Il video del canale YT "Sapiens Sapiens" che analizzo in questo articolo riguarda una falsa ed ingannevole divulgazione operata dall'hater del Cristianesimo Fratarcangeli circa la presunta importanza e il ruolo storico del vangelo apocrifo detto "di Pietro".
Si tratta di una operazione di nessuna valenza storico-critica, ma pura propaganda basata sulla distorsione delle fonti e sulla manipolazione della storia. L'intento di Fratarcangeli è ben noto, vuole inculcare nei suoi followers la favola della presenza in origine di miriadi di cristianesimi e che per una pura casualità si sia imposto il cristianesimo cattolico attraverso la violenza e la prevaricazione. Per cercare di provare una tesi così assurda Fratarcangeli tira fuori dal cilindro uno scritto apocrifo, il cosiddetto "Vangelo di Pietro" che, a suo dire, sarebbe il testimone silenzioso di un cristianesimo delle origini in contrapposizione con quello ortodosso-cattolico. Secondo quello che dice Fratarcangeli questo scritto avrebbe dato origine al cristianesimo docetista, cioè cristiani che ritenevano Gesù senza consistenza materiale, oppure dotato di due nature, una materiale ed un'altra spirituale, ma ben distinte tra loro. Secondo Fratarcangeli l'esistenza di questo cristianesimo "docetista" dimostrerebbe che in origine la conoscenza e la considerazione che si aveva di Cristo erano molteplici e ciò escluderebbe l'esistenza di un solo credo originario.
Per dimostrare questa versione Fratarcangeli riporta una notizia di Eusebio di Cesarea, uno storico della Chiesa del IV secolo, tratta dalla sua "Storia Ecclesiastica", dove viene affermato che alla comunità di cristiani "docetisti" di Rhossos, una cittadina vicino ad Antiochia, in Siria, venne vietato dal vescovo di tale città, Serapione, l'uso del vangelo detto "di Pietro". Secondo Fratarcangeli tale proibizione avvenne perchè il Vescovo aveva una idea teologica differente, cioè quella che poi si sarebbe affermata. Quindi fu solo per le condizioni di potere del Vescovo che è stato possibile vietare alcuni scritti ed invece accettarne altri che fossero conformi con la propria idea.
La lettura di Fratarcangeli è palesemente falsa, infatti la notizia di Eusebio di Cesarea non riporta che la comunità di Rhossos fosse docetista e, soprattutto, non risulta che la proibizione di Serapione fu un atto dispotico volto a reprimere una fede già radicata e ritenuta eterodossa. In realtà si trattò di un intervento del vescovo volto a difendere la tradizione apostolica autentica e a difendere la fede della comunità di Rhossos. Ciò è provato del fatto che Serapione, inizialmente, per non creare divisioni e fidandosi del nome dell'apostolo, diede un permesso provvisorio dicendo: "Se è solo questo che sembra causarvi meschinità, sia pure letto", solo in seguito si accorse che lo scritto conteneva elementi docetisti. Quindi il vescovo intervenì in difesa della fede della comunità di Rhossos proprio perché l'analisi approfondita del testo rivelò che era un'opera tarda e dottrinalmente incompatibile con la tradizione apostolica autentica (S. E. Eusebio, VI, 12, 6).
Il motivo teologico e storico per cui l'autorità di Serapione ebbe successo nel cancellare il testo risiede proprio nella sua falsità cronologica. Il Vangelo di Pietro è un testo pseudoepigrafo composto intorno alla metà del II secolo (circa 150 d.C.), molto tempo dopo la morte dell'apostolo avvenuta a Roma nel I secolo (Paul Foster "The Gospel of Peter Introduction" Critical Edition and Commentary, Leiden, Brill, 2010, p. 172).
La Chiesa antica, infatti, escludeva i testi dal canone dei Vangeli basandosi su dei criteri rigidi (Dei Verbum, II 7-10) (Georges Gharib "Testi Mariani del primo millennio: Padri e altri autori greci", 1988, Città Nuova). Innanzitutto si valutava la loro Apostolicità, cioè il testo doveva risalire agli apostoli o ai loro compagni diretti; la loro Ortodossia, cioè la dottrina doveva essere conforme alla fede tramandata e il loro uso ecclesiale universale, cioè doveva essere accettato da tutte le grandi Chiese madri. (P. G. Franceschini "Manuale di Patrologia", 1919, Real Casa Ulrico Hoepli) e il Vangelo detto "di Pietro" falliva i primi due criteri. Il declino del testo, quindi, non fu un atto di censura arbitraria, ma la conseguenza del riconoscimento che l'opera non apparteneva affatto alla tradizione delle origini, bensì a una corrente teologica successiva e marginale.
Questo "vangelo" presenta elementi che tratteggiano una marcata distanza dai sinottici, innanzitutto dal punto di vista teologico appare più vicino al vangelo di Giovanni a testimoniare la sua datazione più tarda. Infatti quasi ad ogni versetto il vangelo detto "di Pietro" considera il Cristo incarnato, della Passione, degli oltraggi, sempre come il Signore e questo fa risaltare la volontà di esprimere l’elemento apologetico della sua divinità, elemento estraneo ai sinottici. Tutta la passione e la sofferenza di Gesù è centrata su un punto fondamentale: il suo innalzamento, la sua glorificazione, il suo essere il Kyrios. Nel versetto 11 l’elevazione della croce è elevazione al cielo nella gloria, tale aspetto fu ritenuto eterodosso per i Padri della Chiesa.
La storica del Cristianesimo Maria Grazia Mara ha rilevato che "La teofania del Risorto non agli intimi, ma a quanti gli sono contrari perché testimonino la grandezza dell’evento risente nella presentazione in linguaggio scenico popolare del tempo, più famigliare agli ascoltatori che non quello riportato dai vangeli canonici. Tutto ciò è stato percepito come non esprimenti la pienezza della fede della Grande Chiesa" (Il Vangelo di Pietro. Introduzione, versione, commento di Maria Grazia Mara, Collana «Reprint», EDB, Bologna 2016, pp. 144).
A riguardo della sua tarda datazione e della sua lontananza dalla tradizione apostolica scrive uno dei massimi esperti dei vangeli apocrifi, Marcello Cravedi: "Il ritrovamento avvenuto nell'inverno 1886-87 ad Akhmim (antica Panopolis) nell'Alto Egitto, di un frammento di questo vangelo ha mostrato una grossa lontananza di questo scritto dalla tradizione apostolica. Infatti ha una intonazione decisamente antisemita e questo fa escludere che tale vangelo potesse rappresentare la tradizione di Pietro o almeno della corrente che da lui prendeva nome. In realtà oltre alle numerose citazioni di passi dei sinottici ci sono anche non meno di 5/6 espressioni desunte dal Vangelo di Giovanni. Inoltre l'imprecisa conoscenza del mondo palestinese e l'odio dimostrato verso il popolo giudeo sono prova che che l'autore dell'apocrifo era ben lontano dai luoghi e dai tempi di cui vuol far credere di essere stato testimone" (Marcello Craveri, "I vangeli apocrifi" Einaudi, Torino, 2010).
Fratarcangeli lascia intendere che questo vangelo sia stato "censurato" solo perché "docetista", cioè la narrazione di un Gesù non umano, ma solo spirituale in disaccordo con la versione ufficiale imposta. Ciò è sbagliato e fuorviante, infatti oltre alla sua tarda datazione, che, come abbiamo visto, è stato un elemento molto importante per l'esclusione, ha giocato un ruolo decisivo anche la sua scarsa attendibilità. Il vangelo detto "di Pietro" presenta passaggi spesso oscuri, misteriosi e ambigui che determinano una lontananza dalla sobrietà dei sinottici. A tal riguardo il famoso storico J.P. Meier precisa che i vangeli apocrifi, come quello detto "di Pietro", non hanno la dignità di fonti affidabili: "l’affermazione che i vangeli apocrifi e il materiale di Nag Hammadi siano fonti storiche indipendenti è frutto di fantasia" Meier J.P., Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico. Mentore, messaggio e miracoli, volume 2, Queriniana 2002, p. 13
A provare l'implausibilità e la sua natura lontana dalla tradizione apostolica e prettamente immaginaria sono diversi passi problematici di questo vangelo. Innanzitutto la crocifissione sarebbe avvenuta a Roma e non a Gerusalemme; Giuseppe d’Arimatea sarebbe stato un amico personale di Ponzio Pilato; Gesù sarebbe stato “portato su” [in cielo] dalla croce e la sua morte non viene menzionata; due esseri soprannaturali sarebbero entrati nella tomba e ne sarebbero usciti tre; la croce viene descritta come se fluttuasse fuori dalla tomba e rispondesse di sì a una voce dal cielo; non si parla di testimoni che abbiano visto Gesù vivo dopo che, secondo quanto asserisce, fu trascinato fuori dal sepolcro. E così via.
Il vangelo tanto "amato" da Fratarcangeli è un guazzabuglio di fantasie, immaginazioni con un pizzico di gnosticismo e docetismo. Insomma niente a che vedere con la tradizione dei vangeli canonici, caratterizzati da racconti sobri, storici e plausibili.
Tutto quanto detto finora non vale solo per il vangelo detto "di Pietro", ma forse ancor di più, per tutti i vangeli apocrifi in generale. Sempre J.P. Meier afferma perentoriamente: "Siamo di fronte a prodotti in larga misura delle immaginazioni pie o sfrenate di alcuni cristiani del III secolo" Meier J.P., Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico. Le radici del problema e della persona, volume 1, Queriniana 2001, p. 110
E se questo non bastasse a mettere in dubbio la veridicità del vangelo detto "di Pietro", abbiamo anche la testimonianza di Eusebio. Lo storico fece riferimento al Vangelo di Pietro nei suoi scritti, sostenendo che era Apollo il dio originariamente menzionato nel vangelo detto "di Pietro", non Gesù. Eusebio disse che il nome di Gesù Cristo era stato scritto sopra il nome di Apollo. Aggiunge: "lo stile si discosta dalla maniera apostolica e il contenuto è in totale disaccordo con la vera ortodossia" Eusebio, H.E. VI 12.
Insomma abbiamo una netta lontananza dalla tradizione apostolica, la presenza di filosofie e concezioni teologiche sorte successivamente ai vangeli canonici, abbiamo ogni sorta di fantasie e stranezze, ma soprattutto un netto disaccordo con i quattro Vangeli canonici in aree di vitale importanza, come la morte fisica e la resurrezione corporea del nostro Signore e Salvatore, verità cardini del primissimo kerygma apostolico.
Il povero Fratarcangeli è molto ignorante su questi temi e fatalmente non può che cadere in questi passi falsi davvero imbarazzanti. Persino il suo mentore, la sua stella polare Bart Ehrman lo tradisce, infatti lo storico americano lo smentisce affermando: "Uno dei motivi che portano a credere che il Vangelo di Pietro sia stato scritto dopo i nostri libri canonici (e quindi molto tempo dopo la morte di Pietro), riguarda il trattamento degli ebrei nella narrazione. Il marcato anti-ebraismo presente nell’opera corrisponde ad alcune idee che si andavano sviluppando nei circoli cristiani del II secolo, un periodo in cui l’anti-ebraismo iniziò ad affermarsi con particolare vigore" (Erhman, "I Cristianesimi perduti" Carocci Editore, 2012, p. 39).
BIBLIOGRAFIA
Georges Gharib "Testi Mariani del primo millennio: Padri e altri autori greci", Città Nuova, 1988;
Meier J.P. "Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico. Le radici del problema e della persona", volume 1, Queriniana 2001;
Meier J.P. "Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico. Mentore, messaggio e miracoli", volume 2, Queriniana 2002;
Paul Foster "The Gospel of Peter Introduction, Critical Edition and Commentary", Leiden, Brill, 2010;
Marcello Craveri, "I vangeli apocrifi" Einaudi, Torino, 2010
Bart D. Erhman, "I Cristianesimi perduti" Carocci Editore, 2012
P. G. Franceschini "Manuale di Patrologia", Real Casa Ulrico Hoepli, 2019;
Maria Grazia Mara "Il Vangelo di Pietro. Introduzione, versionee commento", Collana «Reprint», EDB, Bologna 2016;









