Una delle accuse più ricorrenti che vengono rivolte alla Chiesa Cattolica è quella di aver fatto molte volte ricorso, lungo la sua millenaria storia, alla violenza. Tra gli esempi più eclatanti ci sono senza dubbio l’operato dell’inquisizione, la chiamata alla guerra santa, le crociate e così via. Come possono conciliarsi tali comportamenti con lo spirito "pacifico" del vangelo? Nelle loro argomentazioni i laicisti tornano spesso ad invocare la presunta incompatibilità tra il precetto evangelico del perdono e della tolleranza con le azioni violente messe in atto dalla Chiesa per contrastare il diffondersi delle eresie e, in genere, per gestire le relazioni con i “dissidenti” e “avversari”. A loro modo di vedere la Chiesa, in un confronto con l’operato dei regimi ateistici ed, in genere, con le violenze perpetrate dai sistemi laicisti, avrebbe una colpa maggiore perché sarebbe stata in aperta e grave contraddizione con quel messaggio evangelico che si è sempre vantata di rappresentare.
Per rispondere ad una tale accusa penso sia importante, innanzitutto, fissare un concetto basilare. Tutti conosciamo il famoso dettato evangelico del “porgere l’altra guancia” (Mt 5, 39), ma pochi, nel mondo laicista, conoscono il giusto senso di quelle parole. Gesù non ha mai insegnato ai suoi discepoli, e, quindi, alla Chiesa, di subire passivamente la violenza, ma di superare l’antica legge del taglione opponendo alla vendetta il perdono. Ciò non significa che non sia lecito difendersi e che occorra avallare l’ingiustizia. L’adesione allo spirito del Vangelo non sopprime in noi il diritto alla legittima difesa e nel prossimo il diritto ad essere da noi amato, protetto e difeso contro tutte le minacce del male. E, ciò, a maggior ragione, vale anche per lo Stato che deve tutelare la vita, l’onore, i beni, la libertà dei cittadini contro ogni ingiusto aggressore, ricorrendo, se necessario, anche alla forza. In ciò la dottrina di San Paolo esclude ogni dubbio: “I governanti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l’autorità? Fa il bene [...] Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male” (Rm 3, 4). La mansuetudine evangelica non va confusa con la passività e l'arrendevolezza a coloro che vogliono il male del prossimo.
La Chiesa non è solo un’entità spirituale, ma anche una società materiale in cui ogni cristiano trova la sua casa, la sua identità. Tra le sue principali preoccupazioni determinante è la difesa della purezza del messaggio affidatole e la resistenza contro i fermenti dissolutivi che la minacciano, come succede per ogni società, e questo richiede un certo numero di mezzi di controllo. La Chiesa deve offrire ai propri membri, che non sono tutti eroi o scienziati, l’ambiente ideale dove possano fiorire la loro fede e la loro vita cristiana. Perciò, quando alcuni pretendono di chiamarsi cristiani minacciando l’accordo ecclesiale, essa può e deve togliere loro i mezzi per nuocere. Non è, quindi, giusto accusare la Chiesa di repressione ed intolleranza quando si è adoperata per censurare ed ostacolare le minacce portate dalle eresie e per contrastare gli attacchi delle forze ostili, quando ad essere stato messo in pericolo dall’eresia, come ad esempio quella dei catari che fece nascere l’Inquisizione, o dalle forze armate dell’Islam, non è soltanto una ideologia, ma il cemento stesso della società, la scala di valori che regola da secoli i rapporti all’interno della comunità civile, lo stile di vita forgiato dall’esempio dei santi, che ha modellato, a sua volta, la vita quotidiana, gli scambi economici e i modi di pensare. Ora, se questi valori, in epoche in cui si trovavano condivisi dalla quasi totalità della popolazione, lasciarli saccheggiare significa portare la società all’anarchia o alla distruzione e i fedeli all’abbandono. Si capisce, perciò, che i governanti della società teocratica, solidali con i responsabili della Chiesa, abbiano ritenuto loro dovere conservare la coesione della società attorno a quei valori punendo gli eretici dichiarati, come avrebbero fatto nel caso di incendiari o falsari, e difendendola dagli attacchi degli invasori esterni.
Tutto ciò rende il confronto con gli orrori dei regimi laicisti assolutamente improponibile, sia per l’enorme sproporzione tra le dimensioni dei due fenomeni, basta solo pensare all’incredibile differenza tra i numeri delle vittime, ma soprattutto perché le dittature e le rivoluzioni laiciste miravano a distruggere un sistema di valori per imporne un altro, non unanimemente condiviso, attuando l’intento con azioni invasive e prevaricatrici particolarmente violente e repressive. Non si trattò mai di un’azione di legittima difesa, ma di una vera e propria azione di sopraffazione messa in atto, il più delle volte, da un limitato gruppo di pressione nei confronti della maggioranza. Inoltre i contrasti che videro protagonista la Chiesa non ebbero mai i caratteri di ostinatezza che si riscontrano nei conflitti ideologici del XX secolo. Essi rimanevano limitati nel tempo e nello spazio e si esaurivano subito dopo la fiammata che si era accesa in seguito ad una crisi particolarmente grave avvenuta in un punto della cristianità. I papi, quando anch’essi stessi avevano intrapreso la repressione cercarono sempre di moderare la procedura e di evitare che si scadesse in un volgare regolamento di conti. E’ curioso scoprire che nessun santo e condannati di quei tempi sollevò obiezioni contro la pratica dell’Inquisizione, anche se, per conto suo, usava metodi ben diversi dalla forza. Forse oggi la nostra sensibilità ne è scandalizzata solo perché abbiamo perso la consapevolezza della posta allora in gioco.
La Chiesa, in quanto società spirituale, non possiede l’uso della forza armata: sarebbe in contraddizione col proprio scopo. Le sole armi di cui dispone sono la scomunica e la censura: essa, ad esempio, può rifiutare il riconoscimento ad un libro o a una dottrina nei quali non riesce a trovare la propria fede; può escludere dalle proprie riunioni quell’individuo che si è posto in contrasto per motivi ideologici o disciplinari e che quindi si è, nel senso autentico della parola, scomunicato (1 Cor 5). Non potendo, quindi, impedire fisicamente, in modo coercitivo, l’attività sovvertitrice dell’ordine sociale, la Chiesa ricorse spesso al braccio secolare, all’autorità statale e, purtroppo, questo determinò soventemente il perpetrarsi di molti abusi (basta pensare alle persecuzioni dei valdesi, ecc.). Certamente è sempre pericoloso scatenare la violenza, anche in nome di una giusta causa. Gli eccessi della repressione provocano l’aumento della resistenza e la coercizione non è mai altro che un ripiego. Le grandi armi del cristianesimo rimangono gli incentivi alla santità, la persuasione, la carità eroica. Il ricorso troppo facile alla repressione rivela, il più delle volte, la perdita di un autentico slancio spirituale.
Bibliografia
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