sabato 26 marzo 2016

La banalizzazione laicista della vita umana.

Senza tanto clamore, a sorpresa, il 4 marzo scorso l'AIFA (l'agenzia italiana del farmaco), in seguito alla pubblicazione della sua determina in Gazzetta Ufficiale, ha dato inizio alla vendita della "pillola del giorno dopo", senza ricetta per le maggiorenni. Un provvedimento che ripete quanto avvenuto già da tempo con la cosidetta "pillola dei 5 giorni" anch'essa acquistabile senza ricetta medica. In pratica un potentissimo farmaco capace di provocare cambiamenti importanti in delicati processi fisiologici del corpo umano, viene venduto come se fosse una caramella per la tosse o un cerotto per il mal di schiena. 


Senza ricetta e, quindi, senza prescrizione medica, ovvero le acquirenti del farmaco sono lasciate in totale solitudine non venendo raggiunte da nessun tipo di prevenzione o consiglio. Il divieto dell'acquisto senza ricetta da parte delle minorenni è, infatti, risibile e facilmente aggirabile. Chiunque può far acquistare il farmaco per proprio conto da un parente o amico maggiorenne. 

Lo scopo di questo farmaco è quello di evitare una nascita non programmata e tutto ciò, senza una precisa e competente informazione che solo un medico può dare, può ingenerare la falsa convinzione che assumere il farmaco sia un modo come un altro per "prevenire" una gravidanza. In realtà si tratta di un vero e proprio bombardamento ormonale (una confezione può essere utilizzata più volte) che se non seguito da un medico, potrebbe causare seri problemi di salute. 

Inoltre c'è anche una questione morale di non poco conto, infatti questi farmaci possono avere anche un effetto abortivo. "È dimostrato che [questo farmaco] ha un effetto antiannidatorio e addirittura abortivo in fasi precocissime", spiega Filippo Maria Boscia, ginecologo e presidente dell’Associazione medici cattolici (Amci). La funzione dei medici non è solo quello di prescrivere farmaci, ma anche di supportare e consigliare il paziente, avvertendolo dei rischi connessi alla loro assunzione. E tutto ciò è ancor più in casi del genere dove è presente il grave rischio di una azione abortiva. Tutto ciò è anche in aperto contrasto con quanto stabilisce la legge 194 sull'interruzione di gravidanza che prevede un iter abortivo seguito e curato da medici e psicologi, mentre invece con questi farmaci la pratica abortiva rimane un fatto personale.

Purtroppo, sotto il falso slogan della liberta e del progresso, la deriva laicista calpesta ogni regola di buon senso, non tiene in alcun conto l'importanza di una seria educazione all'affettività ed al rispetto del valore di ogni vita umana. Si assiste ancora una volta all'atroce banalizzazione del concetto di aborto e, quindi, alla relativizzazione di un diritto fondamentale, quello alla vita.

venerdì 18 marzo 2016

Il processo ai templari e le fantasie massonico-illuministe

L’Ordine dei Cavalieri del Tempio, meglio conosciuti come Templari, furono un ordine religioso cavalleresco monastico cristiano medioevale che nacque in Terra Santa in seguito alle circostanze  determinate dalla prima crociata indetta nel 1096. Il moltiplicarsi dei pellegrinaggi da tutta Europa verso i luoghi santi appena liberati determinò la necessità di proteggere i pellegrini e rendere sicure le vie d’accesso alla Terra Santa. Per raggiungere questo scopo alcuni cavalieri decisero di associarsi e di prolungare il loro voto di crociati in una struttura di vita religiosa. Nel 1128 al sinodo di Troyes, in Francia, viene riconosciuto ufficialmente l’ordine cavalleresco del Tempio, con una regola ispirata da san Bernardo di Chiaravalle.    

Nel 1291 cade in mano dei musulmani la piazzaforte di San Giovanni d’Acri, l’ultimo baluardo cristiano in Terra Santa e scompaiono definitivamente gli Stati latini d’Oriente. Il compito dei Templari in Oriente si esaurì, ma rimase intatta la loro potenza finanziaria e fondiaria che era stata fino ad allora accumulata. Contro un Ordine così cospicuo mosse all’attacco il re di Francia Filippo IV, detto il Bello e così, nel 1307, in pochissimo tempo tutti i templari francesi vengono catturati. Anche il papa di allora, il francese Clemente V, organizzò un processo canonico all’Ordine ed arrivò, infine, ad emettere la bolla “Vox clamantis” che nel 1312 soppresse l’Ordine cavalleresco del Tempio. Si chiudeva tragicamente la vita di uno dei più importanti Ordini cavallereschi nati durante le crociate.

Fin qui la storia, quella provata dai documenti letterari e dai riscontri archeologici, eppure la vicenda dei Templari, ormai dimenticata da vari secoli, improvvisamente riprende vita ed interesse e lo fa in modo del tutto anomalo, cioè senza che abbia alcunché di scientifico. Grazie ad una cinematografia ad effetto e ad una letteratura-paccottiglia fantaculturale , i Templari divengono protagonisti delle più disparate leggende, custodi di innominabili segreti che si vogliono tramandati fin dai tempi antichi, come, ad esempio, quelli riguardanti il tema del Santo Graal o dell'Arca dell'Alleanza. Ovviamente il tema comune è sempre lo stesso, ossia la colpevolezza della Chiesa che ha liquidato i nobili Templari per paura delle loro antiche e destabilizzanti conoscenze. Se la Chiesa ha distrutto l’Ordine dei Templari e ha mandato i suoi gran maestri al rogo è certamente perché doveva impedire la diffusione di chissà quali innominabili segreti. Sembra incredibile, ma qualsiasi leggenda, persino la più astrusa ed improbabile, acquista subito credibilità e popolarità se è contro la Chiesa. L’origine di questo modo di pensare risale al 700 quando la Massoneria, dichiaratamente anticristiana, rivendicò addirittura una eredità spirituale e rituale con i Templari. Queste idee massonico-illuministe circolarono nell'Europa otto-novecentesca creando un vero e proprio filone fantastico che molti, politici e letterati, scambiarono per realtà.

Ovviamente nulla è vero di tutto questo, l’arresto dei Templari fu deciso da Filippo il Bello senza consultarsi con nessun altro sovrano e tantomeno con papa Clemente V, che era l’unico in diritto di giudicare l’intera questione. Per giustificare il proprio comportamento il re operò una vera e propria campagna di diffamazione: sulla base di denunce mosse da vecchi templari cacciati dall’Ordine per cattiva condotta, il Tempio veniva accusato di eresia, di pratiche oscene e sacrileghe, di profanazioni e bestemmie contro l’Eucarestia e la Croce. Tutte accuse chiaramente inventate. Filippo il Bello si trincerò dietro l’Inquisizione, presentandosi come un semplice potere laico al servizio della Chiesa per la difesa della fede. In realtà, ed è facile da capire, facevano molto gola al re le enormi ricchezze finanziarie e fondiarie possedute dall’Ordine che, inevitabilmente, passarono al tesoro reale. Il processo non fu tanto all’Ordine, ma a ciascun templare, costoro dovettero passare attraverso una Commissione laica che ricorse ampiamente alla tortura e tutti confessarono. Quando venne a sapere che era stata praticata la tortura il papa invalidò i poteri degli inquisitori. Molti templari furono del tutto scagionati e vennero reintegrati in ordini religiosi diversi. Persino l'ultimo Gran Maestro dei Templari Jacques de Molay e altri membri dello Stato Maggiore dell'ordine rinchiusi dal re Filippo il Bello nel Castello di Chinon, avendo chiesto il perdono della Chiesa, furono assolti da tre cardinali plenipotenziari di papa Clemente V, così come testimonia una pergamena conservata nell'Archivio Segreto Vaticano a lungo trascurata dagli storici (B. Frale “Il Papato e il processo ai Templari” Ed Viella, 2003). Solo i tribunali francesi, direttamente controllati da Filippo, riconobbero le responsabilità individuali di tutti i templari, altrove essi furono assolti e i beni dell’Ordine affidati agli Ospedalieri di San Giovanni, un altro ordine cavalleresco, e ad altre istituzioni simili, nonostante l’opposizione del re di Francia, che si diede da fare per trarre quanto più profitto possibile dall’operazione. Filippo il Bello pretese inoltre da papa Clemente V la soppressione dell'Ordine. Il pontefice fu costretto ad accettare, anche se il testo della bolla di soppressione, del 1312, non condannò l'Ordine.       

Quindi non ci fu nessun complotto della Chiesa, ma l’iniziativa unilaterale del re di Francia, in meno di cinque anni scomparve un Ordine che esisteva da quasi due secoli. Ciò che è veramente importante da chiedersi è come sia stato possibile un fenomeno del genere. Per trovare una spiegazione non possiamo richiamarci solamente alla debolezza del potere pontificio davanti all’avidità ed alla potenza del re di Francia. La scomparsa dell’Ordine avvenne rapidamente, senza opposizione e senza lotta e questo lascia pensare, piuttosto, al fatto che esso fosse ormai inadeguato alle realtà del XIV secolo. L’Ordine del Tempio era ormai inadeguato per la sua vocazione puramente militare. Inadeguato anche nell’ambito di questi specifici motivi vocazionali, infatti i cadetti poveri delle famiglie nobili venivano a farvi carriera più per spirito feudale che per ideale cavalleresco. L’Ordine, inoltre, aveva conservato e accresciuto tutta la propria enorme ricchezza al punto che alla fine del XIII era addirittura depositario del tesoro reale francese. Ciò non poteva non attirare cupidigie e invidie. Degenerato dalle motivazioni originarie, il Tempio uscì completamente di strada.

Solo nella penisola iberica, dove il Tempio aveva partecipato attivamente alla riconquista contro i mussulmani, tenendo fede così alla propria vocazione, l’Ordine poté essere ricostituito in altra forma e continuare la propria missione.


Bibliografia    

G. Le Bras, P. Ciprotti “Istituzioni ecclesiastiche della cristianità medioevale” Ed. Paoline, 1973-74;
F. Cardini "La nascita dei Templari. San Bernardo di Chiaravalle e la Cavalleria mistica" Il Cerchio, Rimini 1999;
R. Pernoud “I Templari” Effedieffe, 2000;
B. Frale “Il Papato e il processo ai Templari” Ed Viella, 2003;
F. Cardini "Templari e templarismo. Storia, mito, menzogne" Il Cerchio, Rimini 2005;
F. Cardini “I Templari” Giunti Editore, 2011;
B. Frale “I Templari” Il Mulino 2007;

martedì 8 marzo 2016

Parte VI - Un’incredibile tesi: Gesù e l’Essenismo (2)

Nonostante il fatto che a Qumràm non siano mai stati rinvenuti scritti cristiani, c’è ancora chi si ostina a vedere nei testi qumrànici riferimenti alla figura di Gesù, alla sua crocifissione e risurrezione. Nel libro di M. Baigent e R. Leigh, “Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo”, anch’esso una delle “fonti storiche” di D. Brown, si fantastica di un complotto del Vaticano che avrebbe occultato alcuni testi e nascosto all’opinione pubblica delle scoperte sensazionali. 

L’eccezionale scoperta occultata dal Vaticano sarebbe quella di un certo John M. Allegro, assistente alla Manchester University e componente della commissione internazionale addetta alla pubblicazione dei frammenti della grotta 4Q, considerato da M. Baigent e R. Leigh l’unico studioso veramente indipendente e competente di quel gruppo di esperti. Nel loro libro, a pag. 44, infatti affermano che J. M. Allegro era l’unico filologo del gruppo, che aveva già pubblicato cinque saggi su riviste accademiche, mentre tutti gli altri erano dei perfetti sconosciuti. J. M. Allegro parlò di un testo non ancora pubblicato in cui si presentava il Maestro di Giustizia crocifisso e deposto in una tomba dai suoi discepoli in attesa della risurrezione, un preciso prototipo di Gesù. Questo passo è nel rotolo 1QpHab, cioè il commentario ad Abacuc, che dice: “L’in [terpretazione del passo] si riferisce al sacerdote che si è ribellato [e ha violato] gli statuti di [Dio…], per colpirlo con giudizi di empietà, e orrori di funeste infermità causarono a lui, e atti di vendetta sul suo corpo di carne” (1QpHab 8,16-17; 9,1-2). Il rotolo è molto rovinato, quindi il testo va integrato (sarebbero le parti tra le parentesi, n.d.r.). Come si può facilmente notare è difficile una sicura lettura univoca del testo, eppure J. M. Allegro, riprendendo una vecchia integrazione di Dupont-Sommer, uno storico francese, affermò con sicurezza che il perseguitato non era il Sacerdote Empio, ma il Maestro di Giustizia, cioè Gesù. L’integrazione di Dupont-Sommer di questo passo era: “L’in [terpretazione del passo] si riferisce al sacerdote che si è ribellato [e ha violato] gli statuti di [Dio e perseguitò il Maestro di Giustizia] per colpirlo con giudizi di empietà, e profanatori malvagi perpetrarono atti orrendi su di lui, e atti di vendetta sul suo corpo di carne”. Ora il soggetto non è più il Sacerdote Empio, ma il Maestro di Giustizia. 

Come al solito ci troviamo di fronte a teorie già ampiamente confutate e respinte dalla comunità scientifica che, però, M. Baigent e R. Leigh non si fanno scrupoli a riproporre come se niente fosse. Innanzitutto non è vero che J. M. Allegro era l’unico studioso competente della commissione internazionale. Basta andarsi a leggere la bibliografia degli atti della commissione in «Revue de Qumràn» XV (1991), pp. 1-20 e XII (1996), pp. 1-20, per rendersi conto dei titoli posseduti dagli altri componenti. Ad esempio padre Milik, che ha studiato a fondo filologia in Polonia ed al Pontificio Istituto Biblico, conosceva greco, latino, ebraico, aramaico, siriaco, paleoslavo, arabo, georgiano, ugaritico, accadico, sumero, egiziano ed ittita, senza contare tutte le numerose pubblicazioni anteriori alla chiamata a Gerusalemme nel 1952. Lo stesso si può dire per Jean Starcky, che si laureò in lettere classiche, filosofia e teologia, specializzandosi in lingue orientali all’Institut Catholique e all’École Pratique des Hautes Études di Parigi, poi al Pontificio Istituto Biblico e all’École Française di Roma; anch’egli vanta pubblicazioni precedenti il 1952. Tornando al passo controverso, la lettura di Dupont-Sommer è stata universalmente censurata e con essa l’astrusa teoria di J. M. Allegro. Infatti l’integrazione con il Maestro di Giustizia è un abuso ed è completamente avulsa dal significato generale dello scritto. Più avanti, al passo 9, 9-10 dello stesso rotolo, si legge: “L’interpretazione si riferisce al Sacerdote Empio che a causa dell’iniquità commessa contro il Maestro di Giustizia e i suoi seguaci, Dio lo consegnò nelle mani dei suoi nemici per umiliarlo con infermità, cosicché finisse nell’amarezza dell’anima, perché empiamente aveva agito contro i suoi eletti”. Questo passo ci mostra senza possibilità di equivoco che è il Sacerdote Empio ad essere perseguitato. Quindi non si parla del Maestro di Giustizia e tantomeno di Gesù, ma di un Sacerdote Empio che si è ribellato alle leggi divine meritandosi una punizione. Nell’interpretazione generale, universalmente accettata, il passo controverso viene messo in relazione con la morte del sommo sacerdote Gionata Maccabeo che fu imprigionato, maltrattato e ucciso da Diodoto Trifone (143 a.C.). Quindi niente passione e crocifissione di Gesù nei rotoli di Qumràn. Per R. B. Y. Scott, studioso della Canadian Society of Biblical Studies e docente alla Princeton University, New Jersey, U.S.A., qualunque sia la traduzione di questo testo, non è dato rinvenire “alcuna asserzione inequivoca che il Maestro di Giustizia sia stato messo a morte”(R. B. Y. SCOTT, "The Meaning for Biblical Studies of the Qumràn Scroll Discoveries", in «Transactions of the Royal Society of Canada» L (1956), p. 45.), anche lo storico religioso J. Danielou afferma che i passi dell’Abacuc Pesher “non comportano la descrizione specifica di un individuo torturato e ucciso”(J. DANIELOU, "The Dead Sea Scrolls and Primitive Christianity", New York, 1958, p. 59). Padre Milik scrisse in proposito: “Non esiste alcun testo sicuro nel quale si affermi la morte violenta del Maestro di Giustizia; abbiamo invece diversi elementi che ci suggeriscono la morte naturale. Così ad esempio il Documento di Damasco (un altro rotolo ritrovato a Qumràn, n.d.r.), parlando della morte del Maestro, usa l’espressione “fu riunito” (CD 8,21), che deve evidentemente intendersi come un’abbreviazione della frase biblicafu riunito al suo popolo, ai suoi padri”, usata per la morte pacifica, in piena vecchiaia, dei Patriarchi o di altri personaggi (Cfr. Gn. 25, 9; 35, 29; Dt. 32, 50; Giud. 2,10)”(J.T. MILIK, "Dieci anni di scoperte nel deserto di Giuda", Torino, 1957, p. 43).

Ma M. Baigent e R. Leigh non si arrendono. Nel loro libro “Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo” riportano altre “sconvolgenti” scoperte di J. M. Allegro e di uno studioso americano, un certo R. H. Eisenman, che su di un minuscolo frammento avrebbero trovato un chiaro riferimento all’esecuzione capitale ad un messia. Si tratta di un frammento, molto rovinato e lacunoso, della grotta 4, classificato con la sigla 4Q285. Viene tradotto comunemente in questo modo: “il profeta Isaia […] un rampollo uscirà dal tronco di Jesse […] il rampollo di Davide. Essi entreranno in giudizio con il […] ed il Principe della Comunità lo mise (o metterà) a morte […] e con ferite, ed il sacerdote di […] comanderà […] la strage dei Kittim”. Si tratta di un testo che riguarda la lotta tra i figli della luce e i figli delle tenebre ed ad un certo punto viene citato un passo di Isaia, capitolo 11, un testo messianico. Invece, J. M. Allegro e R. H. Eisenman tradussero il frammento in modo differente, cioè: “il profeta Isaia […] un rampollo uscirà dal tronco di Jesse […] il rampollo di Davide. Essi entreranno in giudizio con il […] ed essi metteranno a morte il Principe della Comunità […] e con ferite, ed il sacerdote di […] comanderà […] la strage dei Kittim”. La differenza risiede nel modo in cui si legge la frase “il Principe della Comunità lo metterà a morte”, che in ebraico è “wehemîtô”, oppure “essi metteranno a morte il Principe della Comunità”, in ebraico “wehêmîtû”. Come sappiamo le parole ebraiche non sono vocalizzate, quindi sono possibili tutte e due le letture, ma una semplice analisi del contesto chiarisce subito il significato del testo. La lettura comunemente accettata è che sia il Principe della Comunità, il Messia della stirpe di Davide, cfr. CD (= codice di Damasco) 7,20 e 1QM (= milhamàh, cioè “guerra”, quindi il rotolo della guerra) 5,1, a mettere a morte l’empio di cui parla Isaia 11,4. Infatti in questo versetto si fa riferimento ad un rampollo di Iesse, il discendente di Davide, che ucciderà l’empio. Solo se messo in rapporto con questo passo di Isaia, che sta commentando, il frammento acquista un senso preciso. Il testo di Isaia in questione è il seguente: “Un rampollo uscirà dal tronco di Jesse ed un virgulto spunterà dalle sue radici. Riposerà sopra di lui lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di discernimento, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di timore del Signore. Troverà compiacenza nel timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze, né renderà sentenza per sentito dire, ma giudicherà con giustizia i miseri e con equità renderà sentenze in favore dei poveri del paese. Percuoterà il violento con la verga della sua bocca, e farà morire l’empio con il soffio delle sue labbra” (Isaia 11, 1-4). Quindi nessuna condanna del messia, ma solo un commento al brano di Isaia già citato all’inizio del frammento. Questa interpretazione è quella comunemente accettata da tutta la comunità scientifica mondiale. Così, ad esempio, interpretano il frammento 4Q285 i professori G. Vermes e M. Bockmuehl del centro studi su Qumràn di Oxford, U.K. (G. VERMES – M. BOCKMUEHL, "The Oxford Forum for Qumràn Research. Seminar on the Rule of War from Cave 4", in «Journal of Jewish Studies» XLIII (1992), pp. 85-94), la stessa interpretazione ha presentato il professore O. Betz al simposio internazionale su Qumràn dell’università di Eichstätt nel 1993 (O. BETZ – R. RIESNER, "Gesù, Qumràn e il Vaticano. Chiarimenti", Roma, 1995, pp. 127-134). Corrado Martone, dell’Università di Torino, conclude un’approfondita analisi del passo con queste parole: “Risulta dunque che tutti i testi che presentano indiscutibili affinità col nostro frammento sono assolutamente estranei al concetto di morte del Messia […] Appare di conseguenza inverosimile collegare il nostro testo che, come visto, si colloca perfettamente in una ben documentata tradizione giudaica, alla concezione cristiana del sacrificio messianico” (C. MARTONE, "Un testo qumranico che narra la morte del Messia? A proposito del recente dibattito su 4Q285", in «Rivista Biblica» XLII (1994), pp. 329-336). 

Possiamo quindi concludere che nessun testo di Qumràn cita o allude a personaggi del Nuovo Testamento, né parla di passione, morte, crocifissione, deposizione, custodia del corpo del Maestro di Giustizia o del Messia futuro. Ovviamente M. Baigent e R. Leigh, senza fare parola di questi documenti, ci presentano J. M. Allegro e R. H. Eisenman come gli unici autentici divulgatori della verità storica, tenuta nascosta dal Vaticano. In realtà il Vaticano non ha tenuto nascosto un bel niente, infatti tutti i documenti citati e i testi “controversi” sono esposti nelle varie mostre e consultabili da chiunque.

domenica 28 febbraio 2016

Gli Ebioniti, testimoni della prima fede in Cristo?

Nel primo articolo dedicato alle eresie, quello riguardante i giudaizzanti, ho già fatto un piccolo riferimento agli Ebioniti. Questa corrente eterodossa del primo cristianesimo ha sempre suscitato la fantasia di una certa “storiografia” alternativa, complottistica ed apertamente anticattolica, tipica di tanti “storici” improvvisati di cui è pieno il web. Secondo la loro visione quella degli Ebioniti sarebbe stata la prima vera versione del messaggio di Gesù, successivamente affossato da Paolo di Tarso e poi cristallizzato in una fede “ufficiale”, sincretica e paganizzata, dalla Chiesa di Roma. Come vedremo, si tratta di una visione che ha molto poco di storico, infatti niente lascia pensare ad una eventualità del genere. Degli Ebioniti sappiamo pochissimo e quel poco che ci hanno tramandato i resoconti di alcuni padri della Chiesa, risalenti al massimo al II secolo, non lasciano pensare a niente di tutto questo.


Ciò che storicamente si può affermare è che agli arbori del cristianesimo, negli anni trenta del primo secolo, dopo la morte e resurrezione di Cristo, il gruppo dei dodici apostoli dà origine ad una prima comunità che risiede a Gerusalemme. La fonte che testimonia queste primissime fasi del cristianesimo sono gli Atti degli Apostoli, composti con ogni probabilità tra il 61 e il 63 d.C. (Jean Carmignac “Nascita dei vangeli sinottici” Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1986, pag. 72), che raccolgono la testimonianza dei primi apostoli come Pietro e Paolo. E’ la comunità guidata da Giacomo il Minore, “il fratello del Signore” (Mt 13, 55 e Mc 6, 3), pienamente ortodossa anche se spesso in disaccordo con Paolo, dotata di teologia arcaica, ma con una chiara affermazione della divinità di Gesù (J. Danielou “La teologia del Giudeo-cristianesimo” EDB 1974). 

Tuttavia attorno a questo primo nucleo centrale ebraico, col passare degli anni, quando questa comunità comincia ad aprirsi, con Paolo, al mondo dei gentili, in Palestina, verso la fine del I secolo, si vanno progressivamente formando tutta una serie di movimenti e gruppi che, restando fortemente attaccati alle tradizioni e ai riti ebraici e tendono a modificare l’originaria considerazione su Gesù per assumerne delle nuove profondamente diverse. Ci sono coloro come i Nazareni (da non confondersi con l’analoga denominazione dei primi cristiani in Atti 24, 6) che credono che Gesù sia il Messia promesso e il Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria. Di loro i Padri della Chiesa come Origene, Eusebio, Girolamo ed Epifanio parlano come di “giudei che credono” (Epifanio, Panarion, 29,9,4; Girolamo, De viris illustribus 3; Girolamo, Contra Pelag. 3,2). Ma esistono anche giudei che pur riconoscendo Gesù come un Profeta o il Messia, non lo considerano più il Figlio di Dio. Tra questi abbiamo diversi gruppi come gli Zeloti cristiani di Cerinto, gli Elcesaiti, gli gnostici giudaici di Carpocrate e in particolar modo gli Ebioniti (J. Danielou “La teologia del Giudeo-cristianesimo” EDB 1974).

La denominazione "ebioniti" deriva dal termine ebraico “evionim” che significa “poveri”, questo termine si incontra, per la prima volta, in Ireneo (Adversus Haereses, I, XXVI, 2). Per Origene (Contra Celsum, II, I; De Principii, IV, I, 22) ed Eusebio (Storia ecclesiastica, III, 27) il nome di questa setta derivava dalla limitatezza della loro intelligenza, o dalla povertà della Legge a cui si riferivano, o dalla povertà della loro comprensione di Cristo. Questo gruppo di giudaizzanti viene dapprima considerato scismatico da Giustino di Nablus, nel II secolo, e quindi eretico da diversi padri della Chiesa, come Tertulliano (De Carne Christi, 14-16) e Ippolito di Roma (Philosophumena VII, 22.), per il fatto di rifiutare la predicazione e l'ispirazione divina dell'apostolato di Paolo di Tarso. Gli ebioniti, infatti, consideravano Gesù di Nazareth semplicemente un uomo, nato come tutti gli altri mortali, nel quale è sceso ad abitare il Figlio di Dio. A volte lo consideravano un arcangelo, a volte anche un profeta venuto a riformare la Legge. Manifestavano preferenza per Giovanni e Giacomo rispetto a Pietro e, specialmente, rimproveravano a Paolo il fatto di voler, a loro dire, abolire la Legge. Le maggiori informazioni che abbiamo su questo gruppo di giudaizzanti ci proviene da Epifanio di Salamina, un vescovo e scrittore del IV secolo, il quale, nel suo Panarion, un compendio delle eresie palestinesi, riferisce di una setta molto legata alle prescrizioni della Legge ebraica. La osservavano scrupolosamente, rispettavano il sabato e la circoncisione (Panarion 30,3,2), si purificavano continuamente quando toccavano uno straniero o incontravano una donna. Il lavacro avveniva con gli indumenti addosso (Panarion 30,3,5). Successivamente, col passare degli anni, oltre a questi ebioniti giudaizzanti, si sviluppò un ramo gnostico, anche se la loro teologia differiva ampiamente da quella delle principali scuole gnostiche poiché rifiutavano nella maniera più assoluta qualsiasi distinzione tra il Demiurgo, il dio inferiore creatore della materia ed il Dio Supremo, creatore dello spirito. Epifanio racconta che secondo alcuni di questi Ebioniti Cristo sarebbe identico ad Adamo (Panarion 30,3,3), altri ancora insegnano che Cristo sarebbe stato creato prima di tutto, sarebbe lo Spirito che avrebbe il dominio su tutti gli angeli (Panarion 30,3,4) o Lui stesso addirittura uno degli arcangeli (Panarion 30,16,4) e così via (“Giudeocristiani”, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. VI, coll. 705-708). 

La distanza tra le credenze degli Ebioniti e la fede primitiva della comunità dei seguaci di Cristo è enorme. I più antichi scritti cristiani, cioè le lettere paoline databili tra il 50 e il 60 d.C., ci presentano una chiara affermazione della divinità di Gesù. Egli è il Signore, cioé Kyrios (1 Cor 12, 3), il termine in cui viene indicato Dio nella bibbia dei LXX. Queste lettere raccolgono una tradizione orale preesistente che, quindi, deriva dai testimoni oculari della vicenda terrena di Gesù. Sono scritti infinitamente preziosi per la conoscenza del cristianesimo primitivo e permettono in parecchi punti di risalire a uno stadio più antico della stessa predicazione paolina. Paolo, nelle sue lettere, riporta ciò che ha ricevuto dalla Chiesa di Gerusalemme, da Pietro e Giacomo, il “fratello di Gesù” (1 Cor 15, 3-9; Gal 1, 18-19) e cioè che Cristo è resuscitato e che ha la potenza per liberare l’uomo dal peccato, ossia il contenuto del primo annuncio del messaggio di Cristo, il Kerigma. Non è più l'obbedienza formale alla Legge che porta alla salvezza, ma l'adesione a Cristo. E’ questo messaggio che mette in relazione la storia di Gesù con quella della sua comunità. I primi testimoni trasmettono ciò che a loro volta hanno ricevuto, cioè il kerigma, a cui è connessa l’attività missionaria, la comunità apostolica e poi ecclesiale, lungo il corso dei secoli (Piero Coda “Kerigma” in Dizionario di Teologia Fondamentale, a cura di Fisichella e Latourelle, Assisi, Cittadella, 1990, p. 403).

Un’altra prova storica della fede nella natura divina di Gesù da parte della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme è rappresentata dalla veemente ostilità delle autorità ebraiche. Queste presero subito a perseguitare la nascente Chiesa, tra le vittime di queste prime persecuzioni vi furono Stefano, lapidato per blasfemia per aver affermato la divinità di Cristo (Atti 6,8-7,60), l'apostolo Giacomo, fatto giustiziare dal re Erode Agrippa (Atti 12,1-2), mentre Pietro si salvò fuggendo da Gerusalemme. Anche in altre città, dentro e fuori dalla Palestina, le comunità ebraiche si opposero alla diffusione del cristianesimo e Paolo in particolare ne fu spesso il bersaglio: nelle sue lettere racconta di essere stato più volte frustato, bastonato e persino lapidato. Queste persecuzioni si possono spiegare unicamente per la bestemmia di considerare un uomo, Gesù, come se fosse Dio, esattamente il motivo per il quale il sommo sacerdote Caifa arrivò a stracciarsi le vesti (Mt 26, 65). La persecuzione e, quindi, la morte erano le punizioni riservate a chi bestemmiava, cioè apostatava dalla fede nell’unico Dio Jahvè. Significativo al riguardo è un testo dello Šemônê ‘esre, che introduceva la celebrazione sinagogale e che proviene da un frammento della Genizah del Cairo, che riporta l’accusa ai cristiani nella dodicesima benedizione:

Che per gli apostati non vi sia speranza; sradica prontamente ai nostri giorni il dominio dell’usurpazione, e periscano in un istante i Cristiani (nôserîm) e gli eretici (minim): siano cancellati dal libro della vita e non siano iscritti con i giusti. Benedetto sei tu, Signore, che schiacci gli arroganti” (Schürer “Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo”, vol. II, Brescia, 1987, pp. 547-554). 

Alla luce di tali motivazioni molto forti appare assurdo ipotizzare che gli Ebioniti fossero i portatori dell’originale messaggio di Cristo e che i loro scritti da considerare l’unico vero vangelo. Di tali scritti ne parla ancora Epifanio definendoli un vangelo molto simile a quello canonico di Matteo, ma distorto e incompleto, da loro chiamato anche Vangelo degli Ebrei o Vangelo ebraico (Panarion, 30,13,2-8; 30,14,5; 30,16,4; 30,22,4). Due secoli prima anche Ireneo, il vescovo di Lione, nel suo Adversus Haereses, scritto attorno al 180, già sottolineava il carattere eretico degli scritti ebioniti: “Gli Ebioniti, pertanto, seguono unicamente il Vangelo che è secondo Matteo (non quello canonico riconosciuto dalla Chiesa), si affidano solo ad esso e non hanno un'esatta conoscenza del Signore” (Adv. haer. III, 2). 

La divinità del Cristo è insita nell’annuncio della buona novella e ha fatto parte, fin dall’inizio, della fede della prima comunità dei discepoli di Gesù. Solo con tale messaggio rivoluzionario potevano affermarsi la Chiesa e la sua opera di trasformazione del mondo.

Bibliografia 

F. Rossi de Gasperis, “Israele o la radice santa della nostra fede”, in “Rassegna di Teologia” 1, 1980; 
D. Flusser, “Il cristianesimo, una religione ebraica”, E.P., Cinisello Balsamo, 1992;
R. Geftman “La Chiesa primitiva di Gerusalemme”, Jerusalem, 1985; 
J. Lenzenweger et al. “Storia della Chiesa Cattolica”, EP Cinisello Balsamo, 1989;
Jean Carmignac “Nascita dei vangeli sinottici” Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1986;
J. Danielou “La teologia del Giudeo-cristianesimo” EDB 1974;
Giorgio Acquaviva "La chiesa-madre di Gerusalemme" Ed. Piemme, Casale Monferrato (AL) 1994.
http://it.cathopedia.org/wiki/Persecuzioni_dei_cristiani

martedì 16 febbraio 2016

Il sacro fungo e la croce. L'assurdità della storiografia laicista

Tra le tante storie fantasiose che si raccontano sull’origine del Cristianesimo e sulla storicità della figura di Gesù ce n’è una che ha davvero dell’incredibile e che un frequentatore del blog, DevilMax, ha recentemente posto alla mia attenzione. Si tratta di una “teoria” riportata in un libro di un certo John M. Allegro intitolato “The Sacred Mushroom and the cross” (cioè “Il sacro fungo e la croce”) che ebbi la (s)ventura di leggere. 


Secondo J. M. Allegro, Gesù Cristo non sarebbe mai esistito e la sua vicenda un’invenzione frutto dell’allucinazione collettiva degli apostoli, provocata dal fungo psicoattivo, Amanita muscaria. Il Cristianesimo, quindi, sarebbe stato un culto imperniato sugli effetti di tale fungo e deriverebbe da un’antichissima tradizione etnomicologica risalente addirittura ai Sumeri. Per dimostrare la validità della sua teoria Allegro arriva ad ipotizzare che il Nuovo Testamento e tutto il resto della Bibbia derivino i loro termini greci ed ebraici, le lingue in cui è stata scritta la Bibbia, direttamente dal sumero. Ad esempio il nome di Pietro deriverebbe dall'aramaico pztrii che significa "fungo", e così “Cristo crocifisso” significherebbe “fungo eretto unto di sperma” oppure “Giovanni Battista” starebbe per “fungo dalla testa rossa”, ecc. Anche nel Vecchio Testamento Allegro trovò numerosi riferimenti linguistici e metaforici all'antico culto fungino. Ad esempio la “tiara”, cioè il copricapo del grande sacerdote (Es 22, 4), non sarebbe altro che un riferimento iconico del fungo, oppure la pianta che diede ombra e riparo al profeta Giona (Giona 6, 5-8) e che spuntò nell'arco di una notte e nell'arco di una notte scomparve altro non era che un fungo e così via.

Ovviamente la teoria di Allegro fu rifiutata in blocco dalla comunità accademica che criticava il suo metodo linguistico-comparativo e cioè l’assurdità di derivare le lingue ebraica e greca dal sumero. Per qualunque serio linguista si tratta di una autentica sciocchezza. Ma la teoria di Allegro fu stroncata anche dalla seria etnomicologia (la scienza che studia l’uso rituale delle sostanze psicoattive nelle comunità umane). Uno dei più affermati e seri etnomicologi, lo statunitense R. Gordon Wasson, ebbe a dichiarare che Allegro ”giunse frettolosamente a conclusioni ingiustificate basate su scarse evidenze” (G. Samorini, “Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici” Telesterion, Dozza (BO) 2001, pag. 177). Sono, infatti, evidenti agli occhi di un etnobotanico le forzature a cui ricorre Allegro facendo derivare etimologicamente i nomi di piante come la mandragora, la senape, la peonia, l'elleboro, ai termini sumeri che indicano il fungo.

In realtà Allegro, quando nel 1970 pubblicò la sua teoria esponendola ne “Il sacro fungo e la croce”, era ormai da tempo fuori dalla comunità accademica e nessuna rivista specializzata nel campo delle culture mediorientali era ormai disposta a pubblicare i suoi “lavori”. Infatti Allegro vendette il libro ad una casa editrice che produceva testi di carattere sensazionalistico e ricevette una consistente somma di denaro per pubblicare in un settimanale sensazionalistico una serie di estratti del libro con il titolo "Jesus, only a Penis!" (Gesù, solamente un Pene!) (G. Samorini, “Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici” Telesterion, Dozza (BO) 2001, pag. 177). Purtroppo il laicismo può arrivare anche a questo.

Ciò che maggiormente stupisce di questa vicenda resta il fatto che Allegro non era uno sprovveduto qualsiasi, senza alcuna preparazione, ma un filologo formatosi all'Università di Oxford, specializzato nelle lingue mediorientali. Aveva addirittura partecipato alla prima fase della traduzione dei famosi Rotoli del Mar Morto, scoperti a Qumràn nel 1947. Come è stato possibile che uno studioso così preparato possa incappare in un infortunio del genere? Giorgio Samorini, importante etnomicologo italiano, non cristiano, nel suo libro “Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici” riferisce che Allegro era profondamente anticristiano. Se si ripercorre la storia dei suoi lavori accademici ci si accorge immediatamente di come Allegro sia stato ossessionato dal suo odio verso la Chiesa cattolica. Dall’alto della sua posizione di decifratore di documenti inerenti le origini del Cristianesimo non perse tempo di connotare i suoi studi come un attacco al cattolicesimo. Ma la critica accademica bocciò inesorabilmente ogni suo lavoro a partire dai suoi traballanti e sconclusionati studi sui frammenti qumrànici 1QpHab e 4Q285. Non impressionato dai fallimenti conseguiti pensò bene di pubblicare nel 1960, senza l’autorizzazione della commissione internazionale, di cui faceva ancora parte, la trascrizione e la traduzione del Rotolo di Rame, un testo qumrànico. In esso fu rinvenuta una lunga lista di 64 luoghi in Palestina dove sarebbe stato nascosto un tesoro. Mentre tutti gli altri scienziati lo definirono come un esempio del genere letterario popolare che “catalogava tesori immaginari”, Allegro lo ritenne un reale elenco dei luoghi dove gli Zeloti avrebbero nascosto i beni del Tempio nel 68 d.C., poco prima della caduta di Gerusalemme. Si trattava di un tesoro immenso, 65 tonnellate d’argento e 26 d’oro, chiaramente una cifra allegorica, quindi immaginaria. Eppure Allegro era così convinto che organizzò delle campagne di scavi per ritrovare i tesori che, ovviamente, fallirono miseramente. Dopo questo insuccesso, nel 1968, curò il quinto volume della collana “Discoveries in the Judaean Desert” in cui pubblicava una trentina di frammenti. Ma anche questo lavoro risultò molto scadente tanto che fu inesorabilmente stroncato dalla comunità accademica. Questa censura può essere sintetizzata dal giudizio del prof. Karlheinz Müller dell’Università di Würzburg: “Senz’altro la peggiore e la più inaffidabile edizione di Qumràn che il lettore possa aspettarsi dall’inizio dei ritrovamenti” (in J. Schreiner "Einführung in die Methoden der biblischen Exegese", Würzburg, 1971, p. 310). La correzione dei suoi errori, preparata da J. Strugnell, risultò lunga quasi quanto il libro recensito. Diverse le imprecisioni: frammenti non correttamente identificati o mal accostati, letture discutibili e confusa numerazione delle tavole (J. Strugnell "Notes in marge au volume V des «Discoveries in the Judaean Desert of Jordan», in «Revue de Qumràn» VII (1969-71), pp. 163-276). Fu, così, che nel 1970, Allegro, abbandonati definitivamente gli studi sui testi di Qumràn, si dedicò ad argomenti sempre più imbarazzanti arrivando a pubblicare il ”Sacro fungo e la croce". L’opera è sistematicamente demolita dalla critica, al punto che gli editori si scusarono pubblicamente per averla stampata (Times, copia del 19 maggio 1970). In una lettera al Times del 26 maggio 1970 quattordici eminenti studiosi, come avvenuto alcuni anni prima in merito a Qumràn, confutarono le opinioni di Allegro: tra i firmatari, il maestro di Allegro stesso, il prof. Godfrey Driver, colui che lo aveva prescelto per far parte della commissione. Incredibilmente perfino M. Baigent e R. Leigh, autori di molti libri scandalistici su Cristo e la Chiesa cattolica e irriducibili sostenitori di Allegro, dovettero arrendersi ammettendo che “Il sacro fungo e la croce” si basa “su alcune premesse filologiche che noi, come molti altri commentatori, abbiamo difficoltà ad accettare” (M. Baigent – R. Leigh, "Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo", Milano, 1997, pp. 75-76).

E’ penoso constatare come l’odio verso il Cristianesimo, e la Chiesa cattolica in particolare, sia all’origine di moltissimi pregiudizi e mistificazioni storiche e come persino uno studioso di fama arrivi per questo a distruggere la sua carriera e reputazione. Questa vicenda ci dà la misura di come il pregiudizio anticristiano possa distruggere l’attendibilità di ogni analisi storica. Esattamente come successe nel XVIII secolo quando nacque la moderna storiografia. 



Bibliografia

John M. Allegro “Il fungo sacro e la croce” Cesco Ciapanna Editore, Roma 1980;
G. Samorini, “Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici” Telesterion, Dozza (BO) 2001.
http://www.christianismus.it/

martedì 9 febbraio 2016

Parte VI - Un’incredibile tesi: Gesù e l’Essenismo (1)

In questa parte VI vorrei affrontare la dibattutissima questione riguardante il retaggio culturale di Gesù. Argomento riproposto, con diverse imprecisioni, dal libro “Inchiesta su Gesù”di Augias e Pesce. Certamente il fatto che Gesù fosse ebreo e, quindi, immerso nella tradizionale fede d’Israele in Javhé, a contatto con gli usi e i costumi della Palestina degli inizi del I secolo, ha necessariamente caratterizzato moltissimi aspetti della sua vita terrena. Ma da questo ad ipotizzare, sulla scorta del racconto dei vangeli canonici, una sua totale estraneità alla missione redentrice affidatagli dal Padre, risulta del tutto assurdo. 

Sbalorditiva appare la teoria propugnata in quel pastrocchio de “La linea di sangue del santo Graal” di L. Gardner, secondo la quale i rotoli scoperti a Qumràn, località palestinese vicino alle sponde settentrionali del Mar Morto, sarebbero in realtà un codice segreto per poter decifrare i vangeli. Basandosi sull’uso di termini e brani tradizionali questo codice attribuiva speciali significati comprensibili solo a chi ne era a conoscenza. Ad esempio frasi nei vangeli del tipo: “per coloro che hanno orecchi per intendere”, oppure termini come “Kittim”, nasconderebbero un secondo significato. Allo scopo di risultare incomprensibili per i Romani, spiega L. Gardner, i vangeli erano costruiti in larga misura su due livelli di significato: sacra scrittura evangelica sopra e informazione politica sotto. Il vangelo di Marco, ad esempio, scritto a Roma attorno all’anno 66 d.C., venne pubblicato in un’epoca in cui gli Ebrei della Giudea, essendo in rivolta, erano particolarmente invisi ai Romani, cosicché l’evangelista doveva preoccuparsi della propria incolumità e non poteva presentare un documento apertamente anti-romano. 

Per provare tali asserzioni L. Gardner fa abbondanti riferimenti agli studi di una “teologa” australiana, una certa Barbara Thiering dell’Università di Sydney. Nel suo libro “Jesus the man” anche questa "studiosa" afferma che gran parte delle parole che formano i vangeli hanno un doppio significato. Ad esempio il termine ”molti” sarebbe un titolo usato per il capo della Comunità celibe, oppure ”folla” designerebbe il tetrarca (governatore) della regione e una “moltitudine” sarebbe un consiglio di governo. Secondo L. Gardner e B. Thiering coloro che erano in grado di decifrare tale codice erano proprio i misteriosi esseni, la famosa comunità ebraica cenobitica (cioè che viveva in gruppo) ritiratasi nel deserto di Giuda. 

Con tali assurde argomentazioni L. Gardner arriva ad immaginare una fantasiosa storia parallela dove Gesù è visto come un “Cristo” dinastico latore dalla speranza messianica di abbattere il dominio romano su Israele. Nel suo delirio, L. Gardner immagina Gesù come il capo della fazione degli ebrei “ellenisti” (sic), mentre Giacomo quello della fazione degli ebrei “tradizionali”. Le due fazioni si sarebbero confrontate su quale condotta tenere per la liberazione di Israele dai Romani. Ma per svolgere tale ruolo politico Gesù non poteva morire, infatti dalla croce Giuseppe d’Arimatea con Giovanni, l’apostolo, e la Madonna avrebbero deposto un corpo drogato, quindi vivo, assieme a quello degli altri due crocifissi, con le gambe spezzate, ma vivi anche loro. I due “gambizzati” sarebbero, ci dice L. Gardner, nientemeno che Simon mago e Giuda lo Zelota. Ma l’aspetto più sorprendente di tutta questa storia è la notizia che tali avvenimenti: l’ultima cena, la finta crocifissione, la sepoltura e la risurrezione accaddero tutti a Qumràn, assurta a centro della vita d’Israele! Ovviamente una risurrezione finta con Gesù ridestato, dalla grotta n°7, con erbe terapeutiche. Per dare un minimo di credibilità alla sua teoria L. Gardner cita lo storico giudaico Giuseppe Flavio, il quale descrivendo degli esseni li considera come esperti nell’arte di guarire e che traevano la loro conoscenza delle virtù terapeutiche di radici e pietre dagli antichi. Secondo L. Gardner il termine “esseni” si riferirsce a questa loro particolare competenza, in quanto la parola aramaica “asayya” significava “medico” e corrispondeva al greco “essenoi”. 

Come già detto tutte queste pazzesche assurdità L. Gardner le ha tratte di sana pianta dal testo, “Jesus the man”, di B. Thiering. Questa “teologa”, oltre alla storia del codice, crede che i manoscritti del Mar Morto rivelino che Gesù fosse un esseno e che vivesse a Qumràn. Senza alcuna prova, che non sia la sua fantascientifica lettura dei manoscritti di Qumràm, la Thiering, arriva ad affermare bellamente che Gesù all’età di 30 anni sposò la Maddalena, poi un’altra donna e all’età di 60 anni andò a Roma dove vi morì a 70 anni. Riporto queste assurdità per far capire il livello delle fonti storiche a cui attingono i vari L. Gardner, D. Brown, M. Baigent, R. Leigth, H. Lincoln e compagnia.

Si resta sbigottiti di fronte a tante assurdità, questa teoria della stesura in codice dei vangeli affinché il loro messaggio resti nascosto per i Romani è semplicemente ridicola. E' ben noto, infatti, che alle autorità romane non importava un bel nulla delle beghe socio-religiose degli ebrei. Ciò che a loro realmente premeva era mantenere l’ordine, impedendo sommosse e tumulti. Sappiamo che mentre Gesù non costituì mai una seria minaccia per l’ordine costituito, in quel periodo sorsero diversi sobillatori che, proclamandosi dei “messia”, diedero vita a disordini e tumulti. Ad esempio la rivolta scatenata da un egiziano e dai suoi 4000 seguaci che fu soffocata nel sangue dalle truppe romane di cui ne parla Atti 21, 38 e Giuseppe Flavio (G. Giud. II, 13.5 e Ant. Giud. 20, 8.6). Giuseppe Flavio riporta anche altre rivolte che si succedettero nei primi tre decenni del primo secolo, ma nessun accenno a Gesù e ai suoi seguaci. In realtà Roma non dovette mai scomodare l’esercito per causa di Gesù, ai suoi occhi il suo movimento appariva del tutto innocuo. Quando Gesù fu giustiziato, per le autorità romane non fu altro che uno dei tanti criminali che venivano continuamente crocifissi. 

Quanto alla teoria della chiave di lettura dei vangeli nascosta nei manoscritti di Qumràn, occorre ribadire che si tratta di pura follia. Gesù non era esseno, come non lo erano i quattro evangelisti, dei quattro vangeli solo quello di Matteo fu scritto in Palestina, quindi si può escludere con assoluta certezza che potessero esistere legami così stretti tra Qumràn e i redattori dei vangeli tali da giustificare simili connessioni. Prova ne è anche il fatto che a Qumràn, se si vuole escludere il famoso papiro 7Q5, su cui non c’è il comune accordo degli studiosi, non esiste un solo scritto cristiano. 

Molti studiosi ritengono che la comunità di Qumràn facesse parte del gruppo religioso degli esseni. Il termine “esseno” ci è stato tramandato in greco proprio da Giuseppe Flavio ed indica i discendenti degli “Assidei” o “Hasidim”, cioè i “Pii”. Comparsi nella prima metà del secolo II a.C., al tempo dei Maccabei (1 Macc. 2,29-42), gli Assidei, in seguito ad una crisi, si divisero in Farisei ed Esseni. Furono un gruppo non omogeneo, formato da sacerdoti e laici ispiratisi ad Isaia 60,21: "Il tuo popolo sarà un popolo di giusti che possederanno in eterno la terra, germogli delle piantagioni del Signore, opera delle sue mani, fatta per glorificarsi". I laici diedero luogo al Fariseismo ed i sacerdoti confluirono nell'Essenismo. Quindi il temine “esseni” deriva dall’aramaico “hassaya”, plurale “hasin”, e, diversamente da quanto riportato da L. Gardner, ha il significato di “Pii”, soprannome dato loro dai farisei. Infatti gli esseni avevano regole severissime, molto più di quelle farisaiche, ed accentuavano l’aspetto legalistico della legge. Avevano un grande scetticismo verso il Tempio di Gerusalemme, reputato sconsacrato e servito da sacerdoti da loro ritenuti indegni. Proprio per questo la comunità di Qumràn aveva scelto di vivere lontano, non solo dagli influssi del paganesimo, ma anche dall’ebraismo ufficiale di Gerusalemme, cioè quello dei farisei e dei sadducei, che ritenevano non conforme alla Torah, cioè la legge di Dio. La loro vita era caratterizzata da forti privazioni, non avevano denaro, non era permesso sposarsi, anzi l’accesso alla comunità era severamente vietato a donne e bambini. La visione della realtà era tutta proiettata in senso escatologico, cioè nella divisione dualistica del mondo in buoni, i “figli della Luce” (quelli della loro comunità) e cattivi, i “figli delle Tenebre” (tutti gli altri), i primi destinati alla resurrezione gloriosa e i secondi alla dannazione. Tutto ciò si traduceva in una attesa di due messia: uno davidico (il messia d’Israele) che avrebbe liberato Israele dai romani e restaurato la monarchia e un altro, il sacerdote sadocita (1), (il messia d’Aronne) che avrebbe restaurato l’ortodossia religiosa. La comunità veniva retta da un “maestro di Giustizia” il quale si riteneva ispirato da Dio e solo la sua ispirazione valeva. Esisteva anche un cosiddetto “Sacerdote empio” che presiedeva alla vita religiosa. Per provare le sue assurde asserzioni la Thiering afferma che la notizia secondo cui il Sacerdote empio avrebbe regnato su Israele, riportata dal rotolo 1QpHab 8,9 ss. (2), faccia esplicito riferimento a Gesù, così da accreditare la tesi che i testi qumrànici trattano di Gesù svelandone la vera vita. Secondo la “traduzione” della Thiering, questo Sacerdote empio (Gesù) fece da “guida” per i laici della comunità di Qumràn. L’originale termine “regnare” diviene “guidare” e “Israele” diventa una parte degli abitanti di Qumràn. Rigettando l’ipotesi prevalente tra gli studiosi, cioè che il sacerdote empio del manoscritto citato non è altri che un membro della stirpe asmonea (derivata dai Maccabei, i coraggiosi fratelli che si opposero alla tirannia dei Seleucidi) che assunse in sé il sacerdozio ed il regno, la Thiering, per dar credito alla sua tesi, affermò che in nessun rotolo manoscritto esiste alcun sommo sacerdote asmoneo. In realtà quella della Thiering è un’ipotesi insostenibile, innanzitutto perché le datazioni paleografiche, archeologiche e radiocarboniche del manoscritto lo collocano attorno al II secolo a. C., in pieno periodo asmoneo, ma soprattutto perché in alcuni frammenti della grotta 4 vengono esplicitamente citati alcuni sommi sacerdoti asmonei. Oltre ad essere del tutto inverosimile, il libro della Thiering è pieno di errori storici, come, ad esempio, lo spostamento di un secolo di avvenimenti certi. Viene attribuita a Pilato la crocifissione di 800 farisei, mentre questa è stata comandata da Alessandro Janneo nell’88 a. C. (Giuseppe Flavio, Ant. Giud., XVIII, 55-59 e G. Giud. II 169-174). Nonostante che le tesi della Thiering siano state diffuse dai mezzi di comunicazione di massa, queste hanno avuto subito la censura di tutta la comunità scientifica. La recensione del suo libro sulla Biblical Archaeology Review veniva intitolata “Recensione ad un libro insensato”. L’autore della recensione, l’ebreo H. Shanks, scrisse: "Il vero mistero è come abbia potuto decidersi l’Harper di San Francisco, nota generalmente per libri seriamente scientifici, a pubblicare questo pesante volumone. Senza dubbio la risposta ha qualcosa a che fare con ciò che stava sui tavoli rovesciati da Gesù".

Questa erronea convinzione di ritenere Gesù un esseno ed in genere il Cristianesimo primitivo come un movimento molto affine agli esseni, non è una novità. Già nell’ottocento il famoso filosofo e scrittore francese E. Renan diceva: "Il cristianesimo non è che un essenismo che ha avuto successo". In realtà a Qumràn il nome di Gesù non è mai citato espressamente e non sono mai stati trovati riferimenti al Cristianesimo. Eppure i testi trovati e decifrati sono tantissimi (solo nella grotta 4 sono stati trovati 15.000 frammenti!). Certamente esistono delle somiglianze tra alcune caratteristiche delle comunità degli esseni e il Cristianesimo, ad esempio i 12 membri dell’assemblea di Qumràn che richiamano i 12 apostoli di Gesù, alcune forme di culto simili come il battesimo, l’uso di mettere in comune i beni di ciascuno, ecc… Ma tutto ciò dimostra solamente che il Cristianesimo ha un’origine in comune con l’essenismo, cioè il Giudaismo in Israele. Gesù e i suoi seguaci non avevano niente a che fare con gli esseni e il loro modo di vivere. Gli esseni si ritiravano nel deserto perdendo il contatto col mondo chiusi nella rigidità della loro legge. In questo modo realizzavano l’ideale perfetto dell’asceta secondo la tradizione ebraica. Gesù, invece, conduce una vita totalmente differente, sebbene considerato un “rabbi”, cioè un maestro, s’intrattiene pubblicamente indifferentemente con uomini e donne (Giovanni 4, 1), mangia e beve in compagnia (è sovente rimproverato per questo) (Luca 5, 27-32), partecipa a feste e matrimoni (Giovanni 2, 1). Lo accusano, assieme ai suoi discepoli, di non digiunare rinfacciandogli l’esempio opposto del suo amico Giovanni battista che, con i suoi seguaci, vive nel deserto facendo spesso digiuni ed orazioni (Luca 5, 33-35). Esemplificativo è il passo di Luca 7, 36-50. Gesù partecipa ai banchetti e riceve l’omaggio intimo di una donna, per giunta peccatrice, suscitando lo scandalo generale, anche quello del padrone di casa che per questo, viene da Gesù redarguito. La comunità di Qumràn era rigorosamente vietata a donne e bambini, non vi potevano far parte neppure disabili o persone malate. Nel rotolo chiamato “Regola della comunità”, ritrovato a Qumràn, che riporta appunto le norme di comportamento con cui era organizzata la locale comunità essena, si legge: "…soltanto Santi angeli stanno nella comunità […] stolti, pazzi, deficienti, alienati, ciechi, storpi, zoppi, sordi e minorati, nessuno di questi può far parte della comunità…". Nelle comunità cristiane, invece, sono accolti tutti a prescindere dal sesso, dall’età, dalle condizioni fisiche e dalla nazionalità (Luca 14, 21). Gli esseni avevano un rispetto maniacale del comandamento del riposo del sabato. Non si muovevano, non parlavano, non facevano niente, avevano anche il dubbio se fosse permesso o meno espletare le proprie necessità fisiologiche reputandole un “lavoro”. Nel dubbio si astenevano. In Mc 2, 27-28, Gesù, suscitando lo scandalo generale, afferma: “Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato”. Così anche per le rituali e minuziose prescrizioni per la purificazione di cibi e persone, rispettate rigorosamente dagli esseni, che avevano una lunga lista di cibi considerati “puri” ed “impuri”, Gesù afferma: “Ascoltatemi tutti e capite. Fuori dell’uomo non c’è nulla che, entrando in lui, possa contaminarlo, ma quello che esce dall’uomo è ciò che contamina l’uomo”. Questa affermazione di Gesù è, per un ebreo, e figuriamoci per un esseno, semplicemente inaudita. Non solo ripudia la lunga tradizione ebraica, ma mette in discussione addirittura la legge mosaica. 

Abbiamo visto quanto possa essere sbagliato identificare Gesù come un esseno e, parimenti, la comunità cristiana come una diretta emanazione della comunità di Qumràn. Ma anche soprassedendo a queste assurdità, come si può arrivare ad affermare che eventi come il processo e la crocifissione siano avvenuti a Qumràn e che, addirittura, Gesù possa essere sopravvissuto, e con Lui i due ladroni, al supplizio della croce? Gesù è stato condannato per blasfemia dal Sinedrio. Questo era il supremo consiglio politico, amministrativo, giudiziario e religioso ebraico e le sue riunioni avvenivano in un’aula attigua al Tempio di Gerusalemme. Ponzio Pilato, l’allora procuratore romano della Giudea, risiedeva a Cesarea marittima, capitale politica della Giudea, nel palazzo di Erode il “grande” e a Gerusalemme, capitale religiosa, in un altro palazzo fatto costruire da Erode oppure presso la fortezza Antonia, attigua al Tempio, fatta costruire anch’essa da Erode (G. Flavio, Ant. Giud. XVIII, 60-62, G. Giud. II, 175-177; Filone 4 Legatio ad Caium CCXCIX-CCCVI). In ogni caso non esiste alcun documento che riferisca di una presenza fissa del procuratore romano a Qumràn. Comunque la stupidaggine maggiore è, senza dubbio, quella di credere ad una sopravvivenza di Gesù e dei due ladroni ad una crocifissione eseguita dalle truppe romane. Affermare scempiaggini simili dimostra non solo l’ignoranza totale circa le usanze di quei tempi, ma anche di qualsiasi elementare nozione di medicina. Innanzitutto, dopo il verdetto di morte attraverso la crocifissione, era usanza sottoporre il condannato alla flagellazione. Subito dopo il film “The Passion” di Mel Gibson, l’opinione pubblica si meravigliò dell’efferatezza e dell’abbondante versamento di sangue nelle scene del supplizio di Gesù. Beata ignoranza! La pellicola americana ha, in realtà, ritratto solo una versione edulcorata della flagellazione eseguita sui condannati a morte dalle truppe romane. Non era un’esperienza “divertente”, alcune volte l’impeto dei soldati portava a morte il poveretto prima del supplizio finale. La frusta, chiamata appunto "flagello", aveva un robusto manico al quale erano fissate lunghe strisce di cuoio di diversa lunghezza, alla quale venivano attaccati ossicini e sfere di piombo. La legge giudaica permetteva un massimo di 40 colpi, ma i Romani non avevano tale limitazione, se spinti dall'ira, potevano ignorare totalmente questa regola. Il condannato sottoposto a tale supplizio, legato ad un palo e denudato, veniva praticamente scuoiato vivo, ma senza procurare la morte. Un professore della University of Tennessee, College of Medicine, il Dr. C. Truman Davis che ha studiato la crocifissione dal punto di vista medico, descrive in questo modo gli effetti della flagellazione operata dai soldati romani: "La pesante frusta veniva battuta con forza e ripetutamente contro la schiena, i fianchi e le gambe del condannato. All'inizio le pesanti cinghie ferivano solo la pelle; poi, man mano che i colpi venivano inflitti, essi tagliavano sempre più in profondità, producendo ferite sempre più gravi". Tutto ciò è confermato da Eusebio di Cesarea, uno storico del III secolo d.C., che a proposito della flagellazione scriveva: "…le vene della vittima erano aperte, e si potevano vedere gli stessi muscoli, i nervi e le viscere…", oppure da Giuseppe Flavio, storico ebraico del I secolo d.C., contemporaneo di Gesù, che riguardo al supplizio di un certo Gesù (un’omonimia), poco prima dell’assedio di Gerusalemme del 70 d.C., scrive: "…Allora i capi […] lo trascinarono dinanzi al governatore romano. Quivi, sebbene fosse flagellato fino a mettere allo scoperto le ossa…" (G. Giud. VI, 5, 303). Poi c’era la crocifissione. Di norma i Romani costringevano il condannato a portare sulle spalle il palo orizzontale, detto “patibulum”, da cui l’italiano “patibolo”, che veniva infisso su un palo verticale, già presente nel luogo dell’esecuzione, a formare una “T”. Successivamente si procedeva ad inchiodare gli arti superiori. I chiodi non venivano conficcati, come erroneamente si crede, nei palmi delle mani, il peso del corpo le avrebbe lacerate, ma nei polsi, dove la struttura dell’articolazione è in grado di sostenere a lungo tale peso. In questo modo, però, si laceravano i nervi che governano il movimento dei pollici, causando dolori atroci ad ogni movimento. La morte sopravveniva per asfissia o per collasso cardiocircolatorio dovuto allo stress. Infatti il condannato, essendo oppresso dal peso, non aveva la possibilità di respirare normalmente. Per evitare una morte troppo veloce, i romani inchiodavano anche gli arti inferiori in modo che, facendo leva sulle gambe, il suppliziato poteva respirare e vivere più a lungo. In questo modo l’agonia era abbastanza lenta, poteva durare più di dodici ore. Per questo Pilato si stupì nel sapere che Gesù era già morto ed ordinò che fossero spezzate le gambe agli altri due condannati in modo che non restassero appesi durante la pasqua ebraica. Infatti quando si voleva che il supplizio terminasse, si spezzavano le gambe del condannato, di solito con un bastone o una mazza, e in breve si aveva il soffocamento (Crurifragium). Nel caso di Gesù, le gambe non furono spezzate, perché i carnefici notarono che era già morto. Per esserne certo, un soldato gli conficcò la punta della lancia nel fianco e subito dalla ferita uscì sangue e acqua (Giovanni 19, 34). La fuoriuscita di questi elementi dimostra che la morte di Gesù non fu per soffocamento, ma per avvenuto arresto cardiaco. Tutta questa violenza ed efferatezza è confermata da diverse testimonianze storiche. Ad esempio Seneca (1–65 d.C.), contemporaneo di Gesù, scriveva: "Vedo costì croci e non di un solo genere, ma costruite da chi in un modo da chi in un altro; certuni appesero con la testa volta verso terra, altri spinsero un tronco per le parti oscene del corpo, altri stirarono le braccia sul patibolo". (Dialogo 6 “De consolatione ad Marciam” 20, 3). Ancora, parlando degli eventi che seguirono la caduta di Gerusalemme nel 70 d.C., Giuseppe Flavio scriveva: "Spinti dall'odio e dal furore, i soldati si divertivano a crocifiggere i prigionieri in varie posizioni, e tale era il loro numero che mancavano lo spazio per le croci e le croci per le vittime". (G. Giud., V,11,1). Inoltre, c’è da considerare un ulteriore elemento, presso l’esercito romano la disciplina era ferrea, un ordine mal eseguito comportava sempre la comminazione di pene severissime, tra cui anche la morte.

Note

(1) deriva da Zadok, che dal tempo di Salomone era stato designato unico sacerdote in capo della monarchia.
(2) tutti i manoscritti trovati a Qumràn sono stati classificati con tali sigle. Il numero “1” che precede la lettera “Q”, che indica Qumran, indica la prima grotta, la “p” che si tratta di un “pesher”, cioè un “commento” e Hab sta per “Abacuc”, similmente la sigla 1QIsA indica il primo testo “A”, di Isaia “Is”, trovato a Qumran “Q”, nella grotta “1”, cioè la prima.

giovedì 4 febbraio 2016

Il bigottismo laicista



Qualche giorno fa c'è stato il "Family day", la grande manifestazione a favore della famiglia "tradizionale", cioè quella naturale, formata da un uomo e una donna. Da ogni parte d'Italia migliaia e migliaia di persone sono convenute a Roma per affermare e ribadire la cosa più naturale che possa esistere: tutti i bambini hanno il diritto di amare ed essere amati dalla propria mamma e dal proprio papà. 

La manifestazione, com'era da aspettarsi, ha sollevato un coro variegato di contumelie laiciste, dagli insulti del presidente di "gaynet" Franco Grillini: "Manifestazione estremista ed omofoba", fino alle "paure" (sic) di Bobo Craxi. Ma ciò che mi ha fatto più impressione sono state le reazioni alle dichiarazioni della leader dei "Fratelli d'Italia" Giorgia Meloni. L'esponente politico, forse un po' ingenuamente, si è gettata in pasto ai leoni affermando pubblicamente di aspettare un figlio. Non l'avesse mai fatto, uno stuolo di menti "illuminate", tipo Luxuria o Litizzetto, hanno subito pensato bene di ricoprire la povera Meloni di insulti sessisti e volgari. Un attacco così impietoso da suscitare addirittura la difesa della Boldrini, notoria paladina delle ragioni laiciste. 

A me non piace il partito della Meloni, non sono d'accordo con molte delle loro posizioni. Non mi piace neppure il modo di far politica della Meloni stessa. Eppure ho trovato simpatica la sua uscita al Family day, mi ha dato l'impressione che non sia stata una sparata buttata lì per racimolare qualche voto. Mi è sembrato, invece, di vedere una gioia autentica per la maternità, una voglia di mettere in comune un suo sentimento. Molto probabilmente sapeva di andare incontro a scherni e lazzi, ma l'ha fatto lo stesso.

Gli scherni e i lazzi sono immancabilmente arrivati, ma stavolta mi sembrano ingiusti, mi danno l'impressione di un certo bigottismo del laicismo quando questo si trova in polemica sui temi sociali difesi dai cattolici, ma che cattolici non sono. Al Family day si difendeva la famiglia tradizionale formata da un uomo e da una donna, mica quella cattolica. Non bisogna essere per forza cattolici per reputare giusto il fatto che ogni bambino dovrebbe avere sempre un padre ed una madre.

Eppure, per i laicisti se una donna rivendica la felicità di poter amare assieme al suo uomo una nuova vita in arrivo, solo perché si trova al Family day, diviene una poco di buono perché non ha indossato prima l'abito bianco. Che tristezza.

sabato 30 gennaio 2016

Il culto mariano: mito cattolico o verità storica?

Un tratto caratteristico della fede cristiana cattolica è certamente la devozione a Maria di Nazareth, la fanciulla ebrea che i vangeli indicano come la madre di Gesù. Questo profondissimo rispetto tributato dai cristiani cattolici ha, quindi, le sue basi nella Scrittura, nelle memorie degli apostoli dove è stata messa per iscritto una tradizione di origini antichissime che risale ai primi momenti della vita della Chiesa. Eppure nonostante ciò la devozione mariana della Chiesa Cattolica è criticata ed attaccata da ogni parte.


Pur avendo sempre avuto il carattere di una venerazione, cioè di una iperdulia, e mai di una adorazione, ossia una latria, che invece è attribuita ed attribuibile solo a Dio, la devozione mariana dei cattolici è stata ed è fortemente criticata da molti cristiani riformati ed da altre congregazioni pseudo cristiane che, nel loro astio verso la Chiesa Cattolica, hanno spesso definito il culto mariano cattolico come una mariolatria, cioè un culto idolatrico che non ha niente a che vedere con l’autentica fede cristiana e con i vangeli.

Ma le critiche non provengono solo dai credenti di altre confessioni religiose, anche la storiografia laicista ha tradizionalmente accusato la Chiesa cattolica di essersi costruita un mito o di averlo importato dal paganesimo. Già nel XVIII secolo autori famosi come Voltaire, Paine ed altri, che incarnarono lo spirito anticattolico illuminista, diedero vita al preconcetto storiografico secondo il quale i vangeli fossero tutta una truffa, cioè racconti inventati che non avevano niente di storico. Sorse, così, la convinzione che i dogmi mariani della Chiesa cattolica non avessero alcun legame con la cristianità delle origini e che tutto ciò che circonda la figura della madre di Gesù sia solamente un appesantimento storicamente immotivato. Secondo l’opinione dei laicisti la figura di Maria non aveva una grande importanza per i primi cristiani, solo col Concilio di Costantinopoli del 381, cioè dopo più di tre secoli dalla morte di Gesù, appare ufficialmente la figura di Maria nel credo, ma non c’è traccia di lei nelle tradizioni più antiche.

Il giornalista Corrado Augias, sempre attento alle questioni riguardanti la fede cristiana, pur non essendo uno storico di professione, censura decisamente la storicità e l’antichità del culto mariano e può ben rappresentare quale sia l’opinione più diffusa dei laicisti. Nel suo ultimo libro sul tema, “Inchiesta su Maria”, Augias scrive: “Così, la fanciulla povera, umile e sottomessa descritta nei vangeli canonici, serva di Dio e a servizio del Figlio, diventa la ricca figlia di Gioacchino ed Anna negli apocrifi, poi ancora una regina (Salve Regina) e, ancora, una Madonna e Nostra signora nel Medioevo feudale latino; si trasforma in una “dama” nel Rinascimento” (“Inchiesta su Maria” Rizzoli, Bergamo 2014, pag. 144). Per Augias, quindi, nei vangeli non ci sarebbe nulla che giustifichi la devozione mariana cattolica e che, in realtà, tale culto sia andato progressivamente a formarsi nel tempo. Egli afferma infatti: “In ogni caso mi sembra di poter dire che il culto va intensificandosi col passare del tempo diventando a un certo punto una costruzione che si autoalimenta, per cui sempre nuove qualità e funzioni si aggiungono alle precedenti” (ss pag. 145). Per Augias, quindi, la figura di Maria è poco più di un mito costruito ad arte dalla Chiesa cattolica. Nel suo libro afferma ancora: “Insomma, se dovessimo fermarci ai 27 testi del cosiddetto Nuovo Testamento su Maria non ci sarebbe quasi nulla da sapere o da dire […] Se all’inizio di lei si sapeva poco, oggi si sa probabilmente troppo. Troppe qualità, troppe prerogative, troppi eventi, e grazie per le quali non esistono fonti autentiche. Tutto ciò che su e intorno a lei è stato costruito lo dobbiamo ad una serie di decisioni prese dai vertici della gerarchia cristiana prima, cattolica poi …” (ss pag 333).

Decisamente una posizione molto netta che non concede nulla all’originalità del culto mariano, ma Augias, e con lui una larga parte della storiografia laicista, ha una conoscenza molto approssimativa della primitiva fede cristiana. Innanzitutto non è affatto vero che i vangeli siano poveri o addirittura privi di riferimenti alle qualità soprannaturali della madre di Gesù. I vangeli di Matteo (1, 18-25) e Luca (1, 26-38) affermano chiaramente che Maria concepì Gesù per opera dello Spirito Santo senza che conoscesse uomo. Quando nel 381 i vescovi riuniti nel Concilio di Costantinopoli fondarono il dogma della verginità di Maria non "inventarono” nulla di nuovo, non fecero altro che rifarsi al vangelo e, come vedremo, ad una tradizione antichissima presente da sempre nella Chiesa. Anche il culto che viene tributato oggi a Maria dalla Chiesa cattolica è ben lungi dall’avere chissà quali oscure origini pagane, essendo ben fondato anch’esso nel vangelo. Riportando una tradizione molto più antica il vangelo di Luca chiama la Vergine “piena di grazia” e in un versetto del Magnificat si dice: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata” (Lc 1, 48). L’essere “piena di grazia”significa appartenere completamente con stabilità, forza e pienezza ad un amore che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16). Per questo Maria è beata e celebrata da tutte le generazioni. 

Il culto mariano è, quindi, molto ben giustificato dal vangelo, ma i detrattori non si arrendono. Secondo loro tale culto nacque solo nel IV secolo, prima i cristiani non pensavano a Maria. Tale convinzione è alquanto sorprendente, viste le innumerevoli testimonianze storiche che attestano l’esistenza di tale culto molto prima del Concilio di Costantinopoli.

Un eccezionale documento storico è rappresentato da un papiro copto ritrovato ad Alessandria d'Egitto e risalente al III secolo che venne acquistato dalla John Rylands Library di Manchester nel 1917 e pubblicato per la prima volta nel 1938. Questo papiro riporta un antichissimo inno devozionale a Maria: il Sub tuum praesidium (cioè: sotto la tua protezione). Si tratta di un'invocazione collettiva che testimonia la consuetudine, da parte della comunità cristiana, di rivolgersi direttamente alla Madonna, chiamata Θεοτόκos, Dei Genetrix, Madre di Dio, per invocare il suo aiuto nelle ore difficili. Un testo antichissimo che esprime con efficacia la fede nell'intercessione della Vergine, nella sua maternità divina, nella sua verginità perpetua nonché nella sua immacolata concezione, proclamando la Santa Vergine come la "sola pura" e la "sola casta e benedetta". Ma già nel II secolo, almeno 100 anni prima del Concilio di Costantinopoli, i Padri della Chiesa, nei loro scritti, danno ampia testimonianza di una teologia mariana già ampiamente sviluppata. Il vescovo di Antiochia, Ignazio, morto martire sotto Traiano nel 107, è il primo a testimoniare ciò che si credeva all’alba del II secolo su Maria. Durante il suo viaggio verso Roma per subire il martirio, al fine di contrastare le credenze gnostiche, scrive agli Smirnesi, ai Tralliani, agli Efesini che Gesù è “Nato realmente da una vergine” (Smirnesi 1, 1; Tralliani9, 1; Efesini 7, 2; 18, 2; 19, 1). Attorno al 155 Giustino di Nablus spiega il significato messianico della vergine che partorirà un figlio (Isaia 7, 14) riportando una riflessione teologica su Maria partendo dal parallelismo Eva-Maria: la prima concepì la parola del serpente e partorì disobbedienza e morte, l’altra concepì fede e gioia. (Dial. 43, 66-68; Apol. 1, 33). Ireneo di Lione, sempre nel II secolo, definisce perfettamente il ruolo mariano di “Avvocata” (Adv. haer. 111, 21). Ciò dimostra che la dottrina attuale circa la collaborazione di Maria alla redenzione degli uomini e la mediazione della grazia divina non è affatto una costruzione teologica posteriore, ma trae le sue radici nella tradizione patristica del II secolo.

Anche l'archeologia conferma il ruolo particolare di Maria sin dai primi tempi della vita della Chiesa cattolica. Si può ricordare il famoso dipinto della Madonna con bambino nelle catacombe di Priscilla, a Roma, databile secondo la studiosa Margherita Guarducci alla fine del II secolo, oppure i graffiti in lingua greca rinvenuti nel santuario dell'Annunciazione a Nazareth, risalenti al II secolo, nei quali è scritto: "Luogo sacro a Maria" e "Kaire Maria" (Bellarmino Bagatti, "Nazaret nell'archeologia", Rizzoli, volume 1, p.79). Queste scoperte attestano come il particolare culto prestato alla Vergine fosse già vivo nei primi cristiani, ben prima del concilio di Efeso del 431, in cui veniva definitivamente riconosciuta da un dogma la maternità divina di Maria. 

Nonostante queste evidenze l’idea che la figura di Maria, e le prerogative a lei riconosciute, siano comunque una costruzione successiva riportata poi dai vangeli, cioè testi scritti almeno un 40-50 anni dopo la morte di Gesù, e che non faceva parte della fede dei primi cristiani, non è solo convinzione di una dilettantistica storiografia laicista, ma riscuote consensi anche tra alcuni addetti ai lavori. Ad esempio lo storico e biblista ateo Bart Ehrman, professore del Dipartimento di studi religiosi dell’Università del North Carolina, così liquida il culto mariano: “Sono visioni teologiche, motivate da interessi teologici che non hanno nulla a che vedere con le primitive tradizioni su Gesù e la sua famiglia” (B. Ehrman, “Gesù è davvero esistito?” A. Mondatori Ed. Milano 2013, pag. 148). Quindi, secondo B. Ehrman, i vangeli avrebbero raccolto una tradizione tardiva che non aveva niente a che fare con la primitiva comunità cristiana, quella palestinese, quella composta dai primissimi membri della comunità che si raccolse attorno a Gesù. 

In realtà anche spingendosi così indietro nel tempo fino a pochi anni dai fatti raccontati nei vangeli le evidenze documentali a nostra disposizione fanno chiaramente emergere una precisa mariologia che già si intreccia ad un’altrettanta sviluppata cristologia. Ovviamente non abbiamo una testimonianza scritta che risalga ai primi anni, quelli subito dopo la conclusione della vicenda terrena di Gesù. Siamo ancora in una fase caratterizzata da un annuncio orale del vangelo, cioè della buona notizia della morte e resurrezione del Cristo, il Kerigma. Il primo riferimento a Maria negli scritti cristiani compare negli anni cinquanta del primo secolo, è Paolo di Tarso che ricorda alla comunità cristiana della Galatia che Cristo “nacque da donna”. In questa prima fase della vita della Chiesa Maria non viene mai nominata, ma ciò non significa che non esistesse alcuna cognizione e convinzione su di lei. Questo silenzio rientra in quello più vasto circa l’intero arco della vicenda storica di Cristo che, invece, sarà oggetto di considerazione accurata da parte degli evangelisti. Ora il centro d’interesse degli apostoli era l’annuncio del mistero pasquale. 

La testimonianza di Paolo in Gal 4, 4, che risale al 49 o al massimo al 57 dopo Cristo, cioè una ventina d’anni dopo l’Ascensione, rappresenta una importantissima prova di una teologia già molto sviluppata su Maria. In un contesto polemico contro i giudaizzanti galati, Paolo rimarca l’importanza dell’incarnazione del Figlio di Dio, come nato da “donna”: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4), (Francesco Bianchini, "Lettera ai Galati", Città Nuova, 2009). Nonostante la sua brevità, tale testo costituisce una mariologia già ben elaborata che Paolo trae dalla precedente tradizione giudeocristiana palestinese, risalente, quindi, ai primi momenti della comunità di Gerusalemme (F. Manzi,”Tratti mariologici” nel "Vangelo" di Paolo, in Theotokos, VIII, 2000).

Tale precedente tradizione affiora potentemente in tutti gli scritti giudeocristiani che da essa si sono originati, i quali, pur non essendo entrati nel canone delle Scritture cristiane, restano una importante testimonianza dell’antichità del culto mariano. Ad esempio un apocrifo cristiano del I secolo, l’Ascensione di Isaia, riporta antiche tradizioni sulla concezione e nascita verginale di Gesù che non dipenderebbero dal vangelo di Matteo, ma da un racconto più antico che è servito come fonte comune ai due testi. Le stesse dottrine si ricavano da altri testi apocrifi, come gli atti di Pietro e Simone, in cui viene usata tutta una serie di citazioni della letteratura giudaica. Nel caso del racconto della nascita verginale di Gesù, Matteo fa uso di una sola citazione (Is 7, 14 ), l' Ascensione d'lsaia ne utilizza tre, gli Atti di Pietro e Simone ricorrono a ben undici citazioni, di cui sette dai libri canonici dell' AT e quattro da testi apocrifi sconosciuti. Di qui la conclusione che già nel I sec. esisteva una raccolta di profezie sia canoniche sia apocrife relative alla nascita di Gesù da una vergine (E. Norelli "Avant le canonique et l'apocryphe: auxoriginesdesrè'cits de la naissance de Jèsus", in «Revue de Theol. et de Phil.» 126 - 1994). 

Molto interessante è l’apocrifo della Dormizione di Maria, un testo del II secolo, in cui il racconto dell'assunzione di Maria al cielo è molto simile a quello tipico degli altri apocrifi dell' AT come la Vita di Adamo e di Eva, il Testamento di Abramo e il Testamento di Giobbe. Secondo lo studioso F. Manns, biblista francese, uno dei massimi esperti mondiali di giudeocristianesimo, tutto ciò farebbe pensare all'apocrifo della Dormizione di Maria come a un testo ispirato alla testimonianza di Giovanni (Gv 19,27). Per Manns l'ambiente delle “comunità giovannee in Palestina, ha conservato un vivo interesse per la sorte finale di Maria, fino a metterne per iscritto il racconto, approfondendo le Scritture alla maniera dei midrashim e ricorrendo a motivi apocalittici propri della letteratura giudaica” (F. Manns "Le recit de la Dormition de Marie" (Vatican grec 1982) (= SBP, CollectioMaior 33), Jerusalem 1989.

Il culto mariano, la devozione a Maria, hanno una profonda radice nel giudaismo, l’esaltazione della figura di Maria rientra nella tradizione giudaica, come, ad esempio la sua Verginità che richiama l’intervento straordinario di Dio tracciato nel Vecchio Testamento dove il piano di salvezza di Dio si sviluppa attraverso una serie di nascite miracolose, come quella di Isacco da Sara vecchia e sterile, la nascita dei dodici capostipiti delle tribù d’Israele dalle sterili Lia e Rachele, ed ancora la nascita di Samuele dalla sterile Anna, ecc. 

Tutti i racconti della nascita e infanzia di Gesù e Maria, della vita e morte di Giuseppe, sia apocrifi che canonici, evidenziano caratteristiche giudaiche. Tutto ciò ci autorizza a pensare che tali racconti riflettono la tradizione conservatasi nell'ambiente della famiglia di Gesù. Molti di essi sono misti a materiale fiabesco e gnostico, ma il fatto che la Chiesa, pur non accogliendoli nel canone, ne abbia conservato vari elementi nella liturgia e nella pietà popolare indica indubbiamente che essi avevano in se la garanzia di autenticità tramandata da coloro che li avevano ereditati sin dall'inizio, cioè dai cristiani di ceppo giudaico. La devozione mariana non è un mito cattolico, ma si origina dalla testimonianza degli apostoli, cioè di coloro che l’hanno conosciuta ed hanno assistito alla sua vicenda.


Bibliografia

C. Augias, M. Vannini, "Inchiesta su Maria” Rizzoli, Bergamo 2014
B. Ehrman, “Gesù è davvero esistito?” A. Mondatori Ed. Milano 2013
B. Bagatti “Alle origini della chiesa – Le comunità giudeo-cristiane” LEV, Città del Vaticano 1981.
Francesco Bianchini, "Lettera ai Galati", Città Nuova, 2009
F. Manzi”Tratti mariologici” nel "Vangelo" di Paolo, in Theotokos, VIII, 2000
L. Cerfaux “Il Cristo nella teologia di san Paolo” AVE, Roma 1969.
R. Penna “I ritratti originali di Gesù il Cristo. Inizi e viluppi della cristologia neotestamentaria – 2. Gli sviluppi, San Paolo” Cinisello Balsamo 2011.
F. Manns ”Le recit de la Dormition de Marie” (Vatican grec 1982) (= SBP, CollectioMaior 33), Jerusalem 1989
E. Norelli, “Avant le canonique et l'apocryphe: auxoriginesdesrè'cits de la naissance de Jèsus” in «Revue de Theol. et de Phil.» 126 – 1994.