popolare. I giudici dovevano solo verificare la costituzionalità dell'art. 580 ed invece, come gli capita spesso, si sono arrogati il potere di decidere che in determinate condizioni la vita innocente non è più inviolabile, hanno deciso senza minimamente rispettare la volontà popolare o, quanto meno, interpellarla o aspettare una sua cristallizzazione in un atto legislativo. Infatti la Consulta si è assunta un ruolo che sarebbe spettato al legislatore. Con questa sentenza i giudici hanno dettato le condizioni alle quali è possibile accedere al suicidio assistito, mentre tutto ciò sarebbe dovuto essere di competenza parlamentare.

Aspetto altamente inquietante è anche quello riguardante la coscienza dei medici che saranno chiamati ad assistere medicalmente un suicidio assistito. Questa sentenza calpesta senza tanti complimenti il giuramento di Ippocrate e, quindi, la deontologia professionale del medico che è caratterizzata dalla tutela della vita, di qualunque vita. E, invece, i medici vengono trasformati in una sorta di "strumenti" di morte. Bisognerebbe, piuttosto, potenziare la ricerca di farmaci e terapie sempre più efficaci per le cure palliative e che i medici siano messi in condizioni di poter somministrare tali cure ad ogni paziente.

Molti obiettano che una sentenza del genere non obbliga nessuno contro la propria volontà e che sia stata "aumentata" la libertà di ognuno. Niente di più illusorio ed ingannevole: la morte non è libertà, essere liberi significa rendere dignitosa la propria vita, la morte invece la vita la distrugge e basta. Sembra che non si capisca che una volta venuto meno il principio di inviolabilità della vita innocente non può più esserci limitazioni o paletti in grado di fermare una deriva di morte. Niente potrà essere più considerato impossibile o irraggiungibile.

venerdì 30 agosto 2019

Biglino e l'importanza della Septuaginta

Lo studioso torinese Mauro Biglino raccoglie un cospicuo consenso da parte di un nutrito gruppo di entusiastici fans perché presenta loro, attraverso pubblicazioni librarie e conferenze, le presunte prove di un planetario complotto che le religioni avrebbero ordito contro l’umanità. La sensazionale scoperta di Biglino sarebbe quella che la Bibbia, sia il vecchio che il nuovo Testamento, sarebbe stata manipolata e subdolamente interpretata, per far in modo che si credesse che parlasse di Dio, mentre invece non farebbe altro che riferirsi a dei non meglio identificati alieni, gli “elohim”, che avrebbero visitato il nostro pianeta in un lontanissimo passato. Per poter affermare con tanta sicurezza una tesi del genere, Biglino ripudia le comuni e riconosciute traduzioni del testo ebraico, ritenute tutte false, per proporne di nuove che a suo dire sarebbero quelle giuste.

Ovviamente questa pretesa è del tutto assurda, infatti Biglino non è un linguista e nemmeno un filologo, non ha alcun titolo riconosciuto come traduttore dall’ebraico biblico, le sue fantasiose traduzioni non poggiano su alcuna solida base scientifica, sono solo il frutto di congetture del tutto personali. Sfruttando la grande polisemia della lingua ebraica, Biglino “sceglie” nel campo semantico di ogni parola il significato più confacente per le sue tesi, ignorando bellamente tradizioni, contesti e dizionari. A mettere in crisi questo modo di fare, quindi, sono le versioni, cioè le traduzioni, del testo ebraico che, essendo più precise, eliminano ogni ambiguità. Prima fra tutte è certamente la traduzione in greco del testo ebraico della Bibbia, cioè la “Septuaginta”, un testo conosciuto anche come la “Versione dei Settanta” od anche semplicemente indicato come ”LXX”, composto tra il III secolo ed il II secolo a.C. Tale versione risolve tutte le questioni di traduzione sollevate ad arte da Biglino, infatti la “Septuaginta” traduce tranquillamente i vari termini ebraici che riguardano Dio così come li troviamo in ogni edizione odierna della Bibbia. Così abbiamo “eternità” per “olam”, “vergine” per “almah”, “onnipotente” per “el shaddai”, “gloria” per “kavòd”, e così via. Ma specialmente, nella Septuaginta, troviamo sempre il termine “Dio” (θεός) per tradurre la parola ebraica “elohim”. 

Questo testo in greco, antichissimo, distrugge tutto il castello in aria di Biglino, ed è per questo motivo che lo studioso torinese, nelle sue conferenze, si scaglia furioso contro di esso cercando di screditarlo: “Sapete cosa pensano gli ebrei della Settanta? Che è una disgrazia dell’umanità!” ed ancora: “La traduzione greca della Bibbia è per eccellenza l’emblema della manipolazione ideologico-teologica fatta a tavolino per conquistare il potere”. Parole senza alcun senso, frutto di una disperata lotta di Biglino contro un’evidenza in grado di distruggere tutte le sue fantasie. Vediamo il perché.

Biglino rifiuta l’autorità della Septuaginta perché gli ebrei la considerano “una disgrazia dell’umanità”. Ciò che, però, lo studioso torinese si guarda bene dal dire ai suoi ascoltatori, è che questo impietoso giudizio è formulato da rabbini ebrei da lui consultati. Ma nei tempi antichi non tutti gli ebrei erano di questo avviso, specialmente nel I secolo d.C. la Septuaginta era tenuta in grande considerazione, per loro era un testo molto importante. Ad esempio due personaggi molto importanti di cultura ebraica vissuti in quel periodo, come il filosofo Filone di Alessandria e lo storico Giuseppe Flavio, sostenevano che la Septuaginta fosse stata ispirata da Dio (Ernst Würthwein “The Text of the Old Testament “ trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich. Eerdmans, 1995). La Septuaginta è stata realizzata nell’ambiente culturale alessandrino, quando ormai gli ebrei erano tutti di lingua greca e non riuscivano più a capire l’ebraico, per risolvere un’esigenza culturale della comunità ebraica che desiderava possedere una letteratura antica al pari della comunità greca. La tradizione vuole che la Septuaginta sia stata realizzata, traducendo direttamente dall’ebraico ad Alessandria d’Egitto, da 70 saggi provenienti da ogni parte del mondo ebraico, tra il III e il II secolo a.C. (Karen H. Jobes, Moisés Silva Baker “Invitation to the Septuagint” - Academic, 2000). Le origini di tale traduzione sono riportate in una lettera del II secolo a.C. (lettera dello pseudo-aristea), dove viene narrato come i settanta traduttori avrebbero lavorato ognuno indipendentemente dall’altro e come sorprendentemente le settanta traduzioni fossero tutte uguali. Si tratta, ovviamente, di una leggenda, ma questa storia testimonia l'alta considerazione che questa versione godeva presso l'ebraismo antico. La Septuaginta era così importante che fu la base per le versioni dell'Antico Testamento nel vecchio linguaggio slavonico della Chiesa, in siriaco, in armeno, in georgiano e in lingua copta (Ernst Würthwein “The Text of the Old Testament “ trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich.: Eerdmans, 1995). Questa versione costituisce tuttora la versione liturgica dell'Antico Testamento per le Chiese ortodosse orientali di tradizione greca.

Ma c’è di più, un elemento di grande importanza per tutti i cristiani è il fatto che la Septuaginta viene citata spesso dal Nuovo Testamento e dai Padri Apostolici. Nel Nuovo Testamento ci sono circa 350 citazioni dall’Antico Testamento e circa 300 di queste provengono dalla versione greca della Septuaginta. La Chiesa cristiana primitiva utilizzò a lungo la Septuaginta, in quanto molti fedeli erano, ormai, di madrelingua greca, ed anche perché il greco era una lingua molto diffusa nell'Impero Romano. I Padri della Chiesa avevano un grande considerazione dell'opinione sostenuta da Filone di Alessandria che la Septuaginta fosse uno scritto miracoloso di origine inspirata. Tutto ciò deriva dal fatto che gli autori del Nuovo Testamento quando citano le scritture giudaiche dell'Antico Testamento o quando commentano Gesù che le cita, usano liberamente la Septuaginta, rendendo implicito che Gesù, i suoi Apostoli e i discepoli la consideravano affidabile (H. B. Swete, “An Introduction to the Old Testament in Greek”, revised by R.R. Ottley, 1914; reprint, Peabody, Mass.: Hendrickson, 1989). La Chiesa ortodossa orientale utilizza tutt'ora la Septuaginta come base per le traduzioni in lingua moderna e la Chiesa Ortodossa Greca la usa direttamente nella sua liturgia. Le Bibbie cattoliche usano traduzioni che si basano sul testo masoretico, ma utilizzano la Septuaginta per scegliere fra le possibili varianti quando il testo ebraico è ambiguo, corrotto o poco chiaro. La Septuaginta, quindi, era diffusa e molto considerata, non solo presso la comunità ebraica alessandrina, ma in tutto il Medio Oriente, fu scritta da ebrei per altri ebrei, senza nessuna volontà di favorire o giustificare il cristianesimo, che ancora non esisteva. 

Per contrastare questa solare evidenza Biglino è costretto a ricorrere alla “teoria del complotto”, cioè all’ipotesi che la traduzione greca della Bibbia non sia altro che una manipolazione ideologico-teologica operata sotto l’influsso della filosofia ellenistica. Ovviamente Biglino non fornisce alcuna prova di quello che afferma, non dice chi avrebbe operato tale manipolazione, e quali sarebbero tali manomissioni, per lui la corruzione del testo greco sarebbe provata dal fatto che è molto diverso da quello masoretico. Convinzione del tutto erronea per diversi motivi: innanzitutto la Septuaginta è antichissima, molto di più della versione ebraica masoretica, i suoi più antichi manoscritti comprendono frammenti di Levitico e Deuteronomio, risalenti al II secolo a.C. (Rahlfs nn. 801, 819, e 957), e frammenti del I secolo a.C. di Genesi, Levitico, Numeri, Deuteronomio e Profeti Minori (Rahlfs nn. 802, 803, 805, 848, 942, e 943). Manoscritti relativamente completi della Septuaginta sono il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus del IV secolo e il Codex Alexandrinus del V secolo. Niente a che vedere con il testo ebraico masoretico del quale la copia più antica risale solamente all’XI sec. d.C. (Codex Lenigradensis). La Septuaginta contiene memoria di antichissimi manoscritti che non sono confluiti nel testo masoretico, ma che sono stati ritrovati nella biblioteca di Qumran e che circolavano in Egitto al momento della traduzione della Septuaginta (Emanuel Tov, Textual Criticism of the Hebraic Bible, The Netherlands, Uitgeverij Van Gorcum, 2001). Se pensiamo al fatto che gli ultimi libri del Tanack ebraico, come Esdra, Neemia, 1-2 Cronache, sono stati composti tra il IV ed il III secolo a.C., e che la traduzione greca della Septuaginta risale al III secolo a.C., possiamo vedere che tra il testo greco e quello ebraico non c’è una grande differenza temporale, ma, anzi, sono quasi coevi. Tutto ciò testimonia una solida attendibilità della Septuaginta

La tesi che la Septuaginta non sia altro che una versione ellenizzata e corrotta dell’Antico Testamento, in cui vi sarebbe stata inserita l’idea di un Dio onnipotente ed eterno che ha creato tutto dal niente, è completamente da rigettare. Con la scoperta dei rotoli di Qumran si è riscontrato che la Septuaginta è identica ad alcuni dei manoscritti in lingua ebraica ritrovati in quelle grotte. Ciò significa che le differenze tra la Septuaginta ed il testo masoretico non dipendono da manomissioni o correzioni ideologiche, come afferma Biglino, ma dal fatto che il testo ebraico utilizzato al tempo della traduzione greca della Septuaginta era diverso da quello masoretico. 

Affermare, quindi, che la Septuaginta sia un testo inaffidabile è semplicemente assurdo. Questo è quello che dicono gli ebrei odierni, quelli che ha contattato Biglino, ma tutto ciò, come abbiamo visto, non corrisponde alla realtà dei fatti. La traduzione greca era ritenuta importante in tutta l’area mediorientale e non solo in Egitto. Tra i vangeli canonici, quello attribuito a Matteo, che per gli studiosi è stato composto in Galilea per un pubblico ebraico (Stanley P. Saunders, Eerdmans dictionary of the Bible, Wm. B. Eerdmans Publishing Company, 2000, pp. 871-873), è pieno di riferimenti all’Antico Testamento presi direttamente dalla Septuaginta. Il fatto, poi, che tra i rotoli del Mar Morto sono stati rinvenuti diversi manoscritti della Septuaginta mostra come anche tra gli ultra-tradizionalisti esseni questa traduzione fosse tenuta in gran conto. 

Ci sarebbe, allora da chiedersi: come mai gli ebrei hanno successivamente ripudiato la validità della Septuaginta? Il principale motivo è da ricercarsi nel fatto che la Septuaginta divenne da subito la Bibbia delle nascenti comunità cristiane e questo loro uso accrebbe sempre più il disappunto giudaico. A testimoniare tale distacco dalla versione originaria della Septuaginta sono le revisioni successive, note coi nomi di Aquila, Simmaco e Teodozione, che hanno rimaneggiato la Septuaginta cercando di togliere gli elementi scomodi per la visione giudaica. Ad esempio il vescovo di Lione, Ireneo, nel II secolo affermava: «Dio in verità si è fatto uomo, e il Signore stesso ci ha salvati, dando il segno della vergine, ma non come dicono alcuni, che ora osano tradurre la Scrittura: "Ecco, una giovane donna concepirà e partorirà un figlio" come hanno fatto Teodozione di Efeso e Aquila del Ponto, entrambi proseliti ebrei; seguendo la loro interpretazione gli Ebioniti dicono che Lui è stato generato da Giuseppe» (Citazione di Eusebio di Cesarea in “Historia Ecclesiastica", V cap. 8, Documenta Catholica Omnia”).

Con la Septuaginta, e tutte le sue successive versioni giudaizzanti, siamo di fronte ad una tradizione testuale antichissima che da sola è in grado di sbaragliare tutte le pretestuose polemiche di Biglino su immaginarie false traduzioni. Basta pensare che in tutte queste traduzioni il termine ebraico “elohim” è sempre tradotto con “Dio”. Già solo questo fatto rende Biglino un fenomeno da baraccone. 


Bibliografia 

J. Gwynn, Theodotion, otherwise Theodotus, in Wace Henry; William Coleman Piercy (a cura di) "A Dictionary of Christian Biography and Literature to the End of the Sixth Century A.D., with an Account of the Principal Sects and Heresies" Londra, J. Murray, 1911;
G. Driver "Introduction to the Old Testament of the New English Bible" 1970;
H. B. Swete, “An Introduction to the Old Testament in Greek”, revised by R.R. Ottley, 1914; reprint, Peabody, Mass.: Hendrickson, 1989;
E. Würthwein “The Text of the Old Testament“ trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich.: Eerdmans, 1995;
Karen H. Jobes, Moisés Silva Baker “Invitation to the Septuagint” - Academic, 2000;
S. P. Saunders "Eerdmans dictionary of the Bible", Wm. B. Eerdmans Publishing Company, 2000;
E. Tov, "Textual Criticism of the Hebraic Bible", The Netherlands, Uitgeverij Van Gorcum, 2001;

venerdì 9 agosto 2019

I miti sulle crociate: le Crociate furono un atto di aggressione all’Islam


Tra le convinzioni più diffuse riguardo alle crociate c’è sicuramente quella secondo la quale queste guerre furono scatenate per una smodata bramosia di potere e conquista da parte degli aggressivi e potenti regni cristiani europei. Inoltre, secondo questa visione, la famosa chiamata alla Crociata operata da Papa Urbano II nel 1095 nella città francese di Clermont, non fu altro che una scaltra operazione politica per permettere alla Chiesa Cattolica di imporre la propria influenza anche sui territori controllati dall’impero bizantino. Ancora oggi questa visione è largamente accettata e condivisa e costituisce uno dei miti anticattolici maggiormente presenti nell’immaginario collettivo. Ciò che suscita maggior stupore è che tale erronea convinzione non è diffusa solo come comune diceria, ma è ancora accreditata a livello accademico. A esempio il direttore del Dipartimento degli studi islamici dell’American University di Washington, D.C., ebbe a dire: “Le crociate hanno lasciato una memoria storica che ci accompagna ancora oggi: quella di una lunga aggressione da parte dell’Europa” (Andrew Curry “The Crusades, The First Holy War”, US News and World Report, 8 aprile 2002, p.36). Incredibilmente molti storici sono ancora convinti delle mire espansionistiche del Papa, come ad esempio Carl Erdmann (1898-1945), secondo il quale Urbano II non aveva alcuna motivazione religiosa. Il Papa avrebbe solo avuto l’interesse ad intervenire militarmente presso i bizantini al fine di consolidare la propria autorità sulla Chiesa d’Oriente (C. Erdmann “Alle origini dell’idea di crociata”. Centro italiano di studi sull’alto medioevo, Spoleto 1996). 

Siamo di fronte all’ennesimo mito anticattolico, un travisamento della storia così palese e netto che appare incredibile come questa mistificazione possa avere un certo credito ancora oggi. Mentre l’appello del Papa alla Crociata contro l’Islam è comunemente considerato tra i più grandi scandali della Chiesa Cattolica, viene generalmente sottaciuto il fatto che quella chiamata alle armi fu la risposta che un accorato e preoccupato Urbano II diede alla disperata richiesta di aiuto formulata dall’imperatore bizantino Alessio I Comneno contro i turchi selgiuchidi, che si trovavano ormai a 100 chilometri da Costantinopoli. Richiesta d’aiuto reiterata anche nei confronti del conte Roberto II di Fiandra, da alcuni ritenuta un falso, ma che è invece confermata da diverse fonti (E. Joranson, "The problem of the Spurious Letter of Emperor Alexius to the Count of Flanders", Am. Hist. Rev., 55 (1950), p. 811). Il Papa, inoltre, intese denunciare anche il grande pericolo che incombeva sulla pia pratica del pellegrinaggio in Terrasanta con i pellegrini che venivano sistematicamente perseguitati e sottoposti ad ogni sorta di vessazioni e persecuzioni. Da un punto di vista più ampio è ormai certo che l’appello del Papa non fece altro che tradurre in fatti la consapevolezza che ormai si era fatta strada presso tutti i principi europei, cioè che l’Islam, dopo aver conquistato tutto il nord Africa e la Spagna, stava invadendo anche l'impero bizantino realizzando un vero e proprio accerchiamento con una “morsa a tenaglia”. 

La chiamata alle armi per intraprendere la lotta contro l’invasore islamico aveva chiaramente il carattere di un sacrificio per la salvezza della cristianità, i cristiani furono chiamati a mobilitarsi per la salvezza di coloro che sono angariati e perseguitati, senza altro guadagno che il perdono di tutti i propri peccati. Il Concilio di Clermont, indetto dal papa prima del famoso appello alla prima crociata, dichiarava chiaramente: “Chiunque si metterà in cammino per liberare la Chiesa di Dio a Gerusalemme, spinto unicamente dalla devozione in nostro Signore e non da avidità di guadagno o gloria, consideri quel cammino come una penitenza per tutti i suoi peccati” (E. Peters “The First Crusade; The Chronicle of Fulcher of Chartres and Other Source Materials” University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1998, pag, 37). Papa Urbano II, nel suo appello alla crociata, stabilì un nuovo principio secondo il quale chiunque partecipava alla crociata moralmente entrava in un ordine monastico ed aveva la certezza della salvezza eterna. Guiberto di Nogent, monaco benedettino, storico e teologo, testimone dell’evento, così ricorda le parole pronunciate da Urbano II a Clermont: “Dio ha voluto che il nostro tempo conoscesse una guerra santa, sicché l’ordine dei cavalieri […] che non fanno che massacrarsi a vicenda […] ora può trovare un modo nuovo per guadagnarsi la salvezza” (E. Peters “The First Crusade; The Chronicle of Fulcher of Chartres and Other Source Materials” University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1998, pp. 12-13). 
A tal proposito il grande storico delle Crociate, Jonathan Riley Smith, osserva chiaramente che “Urbano II non si stancava mai di ribadire che la crociata era un’opera pia con l’unico scopo di rimettere i peccati se affrontata con la giusta predisposizione di spirito. In questo l’idea della crociata era rivoluzionaria perché la poneva sullo stesso piano della preghiera, della carità e del digiuno” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag. 9). 

Nel giudicare il fenomeno delle Crociate viene troppo spesso dimenticato che la Palestina, occupata dall’Islam, era stata, oltre che politicamente, un patrimonio spirituale e religioso cristiano. Tale territorio era la “Terrasanta” dei cristiani, dove il Figlio di Dio era nato, vissuto, aveva patito ed era morto e risorto per il riscatto di ogni uomo dal male e dal peccato, divenendo il Salvatore dell’umanità. Ciò significava, idealmente e in concreto, che la Palestina era la terra della salvezza di ogni battezzato al mondo. L’Islam se ne impadronì con la forza delle armi e perseguitava i cristiani che vi risiedevano ed i pellegrini. Per il papa ed i crociati il vero scopo della crociata era la liberazione dei luoghi santi. A provare tutto ciò è l’analisi dei tanti documenti che ci sono pervenuti e che il grande storico delle Crociate Riley Smith ha meticolosamente studiato. Ad esempio Raimondo di Saint-Gilles, capitano della prima crociata, annunciò di partire “in pellegrinaggio per muovere guerra a genti straniere e sconfiggere popoli barbari, per tema che la santa città di Gerusalemme sia tenuta prigioniera e affinché il Santo Sepolcro di nostro Signore Gesù Cristo non sia più contaminato” (Jonathan Riley Smith “The First Crusaders, 1095-1131” Cambridge University Press, Cambridge 1997, pag. 62). Così anche Goffredo di Buglione ed il fratello Baldovino di Boulogne, altri capitani della prima Crociata, che lasciarono alla madre le loro disposizioni testamentarie nel caso fossero periti nella crociata, cioè “dalla battaglia di Gerusalemme nel nome di Dio” (Jonathan Riley Smith “The First Crusaders, 1095-1131” Cambridge University Press, Cambridge 1997, pag. 63). 

Un argomento che generalmente viene portato a sostegno della tesi che le Crociate siano state delle guerre di aggressione è il fatto che dalla conquista islamica, avvenuta agli inizi del VII secolo, la Palestina divenne un territorio islamico, dove si viveva in pace, senza alcuna rivendicazione da parte dei bizantini. Ma si tratta dell’ennesima falsità, infatti non è vero che per quattro secoli gli islamici potettero disporre delle loro conquiste senza reazioni da parte dei bizantini. Nel 960 il generale bizantino Niceforo Foca condusse una guerra di liberazione riguadagnando il controllo di Creta, Cipro, della Cilicia e di parte della Siria. Nel 974 l’imperatore bizantino Foca riconquistò addirittura Antiochia, finché non vennero i Turchi e l’impero bizantino si ridusse praticamente alla sola Costantinopoli (S. Runciman, “Storia delle crociate” Einaudi, Torino1966, vol. I, pag. 29). Quindi quei territori non furono mai considerati legittimamente appartenenti all’Islam, ma sempre un’appropriazione indebita strenuamente contrastata. 

Chiudo questo articolo riportando una illuminata sintesi dello storico Riley-Smith: “La crociata era combattuta contro quanti venivano percepiti come nemici interni o esterni della Cristianità per il recupero di proprietà cristiane, oppure in difesa della Chiesa e dei cristiani. Le offese ai cristiani o alla Chiesa davano ai crociati l’opportunità di esprimere amore verso i loro fratelli oppressi o minacciati e di farlo con una giusta causa, che era sempre relativa al mondo cristiano nel suo insieme […] Secondo i papi, i musulmani non soltanto avevano occupato territori cristiani in Spagna e in Oriente, compresa una terra santificata da Cristo con la sua presenza e da lui fatta propria, ma avevano anche imposto la loro tirannia di infedeli ai cristiani che vi abitavano" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.30) 




Bibliografia 

C. Erdmann “Alle origini dell’idea di crociata”. Centro italiano di studi sull’alto medioevo, Spoleto 1996; 
S. Runciman, “Storia delle crociate” Einaudi, Torino1966; 
J. Riley Smith “The First Crusaders, 1095-1131” Cambridge University Press, Cambridge 1997; 
E. Peters “The First Crusade; The Chronicle of Fulcher of Chartres and Other Source Materials” University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1998 
J. Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
Christopher Tyerman "L'invenzione delle crociate" Einaudi, 2000; 
Rodney Stark "Gli eserciti di Dio", Lindau, 2010.


martedì 9 luglio 2019

L'ipocrisia assassina del laicismo. #JESUISVINCENTLAMBERT

In questi giorni, tra la vergognosa indifferenza generale dei media più importanti, si sta consumando la tragica vicenda di Vincent Lambert, una cittadino francese tetraplegico che lo Stato francese vuole assolutamente eliminare appoggiando la volontà della moglie contro quella dei suoi genitori. 
Purtroppo la Francia, insieme ad altri Stati come l'Olanda, la Danimarca, la Norvegia, il Belgio, ecc. ha intrapreso la tremenda strada della cultura della morte, l'eliminazione del malato come soluzione. Una soluzione ipocritamente ritenuta la "cosa migliore", che viene presa "per il bene del malato", come se la morte procurata fosse una cura, mentre invece è solo un modo di sbarazzarsi di persone malate che non servono a niente, che pesano sul bilancio statale e che è penoso e pesante accudire.

Ma la vicenda di Vincent Lambert non è l'ennesimo, classico, episodio di eutanasia, la "dolce morte" da somministrare al malato terminale, fatto eticamente inaccettabile, ma che, almeno, avrebbe il paravento morale di voler impedire un'accanimento terapeutico e di rispettare le ultime volontà del malato. No, stavolta niente di tutto questo. Vincent Lambert è solamente una persona disabile, vive autonomamente, non ha bisogno di alcuna macchina, non c'è bisogno di "staccare alcuna spina". Certamente versa in gravi condizioni, ma non è in pericolo di vita, non è in nessuna "fase terminale" della sua malattia, non è un morente in stato di agonia. Vincent Lambert non ha bisogno di alcun respiratore, ha un battito cardiaco spontaneo e non è in stato di morte cerebrale.

Insomma Vincent Lambert è un portatore di handicap, quindi una persona normalissima, che non è affatto alla fine della sua vita, eppure lo Stato laicista francese non si arrende, pur di uccidere, eliminare una vita che ritiene "non vivibile", si è impegnato in una mostruosa lotta legale fino ad ottenere una sentenza in suo favore dalla Cassazione. Vincent Lambert deve morire! Ma lo sventurato è vivo, non è in pericolo di vita, quale "eutanasia" può essere mai possibile? Per il laicismo sono dettagli, si procederà con l'eutanasia omissiva. E, così, dal 2 luglio scorso al povero Vincent sono stati interrotti l'idratazione e l'alimentazione. Quindi, per lo Stato francese, e non solo, dar da mangiare e da bere ad una persona che non è in pericolo di vita, ma disabile, è accanimento terapeutico.

Io credo che nemmeno nei giorni più bui del nazismo e dello stalinismo, nemmeno  con le efferatezze di Pol Pot, Menghistu o Bokassa si siano raggiunti livelli di atrocità morale cosi elevati. Per lo Stato laicista la vita ha un valore solo se è degna di essere vissuta e questa dignità, ovviamente, la decide solo lui, anche contro il parere dei famigliari delle vittime. Con una insopportabile ipocrisia, perché non si dica che lo Stato sia un assassino che uccide una persona non autosufficiente, sospende le cure di base, alimentazione ed idratazione. Amare è curare e curare è amare, se si esce da quest'ottica si diventa delle bestie inumane.     

venerdì 5 luglio 2019

Biglino ed il monoteismo ebraico

Un altro tema che nelle sue conferenze il sedicente esperto biblico Mauro Biglino non manca mai di trattare è quello relativo al monoteismo ebraico. Potrà sembrare assurdo (ed infatti lo è), ma lo studioso torinese è convinto del fatto che gli antichi ebrei non adorassero affatto un dio, ma che portassero rispetto per un capo militare in carne ed ossa di origine aliena, uno dei tanti elohim che esistevano a quei tempi ampiamente citati dalla Bibbia. Così, per poter affermare questa assurda teoria, Biglino è costretto a negare il famoso monoteismo ebraico bollandolo come un’invenzione teologica successiva. 


In realtà, come è noto, il monoteismo ebraico rappresenta il carattere distintivo della religiosità ebraica. Da remote origini monolatriche, cioè la credenza che Yahweh fosse l’unico Dio d’Israele, il monoteismo ebraico, cioè la credenza che Yahweh sia l’unico Dio esistente, si manifesta in modo preciso e compiuto nel periodo post-esilico, quando viene composta la maggior parte delle scritture sacre ebraiche, dopo un percorso di lenta presa di coscienza. Nella Bibbia da un iniziale accento sull'unicità della divinità nazionale del popolo d'Israele, che non doveva rendere culto a nessun altro dio (Dt 32, 8; Mic 4, 5) si afferma la consapevolezza dell’unicità di Dio e il rifiuto di qualsiasi altra divinità. Tutto ciò è ampiamente testimoniato dalla Bibbia in numerose circostanze, ma certamente è il libro di Isaia (Deutero-Isaia risalente al VI secolo a.C.) ad essere il testimone più interessante dell’evoluzione della fede d’Israele in senso monoteista. 



Prima di me non fu formato alcun dio, né dopo ce ne sarà” (Is 43,10-11).

Io sono il primo e io l'ultimo; fuori di me non vi sono dèi” (Is 44,6-8; 45,5-7; 18.21-22). 

Ma non solo il libro di Isaia, il monoteismo è chiaramente testimoniato nel Deuteronomio, uno dei libri della Legge (Torah): 

"Io sono Yahweh, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me" (Es 20,2-3);

"Or vedete che solo io sono Dio e che non c'è altro dio accanto a me" (Dt 32,39).

Questo sviluppo da monolatria a monoteismo è, quindi, antichissimo e si afferma parallelamente alla fase di perfezionamento della legge mosaica. Tutto ciò traccia un solco profondo tra Israele e la religione dei popoli circostanti, ma anche con le grandi teologie assiro-babilonesi, fortemente politeiste. E’ un monoteismo che si basa in special modo sulla presa di coscienza dell'impotenza degli altri dei, specialmente di quelli rappresentati da immagini o statue. Da qui la forte tradizione aniconica israelita, cioè il rifiuto delle immagini e delle statue che rappresentavano le divinità dei signori dell'Impero neobabilonese. E’ proprio questa forte tradizione aniconica, nata dalla presa di coscienza monoteistica d’Israele, a sconfessare in modo definitivo la teoria immanentistica di Biglino circa la natura degli elohim.

A mettere particolarmente in crisi la tesi di Biglino è certamente la più famosa preghiera ebraica, il cosiddetto Shemà Israel, cioè “Ascolta Israele” che è la più chiara manifestazione del monoteismo ebraico e che ritroviamo costituita da tre sezioni bibliche (Dt 6,4-9; 11,13-21; Nm 15,37-41) di cui la prima si apre con il solenne: “Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno” (in ebraico: “שמע ישראל יהוה אלהינו יהוה אחד”). Biglino, chiaramente in difficoltà, è solito cercare di offuscare tale solare evidenza con la seguente ridicola argomentazione: “Nel libro “Commento al libro dell’Esodo, Ed. Mamash, pag. 710” troviamo scritto “A questo proposito è necessario capire una ben nota difficoltà riguardo allo “Shemà”, in cui si afferma che Dio è uno, ma non che è unico. Il termine “uno” è infatti un aggettivo che si attribuisce a qualcosa che si può contare, è compatibile con un secondo. “Unico” esclude la possibilità di altri elementi”. La Bibbia dice che Dio non è unico, ma uno di una possibile serie. Basta leggerla la Bibbia e si scopre che su questo punto è chiarissima, ma ci viene predicata da chi non conosce la lingua”.

Biglino, come al solito, gioca a fare il grande linguista e traduttore e cerca di confondere le acque tirando in ballo il termine ebraico ”אחד” (echad), cioè “uno”, dicendo che tale termine vuole indicare che Yahweh non è altro che un elohim tra gli altri, e per dare una parvenza di plausibilità ad una tale assurdità tira in ballo la citazione di un rabbino che sembra dargli ragione, ovviamente estrapolandola dal contesto. 

Purtroppo Biglino dà dimostrazione di non conoscere neppure le basi della liturgia ebraica, sembra che non sappia che la preghiera dello "Shemà", considerata tra le più sentite per ogni pio ebreo credente, la cui lettura (Qiriat Shema) avviene due volte al giorno, nella preghiera mattutina e in quella serale (Deuteronomio 6,7), è una solenne dichiarazione del monoteismo di Israele. E' assurdo pensare che gli ebrei recitino questa preghiera per ben due volte al giorno, ogni giorno, solo per dire che Yahweh non è l'unico Dio, ma che ce ne possono essere altri (sic). In realtà la parola ebraica "echad", cioè "uno", in questo contesto, esprime l'Unità di Dio, cioè che non ci sono altri dei. Questa unità di Dio è probabilmente un’unità composta in quanto viene preferito il termine "uno", אחד (echad), rispetto alla parola "unico", יחיד (yachid) che è il termine indicante l’unità assoluta. Infatti nella Bibbia anche il termine “echad”, “uno”, è usato per indicare l’unità assoluta, ma composta. Ad esempio in Genesi 2,24 troviamo “marito e moglie saranno una (echad) sola carne”, in Genesi 11, 1 abbiamo: “Tutta la terra aveva una (echad) sola lingua e le stesse parole“; in Genesi 11,2 leggiamo: “essi sono un (echad) solo popolo”; in Genesi 34,16 abbiamo: “diventeremo un (echad) solo popolo”, in Numeri 13,23 si ha: “un (echad) solo grappolo d'uva”; e così via. In tutti questi casi il termine “echad” esprime una unità composta da vari elementi, come i grappoli d'uva che sono composti di vari acini, le persone da miliardi di cellule, ma anche un’unità composta pluripersonale come un solo popolo che è fatto di migliaia di persone, una famiglia che comprende più componenti, ecc. Quindi per la tradizione ebraica il termine “echad”, cioè “uno”, è risultato il più idoneo a indicare l’unico Dio Yahweh, l’inconoscibile, l’indescrivibile che non può essere rappresentato compiutamente con un termine troppo preciso come “yacid”. 

E' quanto afferma Rav Elia Kopciowski, che è stato rabbino capo di Milano: "Ascolta Israele, il Signore che ora è riconosciuto come Dio soltanto da noi, sarà in futuro riconosciuto come l’Essere supremo da tutte le creature!". Ma sarà riconosciuto non solo come l’Essere supremo, bensì come l'Uno e l'Unico! Uno, perché non vi sono, né vi possono essere, altre divinità; Unico perché le sue qualità sono esclusive e nessun altro essere ha, né può avere, le qualità divine. E ancora, rilevano i nostri Maestri, sono soltanto sei, nel testo ebraico, le parole che traduciamo "Ascolta Israele... ". Di queste sei parole ben tre esprimono le caratteristiche fondamentali dell'Uno e Unico".
(http://www.nostreradici.it/Kopciowski_shema.htm)

In realtà Biglino ignora che su tale parola esiste, lungo tutta la storia dell’ebraismo, una discussione rabbinica sulla definizione esatta del suo significato. Le parole di Rav Kopciowski sono quelle del famoso rabbino Rashi (1040-1105), rinomato e stimato studioso aschenazita della Torah che ha molto insistito sull’unicità di Dio. Definitivamente chiarificatrici sono le argomentazioni del Maimonide (1138-1204), il più grande pensatore della storia dell’ebraismo, che nel “secondo principio della fede giudaica” del suo commentario alla Mishnah (Pirush Hamishnayot), scrive: "Il Secondo Principio è l'unità di Ha Shem (cioè Dio), Benedetto sia il suo Nome. In altre parole bisogna credere che questo Essere, che è causa di tutto, è unico. Questo non significa uno come uno di un paio e neppure uno come di un gruppo che comprende molti individui né uno come un oggetto che è fatto di molti elementi e neppure come un singolo semplice oggetto infinitamente divisibile. Piuttosto, Egli, Ha Shem, Benedetto sia il suo Nome è un'unità diversa da ogni altra possibile unità. Questo secondo principio è riferito a[lla Torah] quando dice: Ascolta Israele! Ha Shem è il nostro Dio, Ha Shem è uno (Deuteronomio 6,4)". Con ogni probabilità, con la pubblicazione delle edizioni Mamash, Biglino ha riportato un passaggio a suo uso e consumo, estrapolandolo da un contesto che, invece, si riferiva alla polemica tra gli ebrei e i cristiani i quali interpretarono questa “unità complessa” come una porta d’accesso alla dottrina trinitaria. 

Come è facile capire, anche in questa occasione siamo di fronte ad una profonda ignoranza di Biglino che oltre a non conoscere le tradizioni esegetiche ebraiche, ignora anche quelle liturgiche.

martedì 11 giugno 2019

La Chiesa e il libero pensiero: la vicenda di Giordano Bruno

Il 9 giugno 1889, a Roma, in piazza Campo de Fiori, in un clima fortemente anticlericale, fu inaugurato il famoso monumento a Giordano Bruno, proprio nel punto in cui il 17 febbraio del 1600 fu arso vivo il frate domenicano eretico. Ad ottenere l’autorizzazione alla sua realizzazione furono i massoni italiani, notoriamente feroci nemici del cristianesimo, che ebbero gioco facile nell’individuare in Giordano Bruno un simbolo da opporre al papato. Nella seconda metà del XIX secolo il frate domenicano divenne la bandiera ufficiale della Massoneria che ne fece un simbolo della libertà di pensiero (A. A. Mola “Storia della Massoneria italiana” Bompiani, Milano, 1994, pp. 196-197). Ancora oggi la tragica esecuzione di Giordano Bruno è uno degli argomenti principali di ogni retorica laicista sull’oscurantismo della Chiesa Cattolica e sulla libertà di pensiero da ogni imposizione dogmatica. I massoni, facendo un piccolo guazzabuglio, proprio per sottolineare questi aspetti piazzarono ai piedi della statua le figure, un po’ alla rinfusa, Erasmo da Rotterdam, Vanini, Paleario, Serveto, Wyclif, Huss, Sarpi, tutte vittime dell’intolleranza religiosa. 


Ma, come al solito, siamo di fronte all’ennesima vicenda strumentalizzata dalla propaganda laicista anticristiana che poco ha a che fare con la storia. Giordano Bruno fu una persona profondamente inquieta, che arrivò all’esasperazione dei suoi principi fino all’odio conclamato per il papa, la Chiesa e perfino per il cristianesimo. Non fu semplicemente il portatore di una nuova concezione della realtà, ma incarnò la ferma volontà di sovvertire il messaggio di Cristo che la Chiesa aveva divulgato, per farne una sorta di religione misterica ed ermetica. Si trattava di una vera e propria rivoluzione che minava alle basi l’intero edificio cristiano, e questo rappresentò per la Chiesa della Controriforma un pericolo troppo grave. 

Per capire bene la figura di Giordano Bruno è sicuramente utile ripercorrere brevemente alcune tappe della sua vita. Nato a Nola nel 1548, formatosi a Napoli alla scuola dell’averroismo, la corrente filosofica che sostiene la dottrina della doppia verità, di ragione e di fede, il Bruno si fece domenicano, diventò prete e si laureò in teologia. Cominciò ben presto a dedicarsi a pratiche e letture proibite e questo lo portò a scontrarsi con i superiori che lo sospettarono di eresia. Nel 1576 Giordano Bruno lasciò il convento e fuggì. Da allora fino al 1592 svolse un’esistenza raminga, avventurosa, turbolenta per l’Europa che gli attirerà le ire e le scomuniche da parte dei cattolici, dei calvinisti e dei luterani, sollevando scandalo nel mondo accademico e studentesco. Infatti, dato che è sempre molto ignorato, Giordano Bruno non fu ritenuto un pericolo solo dalla Chiesa Cattolica, ma anche dalle Chiese riformate. Studioso esperto ed originale di mnemotecnica, di cosmologia, di arti magiche, appassionato di problemi morali, politici, filosofici e teologici, fornito di un eloquio immaginoso sia nel solenne latino che nel volgare italiano-napoletano, Giordano Bruno rappresentò sempre un elemento destabilizzante e ciò gli procurò molti nemici. 

Certamente il pensiero del filosofo nolano fu anche originale e lungimirante, fu razionalista, immanentista fino al panteismo, sostenitore della teoria copernicana fino ad una concezione cosmologica che anticipa sotto certi aspetti le teorie astrofisiche moderne, non fu solo un guitto stravagante in cerca di avventure intellettuali, ma un primo segno di quei tempi che vedranno la comparsa del pragmatismo di Bacone, lo sperimentalismo di Galileo e il dubbio metodico di Cartesio. Però tutto ciò gli provocò al massimo delle critiche e non le censure strombazzate dalla vulgata laicista. Le scomuniche, invece, furono provocate dal suo attacco contro la legittimità dell’esistenza stessa della Chiesa e della sua dottrina. 

Nel 1591 venne invitato da un nobile veneziano, il Mocenigo, che voleva imparare da lui la mnemotecnica, e Giordano Bruno, nonostante sapesse che nella Serenissima era attiva l’inquisizione, accettò. Prima di andare a Venezia il nolano aveva scritto in Germania diversi trattati di magia nera ed aveva sviluppato fantasiose capacità di realizzare “legamenti” magici in grado di soggiogare le persone. Secondo alcuni importanti studiosi, come il Corsano e la Yates, Giordano Bruno tornò in Italia per attuare il folle progetto di sfruttare le sue conoscenze “magiche” in modo da costringere il Papa a riformare il cattolicesimo in senso magico-egiziano. La Yates, famosa storica inglese esperta di storia della magia, della cabala e dell’ermetismo rinascimentale, nel suo saggio sul filosofo nolano, non esita a considerarlo ai confini della follia e del delirio conclamato (M. D’Amico “Giordano Bruno”, Il Timone n. 25 - ANNO V - Maggio/Giugno 2003 - pag. 22–23). Il processo si concluse con l’abiura da parte del filosofo di Nola, che ritrattò le sue convinzioni. Ma Il Sant'Uffizio romano decise di avocare a sé la causa e ottenne dalla Repubblica di Venezia il trasferimento dell'imputato. Iniziò così il secondo processo, che si svolse a Roma a partire dal febbraio del 1593 per ben sette anni. Gli vennero sottoposte, perché le abiurasse, otto proposizioni. Due volte si dichiarò disposto a ritrattare e due volte ritornò sulle sue posizioni, ma alla fine rifiutò definitivamente di abiurare. Così si giunse al tragico epilogo della sua esecuzione tramite il rogo, pena prevista a quel tempo per gli eretici impenitenti. 

Tralasciando l’antistorica polemica laicista, per capire bene il perché della tragica vicenda di Giordano Bruno occorre, come vuole ogni analisi storica che si rispetti, operare una adeguata contestualizzazione. Siamo alla fine del 1500, nel primo ventennio di quel secolo si era consumata la tumultuosa vicenda della riforma protestante di Lutero, l’Europa era squassata dalle guerre di religione, la Chiesa cattolica sconvolta per l’ortodossia in pericolo. Si era in piena Controriforma secondo le linee tracciate dal Concilio di Trento che prevedevano una lotta senza quartiere contro l’eresia, in special modo quella luterana, considerata una vera e propria tragedia in grado di minare la vera fede, la Parola di Dio e la salvezza delle anime. E Giordano Bruno, con la sua metafisica che concepisce l'universo come infinito e privo di centro, increato, dove Dio è pensato panteisticamente come coincidente con il mondo e con la natura, dove il cosmo stesso viene divinizzato, un mondo dove non c’è posto per il cristianesimo, la sua morale e la sua concezione dell’uomo considerata povera e decadente, era percepito come un personaggio troppo pericoloso per la salvezza delle anime. La Chiesa tentò tutte le strade possibili per cercare di ricondurre il filosofo nolano su posizioni ortodosse e lo fece con una scrupolosità straordinaria verbalizzando con precisione gli interrogatori, facendo analizzare da teologi esperti tutte le sue opere, sottoponendogli i suoi errori filosofici e teologici che gli chiede di abiurare, fornendo all'inquisito ampi mezzi di difesa. Con Giordano Bruno la Chiesa si comportò in modo molto paziente e ciò è dimostrato dall’insolita lunghezza del processo, e nella parte finale, dall’offerta di molteplici possibilità di abiura, prima accettate e poi rifiutate da Giordano Bruno. All'inizio del 1600 il Tribunale presieduto dal cardinale Bellarmino, cercò in ogni modo di convincere l’ex frate domenicano dei suoi errori, ma dopo le ennesime promesse di abiura non mantenute, decide di consegnarlo al braccio secolare e, quindi, al rogo del 17 febbraio 1600. 

Ovviamente il tragico epilogo della vicenda di Giordano Bruno risulta inaccettabile per la nostra sensibilità moderna, ci appare tutto come una crudeltà inaudita, ma ciò non corrisponde alla considerazione che avevano di tali fatti i contemporanei. Se contestualizzata nel momento e nelle condizioni storiche in cui avvenne, il processo e l’esecuzione di Giordano Bruno non furono affatto atti barbari o crudeli. In realtà, come in genere accadde nei processi per eresia dell’inquisizione, i giudici ebbero un comportamento scrupoloso e corretto, fornendo all’imputato ogni garanzia, una tutela ampiamente sconosciuta nei normali processi cinquecenteschi. La condanna emessa dal tribunale fu coerente con la tradizione giuridica, le leggi e l’usanza di quel tempo. Il rogo per gli eretici era previsto già dal Codice di Giustiniano, nel cinquecento era ancora una pena prevista, considerata molto severa, ma normale. Lo prova il fatto che fu adottata tranquillamente anche in ambito protestante. 

Quando nel 2000 papa Giovanni Paolo II espresse profondo rammarico per la morte atroce di Giordano Bruno condannò il facile ricorso che troppe volte la Chiesa fece della violenza, ma ribadì la condanna delle posizioni del filosofo nolano in netto contrasto con la dottrina cristiana. Anche la Yates ribadì più volte la completa adesione di Giordano Bruno alla "religione degli egizi" scaturita dal suo sapere ermetico nonché l’affermazione che "la religione egiziana ermetica è l'unica religione vera" (Franco Manganelli “La cabala nolana: dialoghi sull'asinità "di" Giordano Bruno” Guida Editori, 2005). 

La condanna di Giordano Bruno, quindi, si può configurare come un atto di difesa della fede da forze avverse che la Chiesa del tempo, sconvolta dall’attacco protestante, avvertiva in modo particolare. Niente a che vedere con la strumentale propaganda laicista, sorta molto tempo dopo, che ha riletto in salsa anticattolica tutta la vicenda. La Chiesa non mise mai in atto un sistema per reprimere il “libero pensiero”, ma per le forze laiciste e liberali di ispirazione massonica la vicenda di Giordano Bruno, svincolata da ogni contestualizzazione storica, divenne un elemento di punta per la battaglia anticlericale e antipapista. Fu in questo clima che nacque il mito di Giordano Bruno come martire del libero pensiero, mentre invece quella condanna va inquadrata unicamente nell’ambito delle misure, peraltro moderate e prudenti, di difesa del cattolicesimo dal pericolo rappresentato dall’eresia protestante. 

Bibliografia

F. Manganelli “La cabala nolana: dialoghi sull'asinità "di" Giordano Bruno” Guida Editori, 2005; 
M. D’Amico “Giordano Bruno”, Il Timone n. 25 - ANNO V - Maggio/Giugno 2003; 
S. Ricci “Giordano Bruno” Salerno editrice, Roma, 2000; 
N. Benazzi - M. D’Amico “Il libro nero dell’Inquisizione” Piemme, Casale Monferrato, 1998; 
A. Prosperi “Tribunali della coscienza” Einaudi, Torino, 1996; 
F. Yates “Giordano Bruno e la tradizione ermetica” Laterza, Bari, 1995; 
A. A. Mola “Storia della Massoneria italiana” Bompiani, Milano, 1994;
L. Firpo “Il processo di Giordano Bruno” Salerno editrice, Roma 1993; 
M. Ciliberto “Giordano Bruno” Laterza, Bari, 1990; 
V. Spampanato “Vita di Giordano Bruno” Gela editrice, Roma, 1988; 
A. Rotondò “Studi e ricerche di storia ereticale italiana del cinquecento” Giappichelli, Torino, 1974; 
F. Papi “Antropologia e civiltà nel pensiero di Giordano Bruno” La Nuova Italia, Firenze, 1968; 
M. Ciardo “Giordano Bruno tra l’umanesimo e lo storicismo” Patron, Bologna, 1960; 
L. Cicuttini “Giordano Bruno, Vita e Pensiero” Milano, 1950.

domenica 21 aprile 2019

sabato 30 marzo 2019

L'intolleranza laicista contro la libertà d'espressione

In questi giorni è in corso a Verona il XIII Congresso mondiale delle famiglie. Un appuntamento importante per manifestare e difendere i valori legati alla famiglia naturale, tra i quali, importantissimo, quello fondamentale del diritto di ogni nascituro di avere un padre ed una madre. Sarà anche ribadito il diritto a considerare l'omosessualità come una distorsione della sessualità e, specialmente, ad affermare con forza il no all'aborto, l'orribile legalizzazione dell'omicidio dell'innocente.

Ma, come al solito, la libera manifestazione di un pensiero non allineato al politically correct laicista non poteva che scatenare la solita reazione isterica e reazionaria.  I laicisti non sopportano che si possa manifestare liberamente il proprio pensiero. Nel nostro paese questa deriva reazionaria laicista sta divenendo sempre più preoccupante. Già a febbraio scorso la senatrice di "Più Europa", Emma Bonino, ha presentato addirittura un’interrogazione parlamentare alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per chiedere spiegazioni sul patrocinio istituzionale. Tutto ciò la dice lunga su come i laicisti intendono la libertà di pensiero. 
Le femministe di "Non una di meno", non ancora paghe dell'indecente gazzarra che hanno inscenato l'8 marzo scorso, culminata con il vergognoso cartello della senatrice Monica Cirinnà,
hanno organizzato sempre a Verona una "contromanifestazione" negli stessi giorni del Congresso delle famiglie. Una manifestazione "contro", quanto di più intollerante ed antidemocratico si possa pensare. Essere "contro" la libera espressione, zittire chi la pensa in modo differente dal loro.

Patetica motivazione per scusare questa onda indegna di proteste sarebbe il carattere offensivo della dialettica contro l'omosessualità che offenderebbe le persone omosessuali ed inciterebbe all'"omofobia". Inconsistente argomentazione: la critica è rivolta alla legittimazione dell'omosessualità come variante naturale del comportamento sessuale umano e alla parificazione della coppia omosessuale con la famiglia naturale. Nessuno si sogna di offendere le persone, che restano degne di rispetto ed intoccabili. Cosa che invece non viene percepita dai laicisti che si lasciano andare ad ogni tipo di insulto e falsità.

Manifestazione di intolleranza anche da parte di parte del mondo accademico. I docenti del dipartimento di Scienze umane dell'Università di Verona hanno promosso un documento che critica la pretesa scientificità delle teorie espresse dal Congresso, come se le loro fossero tesi scientificamente provate. Come se gli studi sul "gender" o l'omosessualità come "variante naturale della sessualità umana" fossero fatti acquisiti scientificamente...

Ma la dittatura laicista è a tutto tondo, non basta solo zittire, ma serve anche discriminare. Così come ha fatto il municipio 3 di Milano che in una delibera per un bando di ristrutturazione di un immobile di proprietà comunale ha escluso chi è contro l'aborto, le DAT e le unioni civili. Altro che progressisti, i laicisti sono più retrivi della peggior regime staliniano. 

Parlano di democrazia, di scienza e sviluppo, danno del medioevale a chiunque li contraddice, ma in realtà sono la prevaricazione e la violenza i tipici metodi d'imporsi dei laicisti.

giovedì 28 febbraio 2019

I miti sulle crociate: il Cristianesimo e L’Islam si diffusero allo stesso modo – Reciprocità tra crociate e jihad

Un altro mito molto diffuso che riguarda le crociate è quello secondo il quale, in fondo, cristiani e musulmani hanno agito secondo i medesimi intenti, ossia quelli della guerra “santa”, cioè l’imposizione violenta del proprio credo. 

Secondo questa visione le crociate non sarebbero altro che l’equivalente del jihad islamico, è la posizione più diffusa tra i laicisti, gli atei militanti contro le religioni. Il loro pensiero è che le religioni sono tutte uguali e che ognuna di esse non ha fatto altro che seminare morte, prevaricazione e terrore. Oggi i mussulmani uccidono inneggiando al jihad, ma in passato anche la chiesa scatenava le crociate. 

Ma è davvero storicamente sostenibile questa analogia? Ovviamente no, si tratta di uno dei tanti miti che ingenuamente si credono sulle crociate. Come è noto l’idea comune che si ha generalmente sulle crociate è quella derivante dall'interpretazione illuminista e protestante che le considera un vergognoso esempio del fanatismo e dell'intolleranza cattolica. Ma è tutta una falsità laicista, le cose stanno in ben altro modo. 

La prima differenza risiede proprio nel dato storico, l’imponente invasione delle armate islamiche che in poche decine di anni assoggettarono tutto il Medio Oriente, l’altopiano iranico, il Nord Africa e la penisola Iberica, furono dovute allo slancio conquistatore che i guerrieri islamici ebbero dalle direttive del Corano, cioè il comando di difendere l’Islam da tutti i suoi nemici ovunque questi si trovino. Nel libro sacro dell’Islam ci sono circa un centinaio di versetti che incitano i fedeli alla lotta contro i miscredenti. Questa “lotta” fu vista come uno “sforzo” (in arabo appunto “jihad”) che la comunità islamica doveva compiere per diffondere il culto islamico. Il Corano è molto chiaro sulla necessità di tale sforzo: “O Profeta, combatti i miscredenti e gli ipocriti, e sii severo con loro. Il loro rifugio sarà l’inferno, qual triste rifugio” (Corano IX, 73). Tale sforzo doveva concretizzarsi sul campo di battaglia “Quando [in combattimento] incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente” (Corano XLVII, 4) e ancora “O voi che credete, combattete i miscredenti che vi stanno attorno, che trovino durezza in voi. Sappiate che Allah è con i timorati” (Corano IX, 123). 

L’Islam, quindi, fu un movimento religioso esclusivista che non ammetteva altri culti. Su questo punto il Corano è categorico: “Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia [reso solo] ad Allah” (Corano II, 193) e ancora: “Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate” (Corano IX, 5). Quindi per le armate musulmane le varie conquiste avevano il preciso scopo di rendere il mondo interamente devoto all’Islam. Certamente la maggioranza dell’Islam moderno intende questi versetti contro l’occupazione straniera o l’oppressione da parte di un governo interno, cioè li considera come fautori di uno jihad difensivo, che nulla ebbe a che vedere con l’espansione islamica. Questa visone appartiene, però, ad un Islam moderno che non corrisponde con quella dei tempi del profeta Maometto. Ma anche se la chiamata allo sforzo bellico, da parte del Corano, sia da intendersi solo come una guerra difensiva, per i seguaci del Profeta un paese non musulmano era sempre considerato un ostacolo alla diffusione dell’Islam, un attacco al Corano, e quindi occorreva conquistarlo. Un concetto di guerra a scopo difensivo molto vago che, di fatto, faceva passare qualsiasi conflitto per difensivo, anche se presupponeva una guerra offensiva. 

Le crociate, invece, come vedremo in dettaglio nei prossimi articoli, non furono un atto di imperialismo religioso con lo scopo della conversione forzata dei musulmani al cristianesimo. La “guerra santa”, a cui papa Urbano II si appellò per poter bandire la crociata, non aveva alcuna intenzione di diffondere la fede cristiana, ma rappresentò la risposta del mondo cristiano, rinviata troppe volte, all'offensiva militare islamica. Fu l'unica reazione possibile alle aggressioni islamiche, il tentativo di arginare la conquista musulmana di terre cristiane, proteggere i pellegrini e tutelare i luoghi santi. 

Altra grossa differenza risiede nel fatto che lo “sforzo”, cioè il jihad, per affermare il culto di Allah come l’unico possibile è specificatamente comandato dal Corano e rappresenta il più nobile dovere dei musulmani: “Metterete sullo stesso piano quelli che danno da bere ai pellegrini e servono il Sacro Tempio e quelli che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno e lottano per la Sua causa? Non sono uguali di fronte ad Allah. Allah non guida gli ingiusti. Coloro che credono, che sono emigrati e che lottano sul sentiero di Allah con i loro beni e le loro vite hanno i più alti gradi presso Allah. Essi sono i vincenti” (Corano IX, 19-20). Per l’Islam il jihad è un elemento costitutivo non legato ad un particolare momento storico, ogni buon musulmano è chiamato al jihad affinché l’Islam si affermi come l’unico culto a Dio in tutto il pianeta. 

Per i cristiani, invece, la crociata fu solamente una necessità, una estrema misura presa per un male estremo, quando la misura era ormai colma. Ha, quindi, un senso solo nel periodo storico in cui si dovettero prendere quelle decisioni. Nei vangeli non c'è alcun invito alla guerra permanente, anzi Gesù dice di amare i propri nemici e pregare per quelli che ci perseguitano (Mt 5, 45). La crociata fu un'espressione storica di un cristianesimo fortemente identitario come fu la Cristianità medioevale ma essa non scaturisce direttamente dall'annuncio evangelico. Se togliamo il jihad dall'Islam finiamo per parlare di un'altra religione, ma eliminando le crociate dalla tradizione cristiana il cuore del messaggio di Cristo non risulta minimamente toccato. 

Contro questa visione di solito c’è l’accusa di molti denigratori della Bibbia secondo la quale anche nel libro sacro del Cristianesimo e dell’Ebraismo esista un richiamo alla violenza esattamente come compare nel Corano. Per supportare tale teoria dell’equivalenza morale tra i due scritti vengono spesso citati passi del Deuteronomio o del libro dei Numeri in cui Dio comanda agli Ebrei lo sterminio dei popoli pagani con cui vennero a contatto. Ma, in realtà, questi passi biblici riguardano solo il popolo ebraico di 3500 anni fa, non hanno assolutamente carattere universale come, invece, hanno i versetti del Corano dove si ha una esortazione dei fedeli a lottare contro i miscredenti senza specificare quali di loro siano da combattere o per quanto tempo. Tutto ciò è talmente vero che in nessun caso ebrei e cristiani abbiano dato vita a gruppi terroristici diffusi in tutto il mondo che si siano rifatti alle Scritture per giustificare attentati e stragi. 

Un altro aspetto da sottolineare è che ebrei e cristiani considerano la Scrittura biblica solo come ispirata da Dio e scritta da agiografi umani con la propria cultura ed il proprio pensiero. Quindi l’immagine di Dio che ne traspare è sempre mediata dall’elemento umano. Per l’Islam, invece, questi versetti violenti del Corano devono essere sempre interpretati alla lettera poiché non si tratta di un libro ispirato da Dio, come nel caso della Bibbia, ma dettato direttamente da Allah a Maometto il suo Profeta. Il Corano secondo i mussulmani è parola di Dio increata, ovvero preesistente alla stessa creazione dell’uomo. Questo, purtroppo, significa che molti musulmani si sentono giustificati dalla propria fede ad uccidere per mettere in pratica il Corano e lo fanno restando tragicamente coerenti col libro sacro dell’Islam. Viceversa cristiani ed ebrei quando leggono la Bibbia non pensano affatto di dover compiere azione violente perché riportate sul loro libro sacro. Per la stragrande maggioranza dei musulmani il Corano è intoccabile e non interpretabile, mentre ebrei e cristiani hanno secoli di critica testuale ed una tradizione interpretativa che ha permesso loro una lettura più matura ed autentica rispetto a quella meramente testuale. 

Per concludere si può dire che tra le crociate e il jihad islamico esiste la sostanziale differenza che le prime furono una difesa contro l’aggressività islamica e che la seconda è una parte costitutiva dell’Islam. Ancora oggi lo testimoniano gli innumerevoli episodi di inaudita violenza da parte musulmana che subiscono tantissimi uomini e donne per il solo fatto di essere cristiani e di testimoniare la propria fede. 



Bibliografia 

J. Schacht “Introduzione al diritto musulmano” Ed. Fondazione G. Agnelli, Torino 1995; 
P. Fregosi “Jihad in the west: muslim conquests from the 7th to the 21st centuries” Prometheus Books, New York 1998; 
R. Spencer “Guida all’Islam e alle crociate” Lindau, Torino 2008;