martedì 30 giugno 2020

I miti sulle Crociate. I crociati fondarono colonie europee in Medio Oriente

Ho già trattato circa il mito che vuole le Crociate come un mero fenomeno di imperialismo europeo, ma come abbiamo visto il motivo che spinse i crociati a quelle difficili e pericolose imprese fu essenzialmente dovuto alla loro fede cristiana, e quindi, alla riconquista dei Luoghi Santi e la protezione dei pellegrini. 

Eppure il mito delle Crociate come fenomeno di proto-colonizzazione europea è duro a morire. Subito dopo l’attentato alle torri gemelle di New York molti commentatori hanno subito accostato l’inumana ferocia di un simile atto ad un risentimento musulmano che risalirebbe niente meno che alla Prima Crociata, alle morti ed alle distruzioni da essa portate, ma soprattutto all’occupazione coloniale che da essa sarebbe derivata (Joshua Prawer “Colonialismo medievale. Il regno latino di Gerusalemme”, Jouvence Editoriale, Roma 1982). 

Che prove esistono a favore di una colonizzazione operata dai Crociati? I cristiani mossi dall’appello del Papa a partecipare alla Crociata furono davvero intenzionati a fondare colonie per conto dei regni cristiani europei? E’ certamente vero che alcuni di essi potrebbero aver avuto ambizioni territoriali, infatti i fautori di un cristianesimo colonialista citano spesso i casi di Boemondo di Taranto che fondò il Principato di Antiochia o di Baldovino di Boulogne che fu conte di Edessa e primo re di Gerusalemme. Ed è anche vero che la Prima Crociata si risolse con la conquista e la colonizzazione di buona parte delle coste del Mediterraneo orientale. Ma c’è un dato che contraddice questa visione: la Crociata non fu concepita per fondare colonie, ma per liberare il Santo Sepolcro. Lo storico delle Crociate J. Riley-Smith afferma che è molto improbabile che le Crociate siano state pianificate fin dall’inizio con lo scopo di fondare delle colonie e ciò è dimostrato dal fatto che il Papa, assieme ai capi militari della Crociata, era convinto che le forze cristiane occidentali si sarebbero unite con quelle orientali per formare un unico grande esercito al comando dell’imperatore bizantino, del cui impero faceva parte Gerusalemme, e che da quel punto in poi la campagna, in caso di successo, avrebbero ripristinato la sovranità greca sull’intero Oriente (Jonathan Riley Smith “Storia delle Crociate” A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 59). 

Ciò che occorre aver ben presente è che l’impulso originario per la Crociata non fu di iniziativa dei Regni europei occidentali e tanto meno del Papa, ma dell’imperatore bizantino Alessio I Comneno (1081-1118). L’impero cristiano di Bisanzio che si estendeva dall’Italia fino all’Arabia, sotto i colpi delle armate musulmane, si era ormai ridotto a poco più della Grecia, ormai la sua scomparsa ad opera dei Turchi selgiuchidi sembrava imminente. Così, nonostante la Chiesa di Costantinopoli considerasse i papi scismatici e si fosse scontrata con loro per secoli, l’imperatore Alessio I Comneno mise da parte il proprio orgoglio e chiese aiuto. E fu così che come risposta a tale richiesta ebbe inizio la Prima crociata. Il Papa Urbano II raccolse questo grido di aiuto riconoscendo, dopotutto, il dovere primario per ogni cristiano di salvare i fratelli in pericolo. Per questo, con un suo decreto, intimò ai crociati di restituire ogni territorio liberato dell’impero bizantino al suo legittimo sovrano (Fulcherio di Chartres “Historia Iherosolymitana”, in Franco Cardini "Il movimento crociato", Sansoni, Firenze 1972, pp. 73-74). 

Ma se le cose stanno in questo modo, perché i vari possedimenti di Antiochia, Edessa e della stessa Gerusalemme, finirono per costituire dei Regni Latini in Oriente? 
Tutto ciò fu dovuto innanzitutto al comportamento infido ed opportunista dell’imperatore bizantino nei confronti dei Crociati che iniziò a manifestarsi apertamente al momento della conquista di Antiochia. Durante l’assedio, nel 1097, all’approssimarsi dell’inverno, l’esercito crociato si trovò a corto di vettovagliamenti e un gran numero di soldati moriva per fame. I Crociati avevano avuto assicurazione dall’imperatore che li avrebbe aiutati con abbondanti rifornimenti, ma il generale imperiale Tiatikos ebbe l’ordine di ritirarsi. Come è riferito in Gesta francorum: “[Tatikios] è un bugiardo, e lo sarà sempre. Fummo così abbandonati in condizioni di grave bisogno” (“Gesta francorum: the Deeds of the Franks and Other Pilgrims to Jerusalem” Traduz. di Rosalind Hill, Clarendon Press, Oxford 1962, pag. 35). 
La situazione nell’accampamento crociato peggiorò a tal punto che diversi crociati, tra cui lo stesso Pietro l’Eremita e il visconte Guillame de Melun detto il Carpentiere disertarono (Rodney Stark “Gli Eserciti di Dio” Lindau, Torino, 2010, pag. 210). Ma nonostante tutte le difficoltà i Crociati diedero comunque l’impressione di poter espugnare la città, quindi Alessio I non perse tempo e postosi a capo di una armata si diresse verso Antiochia allo scopo di trovarsi sul posto al momento della vittoria e rivendicare il possesso della città. Ma ad Alessandretta, l’odierna Iskenderun, a soli 60 km da Antiochia, l’imperatore incontrò alcuni disertori che riferirono della situazione disperata in cui versavano i Crociati. Così l’imperatore, anziché accelerare l’andatura per portare i necessari aiuti, decise di fermarsi in attesa di altre informazioni (Rodney Stark “Gli Eserciti di Dio” Lindau, Torino, 2010, pag. 211). 

Alla fine, senza l’aiuto di Alessio I, i Crociati riuscirono a prendere Antiochia, ma subito dopo giunse la notizia che i musulmani avevano radunato uno sterminato esercito con truppe fornite da molti sultani ed emiri poste sotto il comando di Kürboğa, atabey di Mosul. Questo intensificò le defezioni dei crociati e l’imperatore Alessio, accampato ad Alessandretta, deciso che la crociata era ormai fallita se ne tornò definitivamente a Costantinopoli. Questa ritirata riuscì a distruggere quel poco di credibilità che ancora poteva avere Alessio I dinnanzi ai crociati. Nel momento in cui avrebbero davvero avuto bisogno del suo aiuto, l’imperatore li aveva abbandonati al loro destino (Rodney Stark “Gli Eserciti di Dio” Lindau, Torino, 2010, pag. 213). 

L’imperatore Alessio, che aveva raggiunto un accordo con i Crociati di mettersi alla guida della Crociata e di riottenere la città di Antiochia una volta consegnata, vista la difficile situazione abbandonò i crociati al loro destino e tradì gli accordi presi. Da quel momento i crociati si sentirono abbandonati dai greci e pensavano che non mantenessero i loro impegni. I Crociati, così, appena scoprirono che l’imperatore non era minimamente interessato a combattere con loro decisero di attaccare e condurre la Crociata per proprio conto (Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate", A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 59). Per Boemondo di Taranto, uno dei capi della Crociata il tradimento dell’imperatore faceva decadere ogni giuramento od obbligo nei confronti di Costantinopoli (Rodney Stark “Gli Eserciti di Dio” Lindau, Torino, 2010, pag. 215). Così la città di Antiochia, posta in posizione strategica per controllare i passi che dall’Asia Minore portavano in Siria e per tenere sgombra dalle potenze musulmane della Siria e dell’Iraq la strada della costa settentrionale, costituì un caposaldo importantissimo che doveva restare in mano amica, governata da qualcuno sul quale poter fare assegnamento. Di Alessio non si fidavano; i crociati, anzi, lo ritenevano un uomo che li aveva cinicamente manipolati per i suoi fini personali (Jonathan Riley Smith “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 88). 
Anche il possesso della piazzaforte di Edessa, conquista realizzata da Baldovino, era fondamentale per la sopravvivenza della crociata. Ciò è testimoniato dalla insistita operazione contro di essa dell’enorme esercito di soccorso musulmano comandato dal governatore Kürboğa che nel 1097 si mosse da Mosul al fine di spezzare l’assedio crociato di Antiochia (Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate" A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 85). 

Questi Regni, lungi dall’essere un’espressione di colonialismo europeo, nacquero perché erano producenti per le necessità dei Crociati. Una volta conquistata Gerusalemme e liberato il Santo Sepolcro di Cristo, occorreva una presenza cristiana che evitasse la riconquista da parte dei musulmani. Goffredo di Buglione, che guidò la Prima Crociata, non si considerò affatto un re a capo di uno Stato cristiano, ma semplicemente un protettore del Santo Sepolcro. A giudicare dai termini degli accordi ipotecari da lui stilati appare chiaro che Goffredo di Buglione nel 1096 non aveva alcuna definitiva intenzione di stabilirsi in Oriente (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 73). In questi Regni vigeva un ordinamento giuridico feudale una società di frontiera. Dove tra i servizi richiesti figurava in primo piano quello militare. I feudi, quindi, non erano concepiti come una colonizzazione, ma un presidio atto alla difesa (Jonathan Riley Smith “Storia delle Crociate” A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 153). 
J. Riley-Smith afferma chiaramente che ogni interpretazione delle Crociate come conquiste in chiave proto-coloniale è decisamente da scartare in quanto gli stati latini neo formati erano politicamente indipendenti dalla madrepatria. D’altra parte, il Santo Sepolcro non avrebbe mai potuto rimanere in mani occidentali senza l’occupazione e lo sfruttamento del territorio che lo circondava e si estendeva fino alla costa (Jonathan Riley Smith “Storia delle Crociate” A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 320).


Bibliografia

Franco Cardini "Le Crociate tra il mito e la storia", Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971; 
Franco Cardini "Il movimento crociato", Sansoni, Firenze 1972;
Joshua Prawer “Colonialismo medievale. Il regno latino di Gerusalemme”, Jouvence Editoriale, Roma 1982;
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate", A. Mondadori Editore, Milano 1994;
Rodney Stark “Gli Eserciti di Dio” Lindau, Torino, 2010.

giovedì 21 maggio 2020

La Chiesa e la nascita delle Università

Come è noto tra i tanti miti anticattolici che fanno parte dell’immaginario collettivo laicista un posto di primaria importanza occupa la convinzione che la Chiesa cattolica si sia sempre opposta al progresso scientifico per la paura di veder confutati i suoi dogmi di fede e come espediente repressivo per impedire lo sviluppo e l’autocoscienza dei popoli. Questo mito trae origine dalla vecchia accusa di oscurantismo che ha sempre contraddistinto il pensiero degli intellettuali illuministi e positivisti nei confronti della Chiesa e per connotare negativamente il Medioevo occidentale come un’epoca di declino culturale dopo la luce della ragione che avrebbe caratterizzato l’età classica. Secondo l'analisi illuminista sarebbe stata la teologia ad avere la preminenza sul pensiero scientifico e ad imporre le “verità bibliche” come principi basilari. 

Questa “luce” della ragione sarebbe testimoniata dalle famose scuole della grecità come l’Accademia Platonica o il Liceo di Aristotele o anche la sapienza dei grandi imperi dell’antichità come quelli Cinese, Indiano o Persiano. In verità nessuna di queste istituzioni si prefiggeva la ricerca, la cura e l’insegnamento organizzato e sistematico del sapere. L’istituzione preposta a tali scopi, che viene comunemente denominata “Università”, nasce proprio in età medioevale. Il noto storico statunitense Charles Omer Haskins, considerato uno dei fondatori della storiografia medievale, scrisse: “Le università, come le cattedrali e i parlamenti, sono un prodotto del medioevo” (C.O. Haskins “Le origini delle Università” Il Mulino, Bologna, 1970, pag. 3). 

Le università nacquero come sviluppo di precedenti scuole dove si insegnava cultura religiosa, uno sviluppo supportato dai sovvenzionamenti di cattedrali e monasteri, molte risalenti al VI secolo. Scrive lo storico Leo Moulin: “Il papa Urbano V manteneva come sembra 1400 borsisti […] ma le borse di studio non furono le sole forme di aiuto agli studenti poveri […] Il papa Gregorio IX concede un’indulgenza di 40 giorni ai “benefattori” che finanziano le spese di alloggio, se occorre negli ospedali, degli studenti poveri (1233) […] Il papa Innocenzo IV ingiunge nel 1245 al vescovo di Tolosa di provvedere all’alloggio dei “poveri scolari” (L. Moulin “La vita degli studenti del medioevo” Jaca Book, Milano 1992, pag. 54-55). Le prime sedi delle corporazioni di studenti e di maestri, cioè le università, trovano asilo presso monasteri e cattedrali. Lo storico G. M. Trevelyan, noto per essere dichiaratamente anticattolico, parlando dei primi studenti di Oxford e Cambridge, afferma apertamente che: “dobbiamo presentarceli quali tutti come “chierici” dello stesso tipo, protetti all’ombra di Becket (cioè l’arcivescovo cattolico di Canterbury) contro la corte e il boia del re” (G. M. Trevelyan “Storia d’Inghilterra” Garzanti, Milano 1981, p.216). Le università sorsero per arrivare ad un insegnamento ai massimi livelli, per la ricerca del sapere, non si limitarono al semplice tramandare della sapienza antica, ma tendevano, per la prima volta, all’innovazione. A governare questa rivoluzione culturale fu la filosofia cristiana medioevale, la Scolastica, che poneva la ricerca, l’apprezzamento delle idee delle emergenti scuole di pensiero e l’empirismo come la base del nuovo sapere. Le università medioevali ebbero subito questo tipo d’impostazione, cioè dare importanza alla prova ottenuta attraverso l’osservazione. Il sorgere delle università in tutta Europa fu opera soprattutto della Chiesa cattolica. 

La prima università al mondo nasce a Bologna nel 1088, in territorio pontificio e anche le altre università più antiche come Parigi, Oxford, Padova, Roma, ecc. sorgono in terra cattolica, hanno stretti legami col mondo ecclesiastico e godono di privilegi direttamente concessi dai Papi e, più raramente, dai sovrani. A Roma nel 1303 nasce l’università della Sapienza, la più grande del mondo, per opera di Bonifacio VIII che la istituisce con la bolla “In suprema praeminentia dignitatis”. Si tratta dello “Studium Urbis”, un istituto che rappresenterà un punto d’incontro e di studio per tutti gli studiosi del mondo. Nel 1431 papa Eugenio IV lo allarga e ne conferisce una struttura più articolata ed efficiente. Nel 1500 papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, potenzia ancor più l’università romana cosicché da tutta Europa giungono studiosi famosi conferendo ancor maggior prestigio, potenziando materie umanistiche, archeologiche e scientifiche. E’ proprio presso l’università di Roma che vengono introdotti i primi insegnamenti della simplicia medicamenta che saranno alla base dello studio della medicina. E’ in questi anni che vi studia Bartolomeo Eustachio uno dei fondatori della scienza anatomica moderna. Nel 1592 papa clemente VIII chiama a Roma Andrea Cesalpino che l’anno dopo fornisce la prova dell’esistenza della circolazione sanguigna e dei suoi due circoli, quello venoso e quello arterioso. 

Parigi, invece, è l’Università degli studi filosofici e teologici, in cui insegna il domenicano Tommaso d’Aquino, mentre Oxford è l’Università dei francescani, di Roberto Grossatesta e Ruggero Bacone. 

Scrive lo storico Leo Moulin: “Nel 1600 si contano più di cento università: tutte sono racchiuse nell’area socio-culturale dell’Europa. Non ve ne sono altre nel resto del mondo […] Non è un caso. Infatti l’Università è il frutto di un immenso slancio dell’intera società medioevale…”, ed ancora: “Nella bolla che emana nel 1388, per esprimere il proprio consenso alla fondazione dell’università di Colonia, il papa Urbano IV scrive che gli obiettivi principali della nuova istituzione saranno quelli di diffondere la scienza per scacciare le nubi dell’ignoranza” (L. Moulin “La vita degli studenti del medioevo” Jaca Book, Milano 1992, pag. 5-6). 

Ma perché la scienza, e quindi i luoghi dove questa viene esercitata al massimo livello, cioè l’università, si sviluppò soltanto nell’Europa cristiana? La motivazione risiede nel fatto che l’Europa medioevale credeva che lo sviluppo della scienza fosse possibile ed auspicabile e ciò deriva dall’immagine che aveva di Dio e della creazione. La convinzione era quella che l’universo funziona secondo leggi immutabili in quanto Dio, che le ha poste, è perfetto. E siccome Dio ci ha dato la ragione, l’uomo è in grado di scoprire le regole che lui ha stabilito. Il celebre scolastico medioevale Nicola d’Oresme affermò che la creazione divina: “è molto simile a quella di un uomo che costruisce un orologio e lo lascia andare, perché continui il suo moto da solo” (A. W. Crosby “La misura della realtà” Dedalo, Bari, 1998, pag. 83). 


Bibliografia 

Whitehead Alfred North “La scienza e il mondo moderno” Bompiani, Milano, 1959, 
Haskins Charles Omer “Le origini delle Università” Il Mulino, Bologna, 1970; 
Alberto Trebeschi, Lineamenti di Storia del pensiero scientifico, Editori Riuniti, 1975; 
L. Moulin “La vita degli studenti del medioevo” Jaca Book, Milano 1992; 
A. W. Crosby “La misura della realtà” Dedalo, Bari, 1998 
Francesco Agnoli “Indagine sul Cristianesimo” Edizioni Piemme, Milano 2010; 
Rodney Stark “False Testimonianze” Edizioni Lindau, Torino 2016.

giovedì 30 aprile 2020

I miti sulle Crociate. Le Crociate ebbero lo scopo di convertire con la forza i musulmani al cristianesimo

Assieme alle solite accuse di aggressione deliberata, bramosia di bottino, conquista di nuove terre, ecc. le Crociate vengono anche dipinte come guerre scatenate soprattutto per imporre la fede cristiana alle popolazioni musulmane. Per il “politicamente corretto”, che caratterizza la nostra odierna percezione di quelle guerre, le Crociate furono promosse da pontefici avidi di potere e desiderosi di espandere il cristianesimo convertendo le masse musulmane alla fede in Cristo (Robert Eklund et al “Sacred Trust: The Medieval Church as an Economic firm” Oxford University Press, New York, 1999). 

La convinzione, ancora molto diffusa, che crociati invasero il Medio Oriente per ordine del Papa al fine di sbarazzarsi con la forza dei mussulmani, ucciderli tutti, risparmiando solo quelli che si sarebbero convertiti al cristianesimo, allo scopo di assoggettare al “potere” della Chiesa immensi territori, è, come al solito, completamente falsa. Non esiste alcuna prova storica che possa solo minimamente supportare una sciocchezza del genere. Abbiamo già visto che qualsiasi appello a convertire i musulmani è totalmente assente dal discorso tenuto dal papa Urbano II a Clermont. Le uniche preoccupazioni del papa furono quelle della difesa dei pellegrini e la riconquista di territori precedentemente cristiani. Dalla Prima crociata del 1099, passò più di un secolo prima che i cristiani europei operino qualsiasi tentativo di convertire i musulmani al cristianesimo. Solo nel XIII secolo, infatti, i francescani tenteranno un’opera missionaria tra i musulmani residenti nelle terre di proprietà dei crociati. Un’impresa che tuttavia si rivelerà un totale insuccesso. Generalmente i crociati, nei loro domini, lasciarono vivere in pace i musulmani, permisero che praticassero liberamente la propria religione, che costruissero nuove scuole e moschee e che mantenessero i propri tribunali religiosi. A differenza di quanto accadeva nell’Islam, i crociati non imposero mai agli ebrei o ai musulmani di indossare dei segni di riconoscimento con il risultato che questi si risparmiassero discriminazioni e persecuzioni quotidiane (Jonathan Riley-Smith “The Oxford illustrated history of the crusades” Oxford University Press, Oxford 1995, p. 116). Mentre i musulmani sottoponevano gli ebrei e i cristiani al pagamento di una tassa (dimmah), nelle terre governate dai cristiani tale tassa per i musulmani non esisteva, anzi non è mai entrata a far parte della dottrina e della legge cristiana, mentre è stata e rimane parte integrante dell’Islam (R. Spencer “Guida all’Islam e alle Crociate” Lindau, Torino, 2008, pag. 190). 

Non solo i crociati non operarono alcuna forma di proselitismo, ma generalmente non modificavano in alcun modo il sistema sociale musulmano. Le leggi ed il culto musulmano rimanevano inalterati. Lo storico J. Riley Smith nel suo saggio “Storia delle Crociate” riporta una serie di testimonianze di musulmani, viaggiatori, geografi, che non mancano di notare, meravigliati, questo comportamento dei cristiani: “I visitatori musulmani erano colpiti dai templi locali che continuavano a fiorire. Scrivendo della regione di Nablus, ‘Imad ad-Din commentò che i Franchi “non cambiarono una singola legge o pratica del culto degli [abitanti musulmani]”, un’osservazione ripetuta anche dal geografo Yaqut, che scrisse riferendosi a una moschea di Betlemme che “i franchi non hanno cambiato nulla quando hanno conquistato il paese” e dal viaggiatore Ibn Jubayr nella sua descrizione del tempio di ‘Ain el Baqar (la sorgente di Ox) ad Acri: “nelle mani dei cristiani, la sua venerabile natura è stata preservata e Dio l’ha conservata come luogo di preghiera per i musulmani” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag. 127). 

Questa tolleranza dei cristiani non si limitava solamente ai musulmani, ma anche agli ebrei. Sono stati scritti e dette fiumi di parole sull’antisemitismo dei crociati, ma si tratta per lo più di calunnie. Scrive sempre Riley Smith: “Gli ebrei samaritani avevano costruito una nuova sinagoga a Nablus dopo il 1130 e della magnificenza delle sinagoghe di Meiron, nei pressi di Safad (Zefat), parla un viaggiatore ebreo intorno al 1240. Gli ebrei visitavano il Muro occidentale del Tempio e le tombe dei re sul Monte Sion” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.127). 

Certamente i crociati, ritenendo Gerusalemme come il luogo santo per eccellenza della Cristianità, la città dove il Signore Gesù aveva subito la passione, era morto e risorto, non permettevano che musulmani ed ebrei vi vivessero, ma non ne vietavano il pellegrinaggio. I musulmani potevano tranquillamente recarsi alla Cupola della Roccia, divenuta chiesa agostiniana, e alla moschea di el Aqsa, dove si erano insediati i monaci templari. Nel 1119 i canonici agostiniani scoprirono ad Hebron le presunte tombe dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe e nacque subito un pellegrinaggio. Ebrei e musulmani potevano accedervi dopo i pellegrini cristiani pagando un obolo (docetur) al custode. Analogo accordo si ritrova a Sebastea, dove il clero riceveva omaggi dai musulmani che desideravano pregare nella cripta di San Giovanni Battista. 

Un elemento in gran parte ignorato e poco conosciuto della dominazione crociata in Medio Oriente è il fenomeno della condivisione dei luoghi santi. Si ha notizia, ad esempio, di una chiesa condivisa con i cristiani siriani nei pressi di Tiberiade. Ad Acri, la cattedrale di Santa Croce, costruita sul sito di una moschea, includeva una zona dedicata alla preghiera dei musulmani ed entro le mura della città di ‘Ain el Baqar si ergeva una moschea-chiesa con un’abside orientale di gusto francese, che incorporava il mashhad (oratorio) di ‘Alì (il genero del profeta) usato dai musulmani, presumibilmente sciiti, dagli ebrei e dai cristiani, che credevano fosse il luogo nel quale Dio aveva creato il bestiame affidato ad Adamo: “Mussulmani e infedeli si radunano qui, e ognuno si rivolge al proprio luogo sacro”. Il viaggiatore ‘Ali al-Harawi attribuì la popolarità di questo luogo all’apparizione di ‘Alì che avrebbe terrorizzato i franchi" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.127-128). 

I famigerati Templari, monaci-guerrieri descritti soventemente come feroci cristiani estremisti e sanguinari, a Gerusalemme consentivano ai musulmani di pregare in una delle loro chiese, vicino alla moschea di el Aqsa. A tal proposito è illuminante il racconto che il contemporaneo letterato e pellegrino musulmano Usnah ibn Munquidh: “In occasione di ogni mia visita a Gerusalemme, sono sempre entrato nella moschea di el Aqsa, accanto alla quale si ergeva una piccola moschea che i franchi avevano convertito in una chiesa… I templari, che erano miei amici, evacuavano la piccola moschea adiacente per consentirmi di pregare…” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.128). 

Scrive ancora Usnah ibn Munquidh: “Ci sono dei Franchi alcuni che, stabilitisi nel paese, han preso a vivere familiarmente con i musulmani, e costoro son migliori di quelli che sono ancor freschi dei loro luoghi d'origine (...). Venimmo alla casa di un cavaliere di quelli antichi, venuti con la prima spedizione dei Franchi. Costui, ritiratosi dall'ufficio e dal servizio, aveva in Antiochia una proprietà del cui reddito viveva. Fece venire una Sella tavola, con cibi quanto mai puliti e appetitosi. Visto che mi astenevo dal mangiare, disse: "Mangia pure di buon animo, che io non mangio del cibo dei Franchi, ma ho delle cuoche egiziane, e mangio solo di quel che cucinano loro: carne di maiale in casa mia non ne entra!" (F. Cardini “Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia”, Piemme, Casale Monferrato 1994, p. 229). 

Queste testimonianze provano che, gradualmente, nelle terre conquistate dai crociati e soggette al governo degli Occidentali fiorì una comunità composita dove artigiani, mercanti, agricoltori, sia musulmani che ebraici, entrarono a far parte di una società che ebbe un carattere originale tipico del Medio Oriente. Gli Occidentali cristiani impararono dalle comunità che avevano assoggettato tutta una serie di qualità a partire dalla lingua araba (ma anche il greco, l’ebraico, il siriaco) fino all’arte della tolleranza e del buon governo. 

In tutto questo ebbe un peso determinante l’ordine e la capacità organizzativa esercitata dalla Chiesa che permise ai regni crociati neoformati di organizzarsi molto rapidamente. Scrive il famoso storico Franco Cardini: “Se per giungere a risultati del genere la società laica ebbe bisogno di un iter abbastanza lungo, quella ecclesiastica per contro seppe organizzarsi rapidamente. In quella terra d'antiche tradizioni cristiane, si trattava tutto sommato soltanto d'istituire un'organizzazione ecclesiastica dipendente dal patriarca latino di Gerusalemme e di subordinarle di diritto o di fatto le varie gerarchie delle Chiese orientali” (F. Cardini “Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia”, Piemme, Casale Monferrato 1994, p. 229). 

Come abbiamo visto le crociate non ebbero alcun intento di proselitismo e non ci fu alcun intento di distruggere la fede islamica. Il fanatismo e l’odio verso le altre religioni che avrebbe caratterizzato la cristianità medioevale è solo una favola anticristiana ed anticattolica raccontata e propagandata da una storiografia falsa e piena di pregiudizi. Tale analisi storica dimostra, oltretutto, di non conoscere minimamente la natura dell’autorità della Chiesa. L’indizione della Crociata contro l’infedele non era un capriccio del Papa, ma restava sempre all’interno di prerogative ben delimitate e stabilite. Scrive lo storico J. Riley Smith: “Innocenzo IV, inoltre, era disposto ad argomentare che il papa aveva un’autorità de jure, ma non de facto sugli infedeli, avendo il potere di imporre loro di ammettere i missionari a predicare nelle loro terre e il diritto in ultima istanza di punirli per la violazione della legge naturale, ma sottolineava che i cristiani non potevano né combatterli perché erano infedeli né condurre guerre di conversione” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.278).


Bibliografia

Franco Cardini "Le Crociate tra il mito e la storia", Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971; 
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate", A. Mondadori Editore, Milano 1994.
Franco Cardini, "Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia" Piemme Casale Mon.to (AL) 1994;
Jonathan Riley-Smith “The Oxford illustrated history of the crusades” Oxford University Press, Oxford 1995;
Robert Eklund et al “Sacred Trust: The Medieval Church as an Economic firm” Oxford University Press, New York, 1999;
Thomas F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005;
R. Spencer “Guida all’Islam e alle Crociate” Lindau, Torino, 2008;
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010.

giovedì 2 aprile 2020

il mito anticattolico della donna senz'anima.

Tra i tanti miti anticristiani, ed anticattolici in particolare, che hanno ancora oggi un largo credito c’è sicuramente quello secondo il quale la Chiesa cattolica, a causa della sua supposta misoginia, avrebbe messo in dubbio, ed anche negato, che la donna avesse l’anima come gli uomini. Ovviamente si tratta di una menzogna inventata in ambiente protestante e poi, nel loro livore contro la Chiesa cattolica, successivamente divulgata a più riprese dagli illuministi nel XVIII secolo. Eppure, come tante altre sciocchezze che girano sul conto della Chiesa e dei cristiani, questa menzogna ebbe un credito smisurato al punto che persino opere di alto spessore storico come “La civiltà del Medioevo europeo”, testo cardine dello storico Paolo Brezzi, inciampa ingenuamente su una fandonia simile. Scrive lo storico torinese: “Il famoso concilio di Mâcon, che discusse se la donna ha l’anima, non è un caso isolato o assurdo, anche se la decisione fu favorevole alle donne, in base alla considerazione che Cristo era il figlio di una donna" (Paolo Brezzi, “La civiltà del Medioevo europeo” Eurodes, 1978, I vol. pag 482. 

L’abbaglio è enorme, infatti non ci fu alcuna discussione a Mâcon, cittadina francese della Borgogna, sul fatto che la donna avesse o meno l’anima come l’uomo. Infatti di quel “Concilio”, che tra l’altro tale non fu in quanto si trattò solo di un sinodo provinciale, possediamo tutti gli atti ufficiali e di una discussione del genere non c’è alcuna traccia. Mai, in nessun documento della Chiesa ufficiale di ogni tempo, si ebbe una simile discussione. Ma, allora, da dove saltò fuori questa storia? Nel libro ottavo della sua “Historia francorum”, scritto alla fine del VI secolo d.C. da Gregorio, vescovo di Tour, che partecipò a quel sinodo, vi è una descrizione dei lavori. Il vescovo riportò anche che, in una pausa della discussione, uno dei vescovo partecipanti pose ai confratelli la questione, puramente linguistica e non teologica, se il termine latino "homo" possa essere usato nel senso allargato di "persona umana", e comprendere dunque entrambi i sessi, oppure è da intendersi nel senso ristretto di "vir", cioè di maschio e, quindi, non applicabile alle donne. Come risposta tutti gli altri vescovi fecero notare che nella traduzione latina della Genesi, secondo cui Dio creò l’essere umano come maschio e femmina, il termine “essere umano” era tradotto “homo” e, quindi, comprendente sia l’uomo che la donna ed, inoltre, che la definizione di Gesù come "figlio dell’uomo" (filius hominis), anche se egli fosse "figlio della Vergine", dunque di una donna. Si trattò, quindi, solo di una curiosità linguistica, nessuna disputa teologica. E’ lo storico francese Jen-Pierre Moisset, nella sua “Storia del cattolicesimo” che riporta come il protestante calvinista Pierre Bayle, nel suo “Dizionario storico e critico” nel XVII secolo, riprende questa storiellina, la manipola per i suoi fini e la usa come prova per dimostrare come alcuni vescovi cattolici dei primi secoli avevano negato che le donne avessero l’anima. Annota il giornalista e storico Francesco Agnoli: “Questa idea, nota il Moisset, fu avidamente ripresa, ampliata e propagandata come vera da molti polemisti anticattolici, nonostante la sua patente assurdità” (Francesco Agnoli, “Indagine sul Cristianesimo” Edizioni Piemme, Milano, 2010, pag. 18). 

E, così, assistiamo ancora oggi, a più di un millennio da quel sinodo, che la menzogna di Bayle resiste e si diffonde gettando un discredito terribile sulla Chiesa cattolica. Eppure basta un minimo di conoscenza della storia del Cristianesimo per rendersi facilmente conto del fatto che una tale notizia non può essere altro che una ridicola “bufala”. Come è possibile ignorare le innumerevoli figure di donne che hanno avuto ruoli importanti nella Chiesa e che hanno avuto il loro peso nella storia? Molte di queste sono portate ad esempio come i dottori della Chiesa Santa Caterina da Siena e Santa Teresa d’Avila, S. Monica, la madre di S. Agostino, modello di mitezza e perseveranza, S. Teresa del Bambin Gesù, che, monaca di clausura, con la sua preghiera sorreggeva le missioni in terre lontane, S. Teresa di Calcutta, l’angelo della carità per milioni di diseredati, e così via… come si può pensare che la Chiesa si chiedesse se queste persone possedessero un’anima oppure no? Scrive uno degli storici del Medioevo più importanti, la Prof.ssa Regìne Pernoud: “Strano che i primi martiri che sono stati onorati come santi, siano delle donne e non degli uomini: sant’Agnese, santa Cecilia, sant’Agata e tante altre. Triste davvero che santa Blandina o santa Genoveffa fossero prive di un’anima immortale! Sorprendente che una delle più antiche pitture delle catacombe (nel cimitero di Priscilla) raffigurasse precisamente la Vergine con Bambino, ben designata dalla stella a dal profeta Isaia” (R. Pernoud “Medioevo. Un secolare pregiudizio”, Bompiani 2019). 

L’illuminista Voltaire, nel suo incitamento alla demonizzazione della Chiesa cattolica ebbe l’occhio lungo a riprendere una frase del Bacone: “Calunniate, calunniate, qualcosa resterà”. E ci azzeccò in pieno, chi mai si sarebbe preso la briga, nel settecento, di andare a verificare le fonti? La cosa triste è che ciò avviene ancor oggi. 

Bibliografia 

Paolo Brezzi “La civiltà del Medioevo europeo”, Eurodes, 1978; 
Vittorio Messori “Pensare la Storia”, Ed. San Paolo, Milano 1992; 
Francesco Agnoli, “Indagine sul Cristianesimo”, Edizioni Piemme, Milano, 2010; 
R. Pernoud “La donna al tempo delle cattedrali. Civiltà e cultura femminile nel Medioevo” Ed. Lindau, Milano, 2017; 
R. Pernoud “Medioevo. Un secolare pregiudizio”, Bompiani 2019.

giovedì 26 marzo 2020

La Bibbia sconfessa Mauro Biglino

In questo articolo mostrerò come la tesi di Biglino secondo la quale la Bibbia non parli di Dio, ma di un gruppo di individui in carne ed ossa, denominati “Elohim”, sia sconfessata da una semplice lettura della Bibbia. Come abbiamo già visto questa strampalata teoria è completamente smentita dalle regole grammaticali dell’ebraico antico, ma le argomentazioni di Biglino sono talmente rozze e campate in aria che anche chi non conosce l’ebraico può benissimo accorgersi della loro inconsistenza.



Mi riferisco a tutte le evenienze in cui il contesto della narrazione biblica indica chiaramente che il termine “elohim” ha a che vedere con un essere immateriale, trascendente e che, quindi, non può essere affatto confuso con un gruppo di esseri reali. Prendiamo, ad esempio, i salmi, preghiere antichissime alcune delle quali risalgono perfino al III secolo a.C., che rappresentano bene la fede d’Israele. In uno di questi, il salmo 9 (oppure 10 nella numerazione ebraica) possiamo leggere tra il versetto 22 e 25:

Perché, Signore, stai lontano, nel tempo dell'angoscia ti nascondi?
Il misero soccombe all'orgoglio dell'empio
e cade nelle insidie tramate.
L'empio si vanta delle sue brame,
l'avaro maledice, disprezza Dio.
L'empio insolente disprezza il Signore:
«Dio non se ne cura: Dio non esiste»;
questo è il suo pensiero”.
(Bibbia di Gerusalemme)

In questo brano è chiaro che l’empio, cioè colui che compie il male, vista la sua impunità e la sofferenza del misero, nega la provvidenza di Dio e così facendo finisce per negare l’esistenza stessa di Dio (Elohim). Questo sentimento è ancor più chiaramente espresso in un altro salmo, il 14 (13 nella numerazione ebraica) dove possiamo leggere:

Lo stolto pensa: “Non c’è Dio”.
Sono corrotti, fanno cose abominevoli:
nessuno più agisce bene
(Bibbia di Gerusalemme)

Come vediamo al tempo della composizione di questi due Salmi vi erano persone che vedendo il prosperare degli empi ed il tardare dell’intervento di Dio finiscono per non credere nell’esistenza di Dio (Elohim).

Ma non solo tra i salmi è possibile rinvenire brani in cui il malvagio si fa beffe dei giusti proclamando l’inesistenza di Dio oppure vivendo come se Dio non esistesse. Nel libro di Geremia (5, 12) possiamo leggere: 

Hanno rinnegato il Signore (YHWH),
hanno proclamato: “non è lui!”
Non verrà sopra di noi la sventura 
Non vedremo né la spada è fame” 
(Bibbia di Gerusalemme)

Anche qui l’empio si comporta sempre allo stesso modo: non trema per la sua colpa di idolatria e non chiede perdono, anzi, induriscono i loro cuore fino a professare un ateismo pratico: “non c’è alcun dio YHWH”. 

Leggendo questi versetti possiamo vedere che l’empio non ha alcuna paura delle sue azioni, non teme alcuna ripercussione, nessuna punizione. Sono talmente sicuri delle loro posizioni che arrivano a mettere in dubbio la stessa esistenza di Dio. Certamente siamo lontani da un ateismo teorico, filosofico, concetto distante dalla mentalità semita, ma comunque siamo di fronte ad un ateismo pratico: quell’essere che può punire, non c’è, è distante, non può causare nessuna sventura. E’ una proclamazione dell’impotenza del Dio di Israele e, quindi, viene negata la sua presenza. Questi versetti descrivono delle espressioni di ateismo, per l’empio YHWH non è Dio, non è nessuno, è un falso Dio. 

La domanda che, a questo punto, s’impone è: come facevano queste persone a ritenere “Elohim”, “Yahweh” un falso dio, a non credere che possa punire l’empio e, comunque, a non intervenire nelle faccende umane, se fosse stato un personaggio in carne ed ossa? Se questi “elohim” fossero stati degli esseri reali, potenti e prepotenti, come è possibile che delle persone, cioè gli empi, pensavano di poter fare i loro comodi ed essere sicuri di alcuna ripercussione, al punto di negare la sua presenza? Ovviamente è più che evidente che nella Bibbia il termine “Elohim” si riferisca ad un essere del trascendente, un dio e non ad un personaggio immanente. 

Ma la Bibbia ci offre anche spunti per capire che tra tutti gli “elohim” solo “Yahweh” è l’unico vero “elohim”, cioè l’unico vero Dio, mentre tutti gli altri sono solo falsi idoli. In tal senso è illuminante la vicenda di Naamàn, il comandante dell’esercito del re di Aram e del profeta Eliseo, che ritroviamo nel secondo libro dei re al capitolo 5: 

Egli [Naamàn], allora, scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell'uomo di Dio [Eliseo], e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito. Tornò con tutto il seguito dall'uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: «Ebbene, ora so che non c'è Dio su tutta la terra se non in Israele. Ora accetta un dono dal tuo servo». Quegli disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». Naamàn insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, almeno sia permesso al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne portano due muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore” (2Re 5, 14-17).

In questo brano possiamo chiaramente notare come il condottiero arameo, malato di lebbra, cerchi una guarigione miracolosa, l’opera di un Dio, e che questa avviene semplicemente immergendosi per sette volte nel fiume Giordano. Si tratta di un gesto straordinario, inaudito, del tutto inconsueto. Lo stesso Naamàn, nei versi precedenti (11 e 12), si lamenta che a Damasco ci sono fiumi migliori del Giordano e che si aspettava un intervento diretto del profeta. Eppure avviene tutto senza intervento umano, chiara dimostrazione del fatto che la Bibbia sta descrivendo l’opera straordinaria di un essere trascendente. 

Non solo, in questo brano avviene una netta presa di coscienza del fatto che esiste solo il Dio di Israele e che tutti gli altri non sono niente. A quel tempo, infatti, c’era la convinzione che ogni popolo avesse il proprio Dio (elohim), così l’elohim Camosh a Moab, l’elohim Moloch ad Ammon, l’elohim Baal in Fenicia, l’elohim Rimmon in Siria, ecc. eppure qui Naamàm, sperimentata la potenza di Yahweh, lo reputa l’unico Dio esistente e che tutti gli altri dèi non sono altro che idoli. Questa affermazione suona ben strana se i vari elohim fossero stati degli individui in carne ed ossa.

Non credo servano ulteriori altre conferme, quando il termine “elohim” si riferisce ad esseri sovrumani, potenti, che possono intervenire nelle vicende umane, il suo significato è quello di “dèi”, così come di “Dio” quando si riferisce alla figura di “Yahweh”. Nessun personaggio reale, nessun condottiero o alieno di sorta, solo fantasie di chi conosce molto male la Bibbia oppure confida nell’ignoranza dei suoi ascoltatori.

venerdì 28 febbraio 2020

I miti sulle Crociate. Le Crociate furono un atto di imperialismo.

Un altro luogo comune particolarmente diffuso sulle Crociate in Terrasanta è quello che le identifica come una prima manifestazione dell’imperialismo occidentale. Come è noto nazioni come la Gran Bretagna o la Francia, tra il XVII ed il XVIII secolo, riuscirono ad acquisire degli immensi imperi coloniali al fine di controllare i traffici commerciali e sfruttare le risorse dei paesi conquistati. Si trattò di un triste fenomeno di sopraffazione e sfruttamento che segnò in modo indelebile in senso negativo le relazioni tra l’Europa ed il resto del mondo e lo sviluppo dei paesi assoggettati. 

Ovviamente la vulgata laicista non poteva non dar la colpa di tutto ciò ad una immaginaria violenza e cupidigia della Chiesa Cattolica Romana. In tal senso la vicenda della Crociate si prestò perfettamente per alimentare e dar corpo a questa suggestione. L’idea che i primi imperialisti europei siano stati proprio i crociati che, col pretesto religioso, conquistarono territori pacifici allo scopo di sfruttarli, fu dello storico della Chiesa luterana tedesca Johann Lorenz von Mosheim (1693-1755). Questo storico scrisse: “I pontefici di Roma e i principi europei […] impararono dall’esperienza che quelle guerre sante contribuivano ad accrescere enormemente la loro opulenza e a estendere il loro potere” (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2011, pag. 11). Successivamente questa idea s’impose facilmente in ambito illuminista caratterizzato da un accento fortemente anticlericale. Il famoso storico illuminista Edward Gibbon (1737-1764) era fermamente convinto che i crociati fossero degli avventurieri in caccia di nuove terre e di bottino. Scriveva: “…i crociati partirono per l’impresa allo scopo principale di razziare tesori, oro, diamanti, palazzi di marmo e diaspro, boschi avvolti nella fragranza di cannella e incenso…” (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2011, pag. 11). Questa tesi del tornaconto personale fu sviluppata definitivamente nel corso del XX secolo. Lo storico britannico Geoffrey Barraclough (1908-1984) era fermamente convinto che le crociate equivalsero ad uno sfruttamento coloniale (Jonathan Riley Smith, “L’Islam e le crociate” pag.159). 

Ma quanto c’è di vero in questa tesi? Praticamente nulla. La prima conferma che tutto ciò si tratta solo di una visione distorta ed ideologica è già rintracciabile nel discorso di Papa Urbano II al concilio di Clermont, del 1095. In tale occasione, nell’indire la prima crociata, il Papa richiamò i cristiani ad un’azione difensiva che si sarebbe voluta da tanto tempo. Egli spiegò che si era trovato costretto a bandire la crociata perché, altrimenti, “la fede cristiana sarebbe stata messa sempre più a rischio” dall’invadenza musulmana. Dopo avere ammonito i fedeli a conservare la pace tra di loro, Urbano II rivolse l'attenzione del suo pubblico a quanto stava accadendo ai cristiani orientali: “Poiché i fratelli che vivono a Oriente hanno urgentemente bisogno del vostro aiuto, è vostro dovere correre a portare loro il sostegno che gli è stato spesso promesso. Infatti, come la maggior parte di voi ha udito, i turchi e gli arabi li hanno attaccati e hanno invaso le frontiere della Romania [l'Impero greco] spingendosi fino al luogo del Mediterraneo chiamato Braccio di San Giorgio. Essi sono penetrati sempre più a fondo nelle loro terre e li hanno sconfitti in sette battaglie. Se li lasciate agire ancora per un poco continueranno ad avanzare, opprimendo il popolo di Dio. Per la qual cosa insistentemente vi esorto - anzi non sono io a farlo, ma il Signore - affinché persuadiate con continui incitamenti, come araldi di Cristo, tutti, a qualunque ordine appartengano (cavalieri e fanti, ricchi e poveri), affinché accorrano subito in aiuto ai cristiani per spazzare dalle nostre terre quella stirpe malvagia. Lo dico ai presenti e lo comando agli assenti, ma è Cristo che lo vuole” (Fulcherio di Chartres “Historia Iherosolymitana”, in Franco Cardini, “Il movimento crociato”, Sansone, Firenze, 1972, pp 73-74). 

E’ interessante notare come il Papa inciti i cristiani a liberare dal dominio islamico le terre precedentemente cristiane, ma non dice nulla a proposito di una conversione degli islamici o di una possibile conquista di terre o bottini. I re cristiani delle nazioni europee, i baroni e signori vari, cioè i soggetti politici che avrebbero avuto l’interesse ad allargare i propri domini, in realtà non ebbero alcun ruolo nel promuovere la crociata. Non ci fu alcuna loro intenzione di affrontare una avventura del genere. Anzi, all’appello di Urbano II non rispose nessun re. La Crociata nasce da un ideale spirituale e si concretizza in iniziative, privilegi ed istituzioni definiti esclusivamente dalla Chiesa. La Crociata nasce, quindi, da una volontà del Papa che assume l’iniziativa d’incitare i cristiani a mobilitarsi. I Papi Urbano II e Innocenzo III si sono personalmente prodigati nella predicazione. L’appello pontificio viene sempre trasmesso da predicatori volontari (Pietro l’Eremita nel 1096, Folco di Neuilly nel 1198) o membri di ordini religiosi incaricati (Bernardo di Chiaravalle nel 1146, Roberto di Courson nel 1216). Fra i temi generali ed abituali, a noi noti grazie alle cronache del tempo, si distinguono: l’appello alla penitenza effettiva, l’esaltazione del valore della crociata, l’insistenza sulla purezza di tutto il popolo cristiano. A riprova del fatto che l’impresa crociata resta una risposta ai vari appelli papali, quasi sempre viene designato un legato che accompagna la spedizione e rappresenta l’autorità pontificia. A Clermont Papa Urbano II fece leva esclusivamente sul fatto che l’invadenza islamica costituiva un pericolo imminente per tutta la Cristianità e che ciò fosse realmente vero era dimostrato dalle notizie delle violenze perpetrate ai danni dei cristiani orientali e, in special modo, dalla conquista della Citta Santa di Gerusalemme. Per la Cristianità medioevale questa città era il “centro” del mondo, il luogo più sacro della Terra dove vi era conservata la sacra memoria del Santo Sepolcro di Cristo. 

Dopo il successo della Prima Crociata (1096-1099), i crociati andarono incontro a rovesci disastrosi e tutto ciò determinò un lento, ma progressivo attenuarsi dell’impeto della Crociata proprio perché cominciava a venir meno la sua principale motivazione, cioè quella spirituale. Scrive la storica Jacqueline Martin-Bagnaudez: “Le sconfitte subite dalle crociate successive alla prima determinarono una diffidenza sempre maggiore verso di loro da parte proprio degli ecclesiastici e questo fu un duro colpo per la ripresa di tali movimenti. Gli insuccessi riportati in Terra Santa diffondono progressivamente il dubbio sulla legittimità della causa cristiana e ciò porta inevitabilmente ad una disaffezione morale verso lo spirito della crociata. Quando nel 1229 sarà uno scomunicato, l’imperatore Federico II, a permettere ai cristiani di rientrare in Gerusalemme, l’ideale della santità dell’impresa riceverà un durissimo colpo. Gli appelli alla crociata, a partire dal XIII secolo saranno sempre meno ascoltati proprio per la mancanza di una reale motivazione spirituale. La settima e l’ottava crociata saranno organizzare per volontà del solo re di Francia, senza alcun appoggio dalla Chiesa. E’ significativo il fatto che, al momento del suo processo di canonizzazione, nel 1297, la Chiesa non abbia voluto far di lui un martire” (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pag 125). 

La Crociata, quindi, non fu affatto una guerra di conquista, ma un pellegrinaggio, un impegno gravoso che il crociato assumeva per amore di Cristo. Ogni partecipante pronunciava un voto solenne e portava un segno distintivo, cioè una croce di stoffa cucita sui vestiti. Scrive la Martin-Bagnaudez che tale vestizione era analoga alla consegna del bastone e della bisaccia benedetti dalla Chiesa, segni distintivi dei voti del pellegrino. Una volta professato il voto di crociata, il fedele è obbligato a partire pena la scomunica (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pag 131). 

Altro elemento che deve essere considerato è il fatto che la crociata non determinava alcuna opportunità di guadagno, ma anzi comportava un notevole esborso economico. Per rispondere all’appello della Crociata e poter partire occorreva avere una grande disponibilità di fondi per far fronte agli onerosi costi dell’impresa. Per reperire tali mezzi di finanziamento il crociato abbiente letteralmente si svenava attraverso la vendita di beni fondiari, pignoramenti, ecc. Un cavaliere aveva bisogno di un’armatura, di armi, almeno di un destriero per le battaglie, di un palafreno (un cavallo da viaggio), di cavalli da soma o di muli: tutti molto costosi. Guy de Thiers, conte di Chalon, per esempio, pagò per un cavallo da battaglia l’equivalente di dieci sterline, che era pari a più del salario annuo del capitano di una nave (Dana Carleton Munro “The Kingdom of the Crusaders” Appleton-Century Company, New York 1936, pag.497). La maggior parte dei crociati aveva anche bisogno di denaro per mantenere le famiglie e le proprietà durante la loro assenza in Oriente. Secondo le stime più precise, prima di poter partire un crociato doveva procurarsi una somma pari almeno a quattro o cinque volte il suo reddito annuo (Jonathan Riley Smith “The First Crusade and the idea of Crusading”, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1986, pag. 43). Il capitano della Prima Crociata, Goffredo di Buglione, vendette l’intera contea di Verdun al re di Francia Filippo I, che acquistò altresì dal visconte Eudes Herpin de Bourges la città e la contea omonime. Allo stesso modo cambiarono proprietario parte della contea di Chalon e il castello di Couvin. (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2011, pag. 160). Roberto II di Normandia nel 1096 diede in pegno l’intero ducato di Normandia al fratello Guglielmo II, re d’Inghilterra, per 10 mila marchi, una somma pari al salario annuale di 2500 capitani di nave. Per far fronte a queste necessità di finanziamento vengono istituite imposte regolari dai re di Francia ed Inghilterra, anche con l’autorizzazione e l’appoggio del Papa, come, ad esempio, la decima chiamata “saladina” estesa da papa Innocenzo III all’intero clero dopo che Saladino aveva ripreso Gerusalemme. Anche il Papa destina alla crociata un decimo dei redditi annui della Chiesa di Roma ed impone ai vescovi e agli ecclesiastici il contributo di un quarantesimo (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pagg 133-134). 

Partecipare alla Crociata era un salto nel buio fatto solo per fede e il più delle volte si risolveva con la riduzione in povertà del Crociato. Questo fatto esclude la partecipazione alla Crociata come forma di arricchimento. Scrive lo storico Jonathan Riley Smith: “Il fatto che le crociate implicassero costi più che guadagni è confermato anche dalla condizione dei crociati al loro ritorno in patria. Pochi tornarono arricchiti e questo non dovrebbe sorprenderci, date le spese sostenute per il viaggio di ritorno dal levante e l’impossibilità di trasportare beni di valore di qualsiasi tipo per lunghe distanze; al contrario, i documenti ci dicono che molti di quanti lasciarono la Palestina nell’autunno del 1099 si erano impoveriti già al loro arrivo nella Siria settentrionale" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 63). 

Ed ancora: “Sarebbe stato uno stupido gioco d’azzardo liquidare i beni patrimoniali per investire nella possibilità remota di sistemarsi dopo una marcia di tremila chilometri verso Oriente o nella speranza di migliorare il proprio status in patria […] non ci sono prove a sostegno della tesi secondo la quale i crociati alleviassero un peso che gravava sulle loro famiglie; le prove, al contrario, stanno ad indicare in maniera schiacciante l’esistenza di molte famiglie che si caricavano di fardelli onerosi per aiutare i singoli membri ad assolvere il loro voto. Di conseguenza è sensato supporre che i crociati, e soprattutto le loro famiglie, fossero spinti da motivi ideali” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 64). 

Nessuno nell’Europa dell’XI secolo si sognò mai di voler conquistare la Terra Santa per brama di bottino. Tutti i documenti ci informano che il movimento delle Crociate fu percepito come un’occasione unica per impegnarsi in una attività meritoria che avrebbe guadagnato ad ogni partecipante le porte del Regno dei Cieli. Dopo i disastri seguiti alla Prima Crociata la predicazione di Bernardo di Chiaravalle nel 1146 alla nuova crociata prospetto una nuova opportunità di favorire l’ingresso in paradiso: “[Dio] si pone in uno stato di necessità o pretende di esserlo, mentre vuole sempre aiutare voi nelle vostre necessità. Vuole che lo si consideri debitore, per poter premiare chi combatte per lui con la remissione dei peccati e la gloria eterna. E’ per questo motivo che vi ho chiamati generazione benedetta, voi che vi ritrovate in un tempo così ricco d’indulgenza e a vivere in questo anno così gradito al Signore, un anno di autentico giubilo” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.189). 



Bibliografia 

D. Carleton Munro “The Kingdom of the Crusaders” Appleton-Century Company, New York 1936;
F. Cardini, “Il movimento crociato”, Sansone, Firenze, 1972; 
J. Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997; 
T. F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005; 
R. Spencer “Guida all’Islam e alle Crociate” Lindau, Torino, 2008; 
R. Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2011.

giovedì 23 gennaio 2020

Il mito della persecuzione del paganesimo.

Un mito diffusissimo sulla storia del Cristianesimo riguarda la sua rapida affermazione che ebbe nei confronti del paganesimo, cioè l’insieme dei culti tributati alle varie divinità che venivano praticati nell’impero romano del IV secolo. Nel 312 d.C. divenne imperatore Costantino e i cristiani, che costituivano solamente circa il 10-15% della popolazione dell’impero, alla sua morte, avvenuta nel 337 d.C., divennero la maggioranza. Questa rapidissima diffusione fu giustificata da una falsa storiografia di stampo illuminista con l’azione violenta ed intollerante che i cristiani avrebbero avuto nei confronti dei pagani, descritti sempre come persone miti e tolleranti. 

Il famoso storico illuminista Edward Gibbon, nella sua conosciutissima opera “Decadenza e caduta dell'Impero romano”, afferma chiaramente che il pacifico paganesimo sparì dalla scena della storia perché letteralmente massacrato dai cristiani, i quali favoriti da Costantino e successivamente dall’imperatore Teodosio, avrebbero distrutto tutti i templi pagani e perseguitato masse di pacifici pagani (Edward Gibbon, “Decadenza e caduta dell'Impero romano” Ed. Avanzini & Torraca, Roma 1968, vol. III, cap XXI, pp. 181 sgg). Questa impostazione caratterizzò tutta la tematica di una serie di storici anticristiani che finì per fabbricare un mito molto caro alle posizioni laiciste. Un esempio molto eloquente è stato ultimamente la riscoperta cinematografica e letteraria della vicenda della filosofa Ipazia avvenuta nel 415 d.C. da parte di alcuni fanatici cristiani, come simbolo della ferocia cristiana e della repressione del “libero pensiero”. Questo mito è talmente diffuso che oggi la maggioranza dei laicisti anticristiani vaneggia di massacri e persecuzioni perpetrati dalla Chiesa, di cristianesimo violento e sanguinario e di un paganesimo pacifico ed inoffensivo. 

Ma come era scontato attendersi non è vero niente di tutto questo, si tratta dell’ennesimo mito anticristiano costruito ad arte per screditare la Chiesa ed i cristiani. Peter Brown, uno dei più importanti storici dell’età tardo antica, Professore di storia alle Università di Londra, di Berkeley e di Princeton, pluripremiato per la sua attività di studioso, ha dimostrato con le sue ricerche che non vi fu alcuna volontà di persecuzione del paganesimo da parte della Chiesa cristiana. Scrive Peter Brown: “Grandi ed attive comunità pagane per molte generazioni continuarono a godere di un’esistenza relativamente tranquilla. Quello che accadde effettivamente è che scivolarono via dalla storia” (Peter Brown “Christianization and Religious Conflict” Cambridge Ancient History, n.13, 1988, pp. 632-64). 

Stranamente esiste una vera e propria ossessione da parte dei laicisti verso la figura di Costantino, l’imperatore romano del IV secolo e del suo rapporto con il cristianesimo. Un classico mantra della storiografia laicista è l’affermazione che sia stato questo imperatore il maggiore responsabile del trionfo del Cristianesimo. Egli avrebbe scelto la nuova religione per farne il perno su cui poggiare la sua autorità, potenziando e sovvenzionando le autorità ecclesiastiche e, parimenti, perseguitando il paganesimo distruggendo i suoi templi e proibendone riti e sacrifici. Questa idea è diffusissima eppure è completamente falsa, inventata di sana pianta. Come è noto Costantino non scelse affatto il cristianesimo per legittimare il suo potere, il famoso editto di Milano nel 325 d.C. si limitò a rendere il cristianesimo una religione lecita al pari del paganesimo, ma, soprattutto, non favorì mai la religione dei cristiani a scapito dei pagani. 

Secondo gli importanti studi di H.A. Drake, professore di storia all’Università di California di Santa Barbara, durante l’imperio di Costantino prevalse un periodo di relativa tolleranza e tranquillità tra i cristiani e i pagani. I cristiani crescevano in fretta, ma senza episodi di violenza e coercizione. Costantino non mise mai il paganesimo fuori legge e non indisse alcuna persecuzione contro i pagani. Quando Costantino diede una posizione ufficiale alla Chiesa cristiana continuò ad elargire finanziamenti ai templi pagani (J. Geffcken “The Last Days og Greco-Roman Paganism” North-Holland Publishing Co amsterdam, 1978, pag.120). 

Tutto ciò è confermato anche dal famoso storico ed archeologo francese Paul Veyne, uno dei massimi esperti della storia costantiniana: “[Costantino] rinuncia a convertire coloro che ancora esitano e non si cura di sradicare il paganesimo […] Costantino elargisce alla chiesa enormi somme a titolo personale, per il resto in virtù del principio di uguaglianza tra le due religioni, si limita a concedere al cristianesimo gli stessi privilegi di cui il paganesimo disponeva già" (Paul Veyne “Quando l’Europa è diventata cristiana” Garzanti Libri, Milano 2008, pag 91-92). 

Durante il suo principiato Costantino si ritenne imperatore di tutti e, soprattutto, il Pontifex Maximus del paganesimo, continuò a nominare pagani a ricoprire cariche molto importanti, comprese quelle di console e prefetto e alla sua corte i filosofi pagani ebbero sempre un ruolo di primo piano e sulle monete compaiono raffigurazioni del Dio sole (H.A. Drake “Costantine and Bishops: The Politics of Intolerance” John Hopkins University Press, Baltimore, 2000, pag. 247). A tal riguardo scrive l’accademico Giovanni Filoramo, professore ordinario di Storia del Cristianesimo presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Torino: “Nel periodo costantinopolitano l’appoggio ai cristiani non si tradusse in persecuzione antipagana, né Costantino si indusse mai a rifiutare la collaborazione dei pagani e la loro presenza a corte e nelle cariche più alte" (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 292). 

Dopo aver definitivamente sconfitto Licinio nel 324 d.C. Costantino emana due editti che mostrano chiaramente come l’imperatore mirava a riunire l’impero puntando su un pacifico pluralismo. Nell’editto ai palestinesi Costantino fa continuamente riferimento a Dio, ma non nomina mai Cristo usando “frasi comuni per cristiani e pagani e ciò è coerente con la ricerca di un denominatore comune, che fu la caratteristica della sua politica religiosa” (H.A. Drake “Costantine and Bishops: The Politics of Intolerance” John Hopkins University Press, Baltimore, 2000, pag. 244). 

In realtà, piuttosto che Costantino, il paganesimo fu osteggiato dai suoi figli, ma come precisa lo storico G. Filoramo le poche leggi a vantaggio della chiesa cristiana “non costituirono in nessun caso una dichiarazione di guerra alla vecchia religione” (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 302). Tali leggi, inoltre, non avevano contenuti specificatamente antipagani, ma risentivano della morale cristiana solo quando condannavano la pederastia e il matrimonio tra consanguinei (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 303). La religione cristiana divenne ufficialmente l’unica religione dell’impero solo nel 380 con l’editto di Tessalonica da parte dell’imperatore Teodosio. Questo imperatore, con i successivi provvedimenti del 381, ribadì la proibizione di tutti i riti pagani con pene severissime per tutti i contravventori. Tutto ciò, però, a differenza di ciò che comunemente si crede, non ebbe mai le caratteristiche di una persecuzione nei confronti dei pagani, né tanto meno di una volontà di distruggere la sapienza e la cultura antica, od altre amenità del genere, ma solo di reprimere il culto pagano. Nel 382, infatti, un decreto di Teodosio sancì la conservazione degli oggetti pagani che avessero valore artistico. Tutto ciò dimostra ampiamente quanto sia stata strumentale e falsa l’accusa laicista nei confronti della Chiesa e dei cristiani per quanto riguarda, ad esempio, il mito fasullo dell’uccisione di Ipazia di Alessandria in quanto donna, laica e scienziata, mentre si trattò solamente di una questione di tensione politica e sociale. 

C’è anche da sottolineare che le violenze perpetrate sui pagani, di cui peraltro esistono pochissime testimonianze storiche, sono da ascriversi principalmente al solerte operato dei funzionari imperiali che agivano in modo completamente autonomo dalle direttive ecclesiastiche. Famoso ed esplicativo fu il caso della strage perpetrata dall’esercito di Teodosio a Tessalonica per reprimere una ribellione scatenatasi in occasione della proibizione dei giochi annuali. Il vescovo di Milano Ambrogio, avendolo saputo, scrisse indignato una lettera per chiedere a Teodosio di fare pubblica ammenda, umiliarsi davanti a Dio e chiedere perdono (cfr. Epistola 51). Scrive G. Filoramo: “Ambrogio insorse a condannare l’inumano massacro e scomunicò l’imperatore. Abbandonò Milano e annunziò che non vi avrebbe fatto ritorno fino a quando l’imperatore non avesse fatto pubblica penitenza. Anche questa volta Teodosio cedette e, sconfessando il proprio operato, fece pubblico atto di riparazione” (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 329). 

Altra notizia completamente falsa è quella secondo la quale la Chiesa cristiana avrebbe dato il colpo di grazia all’antica sapienza pagana facendo chiudere centri di cultura famosissimi come l’Accademia di Atene e la grande biblioteca di Alessandria. Ma si tratta di notizie clamorosamente false: secondo l’eminente storico inglese James Hannam, nel 529 d.C. fu l’imperatore Giustiniano a chiudere la famosa Accademia, “l’azione isolata di un monarca tirannico, un evento significativo solo per i diretti interessati e ben lontano dalla fine della filosofia antica” (https://jameshannam.com/justinian.htm). Per quanto riguarda la distruzione della biblioteca di Alessandria “la storia che l’imperatore cristiano Teodosio l’abbia distrutta”, ha scritto sempre Hannam, “è chiaramente una finzione” (https://jameshannam.com/library.htm). 

La realtà storica è che non si è mai verificata alcuna persecuzione dei pagani e non è mai avvenuta alcuna distruzione indiscriminata della letteratura antica da parte del cristianesimo, nessun tentativo di sopprimere la scrittura pagana e le opere classiche. Viceversa le fonti storiche attestano quanto fosse diffuso tra i cristiani il rispetto per la cultura pagana. Basti pensare che la sopravvivenza della letteratura classica è quasi interamente attribuibile agli sforzi dei monaci cristiani che hanno laboriosamente copiando a mano i testi. 

Gli imperatori “cristiani” non hanno mai decretato persecuzioni di pagani o conversioni forzate al cristianesimo, diversamente dalle violente stragi che hanno invece caratterizzato il dominio pagano sui cristiani. Ovviamente ci fu un conflitto politico-religioso con inevitabili esagerazioni condannabili, ma niente a che vedere con i sistematici spargimenti di sangue di immaginarie persecuzioni inventate di sana pianta dalla propaganda laicista anticristiana. Secondo il già citato storico Giovanni Filoramo il cristianesimo tentò di eliminare l’errore, ma non coloro che erravano. (G. Filoramo “La croce e il potere” Mondadori 2011, pag. 361). La storiografia laicista pretende di porre sullo stesso piano il comportamento persecutorio del paganesimo con uno, immaginario, del cristianesimo, ma tutto ciò è storicamente una grossa fandonia. Una persecuzione cristiana nei confronti dei pagani non è mai esistita, mentre si finge di dimenticare la vera persecuzione, fatta di morte e sangue, che subirono i cristiani fino all'arrivo dell’imperatore Costantino. 

Abbiamo visto che il paganesimo non subì mai alcuna persecuzione ed, infatti, sopravvisse molti secoli dopo l’avvento del cristianesimo, ma allora come si spiega la così larga e veloce diffusione del cristianesimo? E’ proprio il lento, ma inesorabile declino del paganesimo, avvenuto nonostante la mancanza di persecuzioni, a suggerire una risposta: la gente, piano piano, si rendeva conto della novità sociale del cristianesimo, della rivoluzione dei rapporti umani e della considerazione della persona. A differenza del paganesimo il cristianesimo generava un’intensa vita comunitaria dove le persone si riconoscevano appartenenti ad una congregazione. All’interno di tali congregazioni cominciava a nascere la società che poneva al centro il rispetto della vita umana, il rispetto della persona in quanto tale. Prendeva l’avvio il riconoscimento dei diritti di ogni persona e non soltanto dei ricchi e dei potenti, iniziava l’emancipazione della donna, il valore della cura delle persone malate, i diritti dell’infanzia. Tutto ciò era sconosciuto alla società pagana, dove la religione era solo una dimensione astratta e personalistica. I templi pagani venivano solamente frequentati, ma non davano vita ad alcuna trasformazione sociale. Una vera e radicale trasformazione della società fu portata solo dal cristianesimo e fu questo aspetto che determinò la sua veloce affermazione. 



Bibliografia 

Edward Gibbon, “Decadenza e caduta dell'Impero romano” Ed. Avanzini & Torraca, Roma 1968; 
J. Geffcken “The Last Days of Greco-Roman Paganism” North-Holland Publishing Co Amsterdam, 1978; 
Peter Brown “Christianization and Religious Conflict” Cambridge Ancient History, n.13, 1988; 
Paul Veyne “Quando l’Europa è diventata cristiana” Garzanti Libri, Milano 2008
H.A. Drake “Costantine and Bishops: The Politics of Intolerance” John Hopkins University Press, Baltimore, 2000; 
G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008; 
G. Filoramo “La croce e il potere” Mondadori 2011.

venerdì 27 dicembre 2019

Buon Natale!!








A tutti i frequentatori e visitatori del blog auguro
un sereno e felice Natale del Signore!

mercoledì 30 ottobre 2019

Biglino e la clonazione nella Bibbia

Secondo la cosiddetta paleo-astronautica, una disciplina parascientifica che propugna un’origine aliena della razza umana, il primo uomo non sarebbe altro che il frutto di manipolazioni genetiche operate sul genoma delle scimmie antropomorfe terrestri da parte di civiltà extraterrestri che avrebbero visitato il nostro paese in un passato antichissimo. In particolare lo studioso torinese Mauro Biglino, noto esponente di tale teoria, è addirittura convinto che una grande prova di tutto ciò sia contenuta nella Bibbia. Egli afferma che questo testo, senza alcun dubbio, parli apertamente di clonazione, cioè di quella tecnica di ingegneria genetica che a partire dal DNA di un individuo permette la generazione di un nuovo individuo del tutto uguale a quello originario. 

Questa convinzione di Biglino non ha alcuna giustificazione ed è completamente campata in aria. Basti pensare che una sciocchezza del genere deve necessariamente passare attraverso l'imbarazzante ipotesi che l'antico redattore biblico era a conoscenza dell'esistenza della macromolecola del DNA quasi tremila anni prima della scoperta di Watson e Crick. In un articolo che ho già pubblicato ho mostrato come Biglino si basi sull’ennesimo giochetto con i termini ebraici della Genesi falsificando il loro significato e manipolando le informazioni dei dizionari. Ma queste falsificazioni non si fermano solo al dato linguistico e grammaticale, si spingono anche alla ricerca di finte conferme da parte di esperti della materia forzando in modo subdolo le loro affermazioni. 

In molte delle sue conferenze Biglino assicura il suo uditorio che gli stessi rabbini ebrei sono convinti che la tecnica della clonazione sia descritta nella Bibbia. Uno di questi esperti, il professor Igael Safran docente di etica medica all’Università di Gerusalemme, viene citato spesso da Biglino: “Se facciamo finta che la Bibbia ci racconti una storia concreta, per fortuna c’è una parte della scienza accademica, universitaria, che sta prendendo in seria considerazione questa possibilità, cioè che siamo stati fabbricati con l’ingegneria genetica. Se ricordiamo la vicenda della clonazione della pecora Dolly che ha suscitato tutta una polemica di ordine bio-etico, sapete cosa ha detto il professor Safran rabbino, docente di etica medica dell’università ebraica di Gerusalemme? “La clonazione esiste da sempre basta vedere come sono venuti al mondo Adamo ed Eva”. Lo sanno da sempre che la bibbia dice quello”. 

Apparentemente si tratterebbe di una citazione importante che non lascerebbe spazio ad alcun dubbio: nella Bibbia veramente si parlerebbe niente meno che di clonazione e a dirlo non è più un Biglino qualsiasi, ma addirittura un docente accademico dell’Università di Gerusalemme. Ma anche in questo caso si tratta di un piccolo giochetto di prestigio perché Biglino, molto astutamente, manipola la citazione del professor Safran facendo intendere cose che non ha mai detto. 

La citazione è tratta da un articolo dell’Unità del 22 agosto del 1997 dove viene riportata un’intervista fatta al professor Safran sulle implicazioni etiche della clonazione (tutto l’articolo può essere trovato qui). L’articolo in questione non parla affatto della conoscenza della pratica della clonazione nella Bibbia, ma è incentrato solo sulle implicazioni morali che tale pratica avrebbe per gli Ebrei e, quindi, per la Bibbia. Non si tratta quindi di uno studio esegetico o linguistico sulla reale presenza della clonazione nella Bibbia. La frase riportata da Biglino è una risposta del professor Safran alla seguente domanda: “Eppure in questo suo atteggiamento possibilista la cultura ebraica tradizionale sembra riscoprire qualcosa di molto antico, un’idea che la accompagna dalle proprie origini” alla quale Safran risponde: “E‘ vero. Basterebbe ricordare come sono venuti al mondo Adamo ed Eva” 

Come ci si può rendere conto facilmente il professor Safran non dice affatto che nella Bibbia ci sia un esplicito riferimento alla clonazione, ma sottolinea esclusivamente il fatto che moralmente una creazione umana senza l’intervento dell’unione sessuale, com’è appunto la clonazione, non è in contrasto con il messaggio biblico. Quindi è in questa ottica che va letta l’affermazione su Adamo ed Eva che, infatti, sono stati creati da Dio per primi e, quindi, senza esserci stato bisogno di un atto sessuale. 

Appena dopo il professor Safran chiarisce ancor di più il suo punto di vista e precisa che il testo fondamentale per valutare le implicazioni morali della clonazione, cioè di una generazione senza rapporto sessuale, non è la Bibbia dove non c’è alcun cenno a pratiche di clonazione, ma le cosiddette “Sefer Yetzirah” un testo appartenente, come dice lo stesso Safran, alla letteratura cabalistica. Si tratta di una speculazione teologica e cosmogonica riguardo alla creazione del mondo, e quindi, anche dell’uomo e della donna. Siamo, quindi, di fronte ad una dimensione esoterica e metafisica dell’ebraismo, dove viene svelata la relazione segreta fra le componenti della creazione di Dio e le lettere dell’alfabeto ebraico. Niente a che vedere con un riferimento reale e concreto a pratiche di clonazione avvenute in antichità. Tra l’altro si tratta di un testo molto tardo rispetto alla Genesi (scritta tra il X sec. a.C. e il V sec. a.C.) essendo stato composto solo a partire dal IV secolo d.C. e che, quindi, non ha nulla a che vedere con l’ambiente ed il periodo storico in cui si formò la Genesi. 

Quello descritto in questo articolo non è che l’ennesimo piccolo inganno che Biglino tende ai suoi lettori ed accoliti. Lascia intendere di avere una grande preparazione e cultura sul rabbinismo, con citazioni roboanti e sorprendenti, lascia intendere che esista “una parte della scienza accademica, scientifica” che confermi le sue asserzioni, ma alla fine, andando a verificare si scopre che dietro c’è il nulla. Nella fattispecie che abbiamo visto, Biglino riporta una citazione tratta da una intervista, quindi una semplice chiacchierata, nessun pensiero strutturato, nessun studio importante o testo accademico, presente su un articolo di giornale senza alcun valore scientifico. Per giunta tale citazione viene estrapolata dal contesto in cui si trovava, manipolata e strumentalizzata per i suoi fini. Ennesima dimostrazione che occorre verificare ogni piccolo dettaglio delle affermazioni di Biglino, l’imbroglio è sempre dietro l’angolo.