giovedì 26 marzo 2020

La Bibbia sconfessa Mauro Biglino

In questo articolo mostrerò come la tesi di Biglino secondo la quale la Bibbia non parli di Dio, ma di un gruppo di individui in carne ed ossa, denominati “Elohim”, sia sconfessata da una semplice lettura della Bibbia. Come abbiamo già visto questa strampalata teoria è completamente smentita dalle regole grammaticali dell’ebraico antico, ma le argomentazioni di Biglino sono talmente rozze e campate in aria che anche chi non conosce l’ebraico può benissimo accorgersi della loro inconsistenza.

Mi riferisco a tutte le evenienze in cui la il contesto della narrazione biblica indica chiaramente che il termine “elohim” ha a che vedere con un essere immateriale, trascendente e che, quindi, non può essere affatto confuso con un gruppo di esseri reali. Prendiamo, ad esempio, i salmi, preghiere antichissime alcune delle quali risalgono perfino al III secolo a.C., che rappresentano bene la fede d’Israele. In uno di questi, il salmo 9 (oppure 10 nella numerazione ebraica) possiamo leggere tra il versetto 22 e 25:

Perché, Signore, stai lontano, nel tempo dell'angoscia ti nascondi?
Il misero soccombe all'orgoglio dell'empio
e cade nelle insidie tramate.
L'empio si vanta delle sue brame,
l'avaro maledice, disprezza Dio.
L'empio insolente disprezza il Signore:
«Dio non se ne cura: Dio non esiste»;
questo è il suo pensiero”.

(Bibbia di Gerusalemme)

In questo brano è chiaro che l’empio, cioè colui che compie il male, vista la sua impunità e la sofferenza del misero, nega la provvidenza di Dio e così facendo finisce per negare l’esistenza stessa di Dio (Elohim). Questo sentimento è ancor più chiaramente espresso in un altro salmo, il 14 (13 nella numerazione ebraica) dove possiamo leggere:

Lo stolto pensa: “Non c’è Dio”.
Sono corrotti, fanno cose abominevoli:
nessuno più agisce bene

(Bibbia di Gerusalemme)

Come vediamo al tempo della composizione di questi due Salmi vi erano persone che vedendo il prosperare degli empi ed il tardare dell’intervento di Dio finiscono per non credere nell’esistenza di Dio (Elohim).

Ma non solo tra i salmi è possibile rinvenire brani in cui il malvagio si fa beffe dei giusti proclamando l’inesistenza di Dio oppure vivendo come se Dio non esistesse. Nel libro di Geremia (5, 12) possiamo leggere: 

Hanno rinnegato il Signore (YHWH),
hanno proclamato: “non è lui!”
Non verrà sopra di noi la sventura 
Non vedremo né la spada è fame” 

(Bibbia di Gerusalemme)

Anche qui l’empio si comporta sempre allo stesso modo: non trema per la sua colpa di idolatria e non chiede perdono, anzi, induriscono i loro cuore fino a professare un ateismo pratico: “non c’è alcun dio YHWH”. 

Leggendo questi versetti possiamo vedere che l’empio non ha alcuna paura delle sue azioni, non teme alcuna ripercussione, nessuna punizione. Sono talmente sicuri delle loro posizioni che arrivano a mettere in dubbio la stessa esistenza di Dio. Certamente siamo lontani da un ateismo teorico, filosofico, concetto distante dalla mentalità semita, ma comunque siamo di fronte ad un ateismo pratico: quell’essere che può punire, non c’è, è distante, non può causare nessuna sventura. E’ una proclamazione dell’impotenza del Dio di Israele e, quindi, viene negata la sua presenza. Questi versetti descrivono delle espressioni di ateismo, per l’empio YHWH non è Dio, non è nessuno, è un falso Dio. 

La domanda che, a questo punto, s’impone è: come facevano queste persone a ritenere “Elohim”, “Yahweh” un falso dio, a non credere che possa punire l’empio e, comunque, a non intervenire nelle faccende umane, se fosse stato un personaggio in carne ed ossa? Se questi “elohim” fossero stati degli esseri reali, potenti e prepotenti, come è possibile che delle persone, cioè gli empi, pensavano di poter fare i loro comodi ed essere sicuri di alcuna ripercussione, al punto di negare la sua presenza? Ovviamente è più che evidente che nella Bibbia il termine “Elohim” si riferisca ad un essere del trascendente, un dio e non ad un personaggio immanente. 

Ma la Bibbia ci offre anche spunti per capire che tra tutti gli “elohim” solo “Yahweh” è l’unico vero “elohim”, cioè l’unico vero Dio, mentre tutti gli altri sono solo falsi idoli. In tal senso è illuminante la vicenda di Naamàn, il comandante dell’esercito del re di Aram e del profeta Eliseo, che ritroviamo nel secondo libro dei re al capitolo 5: 

Egli [Naamàn], allora, scese e si lavò nel Giordano sette volte, secondo la parola dell'uomo di Dio [Eliseo], e la sua carne ridivenne come la carne di un giovinetto; egli era guarito. Tornò con tutto il seguito dall'uomo di Dio; entrò e si presentò a lui dicendo: «Ebbene, ora so che non c'è Dio su tutta la terra se non in Israele. Ora accetta un dono dal tuo servo». Quegli disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». Naamàn insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, almeno sia permesso al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne portano due muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore” (2Re 5, 14-17).

In questo brano possiamo chiaramente notare come il condottiero arameo, malato di lebbra, cerchi una guarigione miracolosa, l’opera di un Dio, e che questa avviene semplicemente immergendosi per sette volte nel fiume Giordano. Si tratta di un gesto straordinario, inaudito, del tutto inconsueto. Lo stesso Naamàn, nei versi precedenti (11 e 12), si lamenta che a Damasco ci sono fiumi migliori del Giordano e che si aspettava un intervento diretto del profeta. Eppure avviene tutto senza intervento umano, chiara dimostrazione del fatto che la Bibbia sta descrivendo l’opera straordinaria di un essere trascendente. 

Non solo, in questo brano avviene una netta presa di coscienza del fatto che esiste solo il Dio di Israele e che tutti gli altri non sono niente. A quel tempo, infatti, c’era la convinzione che ogni popolo avesse il proprio Dio (elohim), così l’elohim Camosh a Moab, l’elohim Moloch ad Ammon, l’elohim Baal in Fenicia, l’elohim Rimmon in Siria, ecc. eppure qui Naamàm, sperimentata la potenza di Yahweh, lo reputa l’unico Dio esistente e che tutti gli altri dèi non sono altro che idoli. Questa affermazione suona ben strana se i vari elohim fossero stati degli individui in carne ed ossa.

Non credo servano ulteriori altre conferme, quando il termine “elohim” si riferisce ad esseri sovrumani, potenti, che possono intervenire nelle vicende umane, il suo significato è quello di “dèi”, così come di “Dio” quando si riferisce alla figura di “Yahweh”. Nessun personaggio reale, nessun condottiero o alieno di sorta, solo fantasie di chi conosce molto male la Bibbia oppure confida nell’ignoranza dei suoi ascoltatori.

venerdì 28 febbraio 2020

I miti sulle Crociate. Le Crociate furono un atto di imperialismo.

Un altro luogo comune particolarmente diffuso sulle Crociate in Terrasanta è quello che le identifica come una prima manifestazione dell’imperialismo occidentale. Come è noto nazioni come la Gran Bretagna o la Francia, tra il XVII ed il XVIII secolo, riuscirono ad acquisire degli immensi imperi coloniali al fine di controllare i traffici commerciali e sfruttare le risorse dei paesi conquistati. Si trattò di un triste fenomeno di sopraffazione e sfruttamento che segnò in modo indelebile in senso negativo le relazioni tra l’Europa ed il resto del mondo e lo sviluppo dei paesi assoggettati. 

Ovviamente la vulgata laicista non poteva non dar la colpa di tutto ciò ad una immaginaria violenza e cupidigia della Chiesa Cattolica Romana. In tal senso la vicenda della Crociate si prestò perfettamente per alimentare e dar corpo a questa suggestione. L’idea che i primi imperialisti europei siano stati proprio i crociati che, col pretesto religioso, conquistarono territori pacifici allo scopo di sfruttarli, fu dello storico della Chiesa luterana tedesca Johann Lorenz von Mosheim (1693-1755). Questo storico scrisse: “I pontefici di Roma e i principi europei […] impararono dall’esperienza che quelle guerre sante contribuivano ad accrescere enormemente la loro opulenza e a estendere il loro potere” (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2011, pag. 11). Successivamente questa idea s’impose facilmente in ambito illuminista caratterizzato da un accento fortemente anticlericale. Il famoso storico illuminista Edward Gibbon (1737-1764) era fermamente convinto che i crociati fossero degli avventurieri in caccia di nuove terre e di bottino. Scriveva: “…i crociati partirono per l’impresa allo scopo principale di razziare tesori, oro, diamanti, palazzi di marmo e diaspro, boschi avvolti nella fragranza di cannella e incenso…” (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2011, pag. 11). Questa tesi del tornaconto personale fu sviluppata definitivamente nel corso del XX secolo. Lo storico britannico Geoffrey Barraclough (1908-1984) era fermamente convinto che le crociate equivalsero ad uno sfruttamento coloniale (Jonathan Riley Smith, “L’Islam e le crociate” pag.159). 

Ma quanto c’è di vero in questa tesi? Praticamente nulla. La prima conferma che tutto ciò si tratta solo di una visione distorta ed ideologica è già rintracciabile nel discorso di Papa Urbano II al concilio di Clermont, del 1095. In tale occasione, nell’indire la prima crociata, il Papa richiamò i cristiani ad un’azione difensiva che si sarebbe voluta da tanto tempo. Egli spiegò che si era trovato costretto a bandire la crociata perché, altrimenti, “la fede cristiana sarebbe stata messa sempre più a rischio” dall’invadenza musulmana. Dopo avere ammonito i fedeli a conservare la pace tra di loro, Urbano II rivolse l'attenzione del suo pubblico a quanto stava accadendo ai cristiani orientali: “Poiché i fratelli che vivono a Oriente hanno urgentemente bisogno del vostro aiuto, è vostro dovere correre a portare loro il sostegno che gli è stato spesso promesso. Infatti, come la maggior parte di voi ha udito, i turchi e gli arabi li hanno attaccati e hanno invaso le frontiere della Romania [l'Impero greco] spingendosi fino al luogo del Mediterraneo chiamato Braccio di San Giorgio. Essi sono penetrati sempre più a fondo nelle loro terre e li hanno sconfitti in sette battaglie. Se li lasciate agire ancora per un poco continueranno ad avanzare, opprimendo il popolo di Dio. Per la qual cosa insistentemente vi esorto - anzi non sono io a farlo, ma il Signore - affinché persuadiate con continui incitamenti, come araldi di Cristo, tutti, a qualunque ordine appartengano (cavalieri e fanti, ricchi e poveri), affinché accorrano subito in aiuto ai cristiani per spazzare dalle nostre terre quella stirpe malvagia. Lo dico ai presenti e lo comando agli assenti, ma è Cristo che lo vuole” (Fulcherio di Chartres “Historia Iherosolymitana”, in Franco Cardini, “Il movimento crociato”, Sansone, Firenze, 1972, pp 73-74). 

E’ interessante notare come il Papa inciti i cristiani a liberare dal dominio islamico le terre precedentemente cristiane, ma non dice nulla a proposito di una conversione degli islamici o di una possibile conquista di terre o bottini. I re cristiani delle nazioni europee, i baroni e signori vari, cioè i soggetti politici che avrebbero avuto l’interesse ad allargare i propri domini, in realtà non ebbero alcun ruolo nel promuovere la crociata. Non ci fu alcuna loro intenzione di affrontare una avventura del genere. Anzi, all’appello di Urbano II non rispose nessun re. La Crociata nasce da un ideale spirituale e si concretizza in iniziative, privilegi ed istituzioni definiti esclusivamente dalla Chiesa. La Crociata nasce, quindi, da una volontà del Papa che assume l’iniziativa d’incitare i cristiani a mobilitarsi. I Papi Urbano II e Innocenzo III si sono personalmente prodigati nella predicazione. L’appello pontificio viene sempre trasmesso da predicatori volontari (Pietro l’Eremita nel 1096, Folco di Neuilly nel 1198) o membri di ordini religiosi incaricati (Bernardo di Chiaravalle nel 1146, Roberto di Courson nel 1216). Fra i temi generali ed abituali, a noi noti grazie alle cronache del tempo, si distinguono: l’appello alla penitenza effettiva, l’esaltazione del valore della crociata, l’insistenza sulla purezza di tutto il popolo cristiano. A riprova del fatto che l’impresa crociata resta una risposta ai vari appelli papali, quasi sempre viene designato un legato che accompagna la spedizione e rappresenta l’autorità pontificia. A Clermont Papa Urbano II fece leva esclusivamente sul fatto che l’invadenza islamica costituiva un pericolo imminente per tutta la Cristianità e che ciò fosse realmente vero era dimostrato dalle notizie delle violenze perpetrate ai danni dei cristiani orientali e, in special modo, dalla conquista della Citta Santa di Gerusalemme. Per la Cristianità medioevale questa città era il “centro” del mondo, il luogo più sacro della Terra dove vi era conservata la sacra memoria del Santo Sepolcro di Cristo. 

Dopo il successo della Prima Crociata (1096-1099), i crociati andarono incontro a rovesci disastrosi e tutto ciò determinò un lento, ma progressivo attenuarsi dell’impeto della Crociata proprio perché cominciava a venir meno la sua principale motivazione, cioè quella spirituale. Scrive la storica Jacqueline Martin-Bagnaudez: “Le sconfitte subite dalle crociate successive alla prima determinarono una diffidenza sempre maggiore verso di loro da parte proprio degli ecclesiastici e questo fu un duro colpo per la ripresa di tali movimenti. Gli insuccessi riportati in Terra Santa diffondono progressivamente il dubbio sulla legittimità della causa cristiana e ciò porta inevitabilmente ad una disaffezione morale verso lo spirito della crociata. Quando nel 1229 sarà uno scomunicato, l’imperatore Federico II, a permettere ai cristiani di rientrare in Gerusalemme, l’ideale della santità dell’impresa riceverà un durissimo colpo. Gli appelli alla crociata, a partire dal XIII secolo saranno sempre meno ascoltati proprio per la mancanza di una reale motivazione spirituale. La settima e l’ottava crociata saranno organizzare per volontà del solo re di Francia, senza alcun appoggio dalla Chiesa. E’ significativo il fatto che, al momento del suo processo di canonizzazione, nel 1297, la Chiesa non abbia voluto far di lui un martire” (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pag 125). 

La Crociata, quindi, non fu affatto una guerra di conquista, ma un pellegrinaggio, un impegno gravoso che il crociato assumeva per amore di Cristo. Ogni partecipante pronunciava un voto solenne e portava un segno distintivo, cioè una croce di stoffa cucita sui vestiti. Scrive la Martin-Bagnaudez che tale vestizione era analoga alla consegna del bastone e della bisaccia benedetti dalla Chiesa, segni distintivi dei voti del pellegrino. Una volta professato il voto di crociata, il fedele è obbligato a partire pena la scomunica (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pag 131). 

Altro elemento che deve essere considerato è il fatto che la crociata non determinava alcuna opportunità di guadagno, ma anzi comportava un notevole esborso economico. Per rispondere all’appello della Crociata e poter partire occorreva avere una grande disponibilità di fondi per far fronte agli onerosi costi dell’impresa. Per reperire tali mezzi di finanziamento il crociato abbiente letteralmente si svenava attraverso la vendita di beni fondiari, pignoramenti, ecc. Un cavaliere aveva bisogno di un’armatura, di armi, almeno di un destriero per le battaglie, di un palafreno (un cavallo da viaggio), di cavalli da soma o di muli: tutti molto costosi. Guy de Thiers, conte di Chalon, per esempio, pagò per un cavallo da battaglia l’equivalente di dieci sterline, che era pari a più del salario annuo del capitano di una nave (Dana Carleton Munro “The Kingdom of the Crusaders” Appleton-Century Company, New York 1936, pag.497). La maggior parte dei crociati aveva anche bisogno di denaro per mantenere le famiglie e le proprietà durante la loro assenza in Oriente. Secondo le stime più precise, prima di poter partire un crociato doveva procurarsi una somma pari almeno a quattro o cinque volte il suo reddito annuo (Jonathan Riley Smith “The First Crusade and the idea of Crusading”, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1986, pag. 43). Il capitano della Prima Crociata, Goffredo di Buglione, vendette l’intera contea di Verdun al re di Francia Filippo I, che acquistò altresì dal visconte Eudes Herpin de Bourges la città e la contea omonime. Allo stesso modo cambiarono proprietario parte della contea di Chalon e il castello di Couvin. (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2011, pag. 160). Roberto II di Normandia nel 1096 diede in pegno l’intero ducato di Normandia al fratello Guglielmo II, re d’Inghilterra, per 10 mila marchi, una somma pari al salario annuale di 2500 capitani di nave. Per far fronte a queste necessità di finanziamento vengono istituite imposte regolari dai re di Francia ed Inghilterra, anche con l’autorizzazione e l’appoggio del Papa, come, ad esempio, la decima chiamata “saladina” estesa da papa Innocenzo III all’intero clero dopo che Saladino aveva ripreso Gerusalemme. Anche il Papa destina alla crociata un decimo dei redditi annui della Chiesa di Roma ed impone ai vescovi e agli ecclesiastici il contributo di un quarantesimo (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pagg 133-134). 

Partecipare alla Crociata era un salto nel buio fatto solo per fede e il più delle volte si risolveva con la riduzione in povertà del Crociato. Questo fatto esclude la partecipazione alla Crociata come forma di arricchimento. Scrive lo storico Jonathan Riley Smith: “Il fatto che le crociate implicassero costi più che guadagni è confermato anche dalla condizione dei crociati al loro ritorno in patria. Pochi tornarono arricchiti e questo non dovrebbe sorprenderci, date le spese sostenute per il viaggio di ritorno dal levante e l’impossibilità di trasportare beni di valore di qualsiasi tipo per lunghe distanze; al contrario, i documenti ci dicono che molti di quanti lasciarono la Palestina nell’autunno del 1099 si erano impoveriti già al loro arrivo nella Siria settentrionale" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 63). 

Ed ancora: “Sarebbe stato uno stupido gioco d’azzardo liquidare i beni patrimoniali per investire nella possibilità remota di sistemarsi dopo una marcia di tremila chilometri verso Oriente o nella speranza di migliorare il proprio status in patria […] non ci sono prove a sostegno della tesi secondo la quale i crociati alleviassero un peso che gravava sulle loro famiglie; le prove, al contrario, stanno ad indicare in maniera schiacciante l’esistenza di molte famiglie che si caricavano di fardelli onerosi per aiutare i singoli membri ad assolvere il loro voto. Di conseguenza è sensato supporre che i crociati, e soprattutto le loro famiglie, fossero spinti da motivi ideali” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 64). 

Nessuno nell’Europa dell’XI secolo si sognò mai di voler conquistare la Terra Santa per brama di bottino. Tutti i documenti ci informano che il movimento delle Crociate fu percepito come un’occasione unica per impegnarsi in una attività meritoria che avrebbe guadagnato ad ogni partecipante le porte del Regno dei Cieli. Dopo i disastri seguiti alla Prima Crociata la predicazione di Bernardo di Chiaravalle nel 1146 alla nuova crociata prospetto una nuova opportunità di favorire l’ingresso in paradiso: “[Dio] si pone in uno stato di necessità o pretende di esserlo, mentre vuole sempre aiutare voi nelle vostre necessità. Vuole che lo si consideri debitore, per poter premiare chi combatte per lui con la remissione dei peccati e la gloria eterna. E’ per questo motivo che vi ho chiamati generazione benedetta, voi che vi ritrovate in un tempo così ricco d’indulgenza e a vivere in questo anno così gradito al Signore, un anno di autentico giubilo” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.189). 



Bibliografia 

D. Carleton Munro “The Kingdom of the Crusaders” Appleton-Century Company, New York 1936;
F. Cardini, “Il movimento crociato”, Sansone, Firenze, 1972; 
J. Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997; 
T. F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005; 
R. Spencer “Guida all’Islam e alle Crociate” Lindau, Torino, 2008; 
R. Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2011.

giovedì 23 gennaio 2020

Il mito della persecuzione del paganesimo.

Un mito diffusissimo sulla storia del Cristianesimo riguarda la sua rapida affermazione che ebbe nei confronti del paganesimo, cioè l’insieme dei culti tributati alle varie divinità che venivano praticati nell’impero romano del IV secolo. Nel 312 d.C. divenne imperatore Costantino e i cristiani, che costituivano solamente circa il 10-15% della popolazione dell’impero, alla sua morte, avvenuta nel 337 d.C., divennero la maggioranza. Questa rapidissima diffusione fu giustificata da una falsa storiografia di stampo illuminista con l’azione violenta ed intollerante che i cristiani avrebbero avuto nei confronti dei pagani, descritti sempre come persone miti e tolleranti. 

Il famoso storico illuminista Edward Gibbon, nella sua conosciutissima opera “Decadenza e caduta dell'Impero romano”, afferma chiaramente che il pacifico paganesimo sparì dalla scena della storia perché letteralmente massacrato dai cristiani, i quali favoriti da Costantino e successivamente dall’imperatore Teodosio, avrebbero distrutto tutti i templi pagani e perseguitato masse di pacifici pagani (Edward Gibbon, “Decadenza e caduta dell'Impero romano” Ed. Avanzini & Torraca, Roma 1968, vol. III, cap XXI, pp. 181 sgg). Questa impostazione caratterizzò tutta la tematica di una serie di storici anticristiani che finì per fabbricare un mito molto caro alle posizioni laiciste. Un esempio molto eloquente è stato ultimamente la riscoperta cinematografica e letteraria della vicenda della filosofa Ipazia avvenuta nel 415 d.C. da parte di alcuni fanatici cristiani, come simbolo della ferocia cristiana e della repressione del “libero pensiero”. Questo mito è talmente diffuso che oggi la maggioranza dei laicisti anticristiani vaneggia di massacri e persecuzioni perpetrati dalla Chiesa, di cristianesimo violento e sanguinario e di un paganesimo pacifico ed inoffensivo. 

Ma come era scontato attendersi non è vero niente di tutto questo, si tratta dell’ennesimo mito anticristiano costruito ad arte per screditare la Chiesa ed i cristiani. Peter Brown, uno dei più importanti storici dell’età tardo antica, Professore di storia alle Università di Londra, di Berkeley e di Princeton, pluripremiato per la sua attività di studioso, ha dimostrato con le sue ricerche che non vi fu alcuna volontà di persecuzione del paganesimo da parte della Chiesa cristiana. Scrive Peter Brown: “Grandi ed attive comunità pagane per molte generazioni continuarono a godere di un’esistenza relativamente tranquilla. Quello che accadde effettivamente è che scivolarono via dalla storia” (Peter Brown “Christianization and Religious Conflict” Cambridge Ancient History, n.13, 1988, pp. 632-64). 

Stranamente esiste una vera e propria ossessione da parte dei laicisti verso la figura di Costantino, l’imperatore romano del IV secolo e del suo rapporto con il cristianesimo. Un classico mantra della storiografia laicista è l’affermazione che sia stato questo imperatore il maggiore responsabile del trionfo del Cristianesimo. Egli avrebbe scelto la nuova religione per farne il perno su cui poggiare la sua autorità, potenziando e sovvenzionando le autorità ecclesiastiche e, parimenti, perseguitando il paganesimo distruggendo i suoi templi e proibendone riti e sacrifici. Questa idea è diffusissima eppure è completamente falsa, inventata di sana pianta. Come è noto Costantino non scelse affatto il cristianesimo per legittimare il suo potere, il famoso editto di Milano nel 325 d.C. si limitò a rendere il cristianesimo una religione lecita al pari del paganesimo, ma, soprattutto, non favorì mai la religione dei cristiani a scapito dei pagani. 

Secondo gli importanti studi di H.A. Drake, professore di storia all’Università di California di Santa Barbara, durante l’imperio di Costantino prevalse un periodo di relativa tolleranza e tranquillità tra i cristiani e i pagani. I cristiani crescevano in fretta, ma senza episodi di violenza e coercizione. Costantino non mise mai il paganesimo fuori legge e non indisse alcuna persecuzione contro i pagani. Quando Costantino diede una posizione ufficiale alla Chiesa cristiana continuò ad elargire finanziamenti ai templi pagani (J. Geffcken “The Last Days og Greco-Roman Paganism” North-Holland Publishing Co amsterdam, 1978, pag.120). 

Tutto ciò è confermato anche dal famoso storico ed archeologo francese Paul Veyne, uno dei massimi esperti della storia costantiniana: “[Costantino] rinuncia a convertire coloro che ancora esitano e non si cura di sradicare il paganesimo […] Costantino elargisce alla chiesa enormi somme a titolo personale, per il resto in virtù del principio di uguaglianza tra le due religioni, si limita a concedere al cristianesimo gli stessi privilegi di cui il paganesimo disponeva già" (Paul Veyne “Quando l’Europa è diventata cristiana” Garzanti Libri, Milano 2008, pag 91-92). 

Durante il suo principiato Costantino si ritenne imperatore di tutti e, soprattutto, il Pontifex Maximus del paganesimo, continuò a nominare pagani a ricoprire cariche molto importanti, comprese quelle di console e prefetto e alla sua corte i filosofi pagani ebbero sempre un ruolo di primo piano e sulle monete compaiono raffigurazioni del Dio sole (H.A. Drake “Costantine and Bishops: The Politics of Intolerance” John Hopkins University Press, Baltimore, 2000, pag. 247). A tal riguardo scrive l’accademico Giovanni Filoramo, professore ordinario di Storia del Cristianesimo presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Torino: “Nel periodo costantinopolitano l’appoggio ai cristiani non si tradusse in persecuzione antipagana, né Costantino si indusse mai a rifiutare la collaborazione dei pagani e la loro presenza a corte e nelle cariche più alte" (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 292). 

Dopo aver definitivamente sconfitto Licinio nel 324 d.C. Costantino emana due editti che mostrano chiaramente come l’imperatore mirava a riunire l’impero puntando su un pacifico pluralismo. Nell’editto ai palestinesi Costantino fa continuamente riferimento a Dio, ma non nomina mai Cristo usando “frasi comuni per cristiani e pagani e ciò è coerente con la ricerca di un denominatore comune, che fu la caratteristica della sua politica religiosa” (H.A. Drake “Costantine and Bishops: The Politics of Intolerance” John Hopkins University Press, Baltimore, 2000, pag. 244). 

In realtà, piuttosto che Costantino, il paganesimo fu osteggiato dai suoi figli, ma come precisa lo storico G. Filoramo le poche leggi a vantaggio della chiesa cristiana “non costituirono in nessun caso una dichiarazione di guerra alla vecchia religione” (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 302). Tali leggi, inoltre, non avevano contenuti specificatamente antipagani, ma risentivano della morale cristiana solo quando condannavano la pederastia e il matrimonio tra consanguinei (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 303). La religione cristiana divenne ufficialmente l’unica religione dell’impero solo nel 380 con l’editto di Tessalonica da parte dell’imperatore Teodosio. Questo imperatore, con i successivi provvedimenti del 381, ribadì la proibizione di tutti i riti pagani con pene severissime per tutti i contravventori. Tutto ciò, però, a differenza di ciò che comunemente si crede, non ebbe mai le caratteristiche di una persecuzione nei confronti dei pagani, né tanto meno di una volontà di distruggere la sapienza e la cultura antica, od altre amenità del genere, ma solo di reprimere il culto pagano. Nel 382, infatti, un decreto di Teodosio sancì la conservazione degli oggetti pagani che avessero valore artistico. Tutto ciò dimostra ampiamente quanto sia stata strumentale e falsa l’accusa laicista nei confronti della Chiesa e dei cristiani per quanto riguarda, ad esempio, il mito fasullo dell’uccisione di Ipazia di Alessandria in quanto donna, laica e scienziata, mentre si trattò solamente di una questione di tensione politica e sociale. 

C’è anche da sottolineare che le violenze perpetrate sui pagani, di cui peraltro esistono pochissime testimonianze storiche, sono da ascriversi principalmente al solerte operato dei funzionari imperiali che agivano in modo completamente autonomo dalle direttive ecclesiastiche. Famoso ed esplicativo fu il caso della strage perpetrata dall’esercito di Teodosio a Tessalonica per reprimere una ribellione scatenatasi in occasione della proibizione dei giochi annuali. Il vescovo di Milano Ambrogio, avendolo saputo, scrisse indignato una lettera per chiedere a Teodosio di fare pubblica ammenda, umiliarsi davanti a Dio e chiedere perdono (cfr. Epistola 51). Scrive G. Filoramo: “Ambrogio insorse a condannare l’inumano massacro e scomunicò l’imperatore. Abbandonò Milano e annunziò che non vi avrebbe fatto ritorno fino a quando l’imperatore non avesse fatto pubblica penitenza. Anche questa volta Teodosio cedette e, sconfessando il proprio operato, fece pubblico atto di riparazione” (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 329). 

Altra notizia completamente falsa è quella secondo la quale la Chiesa cristiana avrebbe dato il colpo di grazia all’antica sapienza pagana facendo chiudere centri di cultura famosissimi come l’Accademia di Atene e la grande biblioteca di Alessandria. Ma si tratta di notizie clamorosamente false: secondo l’eminente storico inglese James Hannam, nel 529 d.C. fu l’imperatore Giustiniano a chiudere la famosa Accademia, “l’azione isolata di un monarca tirannico, un evento significativo solo per i diretti interessati e ben lontano dalla fine della filosofia antica” (https://jameshannam.com/justinian.htm). Per quanto riguarda la distruzione della biblioteca di Alessandria “la storia che l’imperatore cristiano Teodosio l’abbia distrutta”, ha scritto sempre Hannam, “è chiaramente una finzione” (https://jameshannam.com/library.htm). 

La realtà storica è che non si è mai verificata alcuna persecuzione dei pagani e non è mai avvenuta alcuna distruzione indiscriminata della letteratura antica da parte del cristianesimo, nessun tentativo di sopprimere la scrittura pagana e le opere classiche. Viceversa le fonti storiche attestano quanto fosse diffuso tra i cristiani il rispetto per la cultura pagana. Basti pensare che la sopravvivenza della letteratura classica è quasi interamente attribuibile agli sforzi dei monaci cristiani che hanno laboriosamente copiando a mano i testi. 

Gli imperatori “cristiani” non hanno mai decretato persecuzioni di pagani o conversioni forzate al cristianesimo, diversamente dalle violente stragi che hanno invece caratterizzato il dominio pagano sui cristiani. Ovviamente ci fu un conflitto politico-religioso con inevitabili esagerazioni condannabili, ma niente a che vedere con i sistematici spargimenti di sangue di immaginarie persecuzioni inventate di sana pianta dalla propaganda laicista anticristiana. Secondo il già citato storico Giovanni Filoramo il cristianesimo tentò di eliminare l’errore, ma non coloro che erravano. (G. Filoramo “La croce e il potere” Mondadori 2011, pag. 361). La storiografia laicista pretende di porre sullo stesso piano il comportamento persecutorio del paganesimo con uno, immaginario, del cristianesimo, ma tutto ciò è storicamente una grossa fandonia. Una persecuzione cristiana nei confronti dei pagani non è mai esistita, mentre si finge di dimenticare la vera persecuzione, fatta di morte e sangue, che subirono i cristiani fino all'arrivo dell’imperatore Costantino. 

Abbiamo visto che il paganesimo non subì mai alcuna persecuzione ed, infatti, sopravvisse molti secoli dopo l’avvento del cristianesimo, ma allora come si spiega la così larga e veloce diffusione del cristianesimo? E’ proprio il lento, ma inesorabile declino del paganesimo, avvenuto nonostante la mancanza di persecuzioni, a suggerire una risposta: la gente, piano piano, si rendeva conto della novità sociale del cristianesimo, della rivoluzione dei rapporti umani e della considerazione della persona. A differenza del paganesimo il cristianesimo generava un’intensa vita comunitaria dove le persone si riconoscevano appartenenti ad una congregazione. All’interno di tali congregazioni cominciava a nascere la società che poneva al centro il rispetto della vita umana, il rispetto della persona in quanto tale. Prendeva l’avvio il riconoscimento dei diritti di ogni persona e non soltanto dei ricchi e dei potenti, iniziava l’emancipazione della donna, il valore della cura delle persone malate, i diritti dell’infanzia. Tutto ciò era sconosciuto alla società pagana, dove la religione era solo una dimensione astratta e personalistica. I templi pagani venivano solamente frequentati, ma non davano vita ad alcuna trasformazione sociale. Una vera e radicale trasformazione della società fu portata solo dal cristianesimo e fu questo aspetto che determinò la sua veloce affermazione. 



Bibliografia 

Edward Gibbon, “Decadenza e caduta dell'Impero romano” Ed. Avanzini & Torraca, Roma 1968; 
J. Geffcken “The Last Days of Greco-Roman Paganism” North-Holland Publishing Co Amsterdam, 1978; 
Peter Brown “Christianization and Religious Conflict” Cambridge Ancient History, n.13, 1988; 
Paul Veyne “Quando l’Europa è diventata cristiana” Garzanti Libri, Milano 2008
H.A. Drake “Costantine and Bishops: The Politics of Intolerance” John Hopkins University Press, Baltimore, 2000; 
G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008; 
G. Filoramo “La croce e il potere” Mondadori 2011.

venerdì 27 dicembre 2019

Buon Natale!!








A tutti i frequentatori e visitatori del blog auguro
un sereno e felice Natale del Signore!

mercoledì 30 ottobre 2019

Biglino e la clonazione nella Bibbia

Secondo la cosiddetta paleo-astronautica, una disciplina parascientifica che propugna un’origine aliena della razza umana, il primo uomo non sarebbe altro che il frutto di manipolazioni genetiche operate sul genoma delle scimmie antropomorfe terrestri da parte di civiltà extraterrestri che avrebbero visitato il nostro paese in un passato antichissimo. In particolare lo studioso torinese Mauro Biglino, noto esponente di tale teoria, è addirittura convinto che una grande prova di tutto ciò sia contenuta nella Bibbia. Egli afferma che questo testo, senza alcun dubbio, parli apertamente di clonazione, cioè di quella tecnica di ingegneria genetica che a partire dal DNA di un individuo permette la generazione di un nuovo individuo del tutto uguale a quello originario. 

Questa convinzione di Biglino non ha alcuna giustificazione ed è completamente campata in aria. Basti pensare che una sciocchezza del genere deve necessariamente passare attraverso l'imbarazzante ipotesi che l'antico redattore biblico era a conoscenza dell'esistenza della macromolecola del DNA quasi tremila anni prima della scoperta di Watson e Crick. In un articolo che ho già pubblicato ho mostrato come Biglino si basi sull’ennesimo giochetto con i termini ebraici della Genesi falsificando il loro significato e manipolando le informazioni dei dizionari. Ma queste falsificazioni non si fermano solo al dato linguistico e grammaticale, si spingono anche alla ricerca di finte conferme da parte di esperti della materia forzando in modo subdolo le loro affermazioni. 

In molte delle sue conferenze Biglino assicura il suo uditorio che gli stessi rabbini ebrei sono convinti che la tecnica della clonazione sia descritta nella Bibbia. Uno di questi esperti, il professor Igael Safran docente di etica medica all’Università di Gerusalemme, viene citato spesso da Biglino: “Se facciamo finta che la Bibbia ci racconti una storia concreta, per fortuna c’è una parte della scienza accademica, universitaria, che sta prendendo in seria considerazione questa possibilità, cioè che siamo stati fabbricati con l’ingegneria genetica. Se ricordiamo la vicenda della clonazione della pecora Dolly che ha suscitato tutta una polemica di ordine bio-etico, sapete cosa ha detto il professor Safran rabbino, docente di etica medica dell’università ebraica di Gerusalemme? “La clonazione esiste da sempre basta vedere come sono venuti al mondo Adamo ed Eva”. Lo sanno da sempre che la bibbia dice quello”. 

Apparentemente si tratterebbe di una citazione importante che non lascerebbe spazio ad alcun dubbio: nella Bibbia veramente si parlerebbe niente meno che di clonazione e a dirlo non è più un Biglino qualsiasi, ma addirittura un docente accademico dell’Università di Gerusalemme. Ma anche in questo caso si tratta di un piccolo giochetto di prestigio perché Biglino, molto astutamente, manipola la citazione del professor Safran facendo intendere cose che non ha mai detto. 

La citazione è tratta da un articolo dell’Unità del 22 agosto del 1997 dove viene riportata un’intervista fatta al professor Safran sulle implicazioni etiche della clonazione (tutto l’articolo può essere trovato qui). L’articolo in questione non parla affatto della conoscenza della pratica della clonazione nella Bibbia, ma è incentrato solo sulle implicazioni morali che tale pratica avrebbe per gli Ebrei e, quindi, per la Bibbia. Non si tratta quindi di uno studio esegetico o linguistico sulla reale presenza della clonazione nella Bibbia. La frase riportata da Biglino è una risposta del professor Safran alla seguente domanda: “Eppure in questo suo atteggiamento possibilista la cultura ebraica tradizionale sembra riscoprire qualcosa di molto antico, un’idea che la accompagna dalle proprie origini” alla quale Safran risponde: “E‘ vero. Basterebbe ricordare come sono venuti al mondo Adamo ed Eva” 

Come ci si può rendere conto facilmente il professor Safran non dice affatto che nella Bibbia ci sia un esplicito riferimento alla clonazione, ma sottolinea esclusivamente il fatto che moralmente una creazione umana senza l’intervento dell’unione sessuale, com’è appunto la clonazione, non è in contrasto con il messaggio biblico. Quindi è in questa ottica che va letta l’affermazione su Adamo ed Eva che, infatti, sono stati creati da Dio per primi e, quindi, senza esserci stato bisogno di un atto sessuale. 

Appena dopo il professor Safran chiarisce ancor di più il suo punto di vista e precisa che il testo fondamentale per valutare le implicazioni morali della clonazione, cioè di una generazione senza rapporto sessuale, non è la Bibbia dove non c’è alcun cenno a pratiche di clonazione, ma le cosiddette “Sefer Yetzirah” un testo appartenente, come dice lo stesso Safran, alla letteratura cabalistica. Si tratta di una speculazione teologica e cosmogonica riguardo alla creazione del mondo, e quindi, anche dell’uomo e della donna. Siamo, quindi, di fronte ad una dimensione esoterica e metafisica dell’ebraismo, dove viene svelata la relazione segreta fra le componenti della creazione di Dio e le lettere dell’alfabeto ebraico. Niente a che vedere con un riferimento reale e concreto a pratiche di clonazione avvenute in antichità. Tra l’altro si tratta di un testo molto tardo rispetto alla Genesi (scritta tra il X sec. a.C. e il V sec. a.C.) essendo stato composto solo a partire dal IV secolo d.C. e che, quindi, non ha nulla a che vedere con l’ambiente ed il periodo storico in cui si formò la Genesi. 

Quello descritto in questo articolo non è che l’ennesimo piccolo inganno che Biglino tende ai suoi lettori ed accoliti. Lascia intendere di avere una grande preparazione e cultura sul rabbinismo, con citazioni roboanti e sorprendenti, lascia intendere che esista “una parte della scienza accademica, scientifica” che confermi le sue asserzioni, ma alla fine, andando a verificare si scopre che dietro c’è il nulla. Nella fattispecie che abbiamo visto, Biglino riporta una citazione tratta da una intervista, quindi una semplice chiacchierata, nessun pensiero strutturato, nessun studio importante o testo accademico, presente su un articolo di giornale senza alcun valore scientifico. Per giunta tale citazione viene estrapolata dal contesto in cui si trovava, manipolata e strumentalizzata per i suoi fini. Ennesima dimostrazione che occorre verificare ogni piccolo dettaglio delle affermazioni di Biglino, l’imbroglio è sempre dietro l’angolo.

sabato 19 ottobre 2019

I miti sulle crociate. Le crociate furono solo un atto di guerra per interessi economici, per la conquista di mercati e vie di commercio.



Altra convinzione molto diffusa sulle Crociate in Terrasanta è quella secondo la quale queste guerre furono motivate essenzialmente dagli interessi economici derivanti dal controllo delle vie commerciali. Per gli europei la guerra santa per liberare il Santo Sepolcro sarebbe stato solo un pretesto per conquistare i ricchi e redditizi mercati del mediterraneo orientale in modo da strappare ai musulmani il monopolio di tali traffici. 

Un’idea del genere è completamente sbagliata e denota una profonda ignoranza dello spirito mistico e religioso che accompagnò sempre queste imprese militari. Queste guerre furono da subito caratterizzate dal senso di servizio per la causa cristiana che ebbero i crociati. Questo ideale di servizio e sacrificio fu inculcato ai fedeli dalla Chiesa di allora a cominciare da Ildebrando di Soana, poi papa Gregorio VII. Afferma il famoso storico medievalista Franco Cardini: “Dalla Spagna all'Inghilterra alla Sicilia, i conquistatori incedevano recando nella destra il vexilum Petri, lo stendardo pontificio concesso loro dal papa che al tempo stesso giustificava e legittimava - almeno dinanzi alla Cristianità occidentale - le loro conquiste […] Nasceva così a poco a poco, su presupposti in apparenza contingenti, un nuovo modo di essere miles Christi, "guerriero del Cristo": fino ad allora, tale espressione era stata usata per i martiri e poi per gli asceti; ora, la si impiegava a indicare quei cavalieri che accettavano di porre le loro forze al servizio della Chiesa. La nuova etica cavalleresca di lotta per la giustizia e di difesa del debole nacque come etica penitenziale proposta a un ceto di combattenti professionisti per i quali la lotta e il rischio della vita divenivano, ora, mezzo di salvezza spirituale: e in questo è già in nuce l'essenza dello spirito di crociata” (F. Cardini ”Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia”, Piemme, Casale Monferrato 1994, p. 229). 

Papa Urbano II, nel suo appello alla crociata, stabilì un nuovo principio secondo il quale chiunque partecipava alla crociata moralmente entrava in un ordine monastico ed aveva la certezza della salvezza eterna. Guiberto di Nogent, monaco cristiano, teologo e storico francese, abate del monastero di Notre-Dame a Nogent, contemporaneo dei fatti, così ricorda le parole pronunciate da Urbano II a Clermont: “Dio ha voluto che il nostro tempo conoscesse una guerra santa, sicché l’ordine dei cavalieri […] che non fanno che massacrarsi a vicenda […] ora può trovare un modo nuovo per guadagnarsi la salvezza. I cavalieri non sono costretti ad abbandonare del tutto le loro vicende secolari preferendo la vita monastica o altre forme di impegno religioso, com’era costume, ma possono invece accostarsi in certa misura alla Grazia di Dio continuando la loro carriera di uomini d’arme, con la libertà e l’abbigliamento a cui sono avezzi” (E. Peters “The First Crusade; The Chronicle of Fulcher of Chartres and Other Source Materials” University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1998, pp. 12-13). 

Nelle intenzioni e nei pensieri di coloro che risposero alla chiamata non c’era alcuna intenzione di conquistare mercati commerciali o perseguire personali arricchimenti, la lotta era intrapresa per un senso di giustizia, per la difesa dei deboli, per un’ideale cavalleresco. Tutto ciò costituiva per il fedele del tempo una ottima possibilità di redenzione dal peccato. La società medioevale europea era pervasa dalla preoccupazione per il peccato che avrebbe reso impossibile l’ottenimento del bene più prezioso, cioè la vita eterna in Dio. Per gli uomini e le donne di allora sacrificarsi per la causa della fede rappresentava un modo oggettivo per perseguire ed ottenere la santità. Scrive lo storico Riley Smith: “Seguire la massa e partecipare ai pellegrinaggi erano, per la maggioranza delle persone, un modo naturale per dimostrare la propria religiosità e il dolore per il peccato in una società nella quale la devozione era tendenzialmente manifestata in pubblico" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.49). 

Alla Crociata parteciparono tutti i ceti sociali, uomini e donne, ricchi e poveri, con un unico elemento unificante: una fede senza confini nella giustizia della loro causa. Non fanno calcoli, non ricercano alcun personale tornaconto, convinti che la loro impresa avrà successo perché obbedienti alla volontà di Dio. Così, come scrive la storica delle crociate Jaqueline Martin-Bagnaudez, la crociata è caratterizzata da episodi considerati miracolosi (come il ritrovamento ad Antiochia della santa lancia) o da elementi di forte simbolismo religioso (come l’attacco a Gerusalemme alle quindici del venerdì). Tutto ciò testimonia come i crociati considerassero la loro impresa e i successi conseguiti come il frutto di una giustizia divina. La crociata è quindi questione di santità e di povertà (J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997 – pagg 122-123). Anche lo storico J. Riley-Smith sottolinea il fatto che i crociati avevano chiara la percezione di essere guidati da Dio stesso: “L’idea della crociata come guerra ispirata e diretta da Dio risulta vividamente nelle lettere e nei resoconti di crociati che ne furono testimoni oculari” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag. 98). 

Con la predicazione della Crociata da parte di Urbano II nasce nella cristianità un nuovo concetto della “via della croce”. Fino ad allora quella via (Mt 16, 24) era stata una fuga dalle tentazioni del mondo per ritirarsi nella vita monastica, ora, invece, si offriva anche ai laici una vocazione equivalente al monachesimo (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.55). Il Concilio di Clermont aveva ammonito e stabilito con fermezza che solo chi si fosse arruolato per devozione, senza aspirare ad onori e guadagni, poteva sostituire questo viaggio a tutte le penitenze ed ottenere la completa assoluzione di tutti i peccati commessi. Nasceva un nuovo tipo di pellegrinaggio, simile a quello religioso, perché volontario e motivato dalla devozione, ma anche a quello di tipo penitenziale, perché costituiva una penitenza formale ed era imposto dal papa stesso come se fosse il confessore. Per questi motivi i crociati ebbero sempre lo status di pellegrini, con tutte le particolari forme di tutela per se stessi, le loro famiglie e proprietà, che erano a loro riconosciute (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.30). 

Le crociate, quindi, s’inseriscono pienamente nella spiritualità medioevale, e sono considerate una componente del pellegrinaggio in Terrasanta. Tale pellegrinaggio era una pratica importantissima per la spiritualità cristiana medioevale e fu una pia pratica del cristianesimo da tempi remotissimi. Era volto innanzitutto alla visita del Santo Sepolcro, il luogo dove fu sepolto Gesù. Questo punto preciso a Gerusalemme si è ben conservato nella memoria della Chiesa fin dai tempi di Costantino. La Crociata era un pellegrinaggio in cui i partecipanti potevano attendere alla funzione di guerrieri. Con le sue liturgie, processioni penitenziali e digiuni la crociata aveva le caratteristiche di un monastero in movimento. I laici, come i monaci avevano preso i voti, temporanei, di povertà e castità e come i monaci, anch’essi erano “esuli” dal mondo normale. “Avevano preso la croce per seguire Cristo, avevano abbandonato mogli, figli, terre per l’amore verso Dio e messo a repentaglio il corpo per l’amore verso i fratelli. Come i monaci si impegnavano in regolari devozioni comunitarie e, se i monaci facevano un viaggio “interiore” a Gerusalemme, i crociati ne facevano uno corporeo" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pagg. 96-97). 

Una parte della critica laicista, però, obietta che tali motivazioni di alta spiritualità e di vocazione al martirio si ebbero solamente per prima crociata che fu accolta con grande entusiasmo, anche popolare, ma che nel tempo scemò decisamente fino a diventare un pretesto per i potenti signori feudali per invadere territori ricchissimi da saccheggiare e per accaparrarsi il controllo di importanti vie di commercio. Ma anche questa obiezione è priva di fondamento storico. Anche per le Crociate successive alla prima non si registrò alcun altra intenzione se non quella di liberare la Terrasanta dagli islamici invasori e profanatori. In seguito alla tremenda sconfitta di Hattin del 4 luglio 1187 ad opera del Saladino, Papa Gregorio VIII per proclamare la Terza Crociata emise la bolla “Audite Tremendi”, questo documento indica chiaramente che le sconfitte patite dai crociati sono solo la conseguenza dei peccati degli Stati latini in Terrasanta, cosicché ora tutta la cristianità è chiamata a redimersi attraverso la partecipazione alla Crociata per riconquistare la città santa, Gerusalemme, andata perduta . Le parole della bolla sono inequivocabili: “Di fronte a così grave sventura che coinvolge quella terra (battaglia di Hattin), noi dovremmo considerare non soltanto i peccati dei suoi abitanti (gli Stati latini), ma anche i nostri e quelli dell’intero popolo cristiano… E’ pertanto compito di tutti noi riflettere e scegliere di scontare i nostri peccati con il castigo volontario e rivolgerci al Signore Dio nostro con contrizione e atti di pietà […] e poi rivolgere l’attenzione al tradimento e alla perfidia del nemico”. La bolla era tutta contrassegnata da richiami al pentimento e associava la vittoria in guerra alla salute spirituale di tutta la Cristianità" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.217-218). Con questa bolla il Papa promette solennemente: “A quanti con cuore contrito e umiltà di spirito intraprendono la fatica di questo viaggio e con retta fede muoiono in penitenza dei peccati promettiamo la piana indulgenza dei loro errori e la vita eterna; che sopravvivano o muoiano, sappiamo che, per la misericordia di Dio, per l’autorità degli apostoli Pietro e Paolo e per la nostra autorità, avranno mitigata la pena per tutti i peccati dei quali abbiano reso debita confessione” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.214). 

Quindi nel 1187, ossia circa un secolo dopo la chiamata della prima, l’idea che la crociata sia un’opera pia in grado di far ottenere la remissione dei peccati è ancora forte e molto diffusa tra la gente di ogni estrazione. Scrive ancora Riley-Smith: “In Palestina si riversò un flusso di pellegrini, disarmati e armati, e di piccoli gruppi di crociati, a dimostrazione che i cristiani, pur avviliti per il fallimento della Seconda Crociata e riluttanti ad organizzare una grande spedizione, erano ancora saldi nella loro fede e nel loro impegno verso la Terrasanta” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.215). 

Tutto ciò si ripeté anche successivamente, nel 1213, in occasione della chiamata della Quinta crociata proclamata da papa Innocenzo III con la bolla “Quia maior”, un documento nel quale compaiono sempre i riferimenti a promesse di remissione dei peccati e alla crociata come mezzo per raggiungere la salvezza. Nella bolla il papa ribadiva la formula dell’indulgenza e metteva in grande enfasi la necessità del pentimento (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pagg. 265-267). Il fervore e lo slancio verso il sacrificio per Cristo rimane, quindi, intatto anche un quarto di secolo dopo la Terza Crociata. E’ specificatamente forte la consapevolezza che il povero che si affida completamente a Cristo è il Prescelto da Dio e che potrà realizzare ogni impresa. Ciò spiega il fenomeno del 1212 delle cosiddette “crociate dei fanciulli”, improbabile eserciti di poveri ragazzetti convinti di liberare Gerusalemme con la sola forza della fede Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag 124). 

Lo storico Riley-Smith, caposcuola del rinnovamento degli studi sulle crociate, riporta che i crociati risposero alla chiamata del papa “infiammati dall’ardore della carità”. E’, quindi, la carità, l’amore per Dio, la motivazione profonda delle crociate. Per il cristiano, infatti, offrire la propria vita è infatti la più grande forma di amore e il più perfetto atto di carità, secondo le parole del Vangelo, secondo cui “nessuno ha più grande amore di colui che dà la sua vita per Lui e per i suoi fratelli” (Gv. 3, 16; 15, 13). Lo spirito della crociata e quello del martirio hanno avuto una comune origine in questa dimensione profonda del combattimento spirituale. Per il crociato non vi fu mai volontà di conquista o arricchimento, ma la consapevolezza di essere chiamato al combattimento contro l’insieme delle forze ostili al Regno di Dio: il peccato, il mondo e il demonio. L’Islam che dal VII all’XI secolo ha sistematicamente attaccato e invaso militarmente gran parte del Medio Oriente, dell’Africa del Nord, della Penisola Iberica, che ha tentando di varcare i Pirenei, e che poi ha occupato la Sicilia, distrutto le basiliche di San Pietro e San Paolo a Roma e l’abbazia di Montecassino, assoggettato la Terrasanta, distrutto il Santo Sepolcro e fatto scempio dei pellegrini, per i cristiani medioevali aveva tutto l’aspetto del regno del peccato e del demonio. 

Bibliografia

F. Cardini ”Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia”, Piemme, Casale Monferrato 1994 
J. Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
J. Martin-Bagnaudez “Le crociate, una pagina di storia mediterranea” ED. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1997; 
E. Peters “The First Crusade; The Chronicle of Fulcher of Chartres and Other Source Materials” University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1998; 
Christopher Tyerman, "L'invenzione delle crociate", Einaudi, 2000; 
Rodney Stark, “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2010.

venerdì 27 settembre 2019

La "cultura" di morte della Corte Costituzionale

Ci risiamo, in questo nostro Paese le regole della democrazia sono del tutto aleatorie e vengono tranquillamente aggirate. Istituti, seppur Costituzionali, si arrogano il diritto di calpestare la legge ed emettere sentenze aberranti che stravolgono la struttura democratica della nostra società infischiandosene del principio della tassatività della fattispecie penale. 

La Consulta ha stabilito che chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio autonomamente formatosi di un paziente gravemente ammalato, non è punibile. Peccato, però che l'art. 580 del codice penale condanna e punisce chiunque determina o rafforza l'altrui proposito di suicidio agevolando in qualsiasi modo la sua esecuzione. Per superare questa evidente contraddizione i giudici hanno specificato che non si tratta di reato solo la fattispecie in cui la persona malata sia tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile fonte di sofferenze fisiche o psicologiche e che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Come è facile capire si tratta di argomentazioni pretestuose. Chi stabilisce queste eccezioni? Chi può dire se una vita è veramente degna di essere vissuta oppure no? Blaterano di consenso autonomamente formato, ma una persona che è nelle condizioni tratteggiate da questa sentenza può avere una lucidità e serenità di giudizio? La verità, purtroppo, è che questa sentenza apre le porte all'eutanasia, il principio che la vita innocente è sempre inviolabile viene a cadere. Basta guardare a cosa è successo in Olanda ed in Belgio dove il suicidio assistito è addirittura permesso per i minori, per i quali, non essendo responsabili delle proprie azioni, si può parlare sicuramente di omicidio di Stato.

Questa sentenza calpesta anche l'elementare principio democratico del rispetto della volontà popolare. I giudici dovevano solo verificare la costituzionalità dell'art. 580 ed invece, come gli capita spesso, si sono arrogati il potere di decidere che in determinate condizioni la vita innocente non è più inviolabile, hanno deciso senza minimamente rispettare la volontà popolare o, quanto meno, interpellarla o aspettare una sua cristallizzazione in un atto legislativo. Infatti la Consulta si è assunta un ruolo che sarebbe spettato al legislatore. Con questa sentenza i giudici hanno dettato le condizioni alle quali è possibile accedere al suicidio assistito, mentre tutto ciò sarebbe dovuto essere di competenza parlamentare.

Aspetto altamente inquietante è anche quello riguardante la coscienza dei medici che saranno chiamati ad assistere medicalmente un suicidio assistito. Questa sentenza calpesta senza tanti complimenti il giuramento di Ippocrate e, quindi, la deontologia professionale del medico che è caratterizzata dalla tutela della vita, di qualunque vita. E, invece, i medici vengono trasformati in una sorta di "strumenti" di morte. Bisognerebbe, piuttosto, potenziare la ricerca di farmaci e terapie sempre più efficaci per le cure palliative e che i medici siano messi in condizioni di poter somministrare tali cure ad ogni paziente.

Molti obiettano che una sentenza del genere non obbliga nessuno contro la propria volontà e che sia stata "aumentata" la libertà di ognuno. Niente di più illusorio ed ingannevole: la morte non è libertà, essere liberi significa rendere dignitosa la propria vita, la morte invece la vita la distrugge e basta. Sembra che non si capisca che una volta venuto meno il principio di inviolabilità della vita innocente non può più esserci limitazioni o paletti in grado di fermare una deriva di morte. Niente potrà essere più considerato impossibile o irraggiungibile.

venerdì 30 agosto 2019

Biglino e l'importanza della Septuaginta

Lo studioso torinese Mauro Biglino raccoglie un cospicuo consenso da parte di un nutrito gruppo di entusiastici fans perché presenta loro, attraverso pubblicazioni librarie e conferenze, le presunte prove di un planetario complotto che le religioni avrebbero ordito contro l’umanità. La sensazionale scoperta di Biglino sarebbe quella che la Bibbia, sia il vecchio che il nuovo Testamento, sarebbe stata manipolata e subdolamente interpretata, per far in modo che si credesse che parlasse di Dio, mentre invece non farebbe altro che riferirsi a dei non meglio identificati alieni, gli “elohim”, che avrebbero visitato il nostro pianeta in un lontanissimo passato. Per poter affermare con tanta sicurezza una tesi del genere, Biglino ripudia le comuni e riconosciute traduzioni del testo ebraico, ritenute tutte false, per proporne di nuove che a suo dire sarebbero quelle giuste.

Ovviamente questa pretesa è del tutto assurda, infatti Biglino non è un linguista e nemmeno un filologo, non ha alcun titolo riconosciuto come traduttore dall’ebraico biblico, le sue fantasiose traduzioni non poggiano su alcuna solida base scientifica, sono solo il frutto di congetture del tutto personali. Sfruttando la grande polisemia della lingua ebraica, Biglino “sceglie” nel campo semantico di ogni parola il significato più confacente per le sue tesi, ignorando bellamente tradizioni, contesti e dizionari. A mettere in crisi questo modo di fare, quindi, sono le versioni, cioè le traduzioni, del testo ebraico che, essendo più precise, eliminano ogni ambiguità. Prima fra tutte è certamente la traduzione in greco del testo ebraico della Bibbia, cioè la “Septuaginta”, un testo conosciuto anche come la “Versione dei Settanta” od anche semplicemente indicato come ”LXX”, composto tra il III secolo ed il II secolo a.C. Tale versione risolve tutte le questioni di traduzione sollevate ad arte da Biglino, infatti la “Septuaginta” traduce tranquillamente i vari termini ebraici che riguardano Dio così come li troviamo in ogni edizione odierna della Bibbia. Così abbiamo “eternità” per “olam”, “vergine” per “almah”, “onnipotente” per “el shaddai”, “gloria” per “kavòd”, e così via. Ma specialmente, nella Septuaginta, troviamo sempre il termine “Dio” (θεός) per tradurre la parola ebraica “elohim”. 

Questo testo in greco, antichissimo, distrugge tutto il castello in aria di Biglino, ed è per questo motivo che lo studioso torinese, nelle sue conferenze, si scaglia furioso contro di esso cercando di screditarlo: “Sapete cosa pensano gli ebrei della Settanta? Che è una disgrazia dell’umanità!” ed ancora: “La traduzione greca della Bibbia è per eccellenza l’emblema della manipolazione ideologico-teologica fatta a tavolino per conquistare il potere”. Parole senza alcun senso, frutto di una disperata lotta di Biglino contro un’evidenza in grado di distruggere tutte le sue fantasie. Vediamo il perché.

Biglino rifiuta l’autorità della Septuaginta perché gli ebrei la considerano “una disgrazia dell’umanità”. Ciò che, però, lo studioso torinese si guarda bene dal dire ai suoi ascoltatori, è che questo impietoso giudizio è formulato da rabbini ebrei da lui consultati. Ma nei tempi antichi non tutti gli ebrei erano di questo avviso, specialmente nel I secolo d.C. la Septuaginta era tenuta in grande considerazione, per loro era un testo molto importante. Ad esempio due personaggi molto importanti di cultura ebraica vissuti in quel periodo, come il filosofo Filone di Alessandria e lo storico Giuseppe Flavio, sostenevano che la Septuaginta fosse stata ispirata da Dio (Ernst Würthwein “The Text of the Old Testament “ trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich. Eerdmans, 1995). La Septuaginta è stata realizzata nell’ambiente culturale alessandrino, quando ormai gli ebrei erano tutti di lingua greca e non riuscivano più a capire l’ebraico, per risolvere un’esigenza culturale della comunità ebraica che desiderava possedere una letteratura antica al pari della comunità greca. La tradizione vuole che la Septuaginta sia stata realizzata, traducendo direttamente dall’ebraico ad Alessandria d’Egitto, da 70 saggi provenienti da ogni parte del mondo ebraico, tra il III e il II secolo a.C. (Karen H. Jobes, Moisés Silva Baker “Invitation to the Septuagint” - Academic, 2000). Le origini di tale traduzione sono riportate in una lettera del II secolo a.C. (lettera dello pseudo-aristea), dove viene narrato come i settanta traduttori avrebbero lavorato ognuno indipendentemente dall’altro e come sorprendentemente le settanta traduzioni fossero tutte uguali. Si tratta, ovviamente, di una leggenda, ma questa storia testimonia l'alta considerazione che questa versione godeva presso l'ebraismo antico. La Septuaginta era così importante che fu la base per le versioni dell'Antico Testamento nel vecchio linguaggio slavonico della Chiesa, in siriaco, in armeno, in georgiano e in lingua copta (Ernst Würthwein “The Text of the Old Testament “ trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich.: Eerdmans, 1995). Questa versione costituisce tuttora la versione liturgica dell'Antico Testamento per le Chiese ortodosse orientali di tradizione greca.

Ma c’è di più, un elemento di grande importanza per tutti i cristiani è il fatto che la Septuaginta viene citata spesso dal Nuovo Testamento e dai Padri Apostolici. Nel Nuovo Testamento ci sono circa 350 citazioni dall’Antico Testamento e circa 300 di queste provengono dalla versione greca della Septuaginta. La Chiesa cristiana primitiva utilizzò a lungo la Septuaginta, in quanto molti fedeli erano, ormai, di madrelingua greca, ed anche perché il greco era una lingua molto diffusa nell'Impero Romano. I Padri della Chiesa avevano un grande considerazione dell'opinione sostenuta da Filone di Alessandria che la Septuaginta fosse uno scritto miracoloso di origine inspirata. Tutto ciò deriva dal fatto che gli autori del Nuovo Testamento quando citano le scritture giudaiche dell'Antico Testamento o quando commentano Gesù che le cita, usano liberamente la Septuaginta, rendendo implicito che Gesù, i suoi Apostoli e i discepoli la consideravano affidabile (H. B. Swete, “An Introduction to the Old Testament in Greek”, revised by R.R. Ottley, 1914; reprint, Peabody, Mass.: Hendrickson, 1989). La Chiesa ortodossa orientale utilizza tutt'ora la Septuaginta come base per le traduzioni in lingua moderna e la Chiesa Ortodossa Greca la usa direttamente nella sua liturgia. Le Bibbie cattoliche usano traduzioni che si basano sul testo masoretico, ma utilizzano la Septuaginta per scegliere fra le possibili varianti quando il testo ebraico è ambiguo, corrotto o poco chiaro. La Septuaginta, quindi, era diffusa e molto considerata, non solo presso la comunità ebraica alessandrina, ma in tutto il Medio Oriente, fu scritta da ebrei per altri ebrei, senza nessuna volontà di favorire o giustificare il cristianesimo, che ancora non esisteva. 

Per contrastare questa solare evidenza Biglino è costretto a ricorrere alla “teoria del complotto”, cioè all’ipotesi che la traduzione greca della Bibbia non sia altro che una manipolazione ideologico-teologica operata sotto l’influsso della filosofia ellenistica. Ovviamente Biglino non fornisce alcuna prova di quello che afferma, non dice chi avrebbe operato tale manipolazione, e quali sarebbero tali manomissioni, per lui la corruzione del testo greco sarebbe provata dal fatto che è molto diverso da quello masoretico. Convinzione del tutto erronea per diversi motivi: innanzitutto la Septuaginta è antichissima, molto di più della versione ebraica masoretica, i suoi più antichi manoscritti comprendono frammenti di Levitico e Deuteronomio, risalenti al II secolo a.C. (Rahlfs nn. 801, 819, e 957), e frammenti del I secolo a.C. di Genesi, Levitico, Numeri, Deuteronomio e Profeti Minori (Rahlfs nn. 802, 803, 805, 848, 942, e 943). Manoscritti relativamente completi della Septuaginta sono il Codex Vaticanus e il Codex Sinaiticus del IV secolo e il Codex Alexandrinus del V secolo. Niente a che vedere con il testo ebraico masoretico del quale la copia più antica risale solamente all’XI sec. d.C. (Codex Lenigradensis). La Septuaginta contiene memoria di antichissimi manoscritti che non sono confluiti nel testo masoretico, ma che sono stati ritrovati nella biblioteca di Qumran e che circolavano in Egitto al momento della traduzione della Septuaginta (Emanuel Tov, Textual Criticism of the Hebraic Bible, The Netherlands, Uitgeverij Van Gorcum, 2001). Se pensiamo al fatto che gli ultimi libri del Tanack ebraico, come Esdra, Neemia, 1-2 Cronache, sono stati composti tra il IV ed il III secolo a.C., e che la traduzione greca della Septuaginta risale al III secolo a.C., possiamo vedere che tra il testo greco e quello ebraico non c’è una grande differenza temporale, ma, anzi, sono quasi coevi. Tutto ciò testimonia una solida attendibilità della Septuaginta

La tesi che la Septuaginta non sia altro che una versione ellenizzata e corrotta dell’Antico Testamento, in cui vi sarebbe stata inserita l’idea di un Dio onnipotente ed eterno che ha creato tutto dal niente, è completamente da rigettare. Con la scoperta dei rotoli di Qumran si è riscontrato che la Septuaginta è identica ad alcuni dei manoscritti in lingua ebraica ritrovati in quelle grotte. Ciò significa che le differenze tra la Septuaginta ed il testo masoretico non dipendono da manomissioni o correzioni ideologiche, come afferma Biglino, ma dal fatto che il testo ebraico utilizzato al tempo della traduzione greca della Septuaginta era diverso da quello masoretico. 

Affermare, quindi, che la Septuaginta sia un testo inaffidabile è semplicemente assurdo. Questo è quello che dicono gli ebrei odierni, quelli che ha contattato Biglino, ma tutto ciò, come abbiamo visto, non corrisponde alla realtà dei fatti. La traduzione greca era ritenuta importante in tutta l’area mediorientale e non solo in Egitto. Tra i vangeli canonici, quello attribuito a Matteo, che per gli studiosi è stato composto in Galilea per un pubblico ebraico (Stanley P. Saunders, Eerdmans dictionary of the Bible, Wm. B. Eerdmans Publishing Company, 2000, pp. 871-873), è pieno di riferimenti all’Antico Testamento presi direttamente dalla Septuaginta. Il fatto, poi, che tra i rotoli del Mar Morto sono stati rinvenuti diversi manoscritti della Septuaginta mostra come anche tra gli ultra-tradizionalisti esseni questa traduzione fosse tenuta in gran conto. 

Ci sarebbe, allora da chiedersi: come mai gli ebrei hanno successivamente ripudiato la validità della Septuaginta? Il principale motivo è da ricercarsi nel fatto che la Septuaginta divenne da subito la Bibbia delle nascenti comunità cristiane e questo loro uso accrebbe sempre più il disappunto giudaico. A testimoniare tale distacco dalla versione originaria della Septuaginta sono le revisioni successive, note coi nomi di Aquila, Simmaco e Teodozione, che hanno rimaneggiato la Septuaginta cercando di togliere gli elementi scomodi per la visione giudaica. Ad esempio il vescovo di Lione, Ireneo, nel II secolo affermava: «Dio in verità si è fatto uomo, e il Signore stesso ci ha salvati, dando il segno della vergine, ma non come dicono alcuni, che ora osano tradurre la Scrittura: "Ecco, una giovane donna concepirà e partorirà un figlio" come hanno fatto Teodozione di Efeso e Aquila del Ponto, entrambi proseliti ebrei; seguendo la loro interpretazione gli Ebioniti dicono che Lui è stato generato da Giuseppe» (Citazione di Eusebio di Cesarea in “Historia Ecclesiastica", V cap. 8, Documenta Catholica Omnia”).

Con la Septuaginta, e tutte le sue successive versioni giudaizzanti, siamo di fronte ad una tradizione testuale antichissima che da sola è in grado di sbaragliare tutte le pretestuose polemiche di Biglino su immaginarie false traduzioni. Basta pensare che in tutte queste traduzioni il termine ebraico “elohim” è sempre tradotto con “Dio”. Già solo questo fatto rende Biglino un fenomeno da baraccone. 


Bibliografia 

J. Gwynn, Theodotion, otherwise Theodotus, in Wace Henry; William Coleman Piercy (a cura di) "A Dictionary of Christian Biography and Literature to the End of the Sixth Century A.D., with an Account of the Principal Sects and Heresies" Londra, J. Murray, 1911;
G. Driver "Introduction to the Old Testament of the New English Bible" 1970;
H. B. Swete, “An Introduction to the Old Testament in Greek”, revised by R.R. Ottley, 1914; reprint, Peabody, Mass.: Hendrickson, 1989;
E. Würthwein “The Text of the Old Testament“ trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich.: Eerdmans, 1995;
Karen H. Jobes, Moisés Silva Baker “Invitation to the Septuagint” - Academic, 2000;
S. P. Saunders "Eerdmans dictionary of the Bible", Wm. B. Eerdmans Publishing Company, 2000;
E. Tov, "Textual Criticism of the Hebraic Bible", The Netherlands, Uitgeverij Van Gorcum, 2001;

venerdì 9 agosto 2019

I miti sulle crociate: le Crociate furono un atto di aggressione all’Islam


Tra le convinzioni più diffuse riguardo alle crociate c’è sicuramente quella secondo la quale queste guerre furono scatenate per una smodata bramosia di potere e conquista da parte degli aggressivi e potenti regni cristiani europei. Inoltre, secondo questa visione, la famosa chiamata alla Crociata operata da Papa Urbano II nel 1095 nella città francese di Clermont, non fu altro che una scaltra operazione politica per permettere alla Chiesa Cattolica di imporre la propria influenza anche sui territori controllati dall’impero bizantino. Ancora oggi questa visione è largamente accettata e condivisa e costituisce uno dei miti anticattolici maggiormente presenti nell’immaginario collettivo. Ciò che suscita maggior stupore è che tale erronea convinzione non è diffusa solo come comune diceria, ma è ancora accreditata a livello accademico. A esempio il direttore del Dipartimento degli studi islamici dell’American University di Washington, D.C., ebbe a dire: “Le crociate hanno lasciato una memoria storica che ci accompagna ancora oggi: quella di una lunga aggressione da parte dell’Europa” (Andrew Curry “The Crusades, The First Holy War”, US News and World Report, 8 aprile 2002, p.36). Incredibilmente molti storici sono ancora convinti delle mire espansionistiche del Papa, come ad esempio Carl Erdmann (1898-1945), secondo il quale Urbano II non aveva alcuna motivazione religiosa. Il Papa avrebbe solo avuto l’interesse ad intervenire militarmente presso i bizantini al fine di consolidare la propria autorità sulla Chiesa d’Oriente (C. Erdmann “Alle origini dell’idea di crociata”. Centro italiano di studi sull’alto medioevo, Spoleto 1996). 

Siamo di fronte all’ennesimo mito anticattolico, un travisamento della storia così palese e netto che appare incredibile come questa mistificazione possa avere un certo credito ancora oggi. Mentre l’appello del Papa alla Crociata contro l’Islam è comunemente considerato tra i più grandi scandali della Chiesa Cattolica, viene generalmente sottaciuto il fatto che quella chiamata alle armi fu la risposta che un accorato e preoccupato Urbano II diede alla disperata richiesta di aiuto formulata dall’imperatore bizantino Alessio I Comneno contro i turchi selgiuchidi, che si trovavano ormai a 100 chilometri da Costantinopoli. Richiesta d’aiuto reiterata anche nei confronti del conte Roberto II di Fiandra, da alcuni ritenuta un falso, ma che è invece confermata da diverse fonti (E. Joranson, "The problem of the Spurious Letter of Emperor Alexius to the Count of Flanders", Am. Hist. Rev., 55 (1950), p. 811). Il Papa, inoltre, intese denunciare anche il grande pericolo che incombeva sulla pia pratica del pellegrinaggio in Terrasanta con i pellegrini che venivano sistematicamente perseguitati e sottoposti ad ogni sorta di vessazioni e persecuzioni. Da un punto di vista più ampio è ormai certo che l’appello del Papa non fece altro che tradurre in fatti la consapevolezza che ormai si era fatta strada presso tutti i principi europei, cioè che l’Islam, dopo aver conquistato tutto il nord Africa e la Spagna, stava invadendo anche l'impero bizantino realizzando un vero e proprio accerchiamento con una “morsa a tenaglia”. 

La chiamata alle armi per intraprendere la lotta contro l’invasore islamico aveva chiaramente il carattere di un sacrificio per la salvezza della cristianità, i cristiani furono chiamati a mobilitarsi per la salvezza di coloro che sono angariati e perseguitati, senza altro guadagno che il perdono di tutti i propri peccati. Il Concilio di Clermont, indetto dal papa prima del famoso appello alla prima crociata, dichiarava chiaramente: “Chiunque si metterà in cammino per liberare la Chiesa di Dio a Gerusalemme, spinto unicamente dalla devozione in nostro Signore e non da avidità di guadagno o gloria, consideri quel cammino come una penitenza per tutti i suoi peccati” (E. Peters “The First Crusade; The Chronicle of Fulcher of Chartres and Other Source Materials” University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1998, pag, 37). Papa Urbano II, nel suo appello alla crociata, stabilì un nuovo principio secondo il quale chiunque partecipava alla crociata moralmente entrava in un ordine monastico ed aveva la certezza della salvezza eterna. Guiberto di Nogent, monaco benedettino, storico e teologo, testimone dell’evento, così ricorda le parole pronunciate da Urbano II a Clermont: “Dio ha voluto che il nostro tempo conoscesse una guerra santa, sicché l’ordine dei cavalieri […] che non fanno che massacrarsi a vicenda […] ora può trovare un modo nuovo per guadagnarsi la salvezza” (E. Peters “The First Crusade; The Chronicle of Fulcher of Chartres and Other Source Materials” University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1998, pp. 12-13). 
A tal proposito il grande storico delle Crociate, Jonathan Riley Smith, osserva chiaramente che “Urbano II non si stancava mai di ribadire che la crociata era un’opera pia con l’unico scopo di rimettere i peccati se affrontata con la giusta predisposizione di spirito. In questo l’idea della crociata era rivoluzionaria perché la poneva sullo stesso piano della preghiera, della carità e del digiuno” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag. 9). 

Nel giudicare il fenomeno delle Crociate viene troppo spesso dimenticato che la Palestina, occupata dall’Islam, era stata, oltre che politicamente, un patrimonio spirituale e religioso cristiano. Tale territorio era la “Terrasanta” dei cristiani, dove il Figlio di Dio era nato, vissuto, aveva patito ed era morto e risorto per il riscatto di ogni uomo dal male e dal peccato, divenendo il Salvatore dell’umanità. Ciò significava, idealmente e in concreto, che la Palestina era la terra della salvezza di ogni battezzato al mondo. L’Islam se ne impadronì con la forza delle armi e perseguitava i cristiani che vi risiedevano ed i pellegrini. Per il papa ed i crociati il vero scopo della crociata era la liberazione dei luoghi santi. A provare tutto ciò è l’analisi dei tanti documenti che ci sono pervenuti e che il grande storico delle Crociate Riley Smith ha meticolosamente studiato. Ad esempio Raimondo di Saint-Gilles, capitano della prima crociata, annunciò di partire “in pellegrinaggio per muovere guerra a genti straniere e sconfiggere popoli barbari, per tema che la santa città di Gerusalemme sia tenuta prigioniera e affinché il Santo Sepolcro di nostro Signore Gesù Cristo non sia più contaminato” (Jonathan Riley Smith “The First Crusaders, 1095-1131” Cambridge University Press, Cambridge 1997, pag. 62). Così anche Goffredo di Buglione ed il fratello Baldovino di Boulogne, altri capitani della prima Crociata, che lasciarono alla madre le loro disposizioni testamentarie nel caso fossero periti nella crociata, cioè “dalla battaglia di Gerusalemme nel nome di Dio” (Jonathan Riley Smith “The First Crusaders, 1095-1131” Cambridge University Press, Cambridge 1997, pag. 63). 

Un argomento che generalmente viene portato a sostegno della tesi che le Crociate siano state delle guerre di aggressione è il fatto che dalla conquista islamica, avvenuta agli inizi del VII secolo, la Palestina divenne un territorio islamico, dove si viveva in pace, senza alcuna rivendicazione da parte dei bizantini. Ma si tratta dell’ennesima falsità, infatti non è vero che per quattro secoli gli islamici potettero disporre delle loro conquiste senza reazioni da parte dei bizantini. Nel 960 il generale bizantino Niceforo Foca condusse una guerra di liberazione riguadagnando il controllo di Creta, Cipro, della Cilicia e di parte della Siria. Nel 974 l’imperatore bizantino Foca riconquistò addirittura Antiochia, finché non vennero i Turchi e l’impero bizantino si ridusse praticamente alla sola Costantinopoli (S. Runciman, “Storia delle crociate” Einaudi, Torino1966, vol. I, pag. 29). Quindi quei territori non furono mai considerati legittimamente appartenenti all’Islam, ma sempre un’appropriazione indebita strenuamente contrastata. 

Chiudo questo articolo riportando una illuminata sintesi dello storico Riley-Smith: “La crociata era combattuta contro quanti venivano percepiti come nemici interni o esterni della Cristianità per il recupero di proprietà cristiane, oppure in difesa della Chiesa e dei cristiani. Le offese ai cristiani o alla Chiesa davano ai crociati l’opportunità di esprimere amore verso i loro fratelli oppressi o minacciati e di farlo con una giusta causa, che era sempre relativa al mondo cristiano nel suo insieme […] Secondo i papi, i musulmani non soltanto avevano occupato territori cristiani in Spagna e in Oriente, compresa una terra santificata da Cristo con la sua presenza e da lui fatta propria, ma avevano anche imposto la loro tirannia di infedeli ai cristiani che vi abitavano" (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.30) 




Bibliografia 

C. Erdmann “Alle origini dell’idea di crociata”. Centro italiano di studi sull’alto medioevo, Spoleto 1996; 
S. Runciman, “Storia delle crociate” Einaudi, Torino1966; 
J. Riley Smith “The First Crusaders, 1095-1131” Cambridge University Press, Cambridge 1997; 
E. Peters “The First Crusade; The Chronicle of Fulcher of Chartres and Other Source Materials” University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1998 
J. Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
Christopher Tyerman "L'invenzione delle crociate" Einaudi, 2000; 
Rodney Stark "Gli eserciti di Dio", Lindau, 2010.