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lunedì 26 gennaio 2026

Sapiens Sapiens e le religioni che si "copiano". Parte terza.

Veniamo, ora, all'ultima farneticante affermazione del video dal titolo "Come le religioni hanno preso le idee l'una dalle altre" apparso sul canale di propaganda laicista Sapiens Sapiens. Con fare furbetto, di chi ha "scoperto" tutto l'inganno, Fratarcangeli ci rivela che la Pasqua cristiana non è altro che la copia di una festa pagana, e, precisamente, quella dedicata ad una dea nordica chiamata Eostre (o Ostara). Per provare questa affermazione cita una "testimonianza" di un monaco inglese del VIII secolo, Beda il Venerabile, il quale scrive che gli anglosassoni chiamavano il mese di aprile Eosturmonath, dal nome di una dea della primavera, e che i cristiani avrebbero poi usato quel nome per la festa della Pasqua. Fratarcangeli aggiunge anche che il termine inglese per indicare la Pasqua, cioè Easter, è un chiaro riferimento alla dea.

Navigando per il mare di sciocchezze anticristiane del web, il nostro hater Fratarcangeli deve aver trovato questa notizia e l'ha subito replicata e divulgata sul suo canale. Un hater sa bene che qualsiasi sciocchezza, in quanto anticristiana, viene subito ben considerata senza tanti problemi di verifica. Come si dice? "Tutto fa brodo". In realtà si tratta dell'ennesima fake news, infatti che la Pasqua cristiana derivi da una festa pagana dedicata alla dea Eostre (o Ostara) non è assolutamente dimostrato storicamente.

Innanzitutto il monaco inglese non dice che la Pasqua cristiana sarebbe una scopiazzatura della festa pagana della dea Eostre, ma che i cristiani chiamarono in quel modo il periodo della Pasqua (De temporum ratione, capitolo 15, “De mensibus Anglorum”). Probabilmente il nome del mese primaverile Eosturmonath, cioè aprile, è stato riutilizzato per indicare la festa cristiana, ma questo riguarda solo il nome, non l’origine della festa. Come è assolutamente notorio a chi ha un minimo di conoscenza della storia del Cristianesimo, la Pasqua cristiana deriva direttamente dalla Pasqua ebraica (Pesach), infatti i primi cristiani erano ebrei e celebravano la resurrezione di Gesù in relazione alla Pasqua ebraica. Gesù è il nuovo agnello immolato che cancella tutti i peccati, l'unico grande sacrificio che sostituisce e supera quelli rituali al Tempio (Ebrei 9,1-10,18). Questo legame è ben documentato nei testi del I–II secolo.

Infatti in quasi tutte le lingue, come l'italiano "Pasqua", lo spagnolo "Pascua", il francese "Pâques", il greco "Pascha", ecc. tale termine deriva da quello ebraico Pesach. Solo l'Inglese “Easter” e il tedesco “Ostern” sono eccezioni, derivando, con ogni probabilità, dal nome germanico del mese primaverile di aprile, il tipico periodo in cui si celebra la Pasqua.

C'è da considerare, inoltre, che esistono molti dubbi sull'esistenza stessa di una dea chiamata Eostre e di un culto a lei associato. L’unica fonte antica ne che parla è il monaco inglese Beda, ma non si hanno altre tracce di questa dea nordica e del culto a lei associato. Come già detto, Beda scrive solo che il mese anglosassone Eosturmonath prendeva il nome da una dea pagana, ma non descrive rituali, miti o un culto strutturato. Tutte le teorie su Eostre partono esclusivamente da qui. Non esistono altre fonti indipendenti, non è stato mai trovato un tempio a lei dedicato, non esiste niente che parli di lei nei miti nordici e non esistono neppure testi, raffigurazioni, iscrizioni, ecc. Niente che confermi l'esistenza ed un culto di una dea chiamata Eostre. Questa mancanza quasi totale di riferimenti, induce gli storici a pensare che Eostre possa essere stata una divinità locale minore oppure una figura mitologica successiva (romanticizzata in epoca moderna). Altri sono convinti che si possa trattare addirittura di una ricostruzione etimologica dello stesso Beda.

Possiamo quindi concludere che non è affatto vero che la Pasqua cristiana derivi da una festa della dea Eostre, sia perchè è certo che la la Pasqua cristiana nasce dalla Pasqua ebraica, così come, ad esempio, il famoso esegeta ed orientalista tedesco J. Jeremias ha ben dimostrato nel suo Studio fondamentale sul contesto ebraico della Pasqua cristiana primitiva (The Eucharistic Words of Jesus - SCM Press), ma anche perchè gli storici dubitano molto sulla reale esistenza di una dea chiamata Eostre e di un culto a lei associato. Lo storico delle religioni Ronald Hutton, professore di storia all'Università di Bristol, grande esperto di paganesimo britannico, conclude nel suo saggio "The Stations of the Sun: A History of the Ritual Year in Britain" - Oxford University Press, 1996" che non ci sono prove di una festa pagana di Eostre che abbia dato origine alla Pasqua. E così anche il professore Bruce Lincoln, docente di Storia delle religioni alla University of Chicago, antichista e antropologo di grande valore, afferma come alcune divinità “antiche” siano in realtà ricostruzioni moderne basate su pochissime fonti. Proprio la dea Eostre è citata come caso problematico da Lincoln nel suo "Theorizing Myth", University of Chicago Press, 1999. Agli stessi risultati è giunta anche la storica delle religioni Carole M. Cusack, che nel suo "Invented Religions: Imagination, Fiction and Faith" Ashgate, 2010, spiega come nel XIX–XX secolo molte figure “pagane” siano state rielaborate o amplificate, trattando anche della nascita moderna del mito di Ostara/Eostre.

Questa storia della dea Eostre dimostra chiaramente come il web sia pieno di sciocchezze e falsità, e come sia importante documentarsi sempre da fonti serie e validamente documentate, scartando decisamente le notizie che provengono da siti trash che fanno solo una divulgazione di stampo ideologico.


Bibliografia

Fonte: Beda il Venerabile, "De temporum ratione, cap. 15" nell'edizione "Bede: The Reckoning of Time", trad. Faith Wallis, Liverpool University Press, 1999;
Ronald Hutton, "The Stations of the Sun: A History of the Ritual Year in Britain", Oxford University Press, 1996;
Bruce Lincoln, "Theorizing Myth", University of Chicago Press, 1999;
Carole Cusack, "Invented Religions: Imagination, Fiction and Faith", Ashgate, 2010.
Joachim Jeremias "The Eucharistic Words of Jesus" - SCM Press.

sabato 24 gennaio 2026

Sapiens Sapiens e le religioni che si "copiano". Parte seconda.

In questa seconda parte analizzerò un'altra  affermazione che viene fatta nel video di propaganda anticristiana "Come le religioni hanno preso le idee l'una dalle altre" tratto dal canale YT "Sapiens Sapiens". 
Viene ancora, incredibilmente, riproposta una vecchia bufala storica secondo la quale il Cristianesimo non è stato altro che una copia delle tante religioni misteriche diffuse nella multietnica e variegata società romana in epoca imperiale. Nella fattispecie Fratarcangeli, il curatore di questo canale YT, afferma che la stessa figura di Gesù è stata costruita sul modello di alcune divinità pagane come l'egiziano Horus, il persiano Mitra e l'ellenista Dioniso. Secondo quanto viene detto nel video tutte queste figure sarebbero nate il 25 dicembre, sarebbero state figlie di una donna vergine e di una divinità, avrebbero avuto ognuna proprio dodici seguaci o "apostoli" e alla fine muoiono uccise per poi risorgere. Saremmo, quindi, di fronte ad un mito costruito a tavolino per rendere "accettabile" per la società pagana un messaggio come il Cristianesimo.

E' veramente triste dover ancora leggere e ascoltare sciocchezze come queste, vederle circolare in rete e amaramente constatare quante persone ancora cadono in questa trappola di disinformazione. Si tratta, infatti, di una grossa mistificazione, esiste una differenza abissale tra il Cristianesimo, la figura di Cristo e le religioni pagane. Basterebbe solo osservare il fatto che Gesù di Nazareth è una figura storica, vissuta nel I secolo d.C., di cui nessuno osa più metterene in discussione la sua autenticità, mentre Horus, Mitra e Dioniso non hanno nulla di storico, sono solo dei personaggi che appartengono alla mitologia.

Ma oltre a questo risultano false tutte le affermazioni di Fratarcangeli:

- Horus è una divinità mitologica egizia che non ha nulla a che vedere con il giudaismo, l'ambiente in cui nasce e si sviluppa la vicenda di Gesù di Nazareth. E' concepito magicamente da Iside, che, tra l'altro, non è vergine, in quanto copula con Osiride dopo la sua morte. Non nasce il 25 dicembre, non ha seguaci, tanto meno 12, non muore e risorge come Gesù. Il suo messaggio è completamente differente da quello di Gesù, in quanto si limita ad essere il simbolo del Faraone che protegge l'Egitto. Per approfondire consiglio questo mio articolo.

- Mitra è una divinità indo-iranica, poi centrale nel mitraismo romano, ma che ha il suo sviluppo a Roma solo a partire dal II-III secolo, quando era già presente il Cristianesimo. Si tratta di un culto misterico, iniziatico e riservato, a differenza del Cristianesimo che, invece, era aperto a chiunque. Anche Mitra non nasce da una vergine, ma "sgorga" da una roccia (petra genetrix), non nasce il 25 dicembre e non aveva 12 apostoli, solo due aiutanti, due piccole creature simili a lui, Cautes e Cautopates, che forse simboleggiavano l'alba e il tramonto, o la vita e la morte.
Anche la sua morte e resurrezione sono del tutto inventate, infatti Mitra non muore affatto. La Salvezza che propone questo culto, a differenza del Cristianesimo, non è universale, ma limitata solo agli iniziati. Anche in questo caso per approfondire consiglio questo mio articolo 

- Dioniso è un Dio della mitologia greca, associato al vino, all'estasi, al teatro e alla natura. Ha forma semidivina essendo nato da una donna, Semele, e dal dio Zeus che lo partorì da una coscia. Anche lui non nasce il 25 dicembre e non è seguito da 12 apostoli, ma da uno stuolo di menadi e baccanti, figure più dedite a passatempi orgiastici piuttosto che ad apprendere insegnamenti morali. Dioniso, in alcuni miti, a differenza delle altre figure analizzate, muore e lo fa più volte, per poi rinascere, chiaro simbolo del susseguirsi dei cicli naturali. Anche in questo caso appare arduo intravedere anche un solo piccolo legame con il cristianesimo.

Come abbiamo visto non c'è nulla che possa solo minimamente far pensare ad una dipendenza del Cristianesimo e da questi miti. Con Gesù abbiamo a che fare con un personaggio storico del I secolo d.C., che nasce nel contesto del giudaismo cosiddetto del tardo secondo Tempio, lontanissimo dal paganesimo ed attentissimo a non contaminarsi con esso. Gesù è unico per contesto storico, per il messaggio etico di perdono ed amore verso il prossimo, per il significato della resurrezione, ma, soprattutto, per l'universalità della salvezza. Le altre figure appartengono a miti simbolici, legati alla natura, al potere o a culti iniziatici.

Ma, allora, ci si potrebbe chiedere: come mai ciclicamente riappaiono questi paragoni? Un fatto importante è rendersi conto che molte culture usano simboli simili come la luce, la vita, la morte, la rinascita; raccontano storie di divinità o figure salvifiche e cercano di rispondere alle stesse domande: perché soffriamo? Cosa succede dopo la morte? ecc. Questo non significa copiarsi, ma affrontare problemi umani universali comuni ad ogni uomo.

E' solo lo studio comparato delle religioni, serio e certificato, l'unico in grado di fornire una conoscenza affidabile. Invece su internet imperversa una divulgazione semplificata, se non ideologicamente orientata, come quella del canale YT "Sapiens Sapiens", che mescola mitologia, filosofia e religione, semplificano troppo per essere “d’effetto”, sfidano le religioni tradizionali, danno l’illusione di “scoprire una verità nascosta”. Ma queste "analisi", che possono sembrare intelligenti, non reggono quando si studiano le fonti, il contesto storico e il significato profondo dei racconti.

Termino qui questa seconda parte e vi dò appuntamento per la terza, dove verrà commentata l'ultima sconcertante affermazione di Sapiens Sapiens: davvero la Pasqua cristiana deriva dal culto tributato ad una dea del paganesimo nordico?


Bibliografia

Bud.ERR “Budge” E. Wallis. 1961.
Meek.DL Meeks, Dimitri. “Daily Life of the Egyptian Gods”. 1996;
Short.EG -- Shorter, Alan. “Egyptian Gods: A Handbook”. 1937.
Mithraic Studies. Proceedings of the "First International Congress of Mithraic Studies", Manchester University Press, 1975;
Franz Cumont, The Mysteria of Mithra, New York: Dover, 1956
Enciclopedia delle Religioni, Vallecchi editore, Vol VI, Firenze, 1978.
David Ulansey, I Misteri di Mithra, ed. Mediterranee, Roma, 2001

giovedì 15 gennaio 2026

Sapiens Sapiens e le religioni che si "copiano". Parte prima.



Il video che stavolta prendo in considerazione, dal titolo "Come le religioni hanno preso le idee l'una dalle altre", è l'esempio perfetto della paccottiglia pseudostorica che gira sul web contro il Cristianesimo e le sue origini storiche. Pensavo che fesserie alla “The Christ Conspiracy” della famigerata pseudo-archeologa D. M. Murdock, meglio conosciuta con lo pseudonimo di Acharya S, fossero solo un brutto ricordo del passato, e invece, con mia grande sorpresa l'imbarazzante canale YT "Sapiens Sapiens" ripropone ancora temi già abbondantemente smentiti e classificati come autentiche bufale da diverso tempo. Il suo curatore, l'hater Fratarcangeli, è implacabile nell'esporre come novità "a lungo nascoste", delle sciocchezze memorabili che non fanno sorridere, ma proprio ridere a crepapelle. Siamo al livello dei complottari alla "non ce lo dicono", con falsità conclamate ed errori storici pazzeschi.

Purtroppo il danno che operano questi canali di disinformazione è grande e molto grave, perchè prendono in giro la gente diffondendo senza una valida ragione un clima di astio totalmente ingiustificato. Così, anche se controvoglia, dedico questo articolo per smontare le bestialità più assurde propinate da questo video.

Il video riprende una serie di argomenti tipici degli ambienti anticristiani anglosassoni del XIX secolo, i circoli laicisti e "Freethinker", che in odio alla Chiesa cattolica produssero una enorme quantità di autentiche bufale storiche. In questa prima parte prenderò in considerazione le prime due affermazioni propinate da Fratarcangeli. Vediamo la prima:

1) "Molte idee religiose, che pensiamo siano uniche e proprie del Cristianesimo, sarebbero in realtà state copiate da miti preesistenti. Ad esempio il mito del Diluvio Universale contenuto nella Genesi ebraica è stato tratto di sana pianta dall’Epopea di Gilgamesh, compilata attorno al 1300 a.C."

Quindi per Fratarcangeli nessuna rivelazione unica ed esclusiva, ma fu un'eredità culturale dalla mezzaluna fertile, che gli scribi ebraici in cattività avrebbero assorbito. Questa affermazione parte da un dato certamente corretto, infatti è ampiamente risaputo che i due racconti presentano notevoli somiglianze narrative. A tal proposito molti studi affermano che le versioni mesopotamiche, più antiche, possono essere state un contesto culturale da cui la narrazione ebraica ha preso spunto, ma non necessariamente una semplice copia. Ciò che Fratarcangeli ignora completamente è che in ambito accademico si parla di tradizioni condivise o adattate nei diversi contesti religiosi e teologici (OUP Academic). Ciò significa che esistono profonde differenze concettuali ed etiche tra i due testi, che riflettono visioni del mondo radicalmente diverse.

Nella Genesi il diluvio è voluto da un Dio unico, onnipotente e morale, che giudica l’umanità corrotta e violenta. La distruzione non è arbitraria, ma nasce da una valutazione etica: l’umanità ha tradito il progetto divino. Dio agisce come giudice, ma anche come legislatore e garante di un ordine morale. 
Nell’Epopea di Gilgamesh, invece, il mondo è governato da una pluralità di dèi, spesso in disaccordo tra loro. Il diluvio viene deciso per motivi poco etici o razionali, come ad esempio il fastidio per il rumore prodotto dagli uomini. Gli dèi appaiono impulsivi e contraddittori: alcuni causano la catastrofe, altri se ne pentono e ne sono terrorizzati. 
Anche la figura dell’uomo salvato dal diluvio mostra differenze significative. Noè è scelto perché giusto e integro, la sua salvezza è direttamente legata al suo comportamento morale. Il racconto biblico stabilisce così un nesso chiaro tra etica e destino: l’obbedienza a Dio è premiata. Utnapištim, invece, viene salvato non per una superiorità morale riconosciuta, ma perché un dio (Ea/Enki) decide di avvertirlo segretamente, aggirando la decisione degli altri dèi. La salvezza appare quindi come il risultato di un favore divino, non di un principio di giustizia universale. L’uomo è più passivo e dipendente dal capriccio degli dèi. 
Nel racconto biblico, il diluvio ha una funzione di purificazione e di nuovo inizio. Dopo la catastrofe, Dio stabilisce un’alleanza con Noè e con tutta l’umanità, promettendo di non distruggere più il mondo con un diluvio e ponendo l’arcobaleno come segno di questo patto. La storia è orientata alla speranza e alla responsabilità futura dell’uomo. Nell’Epopea di Gilgamesh, invece, il diluvio non porta a una vera rigenerazione morale dell’umanità. È un evento traumatico e definitivo, che sottolinea soprattutto la fragilità dell’uomo e la sua impotenza di fronte alle forze divine. L’unico vero “esito” del diluvio è l’immortalità concessa eccezionalmente a Utnapištim, che però resta irraggiungibile per il resto degli uomini. 
Pur partendo da una struttura narrativa simile, il diluvio della Genesi e quello dell’Epopea di Gilgamesh esprimono due concezioni profondamente diverse del rapporto tra uomo, divinità ed etica. Il racconto biblico è orientato alla giustizia, alla responsabilità morale e alla speranza di un ordine stabile, mentre quello mesopotamico riflette un mondo dominato dall’incertezza, dal capriccio divino e dalla consapevolezza tragica dei limiti umani.

Lungi dalle fesserie di Fratarcangeli, l'esegesi seria e moderna ha da tempo capito e spiegato che nell’Antico Testamento si ritrovano sicuramente strutture narrative che ricalcano elementi della letteratura Sumerico-Accadica, ma rappresentano solo una modalità di espressione per veicolare una sostanza che è invece unica. Anzi queste analogie ci aiutano a discernere quello che era comune agli ebrei e agli altri popoli e quello che invece era loro specifico. La sostanza unica, che non ritroviamo altrove, è la concezione che Dio è unico e ha fatto tutto, che c’è stato un intervento particolare per l’uomo, una felicità ed un ordine originari che l’uomo ha rovinato con il suo peccato, e la promessa del Redentore.


Vediamo, ora, la seconda affermazione:

2)"Il dualismo netto dello zoroastrismo ha plasmato i concetti di Dio e Satana nella fede cristiana e il cristianesimo antico ha abilmente incorporato le tradizioni pagane nel proprio tessuto".

Anche in questo caso siamo di fronte ad un'analisi rozza e superficiale che non tiene conto delle profonde differenze tra la cultura iranica e quella ebraica, che ha dato origine al cristianesimo. Sebbene lo zoroastrismo ed il cristianesimo presentino alcune somiglianze apparenti, come l’idea del bene e del male, del giudizio finale e della vita dopo la morte, ecc., esse si fondano su concezioni teologiche e filosofiche profondamente diverse.

La prima grande differenza è che il cristianesimo è una religione monoteista: esiste un solo Dio, onnipotente, creatore di tutto ciò che esiste. Dio è assoluto, eterno e non ha eguali. Invece lo zoroastrismo presenta una visione dualistica. Ahura Mazda è il dio supremo del bene e della luce, ma si contrappone ad Angra Mainyu (Ahriman), principio del male e dell’oscurità. Bene e male sono dunque due forze reali e in conflitto.
Tutto ciò porta alla considerazione, che smentisce le affermazioni di Fratarcangeli, che non è affatto vero che nel cristianesimo esista un'idea di due potenze contrapposte, Dio e Satana, mutuata dallo zoroastrismo. Nel pensiero cristiano, il male non è un principio autonomo, ma è la privazione del bene e nasce dalla libertà mal utilizzata delle creature (angeli e uomini). Dio rimane sempre superiore e non ha un “opposto” alla pari. 
Nello zoroastrismo, invece, il bene e il male sono principi contrapposti che agiscono nel mondo. La storia dell’universo è vista come una grande battaglia cosmica tra queste due forze.

Una versione "occidentale" dello zoroastrismo è stato il manicheismo, una sorta di sincretismo gnostico-iranico. Questo pensiero, sulla falsariga dello zoroastrismo, per spiegare la presenza del male nel mondo ipotizza un dio buono “padre delle luci”, signore del bene e un dio cattivo “principe delle tenebre”, signore del male. Il pensiero cristiano si è sempre opposto a tale visione, fu Agostino di Ippona, manicheo in gioventù, a demolire definitivamente la filosofia dualista manichea. Egli obiettò al vescovo manicheo Fausto, nel “Contra Faustum”, che il male non è qualcosa che riguarda l’essere, infatti tutto ciò che Dio ha fatto è buono perché deriva da Lui (Genesi 1, 31). Non esiste, perciò il male metafisico, cioè il male che riguarda l’essere in quanto tale. Quello che si intende per male fisico, perciò, non è male, ma solamente una privazione di bene, una carenza di essere, di perfezione, perché solo Dio è infinito. San Paolo scrive a Timoteo circa l’assurdità del falso rigorismo morale, come quello dualista manicheo, che proibirà ciò che Dio ha creato e che, quindi, è buono perché fatto da Lui (1 Tm 4, 1-5).

Non esiste, quindi, alcuna influenza dello zoroastrismo sul concetto di Dio e Satana del cristianesimo. Satana non è un altro Dio uguale in potenza al Dio buono, ma è un angelo ribelle che tenta di diventare uguale a Dio stesso, però resta una creatura di Dio e per questo inferiore a lui.

Nella seconda parte analizzeremo le altre due affermazioni del video di Fratarcangeli. Vedremo come il sentimento apertamente anticristiano di certi canali YT, spinga ad affermazioni al limite del grottesco 

Bibliografia

Alexander Heidel "The Gilgamesh Epic and Old Testament Parallels" - University of Chicago Press - 1946;
Articolo PDF: "The Biblical Flood Story in the Light of the Gilgameš Flood Account" (pubblicato da esperti di studi biblici) jewishstudies.rutgers.edu - 2007;
Cassuto, U. – "A Commentary on the Book of Genesis" (analisi comparativa delle somiglianze e differenze tra Genesi e miti mesopotamici). biblearchaeology.org - 2007;
Pete Enns "Gilgamesh, Atrahasis and the Flood" (BioLogos article – contesto accademico divulgativo) BioLogos - 2010;
John Day "The Genesis Flood Narrative in Relation to Ancient Near Eastern Flood Accounts" in "Interpretazione biblica e metodo: saggi in onore di John Barton" - Prima edizione di Dell, Katharine J., Joyce, Paul M. - 2013;
G. Gnoli “Il Manicheismo”, vol. I e II , Fondazione L. Valla - Mondadori, Milano 2003


venerdì 30 giugno 2023

I miti sulle Crociate: i crociati si macchiarono di crimini efferati come la conquista di Gerusalemme.


La guerra è, forse, il più bestiale comportamento umano, lo scatenamento delle violenze più atroci e delle crudeltà più efferate. Ogni guerra, dalla più antica a quella più moderna, è solo uno spaventoso dramma, una tragedia per l’umanità. Ma per la vulgata laicista ci sono guerre molto più drammatiche ed efferate di altre e tra queste ci sono sicuramente le Crociate. Tra le accuse che vengono solitamente rivolte alla Chiesa ed ai cristiani cattolici non manca mai lo stracciarsi delle vesti per il comportamento eccessivamente violento e criminale tenuto dalle armate crociate nelle loro guerre di conquista. Secondo la polemica laicista le cosiddette “armate di Cristo” si abbandonarono a massacri di popolazioni, trucidando ebrei e arabi e seviziando chiunque si trovasse sul loro cammino, lasciando l’illuminata civiltà islamica in rovina. In particolare fa sempre molta impressione l’orrendo massacro della popolazione di Gerusalemme a cui si abbandonarono i crociati quando, nel luglio del 1099, all’epilogo della prima Crociata, la città venne conquistata. A mo’ di esempio, tra i tantissimi, si può citare il New York Times che nel 1999 considerò le crociate un genocidio paragonabile nientemeno alle atrocità hitleriane o alla pulizia etnica del Kosovo (New York Times, 20 giugno 1999, sez. 4, p.15).

Ma è stato davvero così? Veramente le armate crociate si sono comportate con una violenza ed una crudeltà ben maggiore delle armate islamiche e di ogni altro esercito di allora? Ovviamente no, si tratta dell’ennesima esagerazione di chi non conosce la storia, oppure la conosce fin troppo bene, ma la piega ai suoi interessi ideologici. In realtà le spedizioni crociate si comportarono e fecero la guerra come qualsiasi altro esercito del tempo, e come purtroppo accade per qualsiasi esercito in guerra, non sono mancati episodi di crudeltà ed efferatezza. Certamente può far impressione che dei cristiani, seppur soldati in guerra, possano derogare dai loro principi morali ed abbandonarsi a massacri di civili, ma ciò che occorre sempre ricordare è che non fu il Papa, quindi la Chiesa, ad ordinare i massacri e le violenze. Questi furono compiuti da soldati che agirono al di fuori e contro le intenzioni della Crociata. Alle crociate non parteciparono solamente truppe regolari sotto il controllo dei loro signori e del legato pontificio, ma turbe di pellegrini che al di fuori di ogni controllo, incitati da monaci indisciplinati e da ogni sorta di predicatori improvvisati, che compirono razzie e massacri di cui furono vittime specialmente le comunità ebraiche. Ma dovunque i vescovi cattolici e i governanti fedeli all’imperatore si opposero ai massacri, difendendo principalmente gli ebrei. Come esempio si legga questo mio articolo in proposito.

Mi si dirà che saccheggi e bottino delle città musulmane conquistate non erano perpetrati solo dalle formazioni irregolari, ma che furono compiuti anche da quelle “regolari” con a capo Re, Baroni e legati pontifici. Questo è vero, ma anche qui occorre valutare il fatto che le Crociate furono spedizioni che avevano uno scarso, se non inesistente, supporto logistico. Finché attraversavano territori amici, i vari stati cristiani fornivano loro i necessari vettovagliamenti, ma una volta in Asia, in territorio nemico, tale approvvigionamento poteva avvenire solo attraverso i saccheggi. Quindi, come per qualsiasi altro esercito in quelle condizioni, anche l’esercito crociato aveva la necessità di fare continuamente bottino per garantirsi almeno la sussistenza. Così scrive lo storico J. Riley Smith riferendosi alla prima spedizione crociata: “Il passaggio dei crociati nei Balcani e in Anatolia fu indubbiamente accompagnato da una serie di saccheggi. Ma d’altra parte, i crociati non avevano un sistema stabile di rifornimenti, quindi la loro sopravvivenza era legata alla capacità di procurarsi dei viveri. Mentre in territorio cristiano dipendevano dalle donazioni dei governanti locali, una volta entrati nella devastata terra di nessuno in cui l’Asia Minore si stava trasformando si ritrovavano lontani da qualsiasi punto di incontro con le spedizioni dall’Europa fino a che non raggiungevano Antiochia, dopo la quale ricevevano comunque approvvigionamenti molto limitati. Tutti i condottieri, grandi o piccoli, sapevano che il seguito si aspettava da loro almeno un livello minimo di sussistenza e già questo potrebbe bastare per spiegare l’ossessione del bottino” (Jonathan Riley Smith, Storia delle Crociate, A. Mondadori Editore, Milano 1994, pag 60).

Come detto all’inizio, nell’immaginario collettivo resta sempre come immagine iconica dell’efferatezza delle Crociate, e come argomento tra i più utilizzati dalla retorica laicista, la conquista di Gerusalemme da parte dei Crociati della prima spedizione del 1099. Ma da dove proviene questa forte impressione? Le fonti storiche, in effetti, ci raccontano di un massacro senza precedenti, ad esempio un anonimo soldato crociato testimone oculare racconta che dopo un penoso assedio per i crociati, durato ben cinque settimane, il 15 luglio 1099 i cristiani entrarono a Gerusalemme: “Uno dei nostri cavalieri, di nome Letoldo, salì sulle mura della città. Quando raggiunse la cima tutti i difensori della città fuggirono rapidamente lungo le mura e per le strade. I nostri uomini allora li inseguirono e li braccarono, uccidendoli e massacrandoli fino al Tempio di Salomone. E là scoppiò una tale carneficina che i nostri erano immersi fino alle caviglie nel sangue del nemico” (Robert George Dalrymple Laffan “Select documents of european history 800-1492” Henry Hold & Company, New York 1929). Un altro storico, Raimondo d’Aguilers, cronachista testimone oculare, tratto da "Historia Francorum qui ceperunt Iherusalem" (Storia dei Franchi che conquistarono Gerusalemme), riferisce che: “Se diciamo il vero, non saremo creduti: basti dire che nel Tempio e nel portico di Salomone si cavalcava col sangue all'altezza delle ginocchia e del morso dei cavalli. E fu per giusto giudizio divino che a ricevere il loro sangue fosse proprio quel luogo stesso che tanto a lungo aveva sopportato le loro bestemmie contro Dio. Essendo la città piena di cadaveri e di sangue, molti fuggirono alla torre di Davide chiesero sicurtà al conte”. Usando gli stessi termini, nel settembre del 1099, tre potenti condottieri crociati, l'arcivescovo Daiberto, Goffredo duca di Buglione e Raimondo conte di Tolosa, si vantarono di fronte a papa Pasquale II delle imprese dei crociati a Gerusalemme: "E se volete sapere cosa ne fu dei nemici che trovammo là, sappiate che nel Tempio e nel portico di Salomone si cavalcava con il sangue dei saraceni all'altezza delle ginocchia dei cavalli" (Colman J. Barry “Readings in church history” Christians classics, Westminster (Maryland) 1985, p.328).

Queste le fonti cristiane e possiamo notare che esiste un crescendo di violenza e distruzione nelle varie cronache, ad esempio all’inizio si parla del sangue del nemico che arrivava alle caviglie, poi il sangue arrivò fino alle ginocchia ed al morso dei cavalli. Ovviamente siamo di fronte ad un fenomeno di propaganda, un fenomeno del genere non è neanche lontanamente possibile. Affinché si possa versare così tanto sangue non bastava l'intera popolazione di Gerusalemme, neppure se agli abitanti si fossero aggiunti i rifugiati provenienti dalle regioni circostanti. Nient'altro che retorica, una vanteria dei cronisti cristiani o dei condottieri crociati per enfatizzare la loro impresa. Tutto ciò è confermato dalle stesse fonti musulmane sull’accaduto caratterizzate da resoconti laconici e privi delle esagerazioni dei cronisti cristiani. Intorno al 1160 due cronisti siriani, al-'Aziml e'Ibn al-Qalanlsl, descrissero la presa di Gerusalemme da parte dei Crociati e nessuno dei due fornì una stima delle vittime. Al-'Azlml disse soltanto che i crociati "... raggiunsero Gerusalemme e la sottrassero agli egiziani. Goffredo la conquistò. I suoi uomini diedero alle fiamme la chiesa degli ebrei". 'Ibn al-Qalanlsl aggiunse qualche dettaglio: "I franchi presero d'assalto la città e se ne impossessarono. La maggior parte dei suoi abitanti fuggì verso il tempio e in tantissimi furono uccisi. Gli ebrei si rifugiarono nella sinagoga e i franchi la bruciarono a loro insaputa. Quindi, il 22 sa'ban [14 luglio] di quell'anno, il tempio capitolò, ed essi distrussero i sepolcri e la tomba di Abramo" (Hillenbrand “The Crusades: islamic perspectives” Routledge, Oxford, 2000, p. 261). Questo prova anche che per gli standard bellici dell'epoca, il saccheggio di Gerusalemme non era niente che esulasse dall'ordinario. A quei tempi mettere a ferro e a fuoco una città sotto assedio che resisteva agli invasori era un principio militare generalmente accettato. Nel caso invece in cui non avesse opposto resistenza era doveroso mostrare pietà.

Ma ben presto gli autori musulmani capirono il valore propagandistico dell'enfatizzare il numero delle vittime, così anche se le prime fonti islamiche, come abbiamo visto, non ne specifichino il numero, 'Ibn al-GawzT, circa un secolo dopo l'accaduto, scrisse che i crociati a Gerusalemme "... uccisero più di settantamila musulmani". 'Ibn al-'AtTr, un contemporaneo di Saladino, XII secolo, riporta la stessa cifra (Francesco Gabrieli “Storici arabi delle crociate” Einaudi, Torino 1973, p. 10). Lo storico del XV secolo 'Ibn Tagribrrdl arriva a parlare addirittura di centomila vittime. Così, un secolo dopo l'altro, l'entità del massacro si è ingigantita ed è nata la leggenda del misfatto più terribile della storia.

I musulmani, d’altro canto, si comportarono nello stesso identico modo molto prima dei Crociati. Nel 645, ad esempio, fu sottoposta all’assedio la grande città di Alessandria in Egitto, l’armata musulmana comandata da Amr ibn Aasi fece irruzione nella città massacrandone gli abitanti e abbandonandosi a saccheggi e incendi. (John Bagot Glubb “Le grandi conquiste arabe” Aldo Martello, Ed. Milano 1963 pp 386). Successivamente nel 1148, ad Aleppo, il comandante musulmano Nur ed- Din (Noradino) non esitò a ordinare l'uccisione di tutti i cristiani; nel 1268 le forze del sultano mammalucco Baybars sottrassero Antiochia ai crociati uccidendo migliaia di cittadini, distruggendo le chiese di San Paolo e San Pietro, massacrando tutti i preti e i monaci e bruciando i vangeli (Thomas F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005, p.261). Ma, sicuramente, l’esempio più eclatante fu il comportamento dell’armata ottomana di Mehmed II quando espugnò la città di Costantinopoli il 29 maggio 1453 spezzando la lunga e disperata resistenza opposta al loro assedio. E anche qui, come riporta lo storico Steven Runciman, vi furono fiumi di sangue. I soldati musulmani “uccidevano chiunque incontrassero nelle strade, uomini, donne e bambini, indiscriminatamente. Il sangue scorreva a fiumi dalle alture di Petra al Corno d'Oro. Ma poi la violenza si placò, e i soldati realizzarono che prigionieri e oggetti preziosi avrebbero portato loro maggiori profitti” (Steven Runciman “Gli ultimi giorni di Costantinopoli, 1453” Piemme, Casale Monferrato, 1997, p. 156). Proprio come i crociati, che violarono i santuari tanto della sinagoga quanto della moschea, i musulmani profanarono monasteri e conventi, privandoli dei loro abitanti, e saccheggiarono le abitazioni private. Inoltre occuparono la Hagia Sophia, che per quasi mille anni era stata la più grande chiesa della cristianità.

E’, quindi, storicamente provato che le armate musulmane, nell'invadere una città, si comportarono spesso nello stesso identico modo dei Crociati. Il che non vuole certamente giustificare la condotta dei soldati cristiani, un'azione atroce non ne giustifica un'altra, ma dobbiamo sempre ricordare che non fu il Papa, non fu la Chiesa ad ordinare i massacri e le violenze. Questi furono compiuti da soldati che agirono al di fuori e contro le intenzioni della Crociata. L'intenzione di questo mio articolo, piuttosto, è spiegare che il comportamento dei crociati a Gerusalemme non fu né più né meno di quello degli altri eserciti dell'epoca.

Bibliografia

R. G. Dalrymple Laffan “Select documents of european history 800-1492” Henry Hold & Company, New York 1929;
C. J. Barry “Readings in church history” Christians classics, Westminster (Maryland) 1985;
J. Riley Smith, Storia delle Crociate, A. Mondadori Editore, Milano 1994;
S. Runciman “Gli ultimi giorni di Costantinopoli, 1453” Piemme, Casale Monferrato, 1997
Hillenbrand “The Crusades: islamic perspectives” Routledge, Oxford, 2000;
F. Gabrieli “Storici arabi delle crociate” Einaudi, Torino 1973;
J. Bagot Glubb “Le grandi conquiste arabe” Aldo Martello, Ed. Milano 1963;
T. F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005;
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010.

venerdì 24 dicembre 2021

Odifreddi e il Natale, quando l'ignoranza regna sovrana.


Ci avviciniamo al Natale di Nostro Signore e puntualmente, come ogni anno, spuntano le solite trite e ritrite tiritere laiciste volte ad oscurare la meraviglia di un evento che, volente o nolente, ha cambiato il mondo. E', quindi, fin troppo scontato lo starnazzare laicista, dall'odioso ed idiota "politicamente corretto" della Commissione Europea, che ha paura dell'augurio "Buon Natale" non abbastanza inclusivo, al blaterare dei laicisti neopagani a cui dà fastidio la festa cristiana, ma che accettano di buon grado quella del Sol Invictus. D'altronde viene nel mondo la Parola di Dio incarnata e questa non lascia nessuno indifferente, infatti come dice la lettera agli Ebrei, è più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore (Eb. 4,12).

Solo che mi sarei aspettato una critica più elevata culturalmente invece del solito sciocchezzario annuale. Ad esempio, proprio a proposito della figuraccia della Commissione Europea, che ho prima ricordato, nella puntata del programma "Porta a Porta" su RAI 1 del giornalista Bruno Vespa, andata in onda il 9 dicembre scorso, dedicata a tale argomento, a prendere le parti del laicista "anti-natale" c'era il solito strampalato matematico tuttologo Odifreddi voce tra le più gettonate a rappresentare gli gnostici, gli atei, gli scettici e compagnia bella. Uno stralcio è riportato sul canale YT di Odifreddi. Il nostro eroe, ovviamente, non poteva certo prendere le difese dell'indifendibile Commissione Europea, quindi non gli è restato altro che convenire sull'idiotaggine europea, ma, poveretto, poteva restare così passivo? Certamente no, così si è "divertito" a stuzzicare Vespa e i suoi ospiti con stoccatine, tra l'altro totalmente decontestualizzate, del tipo: "tra l'altro, poi, il Natale non è neppure una festa religiosa, sappiamo tutti che il natale era quello di Roma, nei vangeli non c'è scritto quando Gesù è nato. il Cristianesimo si è appropriato di una festività pagana, del "Sol Invictus". E che c'entra col "Buon Natale" poco inclusivo? Boh, ma per Odifreddi non poteva certo mancare il mantra laicistico del Natale per eccellenza: il "Sol invictus" e la Cristianità ladrona! L'uditorio, ovviamente non gli ha manco replicato, tanto è notoria la fesseria. Ma caro Odifreddi, la religione cristiana non si è appropriata di un bel nulla, il solstizio d'inverno era visto da sempre come la vittoria della luce sulle tenebre e questa immagine era già nota agli ebrei come una promessa di salvezza. Otto secoli prima di Cristo il profeta Isaia vaticinava: "Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse" e così il vangelo di Luca mette in bocca a Zaccaria la profezia: "Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto". I cristiani non mutuarono un bel niente dai saturnali pagani o dalla figura del Sol Invictus, per loro Gesù era il Messia, la grande luce che viene nel mondo, molto tempo prima che l'imperatore Eliogabalo introdusse il culto al Sol Invictus. Nella sua affermazione il Cristianesimo donò un senso nuovo a tutte le cose, trasformando le realtà precedenti rinnovandole con la luce di Cristo.

Ma Odifreddi è un tipo che si dà per vinto? Giammai. Quindi torna alla carica e ci regala l'ennesima stoccatina: "Da ateo, amichevolmente, come regalo di Natale, spero che Dio non ci sia, perché sebbene l'arte cristiana sia eccelsa, vi siete dimenticati che il motivo per cui c'è l'arte cristiana è perché il Cristianesimo è andato contro i dieci comandamenti, in particolare contro il secondo comandamento che proibiva espressamente di farsi immagini di viventi in cielo, in terra, in acqua. Per questo la civiltà islamica e, sottolineerei, quella ebraica, non hanno immagini, perché hanno rispettato il comandamento". Chissà come deve essersi sentito tutto gongolante e fiero Odifreddi, per esser riuscito a prendere in castagna i cattolici, senza sapere di aver tirato fuori una questione antichissima dove biblisti e teologi si sono confrontati da secoli. Niente di nuovo sotto al sole, neppure l'ignoranza di Odifreddi che resta implacabilmente immutata. Il suo riferimento alla violazione del secondo comandamento non ha senso per i cattolici, visto che per loro la proibizione delle immagini non è un comandamento a sé stante, ma il commento al primo. Quindi per i cattolici la prescrizione contro le immagini riguarda solo il pericolo dell'idolatria. La Bibbia, infatti, permette la realizzazione delle immagini, basta pensare alle statue dei Cherubini sull'Arca dell'Alleanza o alle decorazioni del Tempio di piante ed animali. La Bibbia condanna solo le immagini degli idoli. E le immagini cattoliche non sono affatto degli idoli, cioè altri dei. A tal proposito il Deuteronomio parla in modo chiarissimo: "Quando il Signore vi parlò sull’Oreb dal fuoco, state bene in guardia per la vostra vita perché non vi corrompiate e non vi facciate l’immagine scolpita di qualche idolo, la figura di maschio o femmina, la figura di qualunque animale, la figura di un uccello che vola nei cieli, la figura di una bestia che striscia sul suolo, la figura di un pesce che vive nelle acque sotto la terra, perché alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna e le stelle, e tutto l’esercito del cielo tu non sia trascinato a prostrarti davanti a quelle cose e a servirle” (Dt 4, 15-19).

E pensare che Odifreddi è addirittura il presidente onorario dell'associazione degli atei ed agnostici italiani. Che tristezza, un saccente che pontifica e si permette di bacchettare gli altri su un argomento di cui è ignorante. Ma perché non si limita ai numeri, invece di fare queste figuracce?

mercoledì 4 agosto 2021

Il Sillabo, oscurantismo della Chiesa?

 Un autentico mantra anticattolico è la diffusa accusa che la Chiesa Cattolica abbia sempre contrastato il progresso scientifico e la diffusione delle idee innovative attraverso la condanna del libero pensiero e tutto ciò al solo scopo di tenere le masse nell’ignoranza e poter imporre così il proprio dominio su di esse. Di solito per provare questo assunto i laicisti amano citare il famigerato “Sillabo”, cioè una condanna dei principali errori presenti nelle ideologie moderne.

Si trattò di un elenco di ottanta proposizioni, allegato all’enciclica “Quanta cura”, che il Papa Pio IX pubblicò nel 1864 dove venivano condannate ideologie moderne come, ad esempio, il Liberalismo, il Socialismo, il Comunismo, l’Ateismo, ecc., e dove veniva pesantemente criticata la Rivoluzione Francese con tutto il suo strascico di violenze. Ovviamente, senza tener minimamente conto del momento storico in cui l’enciclica ed il sillabo sono stati pubblicati, questa condanna della modernità è argomento tra i più usati dalla propaganda laicista per censurare la Chiesa Cattolica. Ma è noto che per capire bene il significato di fatti accaduti nel passato occorre calarli nel contesto storico in cui sono avvenuti. La mancanza di questa basilare impostazione, indispensabile per ogni valida critica storica, è troppo spesso alla base della retorica laicista contro la Chiesa ed i cristiani.

Possiamo veramente dire che il “sillabo” sia stato un documento che provi la volontà di oscurantismo e di rifiuto del “progresso” da parte della Chiesa? Ovviamente no, la Chiesa non si oppose affatto al progresso della civiltà umana ed alle conquiste della scienza, ma si trattò essenzialmente di una difesa dei principi universali che sono alla base della dignità dell’uomo e della Tradizione della Chiesa che il Papa ritenne opportuno operare. Già prima del 1864 la situazione dello “Stato Pontificio” e della sua dimensione “politica” stavano rapidamente cambiando: nel 1848 la Rivoluzione romana costringe Papa Pio IX ad abbandonare Roma per riparare a Gaeta, ritorna nel 1850 con l’aiuto dei francesi, ma le legazioni Pontificie di Bologna, Ferrara e Ravenna, le Marche e l’Umbria insorgono e vengono annesse al Piemonte. Lo Stato Pontificio si riduce a Roma ed il Lazio. Cosicché nel 1864, quando è papa Pio IX, il cattolicesimo ed il suo capo sembrano assediati da tutte le parti: l’Italia insiste nel suo processo di “unificazione”, nonostante e contro il papa, e vuole ad ogni costo Roma. I rapporti internazionali della Santa Sede non sono veramente cordiali con nessuna delle grandi potenze di allora.

Ma oltre a quello politico, un altro aspetto influenza fortemente il pensiero ed il comportamento del Papa ed è quello della difesa della fede cristiana cattolica. In quegli anni andava affermandosi lo studio “scientifico” e “moderno” della vita di Gesù, che fino ad allora era stata sempre e solo studiata e proclamata dalla Chiesa. Vennero pubblicati alcuni libri come la “Vita di Gesù” di David Strauss nel 1835-36 e la notissima “Vita di Gesù” di Ernst Renan nel 1863, che adombrano dubbi sulla storicità del Cristo o che sostengono che per essere fedeli a questo uomo esemplare bisogna sbarazzarsi della Chiesa. Filosofi e scienziati arrivano a giudicare la fede cristiana solo un’illusione e contestano ogni possibilità di rivelazione e di ordine soprannaturale, ed è il caso di testi come “L’essenza del Cristianesimo” di Ludwig Feuerbach del 1841, “Manoscritti economici-filosofici” di Karl Marx del 1844. Fino ad arrivare ad autentiche “rivoluzioni” scientifiche prese a pretesto per negare l’esistenza stessa di Dio, come il celeberrimo “’L’origine della specie” di Charles Darwin pubblicato nel 1859.

In questa situazione l’enciclica “Quanta cura” e soprattutto il “sillabo” apparvero come una vera e propria dichiarazione di guerra al mondo intero, un contrattacco ed una sfida dettati dalla disperazione. L’enciclica da sola forse avrebbe potuto destare meno impressione. Essa, infatti, conteneva una critica severa della scristianizzazione della società civile e la proclamazione dei diritti della Chiesa: insegnamento ed educazione, indipendenza di fronte agli Stati. Il “Sillabo”, invece, passava inesorabilmente in rassegna ed esponeva con una concisione estremamente limpida, per denunciarli, “tutti gli aspetti della grande rivolta dell’umanità contro i dogmi e i diritti del cristianesimo”. Negli ambienti atei ed anticlericali si verificò un’autentica esplosione d’odio e di astiosa commiserazione. In Francia il governo di Napoleone III, ad esempio, arrivò a definire non solo il “Sillabo”, ma la stessa enciclica “Quanta cura” contrari alla Costituzione imperiale, proibendone la diffusione. La stessa cosa avvenne in Italia. Nel mondo cattolico, invece, se si eccettuano i cattolici liberali, la gran massa dei fedeli accolse favorevolmente e talvolta perfino con entusiasmo questo intervento audace della Santa Sede. A Torino, per esempio, 150.000 persone si radunarono per ringraziare il papa. Il popolo di Dio accettò il “Sillabo” non solo perché esso esprimeva i “no” di Pio IX, ma perché formulava anche ciò che si sarebbe trovato in contrasto con la fede di tutta la Chiesa.   

 E’ indiscutibile che in quegli anni era in atto una cavalcante scristianizzazione e lo sviluppo di un acceso anti-cristianesimo dei valori inerenti alle rivoluzioni socio-culturali di quell’epoca. La chiesa non poteva restare inerte di fronte a tutto questo, ma quello che è importante capire è che Pio IX non condannò il mondo moderno in blocco, né intendeva sopprimere le ferrovie, il telegrafo o l’illuminazione a gas. Egli non contestava neppure le aspirazioni umanitarie portate avanti dalle nuove ideologie. Denunciava, invece, “il desiderio sfrenato di accumulare ricchezze” e ricordava che “la dottrina della Chiesa non si oppone affatto al bene e all’interesse della società umana”. Quello che egli non poteva approvare era la ribellione luciferina dell’intelligenza, il rifiuto di ogni punto di riferimento superiore alla coscienza individuale, il ripudio dell’autorità di Dio, della Rivelazione, della Chiesa. Questo è il senso del “Sillabo”. Il suo aspetto necessariamente negativo non deve essere isolato dalle affermazioni più positive del concilio Vaticano I circa la razionalità della fede, che non può essere identificabile con un itinerario puramente soggettivo ed arbitrario, e i principi della dottrina sociale della Chiesa, lontana sia dai sistemi socialisti atei, sia dall’economia del capitalismo liberale.

 Il mondo laicista, ateo ed anticristiano, vorrebbe solo distruggere la Chiesa ed il Cristianesimo, ma non può, allora si accontenta di poterlo relegare in un cantuccio, senza diritto di opinione e parola. L’ennesimo esempio di tale impostazione lo stiamo vivendo in questi giorni con la polemica sulla approvazione del disegno di legge Zan, tutto teso a zittire la Chiesa e i cristiani introducendo, velatamente, il reato di opinione.   

 


Bibliografia

R. Aubert, G. Martina “Il Pontificato di Pio IX”, Edizioni Paoline, 1970;
R.F. Esposito “Pio IX, La Chiesa in Conflitto con il Mondo” Edizioni Paoline, 1970;
Franco Cardini “Processi alla Chiesa” Piemme, 1995;
Ernesto Rossi. “Il Sillabo e dopo” Kaos edizioni, Milano 2000;
Rino Cammilleri “L'ultima difesa del papa re. Elogio del “Sillabo” di Pio IX” Ed. Piemme, Milano 2001.

giovedì 21 maggio 2020

La Chiesa e la nascita delle Università

Come è noto tra i tanti miti anticattolici che fanno parte dell’immaginario collettivo laicista un posto di primaria importanza occupa la convinzione che la Chiesa cattolica si sia sempre opposta al progresso scientifico per la paura di veder confutati i suoi dogmi di fede e come espediente repressivo per impedire lo sviluppo e l’autocoscienza dei popoli. Questo mito trae origine dalla vecchia accusa di oscurantismo che ha sempre contraddistinto il pensiero degli intellettuali illuministi e positivisti nei confronti della Chiesa e per connotare negativamente il Medioevo occidentale come un’epoca di declino culturale dopo la luce della ragione che avrebbe caratterizzato l’età classica. Secondo l'analisi illuminista sarebbe stata la teologia ad avere la preminenza sul pensiero scientifico e ad imporre le “verità bibliche” come principi basilari. 

Questa “luce” della ragione sarebbe testimoniata dalle famose scuole della grecità come l’Accademia Platonica o il Liceo di Aristotele o anche la sapienza dei grandi imperi dell’antichità come quelli Cinese, Indiano o Persiano. In verità nessuna di queste istituzioni si prefiggeva la ricerca, la cura e l’insegnamento organizzato e sistematico del sapere. L’istituzione preposta a tali scopi, che viene comunemente denominata “Università”, nasce proprio in età medioevale. Il noto storico statunitense Charles Omer Haskins, considerato uno dei fondatori della storiografia medievale, scrisse: “Le università, come le cattedrali e i parlamenti, sono un prodotto del medioevo” (C.O. Haskins “Le origini delle Università” Il Mulino, Bologna, 1970, pag. 3). 

Le università nacquero come sviluppo di precedenti scuole dove si insegnava cultura religiosa, uno sviluppo supportato dai sovvenzionamenti di cattedrali e monasteri, molte risalenti al VI secolo. Scrive lo storico Leo Moulin: “Il papa Urbano V manteneva come sembra 1400 borsisti […] ma le borse di studio non furono le sole forme di aiuto agli studenti poveri […] Il papa Gregorio IX concede un’indulgenza di 40 giorni ai “benefattori” che finanziano le spese di alloggio, se occorre negli ospedali, degli studenti poveri (1233) […] Il papa Innocenzo IV ingiunge nel 1245 al vescovo di Tolosa di provvedere all’alloggio dei “poveri scolari” (L. Moulin “La vita degli studenti del medioevo” Jaca Book, Milano 1992, pag. 54-55). Le prime sedi delle corporazioni di studenti e di maestri, cioè le università, trovano asilo presso monasteri e cattedrali. Lo storico G. M. Trevelyan, noto per essere dichiaratamente anticattolico, parlando dei primi studenti di Oxford e Cambridge, afferma apertamente che: “dobbiamo presentarceli quali tutti come “chierici” dello stesso tipo, protetti all’ombra di Becket (cioè l’arcivescovo cattolico di Canterbury) contro la corte e il boia del re” (G. M. Trevelyan “Storia d’Inghilterra” Garzanti, Milano 1981, p.216). Le università sorsero per arrivare ad un insegnamento ai massimi livelli, per la ricerca del sapere, non si limitarono al semplice tramandare della sapienza antica, ma tendevano, per la prima volta, all’innovazione. A governare questa rivoluzione culturale fu la filosofia cristiana medioevale, la Scolastica, che poneva la ricerca, l’apprezzamento delle idee delle emergenti scuole di pensiero e l’empirismo come la base del nuovo sapere. Le università medioevali ebbero subito questo tipo d’impostazione, cioè dare importanza alla prova ottenuta attraverso l’osservazione. Il sorgere delle università in tutta Europa fu opera soprattutto della Chiesa cattolica. 

La prima università al mondo nasce a Bologna nel 1088, in territorio pontificio e anche le altre università più antiche come Parigi, Oxford, Padova, Roma, ecc. sorgono in terra cattolica, hanno stretti legami col mondo ecclesiastico e godono di privilegi direttamente concessi dai Papi e, più raramente, dai sovrani. A Roma nel 1303 nasce l’università della Sapienza, la più grande del mondo, per opera di Bonifacio VIII che la istituisce con la bolla “In suprema praeminentia dignitatis”. Si tratta dello “Studium Urbis”, un istituto che rappresenterà un punto d’incontro e di studio per tutti gli studiosi del mondo. Nel 1431 papa Eugenio IV lo allarga e ne conferisce una struttura più articolata ed efficiente. Nel 1500 papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, potenzia ancor più l’università romana cosicché da tutta Europa giungono studiosi famosi conferendo ancor maggior prestigio, potenziando materie umanistiche, archeologiche e scientifiche. E’ proprio presso l’università di Roma che vengono introdotti i primi insegnamenti della simplicia medicamenta che saranno alla base dello studio della medicina. E’ in questi anni che vi studia Bartolomeo Eustachio uno dei fondatori della scienza anatomica moderna. Nel 1592 papa clemente VIII chiama a Roma Andrea Cesalpino che l’anno dopo fornisce la prova dell’esistenza della circolazione sanguigna e dei suoi due circoli, quello venoso e quello arterioso. 

Parigi, invece, è l’Università degli studi filosofici e teologici, in cui insegna il domenicano Tommaso d’Aquino, mentre Oxford è l’Università dei francescani, di Roberto Grossatesta e Ruggero Bacone. 

Scrive lo storico Leo Moulin: “Nel 1600 si contano più di cento università: tutte sono racchiuse nell’area socio-culturale dell’Europa. Non ve ne sono altre nel resto del mondo […] Non è un caso. Infatti l’Università è il frutto di un immenso slancio dell’intera società medioevale…”, ed ancora: “Nella bolla che emana nel 1388, per esprimere il proprio consenso alla fondazione dell’università di Colonia, il papa Urbano IV scrive che gli obiettivi principali della nuova istituzione saranno quelli di diffondere la scienza per scacciare le nubi dell’ignoranza” (L. Moulin “La vita degli studenti del medioevo” Jaca Book, Milano 1992, pag. 5-6). 

Ma perché la scienza, e quindi i luoghi dove questa viene esercitata al massimo livello, cioè l’università, si sviluppò soltanto nell’Europa cristiana? La motivazione risiede nel fatto che l’Europa medioevale credeva che lo sviluppo della scienza fosse possibile ed auspicabile e ciò deriva dall’immagine che aveva di Dio e della creazione. La convinzione era quella che l’universo funziona secondo leggi immutabili in quanto Dio, che le ha poste, è perfetto. E siccome Dio ci ha dato la ragione, l’uomo è in grado di scoprire le regole che lui ha stabilito. Il celebre scolastico medioevale Nicola d’Oresme affermò che la creazione divina: “è molto simile a quella di un uomo che costruisce un orologio e lo lascia andare, perché continui il suo moto da solo” (A. W. Crosby “La misura della realtà” Dedalo, Bari, 1998, pag. 83). 


Bibliografia 

Whitehead Alfred North “La scienza e il mondo moderno” Bompiani, Milano, 1959, 
Haskins Charles Omer “Le origini delle Università” Il Mulino, Bologna, 1970; 
Alberto Trebeschi, Lineamenti di Storia del pensiero scientifico, Editori Riuniti, 1975; 
L. Moulin “La vita degli studenti del medioevo” Jaca Book, Milano 1992; 
A. W. Crosby “La misura della realtà” Dedalo, Bari, 1998 
Francesco Agnoli “Indagine sul Cristianesimo” Edizioni Piemme, Milano 2010; 
Rodney Stark “False Testimonianze” Edizioni Lindau, Torino 2016.

giovedì 2 aprile 2020

il mito anticattolico della donna senz'anima.

Tra i tanti miti anticristiani, ed anticattolici in particolare, che hanno ancora oggi un largo credito c’è sicuramente quello secondo il quale la Chiesa cattolica, a causa della sua supposta misoginia, avrebbe messo in dubbio, ed anche negato, che la donna avesse l’anima come gli uomini. Ovviamente si tratta di una menzogna inventata in ambiente protestante e poi, nel loro livore contro la Chiesa cattolica, successivamente divulgata a più riprese dagli illuministi nel XVIII secolo. Eppure, come tante altre sciocchezze che girano sul conto della Chiesa e dei cristiani, questa menzogna ebbe un credito smisurato al punto che persino opere di alto spessore storico come “La civiltà del Medioevo europeo”, testo cardine dello storico Paolo Brezzi, inciampa ingenuamente su una fandonia simile. Scrive lo storico torinese: “Il famoso concilio di Mâcon, che discusse se la donna ha l’anima, non è un caso isolato o assurdo, anche se la decisione fu favorevole alle donne, in base alla considerazione che Cristo era il figlio di una donna" (Paolo Brezzi, “La civiltà del Medioevo europeo” Eurodes, 1978, I vol. pag 482. 

L’abbaglio è enorme, infatti non ci fu alcuna discussione a Mâcon, cittadina francese della Borgogna, sul fatto che la donna avesse o meno l’anima come l’uomo. Infatti di quel “Concilio”, che tra l’altro tale non fu in quanto si trattò solo di un sinodo provinciale, possediamo tutti gli atti ufficiali e di una discussione del genere non c’è alcuna traccia. Mai, in nessun documento della Chiesa ufficiale di ogni tempo, si ebbe una simile discussione. Ma, allora, da dove saltò fuori questa storia? Nel libro ottavo della sua “Historia francorum”, scritto alla fine del VI secolo d.C. da Gregorio, vescovo di Tour, che partecipò a quel sinodo, vi è una descrizione dei lavori. Il vescovo riportò anche che, in una pausa della discussione, uno dei vescovo partecipanti pose ai confratelli la questione, puramente linguistica e non teologica, se il termine latino "homo" possa essere usato nel senso allargato di "persona umana", e comprendere dunque entrambi i sessi, oppure è da intendersi nel senso ristretto di "vir", cioè di maschio e, quindi, non applicabile alle donne. Come risposta tutti gli altri vescovi fecero notare che nella traduzione latina della Genesi, secondo cui Dio creò l’essere umano come maschio e femmina, il termine “essere umano” era tradotto “homo” e, quindi, comprendente sia l’uomo che la donna ed, inoltre, che la definizione di Gesù come "figlio dell’uomo" (filius hominis), anche se egli fosse "figlio della Vergine", dunque di una donna. Si trattò, quindi, solo di una curiosità linguistica, nessuna disputa teologica. E’ lo storico francese Jen-Pierre Moisset, nella sua “Storia del cattolicesimo” che riporta come il protestante calvinista Pierre Bayle, nel suo “Dizionario storico e critico” nel XVII secolo, riprende questa storiellina, la manipola per i suoi fini e la usa come prova per dimostrare come alcuni vescovi cattolici dei primi secoli avevano negato che le donne avessero l’anima. Annota il giornalista e storico Francesco Agnoli: “Questa idea, nota il Moisset, fu avidamente ripresa, ampliata e propagandata come vera da molti polemisti anticattolici, nonostante la sua patente assurdità” (Francesco Agnoli, “Indagine sul Cristianesimo” Edizioni Piemme, Milano, 2010, pag. 18). 

E, così, assistiamo ancora oggi, a più di un millennio da quel sinodo, che la menzogna di Bayle resiste e si diffonde gettando un discredito terribile sulla Chiesa cattolica. Eppure basta un minimo di conoscenza della storia del Cristianesimo per rendersi facilmente conto del fatto che una tale notizia non può essere altro che una ridicola “bufala”. Come è possibile ignorare le innumerevoli figure di donne che hanno avuto ruoli importanti nella Chiesa e che hanno avuto il loro peso nella storia? Molte di queste sono portate ad esempio come i dottori della Chiesa Santa Caterina da Siena e Santa Teresa d’Avila, S. Monica, la madre di S. Agostino, modello di mitezza e perseveranza, S. Teresa del Bambin Gesù, che, monaca di clausura, con la sua preghiera sorreggeva le missioni in terre lontane, S. Teresa di Calcutta, l’angelo della carità per milioni di diseredati, e così via… come si può pensare che la Chiesa si chiedesse se queste persone possedessero un’anima oppure no? Scrive uno degli storici del Medioevo più importanti, la Prof.ssa Regìne Pernoud: “Strano che i primi martiri che sono stati onorati come santi, siano delle donne e non degli uomini: sant’Agnese, santa Cecilia, sant’Agata e tante altre. Triste davvero che santa Blandina o santa Genoveffa fossero prive di un’anima immortale! Sorprendente che una delle più antiche pitture delle catacombe (nel cimitero di Priscilla) raffigurasse precisamente la Vergine con Bambino, ben designata dalla stella a dal profeta Isaia” (R. Pernoud “Medioevo. Un secolare pregiudizio”, Bompiani 2019). 

L’illuminista Voltaire, nel suo incitamento alla demonizzazione della Chiesa cattolica ebbe l’occhio lungo a riprendere una frase del Bacone: “Calunniate, calunniate, qualcosa resterà”. E ci azzeccò in pieno, chi mai si sarebbe preso la briga, nel settecento, di andare a verificare le fonti? La cosa triste è che ciò avviene ancor oggi. 

Bibliografia 

Paolo Brezzi “La civiltà del Medioevo europeo”, Eurodes, 1978; 
Vittorio Messori “Pensare la Storia”, Ed. San Paolo, Milano 1992; 
Francesco Agnoli, “Indagine sul Cristianesimo”, Edizioni Piemme, Milano, 2010; 
R. Pernoud “La donna al tempo delle cattedrali. Civiltà e cultura femminile nel Medioevo” Ed. Lindau, Milano, 2017; 
R. Pernoud “Medioevo. Un secolare pregiudizio”, Bompiani 2019.

giovedì 23 gennaio 2020

Il mito della persecuzione del paganesimo.

Un mito diffusissimo sulla storia del Cristianesimo riguarda la sua rapida affermazione che ebbe nei confronti del paganesimo, cioè l’insieme dei culti tributati alle varie divinità che venivano praticati nell’impero romano del IV secolo. Nel 312 d.C. divenne imperatore Costantino e i cristiani, che costituivano solamente circa il 10-15% della popolazione dell’impero, alla sua morte, avvenuta nel 337 d.C., divennero la maggioranza. Questa rapidissima diffusione fu giustificata da una falsa storiografia di stampo illuminista con l’azione violenta ed intollerante che i cristiani avrebbero avuto nei confronti dei pagani, descritti sempre come persone miti e tolleranti. 

Il famoso storico illuminista Edward Gibbon, nella sua conosciutissima opera “Decadenza e caduta dell'Impero romano”, afferma chiaramente che il pacifico paganesimo sparì dalla scena della storia perché letteralmente massacrato dai cristiani, i quali favoriti da Costantino e successivamente dall’imperatore Teodosio, avrebbero distrutto tutti i templi pagani e perseguitato masse di pacifici pagani (Edward Gibbon, “Decadenza e caduta dell'Impero romano” Ed. Avanzini & Torraca, Roma 1968, vol. III, cap XXI, pp. 181 sgg). Questa impostazione caratterizzò tutta la tematica di una serie di storici anticristiani che finì per fabbricare un mito molto caro alle posizioni laiciste. Un esempio molto eloquente è stato ultimamente la riscoperta cinematografica e letteraria della vicenda della filosofa Ipazia avvenuta nel 415 d.C. da parte di alcuni fanatici cristiani, come simbolo della ferocia cristiana e della repressione del “libero pensiero”. Questo mito è talmente diffuso che oggi la maggioranza dei laicisti anticristiani vaneggia di massacri e persecuzioni perpetrati dalla Chiesa, di cristianesimo violento e sanguinario e di un paganesimo pacifico ed inoffensivo. 

Ma come era scontato attendersi non è vero niente di tutto questo, si tratta dell’ennesimo mito anticristiano costruito ad arte per screditare la Chiesa ed i cristiani. Peter Brown, uno dei più importanti storici dell’età tardo antica, Professore di storia alle Università di Londra, di Berkeley e di Princeton, pluripremiato per la sua attività di studioso, ha dimostrato con le sue ricerche che non vi fu alcuna volontà di persecuzione del paganesimo da parte della Chiesa cristiana. Scrive Peter Brown: “Grandi ed attive comunità pagane per molte generazioni continuarono a godere di un’esistenza relativamente tranquilla. Quello che accadde effettivamente è che scivolarono via dalla storia” (Peter Brown “Christianization and Religious Conflict” Cambridge Ancient History, n.13, 1988, pp. 632-64). 

Stranamente esiste una vera e propria ossessione da parte dei laicisti verso la figura di Costantino, l’imperatore romano del IV secolo e del suo rapporto con il cristianesimo. Un classico mantra della storiografia laicista è l’affermazione che sia stato questo imperatore il maggiore responsabile del trionfo del Cristianesimo. Egli avrebbe scelto la nuova religione per farne il perno su cui poggiare la sua autorità, potenziando e sovvenzionando le autorità ecclesiastiche e, parimenti, perseguitando il paganesimo distruggendo i suoi templi e proibendone riti e sacrifici. Questa idea è diffusissima eppure è completamente falsa, inventata di sana pianta. Come è noto Costantino non scelse affatto il cristianesimo per legittimare il suo potere, il famoso editto di Milano nel 325 d.C. si limitò a rendere il cristianesimo una religione lecita al pari del paganesimo, ma, soprattutto, non favorì mai la religione dei cristiani a scapito dei pagani. 

Secondo gli importanti studi di H.A. Drake, professore di storia all’Università di California di Santa Barbara, durante l’imperio di Costantino prevalse un periodo di relativa tolleranza e tranquillità tra i cristiani e i pagani. I cristiani crescevano in fretta, ma senza episodi di violenza e coercizione. Costantino non mise mai il paganesimo fuori legge e non indisse alcuna persecuzione contro i pagani. Quando Costantino diede una posizione ufficiale alla Chiesa cristiana continuò ad elargire finanziamenti ai templi pagani (J. Geffcken “The Last Days og Greco-Roman Paganism” North-Holland Publishing Co amsterdam, 1978, pag.120). 

Tutto ciò è confermato anche dal famoso storico ed archeologo francese Paul Veyne, uno dei massimi esperti della storia costantiniana: “[Costantino] rinuncia a convertire coloro che ancora esitano e non si cura di sradicare il paganesimo […] Costantino elargisce alla chiesa enormi somme a titolo personale, per il resto in virtù del principio di uguaglianza tra le due religioni, si limita a concedere al cristianesimo gli stessi privilegi di cui il paganesimo disponeva già" (Paul Veyne “Quando l’Europa è diventata cristiana” Garzanti Libri, Milano 2008, pag 91-92). 

Durante il suo principiato Costantino si ritenne imperatore di tutti e, soprattutto, il Pontifex Maximus del paganesimo, continuò a nominare pagani a ricoprire cariche molto importanti, comprese quelle di console e prefetto e alla sua corte i filosofi pagani ebbero sempre un ruolo di primo piano e sulle monete compaiono raffigurazioni del Dio sole (H.A. Drake “Costantine and Bishops: The Politics of Intolerance” John Hopkins University Press, Baltimore, 2000, pag. 247). A tal riguardo scrive l’accademico Giovanni Filoramo, professore ordinario di Storia del Cristianesimo presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Torino: “Nel periodo costantinopolitano l’appoggio ai cristiani non si tradusse in persecuzione antipagana, né Costantino si indusse mai a rifiutare la collaborazione dei pagani e la loro presenza a corte e nelle cariche più alte" (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 292). 

Dopo aver definitivamente sconfitto Licinio nel 324 d.C. Costantino emana due editti che mostrano chiaramente come l’imperatore mirava a riunire l’impero puntando su un pacifico pluralismo. Nell’editto ai palestinesi Costantino fa continuamente riferimento a Dio, ma non nomina mai Cristo usando “frasi comuni per cristiani e pagani e ciò è coerente con la ricerca di un denominatore comune, che fu la caratteristica della sua politica religiosa” (H.A. Drake “Costantine and Bishops: The Politics of Intolerance” John Hopkins University Press, Baltimore, 2000, pag. 244). 

In realtà, piuttosto che Costantino, il paganesimo fu osteggiato dai suoi figli, ma come precisa lo storico G. Filoramo le poche leggi a vantaggio della chiesa cristiana “non costituirono in nessun caso una dichiarazione di guerra alla vecchia religione” (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 302). Tali leggi, inoltre, non avevano contenuti specificatamente antipagani, ma risentivano della morale cristiana solo quando condannavano la pederastia e il matrimonio tra consanguinei (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 303). La religione cristiana divenne ufficialmente l’unica religione dell’impero solo nel 380 con l’editto di Tessalonica da parte dell’imperatore Teodosio. Questo imperatore, con i successivi provvedimenti del 381, ribadì la proibizione di tutti i riti pagani con pene severissime per tutti i contravventori. Tutto ciò, però, a differenza di ciò che comunemente si crede, non ebbe mai le caratteristiche di una persecuzione nei confronti dei pagani, né tanto meno di una volontà di distruggere la sapienza e la cultura antica, od altre amenità del genere, ma solo di reprimere il culto pagano. Nel 382, infatti, un decreto di Teodosio sancì la conservazione degli oggetti pagani che avessero valore artistico. Tutto ciò dimostra ampiamente quanto sia stata strumentale e falsa l’accusa laicista nei confronti della Chiesa e dei cristiani per quanto riguarda, ad esempio, il mito fasullo dell’uccisione di Ipazia di Alessandria in quanto donna, laica e scienziata, mentre si trattò solamente di una questione di tensione politica e sociale. 

C’è anche da sottolineare che le violenze perpetrate sui pagani, di cui peraltro esistono pochissime testimonianze storiche, sono da ascriversi principalmente al solerte operato dei funzionari imperiali che agivano in modo completamente autonomo dalle direttive ecclesiastiche. Famoso ed esplicativo fu il caso della strage perpetrata dall’esercito di Teodosio a Tessalonica per reprimere una ribellione scatenatasi in occasione della proibizione dei giochi annuali. Il vescovo di Milano Ambrogio, avendolo saputo, scrisse indignato una lettera per chiedere a Teodosio di fare pubblica ammenda, umiliarsi davanti a Dio e chiedere perdono (cfr. Epistola 51). Scrive G. Filoramo: “Ambrogio insorse a condannare l’inumano massacro e scomunicò l’imperatore. Abbandonò Milano e annunziò che non vi avrebbe fatto ritorno fino a quando l’imperatore non avesse fatto pubblica penitenza. Anche questa volta Teodosio cedette e, sconfessando il proprio operato, fece pubblico atto di riparazione” (G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008, p. 329). 

Altra notizia completamente falsa è quella secondo la quale la Chiesa cristiana avrebbe dato il colpo di grazia all’antica sapienza pagana facendo chiudere centri di cultura famosissimi come l’Accademia di Atene e la grande biblioteca di Alessandria. Ma si tratta di notizie clamorosamente false: secondo l’eminente storico inglese James Hannam, nel 529 d.C. fu l’imperatore Giustiniano a chiudere la famosa Accademia, “l’azione isolata di un monarca tirannico, un evento significativo solo per i diretti interessati e ben lontano dalla fine della filosofia antica” (https://jameshannam.com/justinian.htm). Per quanto riguarda la distruzione della biblioteca di Alessandria “la storia che l’imperatore cristiano Teodosio l’abbia distrutta”, ha scritto sempre Hannam, “è chiaramente una finzione” (https://jameshannam.com/library.htm). 

La realtà storica è che non si è mai verificata alcuna persecuzione dei pagani e non è mai avvenuta alcuna distruzione indiscriminata della letteratura antica da parte del cristianesimo, nessun tentativo di sopprimere la scrittura pagana e le opere classiche. Viceversa le fonti storiche attestano quanto fosse diffuso tra i cristiani il rispetto per la cultura pagana. Basti pensare che la sopravvivenza della letteratura classica è quasi interamente attribuibile agli sforzi dei monaci cristiani che hanno laboriosamente copiando a mano i testi. 

Gli imperatori “cristiani” non hanno mai decretato persecuzioni di pagani o conversioni forzate al cristianesimo, diversamente dalle violente stragi che hanno invece caratterizzato il dominio pagano sui cristiani. Ovviamente ci fu un conflitto politico-religioso con inevitabili esagerazioni condannabili, ma niente a che vedere con i sistematici spargimenti di sangue di immaginarie persecuzioni inventate di sana pianta dalla propaganda laicista anticristiana. Secondo il già citato storico Giovanni Filoramo il cristianesimo tentò di eliminare l’errore, ma non coloro che erravano. (G. Filoramo “La croce e il potere” Mondadori 2011, pag. 361). La storiografia laicista pretende di porre sullo stesso piano il comportamento persecutorio del paganesimo con uno, immaginario, del cristianesimo, ma tutto ciò è storicamente una grossa fandonia. Una persecuzione cristiana nei confronti dei pagani non è mai esistita, mentre si finge di dimenticare la vera persecuzione, fatta di morte e sangue, che subirono i cristiani fino all'arrivo dell’imperatore Costantino. 

Abbiamo visto che il paganesimo non subì mai alcuna persecuzione ed, infatti, sopravvisse molti secoli dopo l’avvento del cristianesimo, ma allora come si spiega la così larga e veloce diffusione del cristianesimo? E’ proprio il lento, ma inesorabile declino del paganesimo, avvenuto nonostante la mancanza di persecuzioni, a suggerire una risposta: la gente, piano piano, si rendeva conto della novità sociale del cristianesimo, della rivoluzione dei rapporti umani e della considerazione della persona. A differenza del paganesimo il cristianesimo generava un’intensa vita comunitaria dove le persone si riconoscevano appartenenti ad una congregazione. All’interno di tali congregazioni cominciava a nascere la società che poneva al centro il rispetto della vita umana, il rispetto della persona in quanto tale. Prendeva l’avvio il riconoscimento dei diritti di ogni persona e non soltanto dei ricchi e dei potenti, iniziava l’emancipazione della donna, il valore della cura delle persone malate, i diritti dell’infanzia. Tutto ciò era sconosciuto alla società pagana, dove la religione era solo una dimensione astratta e personalistica. I templi pagani venivano solamente frequentati, ma non davano vita ad alcuna trasformazione sociale. Una vera e radicale trasformazione della società fu portata solo dal cristianesimo e fu questo aspetto che determinò la sua veloce affermazione. 



Bibliografia 

Edward Gibbon, “Decadenza e caduta dell'Impero romano” Ed. Avanzini & Torraca, Roma 1968; 
J. Geffcken “The Last Days of Greco-Roman Paganism” North-Holland Publishing Co Amsterdam, 1978; 
Peter Brown “Christianization and Religious Conflict” Cambridge Ancient History, n.13, 1988; 
Paul Veyne “Quando l’Europa è diventata cristiana” Garzanti Libri, Milano 2008
H.A. Drake “Costantine and Bishops: The Politics of Intolerance” John Hopkins University Press, Baltimore, 2000; 
G. Filoramo ”Storia del cristianesimo. L’antichità”, Laterza 2008; 
G. Filoramo “La croce e il potere” Mondadori 2011.