martedì 30 giugno 2015

L'ingerenza della Chiesa

Un equivoco di fondo si genera spesso nella frequente accusa di ingerenza negli affari interni di uno Stato laico che i laicisti rivolgono contro la Chiesa. La condanna della pratica dell’aborto, la difesa della famiglia naturale o la censura dell’eutanasia, sono iniziative viste dai laicisti come prevaricazioni, limitazioni della sovranità dello Stato mentre, invece, riguardano le violazioni della morale umana naturale che è comune a tutti gli uomini. La Chiesa, quindi, auspicando e richiamando il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo non fa alcuna ingerenza negli affari interni di uno Stato, ma denuncia le violazioni della morale umana naturale dell’uomo, che non coincide affatto con la dottrina cattolica, ma è quella legge non scritta, ma presente nella natura umana, che è da sempre alla base dell’ordinamento giuridico della società umana. 

Il fatto che esista un ordine di natura su cui poter basare una morale è certamente un’evidenza tra le più attestate nella storia dell’uomo, e lo è anche a prescindere dall’adesione ad un credo religioso. Infatti molto prima dei principi ispirati al vangelo e resi noti dalle opere dei Padri della chiesa e dal pensiero cristiano medioevale, da Gregorio Magno a Tommaso d’Aquino, già nel pensiero classico, greco e romano, dalle leggi superiori non scritte di Sofocle ed Eraclio, al “giusto e l’ingiusto per natura” di Aristotele fino al diritto naturale di Seneca, si cerca un ordine di natura su cui basare una morale. Quando, in Europa, la Riforma protestante rompe l’unità religiosa favorendo uno sviluppo maggiore del pensiero laico, l’idea dell’esistenza di una legge morale superiore non tramonta affatto, ma, anzi, trova più forza ispirandosi al razionalismo cartesiano. E’ l’epoca di Alberico Gentili che reputa la guerra di aggressione come un atto contro natura, quella di Jean Bodin che fonda su un sentimento naturale la legittimità dello Stato. Per il filosofo Ugo Grozio il diritto positivo si fonda su princìpi universalmente validi, scaturiti dalla natura razionale dell'uomo. All’idea dell’esistenza di uno “stato naturale” fa riferimento anche il “contratto sociale” degli illuministi Hobbes, Rousseau e Locke. Questa morale, svincolata dall’ambito confessionale, ha trovato espressione nel diritto positivo attraverso le dichiarazione dei diritti dell’uomo d’impronta illuminista, fino ai tribunali speciali per i crimini di guerra, per arrivare poi alle convenzioni internazionali per la tutela dei diritti dell’uomo, che salvaguardano il diritto alla vita, all’integrità fisica, la libertà di espressione del pensiero, la libertà religiosa, ecc. come assiomi di un diritto naturale che si impone alla ragione.

Quali obiezioni a tutto questo? Poche, frammentarie e fumose. Alcuni filosofi, come ad esempio Norberto Bobbio, parlano di una difficoltà nell'individuare il senso della “natura”, ed alcuni giuristi che alludono ad una ambiguità del concetto di diritto naturale. Ma si tratta, a mio avviso, di cavilli, difficoltà di poco conto, strumentali, inutilmente puntigliose nel dettaglio e cieche di fronte all’evidenza. Un’evidenza che si è palesata, ad esempio, nel 1999 davanti all’ingresso della Nassau Hall, all’Università di Princeton, quando decine di disabili manifestarono contro l’assunzione alla locale cattedra di bioetica del filosofo ateo Peter Singer. Questo signore, che non crede nei diritti umani universali, è la prova vivente di cosa è possibile senza una legge morale universale. Nel suo libro del 1994 “Rethinking life and death” Singer nega l’eguaglianza umana e sostiene quella che lui definisce “etica della qualità della vita”. In tale etica il diritto alla vita non dipende dal fatto di essere un umano, che non ha di per se un valore morale, ma del suo grado di qualità della vita. Così, visto che un neonato non ha alcun diritto alla vita, può essere ucciso se i genitori e i medici decidono che questo sia il meglio. Secondo Singer l’assassinio è una risposta accettabile alle difficoltà di avere un bambino con un difetto dalla nascita. Mi sembra opportuno ricordare che dopo la Seconda guerra mondiale molti medici tedeschi furono impiccati per crimini contro l’umanità per aver ucciso bambini disabili. Ma per Peter Singer non esiste alcuna legge morale e, quindi, l’infanticidio, ma anche l’eutanasia di disabili, malati ed anziani, può essere una pratica accettabile. Se davvero non esistesse una legge morale universale, dovremmo scusarci per aver giustiziato quei medici.

Mi sembra, quindi, che non sia corretto accusare la Chiesa di ingerenza negli affari interni di uno Stato laico, se la sua azione è volta a richiamare al rispetto della morale naturale. Anche per il laico è possibile appoggiare la propria morale sul diritto naturale. Viceversa si avrebbe una sola strada: basare il diritto sulla propria volontà, secondo criteri elaborati artificialmente, per cui sarà possibile chiamare famiglia le non famiglia; non persona la persona con handicap; non umano l’uomo allo stato embrionale, secondo principi che possiamo anche definire della massima felicità dei più o anche della sofferenza dei meno. In questo senso si dà una parvenza utilitaristica e razionale al diritto, che però quando l’utilità è dei più forti a scapito dei più deboli è solo brutale e arbitraria violenza.


Bibliografia

Francesco Adorno, Tullio Gregory e Valerio Verra "Storia della filosofia" vol. 2, Editori Laterza, 1973;
Guido Fassò, "Storia della filosofia del diritto". I. Antichità e medioevo, Editori Laterza, 2003
Guido Fassò, "Storia della filosofia del diritto". II. L'età moderna, Editori Laterza, 2003
Guido Fassò, "Storia della filosofia del diritto". III. Ottocento e novecento, Editori Laterza, 2003
Antonio Metro, "Le fonti del diritto romano", Casa Editrice Genal, 2005
Nicola Abbagnano, "Storia della filosofia". Volume 2. Gruppo Editoriale L'Espresso, 2006.

martedì 23 giugno 2015

Le assurde proteste contro il Family Day

Sabato scorso, a Roma, c’è stata la grande e pacifica manifestazione denominata “family day” contro il ddl Cirinnà, a favore del matrimonio omosessuale. Nonostante la pioggia, che ha violentemente imperversato durante l’evento, circa un milione di persone hanno affollato piazza San Giovanni affermando che il matrimonio è un’unione tra una donna ed un uomo e che ogni bambino ha il diritto di avere un padre ed una madre. Certamente è ben strano che per affermare delle ovvietà del genere occorre riunirsi in gran numero in una manifestazione, ma la follia che pervade oggi la nostra società non conosce più limiti. Una piccola minoranza della popolazione, infatti, cerca d’imporre, senza che abbia mai avuto alcuna dimostrazione scientifica, la cosiddetta teoria “gender”, cioè l’eliminazione totale del valore della complementarietà tra uomo e donna e il disconoscimento delle differenze sessuali come naturale espressione genetica. Tutto ciò, quindi, avrebbe come logica conseguenza l’equiparazione del matrimonio alle unioni tra persone dello stesso sesso e, così, la distruzione stessa del valore e del concetto di matrimonio a danno, specialmente, dei figli a cui viene negato il fondamentale diritto di crescere in una famiglia dove siano ben chiari e presenti, per la loro crescita e sviluppo, le figure naturali della mamma e del papà.


Com’era prevedibile questa libera e democratica manifestazione del proprio pensiero è stata subito contestata dal mondo delle associazioni omosessuali: Franco Grillini di Gaynet ha definito la manifestazione un “festival dell’omofobia”, oppure Aurelio Mancuso, presidente Equality Italia, ha definito le ragioni dei manifestanti come delle “bugie”, il portavoce di Gay Center, Fabrizio Marrazzo, ha affermato che “La manifestazione di oggi è un salto nella preistoria dei diritti civili“. Ma la reazione più scomposta, a mio modo di vedere, è stata quella del sottosegretario alle Riforme del governo, Ivan Scalfarotto, che ha dichiarato come sia: “inaccettabile una manifestazione come quella contro le unioni civili che si tiene oggi a Roma, che è contro i diritti dei propri concittadini…”.

Che senso hanno tali proteste? Per Grillini il quasi milione di persone scese in piazza, donne, uomini, tantissimi bambini sono tutti omofobi. Termine che non ha un senso ben definito, ma che tutti intendono come “razzisti”. Si è razzisti nel ritenere che il matrimonio sia un'istituzione essenzialmente basata sull'eterosessualità? Quindi il mondo prima di Grillini è stato solamente un luogo di razzismo, popolato da miliardi di persone razziste? Affermare che il matrimonio abbia come funzione principale la procreazione come può offendere una persona omosessuale? Il razzismo è ben altro, è derisione, violenza, non affermare la propria opinione su una istituzione. Cosa pretende Grillini? Che chiunque non la pensi come lui deve starsene zitto altrimenti viene tacciato per omofobo?

Aurelio Mancuso parla di “bugie”, ma affermare che non c’è differenza tra padre e madre cos’è se non una sciocchezza indimostrata scientificamente? Il matrimonio ha sempre avuto un senso ben preciso, basato sulla presenza di due sessi, e al centro del quale vi è la procreazione. Dov’è la bugia? I figli, all’interno della famiglia, sono sempre stati il frutto dell’amore del padre e della madre. Dov’è la bugia? Qualsiasi altra unione è, giocoforza, un qualcosa di diverso, che, per questo, non può essere equiparato al matrimonio. L’ovvietà di tale ragionamento è disarmante.

Scalfarotto sbraita che è inaccettabile una manifestazione del genere, contro i diritti dei cittadini. Conosciamo già la propensione del nostro sottosegretario ad imbavagliare il libero pensiero, ma qui si esagera pure a considerare delle pretese come dei diritti. Il matrimonio ha come fine principale la procreazione in quanto è l’ambiente idoneo, fino a prova contraria, ad accogliere la vita, formarla ed educala nel migliore dei modi. Poco importa se in molti matrimoni non ci siano figli, la questione riguarda il significato di tale istituzione e il possedere i requisiti per potervi accedere. E le persone omosessuali tali requisiti non ce li hanno. 

A me sembra molto violento questo modo di fare delle associazioni omosessuali per cui una opinione contraria debba essere per forza considerata automaticamente omofoba e, direi, anche molto strumentale, in considerazione del fatto che si tratta delle pretese di una piccola minoranza di cui solo una frazione minoritaria penserebbe mai di avvalersi dell'istituto matrimoniale.

martedì 16 giugno 2015

Gay pride, sotto il vestito niente.

Anche quest’anno, così come avviene in tantissime altre città del mondo, sabato scorso a Roma il variegato e variopinto popolo del gay pride si è riunito festosamente ed ha marciato, col sindaco Marino in testa, per le vie della capitale. Tantissima gente stavolta, quasi mezzo milione di persone secondo gli organizzatori, e anche tante personalità della politica e dello spettacolo, come la Battaglia, Orfini, Luxuria, tutte riunite per affermare l’orgoglio omosessuale, per ribadire come la società di oggi debba accettare l’omosessualità e riconoscere alle persone omosessuali i loro diritti.

Quando leggo di tali manifestazioni sono subito molto curioso di sapere quale sia il messaggio che si vuole veicolare. Una manifestazione deve pur manifestare qualcosa e suppongo che dietro a lustrini e paillettes ci debbano essere anche dei contenuti su cui, eventualmente, confrontarsi. La parata multicolore aveva come slogan, riportato su un mega striscione, dietro il quale spuntava anche la faccina compiaciuta del sindaco Marino, la parola “liberiamoci”. Un altro striscione recitava “stesso amore, stessi diritti”, un altro ancora un più pragmatico “bacio libero, free kiss”.

Liberiamoci dalle angherie di uno Stato che non riconosce i diritti degli omosessuali”. Sarebbe questo il significato sotteso allo slogan della parata, quindi una protesta contro una discriminazione che colpirebbe le persone omosessuali in quanto tali. Insomma, si tratterebbe di una lotta per il riconoscimento dei diritti civili. Messa in questo modo, in effetti, la protesta sembrerebbe avere una sua giustificazione, ma tutto ciò è vero? Possibile che in Italia, che ha una delle leggi fondamentali, la Costituzione, più invidiata del mondo, esista una discriminazione del genere? L’art. 2 della nostra Carta fondamentale riconosce i diritti inviolabili di tutti gli uomini e l’art. 3 recita testualmente che: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Proprio in virtù di tali presupposti, oggi, in Italia le coppie di fatto tra persone omosessuali godono già di tutti i diritti civili, come qualsiasi altro cittadino italiano. Possono stipulare accordi di convivenza per interessi meritevoli di tutela (ex art. 1322 cc), di successione nel contratto di locazione a seguito della morte del titolare a favore del convivente (Cfr. C.C. sent. n. 404/1988), di visita in carcere al partner (Cfr. D.P.R 30 n. 230 del 2000), di risarcibilità del convivente omosessuale per fatto illecito del terzo (Cfr. Cass., sez. unite Civ., sent. 26972/08, Cass. III sez. pen. n. 23725/08), hanno diritto all’obbligo di informazione da parte dei medici per eventuali trapianti al convivente (Cfr. L. n. 91 1999; Cfr. L.n. 53 2000), possono usufruire di permessi retribuiti per decesso o per grave infermità del convivente (Cfr. L.n. 53 2000), di nomina di amministratore di sostegno (artt. 408 e 417 cc), possono astenersi dalla testimonianza in sede penale (art. 199, terzo comma, c.p.p.), possono proporre domanda di grazia (art. 680 c.p), ecc.

Allora per cosa protestano i manifestanti? Quali diritti sarebbero negati alle persone omosessuali? I manifestanti urlano: “Stesso amore, stessi diritti”, cioè riconoscere il matrimonio anche per le coppie omosessuali parificandolo completamente a quello tradizionale, quello tra un uomo ed una donna. Ma il matrimonio tra persone omosessuali non esiste come diritto (come anche stabilito recentemente, bontà sua, dalla Cassazione), quindi il fatto di vietarle non può essere considerato una discriminazione. Il matrimonio è per sua essenza un’istituzione che riconosce le differenze complementari fra uomini e donne e riconosce il bisogno dei bambini ad avere un padre e una madre. Si tratta di un bene sociale i cui benefici sono stati riconosciuti da ogni società umana. Nessun altra relazione fra individui, anche se nobile, può assolvere le stesse funzioni. Semplicemente le coppie omosessuali non hanno i requisiti per accedere a tale istituto. Nessuna discriminazione, ma solo un dato di fatto. Se voglio partecipare ad un concorso pubblico per un posto da medico, ma sono laureato in ingegneria, posso considerare una mia esclusione come una discriminazione? Certamente no!

Altra rivendicazione dei manifestanti sarebbe quella di avere una tutelate speciale per le persone omosessuali e di veder, così, approvato il disegno di legge “Scalfarotto” contro l’”omofobia”. Ma anche in questo caso le persone omosessuali non hanno alcun bisogno di una protezione speciale in quanto sono già ampiamente tutelate dal codice penale da ogni atto violento e discriminatorio, come ogni altra persona. Tra l’altro il codice penale prevede per i reati di violenza privata, diffamazione e discriminazione, insieme ad altri, anche l’aggravante dei motivi “abietti” (art. 61, n.1 c.p.).

E allora qual è il motivo di tale manifestazione? Sembrerà strano, ma in pratica non c’è! In Italia non c’è alcuna ostilità contro le persone omosessuali e non esiste alcuna discriminazione. Le persone omosessuali sono considerate dalla legge italiana come tutte le altre persone, senza alcuna differenza e possono beneficiare della stessa tutela che è garantita a tutti i cittadini. Ovviamente tale tutela non può estendersi fino al riconoscimento di diritti che tali non sono.

giovedì 4 giugno 2015

Le meraviglie della coerenza laicista


In Italia, come è noto, la legge consente di interrompere volontariamente la gravidanza entro il 90esimo giorno di gestazione. E’ la famigerata “194”, una legge considerata dal mondo laicista, e non, una delle più luminose conquiste del progresso umano. Finalmente la donna è “libera” di sbarazzarsi del feto/embrione se questo non è ben accetto, come se una deroga al divieto di uccidere possa essere stabilito per legge e specialmente come se uccidere possa rendere “libero” qualcuno. Ma andiamo avanti.

In realtà la legge 194 non permetterebbe di uccidere, pardon… di interrompere volontariamente la gravidanza, in modo indiscriminato, perché all’art. 1 viene richiamato il fatto che lo Stato, bontà sua, tutela la vita umana dal suo inizio, cosicché l’interruzione volontaria della gravidanza non può essere un mezzo per il controllo delle nascite. Detta così sembra quasi una cosa umanitaria …

Il 14 maggio scorso la Consulta, una sorta di divinità sopra tutto e tutti, ha dichiarato illegittima la norma che prevedeva il divieto di accedere alla diagnosi pre-impianto e dunque il divieto di accesso alle tecniche di fecondazione assistita per le coppie fertili portatrici di patologie genetiche trasmissibili ai figli. Questa decisione si richiama alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo che del 2012 condannò l'Italia proprio per l'incoerenza di ammettere l'aborto, ma di non consentire tale diagnosi genetica di preimpianto sull'embrione.

Il ragionamento sarebbe, più o meno, questo: ma se li possiamo eliminare dopo, perché non possiamo farlo prima? Giusto, non fa una piega! Solo, però, c’è quel maledetto art. 1 della legge “194” che recita: “l’interruzione volontaria della gravidanza non può essere un mezzo per il controllo delle nascite”. Quindi, se parliamo di coerenza, siccome la “194” è valsa a sdoganare l’eliminazione del feto/embrione, dovrebbe anche impedire di scegliere l’embrione migliore, quello più sano e bello, cioè, in ultima analisi, di effettuare un controllo delle nascite. Proprio ciò che non piace alla Consulta.

Ma la morale laicista è fatta così, si accende e si spegne, l’importante è ottenere tutto, contro tutti e tutto, specialmente contro coloro che non possono difendersi. Hitler gassava i disabili fuori dall’utero umano, noi quando sono ancora all’interno, ma Hitler resta un mostro e noi degli illuminati progressisti. L’ideologia più odiata in assoluto imponeva un mondo di persone perfette, tutte belle e sane, mentre la Consulta propugna la possibilità di poter far nascere solo bambini belli e sani, niente di nuovo sotto il sole.

Filomena Gallo, uno degli avvocati delle coppie coinvolte nel ricorso contro la legge 40 sulla fecondazione artificiale ha cosi commentato la sentenza della Consulta: “… sono stati rispettati il diritto alla salute e il principio di uguaglianza". Diritto alla salute, quale? Quella della donna o del bambino al suo interno? E il principio di uguaglianza? Pure te Luis, quante ne vuoi!

martedì 26 maggio 2015

Cambia lo IOR, ma al laicismo non piace. Il nuovo IOR o il cambiamento?

E’ notizia di questi giorni, appena accennata sui principali media italiani, dei primi importanti risultati del processo di pulizia imposto da papa Francesco per bonificare l’Istituto per le opere di religione, meglio conosciuto come lo IOR, la “banca del Vaticano”. Si tratta di un’operazione che mira al ritorno della missione originaria di assistenza alle opere di religione, senza avventurarsi in attività che, seppure lecite, danno adito a sospetti e, comunque, non coincidenti perfettamente con la missione della Chiesa.

A due anni dall’annuncio del papa di bonificare lo IOR, si festeggiano ora i primi risultati positivi dovuti all’azione di pulizia di tutti i conti sospetti o non pertinenti ai criteri stabiliti. Il rapporto annuale sottolinea, inoltre, l’adeguamento dell’Istituto alle nuove normative vaticane in materia di trasparenza finanziaria. A premiare questo nuovo corso arriva anche la notizia di un utile netto che sfiora i 70 milioni di euro, risorse che andranno a finanziare progetti umanitari.

Eppure, nonostante queste notizie testimonino come sia stato ormai definitivamente posto fine all’uso improprio dell’Istituto, il mondo laicista le commenta in modo ottuso e decontestualizzato tirando in ballo il solito corollario qualunquista di accuse di indebita ricchezza, di immaginari intrallazzi, di ingiusta percezione dell’8 per mille, dell’imu e quant’altro. Questa è la desolante impressione che si ricava leggendo i commenti dei blog laicisti che si sono interessati a questa notizia, come ad esempio quello de “Il fatto quotidiano”. Nessuna capacità di elaborazione della notizia, solo insulti e volgarità. 

Questo è il tipico modo di comportarsi del laicismo, nessuna volontà di dialogo, nessun interesse per la costruzione di una società veramente pluralista, dove sia tutelata la libertà di pensiero. La sua posizione è di intransigenza totale, di idee preconcette, che devono restare tali per giustificare il l’odio verso l’avversario, cioè la Chiesa e i cristiani, che devono essere solo spazzati via.    

venerdì 22 maggio 2015

Il monofisismo, un Cristo solo divino

Da un punto di vista teologico il V secolo dell’era cristiana è stato indubbiamente molto travagliato. La disputa principale che opponeva vari esponenti della Chiesa, e delle comunità cristiane, era per lo più incentrata sulla figura del Cristo. L’eresia ariana, che si sviluppò nel secolo precedente e che si diffuse enormemente, negando la divinità del Cristo, determinò, per reazione, la nascita di tutta una serie di visioni teologiche che, per esaltare la divinità del Cristo, finirono per negare la sua piena umanità. Questo fu il caso di eresie come l’Apollinarismo e più tardi del Monotelismo, che abbiamo già visto, e di tutta una serie di visioni che variamente negano la piena umanità del Cristo racchiuse nel termine tecnico di monofisismo.

Questo termine deriva dal greco monos, “unico”, e physis, “natura” alludendo proprio alla detrazione di qualcosa all’integrità della natura umana del Cristo e, quindi, al riconoscimento della sola natura divina. Il massimo esponente di tale pensiero fu un monaco archimandrita di un monastero di Costantinopoli, Eutiche, che nel 448 entrò nella disputa teologica per opporsi a Nestorio. Come sappiamo quest’ultimo sosteneva che in Cristo esistessero due persone, ma per Eutiche, in realtà, prima dell’incarnazione, Cristo possedeva due nature, umana e divina, che divennero una sola, cioè divina, perché si fusero insieme, come delle gocce d’acqua nel mare. Era una visione che si opponeva radicalmente al credo apostolico formalizzato a Nicea nel 431 e, così, fu avversato dal vescovo di Dorilea, Eusebio, lo stesso che vent’anni prima, nel 428, aveva già accusato Nestorio. In seguito a questa accusa un sinodo a Costantinopoli, presieduto dal patriarca Flaviano, condannò la cristologia di Eutiche, che ricevette anche una censura da parte del papa, Leone Magno, riportata nel suo Tomus ad Flavianum, un autentico gioiello della teologia latina. 

Ma Eutiche poteva contare su un’amicizia molto influente alla corte dell’imperatore Teodosio II, il potentissimo eunuco Crisafio, vero regnante dell’impero e nemico giurato di Flaviano. Crisafio convinse l’imperatore a revocare le conclusioni del sinodo e a dare mandato al nuovo vescovo di Alessandria, Dioscoro, successore di Cirillo, di indire un nuovo Concilio. Questo si svolse ad Efeso nel 449 e dichiarò l’insegnamento di Eutiche ortodosso. Il Concilio riabilitò pienamente Eutiche e scomunicò tutti i più importanti teologi antiocheni tra cui Eusebio di Dorileo e Teodoreto di Ciro. Durante il Concilio Crisafio fece duramente picchiare il patriarca Flaviano, strenuo difensore della duplice natura umana e divina di Cristo, al punto che per i maltrattamenti ricevuti morì poco dopo in Lidia, dove era stato esiliato. Venuto a conoscenza di tutto questo papa Leone Magno definì il Concilio un “latrocinium Efesinium”, cioè il latrocinio di Efeso. 

Rimasto molto addolorato di questo Concilio, papa Leone espresse all’imperatore la volontà di convocarne uno vero, ma Teodosio II, che patteggiava per Eutiche, spinto da Crisafio, non diede alcuna speranza al papa. Nel 450, però, Teodosio II morì improvvisamente per una caduta di cavallo e gli successe la sorella Pulcheria con il marito Marciano, due persone pie, ortodosse e fedeli alla sede apostolica, mentre Crisafio, secondo lo storico bizantino Malalas, fu linciato dalla popolazione di Costantinopoli inferocita per le sue angherie. Fu, così, convocato il Concilio desiderato dal papa che si riunì definitivamente a Calcedonia nel 451, e, seguendo la linea teologica del Tomo di Leone, fu definitivamente condannata la formula monofisita di Eutiche e confermata quella dottrinale ortodossa, cioè l’unità di Cristo come persona, quindi il rifiuto dell’eresia nestoriana, come era stato proclamato al primo Concilio di Efeso, e la dualità delle nature, cioè che il Verbo di Dio è consustanziale a Dio, per la natura divina, e agli uomini, per la natura umana.

Tutta questa vicenda ci testimonia, ancora una volta, quanti pericoli di confusione e di erosione ha corso durante i secoli l’originale fede apostolica. Solo l’esistenza della roccia costituita dalla sede apostolica di Roma ha permesso di mantenere immutata la verità del vangelo. Durante il Concilio di Calcedonia, una volta letto il Tomo di Leone, tutta l’assemblea acclama a gran voce, com’era d’uso a quel tempo, che lo stesso apostolo Pietro ha parlato per bocca di Leone, riconoscendo che il vescovo di Roma, successore di Pietro, gode della stessa infallibilità che Cristo ha dato a Pietro. E’ il vangelo annunciato dalla Chiesa ad essere la luce e la norma della fede, questo ci presenta la realtà della natura umana di Cristo, che non si dissolve e non si trasforma con l’incarnazione, cioè non diviene una semplice apparenza, ma mantiene le sue proprietà, le sue caratteristiche e la sua integrità. Secondo la narrazione del vangelo Gesù ha una vera natura umana come la nostra, come ogni bambino degli Ebrei viene circonciso, presentato al Tempio, cresce e si fortifica (Lc 2, 21-40), ha paura della morte e suda sangue (Lc 22, 39-44), ha costruito la pace tra noi e Dio per mezzo della sua carne, attraverso la croce (Efesini 2, 11-17). 

Il Verbo di Dio si è fatto carne, cioè è uomo veramente, e ha posto la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1, 14-18).



Bibliografia

Catholic Encyclopedia, Volume I. New York 1907, Robert Appleton Company;
Battista Mondin “Dizionario dei teologi” Edizioni Studio Domenica, Bologna 1992
Giovanni Filoramo, D. Menozzi (a cura di), "Storia del Cristianesimo", I, Roma-Bari 1997;
Antonio Olmi “Il consenso cristologico tra le chiese calcedonesi e le non calcedonesi” Editrice Pontificia Università Gregoriana, Roma 2003;
Potestà, Gian Luca , Vian, Giovanni "Storia del Cristianesimo" Il Mulino, Bologna 2010. 
http://it.wikipedia.org/wiki/Crisafio
http://it.wikipedia.org/wiki/Monofisismo

sabato 16 maggio 2015

Le crociate

Con questo articolo inizio a trattare un nuovo capitolo della storia della Chiesa che è indubbiamente tra quelli che sono stati più strumentalizzati da parte di una certa storiografia laicista e “politicamente corretta”: le crociate. In qualsiasi discussione, dovunque è messo in discussione l’operato della Chiesa nella storia, salta sempre fuori il “peccato originale” delle crociate, il simbolo di tutte le “malefatte” dei cristiani e della Chiesa cattolica. 


Qualche mese fa un dirigente del movimento terrorista islamico Hamas, Salah Bardawil, nel respingere l’ipotesi di un intervento armato in Libia da parte dei paesi occidentali, tra cui l’Italia, ha paragonato un evento del genere come "una nuova Crociata contro Paesi arabi e musulmani". E’ tipico della retorica estremista islamica l’ossessivo riferimento alle crociate per giustificare la loro aggressività e violenza nei confronti dei paesi occidentali. Ma anche nell’immaginario collettivo di noi occidentali le crociate sono considerate come il male supremo, la vergogna incancellabile che grava sulla coscienza di tutti i cristiani e, quindi, di un occidente sempre in colpa di fronte all’Islam. Lo stesso ministro italiano degli affari esteri, Paolo Gentiloni, ha tenuto a precisare di “non essere un crociato” aderendo così all’idea delle crociate che ha l’opinione comune. 

Un’opinione comune fondata per lo più sulle menzogne e fantasticherie di una falsa storiografia, una vera e propria “leggenda nera” nata in ambiente illuminista dove vigeva, imperante, il pregiudizio anticattolico. Sono tanti i miti che si sono sviluppati attorno alle crociate: come quello che le vuole delle guerre suscitate dalla Chiesa per imporre la religione cristiana ai musulmani; delle invasioni violente e proditorie contro popoli “civili e pacifici”, fedeli a Maometto, che vivevano nella pace e nell’abbondanza; delle manifestazioni di becero fanatismo religioso, oppure delle vere e proprie guerre espansionistiche, espressione del primo imperialismo della Cristianità medievale, perfino una prima espressione del colonialismo europeo. Altro mito sulle crociate riguarda la figura dei crociati, invariabilmente considerati esseri rozzi, violenti, in caccia di bottino e quella degli islamici, visti come valenti guerrieri, saggi, colti, pacifici, costretti alla guerra. Basta pensare alla famosa figura del Saladino, considerato un eroe saggio e illuminato, come, ad esempio, nel colossal cinematografico “Le Crociate” di Ridley Scott del 2005. 

Niente di tutto questo è vero, si tratta di una gigantesca mistificazione che sfrutta l’enorme disinformazione storica che esiste su tali argomenti. Ho deciso, quindi, di operare una divulgazione su tali temi e per questo dedicare una apposita sezione del mio blog per accogliere una serie di articoli d’approfondimento della materia per vederci chiaro attraverso uno studio onesto ed oggettivo delle fonti. Mi avvarrò di analisi storiche tra le più illuminate frutto di un recente rinnovamento degli studi sulle crociate. Come, ad esempio, quelle del professor Jonathan Riley-Smith, uno dei massimi esperti mondiali delle crociate che ha insegnato a Cambridge e al Trinity College, di Thomas F. Madden, direttore del Dipartimento di Storia presso la Saint Louis University in St. Louis, nel Missouri, esperto mondiale delle crociate e di storia medioevale, di Franco Cardini, celebre storico, massimo esperto italiano di storia medioevale, ecc. 

Lo spirito delle crociate fu quello del martirio e, quindi, di un combattimento da affrontare per opporsi alle tremende forze ostili del peccato per l’ottenimento e la difesa del Regno di Dio. I crociati lasciavano tutto, mogli, figli, beni, sicurezze e partivano per un’impresa tremenda senza alcuna certezza se non quella di affrontare un sacrificio spirituale e materiale per l’oggettiva necessità di difendere la fede affidandosi totalmente a Cristo.

sabato 9 maggio 2015

La paura del cristianesimo

La Francia, la figlia primogenita della Chiesa, la terra delle splendide cattedrali gotiche, la patria di tantissimi cristiani eroici, di angeli dei poveri come Giovanni Battista de la Salle e Vincenzi de' Paoli, di santi mistici come Teresa di Lisieux, di dottori della Chiesa come Bernardo di Chiaravalle, sta inesorabilmente perdendo tutta questa ricchezza e scivolando sempre più in un oscuro mondo senza più posto per Dio e il cristianesimo. A Rennes, nei giorni scorsi, l'ennesimo atto anticristiano, un altro passo verso la scristianizzazione e il disconoscimento delle proprie radici: una statua di San Giovanni Paolo II è stata rimossa per ordine di un tribunale, sembra che la croce che sovrastava il monumento fosse troppo "vistosa".

Ecco a cosa si è ridotta la laicità della Repubblica Francese, ad una guerra spietata alle sue origini, un laicismo aggressivo e spietato. Ma l'eliminazione di ogni presenza pubblica dei simboli religiosi è solo la punta di un iceberg: questo Paese è arrivato a limitare persino la libertà di espressione con leggi che vietano di opporsi all'aborto, al matrimonio tra omosessuali, vieta la possibilità di indossare simboli religiosi nelle scuole, impone corsi obbligatori di educazione sessuale a bambini di sei anni con la rieducazione alla teoria del gender. Questo Paese progetta di riformare il calendario con l'introduzione di giornate "laiche" al posto delle festività cattoliche. E chi non è d'accordo deve per forza adeguarsi, altrimenti si passano guai seri, così come succede ai militanti della "Manif pour Tous" arrestati anche se protestano in silenzio. Sembra che non sia cambiato niente dai tempi bui della rivoluzione, quando un'élite borghese decise di far fuori Dio e la Chiesa per aver mano libera e costringere una nazione a rinnegare le sue caratteristiche identitarie.

Oggi la situazione francese è l'immagine tipica di come può ridursi un paese, una comunità, uno Stato che si era formato nei principi sociali e culturali del cristianesimo e che ha progressivamente sostituito alla propria identità cristiana l'idolatria per uno Stato laicista dove ciò che conta è solo l'individualismo e la pretesa di diritti inventati a scapito dei valori comunitari e della famiglia. Oggi in Francia c'è solo un maniacale, fiscale e strumentale rispetto costituzionale che stride contro la ragionevolezza della pratica consolidata, contro la libertà di non essere d'accordo, un morboso rispetto delle regole e del "politically correct" che sta distruggendo ogni valore di base.

Purtroppo in nessun altro paese europeo come in Francia il secolarismo sta estromettendo la religione per imporre ai cittadini l'obbligo di aderire alla laicità. 

giovedì 30 aprile 2015

La Chiesa e la rivoluzione francese

Uno dei più grossi inganni che la storiografia laicista di stampo illuminista ha perpetrato nei confronti della nostra comune formazione culturale è il mito della Rivoluzione francese. Questa tragedia viene tuttora celebrata come un evento epocale che avrebbe cambiato la storia introducendo la democratizzazione della vita politica in Francia con l’abbattimento dell'assolutismo e la partecipazione popolare alla gestione del potere. Nei nostri “programmi” scolastici e dalla stragrande maggioranza dei professori è presentata in modo acriticamente positivo, una vittoria del popolo contro l’assolutismo di una aristocrazia corrotta e parassitaria, ovviamente sostenuta ed appoggiata dalla Chiesa cattolica. 

Ma la storia dice ben altro, la Rivoluzione in realtà determinò un blocco del cammino verso la modernità distruggendo in pochi anni gran parte del progresso fatto nei mille anni precedenti. Nel 1788 la Francia era la primo posto in Europa come prosperità e progresso, forse superata solo dall’Inghilterra. La Rivoluzione portò una devastazione all’apparato produttivo e culturale tale da creare un crollo economico ed un’arretratezza sociale che determinò la futura supremazia socioeconomica dell’Inghilterra. Durante quei tremendi anni tutta l’élite scientifica e intellettuale fu massacrata, una cricca di furfanti, dai Giacobini ai Girondini, borghesi anticlericali ed anticristiani, attuarono una violenta repressione volta a distruggere il vecchio sistema per imporre il proprio. 

Per poter fare tutto ciò, l’avversario più importante si rilevò essere proprio la Chiesa cattolica e il cristianesimo. Il basso clero era profondamente radicato nella società contadina e rappresentava l’elemento costitutivo primario. Tutto il sistema scolastico e sanitario, ad esempio, era sorretto e curato dall’istituzione ecclesiastica. Ma il pensiero dei rivoluzionari borghesi fu innanzitutto quello di arricchirsi a scapito della povera gente, così cominciarono le confische dei beni del clero, donati alla Chiesa nel corso dei secoli e ciò finì per sopprimere i finanziamenti per le scuole e gli ospedali. Vennero soppressi cinquanta Vescovati, trecento Capitoli e duecento istituzioni religiose. Furono aboliti i Sacri Voti e gli Ordini della Cavalleria, soppresse le Congregazioni Insegnanti, le Accademie, i Collegi, i Seminari. A farne le spese furono persino tutti quegli Istituti che, consacrandosi in nome della carità, si erano dedicati fino ad allora alla cura degli infermi ed al sostegno ai poveri. Anziché eliminare la povertà, con l'incamerare i beni ecclesiastici, la Rivoluzione sprofondò il popolo francese nella più nera miseria. Nacque l’idea che la Chiesa avesse nascosto ricchezze immense ed iniziarono così le distruzioni di conventi ed abbazie, di chiese romaniche e gotiche, come ad esempio il grande scempio della distruzione dell’abbazia di Cluny, tesoro tra i più preziosi dell’intera cultura occidentale. 

Ma il furto ha bisogno della menzogna e della persecuzione perché non fu facile imporre il sopruso alla Chiesa e al popolo. Così nel 1790, per rendere la Chiesa innocua e controllabile fu istituita la costituzione civile del clero, una sorta di Chiesa “fantoccio”, con la trasformazione dei preti in funzionari religiosi di un potere laico. S’impose il giuramento ai preti e ai vescovi, chi si rifiutava veniva massacrato perché “amico” di una potenza straniera, così come era considerato allora il Papa. Molti preti e religiosi, per paura di morire, passarono dalla parte della Rivoluzione, ma tantissimi altri rimasero fedeli alla loro fede e alla Chiesa, solo tre vescovi su centotrenta giurarono per lo Stato rivoluzionario, e per questo, in migliaia, assieme ai loro parenti, furono incarcerati e ghigliottinati, ma anche letteralmente macellati in un’orrida orgia di sangue come negli anni del Terrore (1793-94). Anche il popolo si ribellò per difendere la propria fede e il loro sistema dei valori. In Vandea ci fu il più grosso movimento di protesta contro l’imposizione della guerra e la chiusura delle chiese, ma dopo una guerra civile condotta con una totale sproporzione delle forze in campo, l’esercito rivoluzionario mise in atto un’orrenda strage lucidamente pianificata a tavolino dai vertici rivoluzionari che non risparmiò neppure le donne ed i bambini. Una strage che alcuni storici non esitano a considerarla un vero e proprio genocidio (Reynald Secher, Il genocidio vandeano. Milano, Effedieffe Edizioni, 1991).

La Rivoluzione francese fu il primo radicale tentativo, da parte di una classe politica e sociale, di accaparrarsi tutto il potere annientando il sistema precedente per sostituirlo con il proprio. Non ci furono alcun movimento popolare, né motivazioni di giustizia sociali alla base della rivoluzione, ma la lucida volontà di costruire una società dove è lo Stato l’unica realtà che può raccogliere tutti i valori razionali, culturali ed etici. Per fare questo la marmaglia rivoluzionaria ha dovuto estromettere l’idea di Dio e puntare sui principi “illuministi”, come quelli di Rousseau e Voltaire, di esaltazione dell’individualismo, dell’uomo “senza Dio”, assolutamente autonomo ed autosufficiente che non ha bisogno di alcun riferimento religioso. Per questo la Rivoluzione fu un fenomeno violentemente anticristiano, non è affatto vero che puntò alla separazione della Chiesa dallo Stato, ma la sottomise ad esso, rendendo il clero una categoria di funzionari statali. La confisca dei beni della Chiesa, fatto che generò miseria ed arretratezza, non fu motivata da un’esigenza di ridistribuzione della ricchezza, ma fu una volgare ruberia che finì solo per arricchire la borghesia. 

La Chiesa come popolo di Dio segnava la vita della persona e della società, rivelava una capacità di educazione della persona e di fondazione di rapporti culturali e sociali, la Rivoluzione cercò di spazzare tutto questo sostituendo a Dio una nuova religione, il culto della dea ragione, la sola in grado di garantire "la felicità degli uomini sulla terra" (cfr. "Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino"). La Rivoluzione fu il primo esperimento di “laicismo applicato”, uno Stato che si presenta come capace di totalizzare la società, ossia, uno stato "totalitario". I frutti di tale operazione sono sotto gli occhi di tutti: uno Stato che si ritenne autorizzato a distruggere ed uccidere tutto e tutti e che diede vita al tremendo periodo delle guerre napoleoniche, i cui lutti sconvolsero l’Europa.


Bibliografia

A.Gerard “La rivoluzione francese, miti e interpretazioni”, Mursia, Milano, 1972;
J. Leflon, G. Zaccaria “La crisi rivoluzionaria (1789-1815)” Ed. Paoline, 1976;
D. Menozzi “Cristianesimo e rivoluzione francese”, Queriniana, Bresia, 1977;
P. Chaunu, “La Révolution declassée”, 1989;
F. Furet, “L'eredità della Rivoluzione", tr. it. Laterza Bari 1989;
J. Tulard, J. F. Fayard e A. Fierro “Dizionario storico della Rivoluzione francese”, trad. it., Ponte alle Grazie, Firenze 1989;
R. Secher “Il genocidio vandeano” Milano, Effedieffe Edizioni, 1991.

martedì 14 aprile 2015

Il genocidio negato


In questi giorni sta facendo notizia la polemica a distanza tra la Turchia ed il Vaticano per le parole che Papa Francesco ha pronunciato circa la strage degli armeni perpetrata dall’esercito turco nel 1915. In occasione della messa per il centenario di quella tragedia Papa Bergoglio ha richiamato le coscienze sul fatto che il mondo sta oggi vivendo un periodo di orrende violenze e stragi che possono essere paragonate ai genocidi perpetrati dai nazisti e stalinisti e a quello messo in atto dai turchi nei confronti del popolo armeno. 

Queste parole hanno scatenato le ire della Turchia, la quale ha ritirato il suo ambasciatore dal Vaticano e convocato il Nunzio apostolico ad Ankara. Secondo il governo turco parlare di “genocidio” rappresenta una calunnia perché nessun tribunale internazionale competente lo avrebbe stabilito. Ma le reazioni non finiscono qui, il ministro per gli affari europei, Volkan Bozkir, ha addirittura tacciato il papa di essere filonazista in quanto argentino, il presidente del Parlamento turco, Cemil Cicek, ha parlato di discriminazione politica, razzismo ed incitamento all’odio, anche il gran Mùfti, Mehmet Gormez, ha avuto parole di fuoco contro il papa. Dappertutto, in Turchia, il papa è stato insultato e si è complicata anche la vita dell’esigua comunità cattolica turca, sempre più resa difficoltosa dai soprusi e violenze dei gruppi islamici più oltranzisti. 

Ciò che ha scatenato tale furibonda reazione è stato l’uso della parola “genocidio” in relazione alla strage perpetrata sugli armeni. In Turchia tale uso è addirittura punito per legge al punto che anche alcune personalità turche, come lo scrittore Orhan Pamuk o il giornalista Hrant Dink, sono state per questo incriminate e condannate. La Turchia si ostina a negare che quello del 1915-16 sia stato un genocidio, limitandosi a parlare di “soli” 300mila morti in seguito ad “incidenti” dovuti ad alcune fasi della prima guerra mondiale. Ma la Turchia parla una lingua diversa da quella del resto della comunità internazionale e degli storici. L’Associazione internazionale degli studiosi di genocidi ritiene che gli armeni uccisi furono “oltre un milione“ e, in effetti, l’opinione più largamente diffusa tra gli storici è proprio quella una cifra che si aggira tra il 1.200.000 e 2.000.000 di persone. Purtroppo il governo ottomano di quegli anni, sobillato dal partito ultra nazionalista islamico dei “Giovani Turchi”, decise freddamente di dar luogo ad una vera e propria pulizia etnica decidendo di eliminare tutti i cristiani partendo proprio dagli armeni. Il genocidio armeno fu riconosciuto, nel 1985, dalla sottocommissione dei diritti umani dell’Onu, e nel 1987 dal Parlamento europeo. Tra i Paesi che lo riconoscono c’è anche l’Italia con una risoluzione votata dalla Camera nel novembre del 2000. 

Il papa non ha fatto altro che attenersi alla realtà dei fatti, onorando la memoria di tantissime persone, tra cui anziani, donne e bambini, che hanno pagato con la vita la loro fede cristiana. Il papa ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno, e ricordando il genocidio degli Armeni, ha voluto denunciare l’orrenda strage che viene perpetrata nei confronti dei cristiani di tutto il mondo, una strage occultata, ignorata e perfino negata. Eppure tra le accuse che vengono costantemente rivolte alla Chiesa e ai cristiani c’è sempre il solito riferimento alle crociate e anche gli islamici del sedicente califfato “Isis” usano questa retorica per fomentare l’odio contro i cristiani. Ma le crociate sono fatti storici che in pochi veramente conoscono e che vengono troppo spesso strumentalizzati, mentre, invece, sono le violenze perpetrate contro i cristiani ad essere tristemente certe e reali. Solo nel secolo scorso ci sono stati almeno 15 milioni (qualcuno parla anche di 30 milioni) di perseguitati per via della fede cristiana da parte dei regimi atei e della fazione islamica estremista, altro che crociate.

L’ottusa reazione del governo turco non è altro che l’ennesima violenza che viene perpetrata nei confronti dei cristiani, una violenza gratuita ed immotivata, volta solo a negare il diritto di professare la propria fede.