mercoledì 8 giugno 2016

Parte IX - Storicità dei vangeli canonici

I vangeli canonici, cioè quelli inseriti nel Nuovo Testamento, sono principalmente l’espressione della fede degli apostoli, ma quasi tutta la comunità scientifica riconosce loro anche una valida storicità. Per D. Brown, invece, questi vangeli e tutto il Nuovo Testamento, non sono altro che l’opera truffaldina di visionari e mistificatori. A pag. 401 de “Il Codice da Vinci” si legge: "…Ma me lo hai detto tu che il Nuovo Testamento è basato su falsificazioni. Langdon sorrise: Sophie, tutte le religioni del mondo sono basate su falsificazioni. E’ la definizione di “fede”: accettare quello che riteniamo vero, ma che non siamo in grado di dimostrare. Ogni religione descrive Dio attraverso metafore, allegorie e deformazioni della verità, dagli antichi egizi fino agli attuali insegnamenti di catechismo. Le metafore sono un modo per aiutare la nostra mente a spiegare l’inspiegabile. I problemi sorgono quando cominciamo a credere alla lettera alle nostre metafore"D. Brown, quindi, considera gli scritti cristiani inclusi nella Bibbia solo un adattamento della realtà, delle storielle inventate per presentarci lo “schema” della fede che ha imposto la Chiesa Cattolica, un mito confezionato dalla prima comunità cristiana. Dello stesso tenore è il pensiero di L. Gardner, che nel suo delirante “La linea di sangue del Santo Graal”, descrive la scelta dei vangeli canonici come un’operazione strategicamente mirata ad escludere testi più importanti e veritieri come quelli della tradizione gnostica. L. Gardner accenna anche ad una imperfezione e scarsa attendibilità storica dei vangeli canonici dovuta alle loro discordanze e disarmonicità, difetti che, ovviamente, sono stati sfruttati dalla Chiesa Cattolica per i suoi loschi disegni. Si legge, infatti, a pag. 39 del suo libro: "Nel corso degli anni, varie congetture sul contenuto biblico sono diventate interpretazioni e la Chiesa le ha proclamate dogmi. Le dottrine emergenti sono state inserite nella società come se fossero fatti concreti. Agli alunni nelle scuole e nelle chiese viene raramente spiegato che Matteo dice che Maria era vergine, ma Marco no; o che Luca menziona la mangiatoia in cui Gesù venne deposto mentre gli altri vangeli non ne parlano; o che nessun vangelo accenna neppure vagamente alla stalla che è diventata una parte nella tradizione popolare […] ai bambini cristiani viene raccontata una favola completamente edulcorata, che estrae gli episodi più attraenti da ogni vangelo e li fonde in un'unica storia infiorata e abbellita che nessuno ha mai scritto"

Questo goffo tentativo di delegittimazione dei vangeli canonici, operato da D. Brown e compagnia, è solo una penosa ripetizione di teorie stravecchie. Quasi due secoli di storia della critica dei testi neotestamentari non solo non è riuscita a demitizzare in modo convincente tali scritti, ma, viceversa, ha addirittura contribuito al raggiungimento di numerose prove critiche a favore della loro attendibilità e storicità. La teoria della falsificazione operata dai primi seguaci di Gesù, e, secondo L. Gardner, dalla Chiesa fino ai nostri giorni, al fine di imporre una fede precostituita, non sta letteralmente in piedi. In realtà un’analisi seria dei vangeli dimostra subito che non siamo di fronte a dei racconti mitici, frutto della fantasia dei suoi autori, ma ad una testimonianza che conserva una innegabile storicità. Se la prima comunità degli apostoli avesse voluto fermare in uno scritto la leggendaria storia di Gesù, avrebbe prodotto un racconto senza discordanze, si sarebbe preoccupata di armonizzare i vangeli per renderli più credibili. Invece non avviene questo, ogni vangelo è simile, ma diverso, perché si tratta di quattro testimonianze differenti che riportano la stessa storia, ma raccontata da quattro “angolazioni” differenti. Se uno stesso evento è raccontato allo stesso modo da quattro diverse fonti, allora può sorgere il dubbio che i quattro autori si possano essere messi d’accordo e copiati tra loro, invece siamo di fronte a fonti differenti, quattro aspetti di un’unica testimonianza. Se la storia tramandata dai quattro vangeli canonici fosse inventata, perché la Chiesa non si è adoperata a renderli più omogenei e credibili? In realtà siamo di fronte a quattro tradizioni che nascono ciascuna da quattro situazioni differenti, ma che testimoniano tutte lo stesso lieto annuncio (la parola vangelo deriva dal greco eu-anghelion = lieto annuncio) della risurrezione di Gesù. Il vangelo di Marco raccoglie la predicazione di Pietro a Roma e qui viene compilato attorno agli anni 60 d.C. (M. Healy, P. Williamson, “The Gospel of Mark”, Baker Academic, 2008). Si rivolge ai pagani, infatti le espressioni in aramaico vengono tradotte e sono usati molti latinismi. Anche il vangelo di Matteo è stato scritto prima dell’anno 70 (D. C. Allison Jr., Matthew, in Muddiman e Barton, "The Gospels" - The Oxford Bible Commentary, 2010) e molto probabilmente una sua proto-versione fu addirittura scritta in aramaico, la lingua madre dell’autore. La sua antichità è confermata dal fatto che nel vangelo di Luca troviamo ben 235 suoi versi. Matteo era un pubblicano (ossia coloro che riscuotevano le tasse per conto dei romani) e, quindi, il suo vangelo indugia molto sulla polemica di Gesù con i farisei. Il suo scritto è rivolto principalmente ai giudei, quindi riporta le profezie dell’Antico Testamento che si realizzano in Gesù. Il vangelo di Luca è stato scritto attorno all’anno 80 d.C. (E. Franklin, “Luke in The Gospels” The Oxford Bible Commentary, 2010) e si rivolge principalmente agli ellenisti dell’Asia Minore. Da persona colta (è quasi sicuro che fosse un medico) Luca organizza il suo scritto scientificamente collocandolo storicamente e riportando molti particolari assenti negli altri due vangeli sinottici. Ciò gli deriva dalle frequentazioni di Paolo, Giovanni e, persino, di Maria, la madre di Gesù, (è, infatti, l’unico vangelo canonico che riporta episodi della sua infanzia). Infine vi è il vangelo di Giovanni, scritto verso l’anno 100 d.C. (P. Stefani “La Bibbia” Il Mulino, 2004). Questo testo, pur avendo i caratteri di una riflessione teologica posteriore, dimostra chiaramente di essere basato sulla testimonianza di un ebreo che ha convissuto con Gesù, infatti conosce alla perfezione le usanze ebraiche, riporta indicazioni geografiche e topografiche precise. Inoltre riporta tantissimi particolari come solo un testimone oculare potrebbe fare, ad esempio l’episodio delle nozze di Cana, l’ultima cena, la lavanda dei piedi, il tradimento di Giuda, ecc… 

Se il Nuovo Testamento fu solo una colossale falsificazione che senso avrebbe avuto inventarsi dei racconti dove vengono apertamente riportate tutte le debolezze, le deficienze, le meschinità dei “capi” della nuova religione, le colonne della nuova fede, coloro che dovranno assumere le cariche di maggiore importanza? Gesù rimprovera costantemente gli apostoli perché non capiscono il suo amore per i bambini (Mt 19, 13-15), perché cercano di accaparrarsi i primi posti nel Regno di Dio (Mt 20, 20-23), perché non accettano il suo rapporto con le donne (Mt 26, 6-13) (Gv 4, 27-30), perché non hanno misericordia per i samaritani (Lc 9, 51-56), perché non riescono a vegliare neppure per un’ora con Lui prima della passione (Mt 26, 40-43). I vangeli “inventati” raccontano che i discepoli, mentre Gesù viene arrestato e ucciso, scappano e si rifugiano nel cenacolo per paura dei Giudei (Gv 20, 19-20), che i discepoli non comprendono le scritture (Gv 20, 9), che Filippo viene rimproverato da Gesù perché non riesce a capire che Lui è Dio (Gv 14, 7-10), che Tommaso solo perché ha visto ha creduto (Gv 20, 24-29) che solo Giovanni crede nella risurrezione mentre gli altri ancora non capiscono (Lc 24, 25). Che dire poi di Pietro? Il principe degli apostoli, il capo indiscusso dell’intera organizzazione? I vangeli “falsi” che lo devono “esaltare” riportano, imprevedibilmente, la sua codardia (Mt 14, 22-33), il pesante rimprovero che gli riserva Gesù perché è di ostacolo (dal greco "skandalon") alla sua missione (Mt 17, 21-23) (Mc 8, 31-33), il suo triplice rinnegamento di Gesù (Mt 26, 69-76), la triplice ammonizione che Gesù gli riserva nel conferirgli la missione di guida della Chiesa (Gv 21, 15-17). Ma l’aspetto più inspiegabile è che questi vangeli affidano la primissima testimonianza della risurrezione a delle donne (Lc 24, 22). Che operazione sensata può essere quella di creare un inganno e lasciare che si fondi su di una testimonianza femminile? In ambiente giudaico le donne non godevano di alcuna considerazione. Si legge nel Qoélet: "…è preferibile un uomo malefico ad una donna benefica", nel libro dei Proverbi: "…sono stolte, rissose e lunatiche". In Israele le donne non potevano testimoniare nulla. Scrive Giuseppe Flavio, storico ebreo nato solo 7 anni dopo la morte di Gesù: "Le testimonianze di donne non valgono e non sono ascoltate tra voi, a motivo della leggerezza e della sfacciataggine di quel sesso". Perfino Paolo di Tarso, che è ancora molto legato alla tradizione ebraica del suo tempo, scrive ai Corinzi: "Alle donne non è permesso parlare durante l'assemblea. Facciano silenzio e stiano sottomesse, come dice anche la legge di Mosè. Se vogliono spiegazioni le chiedano ai loro mariti, a casa, perché non sta bene che una donna parli in assemblea" (1 Cor 14, 34). Veramente strani questi “falsi” vangeli, se sono stati rielaborati, falsati ed arbitrariamente scelti, come mai trattano così impietosamente coloro che dovrebbero incensare e si fondano su una testimonianza, quella femminile, che in Israele non conta nulla? La realtà è ben diversa, i fatti narrati in quel modo ci sono perché, evidentemente, dovevano esserci per forza, sono realmente accaduti. 

I vangeli canonici rappresentano la fede delle prime comunità cristiane, sono la testimonianza coraggiosa degli apostoli e dei discepoli. Questi uomini avevano un lavoro che permetteva loro di vivere sicuri e quasi tutti erano sposati. Come mai lasciano tutto per seguire Gesù? Eppure Lui gli predisse sofferenze, disagi e persecuzioni che avrebbero dovuto scoraggiarli (Mc 8, 24; Gv 16, 20; Gv 15, 20). Invece nel nome di Gesù e del suo vangelo accettano serenamente il martirio. Proprio quest’ultimo aspetto è di fondamentale importanza, è il sangue dei martiri che conferisce la più alta autorità a questi scritti. Chi si lascerebbe uccidere per un’impostura, per una colossale falsità? Quasi tutti gli apostoli hanno subito il martirio, Bartolomeo fu scorticato vivo e decapitato ad Albanopoli in Armenia, Simone (detto il cananeo) e Giuda Taddeo furono martirizzati in Mesopotamia nel 70 d.C., Giacomo di Alfeo (detto il minore) fu ucciso a Gerusalemme nel 62 d.C., Tommaso fu ucciso in India nel 52 d.C., Giacomo di Zebedeo (detto il maggiore) fu flagellato e decapitato nel 42 d.C., Filippo fu crocifisso a Hierapolis nell’80 d.C., Andrea fu crocifisso a Patrasso. Pietro e Paolo  subirono il martirio a Roma nel 67 d.C. durante la persecuzione neroniana.  Pietro fu crocifisso sul colle Vaticano nel circo di Nerone e Paolo fu decapitato alle Tre Fontane.

I vangeli che troviamo canonizzati nel Nuovo Testamento sono i più antichi e i più citati da tutti gli esponenti delle prime comunità cristiane. I vangeli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni sono principalmente dei libri di fede, ma sono anche, indiscutibilmente, accreditati di una salda attendibilità storica. Innumerevoli ricerche archeologiche, studi filologici, letterari e storici hanno dimostrato l’attendibilità storica di questi testi. Ad esempio il quadro politico da loro riportato corrisponde perfettamente alla realtà storica di quel tempo, infatti se arretriamo di 5 o 6 anni la data della nascita di Gesù, per un errore di calcolo fatto in passato dal monaco Dionigi il piccolo, riscontriamo che effettivamente Erode detto “il Grande” fu re della Palestina dal 37 a.C. al 4 d.C., che Cesare Ottaviano Augusto fu realmente imperatore romano dal 30 a.C. al 14 d.C., che gli successe Tiberio, imperatore dal 14 d.C. al 37 d.C., che dopo la morte di Erode “il Grande” il 4 d.C., la Giudea effettivamente passò sotto il governo diretto di Roma con dei procuratori, che Ponzio Pilato fu veramente procuratore della Giudea dal 26 d.C. al 36 d.C. (3), che Giuseppe Caifa fu sommo sacerdote dal 18 d.C. al 36 d.C., che l’Idumea, la Giudea e la Samaria furono sotto Archelao, figlio di Erode, che le governò dal 4 a.C. al 6 d.C., che Erode Antipa, anche lui figlio di Erode, fu effettivamente tetrarca della Galilea e della Perea dal 4 d.C. al 39 d.C., che Filippo, altro figlio di Erode, fu tetrarca della Traconitide, dell’Iturea e dell’Abilene dal 4 d.C. al 34 d.C. 

Il Nuovo Testamento tratteggia perfettamente il clima sociale e politico della Palestina di quei tempi riportando con estrema precisione il nome e l’identità dei gruppi religiosi e politici (farisei, sadducei, erodiani, zeloti, pubblicani), riportano le tensioni sociali che esistevano tra Giudei e Samaritani, la differenza di mentalità tra Giudei e Galilei, ecc… Tutti questi particolari sono confermati dallo storico ebreo filoromano Giuseppe Flavio, il quale, è bene ricordarlo, non era cristiano ed operò quasi contemporaneamente alla formazione dei vangeli canonici. Si possono fare innumerevoli esempi di correttezza storica, geografica e topografica, alcuni di essi li ho tratti dai libri di Vittorio Messori, notissimo giornalista e storico contemporaneo, come “Ipotesi su Gesù”, “Patì sotto Ponzio Pilato”, “Dicono che è risorto”, ecc… 

I vangeli disegnano “mappe topografiche del rilievo” d’Israele, da Gerusalemme a Gerico si scende (Lc 10, 30) e, quindi, per Gerusalemme si sale (Lc 19, 28), ciò è dovuto alla profonda depressione del Mar Morto, così anche per la Galilea, da Nazareth a Cafarnao si scende (Lc 4, 31) perché ci si sposta dal centro collinoso verso il lago di Genesareth; 

Nel vangelo di Giovanni, capitolo 4, versetto 3, Gesù dialoga con una donna samaritana presso il “pozzo di Giacobbe”, ai piedi del monte Garizim. Nel 1913 l’archeologo tedesco Ernst Sellin della German Oriental Society scoprì i suoi ruderi durante una campagna di scavi nella vicina città di Sichem; 

Secondo i vangeli ai due ladroni crocifissi assieme a Gesù furono spezzate le gambe come l’usanza romana imponeva, ciò è stato definitivamente confermato nel 1968 dagli archeologi del governo israeliano che ritrovarono a Giv'at ha Mitvar, a nord di Gerusalemme, i resti, datati I sec. d.C., di un giovane ebreo, alto 1 metro e 67, che era stato crocifisso, con le tibie spezzate;

Sulla croce di Gesù, secondo il racconto evangelico, fu posta una scritta redatta in tre lingue differenti (ebraico, latino e greco) riportante il motivo della condanna, questa consuetudine è stata confermata dal ritrovamento della pietra incisa che avvertiva i pagani di non entrare nel recinto del tempio di Gerusalemme riservato solo agli ebrei. Era scritta nelle stesse tre lingue: ebraico, latino e greco; 

In ambiente giudaico era d’uso comune accompagnare le operazioni di sepoltura con strepidi e lamentazioni. I vangeli non ne riportano, infatti queste manifestazioni erano vietate per i condannati a morte;

Matteo ci dice nel suo vangelo che Pilato, a Gerusalemme, aveva con sé la moglie. Questo fatto è stato contestato e ritenuto un falso storico, in realtà poco prima dei tempi di Gesù, Roma aveva autorizzato i suoi rappresentanti a portare con sé la famiglia nelle province, mentre prima lo vietava; 

Nel capitolo 13 degli Atti degli Apostoli il responsabile romano di Cipro, Sergio Paolo, viene chiamato “proconsole”. Secondo l’uso imperiale del tempo è attestato che il titolo esatto doveva essere, invece, quello di “propretore”, quindi si ritenne questo passo degli Atti una pura fantasia. Tutto ciò fino al ritrovamento, avvenuto qualche anno fa, tra le rovine di Pafo, località occidentale dell’isola, di un’iscrizione dove veniva citato proprio Sergio Paolo ed era chiamato “proconsole”, anomalia riscontrata solo a Cipro; 

Negli Atti degli Apostoli i capi della città di Tessalonica vengono chiamati “politarchi”, un termine praticamente sconosciuto agli storici. In questi ultimi anni sono state ritrovate ben 19 iscrizioni dove i prefetti di Tessalonica vengono chiamati con quel tipico titolo; 

Gli Atti degli Apostoli sono confermati storicamente anche quando riportano notizie di cronaca. Chiarissimo è l’esempio di Atti 18, 1-2: "Dopo di ciò, partito da Atene [Paolo] andò a Corinto. E trovato un giudeo di nome Aquila, pontico di nascita, da poco giunto dall’Italia, e la moglie sua Priscilla, per il fatto che Claudio aveva ordinato che tutti i Giudei partissero da Roma, andò da loro". Questa informazione trova una eccezionale conferma in un opera di Svetonio, famoso storico romano, scritta nel 120 d.C., diverso tempo la redazione degli Atti: "Espulse da Roma i Giudei, che per istigazione di Cresto erano continua causa di disordine" (Vita Claudii, XXIII, 4); 

Nel vangelo di Matteo, al capitolo 22, viene presentato a Gesù un denaro ed Egli dice: "Di chi è questa immagine e l’iscrizione? Gli risposero: Di Cesare…". Anche in questo caso si obiettò che l’episodio è inventato in quanto in Israele, essendo vietata, pena la morte, la rappresentazione della figura umana, non potevano circolare monete del genere. La storia, però, ci dice ben altro. Israele occupato poteva battere solo monete di rame, quelle preziose, come appunto il “denaro” di Matteo (che di monete se ne intendeva di certo, n.d.r.), erano coniate dalle zecche romane, riportavano la figura di Cesare e gli ebrei erano obbligati ad accettarle. Questo avveniva dappertutto, ma non nel Tempio di Gerusalemme (sarebbe stata una causa di sommossa), così per acquistare gli animali da sacrificare, alle porte del santuario c’erano i cambiavalute. Particolare, questo, riportato dai vangeli nell’episodio della loro cacciata da parte di Gesù (Mt 21, 12-13); 

Nel vangelo di Marco l’episodio della tempesta sedata ci svela un particolare sorprendente. Gesù durante l’infuriare degli elementi era “nella poppa, addormentato sul giaciglio” e non “a poppa” come comunemente si dice. La spiegazione si trova nel relitto di una barca, del tempo di Gesù, ritrovata nel 1986 nel lago di Genesareth. Sul ponte di poppa si trovava uno spazio coperto in cui un uomo poteva tenersi al riparo; 

Nel vangelo di Giovanni, al capitolo 5, si legge: "A Gerusalemme, presso la Porta delle Pecore, c’è una piscina, detta in ebraico Betesdà, che ha cinque portici". Questo vangelo è considerato unanimemente uno scritto più spirituale che storico, quindi questo riferimento architettonico così preciso fu interpretato più come un simbolismo che non un dato reale (ad esempio il Pentateuco, le dita della mano di Javhé, le cinque porte della città celeste, ecc…). Gli scavi archeologici hanno puntualmente identificato accanto alla porta detta “delle pecore”, a Gerusaleme, un’ampia vasca, lunga circa 100 metri e larga 62, che aveva cinque portici; 

Ancora nel vangelo di Giovanni troviamo al capitolo 19: "Pilato condusse fuori Gesù e si assise in tribunale nel luogo detto Litostroto, in ebraico Gabbatà". Solo in questo vangelo troviamo il riferimento ad un “Litostroto” e ad una “Gabbatà”. Il primo termine è greco e significa “luogo lastricato”, mentre il secondo, ebraico, significa “altura”. Per secoli non si è riusciti a capire quale fosse la relazione tra i due vocaboli e, ovviamente, si pensò di nuovo ad un simbolismo, ad una fantasia dell’evangelista. Nel 1927 l’archeologo francese Vincent, prendendo sul serio il testo di Giovanni, si mise a scavare nelle vicinanze del Tempio e scoprì una superficie lastricata di circa 2500 metri quadri, pavimentata al modo romano. Era il cortile della fortezza Antonia, fatta costruire da Erode il Grande e sede invernale del procuratore romano di Giudea. Questa fortezza sorgeva sulla collina più elevata delle quattro della Gerusalemme antica, da cui il termine “altura”.

Puntualmente tutte le notizie storiche su Gesù ci parlano della sua passione e morte in croce. Lo storico romano Tacito, ad esempio, scrive attorno al 112 d.C.: "Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Christus, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato all’estrema condanna dal procuratore Ponzio Pilato" (Annali, XV, 44). Il retore scettico Luciano di Samosata, parlando di un certo Peregrino Proteo, scrive attorno al 169-170 d.C., nel suo “De Morte Peregrino”: "…essi [i cristiani] lo veneravano [Peregrino Proteo] come un dio, se ne servivano come legislatore, e lo avevano elevato a loro protettore a somiglianza di colui che essi venerano tuttora, l’uomo che fu crocifisso in Palestina per aver dato vita a questa nuova religione" (De Morte Per. XI-XIII). Di testimonianze della crocifissione di Gesù ce ne sono molte altre, tanto che ormai nessuno mette più in dubbio la sua autenticità. Vorrei chiudere questo paragrafo riportando il famoso “Testimonium flavianum” in cui Giuseppe Flavio ci fornisce la più solare conferma storica della condanna e morte in croce di Gesù, riportate dai vangeli canonici, evento predetto nel Antico Testamento, (i puntini da me inseriti sostituiscono alcune possibili interpolazioni cristiane postume): "Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, […] era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato […] Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani" (Antichità giudaiche XVIII, 63-64). 

I vangeli canonici sono, quindi, dei documenti storici inoppugnabili, la debole teoria che si tratti di una colossale invenzione frutto della fantasia di un gruppo di invasati è del tutto assurda. Moltissimi studiosi hanno dovuto convenire che gli scritti inseriti nel Nuovo Testamento costituiscono una eccezionale testimonianza storica. La professoressa Genot-Bismuth, che non è cristiana ed occupa alla Sorbona di Parigi la cattedra di Giudaismo antico e medievale, afferma formalmente: "…chi ha scritto il Vangelo di San Giovanni è un testimone oculare, poiché i dettagli che fornisce sono talmente precisi da coincidere con i ritrovamenti avvenuti in occasione degli scavi archeologici da me effettuati a Gerusalemme". Padre Lagrange, studioso e archeologo domenicano, direttore della prestigiosa Revue Biblique, dopo 50 anni di studio in Palestina, affermò: "Il bilancio del mio lavoro è che non esistono obiezioni “tecniche” contro la veridicità dei vangeli. Tutto quello che riferiscono, sin nelle minuzie, trova riscontro preciso e scientifico" e, ancora, il celebre orientalista inglese, sir Rawlinson osservò: "Il cristianesimo si distingue dalle altre religioni del mondo proprio per il suo carattere storico. Le religioni di Grecia e Roma, di Egitto, India, Persia, dell’Oriente in generale furono sistemi speculativi che non cercarono neppure di darsi una base storica. Proprio al contrario del cristianesimo". 

martedì 31 maggio 2016

Gli Elcasaiti, agli albori dello gnosticismo cristiano.




Come è noto la prima eresia, la prima elaborazione teologica difforme dall’originale annuncio della salvezza operato dalla tradizione nata dalla testimonianza apostolica fu lo gnosticismo. La nascita di questo pensiero alternativo all’interno del Cristianesimo testimonia il verificarsi del suo primo incontro/scontro col sistema filosofico greco-ellenista (Adolf von Harnack, 1885). Ne nacque un sincretismo che fondeva religioni misteriche, astrologia magica, filosofie ellenistiche e giudaismo alessandrino. Ma alcuni studiosi hanno anche accertato che filosofie appartenenti al pensiero gnostico erano già presenti in ambiente asiatico, Palestina e Mesopotamia, ben prima dell’avvento del Cristianesimo (F.W. Brandt, 1889).

Tali filosofie ebbero un’influenza anche sui movimenti e gruppi di giudeo-cristiani, come ad esempio gli Ebioniti, che restando fortemente attaccati alle tradizioni e ai riti ebraici abbandonarono il primo nucleo centrale cristiano ebraico. Si formarono così, restando nell’esempio, gli Ebioniti gnostici, caratterizzati da una teologia sempre più densa di contenuti gnostici. Nel III secolo alcuni elementi di questo gruppo cominciarono a rifarsi agli insegnamenti contenuti nel libro scritto nel II secolo da un certo Elcasai originario della Mesopotamia sasanide. Fu probabilmente composto in lingua aramaica, il frammento n°9, infatti, contiene un gioco di parole comprensibile solo in aramaico (J. Irmscher, New Testament Apocrypha, vol. 2, p. 685, citato in Kirby). Attorno al 220 un esponente di tale gruppo, Alcibiade di Apamea, si recò a Roma, sotto il pontificato di Callisto I, per diffondere e predicare gli insegnamenti contenuti nel libro di Elcasai (Ippolito di Roma, Elenchos, IX, 13-17). Alcibiade andava dicendo che in quel libro vi fosse la rivelazione che Elcasai avrebbe avuto da un gigantesco angelo, alto 154 chilometri e largo 27, identificato come il Figlio di Dio ed accompagnato da sua sorella, cioè lo Spirito Santo. Il gruppo sopravvisse fino alla fine del IV secolo. Gli elcasaiti possono, quindi, essere considerare come i progenitori dello gnosticismo cosiddetto magico astrologico di origine persiana, rappresentato da Cerinto, Carpocrate, Menandro e specialmente da Mani, in gioventù elcasaita, fondatore del Manicheismo.

Gli Elcasaiti credevano in un Dio creatore e avevano un concetto docetico della persona di Gesù, cioè pensavano che l’umanità e le sofferenze di Gesù Cristo fossero solo apparenti e non reali. Inoltre, essendo Ebioniti, rifiutavano gli scritti di San Paolo e vaste parti dell’Antico Testamento, praticavano la circoncisione, credevano negli influssi astrali ed erano convinti che il battesimo potesse essere praticato svariate volte come rito purificatore e taumaturgico. Questo gruppo, quindi, faceva parte della grande corrente dello gnosticismo, un cristianesimo eretico frutto di speculazioni e filosofie umane che arrivò a costituire l’eresia per eccellenza dei primi secoli della storia della Chiesa. I grandi teologi del II secolo come Tertulliano, Ippolito di Roma e, soprattutto, Ireneo di Lione risposero agli gnostici mettendo in luce il nucleo di irriducibile originalità del Cristianesimo: la testimonianza di una persona in carne ed ossa che ha realmente sofferto e dato la vita per poi risorgere e sconfiggere la morte.

Bibliografia

J. Danielou “La teologia del Giudeo-cristianesimo” EDB 1974;
G. Acquaviva, “La Chiesa madre di Gerusalemme”, Piemme Casale Monferrato 1994; 
M. Craveri “L’eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo“ Mondadori Editore, Milano, 1996;
M. Simon e A. Benoît, “Le Judaïsme et le christianisme antique, d'Antiochus Épiphane à Constantin”, Parigi, PUF, 1998;
J. Irmscher, "New Testament Apocrypha", vol. 2, p. 685.

http://jewishencyclopedia.com/articles/5513-elcesaites

martedì 24 maggio 2016

Gli elogi bipartisan a Pannella

"Marco Pannella nel corso della sua vita è stato soprattutto irriso e deriso, quando non vilipeso, e penso che alcuni omaggi postumi puzzano di ipocrisia lontano un miglio". Così si è espressa l'esponente radicale Emma Bonino sabato scorso in una piazza Navona gremita e commossa in occasione dei funerali laici di Marco Pannella.

Non sono quasi mai stato d'accordo con quello che affermano gli esponenti del partito radicale, ma devo ammettere che, stavolta, è difficile dare torto alla Bonino. Pannella è stato sempre un personaggio molto scomodo, per tutto l'establishment politico italiano, sia di destra che di sinistra. Ha sempre fatto politica in modo difforme dalle consuetudini sottraendosi da ogni logica di partito e ricorrendo in modo spregiudicato ad alcuni strumenti di democrazia diretta, come ad esempio l'istituto del referendum, in alternativa al normale corso parlamentare, arrivando a sfidare anche la legge per supportare le sue lotte con comportamenti borderline come, ad esempio, il consumo pubblico e diffusione libera dell'hashish. Eppure tutto il mondo politico, compresi, quindi, i suoi più acerrimi nemici ed avversari, si sono sperticati in elogi e riconoscimenti come se avessero sposato le battaglie di Pannella o i suoi modi di fare politica.

Senza nulla togliere al rispetto che si deve ad ogni persona ed in special modo a quelle che sono passate a miglior vita, a mio avviso bisognerebbe avere molta più coerenza e ricordare che Pannella rappresentava una delle voci più perniciose e deleterie del laicismo. La sua battaglia incessante per l'affermazione in Italia della legge sull'interruzione di gravidanza ha relegato il nostro paese nel novero delle nazioni assassine, è anche per colpa di quest'uomo che oggi in Italia vengono uccise centinaia di migliaia di vite umane. Purtroppo a Pannella e al partito radicale si deve anche il clima favorevole all'eutanasia che ha indotto i giudici a permettere l'assassinio dei poveri Piergiorgio Welby, nel 2006, ed Eluana Englaro, nel 2009. Ricordo anche le lotte di Pannella a favore della legalizzazione delle droghe leggere, della procreazione assistita, il suo anticlericalismo, la lotta per il divorzio, ecc.

Per tutto ciò non ho un buon ricordo di quest'uomo, la cui azione politica fuori dalle regole ed insofferente dei veri diritti fondamentali dell'uomo mi ha accompagnato fin dalla mia adolescenza ed è stata un pessimo esempio per tantissimi giovani miei coetanei. Per questo non sopporto, come la Bonino, questo coro unanime di elogi.
              


venerdì 13 maggio 2016

Il "cattolicesimo" secondo Renzi

"Ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo". E' questa la sconcertante affermazione che il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha rilasciato all'indomani del pronunciamento della Camera circa la legge sulle unioni civili con l'intento di rivendicare il merito della sua approvazione. Davanti alla prevedibile reazione dell'opposizione e dei cattolici il premier ha tirato dritto: "Rispetto tutti, io sono cattolico, ma faccio politica da laico!".


Renzi si ritiene "cattolico", ma in politica si comporta da laico. Può essere condivisibile questa presa di posizione? Bisognerebbe chiedere a Renzi cosa significhi per lui essere cattolici. Molto probabilmente per Renzi essere cattolici significa solo avere un'etichetta come tante che serve solamente come espediente per accattivarsi simpatie e consensi. Ma essere cattolici non dovrebbe prevedere una scelta profonda di vita? Condividere i valori fondamentali del Vangelo, così come ce li ha tramandati la Chiesa di Cristo? E tali valori non dovrebbero caratterizzare ogni aspetto del proprio comportamento o si è cattolici solo ad intermittenza, quando non si dà fastidio? Eppure Gesù, durante il suo ministero, ha inciso profondamente nella società ebraica del suo tempo. Ha denunciato i suoi errori, le sue ipocrisie e ha posto i suoi insegnamenti come punto di riferimento per tutti coloro che erano alla ricerca della Verità. Ma non solo questo! Gesù ci invita a mettere in pratica questi insegnamenti, a diffonderli, a renderli pubblici (Mt 10, 27).

Renzi dice di aver giurato sulla Costituzione e, quindi, di dover dare a lei la precedenza. A parte il fatto che la nostra Carta Magna non giustifica affatto l'equiparazione delle unioni tra persone omosessuali al matrimonio, ma l'amore verso Dio può passare in secondo piano? E' mai possibile che un cattolico reputi più importante un precetto umano rispetto alla legge d'amore di Dio? I cattolici, e i cristiani in genere, sono chiamati ad una missione da compiere: quella di essere sale, lanterna e lievito così da incidere nella società in cui vivono ed edificare il Regno di Dio, una realtà operante già da questa vita terrena (Lc 17, 20-21). Questo non significa prevaricazione e disprezzo delle idee degli altri, ma costituire un esempio, la presenza di Cristo nella società. Lo saprà Renzi che sul Vangelo non bisogna giurare? Anzi, da cattolico, non dovrebbe proprio giurare e il suo parlare dovrebbe essere sempre onesto e coerente con la sua fede (Mt 5, 37). I cristiani sanno di essere chiamati da Dio a testimoniare sempre la propria fede e a manifestare questo credo in ogni momento della loro vita e quindi anche nelle loro scelte politiche, consci di operare per il bene collettivo.

Mio caro Renzi, sul Vangelo non si giura, lo si vive.

venerdì 6 maggio 2016

Parte VIII - Autorità dei vangeli canonici

Tutto ciò che conosciamo su Gesù lo apprendiamo dai vangeli. Il Cristianesimo si fonda sul messaggio che gli apostoli e i discepoli hanno trasmesso in quanto testimoni oculari degli insegnamenti, dei miracoli, della morte e risurrezione di Gesù. Dapprima non ci fu il bisogno di scrivere dei resoconti scritti di tali fatti in quanto i ricordi erano freschi ed erano in vita ancora moltissimi testimoni. Le prime comunità cristiane provenivano dal Giudaismo dove la tradizione orale era più diffusa di quella scritta. 
Alle predicazioni evangeliche della risurrezione di Gesù, fatte dagli apostoli e dai primi cristiani, fa esplicito riferimento Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che ho anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è resuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli” (1 Cor 15, 3-7). Paolo scrive questa lettera tra il 53 e il 56, siamo, quindi, agli inizi della formazione di una tradizione scritta cristiana, vicinissima ai fatti riportati. Paolo ci dice di aver ricevuto la testimonianza degli apostoli e di altri 500 testimoni della risurrezione, per la maggior parte allora ancora viventi. Quando questi testimoni cominciarono a morire si avvertì la necessità di fissare per scritto quanto essi avevano visto e raccontato. Nacquero così i quattro vangeli, scritti per raccontarci la vita, la resurrezione di Gesù e le sue apparizioni in quattro Chiese differenti di luogo, di tempo e di mentalità. 
Il vangelo di Giovanni vide la sua redazione finale attorno al 100 d.C., molto probabilmente a Efeso, quello di Luca fu scritto verso il 60-70 d.C., quello di Matteo, molto probabilmente inizialmente composto in aramaico, tra il 50 e il 60 d.C. e quello di Marco, ritenuto il più antico, scritto verso il 60 d.C. a Roma secondo la testimonianza di Pietro. Ogni evangelista, oltre ai suoi ricordi personali, aveva raccolto le tradizioni di altri testimoni e della propria comunità cristiana. Si concretizzò così un’operazione di conservazione e trasmissione del messaggio della salvezza portato da Gesù. A tal proposito leggiamo nel prologo del vangelo di Luca: “Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teofilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto” (Lc 1, 1-4). Questa tradizione, che nasce dalla vita delle prime chiese, dall’amore che regnava tra i membri delle comunità e verso gli apostoli, che annunciavano la buona novella di Gesù, dall’eroismo dei martiri, viene ancora oggi negata, derisa e dileggiata. Le fesserie che si leggono su libri come “Il Codice da Vinci” ed altra spazzatura simile non solo offendono il sentimento cristiano, ma dimostrano il disprezzo per ogni elementare regola di ricerca storico-scientifica. 

Ne “Il Codice da Vinci” i vangeli inclusi nel Nuovo Testamento vengono considerati come delle storie false, costruite ad arte, che non riportano i veri insegnamenti di Gesù. Secondo D. Brown fu l’imperatore Costantino a commissionare e finanziare una nuova Bibbia dove furono esclusi tutti i vangeli che testimoniavano i tratti umani del Cristo. In particolare si legge a pag. 275: “… i vecchi vangeli vennero messi al bando, sequestrati e bruciati [….] i rotoli evidenziano i falsi e le divergenze storiche, confermando così che la Bibbia moderna è stata scelta e corretta da uomini che seguivano un ordine del giorno politico, per promuovere la divinità dell’uomo Gesù Cristo e usare la sua influenza per consolidare la base del proprio potere…”. Quindi i vangeli canonici sarebbero delle farsette di epoca più tarda scelte apposta per abbindolare i creduloni e negare i veri vangeli, ossia quelli “gnostici”. 

Queste affermazioni sono molto gravi, perché, con scandalosa leggerezza, si permettono di infangare l’enorme autorità dei vangeli canonici. Non esistono altri scritti che possano vantare la stessa autorità. Essa deriva direttamente dalla testimonianza degli apostoli e delle prime comunità cristiane. Sull’origine di questi vangeli abbiamo testimonianze importanti e conosciamo il loro processo di formazione. Sappiamo che raccolgono la testimonianza diretta di coloro che hanno vissuto con Gesù, cioè gli apostoli e i discepoli della prima ora, ma anche quella della prima generazione dopo Gesù che ci ha trasmesso la tradizione orale, fortissima nelle prime comunità cristiane. Tutto ciò è attestato da un elevato numero di documenti letterari, possiamo contare sulla testimonianza di importanti esponenti di tali comunità, come Papia, il vescovo di Gerapoli; Giustino, filosofo e martire cristiano; Teofilo, vescovo di Antiochia; Ireneo, vescovo di Lione; il Canone Muratoriano e tutti gli scrittori cristiani posteriori. Ad esempio Papia, che fu discepolo di Giovanni l’evangelista e quindi testimone diretto della primissima fase di composizione dei vangeli, nella sua opera “Esposizione dei loghia del Signore”, a noi tramandata dallo storico Eusebio di Cesarea, scrive nel 110 d.C.: “Se in qualche luogo veniva uno che avesse seguito gli Anziani (cioè i discepoli, n.d.r.), mi informavo (da lui) delle parole degli Anziani, che cosa avesse detto Andrea, o Pietro, o che cosa Filippo o Tommaso o Giacomo o Giovanni o Matteo o qualche altro dei discepoli del Signore e ciò che dicono Aristone e Giovanni l’Anziano discepolo del Signore. Infatti pensavo che le cose che provengono dai libri non fossero così utili come quelle udite dalla voce libera e duratura” (Frammento in Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, III, 39, 1-16). Di questa sua antichità e della possibilità che ebbe di ascoltare testimoni diretti degli apostoli si avvalsero molti altri scrittori cristiani posteriori, tra cui Ireneo di Lione. Importantissime sono, allora, queste altre informazioni che Papia ci trasmette, sempre nella sua opera “Esposizione dei loghia del Signore”: “Anche questo diceva il presbitero: Marco, interprete di Pietro, scrisse con esattezza, ma senza ordine, tutto ciò che egli ricordava delle parole e delle azioni di Cristo; poiché egli non aveva udito il Signore, né aveva vissuto con Lui, ma, più tardi, come dicevo, era stato compagno di Pietro. E Pietro impartiva i suoi insegnamenti secondo l’opportunità, senza l’intenzione di fare un’esposizione ordinata dei detti del Signore. Cosicché non ebbe nessuna colpa Marco, scrivendo alcune cose così come gli venivano a mente, preoccupato solo d’una cosa, di non tralasciare nulla di quanto aveva udito e di non dire alcuna menzogna a riguardo di ciò". E ancora riguardo a Matteo: “Matteo scrisse i detti [del Signore] in lingua ebraica; e ciascuno poi li interpretava come ne era capace” (Frammento in Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, III, 39, 1-16). Eusebio di Cesarea ci trasmette anche questa altra testimonianza di Clemente, vescovo di Alessandria vissuto tra il 150 ed il 215 d.C., che riferendosi alla predicazione di Pietro ai romani, dice: "La luce della religione rifulgeva con si affascinante splendore nelle menti di coloro che udivano Pietro, che essi non si appagarono di aver inteso solamente l’esposizione orale di questa predicazione divina e, con ripetute istanze pregarono Marco, l’autore del vangelo e seguace di Pietro, di lasciar loro scritto un memoriale di quell’insegnamento impartito a viva voce; e non desistettero sino a tanto che non lo compose: così essi furono la causa della redazione del vangelo secondo Marco. Dicono che Pietro conobbe il fatto per rivelazione dello Spirito Santo e, rallegratosi per lo zelo di quella gente, ratificò lo scritto da leggersi nelle Chiese" (Frammento in Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, II, 15). La tradizione della Chiesa ritiene, quindi, che il vangelo di Marco è stato ratificato nientemeno che da Pietro in persona, il principe degli apostoli, l’uomo a cui Gesù affidò la sua Chiesa. Da un altro documento molto importante, del 190 d.C., Il frammento muratoriano (chiamato così perché scoperto dal Muratori nel 1740), traiamo la seguente informazione: “…il terzo libro del vangelo lo scrisse Luca […] il quarto libro dei vangeli lo scrisse Giovanni, uno dei discepoli…”. 

Mentre i vangeli di Giovanni e Matteo traggono la loro autorevolezza ed autenticità dalla testimonianza diretta dei loro autori, in quanto apostoli chiamati al loro ministero direttamente da Gesù, abbiamo visto come il vangelo di Marco è ratificato da Pietro. Stessa esigenza si avverte per il vangelo di Luca e, infatti Paolo, di cui Luca è discepolo, sente il bisogno di verificarne la conformità con gli apostoli Giacomo, Pietro e Giovanni (Galati 2, 1-10). La lettera di Paolo ai Galati è stata scritta non più tardi del 57 d.C. e il primo confronto con i “capi” degli apostoli a Gerusalemme è detto avvenire 17 anni prima, quindi nell’anno 40 d.C., solo sette anni dopo la morte di Gesù. E’ una ulteriore conferma che l’evangelizzazione attinge a fonti fresche ed è rigidamente controllata, non è possibile aggiungere né togliere nulla che non sia approvato dagli apostoli. Ovviamente le redazioni dei vangeli canonici arrivate fino a noi risentono sempre, specialmente nel caso del vangelo di Giovanni, dell’influsso della fede delle comunità che ce li hanno trasmessi, ma ciò non inficia in alcun modo la validità della loro origine storica. 
Niente di tutto questo si riscontra per i vangeli “gnostici” di cui non si conosce alcuna tradizione che indichi chi siano i loro autori, non sono in alcun modo collegati ad una tradizione apostolica, anche perché molto più tardi (II-VI secolo d.C.) dei canonici, ma quel che è più importante, non hanno alcun tipo di riconoscimento dalla comunità cristiana. A tal riguardo diversi esponenti dello gnosticismo cercarono un riconoscimento dalla Chiesa di Roma, ritenuta da sempre, per i meriti di Pietro e Paolo (cfr. Ireneo Lione, Cipriano di Cartagine, Policarpo di Smirne, Eusebio di Cesarea, ecc.), la chiesa principale dove era conservato il deposito dell’ortodossia della fede. Attorno al 140 d.C. venne a Roma dalla Giudea un certo Cerdone, uno gnostico che ripudiava il Dio vendicativo del Vecchio Testamento per il Dio buono e misericordioso del Nuovo Testamento. Successivamente dal Ponto, una regione dell’Asia minore, si presentò Marcione, altro esponente gnostico, che propose una radicale opposizione al giudaismo e all’Antico Testamento (R.M. Grant, “Gnosticism an Early Chrystianity”, Columbia University Press; Edizione riveduta 1967). Tutti e due questi personaggi furono decisamente respinti, addirittura Policarpo, vescovo di Smirne, discepolo dell’apostolo Giovanni, che in quel periodo (inizio del pontificato di Aniceto, n.d.r.) era presente a Roma, rispose così al tentativo di saluto da parte di Marcione: “Ti conosco! Ti conosco! : tu sei il primogenito di Satana” (Ireneo di Lione, “Adversus haereses”, III, 3, 4) e (Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, IV, 14, 7). Nello stesso modo si comportò l’apostolo Giovanni con un altro gnostico, un certo Cerinto, incontrato alle terme di Efeso (Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, IV, 14, 6). Anche uno dei più grandi esponenti dello gnosticismo, cioè Valentino, proveniente da Alessandria, si recò a Roma per vedersi riconosciuta la sua dottrina, anzi aspirò addirittura ad essere eletto vescovo (Pseudotertulliano, “Adversus omnes haereses”, n.17.). Infatti il capo della comunità in cui nacquero i cosiddetti “vangeli gnostici”, come quello detto “di Tommaso” o quello “di Filippo”, scrisse lui stesso un vangelo detto “della Verità” in cui avvedutamente non presenta critiche al giudeo-cristianesimo e non ripudia alcun scritto del Nuovo Testamento. Quando, però, divengono palesi le sue eresie sull’unità di Dio e la bontà della Creazione, anche lui viene decisamente allontanato. 

Il processo di formazione dei vangeli non dipese, quindi, dall’imposizione di una autorità laica, ma si sviluppò all’interno della comunità cristiana sulla base dell’autorità delle testimonianze degli apostoli e dei discepoli di Gesù.

giovedì 28 aprile 2016

La "dottrina della scoperta"

Grazie alla segnalazione di Trinity, una frequentatrice del blog “Croce-Via” in cui intervengo anch’io, sono venuto a conoscenza di una curiosa iniziativa da parte di un certo “Romero Institute”, una non meglio identificata associazione autodefinitasi “Cristicola” (?). L’iniziativa sarebbe quella di proporre una petizione on line per convincere il Papa, ossia il vescovo di Roma, Francesco, a misconoscere una fantomatica “dottrina cattolica della scoperta” che sarebbe stata legittimata da alcune bolle papali del XV secolo. Reperibile su You tube c’è addirittura un video che sciorina tutta una serie di accuse contro la Chiesa cattolica colpevole di aver causato lo sterminio dei nativi americani del Nord America ed ad aver dato ai vari governi Statunitensi, con questa “dottrina della scoperta”, la legittimazione morale delle loro azioni di conquista e saccheggio. Onestamente di questa “dottrina della scoperta” non ne avevo mai sentito parlare ed indagando più a fondo ho scoperto che all’indomani dell’elezione del nuovo papa, Francesco, la Nazione Onondaga, una delle cinque nazioni indiane del ceppo irochese, originaria dello Stato di New York, gli avrebbe addirittura rivolto un appello affinché fosse revocata questa famigerata “dottrina della scoperta”. Ma cos’è questa dottrina?

Secondo il parere di questo “Romero Institute” e dell’“Indian Country Today Media Network.com” questa dottrina che affermerebbe il diritto dei conquistatori cristiani di sottomettere, schiavizzare e depredare le terre e le popolazioni pagane, sarebbe stata concepita da papa Nicola V nel XV secolo ed esposta in due bolle pontificie, la "Dum Diversas" del 1452 e la "Romanus Pontifex" del 1454. Successivamente anche papa Callisto III avrebbe ribadito gli stessi principi nella bolla “"Inter Caetera" nel 1456. Ma c’è di più, questa “dottrina della scoperta” sarebbe stata anche la base giuridica per far affermare alla Corte Suprema degli Stati Uniti, nel 1823, la superiorità dei diritti dei cristiani, degli ebrei e dei musulmani rispetto a quelli dei pagani, cioè gli indigeni americani. Tutto ciò avrebbe legalmente giustificato il colonialismo e da cui ancora derivano le attuali legislazioni che riguardano le popolazioni indigene.

Seppure appare una teoria incredibile, per molta parte della storiografia laicista lo sterminio degli indiani d’America, le fiere nazioni indigene native delle pianure del Nord America, sarebbe stato causato da papa Niccolò V e dalla sua “dottrina della scoperta”. Prima gli inglesi, e successivamente gli statunitensi, hanno potuto conquistare l’America del Nord e ridurre in schiavitù i suoi originari abitanti perché autorizzati dal papa. La crudeltà del famoso generale Custer, le stragi di Sand Creek o di Wounded knee, tutto da addebitare alla responsabilità del Vaticano.

Non c’è limite alla follia laicista, se è rivolta verso la Chiesa Cattolica, ogni accusa, anche la più assurda ed improbabile viene tranquillamente propugnata e diffusa come se niente fosse.
Le bolle del XV secolo dei papa Niccolò V e Callisto III non presuppongono, né teorizzano alcuna “dottrina della scoperta”, ma devono essere analizzate contestualizzandole nel preciso momento storico in cui furono emanate. Innanzitutto in quegli anni, dal 1452 al 1456, nessuno ancora sapeva dell’esistenza del continente americano e in quelle bolle non si parla minimamente di nuove scoperte, ma vi viene conferita al re del Portogallo, Alfonso V, l'autorizzazione a conquistare e soggiogare le coste atlantiche dell'Africa Nord Occidentale, a quel tempo già ampiamente conosciute. Quindi non hanno nessun legame con l'espansione dei paesi europei in Nord America. 

Per capire i motivi di questi pronunciamenti pontifici è necessario, come al solito, contestualizzare i documenti e non sparare sentenze come fanno i laicisti. Il XV secolo era profondamente dominato dalla paura dell'irrefrenabile espansione della marea ottomana che nel 1453 espugnò persino Costantinopoli, in un'orrenda strage, ponendo fine al millenario impero bizantino ed abbattendo il culto cristiano nella famosa basilica di Santa Sofia che fu trasformata in una moschea. Tutto ciò provocò una fortissima impressione e sgomento in tutta la cristianità al punto che quando le armate ottomane si misero in marcia verso nord nel cuore dell'Europa, dove arrivarono fino a Vienna, e ad occidente lungo la costa africana del mediterraneo, arrivando fino ai confini del Marocco, sorse un allarme generale tra tutte le forze cristiane con il Papa come aggregante elemento centrale. Le bolle di Niccolò V e Callisto III devono essere inquadrate nell'ottica della difesa della cristianità, e questo anche nei territori africani. Certamente questi papi esagerarono nell'incoraggiare e ritenere necessaria la riduzione in schiavitù di chi non fosse cristiano, ma si trattò di un'enormità che restò un caso isolato. E’ assurdo ipotizzare l’ufficializzazione di una “dottrina” allo sfruttamento ed alla schiavitù, già precedentemente Papa Eugenio IV, con una bolla del 1434, la "Sicut Dudum", aveva preso le difese dei nativi delle isole Canarie, da poco scoperte dagli iberici, imponendo loro la liberazione degli schiavi pena la scomunica entro 15 giorni dalla conoscenza della lettera. Successivamente la Chiesa ha ribadito la condanna della schiavitù e propugnato l'abolizionismo in numerosi documenti papali nel 1434, 1462, 1537, 1591, 1639, 1741, 1839, 1888, 1890 e 1912. In particolare di quegli anni la lettera di Pio II, Rubicensem, del 1492, in cui il Papa ricorda al vescovo della Guinea portoghese che la schiavitù dei neri è un “magnum scelus”, cioè un grande crimine, oppure ancora la bolla “Sublimis deus” di papa Paolo III, del 1537, in cui viene affermato che non è lecito a nessuno privare della libertà e delle proprietà gli indiani e tutti gli altri popoli, anche se non appartenenti alla nostra religione. Le parole del papa sono chiare ed inequivocabili, per chi riduce in schiavitù e depreda c’è la scomunica: 

Prestando attenzione a che gli stessi Indiani, anche se sono al di fuori del grembo della Chiesa, non siano stati privati o non stiano per essere privati della loro libertà o del dominio sulle loro cose, poiché sono uomini e per questo capaci di fede e di salvezza, o a che non stiano per essere ridotti in schiavitù, [...] desiderando reprimere tanto infami misfatti di empi di tal fatta, [...] diamo mandato [...] affinché [...] sotto pena di scomunica come da sentenza pronunciata [...], con più grande severità tu impedisca che in nessun modo presumano di ridurre in qualsiasi modo in schiavitù gli Indiani di cui sopra, o di spogliarli dei loro beni

Ma la pseudostoriografia anticattolica non si arrende e molto spesso viene citata una bolla di papa Alessandro VI Borgia, la “Inter Caetere” del 1493, che avrebbe autorizzato la conquista e lo sfruttamento degli indigeni anche nel nuovo mondo. Niente di più falso, quella bolla non fece altro che organizzare l’espansione della Spagna e del Portogallo, ma non si trattò di un riconoscimento di autorità, venne concessa a quei regni la responsabilità di portare il messaggio di Cristo in territori che il papa di allora, secondo la mentalità dell’epoca, riteneva comunque essere dei feudi della Chiesa. Disposizioni che, tra l’altro, vennero superate dal trattato di Tordesillas del 1494 tra Spagna e Portogallo con il quale, senza alcuna autorizzazione della Chiesa, le due potenze si spartirono le rispettive sfere d’influenza. La prova che la Chiesa premesse affinché fosse primariamente portato rispetto per gli indigeni e per le loro proprietà è riscontrabile dal comportamento dei regnanti spagnoli. Ad esempio nel 1501 la regina Isabella detta una Istruzione al governatore delle Indie, Nicolas de Ovando, affinché sia rispettati i diritti degli indigeni dai soprusi spagnoli e che l’evangelizzazione di quei popoli sia condotta senza alcuna costrizione (J. Dumont “La regina diffamata” Sei, Torino 1992, p. 125), oppure l’incriminazione per tortura e strage che dovette affrontare il governatore di Cartagena in Colombia, Pedro de Heredia, da parte dell’imperatore di Spagna Carlo V. I vescovi dell’America spagnola si appellavano continuamente alle corti spagnoli per denunciare i casi di schiavitù fino ad ottenere, nel 1542, nuove leggi che la proibivano, tra cui il Còdigo Negro Espagnol che mitigava le condizioni degli schiavi negri africani importati in America. Tutto ciò provocava continui conflitti tra le autorità religiose e civili (R. Stark “La vittoria della ragione. Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza” Ed. Lindau Torino 2006, pgg. 299-230).

Niente di tutto ciò accadde nel Nord America dove la Chiesa Cattolica non esercitò alcun tipo d’influenza. Nel 1497 il re d’Inghilterra, Enrico VII, autonomamente e senza alcuna autorizzazione del papa, incaricò il navigatore italiano Giovanni Caboto di condurre una spedizione esplorativa del territorio nord americano che raggiunse il Canada. Il successore Enrico VIII, come è noto, rompe ogni legame con la Chiesa di Roma e fonda una sua personale Chiesa. Sua figlia Elisabetta I, quale capo della Chiesa del padre, cioè la Chiesa d’Inghilterra, si assunse ogni prerogativa in merito al possesso delle terre d’oltreoceano e diede inizio alla colonizzazione inglese del continente nord americano. Dal 1607 fino al 1732 il dominio inglese fu rappresentato dalle Tredici Colonie, quando queste si ribellarono all’Inghilterra e fondarono gli Stati Uniti d’America. I nuovi padroni, infine, condussero la sistematica penetrazione nel continente nord americano colonizzandolo tutto fino alle coste del Pacifico. Mentre laddove Spagnoli, Francesi e Portoghesi fondarono le loro colonie l’elemento indigeno, grazie all’influenza cattolica, si è conservato, nelle terre del Nord America le nazioni indiane sono state letteralmente spazzate via e vi ha imperversato la schiavitù. In quelle terre invece della fantomatica “dottrina della scoperta” vigeva il cosiddetto “Codice delle Barbados” la legge britannica del 1661 che legittimava la schiavitù in tutte le sue colonie e che equiparava giuridicamente lo schiavo al capo di bestiame. 

In conclusione penso di poter dire che questa iniziativa della petizione è una grossa "boutade", una sciocchezza inventata per gettare fango sulla Chiesa, una violenza alla storia e al buon senso, una patetica dimostrazione di becero anticattolicesimo. Siamo di fronte all’ennesima operazione di mistificazione della storia ad opera della storiografia laicista-illuminista e protestante che secondo il famoso storico francese Pierre Chaunu ha prodotto la leggenda dello sterminio degli indios da parte della Spagna cattolica per coprire l’orrenda vergogna del massacro americano dell’Ovest del XIX, l’inconfessabile crimine dell’America protestante. 


Bibliografia

J. Dumont “La regina diffamata” Sei, Torino 1992; 
Wood, Betty “The Origins of American Slavery: Freedom and Bondage in the English Colonies” New York: Hill and Wang, 1997;
R. Ivaldi “Storia del colonialismo”, Newton, Roma 1997;
R. Stark “La vittoria della ragione. Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza” Ed. Lindau Torino 2006.

mercoledì 20 aprile 2016

Paolo e il cristianesimo esoterico

Come abbiamo visto a proposito degli Ebioniti, la setta di pseudo cristiani giudaizzanti vissuta tra la fine del I ed il II secolo, la storiografia laicista immagina sempre complotti ed intrighi alla base della nascita della Chiesa cristiana e della dottrina cattolica. Tra questi c’è anche quello che sarebbe stato ordito contro il cristianesimo gnostico ritenuto espressione della vera ed originale fede espressa dai primi cristiani. La lotta accanita dei padri della chiesa condotta nel corso del II e III secolo contro l’eresia gnostica non sarebbe altro che l’opera di soppressione dell’originale fede cristiana e l’imposizione di un’istituzione gerarchica che avrebbe sviluppato la classe sociale dominante in Europa, cioè la burocrazia clericale, in poche parole la Chiesa Cattolica.

Secondo questa stravagante teoria il substrato prettamente gnostico della fede cristiana delle origini si ricaverebbe nientemeno che dall’insegnamento gnostico-esoterico riscontrabile nelle lettere paoline, quindi riconducibile ad un’epoca vicinissima all’origine stessa del Cristianesimo. Alcuni importanti studi e ricerche, come quelli riportati in “The Gnostic Paul: Gnostic Exegesis of the Pauline Letters”, Fortress Press, 1975, di Elaine Pagels, oppure in “L’eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo“ Mondadori Editore, Milano, 1996, di Marcello Craveri, avrebbero messo in luce il carattere tipicamente gnostico di alcune importanti lettere di Paolo di Tarso e dimostrerebbero come il Cristianesimo delle origini sia stato di stampo gnostico. Ad esempio nella prima lettera ai Colossesi (1,19) si parla di Dio come del Pleroma, cioè viene usato un termine tecnico degli gnostici. Paolo scrive che in Gesù Cristo dimora la “pienezza” cioè il “Pleroma”. Infatti, secondo la gnosi valentiniana, da Valentino, uno gnostico del II secolo, Gesù è chiamato il “fiore del Pleroma” in quanto ultimo Eone, cioè un essere celestiale, ad essere emanato dopo la caduta. Esso sarebbe stato emanato dalla totalità degli altri Eoni, quindi da tutto il Pleroma nella sua interezza. Ecco perché in lui risiederebbe il Pleroma. 

Come è noto gli gnostici ripudiano il modo materiale perché creazione malvagia del Demiurgo, cioè di un dio deteriore. Secondo la Pagels e Craveri questa impostazione deriverebbe dalla teologia di Paolo quando l’apostolo parla del Corpo Glorioso di Cristo dopo la risurrezione, facendo intendere che non sarà un corpo fisico, perché “la carne e il sangue non possono ereditare il Regno di Dio” (2 Cor 3, 7; 1 Cor 15, 50). L’apostolo delle genti indicando la distinzione fra un il “corpo animale” e il “Corpo Spirituale” (1 Cor 15, 44), avrebbe anticipato le tipiche cosmologie gnostiche. Infatti per indicare le potenze che ostacolano il cammino del cristiano verso la verità l'apostolo delle genti usava una terminologia tipica degli gnostici. Invece di utilizzare il termine ebraico “Satana” preferiva parlare di “arconti” proprio come uno gnostico: “Nessuno dei dominatori (Arconti) di questo mondo ha potuto conoscere la nostra Sapienza: se l’avessero conosciuta non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (1 Cor 2, 8). 

Distrutto dal “complotto” dei padri apologisti questo “antico” ed “autentico” cristianesimo gnostico avrebbe trovato, secondo questi autori, un’affermazione nella teologia di alcune sette pseudo cristiane come quella degli Elcasaiti e, specialmente, nel manicheismo. Alcuni testi gnostici come il Codex Manichaicus Coloniensis o la cosiddetta Apocalisse gnostica di Paolo, ritrovata a Nag Hammadi, in Egitto, testimonierebbero una antica tradizione che dipenderebbe dall’insegnamento esoterico di Paolo e, quindi, dalla primitiva comunità cristiana.

Indubbiamente sarebbe assurdo non ammettere l’influsso del pensiero paolino sul futuro gnosticismo, ma da questo affermare che il vero cristianesimo sia stato quello gnostico e che Paolo di Tarso fu lui stesso un proto-gnostico sarebbe un’assurdità ancora maggiore. Lo gnosticismo eterodosso del II secolo nasce da un sincretismo tra Cristianesimo, Giudaismo, filosofia greca, culti misterici e credenze iraniche. Le prime elaborazioni sistematiche compaiono solo a partire dagli inizi del II secolo, ma i prodromi sono da ricercarsi nella visione del mondo e dell'uomo nata in ambiente ellenistico e che trova nel Cristianesimo nascente il referente religioso. Tutto ciò influirà sulle terminologie usate dall'apostolo Paolo e dall'evangelista Giovanni da cui lo gnosticismo cristiano trarrà i suoi rilevanti punti di riferimento teorici fino ad arrivare a sviluppare una sua teologia che finì per discostarsi ampiamente dal dato scritturale. L’eresia gnostica sosteneva che il cosmo fosse pervaso dal dualismo materia-spirito, due elementi che non traevano origine da un Dio unico, ma da due dei. Un dio del male e della materia e un altro dio, del bene e dello spirito. La conoscenza di questa, presunta, duplice realtà portava gli gnostici a credere che la materia fosse malvagia e lo spirito buono, rifiutando così l’incarnazione di Cristo. 

Questa impostazione è totalmente assente nella teologia paolina. A Colossi, città della Frigia, Paolo deve confrontarsi con alcune “filosofie” che pretendendo di basarsi su una conoscenza misteriosa, bagaglio di pochi iniziati, ed insegnavano un’insufficienza di Gesù Cristo per ottenere la salvezza. Costoro speculavano su cose che nessuno sapeva, fornendo immagini fantasiose del mondo angelico e anche di quello umano e ponevano le gerarchie celesti in posizione di preminenza rispetto al ruolo assoluto di Cristo. Ciò accadeva perché gli angeli erano ritenuti mediatori tra Dio e l’uomo. A tal proposito tornano molto chiare le parole di Paolo: “Nessuno vi derubi a suo piacere del vostro premio, con un pretesto di umiltà e di culto degli angeli, affidandosi alle proprie visioni, gonfio di vanità nella sua mente carnale” (Col 2, 18). All’inizio della lettera ai Colossesi, Paolo pone un inno dove annuncia che Cristo è l’immagine di Dio invisibile volendo contrapporre a quei falsi dottori che si erano subdolamente infiltrati nella chiesa di Colossi e che pretendevano di avvicinar Dio all'uomo per via di “emanazioni” o di elevarlo a Dio per mezzo della speculazione filosofica, la persona stessa del Cristo, carnale e tangibile. Paolo smentisce qualsiasi valenza salvifica di un sapere o conoscenza particolare, che l’apostolo chiama “filosofia” (Col 2, 8), fondato su una “tradizione degli uomini” e su un “intellettualismo etico”. Se il Vangelo, per effetto dell’influenza dei tanti culti misterici ellenisti, del platonismo, degli orientamenti razionalistici, si riducesse ad una dottrina esoterica valida solo per alcuni, solo per i "forti" perché "più illuminati", tutti gli altri, i "deboli" e i "miserabili", prigionieri della loro debolezza carnale, rimarrebbero esclusi e ciò è assolutamente incompatibile con l’universalità della salvezza proclamata da Paolo (1 Tm 2, 4). 

Alla luce di questa impostazione quando Paolo in Col 2, 9 afferma che in Cristo “abita corporalmente la pienezza della divinità”, cioè il “Pleroma”, non usa un concetto che sarà proprio dello gnosticismo, ma intende affermare che solo nel Cristo incarnato (“corporalmente”) risiede la pienezza di Dio, la quale, quindi, non è propria degli angeli, dei Troni o Dominazioni (Arconti) e tanto meno degli eoni del futuro gnosticismo. Ma c’è di più: sorprendentemente questa “pienezza” può essere, in un certo modo, partecipata dalle creature, cioè dagli uomini carnali ("in lui siete stati riempiti", Col 2, 10).

Prima della sua diffusione verso i gentili il cristianesimo era una faccenda prettamente ebraica e il confronto si basava sul dato storico della vita, morte e resurrezione di Gesù. Cosicché il nucleo essenziale del kerygma, cioè l’annuncio della salvezza primitivo degli Apostoli e dei loro collaboratori, ma anche della predicazione di Paolo è la risurrezione corporea di Gesù Cristo. L’ambiente ellenistico è restio ad accogliere questa verità di fede, la resurrezione fisica di un uomo dalla morte non viene creduta. Si sviluppa, quindi, un esagerato ascetismo in cui pian piano la materia diviene il male assoluto a cominciare dal corpo fisico. Ma Paolo polemizza contro questa impostazione salvaguardando proprio la dignità del corpo: è il corpo crocifisso di Cristo che salva gli uomini, in quel corpo abita tutta la divinità nella totalità delle sue perfezioni (Col. 2,9 ), è il tempio dello Spirito Santo (1 Cor. 6, 12), è un corpo destinato ad essere rivivificato all'atto della resurrezione dei morti. Paolo oppone la dignità del corpo a qualsiasi filosofia religiosa di orientamento dualistico, non solo in relazione all'umanità di Cristo, ma fino a fare dello stesso corpo l'immagine della Chiesa, tema esposto nelle due cosiddette “lettere della prigionia” (Col.1, 18-24; 2,19; Ef.1, 22-23; 4,4; 13, 15-16; 5,23-30).

Anche, e forse maggiormente, Paolo deve scontrarsi con la “filosofia” proto-gnostica nella città di Corinto, posta al centro della grecità, fondamentale punto di passaggio di uomini e culture. Ai Corinti è congeniale solo la resurrezione mistica, frutto all'attività dello Spirito, che produce in loro una nuova consapevolezza di vita e di fede. Ma alcuni esagerano fino a negare la resurrezione corporea dei morti. Altri, ancora, la intendono solo in senso allegorico e figurato. Paolo interviene ribadendo il fondamento biblico e storico della resurrezione di Cristo ricordando le apparizioni del risorto (1 Cor 15, 5-8). Per Paolo l’importante è stare molto attenti a non “svuotare” la Croce di Cristo (1 Cor 1, 17), cioè dimenticare la reale importanza delle sofferenze patite sulla croce e la morte corporea del Redentore. Gesù è realmente uomo e Dio allo stesso tempo. Non è uno spirito puro, una specie di angelo, che si è unito ad un corpo, ma un vero uomo che, attraverso la carne, ha realizzato la Salvezza, riscattando il genere umano dal peccato e dal potere di maledizione della Legge.

Quando in 1 Cor 15, 44 Paolo distingue il corpo “animale” da quello “spirituale” non intende affatto rifarsi ad una terminologia o filosofia gnostica, ma propone una visione che deriva dalla tradizione biblica. Il corpo “animale” è reso con la parola “psiché” (in ebraico “nefesh”) che indica il principio vitale che anima, al pari degli animali, il corpo umano. Rappresenta, quindi, la sua vita (Rm 16, 4; Fil 2, 30; 1 Tes 2, 8), la sua anima vivente (2 Cor 1, 23). Questo corpo, per Paolo, non è diviso tra sòma, psiché e pnéuma come per i platonici, ma è un’unica identità che deve trasformarsi affinché ritrovi la sua vita divina persa con il peccato di Adamo e ritrovata con il dono dello Spirito (Rm 5, 5). Mentre per la filosofia greca la sopravvivenza immortale è solo per l’anima superiore, cioè l’intelletto, il "nous", che si libera dal corpo alla morte di esso, Paolo concepisce l’immortalità come una restaurazione integrale dell’uomo, cioè la risurrezione del corpo mediante lo Spirito. Questo principio divino, che l’uomo aveva perso in seguito al peccato (Gn 6, 3), gli viene restituito dall’unione con Cristo resuscitato (Rm 1, 4; 8, 11). 

E’ il “nous” greco, l’intelligenza divina che organizza il mondo, la sapienza eletta, la conoscenza che, secondo i dualisti sarebbe stata trasmessa da Gesù ai suoi Apostoli e da questi ultimi ai loro iniziati. In Paolo niente di tutto questo: il termine “gnosis”, cioè “conoscenza”, che usa l’apostolo delle genti nelle sue lettere, ha un significato tipicamente semitico ed indica una “unione”, un "incontro", che coinvolge tutto l'individuo predisponendolo all'azione nella storia e nella Chiesa. Per Paolo la salvezza non viene dall’intelligenza, il “nous”, o da una illuminazione, ma unicamente da Cristo, dal suo corpo morto e risorto. Il corpo, quindi, non è disprezzato, ma fonte della Salvezza, anzi è la Chiesa stessa ad essere chiamata a costituire il Corpo di Cristo: “Nessuno ha mai odiato la propria carne; al contrario la nutre e se ne prende cura come anche Cristo (fa per) la Chiesa, poiché siamo membra del suo Corpo" (Ef. 5, 29-30).

Contrariamente alle fandonie di certa storiografia sensazionalistica, lo gnosticismo docetista non fu affatto la prima forma di cristianesimo, ma un pericolo mortale capace di stravolgere la fede dei semplici e confondere le menti dei dotti con racconti fantastici e mitici su Gesù Cristo senza avere alcun riscontro con gli scritti neotestamentari ispirati dalla testimonianza apostolica. E’ proprio grazie all’operato di Paolo e alla fede incrollabile di figure come Ireneo di Lione, Clemente Alessandrino, Ippolito di Roma e di tanti altri ancora che quel “cancro” fu estirpato e possediamo ancora l’originale testimonianza apostolica. 



Bibliografia

E. Pagels “The Gnostic Paul: Gnostic Exegesis of the Pauline Letters”, Fortress Press, 1975; 
M. Craveri “L’eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo“ Mondadori Editore, Milano, 1996;
L. Moraldi “Le Apocalissi Gnostiche” Adelphi, Milano 1987;
G. Ravasi, "Lettere agli Efesini e ai Colossesi", EDB, Bologna 1994
S. Cipriani, "Le Lettere di S. Paolo", Cittadella Editrice, 2008.

martedì 12 aprile 2016

Il diritto ad uccidere dei laicisti

Si fa sempre più pressante l'ingerenza della dittatura laicista europea contro i paesi membri che non si allineano alle sue logiche eugenetiche. Il Comitato europeo dei diritti sociali, un organismo del Consiglio d'Europa, ha condannato l'Italia perché sarebbe stato violato il diritto alla salute delle donne che vogliono abortire. Secondo questa sentenza in Italia le donne incontrerebbero notevoli difficoltà nell'accesso ai servizi d'interruzione di gravidanza e ciò sarebbe dovuto, in sostanza, per l'alto numero di medici obiettori di coscienza. Questo pronunciamento della Corte di Strasburgo è stato provocato da un ricorso presentato nel 2013 dal sindacato Cgil secondo il quale in Italia non sarebbe garantito il diritto all'aborto così come regolato dalla legge 194/78 sull'interruzione di gravidanza. Secondo il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, invece, ci sono stati solo alcuni problemi di criticità dovuti alla disorganizzazione di alcune aziende pubbliche, ma in sostanza il diritto alla salute delle donne non sarebbe stato violato.    

E' ben strano che la Corte Europea si permetta di bacchettare l'Italia perché, in pratica, non concederebbe la libertà assoluta di accedere all'aborto così come avviene, ad esempio, in Francia. Ogni paese, infatti, in materia di rispetto dei diritti umani, come a quello della salute, ha il diritto/dovere di disciplinarlo. E' bene ricordare, infatti, che non esiste un "diritto all'aborto", ma esclusivamente un diritto alla salute, quindi alla vita. Anche la legge italiana, infatti, non prevede alcun diritto all'aborto, ma regola la drammatica contrapposizione tra la prosecuzione della gravidanza e la tutela della madre. La donna, quindi, dev'essere guidata, sostenuta ed aiutata verso una scelta di vita, non di morte. Tra le cosiddette "difficoltà" non può, come spesso avviene, essere compresa la piena e coscienziosa applicazione della legge 194 che impone il riconoscimento di motivi gravi e comprovati per procedere all'interruzione di gravidanza.

Totalmente assurda è, poi, la polemica sull'alto numero dei medici obiettori. Sotto il falso problema della scarsa organizzazione le forze laiciste mirano palesemente a comprimere il diritto all'obiezione di coscienza fino a farlo decadere. Il laicismo mira a trasformare ogni sua pretesa in un diritto fino ad arrivare a considerare tale anche quello di poter sopprimere una vita. Tutto ciò è assolutamente inconcepibile per chi ha ancora il senno di riconoscere il valore assoluto della vita umana e tanto più per i medici la cui missione è quella di salvare vite umane, non di sopprimerle. Basterebbe solo che si ricordassero del giuramento d'Ippocrate che hanno sottoscritto una volta laureati.   

Ogni bambino, sano o malato che sia, ha una sua dignità, è una vita umana fin dal concepimento ed è dovere di tutti curarlo e proteggerlo. 


venerdì 8 aprile 2016

Parte VII - I fratelli di Gesù

Diffusissima è la convinzione che Gesù abbia avuto dei fratelli o dei fratellastri, cioè i figli di un precedente matrimonio di Giuseppe. Avendo avuto, in passato, diversi confronti d’opinione con esponenti della setta dei Testimoni di Geova e della Chiesa Cristiana Evangelista, conosco bene quanto sia radicata tale convinzione in ambienti religiosi non cattolici. Le storie di L. Gardner non sono, quindi, una novità. A pag. 40 del suo “La linea di sangue del santo Graal”, l’autore afferma che verginità fisica attribuita a Maria dalla Chiesa Cattolica non è credibile in quanto ella ebbe altri figli. Ciò sarebbe confermato proprio dai vangeli, ad esempio nel vangelo di Matteo si legge: “Non è costui il figliolo del falegname? Sua madre non si chiama ella Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, e Iose, e Simone, e Giuda?” (Mt 13, 55). Secondo L. Gardner questo passo del vangelo di Matteo dimostra senza ombra di dubbio che Gesù aveva una normale famiglia con genitori e fratelli. Inoltre, sempre nei vangeli, Gesù viene citato come il “primogenito” di Maria (Lc 2, 7 e Mt 1, 25). Addirittura in Mt 13, 56 e Mc 6, 3 si fa riferimento anche a delle sorelle di Gesù. Questa convinzione che Gesù avesse dei fratelli si è talmente diffusa che è divenuta un vero e proprio cavallo di battaglia di anticattolici da strapazzo, alla Odifreddi per intenderci, ma anche di storici di professione come Mauro Pesce che manifesta queste sue certezze nel divulgativo e fortunato libro “Inchiesta su Gesù” scritto assieme al giornalista ateo Corrado Augias. In realtà al contrario di tali sicurezze la questione è molto dibattuta. 

Esistono diverse interpretazioni di tale questione, ma alla fine possono essere tutte ricondotte a tre ipotesi. La prima, prevalente presso le Chiese cristiane orientali, considera questi “fratelli” di Gesù come dei fratellastri, cioè dei figli che Giuseppe avrebbe avuto da un precedente matrimonio. Questa convinzione deriva, molto probabilmente, da un versetto del Protovangelo di Giacomo, un testo apocrifo del II secolo d.C., dove vengono messe in bocca a Giuseppe, al momento del matrimonio con Maria, le seguenti parole: "Ho figli e sono vecchio, mentre lei è una ragazza!" (Protovangelo di Giacomo 9,2). Per le Chiese Protestanti, invece, i vangeli farebbero riferimento a figli più giovani avuti da Giuseppe e Maria. In realtà, e siamo alla terza ipotesi, quella cattolica, la lettura più attenta e studiata dei vangeli e di tutta la Scrittura ci presenta un Gesù figlio unico. Tutti e quattro i vangeli canonici, gli Atti degli apostoli e alcune lettere paoline accennano a “fratelli” e, più vagamente, a “sorelle” di Gesù. Presso le prime comunità cristiane questi riferimenti non suscitavano alcun problema, né discussione, infatti in ambiente semita i termini “fratelli” e “sorelle” possono indicare anche i parenti e, in generale, i membri di un clan. Nel 160 d.C. un autore cristiano di origine palestinese, un certo Egesippo, afferma di conoscere alcuni discendenti della famiglia di Gesù. Nelle sue Memorie racconta che alcuni “fratelli” di Gesù erano in realtà dei cugini che furono processati dai Romani sotto l’imperatore Domiziano. Questa tesi fu adottata anche dal famoso traduttore latino della Bibbia, S. Girolamo, che, in una sua opera, “De perpetua virginitate”, scritta contro un certo Elvidio, considerò i “fratelli” e le “sorelle” di Gesù come dei suoi cugini, cioè gli appartenenti al clan familiare di Maria. Anche l’esegesi storico-critica moderna ha ribadito che dietro il termine greco del Nuovo Testamento per fratello, “adelfòs”, c’è l’aramaico “aha” e l’ebraico “ah” e questi termini possono significare sia il fratello, sia il cugino, sia il nipote, sia l’alleato, ma anche il membro della stessa tribù, il discepolo, ed anche il “prossimo” in generale, sempre che appartenente alla stessa città o nazione. Nell’ebraico moderno, ancora oggi, non esiste un termine per distinguere il fratello dal cugino e quindi gli israeliani devono ricorrere ad espressioni del tipo: “figlio della stessa madre” (o dello stesso padre) (V. Messori “Ipotesi su Maria”, Ares Milano 2005). Nell’Antico Testamento sono innumerevoli i casi in cui la parola fratello, in ebraico “ah”, è usata per indicare le parentele o i legami più svariati. Nella Genesi Abramo chiama il nipote Lot “fratello” (Gn 13, 8) e così anche Labano fa col nipote Giacobbe (Gn 29, 15). Anche Paolo usa spessissimo il termine “fratello” per indicare una comunanza spirituale o un legame che non è quello carnale e familiare. Il noto biblista Gianfranco Ravasi considera l’espressione “fratelli del Signore” che troviamo in Atti 1, 14, oppure in 1 Corinzi 9, 5, come la designazione di un gruppo ben definito, ossia i cristiani di origine giudaica legati al clan nazaretano di Cristo (sarebbe la setta nominata da Paolo in Atti 24, 14 e che Gesù stesso, in Gv 20, 17, avverte della sua risurrezione mandando loro Maria di Magdala). Essi costituirono una specie di comunità a se stante. Nel brano di Mc 3, 32-33, “Tutto intorno era seduta la folla e gli dissero: ”Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”, Gesù pare ridimensionare i loro privilegi e ridurli all’orizzonte della fedeltà alla Parola di Dio. Non sono mai chiamati “figli di Maria”, è una designazione riservata solo a Gesù. In questa luce, più che una designazione “genealogica”, la frase “fratelli e sorelle di Gesù” mirerebbe ad indicare un gruppo di persone legate a Gesù (G. Ravasi “Gesù e i suoi fratelli” da Avvenire, Agorà, 24/11/2002). 

Altro esempio di moderna esegesi del testo neotestamentario, che ho tratto dall'illuminante libro di Vittorio Messori “Ipotesi su Maria” e che può fare ulteriore chiarezza sull’uso del termine “fratello”, è quello riguardante l’analisi dell’episodio delle nozze di Cana (Gv 2, 1). All’inizio del passo non vengono citati “fratelli” di Gesù, questi, però, compaiono alla fine dell’episodio (Gv 2, 12): “Dopo questo fatto, discese a Cafàrnao insieme con sua madre, i fratelli e [in greco: kai] i suoi discepoli….”. Un noto biblista, Josè Miguel Garcia, esperto di testi in aramaico, fa notare che la particella greca “kai” traduce l’aramaico “waw” che significa, in questo caso, “cioè”, “ossia”. Infatti nei vangeli ricorre spesso il termine “kai” con tale significato. Ad esempio in Lc 22, 26 troviamo: “I sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e [kai] tutto il Sinedrio…”, se kai non traducesse la parola “cioè”, “ossia”, la frase non avrebbe senso visto che quelle tre categorie rappresentavano già “tutto il Sinedrio”. Infatti nell’originale aramaico troviamo anche qui il termine “waw” e, quindi, la frase va letta: “... cioè tutto il Sinedrio”. Si tratta di una precisazione dell’evangelista che vuole indicare anche i componenti dell’illustre consesso. Per analogia, tornando all’episodio delle nozze di Cana, se Gesù è accompagnato da sua madre e i discepoli, come mai ritorna a Cafàrnao con la madre, i fratelli e (kai) i suoi discepoli? Per congruenza narrativa tra l’inizio e la fine del racconto il testo andrebbe letto: “con sua madre e i suoi fratelli, cioè i suoi discepoli”. Se fossero stati veri fratelli di Gesù, allora sarebbe stato più logico un ritorno a Nazareth, loro città natale, invece si dirigono a Cafàrnao, il luogo scelto da Gesù per il suo operato in Galilea, quindi questi “fratelli” sono in realtà i suoi discepoli. Alla luce di tutto ciò i passi dei vangeli richiamati da L.Gardner non dimostrano che Gesù avesse dei fratelli e delle sorelle, bensì dei cugini. In Mt 13, 55-56 i “fratelli” di Gesù, Giacomo e Giuseppe, cioè Iose, sono in realtà i figli di una Maria discepola di Gesù che ritroviamo in Mt 27, 55-56: "C’erano anche la molte donne che stavano ad osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe e la madre dei figli di Zebedèo" e in Mc 15, 40-41: "C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salome (probabilmente la madre dei figli di Zebedèo che troviamo in Matteo, n.d.r.), che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme". Questa stessa donna, poco dopo, è designata in modo significativo come “l’altra Maria” in Mt 28,1. Per Simone e Giuda, la parentela veniva dal loro padre Cleofa, fratello di Giuseppe (come ci informa Egesippo, uno scrittore giudeo-cristiano del II secolo d.C) e come questi discendente di Davide, il nome della loro madre, invece, non è noto. L’espressione che ritroviamo in questo passo “…non è costui il figlio del falegname?” in Mc 6, 3 diviene: “…non è costui il carpentiere?”, evidentemente Mc fa più attenzione alla nascita verginale di Gesù. In realtà, nei vangeli, molto raramente Gesù è chiamato il figlio di Giuseppe, ma solo il figlio di Maria e i cosiddetti “fratelli” e “sorelle” non sono mai chiamati i figli di Maria, ma sempre e solo i “fratelli” di Gesù. In ambiente semita, ed ebraico in particolare, il figlio non è mai chiamato con il nome della madre, a meno che il padre non sia morto o che la vedova non abbia altra prole. Dunque l’appellativo “Il figlio di Maria”, sempre riservato a Gesù, indica chiaramente il suo status di figlio unico. Anche i passi di Lc 2, 7 e Mt 1, 25, dove Gesù è detto “il primogenito di Maria” non dimostrano che Gesù avesse avuto dei fratelli. In realtà il termine “primogenito” per gli ebrei ha un valore giuridico importante in quanto designa i diritti biblici connessi alla primogenitura. Infatti nella Bibbia questo termine non indica l’origine cronologica di una nascita, ma piuttosto la preminenza, la superiorità. Ad esempio, è famoso l’episodio della Genesi in cui Esaù vende la sua “Primogenitura” a Giacobbe per un piatto di lenticchie; in Dt 7, 6-8, Israele è chiamato “figlio primogenito” da Jahvè non perché creato prima degli altri popoli, ma per la sua elezione ad essere il “popolo eletto”. Allo stesso modo Davide, benché il più piccolo tra i figli di Jesse, in 1 Sam 16, 10-13, è costituito primogenito perché il più grande tra i re della terra. Così Gesù è detto Primogenito perché superiore a tutti, Egli è: “L’Alfa e l’Omega, il Primo e L’Ultimo, il Principio e Fine” (Ap 22, 13). Anche dal punto di vista archeologico abbiamo numerose conferme sull’importanza del titolo di “Primogenito”. Sono stati ritrovati, infatti, papiri scritti in aramaico del I secolo d.C. e lapidi dove vengono ricordate le morti di madri mentre partorivano i loro figli “primogeniti”, precisazione evidentemente inutile se non indicasse un vero e proprio “titolo”. Se Gesù fosse stato davvero il primo di tanti fratelli, allora gli episodi di Mc 3, 21 e Gv 7, 5, in cui Gesù viene da loro rimproverato, descrivono situazioni assolutamente improbabili. Troviamo scritto, infatti, nella Genesi: "Sii padrone dei tuoi fratelli, si inchinino davanti a te i figli tua madre", quindi questi “fratelli”, per potersi permettere di criticare Gesù, devono essere per forza più anziani di Lui e allora non possono essere figli di Maria. 

Per concludere vorrei citare un ultimo episodio dei vangeli, molto toccante, che conserva il suo senso e la sua dolcezza solo nella visione cattolica dello status anagrafico di Gesù: "Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e li accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Gv 19, 25-27). Se Maria avesse avuto altri figli, come è possibile che Gesù morente l’affidi ad un suo discepolo, quello che amava più di tutti, l’unico presente sotto la croce? Tutto ciò si spiega solo con il fatto che Gesù era figlio unico e quindi la stava lasciando veramente da sola.