mercoledì 14 febbraio 2018

"Passato e Presente", quando i pregiudizi storici sono duri a morire.

Sono un appassionato di storia, fin da piccolo. Libri, riviste, trasmissioni televisive, tutto ciò che parla e tratta di storia attira la mia attenzione. Sulla RAI seguo le puntate di "Passato e Presente", una trasmissione di approfondimento sui più disparati temi storici condotta da Paolo Mieli. Generalmente si tratta di un interessante e qualificato contributo, ma ultimamente la puntata sulla "tratta degli schiavi", a cui ha partecipato come esperto il prof. Lucio Villari, è stata particolarmente deludente. 

Nella puntata sono state riproposte le solite sciocchezze tipiche di una analisi storica fortemente ideologizzata e caratterizzata dal consueto pregiudizio anticattolico nato in età illuminista. 
Il prof. Lucio Villari ha sciorinato tutta una serie di falsità storiche come le "responsabilità" della Chiesa Cattolica nella tratta degli schiavi, ma si è "dimenticato" della netta e ferma presa di posizione contro di essa che i papi hanno sempre mostrato, a cominciare da papa Eugenio IV, che con una con una bolla del 1434, la "Sicut Dudum", impose ai Portoghesi di liberare gli schiavi, oppure la condanna della schiavitù operata dalla Chiesa Cattolica nei numerosi documenti papali nel 1434, 1462, 1537, 1591, 1639, 1741, 1839, 1888, 1890 e 1912, la lettera di Pio II, "Rubicensem", del 1462, in cui il papa ricorda al vescovo della Guinea portoghese che la schiavitù dei neri è un “magnum scelus”, cioè un grande crimine, oppure ancora la bolla “Sublimis deus” di papa Paolo III, del 1537, in cui viene affermato che non è lecito a nessuno privare della libertà e delle proprietà gli indiani e tutti gli altri popoli, anche se non appartenenti alla religione cristiana.
Altra "dimenticanza" del prof. Villari è stata quella di non menzionare le responsabilità delle Chiese protestanti che, come è noto, essendo completamente asservite al potere laico furono corresponsabili a tutto tondo delle nefandezze perpetrate dalle principali nazioni schiaviste come l'Inghilterra e l'Olanda, notoriamente non cattoliche. Sono mancati, inoltre, i necessari ed opportuni riferimenti a chi praticava la schiavitù e la tratta degli schiavi molto prima degli europei, cioè gli arabi musulmani. Come è noto, il politically correct impone di ignorare l'Islam. 
Ma la chicca migliore è il riferimento al mito dell'illuminismo "liberatore" che per primo avrebbe denunciato la tratta degli schiavi e che avrebbe determinato la fine dello schiavismo. Villari, però, ignora che Diderot, seppure scrisse contro la schiavitù, fu un convinto razzista assertore della superiorità della razza bianca e che illustri esponenti dell'illuminismo come il grande filosofo Voltaire, Locke, Hume, ecc., investivano i loro risparmi nel commercio degli schiavi (Domenico Losurdo "Hegel, Marx e la tradizione liberale: libertà, uguaglianza, stato" Editori Riuniti, 1988, p.95).

E' un vero scivolone quello in cui è incappato il conduttore Paolo Mieli, la sua trasmissione ha in questa occasione dato sfoggio di parzialità ed incompetenza. La storiografia di Lucio Villari appartiene al passato, ad un modo politicizzato ed ideologico di fare storia. E' ormai tempo di svincolare l'analisi storica da tali lacci per avere sempre più una visione reale e corretta del passato e poter costruire così un futuro veramente migliore.    

martedì 13 febbraio 2018

Le Crociate e le scuse della Chiesa

Il fenomeno delle Crociate, le spedizioni armate che in epoca medioevale la cristianità organizzò per la riconquista e la tenuta dei luoghi santi in Palestina, è sempre stato considerato uno dei più grandi scandali che hanno riguardato la Chiesa e i cristiani, uno dei pezzi forte della odierna cultura laicista dominante utilizzato per denigrare la storia della Chiesa. 


Non sono valse neppure le parole di scuse e rammarico che i vari pontefici hanno speso per chiedere perdono. Al Giubileo del 2000, durante la “giornata del perdono”, anche senza nominare esplicitamente le crociate, papa Wojtyla si riferì ai “cristiani che hanno talvolta accondisceso a metodi di intolleranza”, oppure le parole di papa Ratzinger: “Come cristiano, vorrei dire a questo punto: sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna” pronunciate ad Assisi nel 2011. Ai musulmani tutto ciò non basta, secondo loro la Chiesa avrebbe aggredito l’Islam allo scopo di distruggerlo ed imporre il cristianesimo. Nel 2005, in occasione di incontro tra islamici e cristiani, svoltosi in Vaticano, il portavoce della Commissione per il dialogo tra le religioni di Al-Azhar, un’università islamica egiziana, ha fatto formale richiesta di scuse da parte della Chiesa per quello che aveva fatto. Il noto scrittore e giornalista libanese, Amin Maalouf, ebbe modo di scrivere che: “Il sacco di Gerusalemme avvenuto nel 1099 a opera dei crociati fu il punto di partenza di un’ostilità millenaria tra l’Islam e l’Occidente” (Amin Maalouf “Le crociate viste dagli arabi” SEI, Torino, 1989, p.12).

In effetti, a ben vedere, i papi non hanno chiesto scusa in modo specifico per le Crociate, si sono riferiti in generale all’abuso della violenza perpetrato molte volte dalla Chiesa. Essi hanno condannato la violenza, ma non hanno rinnegato le motivazioni e l’organizzazione di quelle spedizioni. Come mai? Eppure nell’immaginario collettivo odierno le Crociate sono quanto di più lontano possa esserci dal Vangelo, la più grossa macchia nera sulla coscienza della Chiesa ed un motivo per cui i cristiani debbano vergognarsi.

In realtà il motivo di questa mancanza di scuse è molto semplice, si tratta di un tributo alla verità storica. La Chiesa ha commesso molti errori, ma non è pensabile che si accolli anche responsabilità che non gli appartengono. Gli studi storici più moderni ed avanzati stanno definitivamente confermando che l’idea comunemente diffusa dall’odierno politically correct sul fenomeno delle Crociate, non corrisponde affatto alla verità storica. Uno dei massimi esperti a livello mondiale della storia delle Crociate, lo storico Jonathan Riley-Smith, principale esponente della moderna storiografia sul fenomeno, ha chiaramente affermato che: “Nel XVIII secolo, con l'Illuminismo, si arrivò a considerare le crociate come il frutto di un'epoca fanatica e superstiziosa” (J. Riley-Smith “Breve storia delle crociate” Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1994, pp. 329-331). 

In realtà la storia delle Crociate, così come è oggi superficialmente conosciuta, costituisce l’esempio più evidente della mistificazione e della manipolazione della storia operata in senso anticattolico. Scrive Rodney Stark, attento studioso, non cattolico: “…Voltaire, Gibbon e altri scrittori del XVIII secolo, [furono] intenzionati a ritrarre la Chiesa cattolica nella peggiore luce possibile”, (R. Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010). Sulle Crociate è stata costruita una autentica "leggenda nera", piena di menzogne e fantasie che poi ha finito per imporsi come la versione ufficiale di quei fatti. 

Sul finire del X secolo la Cristianità si trovò costretta a reagire all’incredibile pressione esercitata dall’Islam, la Chiesa bandì le Crociate senza nessuna volontà imperialista o colonialista, ma per porre un freno all’aggressività musulmana, per cercare di salvare il Santo Sepolcro e tutelare il pellegrinaggio in Terrasanta. Un dialogo pacifico era impensabile, nella comunità musulmana lo spirituale e il temporale si trovano indissolubilmente legati, non può esserci spazio per altri credi e nessuna tolleranza per le minoranze non islamiche, le differenze gradualmente vengono assorbite nell’unità della civiltà e della lingua araba. Per l’Islam il popolo e la società devono avere il medesimo destino politico e religioso. Il Corano, il libro sacro dell’Islam, è insieme legge civile e religiosa. Per questo l’Islam non può essere né cattolico e né missionario, ma, normalmente, solo conquistatore.
Se il cristianesimo non riesce ad assumere ed esprimere le proprie peculiarità in mezzo al mondo rischia di annacquarsi. Lo spirito delle Crociate fu, quindi, quello di una lotta per la sopravvivenza della fede e della propria identità. 

Troppe falsità si sono dette e scritte sulle Crociate, è tempo che sia diffusa una storia più aderente alla verità dei fatti. 



Bibliografia

L. Gardet “Conoscere l’Islam” Edizioni Paoline, 1961;
Franco Cardini "Le Crociate tra il mito e la storia" Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971; 
Amin Maalouf “Le crociate viste dagli arabi” SEI, Torino, 1989;
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate" A. Mondadori Editore, Milano 1994;
Franco Cardini "Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia" Piemme Casale Mon.to (AL) 1994; 
Jonathan Riley-Smith “Breve storia delle crociate” Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1994;
Luigi Negri "False accuse alla Chiesa" Piemme, Casale Mon.to (AL) 1997;
Luigi Negri "Controstoria. Una rilettura di mille anni di vita della Chiesa" San Paolo, Cinisello B.mo (MI) 2000; 
Thomas F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005;
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010.

venerdì 26 gennaio 2018

Giovanna d'Arco, violenza e santità?

Tra gli aspetti più controversi della storia della Chiesa bisogna sicuramente annoverare la vicenda di Giovanna D’Arco, la giovinetta francese che in nome di Dio, verso la fine della guerra dei Cent’anni, imbracciò la spada e combatté gli inglesi invasori per liberare la sua patria. Come è noto la ragazza fu, infine, catturata e arsa viva come eretica. Successivamente fu riabilitata fino ad essere proclamata addirittura santa dalla Chiesa di Roma. 

Questa vicenda suscita molti interrogativi: come mai è stata fatta santa una persona dedita alla guerra ed alla violenza? Come mai Giovanna è stata prima considerata un’eretica e poi è stata canonizzata? La Chiesa si è sbagliata? Se la Chiesa esalta la figura di Giovanna vuole forse farci intendere che Dio parteggiava per i francesi contro gli inglesi? Se la Chiesa propone la vita e le opere dei santi come un insegnamento eroico e virtuoso da imitare, come si spiega tutto questo nel caso di Giovanna? 

Per poter rispondere a queste domande bisogna innanzitutto collocare la vicenda di Giovanna nel suo periodo storico. Siamo nel 1428, era in pieno corso la cosiddetta guerra dei Cent’anni tra gli Armagnacchi, partigiani di Carlo VII, un “re” solo sulla carta, e gli Inglesi, con il loro alleato il Ducato di Borgogna. La situazione del regno di Francia era veramente disperata, gli Inglesi occupavano ormai un quinto del territorio nazionale francese, Carlo VII viveva rintanato a Bourges nella completa inattività, gli Armagnacchi incassavano sconfitte su sconfitte, ultima delle quali la disastrosa disfatta di Azincourt del 1415, ed Orléan era sotto assedio degli Inglesi. Questa debolezza dei Francesi denotava anche l’inesistenza di un vero e proprio sentimento nazionale all’inizio del XV secolo. Nata nel 1412, da una povera famiglia di contadini a Domrémy, Giovanna D’Arco si sentì chiamata da Dio a soccorrere il re di Francia e a scacciare gli Inglesi dal suolo francese. Incontra Carlo VII a Chinon e, dopo qualche diffidenza iniziale, lo convince ad affidarle il compito di passare all’offensiva contro gli Inglesi. Col suo entusiasmo Giovanna riesce a rianimare l’ardore degli Armagnacchi e, dopo aver liberato Orléan, fa incoronare Carlo VII re di Francia a Reims, appena liberata dagli Inglesi. Dopo questi successi il re tornò nella sua apatia e decise di trattare con gli Inglesi, ma Giovanna era ormai decisa a portare in fino in fondo la sua missione e continuò la guerra senza l’appoggio della corona. Il 24 maggio del 1430 fu catturata dai Borgognoni, alleati degli Inglesi, e a questi fu venduta. Imprigionata a Rouen vi fu processata per eresia e stregoneria da un falso tribunale dell’Inquisizione con giudici prezzolati dagli Inglesi. Condannata, venne arsa viva il 30 maggio 1431.

Il processo per eresia di Giovanna d’Arco fu una farsa organizzata dagli Inglesi in cui fu commesso un alto numero di irregolarità (ad esempio non fu mai inoltrato l’appello di Giovanna al papa), l’atteggiamento della giovinetta fu molto coraggioso e di grande intelligenza, ma soprattutto di sottomissione alla Chiesa di cui ne riconosceva l’autorità. Il re Carlo VII, che inizialmente aveva abbandonato Giovanna al suo destino, sotto l’autorità di papa Callisto III, aprì un’inchiesta sul processo che la riabilitò completamente nel 1456. Giovanna d’Arco fu beatificata il 1909 da papa san Pio X e canonizzata nel 1920 da papa Benedetto XV.

Perché la Chiesa ha santificato Giovanna? Perché Dio parteggiò per i Francesi contro gli Inglesi? Certamente no, Dio non fa particolarismi. Dio è Giustizia e Verità e a queste virtù ogni uomo ed ogni società devono tendere. Davanti alla situazione in cui erano piombati i Francesi, minacciati dalle pretese egemoniche degli Inglesi sul loro paese e dall’anarchia imperante, Giovanna d’Arco sentì il dovere di assumere i mezzi necessari per liberare la Francia, sino al punto da fare la guerra. L’amor patrio è un valore cristiano, così come bisogna amare la propria famiglia, occorre amare la propria Patria, per il cristiano è un dovere difendere la Patria. Ma ogni impegno politico di questo tipo, fatalmente, esige una scelta e ciò significa anche farsi dei nemici in campo opposto. Tale impegno è buono se non si va alla ricerca del proprio interesse personale o dell’appagamento di un desiderio di potenza, ma se si cerca il bene degli altri. La scelta particolare dell’uno o dell’altro partito è sempre discutibile, ma mentre la Chiesa, in quanto istituzione collettiva, non può e non deve prendere posizione ufficiale su tali problemi, il cristiano singolo, invece, nel proprio e specifico ambito personale, ha il diritto e il dovere di impegnarsi, in proporzione ai mezzi disponibili. 

Giovanna pensò che il benessere dei Francesi fosse la pace e che questa non poteva essere raggiunta senza il riconoscimento del sovrano legittimo da parte di tutti. Così si impegnò nella lotta per assicurare il trono al “delfino” di Francia Carlo VII. Altri cristiani, forse, avrebbero preso un altro atteggiamento. Il merito di Giovanna fu di aver agito non sulla base di preferenze personali, ma sforzandosi di lasciarsi illuminare dalla Sapienza divina nella ricerca del partito migliore, in quella data situazione, allo scopo di portare aiuto ai fratelli in difficoltà. La liberazione del suo popolo è, quindi, un’opera di giustizia umana, che Giovanna compie nella carità, insegnando che la forza può stare al servizio della giustizia e della carità.


Bibliografia

Régine Pernoud, “Il processo di Giovanna d’Arco” Ed. Paoline, 1973;
Franco Cardini "Giovanna d'Arco. La vergine guerriera" Milano, Mondadori, 1999;
Régine Pernoud "Giovanna d'Arco. Una vita in breve" Cinisello Balsamo, San Paolo, 1992;
Procès de Condamnation de Jeanne d'Arc, 3 vol. e Procès en Nullité de la Condamnation de Jeanne d'Arc, 5 vol., ed. Klincksieck, Paris 1960-1989.

martedì 16 gennaio 2018

Biglino e l'astronave di Yahweh

Come sappiamo lo studioso Mauro Biglino è convinto che l’umanità sia il frutto di un lavoro di ingegneria genetica realizzato da una superiore intelligenza aliena e che tale operazione sia stata meticolosamente riportata nella Bibbia. Purtroppo, pur di poter aver di che accusare la Chiesa e i cristiani di complotti e macchinazioni varie, moltissime persone sono disposte anche a credere a tali assurdità.

Per poter puntellare questa sua convinzione, Biglino, nei suoi libri e conferenze, ripete spesso che il termine ebraico “kavòd”, che in tutte le traduzioni più accreditate ha sempre il significato di “gloria”, “onore”, in realtà avrebbe un altro significato, molto più materiale. Tutti i vocabolari riporterebbero, infatti, una traduzione inficiata da una “visione del divino”, che secondo Biglino nella Bibbia non esiste. In uno dei suoi libri scrive: 

Il verbo da cui deriva (il termine kavòd n.d.a.) indica i concetti di: “essere pesante, avere peso, essere onorato, essere duro”. (…) I Greci hanno tradotto questo termine col vocabolo doxa, che viene a sua volta reso nelle lingue moderne con “gloria”. La traduzione di questo termine è sempre stata condizionata dalla visione della divinità che – abbiamo visto – non corrisponde affatto alla rappresentazione degli Elohim presente nell’Antico Testamento: gli Elohim infatti tutto erano tranne che esseri spirituali! (…) Questa variazione di significato deriva esclusivamente dalla necessità avvertita dai teologi di trovare un modo per conciliare il termine kavòd con l’idea di Dio che loro hanno artificiosamente elaborato” (Mauro Biglino “Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia. Gli dei che giunsero dallo spazio?” Uno Editori, 2012, pag. 88).

Quindi per Biglino tutta la comunità accademica, tutti gli esegeti più titolati e tutti i vocabolari più accreditati sono stati soggiogati dal complotto teologico giudaico-cristiano che avrebbe imposto una traduzione sbagliata e di comodo. Ovviamente Biglino non fornisce alcuna informazione su chi avrebbe ordito e quando si sarebbe verificato un tale complotto, ma assicura che lui è il solo in grado di sapere quale possa essere la giusta traduzione e per scoprirla va alla ricerca di tutti i significati associati alla radice consonantica del termine “kavòd”, cioè “KVD”, presenti nelle altre lingue semitiche. Per Biglino nelle antiche lingue semitiche la radice consonantica “KVD” rimanderebbe ai concetti di “pesantezza” e ”potenza” e da questi concetti che deriverebbero i veri significati del termine “kavòd”, che solo successivamente avrebbe preso il significato di gloria e onore. Quindi quando nella Bibbia compare il termine “Yahweh-kevòd”, Biglino lo identifica come sinonimo della “potente” e “pesante” astronave dell’Elohim Yahweh. Ecco così dimostrato che Yahweh non è il Dio d’Israele, ma un essere alieno venuto sulla terra a bordo della sua “pesante” astronave. 
Per provare questa sua “scoperta” Biglino cita frequentemente i capitoli 24 e 33 del libro dell’ Esodo dove si narra, rispettivamente, di Mosé che sale sul monte Sinai per ammirare la “Yahweh-kevòd”, cioè l’astronave di Yahweh, che si è posata sulla cima (Es 24, 15-17) ed assistere al suo passaggio nascosto dietro una roccia (Es 33, 19-23).

L’operazione di Biglino è semplicemente assurda perché la fa dipendere da un pregiudizio inziale: siccome Dio non c’è nella Bibbia, allora il termine “kavòd” non può significare “gloria” o “onore”, quindi Biglino si mette cercare tra le principali lingue semite le vocalizzazioni della radice “KVD” finché non trova quella che gli interessa, cioè “kavéd“ che significa “pesante”, e diviene l’astronave di Yahweh (sic!). Operazione di nessuna validità scientifica che, oltretutto, rinnega l’impostazione iniziale di Biglino di prendere come valida la vocalizzazione masoretica. Ma, come è noto, i termini ebraici e semiti sono solo consonantici e cambiano notevolmente di significato a seconda della loro vocalizzazione, quindi possono assumere molti significati, anche all’interno della stessa vocalizzazione, ad esempio quella “scelta” da Biglino, cioè “kavéd” non significa solo “pesante”, ma anche “fegato”!

La radice consonantica “KVD” può avere, in ebraico, numerosi significati a seconda della vocalizzazione, così da avere: 

KaVoD = onore, gloria
KaVéd = pesante, fegato
KiBeD = per dare onore a
KaVuD = onorevole, distinto
KaVaD = a pesare su
KoVeD = di massa, il peso

E lo stesso vale per le lingue semite antiche come l’ugaritico o l’accadico. In ugaritico la radice KBD significa “fegato”. In accadico il termine “KaBaTu” significa: “essere pesante”, “estinguere (il fuoco)”, “aggravare”, “esagerare”, “essere rispettato, importante”, “essere onorato”. Sempre in accadico il termine “KaBaTTu” significa; “fegato”, “interiora”, “umore”, “mente”, “intenzione”.

Tutto ciò fa ben comprendere che per conoscere con sufficiente certezza il significato di un determinato termine occorre interpretarlo alla luce del contesto di cui il termine fa parte. La traduzione letterale propugnata da Biglino è, quindi, lacunosa ed inadatta. Se analizziamo alcune ricorrenze del termine “kavòd” nel Pentateuco, cioè nella Torah, i primi cinque libri della Bibbia:

A tuo fratello Aronne farai dei paramenti sacri, in segno di dignità e di GLORIA (=kavòd)” (Es 28, 2);
Io avevo detto che ti avrei colmato di ONORI (= kavòd)” (Nm 24, 11);
ONORA (=kavòd) tuo padre e tua madre” (Es 20, 12);
La GLORIA (=kavòd) del Signore riempirà tutta la terra” (Nm 14, 21);
Nel suo tempio tutto esclama: “GLORIA (=kavòd)” (Si 29, 9)


si può notare che se sostituiamo il termine “pesante” a “gloria”, “onore” questi versetti non hanno alcun senso. Quindi Biglino non solo sceglie arbitrariamente il significato, ma lo utilizza solo nei versetti che a lui fanno comodo. Sulla scorta di tali evidenze appare giusto e corretto, invece, tradurre l’espressione “Yahweh-kevòd”, dove il termine “kevòd” è la forma costrutta dell’assoluto “kavòd”, come: “la Gloria di Yahweh”.

Ma come mai se il termine “kavòd” esprime una qualità di Dio e non qualcosa di materiale, Mosè in Es 33, 19-23 per vedere la “gloria “ di Dio si nasconde dietro una roccia riuscendo a scorgere solo le spalle di Dio e non la sua faccia, cioè elementi materiali? Coerentemente con tutto il resto del Pentateuco anche in questi versetti bisogna tradurre “kavòd” con “gloria”. Ciò è spiegato dal fatto che siamo di fronte ad un antropomorfismo tipico del linguaggio dei primi cinque libri della Bibbia. Per antropomorfismo s’intende l’attribuzione di forme fisiche e di sentimenti umani alle figure divine nelle diverse religioni. Il Pentateuco è pieno di tali antropomorfismi, cioè di espressioni figurate e simboliche quali “braccio del Signore”, “dito di Dio”, “mano di Dio”, ecc., basti pensare alla vicenda di Dio con Adamio ed Eva nella Genesi dove l’uomo e la donna camminano con Dio nel giardino dell’Eden. E così anche in Esodo 33, dove sembra che Dio abbia una faccia e che cammini sulla terra, siamo di fronte ad un linguaggio figurato. Ad esempio quando nel testo ebraico compare il termine “panim” (= faccia), in relazione a Dio, è chiaramente da intendersi in senso figurato, infatti, ad esempio, l’espressione “vedere la faccia di Dio” significa presentarsi al Tempio di Gerusalemme per le festività. Ciò si deduce dal contesto letterario, dalla tecnica di composizione della Bibbia ebraica che utilizza spesso espressioni figurate ed allegorie proprie della tradizione rabbinica e dalle complesse sfumature della lingua ebraica. La traduzione letteraria equivarrebbe ad un travisamento della religiosità di Israele che non ha mai attribuito tratti materiali e terrestri al suo Dio. Per Israele Dio non può essere confinato in uno spazio perché Egli stesso è lo spazio, la Presenza Divina che genera lo spazio. 



Bibliografia 

Stanislav Segert “A Basic Grammar of the Ugaritic Language”, University of California Press, Berkeley and Los Angeles, California 1997; 
Jeremy Black, Andrew George, Nicholas Postgate “A Concise Dictionary of Akkadian”, Edizioni Otto Harrassowitz, 1999)”;
Philippe Reymond “Dizionario di ebraico e aramaico biblici” Ed. Società Biblica Britannica, 2011;
Dizionario “Koehler & Baumgartner" Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament;
Dizionario “Brown-Driver-Briggs” Hebrew and English Lexicon

Per una consulenza sui significati di “kevòd” ho consultato alcune discussioni sul forum di Consulenza Ebraica: http://consulenzaebraica.forumfree.it/?t=63894022

Per una esauriente e qualificata dissertazione sugli antropomorfismi nella Bibbia segnalo un documento presente in rete: 
http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Antropomorfismi%20parte%201.pdf

venerdì 29 dicembre 2017

La Chiesa e la proibizione della lettura della Bibbia

Tra le tante accuse generate dalla malignità del laicismo e da quella di molte confessioni protestanti contro la Chiesa Cattolica, un posto di tutto riguardo spetta certamente al divieto che la Chiesa di Roma avrebbe imposto ai suoi fedeli di leggere autonomamente le Scritture sacre, in special modo i vangeli. Secondo i laicisti tale divieto rappresenterebbe una delle prove più schiaccianti di come la Chiesa Cattolica fosse nient’altro che una organizzazione oscurantista ed affossatrice del “libero” pensiero. Questa sciocchezza è stata talmente ripetuta dalla propaganda laicista che persino un’autorità della cultura mondiale come Indro Montanelli ebbe modo di affermare: “Da quando il Concilio di Trento aveva formalmente ribadito che il credente non aveva affatto il dovere, anzi non aveva il diritto di leggere e d'interpretare le sacre scritture. Di esse era perfino proibita la traduzione in lingua italiana appunto per riservare al prete il compito di decifrarle. Il verbo doveva restare un'esclusiva di casta..." (I. Montanelli “L'Italia giacobina e carbonara (1789-1831)” Rizzoli, 1998, p. 21). 

I protestanti sono particolarmente accaniti nel reiterare tale accusa: per loro la Chiesa romana vietò la lettura della Bibbia al popolo perché temeva che gli abusi e le eresie presenti nella dottrina cattolica venissero scoperti. Per sostenere questa loro tesi viene sempre portato ad esempio il pronunciamento del Concilio di Tolosa che, già nel 1229, avrebbe vietato a tutti i cristiani la lettura della Bibbia. A questo divieto seguì poi il famoso provvedimento di papa Paolo IV che nel 1559, per contrastare l’avanzata del protestantesimo, istituì l'Indice dei libri proibiti nel quale erano vietate ben 45 versioni della Bibbia in lingua volgare, tradotte da autori sospetti, non cattolici o anonimi. 

L’elenco delle “prove” che dimostrerebbero questa volontà della Chiesa Cattolica di proibire la lettura della Bibbia contempla anche un misterioso documento del 1553 conservato nella Biblioteca nazionale di Parigi ed intitolato: “Avvisi sopra i mezzi più opportuni per sostenere la Chiesa romana”. Questo documento che sarebbe stato redatto da tre fantomatici vescovi del tempo consigliavano il papa di allora, Giulio III, a non permettere la lettura dei vangeli affinché il popolo non scopra la falsità e le eresie della dottrina cattolica. 

A detta dei protestanti e dei laicisti tutto ciò dimostrerebbe come la Chiesa sia stata un’organizzazione criminale e truffaldina che abbia sempre impedito e proibito la libera lettura delle Scritture arrivando a condannare e mandare al rogo chiunque si fosse azzardato a tradurre dal latino in lingua volgare la Bibbia.

Quindi, a sentire protestanti, laicisti ed anticattolici vari, sembrerebbero provati l’oscurantismo ed il dispotismo cattolici. Ma anche stavolta ci troviamo di fronte ad una falsità, ad una campagna denigratoria che non ha nulla di vero. Per rendersene immediatamente conto basta riportare la tanto evocata disposizione del Concilio di Tolosa del 1229: “Proibiamo che qualsiasi laico possieda i libri dell'Antico o del Nuovo Testamento tradotti in lingua volgare. Se una persona pia lo desidera, può avere un Salterio o un Breviario... ma in nessun caso dovrà possedere i libri sopra menzionati tradotti in lingua romanza”.

Come si può notare, questa disposizione non vieta affatto la lettura della Bibbia, ma solo quelle tradotte in lingua volgare. La lettura ed il possesso della Bibbia in lingua latina, cioè la versione tradotta da San Girolamo, la cosiddetta “Vulgata”, erano permessi e raccomandati. La Chiesa Cattolica, infatti, anche a causa del diffuso analfabetismo tra il popolo e l’elevato costo dei libri, ha sempre favorito la lettura e la meditazione della Scrittura all’interno di monasteri e biblioteche. I monaci ed il clero secolare erano incoraggiati a leggere le scritture secondo le loro necessità spirituali, come anche testimonia Ireneo di Lione nel II secolo (Adversus haereses 3, 4). 

Ma perché la Chiesa proibì la lettura ed il possesso di Bibbie tradotte in lingua volgare? Per capire le ragioni di un tale provvedimento occorre conoscere il contesto in cui si svolse il Concilio di Tolosa. Nel XIII secolo in Europa, e specialmente nel sud della Francia e nord Italia, si assistette alla comparsa di movimenti ereticali di tipo gnostico che cominciarono a diffondere interpretazioni eterodosse della Scrittura. Queste si basavano su una visione spiritualista del messaggio dei vangeli, in particolare quello di Giovanni, arrivando a negare la bontà della materia e delle sue manifestazioni concrete come il matrimonio e la procreazione, lo Stato e, specialmente, il potere temporale e la Chiesa Cattolica alla quale si negava anche il ruolo di mediatrice tra Dio e gli uomini. Di conseguenza tutti i sacramenti erano visti come frutti malvagi della corruzione del peccato originale, mentre occorreva estraniarsi dal mondo e fuggire dalla corporeità. Tutto ciò diede origine a movimenti sociali di vasta portata che sfociarono ben presto in vere e proprie rivolte. Tra queste molto nota è la vicenda dei Catari francesi, denominati “Albigesi”, dal nome della città di Albi, loro principale centro, che determinò un vero e proprio sconvolgimento della società medioevale. Fu, quindi, in quel periodo in cui l’ortodossia della fede cristiana fu messa gravemente in pericolo, che la Chiesa, dietro anche la pressante richiesta delle autorità politiche, come il re di Francia Roberto II, il conte di Poitiers e duca di Aquitania Guglielmo e l'imperatore Enrico III, vietò la lettura personale della Bibbia in lingua volgare per evitare gli eccessi gnostici (Rino Cammilleri “Storia dell'inquisizione” 1997, p. 16). 

Inoltre è opportuno specificare che il Concilio di Tolosa non fu un Concilio ecumenico, ma solo un sinodo locale, cioè le sue deliberazioni non determinarono una norma per tutta la Chiesa cattolica, ma solo per la comunità locale dove era presente il problema. Ciò significa che i pronunciamenti di tale sinodo avevano un valore limitato al periodo dell’emergenza gnostica e non determinavano un atteggiamento generale. 

La Chiesa, infatti, non si è mai opposta alla diffusione di traduzioni bibliche in lingue moderne, ma solo a quelle che erano mutile, cioè che non riportavano tutti i libri canonici, e che, a suo giudizio, propugnavano interpretazioni eretiche. Ad esempio la Bibbia Alfonsina del 1280 in lingua spagnola, quella a cura di John Rellach del 1450 in lingua tedesca, quella in italiano del 1471 curata dal monaco camaldolese Nicolò Malermi, quella in francese di Jacques Lefèvre d'Étaples del 1528 o la Bibbia di Reims, in inglese, del 1609, furono tutte traduzioni riconosciute dalla Chiesa cattolica la cui lettura e possesso erano permessi. 

Il misterioso documento del 1553, “Avvisi sopra i mezzi più opportuni per sostenere la Chiesa romana”, richiamato spesso dai protestanti, risulta essere un falso. Gli storici hanno ormai accertato da tempo che non si tratta di un documento cattolico, infatti a Parigi è conservato un libello di Pier Paolo Vergerio, un ecclesiastico cattolico divenuto protestante, che in odio alla Chiesa cattolica scrisse quella citazione di parte (A.C.Siegrfied ”La Vita e i lavori di P.P.Vergerio”, Strasbourg, 1857 - in 8°, pag. 39). Questo testo fa parte dei numerosi opuscoli pubblicati anonimamente dal Vergeto all'epoca della sua violenta polemica contro il papato.

Un altro mito che occorre sfatare è quello secondo il quale la Chiesa avrebbe perseguitato ed ucciso chi traduceva la Bibbia. Storicamente non risulta niente di tutto questo, la Chiesa si limitava a distruggere le versioni non riconosciute e a sanzionare i trasgressori solo a livello spirituale. Si ha notizia solo di due casi di condanne capitali di autori di traduzioni non autorizzate, entrambe in Inghilterra, relative a John Wycliffe e William Tyndale. Nel primo caso si trattò di una condanna simbolica, infatti vennero bruciati nel 1415 i resti riesumati del corpo sepolto nel 1384 e per quanto riguarda il secondo caso la condanna fu sancita non da un tribunale cattolico ma inglese, dunque anglicano, nel 1536. 

Infine veniamo alla crisi protestante del XVI secolo. Come è noto Lutero non si limitò a sferzare e condannare i costumi corrotti della Chiesa Cattolica, ma propugnò una vera e propria riforma dottrinaria. Tra le varie innovazioni che vennero introdotte ci fu anche quella della libera lettura ed interpretazione della Bibbia da parte di qualsiasi cristiano. Tutto ciò portò ben presto, com’era naturale, ad una molteplicità di interpretazioni ed infine alla frammentazione della Chiesa riformata. Tale impostazione portò inevitabilmente anche alla produzione di versioni della Bibbia tra le più disparate e senza alcun controllo, prima fra tutte la traduzione in tedesco operata dallo stesso Lutero. Questa sua versione fu utilizzata senza tanti problemi come uno strumento di propaganda anticattolica. Venne rigettata senza alcuna seria motivazione l’autorevole Vulgata Clementina, la versione in uso presso la Chiesa Cattolica tratta integralmente dalla versione greca dei LXX, per adottare le cosiddette traduzioni dai testi originali cioè il discutibile e lacunoso Textus Receptus, infatti questi testi originali, in realtà, non sono i più antichi e sono molto frammentati. E come se non bastasse progressivamente furono eliminati i libri deuterocanonici perché conservati solo nella versione greca dei LXX, perché non accettati dagli ebrei e perché favorevoli ad alcuni insegnamenti cattolici non compatibili con i dogmi protestanti della “predestinazione” e della "salvezza per sola fede".

Come è fin troppo evidente i protestanti imposero una loro dottrina e, come in un letto di Procuste, tagliarono ed aggiunsero per giustificare i loro dogmi. E’ normale che la Chiesa Cattolica non poteva restare inerte di fronte allo scempio della Scrittura, così come fino ad allora era stata tramandata, ed è per questa volontà di preservazione dell’originale tradizione apostolica, le autorità ecclesiastiche proibirono la lettura delle versioni protestanti in quanto ricavate da manoscritti scarsamente attendibili, mutile e spesso segnate da stili polemici ed anticattolici. E’ giusto il caso di ricordare che i vangeli, quindi la tradizione apostolica, poggia sulla versione greca dei LXX. 

Fu esclusivamente per contrastare e prevenire questi pericoli che la Chiesa Cattolica pronunciò ufficialmente con il Concilio di Trento la sua condanna:

Il sacrosanto concilio tridentino ecumenico e generale [...] sa che questa verità e disciplina è contenuta nei libri scritti [della Bibbia] e nelle tradizioni non scritte [...]. Seguendo l'esempio dei padri della vera fede, con uguale pietà e venerazione accoglie e venera tutti i libri, sia dell'Antico che del Nuovo Testamento, essendo Dio autore di entrambi [...]. Lo stesso sacrosanto sinodo [...] stabilisce e dichiara che l'antica edizione della Vulgata, approvata dalla stessa Chiesa da un uso secolare, deve essere ritenuta come autentica nelle lezioni pubbliche, nelle dispute, nella predicazione e spiegazione e che nessuno, per nessuna ragione, può avere l'audacia o la presunzione di respingerla [...] Inoltre stabilisce che nessuno, fidandosi del proprio giudizio [...], deve osare distorcere la Scrittura secondo il proprio modo di pensare” (Concilio di Trento, sessione IV, 8 aprile 1546)

Come si vede, con buona pace di Montanelli e dei protestanti, tale pronunciamento non vieta la lettura della Bibbia, ma solo la limita alla sua traduzione ufficiale latina, non vengono vietate le traduzioni in lingue volgari per uso personale, che infatti continuarono a circolare liberamente, previa approvazione ecclesiastica. Infatti la Bibbia venne integralmente tradotta con approvazione ecclesiastica in lingua inglese verso il 1610 ed anche in lingua italiana verso il 1780. 

Nel frattempo la critica biblica e la ricerca si sono dotate di regole scientifiche comuni validate dalla comunità accademica internazionale cosicché oggi tra le migliori edizioni presenti ce ne sono anche di protestanti come la Riveduta del Luzzi, la Nuova Riveduta, l’American Standard Version, la Revised Standard Version e la New American Standard Bible. Sono fortemente affidabili, risultano frutto di un onesto lavoro di revisione sui testi originali e vengono stampate da autorevoli case editrici. Ma in passato un tale sistema di informazioni e di controlli non esisteva ed era forte il pericolo di manomissioni e contraffazioni che potevano diffondere tra il popolo errori, dubbi ed eresie.

Ciò che impressiona è l’incredibile successo che possono avere questi miti negativi sulla Chiesa Cattolica, in fondo bastava andarsi a leggere i pronunciamenti dei Concili di Tolosa e di Trento, che ho riportato, per capire come stessero effettivamente le cose. Ma se pure una mente eccelsa come quella di Montanelli, si è lasciata trasportare dalla sua ideologia anticattolica, si capisce fin troppo bene che contro l’odio ideologico non si può nulla. 


Bibliografia

A. C. Siegrfied ”La Vita e i lavori di P.P.Vergerio”, Strasbourg, 1857;
R. Cammilleri “Storia dell'inquisizione” 1997.

lunedì 25 dicembre 2017

Buon Natale!!!





A tutti i frequentatori e visitatori del blog auguro
un sereno e felice Natale del Signore!

mercoledì 29 novembre 2017

Biglino e la violenza nella Bibbia

Fra i vari argomenti utilizzati da Biglino per cercare di dimostrare che il Dio d’Israele, Yahweh, non sia altro che un feroce capo militare appartenente alla misteriosa casta degli Elohim, ricorre spesso quello riguardante le atrocità e le violenze presenti nella Bibbia. Secondo Biglino, infatti, tali efferatezze non sarebbero altro che la testimonianza di una guerra in cui gli Ebrei, guidati dal loro capo militare Yahweh, hanno distrutto i loro nemici. Nessun Dio, sostiene Biglino, si comporterebbe in questo modo, comandando ed ordinando assassini, stermini, stragi, stupri, rapine e devastazioni. In libri come il Deuteronomio, ad esempio, Dio ordina lo sterminio di interi popoli abitanti la terra di Canaan (cap. 7), oppure nel libro dei Numeri, dove questo feroce Dio comanda addirittura lo stupro delle giovani Madianite (cap.31).


Biglino sfrutta abilmente la vecchia questione della violenza ordinata da Dio, presente nella Bibbia, per tirare l’acqua al suo mulino. Egli sa bene quanta presa e quale impressione generi questo argomento presso il lettore comune ed infatti l’idea che il dio biblico sia solo un bieco sanguinario è uno degli argomenti più gettonati dai denigratori della religione cristiana. Si tratta di una questione antichissima che si propose già nel II secolo d.C. quando il proto-gnostico Marcione, un vescovo e teologo greco antico, propugnò un primo abbozzo di canone delle scritture da ritenersi vere e sacre, in cui tutto l’Antico Testamento veniva scartato come manifestazione di un Dio cattivo e deteriore. Ma già da allora la Chiesa rifiutò una tale impostazione tenendo sempre in grande considerazione la rivelazione di Dio lungo tutta la storia della salvezza e condannò le tesi marcioniste. Oggi, come un novello Marcione, Biglino denigra l’Antico Testamento, ma in realtà si tratta dell’ennesima visione rozza e primitiva dello studioso piemontese che interpretando letteralmente la Bibbia non riesce, o non vuole, cogliere le vere caratteristiche della rivelazione di Dio che si attua nella Scrittura. Egli sembra non conoscere affatto il metodo storico-critico assolutamente necessario per lo studio scientifico del significato dei testi antichi. La Scrittura riporta il pensiero e l’azione di Dio mediati dall’agiografo e questi sono resi in un linguaggio umano. Ciò che occorre tenere ben presente è il fatto che la Bibbia non è un libro “calato dal cielo”, ma si tratta di una composizione realizzata da autori umani in tutte le sue parti e in tutte le sue fonti. La sua giusta comprensione, quindi, non può che affidarsi, anche e soprattutto, al metodo storico-critico.

Per poter dunque spiegare come sia possibile che Dio ordini queste azioni violente non basta una semplice traduzione letterale, bisogna conoscere la letteratura, la cultura e i costumi attraverso i quali questi autori ci hanno trasmesso questi fatti e la rivelazione con essi veicolata. La Palestina nei secoli XII ed XI prima di Cristo è una terra particolarmente violenta, abitata da popoli sempre in guerra tra di loro. Molti scavi archeologici hanno mostrato la distruzione violenta di diversi insediamenti cananei intorno al 1250-1200, a testimonianza del fatto che l’uso di distruggere le città nemiche ed eliminare tutti i loro abitanti rappresentava l’usuale modo per dirimere le questioni tra fazioni avverse. In quei tempi era anche diffusissima l’usanza di ingraziarsi i favori di dei crudeli e sanguinari attraverso sacrifici umani, anche di bambini. Come, ad esempio, i sacrifici al dio Moloch nei quali i bambini venivano sgozzati e poi bruciati in olocausto. La conquista della Terra di Canaan da parte di Israele, la biblica terra promessa da Dio, è raccontata e presentata come una qualsiasi guerra di conquista di quel tempo, dove era normale e scontato procedere con distruzioni di città ed eccidi dei nemici. Furono atti decisi dai condottieri dell’esercito israelita, Mosè e Giosuè, perché quello era il modo con cui si procedeva ad una conquista bellica. La rivelazione di Dio si presenta, quindi, attraverso la mentalità dell’agiografo di quei tempi dove la possibilità di poter annientare il nemico significa la sopravvivenza per il proprio popolo errante. Dio promette agli israeliti la Palestina e la Bibbia celebra l’avverarsi di tale promessa attraverso la gloria e la potenza di una conquista armata vittoriosa, riflesso, per quegli uomini, della grandiosità del loro Dio.
Gli ordini divini di attuare lo sterminio sono, quindi, un modo enfatico e sacrale per descrivere gli ordini di Mosè o di Giosuè, che secondo l’uso del tempo, adempivano alla volontà divina, perché era Dio che li guidava nella terra a loro promessa. Era un loro comando, ma presentato, secondo l’uso del tempo, come un comando divino, perché essi, come capi, agivano quali intermediari di Dio. 

In questa fase non è possibile ravvisare alcun un giudizio morale da parte della Bibbia, ma solo la rivelazione di un Dio potente che con mano forte guida Israele. La valutazione morale, invece, dev’essere individuata nel progressivo sviluppo etico del popolo ebraico. Quello che Biglino ignora è proprio questa evoluzione e il fatto che la Bibbia trova il suo senso solo in una visione unitaria e progressiva. Non è possibile applicare la nostra visione e la nostra morale contemporanea a vicende puntuali e così distanti nel tempo. La Bibbia espone una progressiva affermazione della morale divina, all’inizio con la vendetta come forma di giustizia: “Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte” (Gen 4,15), per passare alla cosiddetta legge del taglione: “Vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede” (Dt 19,21), fino ad arrivare alle vette del vangelo dove Gesù istituisce la legge dell’Amore: “Avete inteso dire che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5, 43-44). 

Alla luce di tali evidenze il criterio generale di interpretazione deve dev’essere quello di un Dio che si è rivelato servendosi degli uomini, della cultura, dei modi di concepire la santità di Dio e la giustizia tra gli uomini secondo i costumi del tempo. Spiega molto efficacemente il biblista ed ebraista Gianfranco Ravasi: “È stato spiegato a più riprese dagli studiosi che questi limiti dell’Antico Testamento sono legati a un dato fondamentale della Bibbia. Essa non è una collezione di tesi teologiche e morali perfette e atemporali, come sono i teoremi in geometria, bensì è la storia di una manifestazione di Dio all’interno delle vicende umane. È dunque un percorso lento di illuminazione dell’umanità perché esca dalle caverne dell’odio, dell’impurità, della falsità e s’incammini verso l’amore, la coscienza limpida e la verità. Sant’ Agostino definiva appunto la Bibbia come il libro della pazienza di Dio che vuole condurre gli uomini e le donne verso un orizzonte più alto”. (da «Non uccidere!» Il quinto comandamento, Gianfranco Ravasi) 

Illuminante in tal senso è il documento conciliare Dei Verbum, la Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione, che dice: “I libri dell'Antico Testamento, sebbene contengano anche cose imperfette e temporanee, dimostrano tuttavia una vera pedagogia divina […] Dio, ispiratore e autore dei libri dell'uno e dell'altro Testamento, ha sapientemente disposto che il nuovo fosse nascosto nell'antico e l'antico diventasse chiaro nel nuovo" (DV 15-16), 

La Sacra Scrittura, composta in un arco di tempo molto lungo, è un insieme di libri che trova il suo senso generale solo in una visione unitaria. Per comprendere una parte bisogna collegarla a questa visione complessiva, in tutte le sue tappe, dal primo libro dell’Antico Testamento, fino all’ultimo libro del Nuovo. In tale ottica appare chiaro lo sviluppo progressivo della rivelazione divina. Si tratta di un'indicazione preziosa per evitare l’errore di Biglino di affidarci ad una pericolosa interpretazione letterale, che tradisce anziché favorire la comprensione di un dato testo. 



Bibliografia

J. A. Soggin “Storia d’Israele” – Paideia Editrice Bologna 1984;
G. Garbini “Storia e ideologia nell’Israele antico” Paideia, Brescia 1986;
J.M. Miller, J.H. Hayes ”A History of Ancient Israel and Judah” London 1986;
G. Barbaglio “Dio violento? Lettura delle Scritture ebraiche e cristiane” Cittadella, Assisi 1991;
I. Finkelstein, N. A. Silberman ”Le tracce di Mosè. La Bibbia tra storia e mito” Carocci, Roma 2002.

mercoledì 15 novembre 2017

Lo scisma d'Oriente

I concili ecumenici di Nicea del 325 d.C. e di Costantinopoli del 381 d.C. pervennero alla composizione del famoso simbolo della fede cristiana, “il Credo”, una formula che noi cristiani recitiamo ancora oggi durante la Messa. Tra le verità di fede espresse da quel dettato c’è la proclamazione dell’unità della Chiesa. La Chiesa è “una”, perché è una la sua origine, è uno il suo Fondatore, Gesù Cristo, ed è una la sua “anima”, lo Spirito Santo. 

Purtroppo, come sappiamo, questa solenne verità di fede è stata più volte ferita dai cristiani che con i loro peccati hanno diviso invece che unire il popolo di Dio. Durante i secoli eresie, scismi, apostasie, hanno portato ad una frammentazione che rappresenta un vero e proprio scandalo. Questo stato di cose non può che portare discredito alla Chiesa di Cristo, nonché sconcerto tra le anime più semplici. Oltre a ciò si è aggiunto anche lo scherno dei nemici di Cristo e della Chiesa, come quello dei laicisti, anche di quelli più beceri ed ignoranti. Ad esempio il pittoresco opinionista, matematico a tempo perso, Piergiorgio Odifreddi, pur essendo notoriamente a digiuno dei temi riguardanti la storia della Chiesa, non esita a rigirare il coltello nella piaga: “Il Cristianesimo […] si divide in varie sette: i Cattolici nell'Europa e nell'America del Sud, i Protestanti nell'Europa e nell'America del Nord, gli Ortodossi nell'Europa dell'Est, e gli Anglicani in Inghilterra. In questa cacofonia di voci discordanti molti sostengono di parlare in nome e per conto di Gesù, in maniera più o meno istituzionale, e qualcuno pretende addirittura di esserne il vicario in terra, con gran confusione dei poveri di spirito” (www.piergiorgioodifreddi.it/wp-content/uploads/2010/10/gesu.pdf). 

In realtà è un errore pensare, come fa Odifreddi, che esistano cristianesimi diversi, dove ognuno pretende di essere quello autentico, piuttosto occorre riflettere sul fatto che tali fratture sono state principalmente causate da motivazioni storico-politiche. Ad esempio, nel caso del grande scisma d’Oriente del 1050 tra la cosiddetta Chiesa Occidentale e quella Orientale, una grossa ferita che ancora sanguina in seno alla Chiesa cristiana, la separazione fu causata primariamente da motivi politici e da una serie di incomprensioni ed oggettive ed inevitabili difficoltà delle comunicazione e delle relazioni tra popoli molto differenti culturalmente e distanti geograficamente. 

Già la separazione politica tra l’impero romano d’Occidente e quello d’Oriente, nel V secolo, conferma non solo l’impossibilità politica di mantenere unito un così grande territorio, ma anche il processo di allontanamento, già in atto, tra le due parti dell’impero, quella sorta dal mondo latino e quella nata dal mondo greco-ellenistico. Nel corso del V secolo comincia a manifestarsi un’ignoranza reciproca già sul piano linguistico, Agostino di Ippona, per esempio, ignora il greco, che in Oriente sta per sostituire completamente il latino come lingua ufficiale. Perfino le eresie sono differenti, mentre in Oriente imperversa la polemica con Pelagio sulla problematica riguardante la natura umana e la grazia divina, in Occidente si affrontano le questioni cristologiche. 

Occorre anche ricordare le invasioni barbariche in Occidente che accentuano le differenze. Dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente nel 476, la maggioranza dei cristiani occidentali sono barbari o barbarizzati, mentre gli orientali si sentono orgogliosi di essere rimasti romani civili e raffinati. Per di più le invasioni slave ed arabe nei secoli seguenti, provocando un’interruzione temporanea delle comunicazioni tra Oriente ed Occidente, accelerano l’evoluzione divergente delle due aree culturali. E’ inevitabile, quindi, che quando si ristabiliscono le comunicazioni esistano da entrambe le parti delle gravi incomprensioni delle differenze reciproche. 

Già la crisi iconoclasta dell’VIII secolo rappresentò una fase iniziale dello scontro, non solo religioso, ma principalmente politico, tra Roma e Costantinopoli, per arrivare alla prima crisi vera e propria con il caso di Fozio. Questo personaggio, che non apparteneva al clero, assai colto e uomo politico di notevole rilievo, venne eletto patriarca di Costantinopoli nell’858, dopo le forzate dimissioni del suo predecessore Ignazio. Il papa Niccolò I, ovviamente, rifiutò di riconoscere tale elezione, ritenendo Ignazio il patriarca legittimo, e scomunicò Fozio. Ciò portò alla rottura, aggravata anche da rivalità di giurisdizione ecclesiastica sulla Bulgaria. Fozio venne a sua volta destituito nell’867 e tornò patriarca Ignazio. Morto costui nell’887, Fozio gli successe una seconda volta ottenendo il riconoscimento da papa Giovanni VIII. Quando le cose sembrano essersi risolte, a testimonianza di un processo di rottura ormai giunto al suo apice, riprese la contesa che andrà sempre più gonfiandosi attorno ad importanti questioni politico-religiose come il primato del papa e la dottrina del “Filioque” (Lo Spirito Santo, secondo la Chiesa latina, procede dal Padre “e dal Figlio”), ma anche per motivazioni molto meno serie come l’opportunità dell’uso del pane azzimo per l’Eucarestia, il celibato dei preti, la disciplina del digiuno, la soppressione dell’ “alleluia” durante la quaresima, la barba degli ecclesiastici, ecc. Quando nel 1050 un vescovo orientale, Leone di Ochrida, solleva una polemica di carattere liturgico, una sua lettera di condanna di diverse usanze latine divenne la goccia che fece traboccare il vaso e decenni di incomprensioni reciproche presero il sopravvento. Papa Leone IX inviò a Costantinopoli una legazione diretta dal fedele cardinale Umberto di Silva Candida che andò scontrandosi col patriarca Michele Cerulario. Due avversari di scarsa buona volontà e senza mezze misure. Il 16 luglio, proprio mentre la morte di papa Leone IX, avvenuta nel frattempo, faceva decadere la validità dell’ambasciata di Umberto, si verifica la frattura e la scomunica reciproca. 

La separazione tra il cristianesimo orientale e quello occidentale fu, quindi, il frutto di malintesi e di atteggiamenti malintenzionati. Era inevitabile che maturassero diversità di interessi politici e differenze nell’espressione della fede tra popoli così distanti tra loro. Ma nonostante tutto ciò la fede cristiana era e rimase sempre la stessa, le due confessioni possiedono una fede comune. Tra le due confessioni cristiane esistono ben poche divergenze teologiche, e tutto oggi lascia credere che si tratti di una faccenda di formule. Ciò è confermato dal fatto che nel 1965, papa Paolo VI e il patriarca Atenagora abolirono le rispettive scomuniche, che nel 1979 l’incontro tra papa Giovanni Paolo II e il patriarca Dimitrios I diede vita alla Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. Fino ad arrivare all’odierno papato di Francesco caratterizzato da un forte percorso ecumenico, spiegato in dettaglio nell’enciclica Evangelii Gaudium, dove l’unità passa attraverso la diversità e dove vengono promossi rapporti più orizzontali sia con gli altri credo religiosi che con la Chiesa ortodossa. 

La Chiesa è una e deve tendere all’unità. Questa verità e questo impegno devono costituire una necessità primaria e insopprimibile. A mio avviso è fondamentale convincersi che il messaggio cristiano può essere recepito da culture diverse e che la teologia non è fatta per giustificare rivalità politiche o ideologiche. 


Bibliografia 

F. Dvornik “Lo scisma di Fozio” Edizioni Paoline, 1952;
S. Runciman “La civiltà bizantina” Sansoni, Firenze 1960;
D. Obolensky “La Chiesa bizantina” in M. D. Knowles, D. Onolensky “Il Medio Evo” Marietti Torino, 1971;
C. Dhiel, C. Capizzi “Storia dell’impero bizantino” Pontificio Istituto Orientale, Roma 1977;
A. P. Kazhdan “Bisanzio e la sua civiltà” Roma-Bari, Laterza, 1994;
G. Ravegnani ”La storia di Bisanzio” Roma, Jouvence, 2004.

lunedì 30 ottobre 2017

I terrori dell'anno mille.

Tra i più diffusi miti riguardanti la storia della Chiesa c’è sicuramente quello della paura per l’avvento dell’anno mille. Secondo questo mito le “rozze” ed “arretrate” popolazioni dell’Europa medioevale, soggiogate dall’oscurantismo della religione cristiana, avrebbero atteso con terrore il compiersi della fatidica data perché vi sarebbe stata la fine del mondo. 

Ovviamente, come al solito, non c’è niente di vero, non esiste alcunché nelle cronache di quei tempi che autorizzi a vedere nell’anno mille una società angosciata per l’approssimarsi della fine del mondo. Siamo di fronte all’ennesimo mito creato dalla storiografia laicista di stampo illuminista, anche se in questo caso è più corretto parlare di un mito nato già in epoca rinascimentale. Agli occhi dei letterati e degli uomini di cultura del XIV secolo, e successivamente degli illuministi del XVIII secolo, il medioevo ha ideologicamente sempre rappresentato l’antitesi oscura e notturna del loro ideale di chiarezza e di luce. Nacque così l’idea, senza che questa sia minimamente suffragata da un riscontro delle fonti storiche, che il medioevo fosse solamente un’età in cui la mente degli uomini era ottenebrata dall’ignoranza e dalla superstizione e che grande parte di tale situazione fosse responsabilità del supposto oscurantismo della Chiesa cattolica. L’attesa della fine del mondo fu concepita, così, quasi come una sorta di antitesi al Rinascimento, prima, e all’Illuminismo dopo, con gente oppressa dal senso della morte e da numerose ed immotivate paure.

Questa accusa di oscurantismo alla religione cristiana trae origine dalle leggende riguardanti la fine del mondo nell’anno mille sorte sull’errata interpretazione di alcuni passi del Nuovo Testamento come quelli che troviamo nell’Apocalisse di Giovanni. Ad esempio, al capitolo 20 troviamo il noto passo: “Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra” (Ap. 20, 7-8). Esprimendosi in un linguaggio tipicamente simbolico, proprio della cultura ebraica, l’Apocalisse non vuole indicare un periodo di tempo esattamente di mille anni, ma semplicemente un periodo molto lungo di cui nessuno è a conoscenza della sua durata. Già nel IV secolo Agostino d’Ippona interpreta questo passo dell’Apocalisse in chiave simbolica e nel “De Civitate Dei“ sostiene che i mille anni dell’Apocalisse non sono altro che un modo simbolico per indicare il lungo periodo storico aperto dalla venuta di Cristo e destinato a concludersi con la fine del mondo.

In realtà esiste un documento d’età medioevale che fa riferimento ad eventi eccezionali e terribili connessi con l’avvento dell’anno mille. Si tratta della cronaca di Sigeberto di Gembloux, un monaco benedettino che fu cronista medievale, dove si può leggere: “Si videro in quei giorni molti prodigi, uno spaventoso terremoto e una cometa dalla coda folgorante: la sua luce accesa e intensa giunse fin dentro le case e nel cielo si formò l’immagine di un serpente”. Ma Sigeberto, essendo nato nel 1030, non fu testimone oculare dei fatti narrati e riporta racconti di cui non si conoscono le fonti. In ogni caso Sigeberto non fa alcuna menzione di terrori, ansie o paure.

Viceversa abbiamo una testimonianza molto importante di un abate di Saint-Bonoit-sur-Loiìre, un certo Abbone, che nel suo “Liber Apologeticus”, scritto nel 998, ricordando un episodio della sua giovinezza databile attorno al 975, riporta: ”A proposito della fine del mondo, sentii predicare al popolo in una chiesa di Parigi che l’anticristo sarebbe venuto alla fine dell’anno mille e che il giudizio universale sarebbe seguito di poco […] Questi preti sono pazzi. Basta aprire il testo sacro, la Bibbia, per constatare come Gesù abbia detto che mai si sarebbe saputo il giorno, né l’ora” (Duby- Frugoni “Mille e non più Mille”, Rizzoli, 1999). Questa testimonianza oculare toglie ogni dubbio sul fatto che non ci fu alcun panico collettivo e a questa conclusione sono giunti molti storici illustri come Marc Bloch, Henri Focillon, Edmond Dognon, Jacques Le Goff e George Duby. Quest’ultimo ha affermato: “…è in stretto rapporto con il disprezzo manifestato dalla giovane cultura occidentale nei confronti dei secoli cupi e rozzi dai quali era uscita, e che essa rinnegava per mirare, di là da questo abisso barbarico, all’antichità, suo modello. Posto al centro delle tenebre medioevali, l’anno mille, antitesi del Rinascimento, offriva lo spettacolo della morte e del più ottuso avvilimento” (G. Duby, “L’Anno Mille. Storia religiosa e psicologia collettiva”, Einaudi, Torino 1977, pag. 117). 

I terrori dell’anno mille sono frutto di una leggenda. Gli storici illuministi del XIX secolo hanno ideologicamente ricostruito l’attesa dell’anno mille in termini di panico collettivo per enfatizzare l’idea di un medioevo cupo e retrogrado sotto il tallone oscurantista della Chiesa, ma hanno falsato la realtà delle cose. Ciò che c’è di vero in tutta questa vicenda è l’innegabile interesse che i cristiani hanno sempre avuto per i calcoli e le previsioni della fine del mondo. Nonostante gli avvertimenti del Cristo, molti hanno sovente ritenuto di intuire i segni premonitori della fine del mondo. Il minimo fenomeno cosmico viene interpretato come se fosse il preludio della fine.

Certo, il cristianesimo poggia sull’attesa escatologica. Con la morte e la risurrezione di Gesù sono arrivati gli ultimi tempi, ma non è stabilito sapere quanto questi debbano durare. Si tratta di un “rinvio” che permette all’umanità di convertirsi. Il cristiano, come la Chiesa, è un pellegrino che vive in funzione dell’incontro decisivo col suo Signore, senza farsi sommergere da un panico che nascerebbe da motivi puramente umani.


Bibliografia

H. Focillon “L’an Mil” Colin, Paris, 1952;
G. Duby, “L’Anno Mille. Storia religiosa e psicologia collettiva”, Einaudi, Torino 1977;
G. Duby- Frugoni “Mille e non più Mille”, Rizzoli, 1999.

venerdì 6 ottobre 2017

Biglino e l’eternità di Dio

Altro argomento che Biglino propone incessantemente nelle sue conferenze è la questione riguardante l’esatta traduzione del termine ebraico “olam”, in lingua ebraica “עולם”. Tutte le bibbie più accreditate traducono questo termine con “eternità”, ma per lo studioso piemontese questo modo di tradurre è un abuso perché quel termine non avrebbe quel significato. Per provare quello che dice Biglino tira fuori sempre un estratto del dizionario di ebraico ed aramaico biblici della Società Britannica dove alla voce “olam” viene espressamente riportata l’indicazione di non tradurre con “eternità”. Per Biglino tutto ciò costituisce l’ennesima prova che le bibbie che leggiamo non sono altro che un’impostura, dei testi manipolati e falsati nel loro reale significato. Secondo Biglino nella Bibbia non c’è il concetto di eternità e, quindi, neppure quello di un Dio eterno, anzi, secondo lui la Bibbia non parlerebbe affatto di Dio. La Bibbia sarebbe solamente un testo che racconta l’epopea di una famiglia in cui, successivamente, è stata inserita la figura di Dio con le sue prerogative tra cui anche l’eternità. Ovviamente quando e da chi sarebbe stata operata questa manipolazione Biglino non lo dice, o non lo sa, ma al suo uditorio questo interessa molto poco, è troppo affascinato dall’idea del solito complotto della Chiesa.

Come al solito Biglino parte da un dato che è oggettivamente vero per poi sfruttarlo al fine di abbindolare i creduloni ignoranti e proporre la sua visione complottistica. Da un punto di vista strettamente tecnico il termine ebraico “olam” non ha il significato di “eternità”, inteso secondo la nostra visione, ossia l’assenza di tempo. Ma Biglino nelle sue conferenze fa leggere solo una parte della nota del dizionario d’ebraico ed aramaico britannico. A pagina 304 di tale dizionario la nota per intero recita: “Non tradurre come eternità, si tratta di un tempo molto lungo” (Philippe Reymond “Dizionario di ebraico e aramaico biblici” Ed. Società Biblica Britannica, 2011, pag. 304). Abbiamo, quindi, specificata anche la nozione di un “tempo molto lungo”, cioè un tempo lunghissimo, praticamente indefinibile. Come è possibile riscontrare in qualsiasi dizionario di ebraico, il termine “olam” è usato anche per indicare qualcosa di lontanissimo, sia nello spazio, che nel tempo, quindi per indicare un qualcosa che non è possibile definire in modo preciso. Infatti altro significato di “olam” è "mondo", proprio perché è grande, oppure ”universo” perché è immenso, indefinibile, nel senso che i suoi confini sono talmente lontani da non poter essere visti. Il termine “olam”, quindi, è perfettamente compatibile con il concetto di Dio ebraico: immenso, indefinibile, inconoscibile, nella Bibbia il termine ebraico “El 'Olam” significa proprio “Potente indefinibile” (G. Brin “The Concept of Time in the Bible and the Dead Sea Scrolls: Studies on the Texts of the Desert of Judah” Brill: Leiden 2001).

Essendo Dio indefinibile, perché inconoscibile, per poterlo definire si può solo indicare cosa non è, cioè “in-determinato”, “in-finito”, ecc. Lo stesso nome di Dio, il sacro tetragramma YHWH, in realtà non definisce niente e lascia la figura di Dio totalmente “nascosta”, “inarrivabile”. Infatti la stessa radice del termine “olam” implica il senso di "scomparire", di “nascosto”. Per la Bibbia, quindi, Dio è inconoscibile e non può essere rappresentato con le categorie umane, quindi Dio è al di fuori anche del tempo. Ad esempio nel Salmo 145 al versetto 13, nella traduzione della maggior parte delle bibbie, è scritto: “Il tuo regno è un regno eterno (malkut kol-`olamim) e il tuo dominio dura per ogni età”, e nella Bibbia di Gerusalemme (salmo 144, secondo la differente numerazione) si ha: “Il tuo regno è regno di tutti i secoli (malkut kol-`olamim), il tuo dominio si estende ad ogni generazione”. La traduzione grammaticalmente più giusta sarebbe “un regno lontanissimo nel tempo” che, però, in italiano non ha senso e non rende il vero significato del versetto. Quindi per rendere in italiano il concetto di un Dio inconoscibile ed indefinito, fuori dalle categorie umane come il tempo, molte bibbie traducono giustamente con “regno eterno”, “regno di tutti i secoli”. Il salmista ha ben presente che il regno di Dio sarà per tutte le generazioni e che nessuna di queste resterà esclusa, quindi questo regno non sarà destinato a finire, perché quando si esauriranno le generazioni si esaurirà anche il tempo. E il tempo non può limitare Dio in quanto ne è il creatore e pertanto ne è al di fuori. Il salmo, infatti, indica chiaramente, al verso 3, che la grandezza di Dio non può essere misurata. 

Alla luce di tutto ciò è profondamente sbagliato, come fa Biglino, affermare che siccome non esiste il concetto di eternità nella Bibbia, allora il Dio che vi è rappresentato è solo una costruzione teologica successiva. Questo perché la Bibbia tratteggia chiaramente l’immensità di Dio e lo fa sottolineando la sua caratteristica di essere inconoscibile dall’uomo. Una immensità che lo pone al di sopra di tutto, quindi anche del tempo. E’ per questo che è del tutto lecito tradurre “olam” con “eternità”.

Bibliografia



Philippe Reymond “Dizionario di ebraico e aramaico biblici” Ed. Società Biblica Britannica, 2011;
G. Brin “The Concept of Time in the Bible and the Dead Sea Scrolls: Studies on the Texts of the Desert of Judah” Brill: Leiden 2001;
Dizionario “Koehler & Baumgartner" Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament;
Dizionario “Brown-Driver-Briggs” Hebrew and English Lexicon;
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