venerdì 10 agosto 2018

L'Argentina sceglie la tutela della vita umana

Finalmente una bellissima notizia, l’Argentina, dopo un combattuto e sofferto confronto parlamentare dice no all’aborto. Il Senato ha respinto il progetto di legge sull’interruzione volontaria della gravidanza trasmesso dalla Camera, che lo aveva approvato a giugno di stretta misura, per la legalizzazione dell’aborto nelle prime 14 settimane di gravidanza. Ad ottenere questo splendido risultato è stata la maggioranza del voto femminile pro-life e l'intensa attività sociale della Chiesa cattolica che si è schierata con forza a difesa della vita umana indifesa. L'arcivescovo di Buenos Aires, Mario Poli, ha dichiarato: “Il disegno di legge mette degli esseri umani indifesi e vulnerabili che si trovano in gestazione, in una strada senza uscita, senza possibilità di difendersi, senza giudizio né processo”. Il tunnel nero laicista, l'incredibile follia della legalizzazione dell'omicidio, ha ricevuto un grosso ammonimento: l'aborto è sempre un omicidio, la vita umana è un valore fondamentale che, in quanto tale, non può essere relativizzato, la vita umana deve essere sempre difesa e tutelata. 
Dopo gli strombazzamenti di maggio scorso, durante i quali su tutti i media si magnificava la triste svolta laicista dell'Irlanda verso la legalizzazione dell'aborto come segno di progresso e civiltà, la notizia della votazione argentina è passata quasi inosservata, come un qualcosa da dover nascondere. 
Ovviamente si registra qualche strale isterico e farneticante di alcuni siti e commenti laicisti dove, tra le tante assurdità, viene riproposta la solita storia del pericolo dell'aborto clandestino. Per questi commentatori l'aborto sarebbe così giustificato, scegliendo la morte come una soluzione ed affermando un'assurda graduatoria di valore tra la vita del bambino e quella della madre.

Ma, a parte il fatto che il più delle volte il riferimento al numero delle vittime degli aborti clandestini viene opportunamente gonfiato per essere usato come grimaldello per affermare ed imporre all'opinione pubblica una visione abortista, è proprio il concetto di voler sanare un male con un male maggiore ad essere aberrante. E' come se pretendessimo di regolamentare il furto, la truffa, la violenza, lo stupro, ecc. per avere così meno illegalità. Ma che logica distorta è mai questa?

D'altronde il laicismo non ha una logica, ma viaggia sul sentimento del momento: non mi "sento" di avere il bambino? Lo elimino, che problema c'è? Sono maschio e mi "sento" femmina? Cambio sesso, che problema c'è? Sono omosessuale e voglio un figlio? Affitto un utero, che problema c'è? Ovviamente tutti questi "sento" non sono solo delle sensazioni personali, ma diventano dei veri e propri diritti, cioè un ordinamento giuridico che coinvolge tutta la società e che lo Stato deve tutelare e, quindi, sovvenzionare, anche a spese di moltissime persone assennate, costrette a partecipare loro malgrado all'infame operazione. 

Non mi resta, quindi, che tributare un grosso plauso al popolo argentino per questa dimostrazione di umanità e giustizia. Viva l'Argentina!        


mercoledì 11 luglio 2018

Miti anticattolici. Lo Ius primae noctis

I “secoli bui”, dieci per l’esattezza, sono il medioevo nel nostro immaginario collettivo, un’epoca di barbarie, arretratezza, di oscurità al punto che per condannare qualsiasi situazione negativa o comportamento sbagliato spesso bolliamo tutto come “medioevale”. Tutto ciò deriva dal fatto che quel lunghissimo periodo storico fu, in Europa, completamente segnato dal Cristianesimo e, nell’Europa occidentale, sotto la guida indiscussa della Chiesa cattolica, cosicchè divenne imperativo, tra il XVIII ed il XIX secolo, per la nascente storiografia illuminista anticristiana ed anticlericale, raffigurarlo nella luce più cupa e lugubre possibile. 

Tale operazione avvenne nei modi più disparati, dalla fabbricazione di documenti falsi fino alla creazione di leggende, alcune delle quali veramente ridicole, come quella del cosiddetto “Ius primae noctis”, cioè una ipotetica legge che avrebbe consentito al padrone di un fondo di poter disporre delle mogli dei servi della gleba ivi residenti, per la prima notte di nozze. Ad esempio scrive uno dei più grossi mistificatori illuministi, il tanto celebrato Voltaire: “Le usanze più ridicole e più barbare sono state allora [nel medioevo] stabilite. I signori avevano inventato il droit de cuissage, di marchetta, di prelibazione, cioè di giacere la prima notte con le donne popolane loro vassalle appena sposate. Vescovi e abati avevano questo diritto in quanto baroni, e alcuni nel secolo scorso si sono fatti pagare per rinunciare a questo strano diritto, che si estendeva in Scozia, Lombardia, Germania e nelle province della Francia. Queste le usanze diffuse al tempo delle crociate” (Voltaire “Essai sur les mœurs et l'esprit des nations” 1756, vol. 11, cap. 52). 

Infatti, secondo la visione illuminista anticattolica, che segnò la prima storiografia dell'età moderna, il servo della gleba era erroneamente considerato legato alla proprietà padronale, come una sorta di schiavo, in modo che la sua vita fosse completamente subordinata all’autorità del feudatario, vescovo o chiunque altro, padrone del fondo. 

Fu un’operazione di indubbio successo infatti questa storia dello “Ius primae noctis” si affermò in modo importante al punto che divenne normale, scontato, ogniqualvolta ci si interessava di medioevo, farne puntuale riferimento. E’ il caso, ad esempio, di molte rappresentazioni teatrali come “Il matrimonio di Figaro” (1778) di Beaumarchais che ispirò “Le nozze di Figaro” di Mozart, di romanzi, come “I pilastri della terra”, l’immaginario medioevo di Ken Follett, o pellicole cinematografiche come “Il principe guerriero” del 1965, con Charlton Heston, o il famosissimo “Braveheart” del 1995 di e con Mel Gibson. 

Tantissimi ne hanno parlato, scritto e sceneggiato, eppure siamo di fronte all’ennesimo mito anticattolico, perché questo “Ius primae noctis” è solo una leggenda. Non esiste alcun documento medioevale che testimoni o che confermi l’esistenza di una legge del genere. Gli storici moderni sono tutti completamente d’accordo a ritenere l’intera questione solamente una falsità. Afferma uno degli storici contemporanei più apprezzati, specialista in storia del medioevo, Alessandro Barbero: “Lo ius primae noctis è una straordinaria fantasia che il medioevo ha creato, che è nata alla fine del medioevo, ed a cui hanno creduto così tanto, che c'era quasi il rischio che qualcuno volesse metterlo in pratica davvero, anche se non risulta che sia mai successo davvero. In realtà è una fantasia: non è mai esistito” (Alessandro Barbero “Medioevo da non credere. Lo ius primae noctis” Festival della Mente, Sarzana, 31 agosto 2013). 

L’autorevolissima storica del medioevo Régine Pernoud ha precisato che nel corso del X secolo venne istituito un “diritto signorile”, cioè l’uso di reclamare un’indennità pecuniaria dal contadino che spostandosi dal proprio feudo si trasferiva ad un altro. Si trattava, quindi, solamente di una mera richiesta economica. Scrive la Pernoud: “…l'usanza di reclamare un'indennità pecuniaria dal servo che lasciava il feudo per sposarsi in un altro fece nascere il famoso "diritto signorile" sul quale si sono dette tante sciocchezze”. (Régine Pernoud ”Luce del Medioevo” Milano, Piero Gribaudi Editore, 2007, pag. 52). 

Non c’è alcuna testimonianza della reale esistenza e diffusione di un tale diritto nell'Europa medievale. Non ne è rintracciabile alcuna menzione, né da parte delle autorità laiche, né da parte di quelle ecclesiastiche. Tutto ciò ha portato gran parte della moderna critica storiografica a considerare lo “Ius primae noctis” un "mito", l’ennesimo, a carico dell'epoca medievale. Un mito sopravvissuto solo perché “maliziosamente” producente ad incolpare la Chiesa cattolica. 


Bibliografia 

Voltaire “Essai sur les mœurs et l'esprit des nations” 1756, vol. 11; 
Félix Liebrecht "Das Jus primae noctis", Orient und Occident, 2, 1864; 
Karl Schmidt "Der Streit über Jus primae noctis", Unger, Berlin 1884; 
Régine Pernoud ”Luce del Medioevo” Milano, Piero Gribaudi Editore, 2007; 
Alessandro Barbero “Medioevo da non credere. Lo ius primae noctis” Festival della Mente, Sarzana, 31 agosto 2013.

mercoledì 4 luglio 2018

I miti sulle Crociate. Le popolazioni cristiane e le comunità ebree dei paesi conquistati accolsero i musulmani come liberatori

Un mito molto diffuso sulla storia dei rapporti tra l’Islam e l’Occidente cristiano riguarda la sorprendente velocità con cui l’Islam si diffuse nei secoli VII ed VIII. Secondo la credenza convenzionale il motivo principale di tale fulminea espansione fu il favore che le popolazione cristiane ed ebree tributavano alle armate musulmane accolte come dei liberatori. Dovunque, dal Medio Oriente all’Africa del nord, fino alla Persia la dominazione oppressiva dei governi bizantino e persiano avrebbero indotto le popolazioni locali cristiane, ebree e zoroastriane a convertirsi in massa all’Islam ed ad accogliere favorevolmente l’occupazione musulmana. 

Questa fantasia, prima di divenire un elemento della falsa storiografia illuminista, fu inizialmente propagandata da alcuni storici musulmani del IX secolo che, a più di due secoli dai fatti, narrarono di popolazioni oppresse che preferirono il dominio musulmano a quello bizantino. Ad esempio scrive lo storico musulmano Al-Baladhuri: "La gente di Ḥims (cioè Emesa, l’odierna Homs in Siria) replicò [ai musulmani]: "Gradiamo il vostro governo e la vostra giustizia assai più dello stato di oppressione e di tirannia nel quale ci troviamo. Cacceremo dalla città con l'aiuto del vostro ʿāmil [comandante] l'esercito di Eraclio". Gli ebrei si alzarono e dissero: "Noi giuriamo sulla Torah che nessun governatore di Eraclio entrerà nella città di Ḥims prima che noi saremo sgominati e afflitti!" [...] Gli abitanti delle altre città — cristiane e israelitiche — che avevano capitolato di fronte ai musulmani, fecero lo stesso [...] Quando, con l'aiuto di Allah, i "miscredenti" furono sbaragliati e i musulmani ebbero vinto, gli abitanti spalancarono le porte delle loro città, ne uscirono con cantori e musicisti che cominciarono a suonare, e pagarono il kharāj". (Al-Balādhurī “La Battaglia dello Yarmuk (636)” Sahas, 1972, p. 23). 

Questa immagine idilliaca di suoni, canti e balli delle popolazioni soggette ai bizantini ed ai persiani davanti alle armate musulmane è smentita dalle fonti storiche contemporanee ai fatti le quali ci informano che in genere le città cristiane appartenenti all’impero bizantino resistettero fieramente all’occupazione musulmana. Quando nel dicembre del 639 il generale musulmano Amr ibn al-ʿĀṣ diede inizio all’occupazione dell’Egitto, la città di Pelusium che si trovava sulla direttiva dell’invasione, lungi dall’aprire immediatamente le sue porte, resistette per circa due mesi prima di venire espugnata. Stessa sorte toccò alla città di Bilbays, che fu invitata da ‘Amr ad arrendersi ricordando il legame esistente tra Egiziani e Arabi per via del personaggio biblico di Hāgar. Ma gli Egiziani opposero lo stesso un netto rifiuto e così subirono un pesante assedio che durò un mese, con la caduta della città che avvenne verso la fine di marzo del 640 (Alfred Butler ”The invasion of Egypt”, p. 216). Poi fu la volta di Alessandria, la grande capitale egiziana, che subì un durissimo assedio di circa sei mesi prima di arrendersi. Una osservatrice contemporanea racconta: “Quando i mussulmani arrivarono a Nikiou [piccola città fortificata vicino al Cairo] non ci fu un soldato che riuscì ad opporre loro resistenza. Essi occuparono la città e massacrarono chiunque incontrassero per strada e nelle chiese, uomini, donne e bambini, senza risparmiare nessuno. Quindi raggiunsero altre località, saccheggiando e uccidendo tutti gli abitanti che trovavano […] ‘Amr martoriò l’Egitto […] Sottrasse all’Egitto un ingente bottino e un gran numero di prigionieri […] così che i musulmani fecero ritorno in patri carichi di ricchezze e di schiavi” (Bat Ye’or “The Decline of Eastern Christianity Under Islam: From Jihad to Dhimmitude” Fairleight Dickinson University Press, Madison (NJ), pp 271-272). 

Così fu anche durante l’invasione della Siria bizantina, che iniziò nel 634 sotto i califfi Abū Bakr e ʿOmar b. al-Khaṭṭāb: Damasco fu conquistata nel settembre del 634 dopo un mese d’assedio, la città di Emesa nel 636 dopo due mesi d’assedio (voce "Syria", Encyclopædia Britannica Online, 20 Oct. 2006) e in Palestina, nel 637, dove la città santa per eccellenza del cristianesimo, Gerusalemme, resistette sei mesi prima di arrendersi. Questo assedio iniziò nel novembre del 636 da parte dell'esercito del califfato Rashidun, sotto il comando di Abu Ubaidah. Dopo sei mesi di assedio, il Patriarca Sofronio, vista l’impossibilità di portare avanti l’impari lotta, accettò la resa della città. Nel mese di aprile 637, il califfo Omar si recò di persona a Gerusalemme per ottenere la sottomissione della città, si stabilì nella spianata dove sorgeva il Tempio di Gerusalemme e decise che quello doveva essere il luogo esatto da cui il profeta Maometto, secondo una “avventurosa” interpretazione del primo versetto della XVII sura del Corano, era asceso al Paradiso. Il povero patriarca Sofronio non poté fare altro che commentare amaramente: “Ecco l’abominio della desolazione di cui ha parlato il profeta Daniele” (Steve Runciman “Storia delle Crociate”, Einaudi, Torino 1966, vol. I, pag. 7). 

Anche a nord, la cristiana Armenia si oppose strenuamente all’occupazione islamica pagando per questo un tributo pesantissimo. Un cronista contemporaneo racconta: “L’esercito nemico entro nel paese come una furia e sterminò a colpi di spada i suoi abitanti […] Quindi, dopo qualche giorno di pausa gli ismaeliti [cioè gli arabi] tornarono da dove erano venuti trascinandosi dietro una moltitudine di prigionieri, pari a trentacinquemila uomini” (Bat Ye’or “The Decline of Eastern Christianity Under Islam: From Jihad to Dhimmitude” Fairleight Dickinson University Press, Madison (NJ), pp 275). 

Stesso atteggiamento tennero i musulmani in Asia Minore, nella Cilicia e nella città di Cesarea che per la sua resistenza fu duramente punita. Le cronache raccontano: “Essi [i mussulmani] invasero la Cilicia e si procurarono molti prigionieri […] e quando arrivò Mu’awiyah ordinò che tutti gli abitanti fossero passati a fil di spada; inoltre sistemò ovunque delle guardie in modo che nessuno potesse fuggire. Quindi, dopo aver raccolto tutte le ricchezze della città, i Ta’i’ [cioè i mussulmani] presero a torturare i capi affinché mostrassero loro le cose [i tesori] nascoste. In quel disgraziato paese essi ridussero in schiavitù l’intera popolazione, uomini e donne, ragazzi e ragazze, e si macchiarono di ogni sorta di nefandezze; ma le peggiori infamie le commisero nelle chiese” (Bat Ye’or “The Decline of Eastern Christianity Under Islam: From Jihad to Dhimmitude” Fairleight Dickinson University Press, Madison (NJ), pp 276-277). 

Anche la notizia che in tutti i territori conquistati dalle armate musulmane il “buon” governo degli Arabi determinò subito imponenti conversioni in massa all’islam è del tutto falsa. Prima che i paesi conquistati potessero considerarsi veramente islamizzati ci vollero parecchi anni. A governare su intere popolazioni cristiane furono per molto tempo i pochi membri dell’élite araba (R. Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010, pag. 46). Ad esempio, nella Persia orientale, l’odierno Iran, gli abitanti si ribellarono per più di un secolo al dominio islamico, scatenandosi addosso la repressione più brutale. Dovettero trascorrere 200 anni dal momento della conquista Araba al momento in cui metà degli abitanti divenne musulmana. In Siria tale periodo durò circa 250 anni, mentre in Egitto e Nord Africa almeno 264 anni (R. Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010, pag. 46). 



Bibliografia 

S. Runciman “Storia delle Crociate”, Einaudi, Torino 1966; 
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992; 
Jonathan Riley Smith “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
Thomas F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005; 
R. Spencer “Guida all’Islam e alle Crociate” Lindau, Torino 2008; 
R. Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010;

martedì 19 giugno 2018

Biglino e la creazione di Dio

Il tema che affronto in questo articolo riguarda la creazione del mondo così come viene riportata dalla Bibbia nel racconto presente al primo capitolo della Genesi. Mauro Biglino, il nostro “studioso” che imperversa su You tube attraverso decine e decine di video delle sue conferenze, osannato da una schiera di seguaci che lo segue ciecamente anche se la maggioranza di loro sente parlare di tali argomenti per la prima volta, afferma sicuro che non esiste alcuna creazione nella Bibbia. Secondo lui l’idea di una creazione sarebbe solo il frutto di un inganno ordito da non meglio specificati teologi e filologi e che, in realtà, chi scrisse la Genesi non pensava affatto che il mondo fosse stato creato da un dio. 


In molti suoi video Biglino afferma apertamente: “In principio Dio creò i cieli e la terra”. Se la Bibbia va letta in modo allegorico e metaforico, allora è chiaro che non sapendo chi ha creato la terra la sua origine viene attribuita ad un Dio. Ed invece no, si dice che in questo caso l’interpretazione è letterale, è ovvio che Dio ha creato l’universo. Quando, finalmente, si arriverà ad ammettere che il verbo “barà” non significa “creare”, tanto meno “creare dal nulla“, si smetterà di citare quel versetto perché non parla di creazione, perché il termine, il concetto, il verbo “creazione” nell’ebraico biblico non esiste. Il termine “barà” esprime il concetto di intervenire in una situazione già esistente per modificarla”. 

Per poter supportare la sua balzana idea che nella Bibbia non si parli di Dio, Biglino deve per forza negare che nella Genesi venga raccontata una creazione e men che mai una creazione “ex nihilo”, cioè “dal nulla”. In realtà Biglino non racconta niente di nuovo, ricordo, infatti, che già nel 2009 una teologa olandese, Ellen Van Wolde, affermava che il termine “bara”, che ritroviamo in Gn 1, 1, non avrebbe il significato di “creare”, bensì di “dividere, separare nello spazio”, quindi, a suo dire, Dio non avrebbe creato nulla, ma semplicemente “separato”, cioè “ordinato”, il cielo e la terra presupponendo, quindi, una materia preesistente. 

Il versetto “incriminato” è il primo di tutta la Bibbia e lo ritroviamo nel libro della Genesi. Il testo traslitterato dall’ebraico è il seguente: “Bereshit bara Elohim et hashamayim ve'et ha'arets” cioè “In principio Dio creò (bara) i cieli e la terra”, dove compare il verbo “bara”. Come è noto, in ogni lingua, un qualsiasi termine ha raramente un significato unico e preciso, ma il più delle volte è caratterizzato da un vasto “campo” semantico, cioè una pluralità di significati. Il termine “bara” non fa eccezione ed anch’esso può avere diversi significati. Il prestigioso dizionario “Brown-Driver-Briggs”,  infatti, ne riporta alcuni come “formare”, “creare”, “dividere o scegliere” e, addirittura, “essere grasso”. Viene, però, anche specificato che questo verbo, quando è associato all’attività divina, assume sempre il significato di “creare”. Lo sbaglio della Van Wolde e di Biglino è proprio quello di scegliere arbitrariamente il significato più producente per le loro teorie ignorando del tutto i contesti e la coerenza del testo. Ad esempio nello stesso primo capito della Genesi, ai versetti 7, 16 e 25, in ebraico viene utilizzato il termine “asah” per indicare l’azione divina e tale termine ha il significato inequivocabile di “fare”. In particolare la stessa azione di creare, “bara”, i cieli e la terra di Genesi 1, 1, viene riportata in Esodo 20, 11 e Neemia 9, 6 col termine “asah”, cioè “fare”. E’, quindi, il contesto e la coerenza del testo ad indicare come la traduzione più giusta per il termine “bara” in Genesi 1, 1 sia quella di “creare”, e non certamente “formare” o “separare” o “dividere”. Quando il contesto non contempla un’azione divina lo stesso verbo “bara” assume un significato diverso da “creare”. Ad esempio in 2 Sam 12, 17 abbiamo: “Gli anziani della sua casa (di Davide) insistettero presso di lui perché egli si levasse da terra; ma egli non volle, e rifiutò di dividere (bara) il cibo con essi”. In questo caso è chiaro che il termine “bara” non può avere il significato di “creare”. 

Alla luce di tutto ciò il primo versetto del primo capitolo della Genesi si riferisce certamente ad una creazione di Dio, anche perché questo versetto è in realtà un titolo a cui corrisponde la conclusione di Gn 2, 4: “Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati”. Il racconto vero e proprio inizia solo dal secondo versetto. 

Resta ora da capire se la Genesi considera questa creazione come la nascita di tutto ciò che esiste, cioè una creazione “ex nihilo” (dal nulla), oppure, secondo quanto afferma Biglino, esisteva una materia preesistente e, quindi, la creazione ivi descritta non può caratterizzare un Dio causa e origine di tutto. 

In effetti quasi tutti gli esegeti sono concordi nell’affermare che il verbo ebraico per “creare” (bara) che ritroviamo nella Genesi non ha il senso filosofico moderno di “trarre dal nulla”. Infatti nel racconto della creazione si specifica sempre l’elemento da cui sono tratti gli esseri creati come gli animali che si originano dalla terra (Gn 1, 24), come i grandi cetacei marini tratti dall’acqua (Gn 1, 21; 1, 20; 1, 24), l’uomo plasmato con la polvere della terra (Gn 2, 7) e così via. Tutto ciò si spiega col fatto che per la mentalità semita non esisteva il concetto filosofico del “nulla”, tutto doveva avere una sua concretezza. Ad esempio le tenebre, che non hanno una loro materialità, essendo solamente una mancanza di luce, divengono una concretezza nel linguaggio biblico: “Dov’è la via che guida al soggiorno della luce? Le tenebre dove hanno la loro sede?” (Gb 26, 10). 

Ma questo significa che gli ebrei non credevano che Dio avesse creato tutto ciò che esiste? Certamente no, infatti l’immagine letteraria "Il cielo e la terra", che troviamo in Genesi 1,1, che è di origine mesopotamica, significa "ogni cosa/tutto" (D. A. Knight "Genesis" Volume 1 - in "Mercer Dictionary of the Bible", Mercer University Press, 1990 pp. 175-176). Ad esempio nel libro di Isaia, al capitolo 44, risalente al VI secolo a.C. durante la cattività babilonese, troviamo in modo esplicito il riferimento a Dio come creatore di tutto perché ha “spiegato i cieli e la terra”: “Dice il Signore, che ti ha riscattato e ti ha formato fino dal seno materno: Sono Io, il Signore, che ho fatto tutto, che ho spiegato i cieli da solo, ho disteso la terra, chi era con me?” (Is 44, 24). 

Per la Bibbia l’azione creatrice di Dio è principalmente quella di determinare un ordine, cioè l’assegnazione dei ruoli, come la separazione della luce dalle tenebre, la ripartizione del firmamento o la creazione dell’essere umano come "maschio e femmina” (J. H. Walton "Ancient Near Eastern Thought and the Old Testament: Introducing the Conceptual World of the Hebrew Bible" Baker Academic, 2006 p. 183). Quando nella Genesi leggiamo "Ora la terra era informe e deserta ...", in ebraico “tohu wa-bohu”, siamo di fronte a termini che vogliono descrivere una situazione di caos, senza vita, senza attività, senza alcun valore, praticamente un nulla (R. Alter "The Five Books of Moses" W. W. Norton & Company, 2004). Tale situazione assume un valore ed un senso solo con l’intervento ordinatore di Dio. Abbiamo, quindi, un concetto di “nulla” espresso nella categoria della concretezza propria della mentalità semita degli ebrei. 

La Genesi, quindi, trasmette e testimonia il messaggio di una creazione operata da Dio, afferma che ci fu un inizio del mondo e che la creazione non è un mito atemporale, ma che è integrata nella storia, di cui è l’inizio assoluto. Solo che lo rende secondo la mentalità semita tipica del agiografo ebreo. Quando Israele verrà progressivamente a contatto con l’elemento ellenista comincerà a farsi largo nella Bibbia un modo di espressione più vicino al modo occidentale con un’affermazione più esplicita di una creazione “ex nihilo” come ritroviamo in libri della Bibbia di più recente composizione, come nei libri dei Maccabei datati al II secolo a.C.: “Ti scongiuro figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti, tale è anche l’origine del genere umano” (2 Mac 7, 28). 

La Bibbia dichiara che Dio creò ogni cosa dal nulla senza alcuna materia preesistente, tutto ciò che esiste dipende unicamente da Lui. Il creato è l'effetto della sua parola, un suo libero progetto che si dispiega nel tempo con ordine e gradualità, immagine della sua bontà e perfezione divine. 


Bibliografia 

D. A. Knight, “Genesis” Volume 1 - in “Mercer Dictionary of the Bible”, Mercer University Press, 1990; 
R. Alter “The Five Books of Moses” W. W. Norton & Company, 2004; 
J. H. Walton “Ancient Near Eastern Thought and the Old Testament: Introducing the Conceptual World of the Hebrew Bible” Baker Academic, 2006; 
D. T. Tsumura “The Doctrine of creatio ex nihilo and the Translation of tohu wabohu in Pentateuchal Traditions in the Late Second Temple Period” Proceedings of the International Workshop in Tokyo, August 2007; 
Biblehub.com.

mercoledì 23 maggio 2018

I miti sulle Crociate: il pacifico e tollerante Islam non si diffuse con la violenza che usarono i crociati

Il mito sulle Crociate che prendo in esame con questo articolo è quello riguardante le presunte tolleranza e amore per la pace che avrebbero avuto i comandanti delle forze islamiche, generali, sultani e califfi, nei confronti delle popolazioni assoggettate o addirittura dei crociati sconfitti. Molti scrittori del XVIII secolo, come Gibbon, Voltaire, Irwing, Scott e molti altri, sull’onda di un sentimento anticattolico tipicamente illuminista, iniziarono a diffondere un’immagine raffinata e cavalleresca dell’Islam in opposizione ad un cattolicesimo rozzo e brutale. Nacque così, tra l’altro, la leggenda del Saladino, eroe musulmano che opponeva alla ferocia cristiana la superiore intelligenza e magnanimità islamica, paradigma di ogni condottiero musulmano che opponeva sempre la tolleranza islamica alla brutalità cristiana. Questa impostazione, palesemente antistorica, ha purtroppo determinato l’ennesimo pregiudizio negativo sui cristiani e le crociate che sopravvive ancora oggi. 

Ma la storia è ben altra cosa e se ci si affida alle fonti e ai documenti appare subito un’altra versione dei fatti. Le armate musulmane si comportarono esattamente come un qualsiasi esercito conquistatore medioevale, distruggendo e uccidendo qualunque nemico incontrassero e, una volta occupato un territorio, operarono una feroce repressione sulle popolazioni assoggettate. Le fonti da cui è possibile trarre le informazioni su come si svolsero effettivamente i fatti sono innanzitutto i resoconti di chi prese parte alle Crociate o di chi ne fu testimone, sia da parte cristiana che islamica. Tra questi, molto importanti, sono le cronache, cioè le “Hierosolymitana expeditio”, come, ad esempio, quelle di Roberto il Monaco del XII secolo o di Fulcherio di Chartres sempre del XII secolo, che ci forniscono una grande quantità di informazioni. Altrettanto importanti sono le raccolte di appunti o notazione dei pellegrini, conosciute come "Itinera Hierosolymitana" che risalgono addirittura al IV secolo fino al XI secolo. E poi ci sono le cronache di parte non cristiana come quelle arabe o ebraiche. Sulla scorta di tali documenti è stato possibile ricostruire un quadro storico molto dettagliato e preciso che non coincide affatto con le fantasticherie illuministe. 

Come abbiamo visto nel precedente articolo, nel giro di quasi un secolo l’Islam, senza che venisse minimamente provocato dai suoi vicini cristiani, ebrei e zoroastriani, s’impadronì di un impero immenso che andava dall’Iran fino in Spagna. Dovunque le armate islamiche non si fecero tanti problemi a distruggere ogni resistenza. Già nel VII secolo lo stesso Maometto con i suoi primi seguaci diedero ampia dimostrazione sul tenore che avrebbe avuto la sua conquista. A Medina fecero piazza pulita della locale comunità ebraica dove, dopo averli costretti a scavarsi la fossa, vennero decapitati tutti i maschi adulti, circa 700 persone, con le loro donne e i loro bambini che furono venduti come schiavi (Rodney Stark “La scoperta di Dio. L’origine delle grandi religioni e l’evoluzione della fede” Lindau, Torino, 2008, cap. 8). 
Con la conquista islamica di Gerusalemme e dell’intera Palestina, nel 638, iniziarono le violenze ed i massacri anche nei confronti dei cristiani che abitavano quella terra da secoli. Nel 705, ad esempio, durante l’invasione dell’Armenia, i musulmani rinchiusero tutti i nobili cristiani in una chiesa e vi appiccarono il fuoco (Aram Ter-Ghevondian “The Armenian Rebellion of 703 against the Caliphate” Armenian Review, n. 36, 1983, pp. 59-72). 

Nel 1004 'Abu 'Ali al-Mansur al-Hakim (985-1021), sesto califfo fatimita, ordinò di devastare le chiese e dare alle fiamme tutto ciò che era cristiano. Con la stessa ferocia attaccò gli ebrei. Nel decennio che seguì furono rase al suolo trentamila chiese e un numero incalcolabile di cristiani si convertì all'Islam semplicemente per avere salva la vita. Nel 1009 sempre 'Abu 'Ali al-Mansur al-Hakim commise contro i cristiani il suo più grande crimine ordinando la distruzione della Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme insieme a quella di molte altre chiese fra cui la Chiesa della Resurrezione (Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” cit. p. 376). 

Questa distruzione è riportata con dovizia di particolari negli "Annali" del medico e storico cristiano Yahia ibn Sa'id di Antiochia, redatti nell'XI sec. Da uno stralcio si può leggere: “S’impadronirono di tutte le suppellettili che si trovavano nella chiesa e la distrussero completamente, lasciando solo qualcosa la cui distruzione era molto difficile. Distrussero anche il Calvario e la chiesa del santo Costantino e tutto quello che si trovava nei loro confini e tentarono di eliminare i sacri resti… Questa distruzione cominciò il martedì il quinto giorno prima della fine del mese di Saffar nell’anno 400 dell’Egira (25 agosto 1009)”. (Yahia ibn Sa'id “Annali”, 938-1034 d.C.). Fu distrutto anche un luogo particolarmente caro ai pellegrini cristiani: il Martyrium, cioè la grande chiesa in cui si faceva memoria della Passione di Gesù. 

Lungi dall’essere tollerante e pacifico il modo di operare dei governanti musulmani fu per lo più dispotico e violento. Per chi non si convertiva all’islam venne imposta la tassa sulla persona, la gizyah, venne decretata la proibizione di esporre la croce, di insegnare la religione ebraica e cristiana, anche ai propri figli. Nel 722 il califfo al- Mansur ordinò che sulle mani dei cristiani e degli ebrei di Gerusalemme fosse impresso un segno di riconoscimento. I musulmani cercarono di rimuovere ogni segno della presenza cristiana accanendosi in particolare sui monasteri e sulle chiese. Nel 789 venne decapitato un monaco che aveva lasciato l'Islam per abbracciare il cristianesimo e saccheggiato il monastero di San Teodosio a Betlemme con l’uccisione di diversi religiosi. La stessa sorte toccò ad altri monasteri della regione. All'inizio del IX secolo le persecuzioni si fecero così dure che in molti fuggirono a Costantinopoli o in altre città cristiane. Il 932 vide altre chiese devastate e nel 937, il giorno della Domenica delle Palme, la furia dei musulmani si riversò sulle chiese del Calvario e della Resurrezione, che furono saccheggiate e distrutte. Le cronache riportano anche di eccidi perpetrati nei confronti dei pellegrini che giungevano in Terrasanta. Ad esempio, agli inizi dell’VIII secolo, vennero crocifissi sessanta pellegrini che provenivano da Amorium in Asia Minore, nello stesso periodo il governatore musulmano di Cesarea arrestò un gruppo di pellegrini di Iconio e li giustiziò con l'accusa di spionaggio, salvando quelli che si convertirono all’islam. I pellegrini non avevano alcuna garanzia e qualunque governante musulmano poteva impunemente angariarli, il più delle volte erano minacciati della vita o del saccheggio della Chiesa della Resurrezione a Gerusalemme se non versavano molto denaro. Tutte queste notizie sono state tratte dalla prestigiosa “storia della Palestina” dello storico M. Gil (Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992, pp. 473-476). 

Come è noto le armate islamiche soggiogarono tutta l’Africa settentrionale arrivando fino in Marocco da dove passarono in Europa per iniziare e poi completare la conquista dell’intera penisola iberica. Anche in questi luoghi l’atteggiamento dei conquistatori è feroce e spietato contro ogni resistenza. In Marocco, ad esempio, nel biennio 1032-33 vi furono numerose uccisioni in massa di ebrei con più di 6000 morti e lo stesso accadde durante almeno due esplosioni di violenza a Granada in Spagna (Rodney Stark “One True God: Historical Consequences of Monotheism” Princeton University Press, Princeton, 2001, pag. 133). 

Poi dall’Asia Centrale arrivarono i feroci Turchi selgiuchidi che nel 1076 conquistarono la Siria e nel 1077 Gerusalemme. Per i cristiani del luogo e per i pellegrini si intensificarono le violenze ed i massacri. A Gerusalemme, ad esempio, l'emiro selgiuchide 'Azlz bin 'Uwaq assicurò che avrebbe risparmiato gli abitanti se si fossero subito arresi. Questi lo fecero, ma una volta occupata la città i suoi uomini uccisero tremila persone (Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” cit. p. 412). 

Degno di menzione è sicuramente il comportamento feroce e violento del sultanato mamelucco che imperversò dalla Siria all’Egitto nel XI secolo sotto il comando dell’efferato sultano Baybars. Turco d’origine, questo campione dell’islam, dopo aver fermato l’avanzata mongola ad Est, distrusse ciò che restava ancora in piedi dello stato crociato in Terrasanta. La sua tecnica per espugnare le fortezze cristiane era sempre la stessa: promessa della vita in cambio della resa, che veniva puntualmente rimangiata appena venivano aperte le porte. Tristemente famoso è l’assedio di Acri nel 1291 con episodi di truce violenza sulla popolazione indifesa che ancora non era riuscita a fuggire e, specialmente, la presa di Antiochia nel maggio del 1268 dove avvenne il più grande massacro di civili cristiani dell’intera epoca delle crociate. E’ significativo registrare che mentre per la presa di Gerusalemme nel 1099, si sono spesi fiumi di parole sulle efferatezze perpetrate dai crociati, l’orrenda strage di Antiochia è pressoché passata sotto silenzio. Ad esempio il famoso storico delle crociate Steven Runciman gli dedica appena otto righe e lo storico Christopher Tyerman, nel suo saggio “L’invenzione delle crociate”, mentre si dilunga descrivendo per molte pagine gli efferati dettagli del massacro di Gerusalemme nella prima crociata, liquida la carneficina di Antiochia in quattro parole. 

Ovviamente con questo studio non voglio affermare che i musulmani furono più feroci e brutali dei crociati, sottolineo solo il fatto che la tolleranza e la magnanimità dei condottieri islamici è solo una leggenda, l’ennesima, nata in ambiente illuminista, tipicamente anticristiano. Non è assolutamente vero che le armate musulmane furono state particolarmente tolleranti, è antistorico solo il pensarlo. La guerra non lascia spazio alla tolleranza ed alla clemenza e, specialmente in scontri come le crociate, dove sono in gioco i valori fondanti della propria identità, sia religiosa che sociale, la brutalità e l’intolleranza furono all’ordine del giorno, da ambo le parti. Ma, è bene ricordarlo, in quel tremendo periodo di guerre e contrapposizioni furono i musulmani a fare la prima mossa, non i cristiani. 

Bibliografia 

Aram Ter-Ghevondian “The Armenian Rebellion of 703 against the Caliphate” Armenian Review” n. 36, 1983; 
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992; 
Jonathan Riley Smith “Storia delle Crociate” A. Mondadori Editore, Milano 1994. 
Franco Cardini “Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia” Piemme Casale Mon.to (AL) 1994; 
Luigi Negri "False accuse alla Chiesa", Piemme, Casale Monferrato (AL) 1997. 
Rodney Stark “One True God: Historical Consequences of Monotheism” Princeton University Press, Princeton, 2001 
Thomas F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005; 
Rodney Stark “La scoperta di Dio. L’origine delle grandi religioni e l’evoluzione della fede” Lindau, Torino, 2008 
Robert Spencer “Guida politicamente scorretta all’Islam e alle Crociate”, Ed. Lindau, Città di Castello (PG), 2008; 
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010; 
Rino Camilleri “Le Crociate”, Il Timone n. 97 - ANNO XII - Novembre 2010.

martedì 15 maggio 2018

Liberiamoci da questa vergogna, recuperiamo l'umanità perduta. #stopaborto

Art. 1. "Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio".

E' questo l'incipit della famigerata legge del 22 maggio 1978, n. 194 concernente "Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza". Lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio, quindi cos'è l'embrione? Un ovetto alla coque? E il feto? Un pupazzo inanimato? Un peluche di pezza? E, invece, caso strano, si tratta di un essere animato e per di più dotato di un genoma umano, quindi a tutti gli effetti siamo in presenza di un caso di "vita umana". Ecco in un attimo spiegata l'incoerenza laicista.

Se ciò che legalizza una legge infame, che viola il diritto alla vita, è messo in crisi dai presupposti della legge stessa, è chiaro che siamo di fronte ad un corto circuito mentale. Ma ciò è tipico dei laicisti che usano parole come "legalità", "libertà" o "diritto" a casaccio, o meglio, con i significati scelti a turno, quando questi sono producenti ai loro interessi. Ma su una cosa i laicisti sono tutti d'accordo: quando qualcosa o qualcuno fa loro notare le loro incoerenze e gli effetti abominevoli del loro relativismo, allora tutti compatti sono pronti a derogare dal diritto della libertà di espressione.

In questi giorni, a Roma, sono comparsi alcuni manifesti della campagna "#stopaborto" promossa da CitizenGo, in cui viene affermato che l'aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo. Apriti cielo! Subito si è levato un coro sdegnato di protesta e dal web sono partite innumerevoli richieste al sindaco Raggi per rimuovere i manifesti. Ovviamente anche il mondo politico ha protestato: la senatrice del PD Monica Cirinnà ha chiesto l'intervento delle istituzioni (!), consiglieri dei gruppi capitolini del PD e delle liste civiche richiedono la rimozione forzata, in particolare  il consigliere del PD Stefano Fassina presenterà al sindaco una interrogazione per la rimozione immediata. 

Oscurare, rimuovere, cancellare, sono queste le reazioni laiciste. Di fronte alle verità scomode è meglio proibire la loro espressione. Ma come? Solo qualche anno si riempivano  tutti la bocca di "Je suis Charlie" ed ora bisogna silenziare le voci contrarie? E, poi, cosa direbbe di così assurdo quel manifesto? E' lesivo della libertà delle donne? E la libertà dei bambini di vivere non viene lesa? E non è una semplice libertà, ma un diritto! E di quelli fondamentali! Non si può impedire di esprimere la verità, anche se è scomoda. L'aborto sopprime la vita umana, questa è una verità incontrovertibile e una legge che legalizzi un abominio del genere è, semplicemente, illegittima.

Tra l'altro, anche se un po' forte, la frase del manifesto non è neanche tanto peregrina, basti pensare a quello che succede in paesi come la Cina o l'India, dove l'aborto è la pratica maggiormente utilizzata per reprimere l'elemento femminile da quelle società, visto che gli embrioni vengono selezionati in base al sesso. 
    

lunedì 30 aprile 2018

La terribile morte di Alfie: la dittatura laicista non fa sconti


E, così, dopo cinque giorni dal distacco dal respiratore lo sfortunato bambino inglese, Alfie Evans è volato in cielo. Una morte terribile, lenta, agonica, senza che i genitori potessero intervenire in alcun modo.

Ma così ha voluto la dittatura laicista, la cultura dello scarto, i giudici hanno decretato che la vita del piccolo Alfie non aveva più alcun valore e che, quindi, andava soppressa. A nulla sono valse le considerazioni dei medici di un ospedale di Monaco Baviera specializzato nel trattamento dei malati terminali e/o quelle del Professor Bruno Dalla Piccola, direttore scientifico dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma: il piccolo si poteva e si doveva accompagnare verso il suo destino garantendo idratazione, nutrizione, respirazione e, quando e se necessario, supporto per il dolore.

Ma per quei giudici la vita di Alfie non aveva più alcun valore. Inutile supportare un corpicciolo di carne inutile. Assurdo far pesare sulle casse dello Stato una cura palliativa del tutto superflua. La morte come soluzione, la vita come un "optional". Se è decente, bene, altrimenti la soppressione.

Ma stavolta l'orrore si è spinto oltre l'inimmaginabile, la soppressione deve essere certa, senza tentennamenti, non si deve derogare dall'ordine impartito. E' lo Stato laicista che decide e che impone la sua morale, quindi Alfie deve morire in ospedale, non può uscire, non può essere riconsegnato ai genitori. Troppo forte il rischio di una stupida umanizzazione della morte, di un "morboso" amore per una vita inutile.  
Non solo l'orribile pretesa di poter decidere quando una vita debba o meno avere un valore, ma anche l'esercizio di un potere di vita e di morte su tutti i cittadini. E' lo Stato laicista il proprietario della vita di Alfie e neppure la sua mamma ha voce in capitolo sulla sua vita o sulla sua morte.

Stiamo scivolando sempre più velocemente lungo la china pericolosa del relativismo laicista, non è solo più il folle concepire la morte come panacea per ogni male, ma anche l'imposizione di tale "trattamento" e della morale deteriore che lo determina. Alfie ha "diritto" a morire perché la sua non era più vita, punto. Se i suoi genitori non sono d'accordo, pazienza, si devono adeguare perché se per loro la vita non dipende dalla sua qualità, ma dal fatto che esiste, dall'amore che fa scaturire, dal miracolo della sua bellezza in quanto tale, significa che sono solo dei retrogradi e, peggio, molto peggio, se ancora invischiati in quella superstizione di Dio e del Cristianesimo.

Ma non è solo il nord Europa ad essere attraversato da una simile follia, anche qui in Italia la stessa prevaricazione laicista si fa sentire in quelle istituzioni comunali che in barba alle indicazioni del Parlamento decidono di violare il diritto dei bambini ad avere un padre ed una madre. A Torino, a Roma, gli uffici comunali registrano come famiglie gruppi di persone che famiglie non sono. Tolgono a dei poveri bambini ignari l'affetto, la presenza, il valore, unici ed insostituibili, di una madre e di un padre. Atti irresponsabili che inoltre possono ratificare e, peggio, coprire squallide operazioni di mercato. 

Anche qui, il solito sovvertimento. Il capriccio e l'egoismo divengono valori e diritti, mentre i diritti veri vengono calpestati.     

mercoledì 11 aprile 2018

Biglino e le fonti della Bibbia

Un’altra questione che Biglino propone spesso al suo pubblico di seguaci durante le sue conferenze è quella riguardante le origini della Bibbia, cioè il discorso sulle sue fonti e sugli autori. Il suo giudizio è sprezzante, in poche parole distrugge ogni credibilità del testo sacro, un testo che a suo dire sarebbe stato rimaneggiato più volte e di cui non sappiamo nulla. 


A tal proposito lo studioso piemontese afferma: “…noi non sappiamo chi li ha scritti, non sappiamo quando sono stati scritti, non sappiamo come fossero scritti in origine, non sappiamo come fossero letti in origine. Quindi l’Antico Testamento è un libro privo di fonti […] coloro che sono innamorati della Bibbia e delle fonti devono prendere la Bibbia e gettarla nel cassonetto (sic), perché la Bibbia non ha fonti, nel senso che non sappiamo chi l’ha scritta e allora buttiamola se non sappiamo chi l’ha scritta. E’ verità consolidata che l’AT che leggevano in origine non è quello che leggiamo oggi perché è i testi sono stati più volte rimaneggiati”. 

La questione sollevata da Biglino è assolutamente ridicola e tradisce impietosamente la sua impreparazione su temi del genere. Solamente un dilettante come lui poteva scandalizzarsi del fatto che dell’Antico Testamento non abbiamo la certezza dell’identità dei suoi autori. Questo perché di quasi tutti i componimenti letterari antichi non si conosce con certezza chi sia l’autore. Ad esempio della famosa “Epopea di Gilgamesh”, poema sumero scritto circa 4500 anni fa, nessuno conosce chi sia l’autore, eppure nessuno si sognerebbe di affermare che sia uno scritto falso da “gettare nel cassonetto”. Lo stesso vale, ad esempio, per l’Enûma Eliš, poema teogonico e cosmogonico accadico risalente al 1700 a.C o per l’Odissea o l’Iliade di Omero, poemi scritti nell’VIII/VII secolo a.C. Nessuno sa chi abbia scritto tali poemi, nessuno è certo che l’Iliade e l’Odissea siano stati veramente scritti da Omero, ma nessuno mette in dubbio l’autenticità di tali scritti. Infatti a conferire l’autenticità ad uno scritto molto antico non è tanto la mera conoscenza dell’identità dell'autore, quasi sempre sconosciuta o fittizia (nell’età antica è tipico il fenomeno della pseudoepigrafia), ma l’esistenza di fonti, cioè le versioni scritte più vicine possibili agli originali. 
Ad esempio del poema Enûma Eliš i più antichi manoscritti risalgono all’anno 1000 a.C. a circa 700 anni dagli originali (Giovanni Pettinato “Mitologia assiro-babilonese” Torino, UTET, 2005, p.101), dell’Iliade il più antico manoscritto esistente, il “Marcianus 454”, conservato nella biblioteca marciana di Venezia, è del X secolo d.C. a più di 1700 anni dall’originale. Eppure sulla scorta di una tale documentazione nessuno studioso si sogna di considerare l’Iliade o l’odissea come delle contraffazioni, ma sono considerati testimoni importanti della cultura e delle mentalità di quei tempi. 

Contrariamente alle baggianate di Biglino anche l’Antico Testamento ebraico ha le sue fonti. La tradizione testuale della Bibbia è molto più importante dei testi sopra ricordati. I testimoni più antichi sono i manoscritti biblici scoperti nel 1947 a Qumran, in Palestina, che contengono frammenti più o meno ampi di tutti i testi della Bibbia ebraica e risalgono a un ampio periodo che va dal 250 a.C. circa al 68 d.C. a circa 350-400 anni dagli originali. Stessa situazione si riscontra anche per il testo greco della Bibbia, quello conosciuto come la versione dei LXX (Septuaginta), i cui più antichi manoscritti, alcuni frammenti del Levitico e del Deuteronomio, due libri del Pentateuco, sono risalenti al II secolo a.C. (Rahlfs nn. 801, 819, e 957). Questi documenti costituiscono, assieme alla tradizione ebraica e cristiana, una validissima assicurazione di autenticità del messaggio biblico, così come è stato composto in origine.

Biglino trova assurdo che molti dei supposti autori dei libri della Bibbia abbiano dei nomi fittizi o che siano addirittura sconosciuti. Infatti afferma: “I libri della Bibbia sono stati intestati, ad esempio c’è il libro di Ezechiele, c’è il libro di Malachìa, c’è il libro di Isaia. Ma, ad esempio, Malachìa non è un nome proprio, ma significa “colui che sta portando un annuncio”, non è esistita una persona che si chiamava Malachìa, cioè non si sa chi sia Malachìa”. 

Come visto non c’è nulla di cui stupirsi, se rimaniamo all’esempio dei poemi omerici, anche lo stesso nome di “Omero” non è affatto un nome proprio, ma significa "colui che non vede"(ho mè horôn), oppure “il cieco" (hómēros) e, infatti, Omero viene sempre raffigurato come un vecchio uomo cieco. Questo fatto non desta alcuna sorpresa presso gli storici: molto probabilmente un uomo dal nome di Omero non è mai esistito, ma ciò non toglie niente al valore storico e letterario di questi poemi.

Altra questione che sempre solleva Biglino è che il testo della Bibbia che leggiamo oggi, non sarebbe uguale a quello scritto in origine perchè, secondo lui, ogni volta che si trascriveva il testo della Bibbia questo veniva sempre cambiato. Ma anche qui Biglino dice una falsità, ad esempio proprio tra i rotoli scoperti a Qumram, la famosa località sul Mar Morto, ce n'è uno, il "1QIsa", datato paleograficamente al 125/100 a.C.,  che contiene tutti i 66 capitoli del libro di Isaia. Questo rotolo costituisce una fenomenale testimonianza della fedeltà con cui il libro di Isaia è stato copiato nei secoli dagli scribi ebrei, infatti "1QIsa" è sostanzialmente identico al testo masoretico, di mille anni posteriore.   

Gli studiosi seri, quelli accademici, conoscono da tempo questi aspetti, li considerano e ne tengono conto, sanno come considerarli e come valutarne il giusto peso. Con tale lavoro viene perfezionata sempre più la conoscenza scientifica e tecnica di questo testo. Con il suo dilettantismo Biglino finisce solo per scatenare una tempesta in un bicchiere d’acqua riuscendo ad impressionare solo chi non è competente su tali temi. 


Bibliografia 

J. A. Soggin “Storia d’Israele” – Paideia Editrice Bologna 1984; 
Giovanni Pettinato “Mitologia assiro-babilonese” Torino, UTET, 2005; 
Jean Bottéro e Samuel Noah Kramer "Uomini e dèi della Mesopotamia" Milano, Mondadori, 2012.

martedì 3 aprile 2018

La leggenda della terra piatta

Nel 2012, l’allora presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, riferendosi a coloro che ancora intendono affidarsi al petrolio come la principale fonte energetica e volendoli qualificare come persone di mentalità vecchia e sorpassata, affermò in un discorso pubblico: “Lasciate che vi dica una cosa. Se alcune di queste persone fossero state nei dintorni quando Colombo salpò, sarebbero state soci fondatori della Società della Terra Piatta. Esse non avrebbero creduto che il mondo è rotondo. Abbiamo sentito queste persone in passato” (B.Obama, Discorso sull’energia al Prince George’s County Community College, Largo, MD, 15 Marzo 2012). 

Incredibilmente, solo sei anni fa, il presidente degli Stati Uniti ha trovato perfettamente normale associare l’idea di arretratezza e di ostacolo al progresso allo scetticismo di coloro che contestarono il famoso viaggio di Cristoforo Colombo nel XV secolo, in quanto assurdamente convinti che la Terra fosse piatta e non rotonda. Ancora oggi, infatti, è molto diffusa l’idea che Colombo con il suo viaggio verso occidente abbia dimostrato che la Terra è rotonda e non piatta, come invece credeva la Chiesa cattolica retrograda ed antiscientifica. 

Si tratta dell’ennesimo, clamoroso, falso storico costruito ad arte contro la Chiesa. La sfericità della Terra era già stata dimostrata da Pitagora e da altri matematici greci nel VI secolo a.C. Due secoli più tardi anche Aristotele, osservando la forma dell’ombra della Terra sulla Luna e la curvatura della costa, era giunto alla stessa considerazione. Addirittura nel II secolo a.C. Eratostene stimò con un eccezionale grado di approssimazione la forma e la circonferenza del nostro pianeta. Ai tempi di Colombo queste teorie erano ben note, specialmente ai dotti di Salamanca che lo contestarono. Eppure è molto diffusa la convinzione che di questa sapienza degli antichi si fosse persa la cognizione in età medioevale per colpa di una Chiesa retrograda ed oscurantista. 

Ovviamente non c’è alcunché di vero, gli ecclesiastici del medioevo erano perfettamente a conoscenza del fatto che la Terra fosse una sfera. A provarlo sono le innumerevoli testimonianze documentali a partire dal VII secolo. Tra questi uno dei più noti sostenitori della terra a forma di globo, il monaco inglese, teologo e storico, Beda il Venerabile (673-735). Egli nel suo libro “Sul Calcolo del Tempo” (De temporum ratione), affermava esplicitamente che la forma della terra fosse tonda “come una palla”, non “come uno scudo”: “Chiamiamo la terra un globo, non come se la forma di una sfera possa esprimere diversità da pianure e montagne, ma perché se tutte le cose sono racchiuse in un contorno, allora la circonferenza della terra raffigurerà un globo perfetto… In verità si tratta di una sfera posta al centro dell’universo; nella sua ampiezza è come un cerchio, e non circolare come uno scudo, ma piuttosto come una palla, e si estende dal suo centro con perfetta rotondità su tutti i lati”. (Russell, Jeffrey B. “Inventing the Flat Earth” New York: Praeger Publishers. 1991 p. 87). 

Il più grande teologo della Chiesa Cattolica del Medioevo, Tommaso d’Aquino (1225-1274), aveva ben chiara la nozione della Terra come di un globo. Nella sua opera maggiore, la Summa Theologica, scrisse: “Il fisico dimostra che la terra sia rotonda in un modo, l’astronomo in un altro: in quanto il secondo prova questo mediante la matematica, per esempio dalle forme delle eclissi, o qualcosa del genere, mentre il primo lo dimostra mediante la fisica, come ad esempio dal movimento di corpi pesanti verso il centro, e così via” (Tommaso d’Aquino “Summa Theologiae" Domanda 54: La distinzione delle abitudini, Articolo 2, Risposta alle obiezioni 2”). 

Abbiamo tantissimi altri esempi di studiosi ecclesiastici medioevali che affermano la loro convinzione che la Terra fosse una sfera: il frate Ruggero Bacone (1220-1292), inventore degli occhiali, gli scienziati Giovanni Buridano (1301-1358) e Nicola Oresme (1320-1382), il monaco Giovanni di Sacrobosco (c. 1195-c. 1256) che scrisse il “Trattato della Sfera” in cui afferma esplicitamente che la comparsa di navi all’orizzonte dimostrava che la Terra era curva. 

Statua equestre di
Carlo Magno del IX sec. con
il "globus cruciger"
conservata al Louvre. Parigi. 
Altra prova schiacciante è costituita dal fatto che già nel V secolo i re europei medievali portavano un simbolo chiamato il "globus cruciger" cioè “il globo che porta la croce”, come simbolo cristiano del potere reale. Il globo rappresentava la terra ed era sormontata da una croce a simboleggiare la signoria di Cristo su di essa. Veniva tenuta dal sovrano a rappresentare il fatto che l’imperatore governava il mondo per volere divino. L’uso di questo simbolo risale addirittura ai primi del III secolo, infatti compare sul lato posteriore delle monete dell’imperatore Arcadio (395-408), e sulle monete dell’imperatore Teodosio II (423). 

Nell 1991 il noto storico statunitense Jeffrey Burton Russell demolì completamente il mito della “Terra piatta” nel suo studio definitivo “Inventando la Terra Piatta“, ma anche l’altrettanto noto evoluzionista Stephen Jay Gould (1941-2002) affermò: “Non c’è mai stato un periodo di ‘oscurità della terra piatta’ tra gli studiosi. La conoscenza greca della sfericità mai svanì, e tutti i maggiori studiosi medievali accettarono la rotondità della terra, come un dato di fatto della cosmologia” (S.J. Gould “The Late Birth of a Flat Earth”, in: “Dinosauro nel pagliaio: riflessioni sulla storia naturale”, 1° edizione Brossura, pp. 38–50, New York: Three Rivers Press, NY,1997). 

Ma allora perché si è diffusa questa credenza di un medioevo in cui si sarebbe persa la conoscenza degli antichi greci? Come al solito l’ennesima calunnia contro il cristianesimo e la Chiesa nasce in ambiente positivista nel XIX secolo. Dapprima è lo scrittore ed esploratore americano Washington Irving che nel 1828 nel suo romanzo “La vita e i viaggi di Cristoforo Colombo” s’inventò di sana pianta la falsa immagine di un Colombo unico sostenitore della teoria di una Terra rotonda contro l'ignoranza medioevale dei cristiani e della Chiesa. Irving immaginò che gli uomini di Chiesa credenti nella terra piatta, i dotti di Salamanca, si opposero con fermezza al piano di Colombo di viaggiare per le Indie, in quanto la sua nave sarebbe potuta cadere dal bordo della terra durante il tentativo di navigare attraverso l’Atlantico. Successivamente questa storia di fantasia è stata fatta diventare un fatto storico dai positivisti darwinisti del tardo XIX° secolo che la utilizzarono come un mezzo per mettere in ridicolo i cristiani. Per il positivismo dell’800 bisognava far passare a tutti i costi la religione come una superstizione e la Chiesa Cattolica come un centro di pensiero retrogrado ed oscurantista. Scrive lo storico Noble nella prefazione allo studio del Russell: Divenne sapere convenzionale dal 1870 al 1920 a seguito della “guerra tra scienza e religione”, quando per molti intellettuali in Europa e negli Stati Uniti tutta la religione divenne sinonimo di superstizione e la scienza divenne l’unica fonte legittima di verità. Fu durante gli ultimi anni del XIX secolo e i primi anni del XX° secolo, poi, che il viaggio di Colombo divenne un simbolo così diffuso della futilità dell’immaginazione religiosa e della forza liberatrice dell’empirismo scientifico” (D. Noble, Prefazione in Jeffrey Burton Russell “Inventing the Flat Earth” New York: Praeger Publishers. 1991).

Ma, allora, perché i dotti di Salamanca avversarono il progetto di Colombo di navigare verso Ovest per raggiungere le Indie? A Colombo si contestava il fatto che le sue navi non avrebbero potuto trasportare abbastanza provviste, acqua fresca e cibo, per la durata del viaggio. I dotti di Salamanca, infatti, avevano fatto i conti molto meglio di Colombo e avevano previsto, a ragione, una distanza molto più lunga che non quella che aveva calcolato il navigatore genovese. Egli ebbe solo la fortuna di imbattersi in un nuovo continente tra l’Europa e l’Asia di cui nessuno, nel 1492, sospettava l’esistenza. Era quindi la dimensione della Terra, non la forma, ad essere oggetto del contendere. 

La leggenda della “Terra piatta” fu, quindi, l’invenzione di intellettuali positivisti nel loro tentativo di screditare gli scettici del Darwinismo. Tutto ciò mette in risalto due aspetti, il primo è che non esistevano prove convincenti a favore della teoria di Darwin, visto il bisogno d’inventarsi una leggenda contro i suoi oppositori e l’altro è che la Chiesa, contrariamente al mainstream laicista e positivista, non è affatto quel mostro di oscurantismo ed arretratezza scientifica che molti credono. Questa vicenda conferma un dato molto importante: nella storia dell’umanità non c’è mai stata una guerra della Chiesa contro la scienza, ma piuttosto una guerra dei laicisti contro Dio.


Bibliografia

Jeffrey Burton Russell “Inventing the Flat Earth” New York: Praeger Publishers. 1991;
S.J. Gould “The Late Birth of a Flat Earth”, in: “Dinosauro nel pagliaio: riflessioni sulla storia naturale”, 1° edizione Brossura, pp. 38–50, New York: Three Rivers Press, NY,1997
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giovedì 15 marzo 2018

I miti sulle Crociate: l’Islam pacifico aggredito dai cristiani.

A proposito delle Crociate sono nati tantissimi miti, tra questi molto diffuso è quello che dipinge il mondo musulmano come una grande civiltà barbaramente aggredita dai crociati assetati di dominio e ricchezze. La convinzione ancora molto diffusa è quella di un’Islam pacifico e che le ostilità siano state scatenate dai cristiani. 


L’islamista statunitense John L. Esposito, ad esempio, ritenuto uno dei massimi esperti mondiali di storia delle religioni e dell’Islam in particolare, riesce a fare tali sconcertanti affermazioni: “Trascorsero cinque secoli di coesistenza pacifica prima che gli eventi politici e un gioco di potere tra l’Impero e il Papa portassero alle cosiddette guerre sante, durate secoli, che contrapposero il cristianesimo all’Islam e si lasciarono alle spalle un duraturo retaggio di fraintendimenti e diffidenza” (John Esposito “Islam: The Straight Path” Oxford University Press, Oxford 1998). 

Cinque secoli di coesistenza pacifica? L’Islam fu una civiltà pacifica e tollerante aggredita dai cristiani? Quello che incredibilmente viene sempre sottaciuto è il fatto che il primo contatto che l’Islam ebbe con i cristiani non fu affatto in occasione della prima crociata del 1099, ma molto tempo prima, almeno quattro secoli e mezzo. 
Nel VII secolo l’Islam fuse in un’unica comunità tutte le tribù arabe sparse per la penisola arabica arrivando a formare un’entità compatta dal punto di vista religioso e dalla caratteristica guerriera. In quell'epoca l’Arabia era circondata da paesi in cui l’elemento dominante era cristiano, come l’impero Bizantino e i territori cristiani del nord Africa. Una volta sottomesse con la forza le vicine tribù pagane, i musulmani, spinti dalle parole del profeta che inneggiavano allo Jihād, la prima guerra santa (con buona pace delle corbellerie di John L. Esposito), guidati dal capo guerriero coreiscita Khālid b. al-Walīd, attaccarono l’Impero Bizantino ottenendo, nel 636, una schiacciante vittoria nella campagna militare lungo il fiume Yarmuk che fece cadere in mano musulmana la Siria e la Palestina. Nel 638 venne espugnata la città di Gerusalemme dove si trovano i luoghi più santi della cristianità ed imposta una tassa (la jizya) a tutti gli abitanti ebrei e cristiani. Subito dopo le armate islamiche conquistarono tutta la Mesopotamia bizantina, l’Armenia e l’Egitto (dove distrussero del tutto la famosa biblioteca di Alessandria). Si spinsero lungo tutta la costa africana fino a conquistare la Sicilia e tutta la penisola iberica nel VIII secolo, da dove organizzarono spedizioni volte al saccheggio della Francia meridionale. Già nel 721 il governatore arabo della Spagna musulmana, Al-Samh ibn Malik al-Khawlani, spinse il suo esercito nella marca d’Aquitania per conquistarla ed espugnare la città di Bordeaux nella Francia meridionale, ma fu sconfitto e respinto da un esercito di Franchi. Nel 732 gli arabi, guidati dal generale ʿAbd al-Raḥmān, tornarono all’attacco con forze ben maggiori. Un esercito di Franchi tentò di difendere Bordeaux, ma fu sconfitto e la città saccheggiata, un altro piccolo esercito cristiano guidato da Oddone di Aquitania fu poi massacrato lungo il fiume Garonna. Dove passavano i musulmani devastazione e saccheggio: un contemporaneo, Isidorus Pacensis, nel suo resoconto “Continuatio hispana”, racconta che il comandante delle forze arabe “prese ad incendiare le chiese, immaginando di poter depredare la basilica di San Martino a Tours” (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010, pag. 59). 

Nel giro di quasi un secolo l’Islam, senza che venisse minimamente provocato, mise sotto assedio l’intera Europa cristiana, dovunque ci furono eccidi e violenze, gli eserciti islamici si impadronirono di ricchi bottini e migliaia di schiavi. I “tolleranti” musulmani imposero da subito la loro religione, le cronache di allora riportano l’esortazione del Califfo ibn al-Khattab-Alì, successore di Maometto: “Chiamate gli uomini a Dio: chi risponderà alla vostra chiamata, accettatelo. Ma chi si rifiuterà dovrà pagare la tassa sulla persona in segno di subordinazione e inferiorità. E su coloro che opporranno un ulteriore rifiuto scenderà impietosamente la spada. Temete Dio e assolvete la missione che vi è stata affidata” (“The History of Al-Tabari” vol. XII, State University of New York Press, 1992, pag. 167). 

Attraverso violenze di ogni tipo le armate musulmane spazzarono via le precedenti amministrazioni per imporre le proprie e per costringere le popolazioni assoggettate ad abbracciare l’Islam. In Palestina, la Terrasanta tanto importante per la spiritualità cristiana, i pellegrini e gli abitanti cristiani si trovarono ad affrontare una spirale di persecuzioni sempre più violente. Le cronache riportano un’infinità di nefandezze commesse dai conquistatori che culminarono nel 1004 con le violenze perpetrate dal feroce califfo fatimita 'Abu 'Ali al-Mansur al-Haklm che ordinò la distruzione delle chiese, diede alle fiamme le croci e si impossessò di tutti i dei beni ecclesiastici. E lo stesso fece con gli ebrei. Negli anni successivi furono rase al suolo trentamila chiese e un numero incalcolabile di cristiani si convertì all'Islam solo per avere salva la vita. Nel 1009 al-Haklm arrivò addirittura ad ordinare la distruzione della Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme insieme a quella di molte altre chiese. Venne distrutta la memoria più cara ai cristiani, il luogo più sacro, dove secondo la tradizione, sarebbe situata la tomba di Gesù. (Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” cit. p. 376). 

Poi vennero i Turchi che, abbracciata la fede islamica sunnita, al seguito del capo guerriero Alp Arslan, nel 1063 occuparono le regioni cristiane dell'Armenia e della Georgia, nel 1064 distrussero Ani, l’antica capitale armena, e nel 1066 espugnarono e saccheggiarono Cesarea in Cappadocia. Nel 1068 addentrandosi in pieno territorio bizantino giunsero fino a Neocesarea ed Amorio, arrivando l'anno successivo ad Iconio e a Khonae, occupando così quasi tutta l'Anatolia. Nel 1071 i Turchi, a Manzicerta, affrontarono un’armata bizantina di soccorso con a capo lo stesso imperatore, Romano IV Diogene, distruggendola completamente. Da quel momento i Turchi non ebbero più freni riuscendo a conquistare tutta la Palestina strappando Gerusalemme ai Fatimidi d'Egitto. Nel giro di pochi anni i Turchi controllavano un territorio immenso dall’Egeo alle steppe iraniche. 

L’avanzata araba e poi turca determinò per i bizantini non solo la perdita di buona parte del loro impero, ma si trovarono col nemico alle porte di Costantinopoli, la loro capitale. E’ per questo motivo che i pontefici e la maggior parte dei cristiani erano convinti che la guerra contro i musulmani fosse giustificata. I musulmani avevano proditoriamente occupato con la forza terre che un tempo appartenevano alla cristianità, oltraggiavano i cristiani soggetti al loro dominio riducendo in schiavitù la popolazione, distruggevano ogni luogo ritenuto santo dai cristiani e si abbandonavano al saccheggio esaltati dal puro desiderio di distruzione (Derek W. Lomax “The reconquest of Spain” Longman, Londra 1978, pag. 58-59). 

Uno dei più autorevoli bizantinisti mai esistiti, lo storico George Ostrogorsky (1902-1976), ha definito l’attacco sferrato contro l’impero bizantino come “l’offensiva più minacciosa da parte araba cui il mondo cristiano abbia mai dovuto far fronte. Costantinopoli era l’ultimo argine che si opponeva all’invasione. Il fatto che questo argine abbia retto significò la salvezza non solo dell’impero bizantino, ma di tutta la cultura europea” (George Ostrogorsky “Storia dell’impero bizantino” Einaudi, Torino, 1969, pag. 110). Altri storici affermano chiaramente che: “se [arabi e turchi] avessero conquistato Costantinopoli non nel XV secolo, ma nel VII secolo, oggi tutta l’Europa, e l’America, potrebbe essere musulmana” (Viscont J. J. Norwich “Byzantium: the Early Centuries” Penguin Books, London 1995, p.324). 

Tra il VII e VIII secolo la cristianità si vide aggredita da tutte le parti da un’invasione militare aggressiva e feroce, perfettamente organizzata e volta ad una conquista militare, politica e religiosa. Successivamente nell’XI secolo i Turchi completarono l’opera arrivando fin sotto le mura di Costantinopoli col fermo proposito di cancellare la cristianità dalla faccia della terra. Tutto ciò viene raramente, e comunque brevemente, ricordato nei programmi scolastici e nei manuali storici in uso nelle scuole, mentre si da un’enorme risalto alle Crociate per lo più definite una vergogna cristiana. In realtà furono una reazione troppo a lungo rimandata contro una ingiustificata, se non per sete di potere e ricchezza, vera e propria aggressione. 

Bibliografia

Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010;
Franco Cardini e Marina Montesano "Storia medievale" Firenze, Le Monnier Università, 2006; 
Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate" A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
George Ostrogorsky “Storia dell’impero bizantino” Einaudi, Torino, 1969;
Franco Cardini "Le Crociate tra il mito e la storia" Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971.