mercoledì 17 ottobre 2012

I cristiani e la coerenza


Una delle tante accuse che il laicismo rivolge contro i cristiani è quella di non avere convinzioni politiche personali, di essere dei “succubi del Vaticano”, organizzazione “malefica” che tutto controlla e manovra. 

Ovviamente tale accusa nasce solo dall’ignoranza e dall’abitudine alla prevaricazione ed alla menzogna del laicismo, ma è pur vero che per molti cristiani esiste la questione, mai completamente risolta, riguardante la liceità di sostenere schieramenti politici palesemente contrari al proprio credo. E' opportuno, da parte di un cristiano, far valere il suo punto di vista sempre e comunque, specialmente nel segreto dell'urna elettorale? Non sarebbe più giusto lasciare ad ognuno la possibilità di agire come crede? Voler imporre il proprio punto di vista non è una violenza a chi non crede in Dio? 

Devo dire che tra noi cristiani, questo modo di pensare è abbastanza diffuso. Mi è capitato spesso durante le riunioni della catechesi di palazzo o al catechismo per la Cresima degli adulti, accorgermi di come la fede sia considerata innanzitutto una questione "personale", un rapporto privato che ognuno di noi ha con Dio. La Chiesa e i cristiani hanno un loro modo di vedere le cose e non è giusto che lo propagandino a chi non interessa, interferendo così nella vita sociale ed attirandosi antipatie ed ostilità. 

Può essere condivisibile questa presa di posizione? Quando mi trovo di fronte a queste considerazioni mi vengono in mente le parole di Gesù nel Vangelo "... se hanno odiato me, odieranno anche voi..." e mi chiedo, perché hanno odiato Gesù? Certo non credo perché se ne stava a casa a fare il falegname! Con il suo ministero Gesù ha inciso profondamente nella società ebraica che lo circondava. Ha denunciato i suoi errori, le sue ipocrisie e ha posto i suoi insegnamenti come punto di riferimento per tutti coloro che erano alla ricerca della Verità. Ma non solo questo! Gesù ci invita a mettere in pratica questi insegnamenti, a diffonderli, a renderli pubblici (Mt 10, 27). Quindi un cristiano che sta in "buoni rapporti" con tutti ha qualcosa che non va, purtroppo occorre essere anche "odiati", Gesù ce lo ha detto chiaramente "...non pensate che sia venuto a portare la pace..." (Lc 2, 34). 

I cristiani hanno una missione da compiere: quella di essere sale, lanterna e lievito così da incidere nella società in cui vivono ed edificare il Regno di Dio, una realtà operante già da questa vita terrena (Lc 17, 20-21). Questo non significa prevaricazione e disprezzo delle idee degli altri, ma costituire un esempio, la presenza di Cristo nella società. 

I cristiani se sono convinti di questo, e si sentono coinvolti in questa missione, devono necessariamente manifestare questo credo in ogni momento della loro vita e quindi anche nelle loro scelte politiche, consci di operare per il bene collettivo.

martedì 9 ottobre 2012

Babilonia o Roma?


Come è noto gli avversari del primato petrino e del ruolo primaziale della Chiesa di Roma, tra cui spicca con la sua insistenza la setta dei Testimoni di Geova, sono alla continua ricerca di cavilli e pretesti per demolirne la discendenza apostolica. 

Tra gli argomenti che portano a supporto delle loro tesi, in risposta al papa che si proclama successore di Pietro, c’è la negazione della venuta ed attività a Roma del principe degli apostoli. Secondo loro Pietro non andò mai a Roma, bensì a Babilonia, l’antica città mesopotamica, dove nel I secolo d.C. sarebbe esistita addirittura una comunità cristiana. Questa idea nasce dall’ormai abusato versetto della prima lettera di Pietro che recita: “Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia” (1 Pt 5, 13) 

Per poter affermare che la prima lettera di Pietro si riferisca effettivamente alla città mesopotamica, i protestanti ed i Testimoni di Geova devono dimostrare che al tempo in cui fu attivo Pietro la città di Babilonia fosse un attivo centro cittadino con una comunità cristiana già formata. A tal fine viene comunemente citata l’enciclopedia giudaica che suffragherebbe tale affermazione facendo riferimento a due documenti: una citazione del bibliotecario orientalista del XVI secolo, Giuseppe Simone Assemani ed un brano di Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio. 

L’enciclopedia giudaica riporta che: “Una chiesa cristiana a Babilonia fu distrutta dagli ebrei durante il regno di Sapore II” (Assemani, "Bibl. Orientalis" III. 2, 61). Ovviamente, essendo Sapore II del IV secolo d.C., questo non dimostra affatto che a Babilonia nel I secolo ci fosse una comunità cristiana. Molto più pertinente appare il riferimento di Giuseppe Flavio in Antichità Giudaiche dove si legge: “Quando Ircano fu portato là, Fraate, re dei Parti, lo trattò in modo cortese, perché aveva saputo che si trattava di una persona distinta e di nobile stirpe. Perciò lo sciolse dalle catene e gli consentì di abitare in Babilonia, ove vi era ancora un gran numero di Giudei” (Ant. Giud. Libro XV. 14–2). 

Ma anche questo brano non dice affatto che nel I secolo d.C. vi fosse una comunità cristiana a Babilonia, parrebbe solo confermare che almeno la città esistesse e che vi risiedesse una grossa comunità ebraica. Ma anche qui non ci si riferisce al tempo in cui fu attivo Pietro, cioè la seconda metà del I secolo, perché Giuseppe Flavio, parlando della sorte di Ircano, pone tutta la vicenda negli in cui anni in cui Erode viene nominato prima governatore e poi re della Giudea (Ant. Giud. XV. 11-1), cioè il 41-40 a.C., circa un secolo prima della compilazione della prima lettera di Pietro. Ai tempi di Pietro Babilonia non ospitava più alcuna grande comunità ebraica. I re seleucidi Seleuco I (304-280 a.C.) ed Antioco I (280-261 a.C.), infatti, costruirono una nuova città, Seleucia (sul fiume Tigri), che soppiantò la vecchia Babilonia sull’Eufrate. Nel 275 a.C. fu quindi emanato un editto in base al quale tutti i babilonesi avrebbero dovuto lasciare Babilonia per recarsi a Seleucia: le mura e le fortezze di Babilonia furono smantellate e la sua vita economica e politica venne ridotta ai minimi termini. Successivamente, verso il 120 a.C., durante la guerra con i Parti, i seleucidi abbandonarono definitivamente la città ed i resti di quella che era stata una grande città furono stati rasi al suolo dal satrapo partico Euemero (anche detto Evemero).

Abbiamo molti riferimenti storici che confermano tutto ciò, ad esempio lo storico e geografo Strabone, contemporaneo di Pietro, scrive: “Che cosa è più, Seleucia al momento attuale è diventata più grande di Babilonia, mentre la maggior parte di Babilonia è così deserta che non si esiterebbe a dire come ha fatto un poeta comico in riferimento alle grandi città d’Arcadia: “La grande città è un grande deserto”. (Strabone, “Geografia” XVI, 1,5). 

Dello stesso tono sono anche tante altre importanti testimonianze storiche (Pausania, VIII 33, 3; Plinio il vecchio “Historia naturalis” VI, 120; Luciano “Caronte”, 23). All’epoca di Pietro (seconda metà del primo secolo), quindi, Babilonia era solo un cumulo di rovine deserte, quei pochi ebrei che erano rimasti se ne erano andati tutti a Seleucia. 
Tra l’altro Giuseppe Flavio, in antichità giudaiche scrive: ”… gli consentì di abitare in Babilonia, ove vi era ancora un gran numero di Giudei” (Ant. Giud. XV, 14, 2). Giuseppe Flavio usa la parola “ancora” confermando il declino della comunità ebraica di Babilonia, in pieno svolgimento, già un secolo prima della composizione della lettera di Pietro. Successivamente, nel I secolo, al tempo di Pietro, scoppiò una persecuzione di tutti i Giudei di Babilonia che dovettero lasciare Babilonia per trasferirsi a Seleucia (Ant. Giud. XVIII, 3, 8). 

Ma perché Pietro chiama Roma col nome di Babilonia? Ciò è spiegato dal fatto che Pietro era probabilmente braccato dalla polizia imperiale di Nerone e quindi usa il nome in codice di “Babilonia” per indicare in modo criptico che si trova a Roma. Ogni ebreo o cristiano presente a Roma e proveniente dalla diaspora ebraica (a Roma ce ne erano più di 50000, cfr J. Juster, “Les Juif dans l’empire romain”, Parigi 1914; J. Leopold e W. Grundmann “Umwelt des Urchristentum” Berlino 1982) viveva nell’ammonimento contenuto in Michea 4, 10, dove “Babilonia” è la sede del nemico (a quel tempo Roma ed i romani) e avrebbe sicuramente considerato i persistenti segni di decadenza morale e dell’oppressione dei poteri politi alla luce di Isaia 13, 14; 43, 13-21 e Geremia 51, 52, come riguardanti le turbolente vicende dei vari imperatori della dinastia Giulio-Caludia. D’altronde è storicamente accertato che l’epiteto “Babilonia” aveva acquistato, nel I secolo a Roma, un significato metaforico che affianca quello meramente geografico. Basta pensare alle commedie di Terenzio (Adelphoe), di Menandro (ne abbiamo notizia addirittura da Paolo, 1 Cor 15, 33) e Petronio (Satyricon), ecc… dove il lusso decadente della vita romana di quel periodo veniva identificato utilizzando proprio il termine di “Babilonia”. 

L’uso di questo termine, quindi, non poteva avere che un senso metaforico, anche nel Nuovo Testamento il nome di "Babilonia" designa la Roma pagana (Apocalisse capp 17 e 18) e così l'interpretarono, oltretutto, gli scrittori antichi, quali Papia, Clemente Alessandrino, Eusebio di Cesarea, S. Girolamo. In tal senso lo prendono tutti gli esegeti cattolici moderni insieme anche a molti protestanti. Lo stesso filosofo e storico francese Ernest Renan asserisce: “In questo passo Babilonia designa evidentemente Roma; è in tal modo che si chiama, nelle comunità primitive, la capitale dell'impero” (E. Renan “L'Antichrist”, p. 122). D’altronde Pietro usa spesso un linguaggio metaforico (1 Pt 2, 2; 2, 4; 3, 18; 3, 8), quindi non poteva scegliere un nome “in codice” più adatto per designare la capitale dell’impero romano, una città che a detta degli stessi storici romani: “confluiva da ogni parte e veniva celebrato tutto ciò che sa d'atroce e di vergognoso” (Tacito, “Annali”, 15, 44). 

Tornando alla lettera di Pietro leggiamo che l’apostolo porta il saluto di un’intera comunità cristiana: “Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia” (1 Pt 5, 13). Non esiste alcuna notizia storica di comunità cristiane a Babilonia nel I secolo, ed il Talmud babilonese riporta una presenza cristiana solo a partire dal III sec. Nel saluto della lettera di Pietro non si può, dunque, trattare di questa Babilonia di Mesopotamia. A Roma, invece, è certo che nel I secolo esisteva una tale comunità. Ancora, al versetto precedente leggiamo: “Per mezzo di Silvano fratello fedele come lo considero, vi ho scritto in poche parole per dare incoraggiamento….”. Questo Silvano è Sila, il fedele compagno di Paolo (Atti 15, 27) che lo accompagnerà fino a Roma (1 Tess. 1, 1). Pietro detta la sua lettera a Silvano e ciò è possibile perché insieme con Paolo si trovano tutti a Roma. 


Bibliografia 

O. Cullmann, “Saint Pierre”, Neuchatel 1962, 
G. Falbo, “Il primato della Chiesa di Roma alla luce dei primi quattro secoli” Coletti, Roma 1989. 
A. Beni, “La nostra Chiesa”, Firenze: LEF, 1976, pp. 477-491

martedì 2 ottobre 2012

Margherita Hack, stelle, pianeti e fantasie laiciste

Margherita Hack, astrofisica, è nota a livello nazionale per le sue ricerche nel campo della spettroscopia stellare e della radioastronomia. Ma lo spazio interstellare non è il suo solo campo d’attività, infatti l’astronoma fiorentina è molto nota anche per il suo impegno politico di “atea” militante. 



Ovviamente niente da obiettare sulla liceità delle convinzioni della Hack e sulla legittimità del suo impegno politico, ma quando questo diviene un vero e proprio attacco alle idee altrui, sconfinando in una sorta di dileggio dei credenti e della Chiesa Cattolica, allora si abbandonano gli ambiti di un onesto confronto per una contrapposizione tipicamente laicistica. 

Più volte la Hack, imitando il suo “collega” matematico Odifreddi, non esita a reputare i credenti dei semplici creduloni che ancora sperano nelle favole. Ultimamente a Porto Cervo, invitata dall’Istituto religioso Euromediterraneo, la santa patrona dello scientismo ha sentenziato beffarda: 

L’idea di Dio nasce per spiegare ciò che la scienza non sa spiegare. La scienza dice cosa sono le stelle, come funzionano. Sappiamo ricostruire un album di famiglia dell’universo ma non sappiamo dire perché sia fatto così. Ed ecco che è stato inventato Dio. Dio è comodo, troppo comodo. Ma è un’idea infantile, come Babbo Natale” 

Ecco lo scientismo semplice, semplice della Hack, è il “caos” il vero creatore dell’ordine, con buona pace della seconda legge della termodinamica. Quelle dei cristiani sono favole infantili, mentre credere che tutto provenga dal niente è intelligente? Cos’è più assurdo: pensare tutto provenga da una mente superiore o dal niente? 

Eppure la Hack è divenuta una vera e propria icona del laicismo in Italia. La scienziata, infatti, non perde occasione di dare sfoggio di livore contro i cristiani e la Chiesa Cattolica. In occasione dell’apertura del meeting dell’UAAR (Unione degli Atei, Agnostici, Razionalisti) “Liberi di non credere”, il 19 settembre 2009, la Hack nel suo saluto introduttivo (che si può ascoltare qui) ha dato vita a tutto il suo repertorio di accuse: 

Però in Italia, se è veramente uno stato laico, ci sono casi che sono veramente vergognosi: penso, ad esempio, al fatto che in tutti gli edifici pubblici c’è il crocifisso, quando un giudice si è permesso di pretendere che il crocifisso fosse tolto per rispetto anche ai non credenti ed ai seguaci di altre religioni, questo giudice è stato condannato e gli è stato addirittura sospeso lo stipendio. Questo è un segno di laicità?... 

La Hack cerca segni di laicità, ma s’imbatte nei crocifissi senza sapere, però, che lei reputa “vergognoso” ciò che è stabilito da tribunali laici, che hanno applicato leggi laiche. Il giudice si è rifiutato di tenere l’udienza infischiandosene del diritto, ben più importante, di giustizia delle parti coinvolte. La Corte di Cassazione, infatti, nella sentenza del 15 marzo del 2011 ha stabilito che l’esposizione del crocifisso negli edifici pubblici “può non costituire necessariamente minaccia ai propri diritti di libertà religiosa” e pertanto il giudice era tenuto all’adempimento del proprio dovere nonostante la presenza del simbolo. 
Tra l’altro per la magistratura italiana il crocifisso non è solamente un simbolo cattolico, ma un segno della nostra civiltà, patrimonio storico-culturale italiano. E’ a tale principi che il Consiglio di Stato, massimo organo amministrativo, si è ispirato per pronunciarsi a favore della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche con un parere del 1988 e uno del 2006. 

La Hack continua nel suo attacco alla Chiesa Cattolica parlando di fantasiose ingerenze: 

Poi ci sono tanti casi clamorosi, penso all’orrenda legge 40 in cui le ingerenze della chiesa sono tremende e violano la libertà dei cittadini e impediscono la ricerca scientifica. Per esempio sulle cellule staminali embrionali perché l’embrione avrebbe l’anima… 

La Chiesa è contro ogni tipo di procreazione assistita, quindi pensare ad una legge 40 “dettata” dalla Chiesa è quanto di più assurdo si possa affermare. Questa legge è stata approvata dal parlamento, quindi rispecchia la volontà del popolo italiano, non è stata violata alcuna libertà dei cittadini. La Hack commette il solito errore dei laicisti: Chiesa oscurantista che pensa a salvare le anime, ma quando mai? I cattolici sono sempre stati a favore della ricerca scientifica, ma che deve avvenire nel rispetto dei diritti dell’uomo. Si parla della vita umana dell’embrione, non della sua anima. L’embrione umano è vita, distruggendolo si elimina una vita umana. Eppure la Hack dovrebbe capire una cosa così semplice. 

Continua la nostra astronoma: 

Penso ai favoritismi di cui godono le organizzazioni religiose, gli edifici religiosi, non solo quelli addetti al culto, ma anche tanti alberghi, ostelli di religiosi che non pagano l’ICI e quindi fanno concorrenza illegale agli edifici pubblici non religiosi…” 

Qui il laicismo della Hack raggiunge vertici parossistici, imbevuta com’è del più bieco anticlericalismo. La nostra astronoma, evidentemente, si è dimenticata, o ignora, della legislazione che regola le agevolazioni statali alle organizzazioni non-profit. Il decreto legislativo 504 del 30 dicembre 1992, infatti, esenta dal pagamento dell'imposta gli immobili utilizzati da enti non commerciali e destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive, nonché di attività di religione e di culto (articolo 7, comma 1, lettera i). E’ evidente, quindi, che l’esenzione non riguarda solamente la Chiesa Cattolica, ma anche numerosi altri enti religiosi, e non, impegnati in tanti servizi utili che lo Stato altrimenti non sarebbe stato in grado di assicurare. 

Alberghi ed ostelli religiosi non possono fare alcuna concorrenza, proprio perché non sono esenti dal pagamento dell’imposta. 

Il delirio, poi, continua imperterrito tra vagheggiamenti di libertà violate ed incitamenti alla lotta (?!) degni del più ridicolo degli “arruffapopolo”: 

…sono tutti casi di uno smaccato favoritismo a favore della Chiesa Cattolica e soprattutto oggi che in Italia ci sono tante persone di altre religioni, si sente ancora di più l’offesa di questa mancanza di rispetto della laicità dello Stato…” 

Quindi è necessario combattere contro questo andazzo, combattere contro l’invadenza della Chiesa, l’invadenza del Vaticano…” 

Quindi tutti noi cittadini abbiamo il diritto di credere o non credere, di seguire una religione piuttosto che un’altra, di dichiararsi atei o agnostici, questo è un diritto inalienabile che purtroppo viene violato…” 

La Hack rappresenta il paradigma del laicista, intollerante e prevaricatore, che non rispetta le convinzioni altrui e non esita a manipolare la realtà delle cose per attaccare ogni voce dissenziente.

mercoledì 26 settembre 2012

I cristiani e la politica

Durante l’ultima udienza concessa da Benedetto XVI a Castel Gandolfo ai partecipanti all’incontro dell’Internazionale Democratico-Cristiana, organizzazione guidata dal leader Udc Pier Ferdinando Casini e che rappresenta oltre cento partiti politici, il papa ha invitato i cristiani a impegnarsi in politica senza “flessioni o ripiegamenti”.

Prendendo spunto dalle gravi conseguenze della crisi economica il Santo Padre ha invitato i politici cristiani ad affrontare la grave situazione in modo “fiducioso e non rassegnato”, facendo in modo da non “limitarsi a rispondere alle urgenze di una logica di mercato”, ma ponendo al primo posto, come valore “imprescindibile”, la “ricerca del bene comune”. Tra tali valori “imprescindibili” c’è innanzitutto il “rispetto della vita in tutte le sue fasi, dal concepimento fino al suo esito naturale, con conseguente rifiuto dell’aborto procurato, dell’eutanasia e di ogni pratica eugenetica”, impegno primario per ogni politico cristiano.

La reazione laicista, ovviamente, non si è lasciata attendere. Per il laicisti il richiamo del papa al rispetto dei valori fondamentali è ingerenza politica (ad esempio vedi qui), secondo loro la Chiesa non deve intromettersi negli affari interni di uno stato, specie se laico. Ma io mi chiedo: i valori fondamentali, su cui si fonda la nostra società, sono un affare interno di uno stato o non, piuttosto, il patrimonio di ogni uomo? Richiamare le coscienze al loro rispetto, come può essere considerato un atto d’ingerenza politica? 

Ma la pretesa più assurda è che i politici cristiani, secondo i laicisti, non dovrebbero seguire le raccomandazioni del papa, perché si tratterebbe di un’obbedienza ad un re straniero e perché le loro decisioni influirebbero anche sulla vita dei non credenti. L’unica morale ammessa per lo stato, quindi, deve essere quella laica, cioè ognuno è “libero” di fare quello che gli pare, di fatto l’inesistenza di una morale.

Ma come si può pretendere che un politico eletto rinneghi il proprio mandato? Che senso della democrazia è mai questo? La mentalità laicista è sempre la stessa, si traveste da democrazia, ma propugna sempre la prevaricazione a suo vantaggio.

giovedì 20 settembre 2012

La stupidità di certa satira laicista

Mentre nel mondo islamico è ancora forte il clima di protesta contro il film americano "blasfemo” sull’Islam, proteste che hanno portato ad incredibili e gravissimi episodi di violenza, il settimanale satirico di sinistra francese, Charlie Hebdo, ha pensato bene di gettare benzina sul fuoco con un’ulteriore provocazione anti-islamica. 

La pubblicazione di alcune vignette in cui viene messo alla berlina il profeta Maometto ha scatenato una recrudescenza della protesta islamica al punto che il governo di Parigi ha annunciato l’intenzione di chiudere tutte le ambasciate, i consolati e le scuole francesi in una ventina di paesi islamici. Al Qaeda ha ovviamente sfruttato la circostanza per minacciare la Francia di uccidere tutti gli ostaggi francesi in loro mano. 

Posto che la reazione violenta e spropositata degli islamici non ha assolutamente alcuna giustificazione e che è da condannare senza riserve, mi chiedo che utilità possa avere una satira del genere. Il laico presidente francese Hollande ha dichiarato che la libertà di espressione non deve avere limiti, ma pubblicare una vignetta volgare ed offensiva della fede di milioni di persone è veramente l’esercizio di una libertà d’espressione? Che concezione ha il laicismo nei confronti della satira? Offendere e creare odio? Lo scopo della satira dovrebbe essere quello di far pensare, crescere, suscitare il confronto, non di fomentare la contrapposizione violenta. 

Offendere il sacro è sempre esercizio d’inciviltà e dimostrazione di avere ben pochi argomenti da proporre.

domenica 16 settembre 2012

Gesù e il pesce

Nella spasmodica ricerca di prove che documentino una dipendenza del cristianesimo da culti preesistenti pagani, la subcultura laicista non esita a affidarsi a testi di scarsa o nulla affidabilità storica. E’ questo il caso dell’ormai famoso testo, diffusissimo in internet, “The Christ Conspiracy” dell’autrice statunitense D. M. Murdock, meglio conosciuta con lo pseudonimo di AcharyaS. 

Tra le sciocchezze antistoriche che vi si possono leggere spicca l’affermazione secondo la quale il fatto che Gesù sia stato associato dalle primitive comunità cristiane alla figura del pesce indicherebbe un collegamento tra il cristianesimo ed il paganesimo. Nelle catacombe cristiane, nei corredi ed ornamenti liturgici cristiani è, infatti, sempre presente la figura del pesce per rappresentare il Cristo. Secondo AcharyaS siccome la figura del pesce richiama decisamente l’età astrologica dei Pesci, Gesù non sarebbe altro che “l’Avatar solare dell’Era dei Pesci” e, quindi, una prova chiara della sopravvivenza dei culti primitivi nel nascente cristianesimo. 

Questa avventata teoria, presentata come una certezza assoluta, non si basa su nessuna prova certa. Non c’è, infatti, nessuna analogia tra i culti cristiani e l’astrologia. AcharyaS, tra l’altro, non fornisce alcun documento o fonte dove risulti che già nel I secolo d.C. l’era astrologica dei pesci fosse simboleggiata da un’avatar particolare. Molto probabilmente AcharyaS trae queste informazioni fantastiche da un sottofondo “New age”, molto forte negli Stati Uniti, dove esoteristi ed astrologi, come, ad esempio, i noti Alice e Foster Bailey, hanno diffuso una sorta di astrologia fondendo esoterismo con elementi presi dal Cristianesimo, dall’Induismo e dal Buddismo. 

Le fantasie di AcharyaS sono facilmente smentite dal fatto che nel I secolo le costellazioni erano semplicemente dei gruppi di stelle e non erano definiti i confini che separavano le regioni dello zodiaco. La divisione della volta celeste in dodici settori, 12 archi di 30 gradi misurati dall’equinozio di primavera, è avvenuta solo nel XIX secolo, si tratta, quindi, di una convenzione moderna stabilita dall’Unione Astronomica Internazionale. Affermare che Gesù fosse l’avatar dell’era dei pesci non ha, quindi, alcun senso in quanto gli ipotetici “cospiratori” cristiani non potevano conoscere la suddivisione moderna dello Zodiaco (Noel Swerdlow, professore di Astronomia ed Astrologia presso l’Università di Chicago, in “Una confutazione del libro di AcharyaS: La cospirazione di Cristo” – Mike Icona, Editori Truth Quest 2001). 

Inoltre nelle catacombe cristiane del II e III secolo il pesce non è affatto l’unico simbolo di Cristo, quindi viene a anche cadere l’associazione esclusiva tra Gesù e l’era dei pesci. In molti altri modi i Cristiani raffiguravano il Cristo: innanzitutto con il suo monogramma, una “Chi”, sovrapposta ad una “ro”, il quale non era altro che una croce dissimulata, il “Signum Christi” per eccellenza, ma anche con l’àncora, che rappresentava Cristo salvatore, il delfino, Cristo che ci ama, l’agnello, il Cristo redentore, il faro, cioè Cristo vera luce del mondo e l’albero, che simboleggiava Cristo come principio e fine di ogni cosa. 

Il pesce divenne il solenne simbolo di Cristo, che troviamo nelle catacombe fin dal II secolo, non certo per le ridicole motivazioni addotte da AcharyaS, ma in virtù dei racconti dei vangeli. Già Sant'Agostino a commento del brano evangelico di Giovanni che parla del pesce arrostito sulla brace servito da Gesù a sette apostoli sulle sponde del lago di Tiberiade (Gv 21, 9) afferma: “Piscis assus, Christus est”, cioè “il pesce arrostito è Cristo” (Agostino, Trattato su Giovanni, 123, 2). 

Mentre l'uso del pesce in arte pagana era un segno puramente decorativo senza alcun collegamento con la mitologia, il primo riferimento letterario al pesce simbolico ci proviene da Clemente di Alessandria che, verso l’anno 202, raccomanda ai fedeli di incidere la figura del pesce sui loro anelli (Pedagogo, III, xi). Il fatto che Clemente non premette alcuna spiegazione sul significato del simbolo lascia supporre che esso fosse già molto diffuso in Alessandria. Il pesce, quindi, come una sorta di “tessera” di riconoscimento in uso durante le persecuzioni fra i cristiani alessandrini residenti a Roma (R. Mowat “Origine du poisson mystique chezles anciens chrétiens” 1898). 

Tra l’altro è certo che durante le persecuzioni il pesce stilizzato, formato da due curve che partono da uno stesso punto, a sinistra (la "testa"), e che si incrociano sulla destra (la "coda"), fosse un simbolo per potersi riconoscere tra cristiani senza correre rischi di essere scoperti, il disegnare questo simbolo diveniva un sistema di riconoscimento. Quando un cristiano incontrava uno sconosciuto di cui aveva bisogno di conoscere la lealtà, tracciava nella sabbia uno degli archi che compongono il pesce. Se l'altro completava il segno, i due individui si riconoscevano come seguaci di Cristo e sapevano di potersi fidare l'uno dell'altro. 

Altri dottori della Chiesa, citando i passi della Scrittura che paragonano il mondo al mare e gli uomini ai pesci osservano: “Cristo, novissimus Adam” (1 Cor 15, 45) è il pesce per eccellenza perché “se Cristo non fosse pesce (cioè uomo), non sarebbe risorto dai morti” (Severiano di Gabala – "Sermo in dedicazione pretiosae et vivificae crucis" – Omelie. 408 d.C.). Tertulliano, nel II secolo, per dire che il Battesimo ci fa seguaci di Gesù Cristo, porta la figura del pesce e dell’acqua (De baptismo, 1). Origene, nel III secolo, commentando il vangelo di Matteo (17, 24-27) osserva: “Questo pesce è la figura di colui che noi chiamiamo il pesce che operò il nostro affrancamento dalla legge e dal peccato” (Origene, Commento a Matteo, XIII, 1120). 

Il pesce fin dai tempi più remoti fu, quindi, una professione di cristianità, che si riscontra già nelle iscrizioni del II secolo. Nelle catacombe di san Callisto, nelle cripte di Lucina, a Roma, è stato scoperto il simbolo di un pesce che porta sul dorso il canestro con il pane ed il vino, chiaro richiamo dell’Eucaristia (De Rossi “Spicilegium Solesmense” III, pp 545 – 584). Come anche le famose iscrizioni di Abercio e di Pettorio, sempre del II secolo, che rendono la figura di Cristo eucaristico attraverso l’immagine del “pesce celeste”. Qui il pesce, in greco “ichthys", cioè “ΙΧΘΥΣ”, è un acrostico: Ιησοῦς, Χριστός, Θεoῦ, Υιός, Σωτήρ (Iesùs Cristòs Theù Uiòs Sotèr), cioè “Gesù Cristo di Dio Figlio Salvatore”. 


Bibliogafia 

G.B. De Rossi “Roma sotterranea cristiana” Voll 1-3, Roma1864-1877; 
P. Testini “Archeologia cristiana” Roma 1958; 
A. B. Jenkins, Philip. “Mystics and Messiahs: Cults and New Religions in American History” 2000; 
F. Delaunay “Note sur l’origine et la signification de l’emblème chrétien du poisson” 1880 
P. Kirby "Inscription of Abercius." Early Christian Writings” 2006. 
M. Hassett. "Symbolism of the Fish" The Catholic Encyclopedia. Vol. 6. New York: Robert Appleton Company, 1909. 16 Sept. 2012.

domenica 9 settembre 2012

La morte del cardinale Martini e l'eutanasia: vergogna laicista

E’ appena passata la forte emozione per la scomparsa del cardinale Carlo Maria Martini, un vero servo di Dio, mente illuminata e grande biblista, che resta ancora, come uno stomachevole fastidio, l’eco dell’indegna gazzarra alzata dalla propaganda laicista sul tema dell’eutanasia. 

Anche in un tale momento, di fronte al dolore di tutta la Chiesa per tale perdita, mentre ancora il cardinale Martini era in fin di vita, la macchina mediatica laicista non ha perso l’occasione per attaccare i cristiani accusandoli di incoerenza: per i poveri Eluana Englaro e Piergiorgio Welby bisognava prolungare la loro sofferenza, mentre per il cardinale si può scegliere di porre fine alla propria vita perché l’uomo non può ridursi ad un vegetale. 

Tale accusa è talmente meschina e cialtrona che lascia sbigottiti. Come non pensare alla cattiva fede quando in modo così palese viene confusa la pratica dell’eutanasia con quella del rifiuto dell’accanimento terapeutico? Come ha informato il medico personale di Martini, il professor Gianni Pezzoli, il cardinale, all’ultimo stadio della sua malattia, il morbo di Parkinson, già dalla seconda metà di agosto era entrato in una crisi irreversibile. Egli, restato lucido fino alla fine, sapeva bene che gli restava poco tempo da vivere e lo ha trascorso senza presidi sanitari non ordinari. Era in prossimità di una morte certa. Le cure ordinarie sono state somministrate, ma non le straordinarie, cioè non c’è stato accanimento terapeutico, pratica che è contro la dottrina cristiana sul fine vita. 

Per Eluana Englaro non fu così, la ragazza si trovava in uno stato vegetativo persistente da diciassette anni, ma non era affatto in prossimità della morte, era in condizioni stazionarie, in una situazione clinica completamente diversa dalle fasi terminali del morbo di Parkinson. Stessa situazione per Peirgiorgio Welby affetto da distrofia muscolare di Becker, una malattia a progressione lenta. Dopo quarantacinque anni ha chiesto che gli venisse tolto il respiratore, ma non si trovava in imminente pericolo di vita. La scelta di Welby fu quella di darsi volontariamente la morte perché non voleva più vivere in quelle condizioni e non la richiesta di non praticagli dei trattamenti perché accettava il fatto che la morte era prossima ed inevitabile, come nel caso del cardinale Martini. 

La morte del Cardinale Martini rappresenta l’accettazione della vita fino alla sua naturale conclusione secondo quella verità antropologica e quei principi etici che il Magistero cattolico insegna.

mercoledì 29 agosto 2012

L'Europa e l'eugenetica

La Corte Europea per i diritti umani ha reputato “incoerente” la legge italiana n°40 del 2004 sulla disciplina della fecondazione assistita. Secondo i giudici europei i limiti imposti da questa legge collidono con le libertà concesse da un’altra legge italiana, la n°194 sull’interruzione di gravidanza. Come è noto la legge n°40 vieta l’analisi genetica sugli embrioni da impiantare, mentre la legge n°194 concede la facoltà di interrompere la gravidanza in feti affetti da malattie genetiche. 

Questa incompatibilità tra le due leggi è un fatto ben noto e non è altro che il riflesso della contrapposizione presente in Italia tra coloro che si battono per il rispetto della morale naturale ed il relativismo etico. Ormai da tempo l’Europa si è avventurata sulla pericolosa china della relativizzazione di ogni morale, ha rinnegato le sue origini cristiane ed è, quindi, stato gioco facile per i magistrati europei poter assestare l’ennesimo colpo alle legittime istanze del movimento per la salvaguardia della vita umana. 

Essendo una norma di compromesso è normale che la legge sulla procreazione assistita abbia dei limiti e delle contraddizioni, ma vorrei sottolineare come in ambito europeo sia ormai radicato il relativismo etico nel considerare i diritti umani e, specialmente, quello alla vita. La difesa della vita umana è un optional, vale la pena di difenderla solo se è sana, perfetta, senza alcun difetto. Come è possibile non pensare ad una pericolosa deriva eugenetica? Come non pensare agli esperimenti nazisti? Che differenza può esserci tra la ricerca hitleriana della razza perfetta e quella ad avere un figlio perfetto, senza alcun difetto? 

La Corte Europea per i diritti umani. Quali diritti umani? Non di certo quelli dell’embrione e del feto. Ma perché? Non sono forse umani anche loro, oppure dovendo ancora crescere sono ancora animali o cose? E’ questa l’assurdità: far dipendere tutto dal tempo trascorso, prima si è “cose”, poi si diventa “umani”.

lunedì 20 agosto 2012

L'Islam moderno è tollerante?

Mentre seguitano a pervenire le tragiche notizie delle continue stragi di cristiani operate dai musulmani oltranzisti in Nigeria, in questi giorni assistiamo, per l’ennesima volta, a nuovi episodi di feroce intolleranza religiosa verso i cristiani nei paesi a maggioranza musulmana. Stavolta le agenzie di stampa riportano l’incredibile notizia dell’arresto, nel villaggio di Mehrabadi alle porte di Islamabad in Pakistan, di Rifta Masik, una bambina cristiana di undici anni affetta da sindrome di Down, che sarebbe stata sorpresa a bruciare una decina di pagine del Nooran Qaida, un manuale per imparare a leggere e capire il Corano. In pratica la bambina è stata arrestata e denunciata in base alla famigerata “Blasphemy law”, la legge che punisce gli atti “blasfemi” contro la religione musulmana, per calmare la folla inferocita che si era scagliata contro i familiari, malmenando la madre e la sorella di Rifta, ed aveva iniziato a bruciare le abitazioni di altre famiglie cristiane dei dintorni. 

Ancora una volta l’Islam, nonostante le voci che ancora si levano in suo favore, continua a dare dimostrazione di incredibile intolleranza, riuscendo, in questo caso, addirittura ad accusare di blasfemia una bambina down. Tra l’altro diverse testimonianze raccontano solamente di un innocente uso di tali pagine, trovate nella spazzatura, per accendere un fuoco, senza alcun intento di blasfemia. Anche l’esistenza stessa di una legge che punisce la blasfemia, non è altro che un mezzo che serve solamente per reprimere le minoranze religiose, tra le quali quella cristiana è certamente la più colpita. 

I musulmani non sembrano in alcun modo tollerare chi non abbia la loro stessa fede. Anche in Italia, a Milano, in occasione della festa per la fine del mese di digiuno del Ramadan, celebrata da circa diecimila musulmani all’Arena, il coordinatore delle associazioni islamiche, Davide Piccardo, si è rifiutato di leggere in pubblico un messaggio di vicinanza e fratellanza del cardinale Scola. Forse solo un gesto maleducato, di cui le autorità islamiche si sono successivamente scusate, ma che resta un inquietante campanello di allarme: questo Islam moderno è davvero tollerante?

mercoledì 1 agosto 2012

La crisi gnostica


Verso la fine del I secolo il Cristianesimo aveva ormai raggiunto una considerevole diffusione al di fuori dei confini palestinesi e si era stabilmente insediato nelle principali città pagane dell’impero romano. La Chiesa cristiana, mentre era ancora immersa in una espressione intellettuale elementare, si trovò così a dover affrontare la cultura pagana, incontrandone i valori religiosi.

Tutto ciò determinò il rischio del formarsi di una sorta di sincretismo tra l’originale messaggio apostolico e le istanze del paganesimo che finì per concretizzarsi in un “movimento” che non esprimeva più il messaggio cristiano nel linguaggio di una data cultura, ma ricopriva contenuti pagani con involucri cristiani. 

Questo tentativo del paganesimo nel I secolo di entrare nella fede cristiana autentica è dagli storici conosciuto col nome di “gnosticismo”. Questo termine deriva dal greco “gnosis”, che significa “conoscenza”, cioè una rivelazione riservata a pochi eletti e garantita da una tradizione esoterica, a fronte di una rivelazione più “semplice” destinata, invece, alla massa. Questo movimento ebbe il suo massimo splendore nel II secolo per poi sparire progressivamente nel III secolo. 

Gli gnostici si conformano alle concezioni pagane allora ricorrenti: il male non è il prodotto di una libertà che ha voltato le spalle a Dio, ma è un difetto della Creazione; la salvezza non è un evento storico, manifestazione della libera iniziativa di Dio, ma il risultato di una presa di coscienza da parte dell’uomo circa la propria origine divina; Dio non si comunica direttamente a noi attraverso l’incarnazione, ma arriva sino a noi attraverso la scala discendente degli “eoni” (esseri divini intermediari), che emanano da lui. Secondo loro l’insegnamento ufficiale della Chiesa va bene per la massa, ma non basta: esso va completato con una dottrina segreta, rivelata da Cristo ai soli apostoli e, attraverso loro, ai soli fedeli capaci di riceverla ed assimilarla.

La gnosticismo, così accomodante con il pensiero pagano, al punto che le comunità gnostiche non furono mai perseguitate dall'autorità romana, è invece arcigno nei riguardi della Chiesa e dei cristiani “ordinari”. Gli gnostici mettono in contrapposizione Antico e Nuovo Testamento, come un certo Cerdone, che nel 140 d.C. venne a Roma per tentare di vedersi approvata la propria dottrina che ripudiava il Dio vendicativo del Vecchio Testamento per il Dio buono e misericordioso del Nuovo. Spogliano il Vangelo di ciò che sarebbe “carnale”: nascita verginale, morte sulla croce e risurrezione corporea vengono reinterpretati in senso moralistico (esattamente il contrario di quanto contrabbandato da quello sciocchezzario che è stato “Il Codice da Vinci” n.d.r.). Gli gnostici aggiungono ai Vangeli canonici altri scritti, come, ad esempio, il vangelo detto “di Filippo”, il vangelo detto “di Tommaso”, ecc. e contestano come non genuini i brani scritturistici che non si accordano con le loro teorie. I testi gnostici, però, vengono ripudiati dalle comunità cristiane, non hanno alcun collegamento con la tradizione apostolica e non godono di alcuna fiducia, al punto che già nella prima metà del II secolo sono decisamente esclusi dal cosiddetto “Canone Muratoriano”. Gli gnostici, all’atto pratico, si ostinano a rimanere nella Chiesa cercando l’approvazione del vescovo di Roma, così fa, ad esempio, il protognostico Marcione nel 140 d.C., che ipotizza un vangelo totalmente distaccato dal Vecchio testamento ed una visione dualistica di Dio, quello “cattivo” ebraico e quello “buono” cristiano. Tali concezioni, però, verranno subito censurate (Ireneo di Lione, “Adversus haereses”, III, 3, 4; Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, IV, 14, 7). Anche lo gnostico Valentino si recò a Roma per vedersi riconosciuta la sua dottrina, anzi aspirò addirittura ad essere eletto vescovo (Pseudotertulliano, “Adversus omnes haereses”, n.17.). Quando, però, divengono palesi le sue eresie sull’unità di Dio e la bontà della Creazione anche lui viene decisamente allontanato.

I grandi teologi del II secolo come Tertulliano, Ippolito di Roma e, soprattutto, Ireneo di Lione rispondono agli gnostici mettendo in luce il nucleo di irriducibile originalità del Cristianesimo. Lo gnosticismo ha in sé, infatti, tre grandi errori fondamentali. Innanzitutto manca il concetto stesso si creazione e tutto si risolve in una emanazione da Dio, con racconti fantastici e accoppiamenti di eoni. La materia non è creata da Dio, ma è frutto di scarto ed ignoranza. Da qui la radicale condanna della carne, che non risorge e non può essere glorificata. Sono, quindi, condannati coloro che sono chiamati ilici (cioè gli esseri materiali), che non possono salvarsi, solo l’aspetto spirituale dell’uomo può raggiungere la gloria. Ma la radice giudaica del cristianesimo contraddice apertamente questa visione come possiamo notare nella Genesi, nel racconto della creazione, dove è chiaramente mostrata l’unicità di Dio e la bontà della creazione (Gn 1, 1-13). Ogni cosa che proviene da Dio è buona, quindi anche la materia, il mondo, la creazione. La carne non è prodotto di scarto, ma è il cardine della salvezza, il “Caro, cardo est salutis” di Tertulliano. Gesù ce la dona nell’Eucaristia e la nostra stessa carne è destinata alla resurrezione gloriosa (Gv 6, 52-58). 

Altro errore è quello cristologico, cioè il fatto di identificare Cristo come un eone che proviene dal mondo superiore, un ente solo spirituale che non può unirsi alla materia. Tutto ciò in aperto contrasto col vangelo che proclama con forza che Cristo è il Verbo di Dio come il Padre e che per mezzo di Lui tutto è stato creato, che si è fatto uomo veramente assumendo la nostra carne con la quale ci ha redenti (Gv 1, 1-14).

E poi l’errore soteriologico, cioè la negazione della salvezza operata dal Cristo, il quale non incarnandosi si sottrae pure alla passione. Ma l’apostolo Paolo insegna chiaramente che la redenzione avviene proprio attraverso la sofferenza del Cristo, con la morte del suo corpo di carne. Anzi, ogni cristiano, come Paolo, coopera alla redenzione attraverso le proprie sofferenze offerte a Dio (Col 1, 21-24). 

La crisi gnostica ha fatto chiaramente capire per la prima volta la necessità di un magistero dottrinale della Chiesa. Non basta ricorrere alle Scritture ispirate per risolvere tutte le discussioni, perché le Scritture stesse devono essere difese dalle falsificazioni e dalle interpretazioni abusive. E’ necessario, inoltre, stabilire un “Credo”, che renda esplicite le affermazioni essenziali della fede e che serva ad evitare ogni interpretazione riduttrice. Tutto ciò non è una semplice speculazione umana a margine della Parola di Dio, ma è una elaborazione guidata dallo Spirito Santo, quando questa si sviluppa nella Chiesa sotto il controllo dei legittimi pastori.


Bibliografia 

R.M.Grant, “Gnosticismo e Cristianesimo primitivo”, il Mulino, Bologna 1976;
H. Jonas, “Lo Gnosticismo”, SEI, Torino, 1973;
J.N.D. Kelly, “Il pensiero cristiano delle origini”, il Mulino, Bologna, 1972.