lunedì 30 aprile 2018

La terribile morte di Alfie: la dittatura laicista non fa sconti


E, così, dopo cinque giorni dal distacco dal respiratore lo sfortunato bambino inglese, Alfie Evans è volato in cielo. Una morte terribile, lenta, agonica, senza che i genitori potessero intervenire in alcun modo.

Ma così ha voluto la dittatura laicista, la cultura dello scarto, i giudici hanno decretato che la vita del piccolo Alfie non aveva più alcun valore e che, quindi, andava soppressa. A nulla sono valse le considerazioni dei medici di un ospedale di Monaco Baviera specializzato nel trattamento dei malati terminali e/o quelle del Professor Bruno Dalla Piccola, direttore scientifico dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma: il piccolo si poteva e si doveva accompagnare verso il suo destino garantendo idratazione, nutrizione, respirazione e, quando e se necessario, supporto per il dolore.

Ma per quei giudici la vita di Alfie non aveva più alcun valore. Inutile supportare un corpicciolo di carne inutile. Assurdo far pesare sulle casse dello Stato una cura palliativa del tutto superflua. La morte come soluzione, la vita come un "optional". Se è decente, bene, altrimenti la soppressione.

Ma stavolta l'orrore si è spinto oltre l'inimmaginabile, la soppressione deve essere certa, senza tentennamenti, non si deve derogare dall'ordine impartito. E' lo Stato laicista che decide e che impone la sua morale, quindi Alfie deve morire in ospedale, non può uscire, non può essere riconsegnato ai genitori. Troppo forte il rischio di una stupida umanizzazione della morte, di un "morboso" amore per una vita inutile.  
Non solo l'orribile pretesa di poter decidere quando una vita debba o meno avere un valore, ma anche l'esercizio di un potere di vita e di morte su tutti i cittadini. E' lo Stato laicista il proprietario della vita di Alfie e neppure la sua mamma ha voce in capitolo sulla sua vita o sulla sua morte.

Stiamo scivolando sempre più velocemente lungo la china pericolosa del relativismo laicista, non è solo più il folle concepire la morte come panacea per ogni male, ma anche l'imposizione di tale "trattamento" e della morale deteriore che lo determina. Alfie ha "diritto" a morire perché la sua non era più vita, punto. Se i suoi genitori non sono d'accordo, pazienza, si devono adeguare perché se per loro la vita non dipende dalla sua qualità, ma dal fatto che esiste, dall'amore che fa scaturire, dal miracolo della sua bellezza in quanto tale, significa che sono solo dei retrogradi e, peggio, molto peggio, se ancora invischiati in quella superstizione di Dio e del Cristianesimo.

Ma non è solo il nord Europa ad essere attraversato da una simile follia, anche qui in Italia la stessa prevaricazione laicista si fa sentire in quelle istituzioni comunali che in barba alle indicazioni del Parlamento decidono di violare il diritto dei bambini ad avere un padre ed una madre. A Torino, a Roma, gli uffici comunali registrano come famiglie gruppi di persone che famiglie non sono. Tolgono a dei poveri bambini ignari l'affetto, la presenza, il valore, unici ed insostituibili, di una madre e di un padre. Atti irresponsabili che inoltre possono ratificare e, peggio, coprire squallide operazioni di mercato. 

Anche qui, il solito sovvertimento. Il capriccio e l'egoismo divengono valori e diritti, mentre i diritti veri vengono calpestati.     

mercoledì 11 aprile 2018

Biglino e le fonti della Bibbia

Un’altra questione che Biglino propone spesso al suo pubblico di seguaci durante le sue conferenze è quella riguardante le origini della Bibbia, cioè il discorso sulle sue fonti e sugli autori. Il suo giudizio è sprezzante, in poche parole distrugge ogni credibilità del testo sacro, un testo che a suo dire sarebbe stato rimaneggiato più volte e di cui non sappiamo nulla. 


A tal proposito lo studioso piemontese afferma: “…noi non sappiamo chi li ha scritti, non sappiamo quando sono stati scritti, non sappiamo come fossero scritti in origine, non sappiamo come fossero letti in origine. Quindi l’Antico Testamento è un libro privo di fonti […] coloro che sono innamorati della Bibbia e delle fonti devono prendere la Bibbia e gettarla nel cassonetto (sic), perché la Bibbia non ha fonti, nel senso che non sappiamo chi l’ha scritta e allora buttiamola se non sappiamo chi l’ha scritta. E’ verità consolidata che l’AT che leggevano in origine non è quello che leggiamo oggi perché è i testi sono stati più volte rimaneggiati”. 

La questione sollevata da Biglino è assolutamente ridicola e tradisce impietosamente la sua impreparazione su temi del genere. Solamente un dilettante come lui poteva scandalizzarsi del fatto che dell’Antico Testamento non abbiamo la certezza dell’identità dei suoi autori. Questo perché di quasi tutti i componimenti letterari antichi non si conosce con certezza chi sia l’autore. Ad esempio della famosa “Epopea di Gilgamesh”, poema sumero scritto circa 4500 anni fa, nessuno conosce chi sia l’autore, eppure nessuno si sognerebbe di affermare che sia uno scritto falso da “gettare nel cassonetto”. Lo stesso vale, ad esempio, per l’Enûma Eliš, poema teogonico e cosmogonico accadico risalente al 1700 a.C o per l’Odissea o l’Iliade di Omero, poemi scritti nell’VIII/VII secolo a.C. Nessuno sa chi abbia scritto tali poemi, nessuno è certo che l’Iliade e l’Odissea siano stati veramente scritti da Omero, ma nessuno mette in dubbio l’autenticità di tali scritti. Infatti a conferire l’autenticità ad uno scritto molto antico non è tanto la mera conoscenza dell’identità dell'autore, quasi sempre sconosciuta o fittizia (nell’età antica è tipico il fenomeno della pseudoepigrafia), ma l’esistenza di fonti, cioè le versioni scritte più vicine possibili agli originali. 
Ad esempio del poema Enûma Eliš i più antichi manoscritti risalgono all’anno 1000 a.C. a circa 700 anni dagli originali (Giovanni Pettinato “Mitologia assiro-babilonese” Torino, UTET, 2005, p.101), dell’Iliade il più antico manoscritto esistente, il “Marcianus 454”, conservato nella biblioteca marciana di Venezia, è del X secolo d.C. a più di 1700 anni dall’originale. Eppure sulla scorta di una tale documentazione nessuno studioso si sogna di considerare l’Iliade o l’odissea come delle contraffazioni, ma sono considerati testimoni importanti della cultura e delle mentalità di quei tempi. 

Contrariamente alle baggianate di Biglino anche l’Antico Testamento ebraico ha le sue fonti. La tradizione testuale della Bibbia è molto più importante dei testi sopra ricordati. I testimoni più antichi sono i manoscritti biblici scoperti nel 1947 a Qumran, in Palestina, che contengono frammenti più o meno ampi di tutti i testi della Bibbia ebraica e risalgono a un ampio periodo che va dal 250 a.C. circa al 68 d.C. a circa 350-400 anni dagli originali. Stessa situazione si riscontra anche per il testo greco della Bibbia, quello conosciuto come la versione dei LXX (Septuaginta), i cui più antichi manoscritti, alcuni frammenti del Levitico e del Deuteronomio, due libri del Pentateuco, sono risalenti al II secolo a.C. (Rahlfs nn. 801, 819, e 957). Questi documenti costituiscono, assieme alla tradizione ebraica e cristiana, una validissima assicurazione di autenticità del messaggio biblico, così come è stato composto in origine.

Biglino trova assurdo che molti dei supposti autori dei libri della Bibbia abbiano dei nomi fittizi o che siano addirittura sconosciuti. Infatti afferma: “I libri della Bibbia sono stati intestati, ad esempio c’è il libro di Ezechiele, c’è il libro di Malachìa, c’è il libro di Isaia. Ma, ad esempio, Malachìa non è un nome proprio, ma significa “colui che sta portando un annuncio”, non è esistita una persona che si chiamava Malachìa, cioè non si sa chi sia Malachìa”. 

Come visto non c’è nulla di cui stupirsi, se rimaniamo all’esempio dei poemi omerici, anche lo stesso nome di “Omero” non è affatto un nome proprio, ma significa "colui che non vede"(ho mè horôn), oppure “il cieco" (hómēros) e, infatti, Omero viene sempre raffigurato come un vecchio uomo cieco. Questo fatto non desta alcuna sorpresa presso gli storici: molto probabilmente un uomo dal nome di Omero non è mai esistito, ma ciò non toglie niente al valore storico e letterario di questi poemi.

Altra questione che sempre solleva Biglino è che il testo della Bibbia che leggiamo oggi, non sarebbe uguale a quello scritto in origine perchè, secondo lui, ogni volta che si trascriveva il testo della Bibbia questo veniva sempre cambiato. Ma anche qui Biglino dice una falsità, ad esempio proprio tra i rotoli scoperti a Qumram, la famosa località sul Mar Morto, ce n'è uno, il "1QIsa", datato paleograficamente al 125/100 a.C.,  che contiene tutti i 66 capitoli del libro di Isaia. Questo rotolo costituisce una fenomenale testimonianza della fedeltà con cui il libro di Isaia è stato copiato nei secoli dagli scribi ebrei, infatti "1QIsa" è sostanzialmente identico al testo masoretico, di mille anni posteriore.   

Gli studiosi seri, quelli accademici, conoscono da tempo questi aspetti, li considerano e ne tengono conto, sanno come considerarli e come valutarne il giusto peso. Con tale lavoro viene perfezionata sempre più la conoscenza scientifica e tecnica di questo testo. Con il suo dilettantismo Biglino finisce solo per scatenare una tempesta in un bicchiere d’acqua riuscendo ad impressionare solo chi non è competente su tali temi. 


Bibliografia 

J. A. Soggin “Storia d’Israele” – Paideia Editrice Bologna 1984; 
Giovanni Pettinato “Mitologia assiro-babilonese” Torino, UTET, 2005; 
Jean Bottéro e Samuel Noah Kramer "Uomini e dèi della Mesopotamia" Milano, Mondadori, 2012.

martedì 3 aprile 2018

La leggenda della terra piatta

Nel 2012, l’allora presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, riferendosi a coloro che ancora intendono affidarsi al petrolio come la principale fonte energetica e volendoli qualificare come persone di mentalità vecchia e sorpassata, affermò in un discorso pubblico: “Lasciate che vi dica una cosa. Se alcune di queste persone fossero state nei dintorni quando Colombo salpò, sarebbero state soci fondatori della Società della Terra Piatta. Esse non avrebbero creduto che il mondo è rotondo. Abbiamo sentito queste persone in passato” (B.Obama, Discorso sull’energia al Prince George’s County Community College, Largo, MD, 15 Marzo 2012). 

Incredibilmente, solo sei anni fa, il presidente degli Stati Uniti ha trovato perfettamente normale associare l’idea di arretratezza e di ostacolo al progresso allo scetticismo di coloro che contestarono il famoso viaggio di Cristoforo Colombo nel XV secolo, in quanto assurdamente convinti che la Terra fosse piatta e non rotonda. Ancora oggi, infatti, è molto diffusa l’idea che Colombo con il suo viaggio verso occidente abbia dimostrato che la Terra è rotonda e non piatta, come invece credeva la Chiesa cattolica retrograda ed antiscientifica. 

Si tratta dell’ennesimo, clamoroso, falso storico costruito ad arte contro la Chiesa. La sfericità della Terra era già stata dimostrata da Pitagora e da altri matematici greci nel VI secolo a.C. Due secoli più tardi anche Aristotele, osservando la forma dell’ombra della Terra sulla Luna e la curvatura della costa, era giunto alla stessa considerazione. Addirittura nel II secolo a.C. Eratostene stimò con un eccezionale grado di approssimazione la forma e la circonferenza del nostro pianeta. Ai tempi di Colombo queste teorie erano ben note, specialmente ai dotti di Salamanca che lo contestarono. Eppure è molto diffusa la convinzione che di questa sapienza degli antichi si fosse persa la cognizione in età medioevale per colpa di una Chiesa retrograda ed oscurantista. 

Ovviamente non c’è alcunché di vero, gli ecclesiastici del medioevo erano perfettamente a conoscenza del fatto che la Terra fosse una sfera. A provarlo sono le innumerevoli testimonianze documentali a partire dal VII secolo. Tra questi uno dei più noti sostenitori della terra a forma di globo, il monaco inglese, teologo e storico, Beda il Venerabile (673-735). Egli nel suo libro “Sul Calcolo del Tempo” (De temporum ratione), affermava esplicitamente che la forma della terra fosse tonda “come una palla”, non “come uno scudo”: “Chiamiamo la terra un globo, non come se la forma di una sfera possa esprimere diversità da pianure e montagne, ma perché se tutte le cose sono racchiuse in un contorno, allora la circonferenza della terra raffigurerà un globo perfetto… In verità si tratta di una sfera posta al centro dell’universo; nella sua ampiezza è come un cerchio, e non circolare come uno scudo, ma piuttosto come una palla, e si estende dal suo centro con perfetta rotondità su tutti i lati”. (Russell, Jeffrey B. “Inventing the Flat Earth” New York: Praeger Publishers. 1991 p. 87). 

Il più grande teologo della Chiesa Cattolica del Medioevo, Tommaso d’Aquino (1225-1274), aveva ben chiara la nozione della Terra come di un globo. Nella sua opera maggiore, la Summa Theologica, scrisse: “Il fisico dimostra che la terra sia rotonda in un modo, l’astronomo in un altro: in quanto il secondo prova questo mediante la matematica, per esempio dalle forme delle eclissi, o qualcosa del genere, mentre il primo lo dimostra mediante la fisica, come ad esempio dal movimento di corpi pesanti verso il centro, e così via” (Tommaso d’Aquino “Summa Theologiae" Domanda 54: La distinzione delle abitudini, Articolo 2, Risposta alle obiezioni 2”). 

Abbiamo tantissimi altri esempi di studiosi ecclesiastici medioevali che affermano la loro convinzione che la Terra fosse una sfera: il frate Ruggero Bacone (1220-1292), inventore degli occhiali, gli scienziati Giovanni Buridano (1301-1358) e Nicola Oresme (1320-1382), il monaco Giovanni di Sacrobosco (c. 1195-c. 1256) che scrisse il “Trattato della Sfera” in cui afferma esplicitamente che la comparsa di navi all’orizzonte dimostrava che la Terra era curva. 

Statua equestre di
Carlo Magno del IX sec. con
il "globus cruciger"
conservata al Louvre. Parigi. 
Altra prova schiacciante è costituita dal fatto che già nel V secolo i re europei medievali portavano un simbolo chiamato il "globus cruciger" cioè “il globo che porta la croce”, come simbolo cristiano del potere reale. Il globo rappresentava la terra ed era sormontata da una croce a simboleggiare la signoria di Cristo su di essa. Veniva tenuta dal sovrano a rappresentare il fatto che l’imperatore governava il mondo per volere divino. L’uso di questo simbolo risale addirittura ai primi del III secolo, infatti compare sul lato posteriore delle monete dell’imperatore Arcadio (395-408), e sulle monete dell’imperatore Teodosio II (423). 

Nell 1991 il noto storico statunitense Jeffrey Burton Russell demolì completamente il mito della “Terra piatta” nel suo studio definitivo “Inventando la Terra Piatta“, ma anche l’altrettanto noto evoluzionista Stephen Jay Gould (1941-2002) affermò: “Non c’è mai stato un periodo di ‘oscurità della terra piatta’ tra gli studiosi. La conoscenza greca della sfericità mai svanì, e tutti i maggiori studiosi medievali accettarono la rotondità della terra, come un dato di fatto della cosmologia” (S.J. Gould “The Late Birth of a Flat Earth”, in: “Dinosauro nel pagliaio: riflessioni sulla storia naturale”, 1° edizione Brossura, pp. 38–50, New York: Three Rivers Press, NY,1997). 

Ma allora perché si è diffusa questa credenza di un medioevo in cui si sarebbe persa la conoscenza degli antichi greci? Come al solito l’ennesima calunnia contro il cristianesimo e la Chiesa nasce in ambiente positivista nel XIX secolo. Dapprima è lo scrittore ed esploratore americano Washington Irving che nel 1828 nel suo romanzo “La vita e i viaggi di Cristoforo Colombo” s’inventò di sana pianta la falsa immagine di un Colombo unico sostenitore della teoria di una Terra rotonda contro l'ignoranza medioevale dei cristiani e della Chiesa. Irving immaginò che gli uomini di Chiesa credenti nella terra piatta, i dotti di Salamanca, si opposero con fermezza al piano di Colombo di viaggiare per le Indie, in quanto la sua nave sarebbe potuta cadere dal bordo della terra durante il tentativo di navigare attraverso l’Atlantico. Successivamente questa storia di fantasia è stata fatta diventare un fatto storico dai positivisti darwinisti del tardo XIX° secolo che la utilizzarono come un mezzo per mettere in ridicolo i cristiani. Per il positivismo dell’800 bisognava far passare a tutti i costi la religione come una superstizione e la Chiesa Cattolica come un centro di pensiero retrogrado ed oscurantista. Scrive lo storico Noble nella prefazione allo studio del Russell: “Divenne sapere convenzionale dal 1870 al 1920 a seguito della “guerra tra scienza e religione”, quando per molti intellettuali in Europa e negli Stati Uniti tutta la religione divenne sinonimo di superstizione e la scienza divenne l’unica fonte legittima di verità. Fu durante gli ultimi anni del XIX secolo e i primi anni del XX° secolo, poi, che il viaggio di Colombo divenne un simbolo così diffuso della futilità dell’immaginazione religiosa e della forza liberatrice dell’empirismo scientifico” (D. Noble, Prefazione in Jeffrey Burton Russell “Inventing the Flat Earth” New York: Praeger Publishers. 1991).

Ma, allora, perché i dotti di Salamanca avversarono il progetto di Colombo di navigare verso Ovest per raggiungere le Indie? A Colombo si contestava il fatto che le sue navi non avrebbero potuto trasportare abbastanza provviste, acqua fresca e cibo, per la durata del viaggio. I dotti di Salamanca, infatti, avevano fatto i conti molto meglio di Colombo e avevano previsto, a ragione, una distanza molto più lunga che non quella che aveva calcolato il navigatore genovese. Egli ebbe solo la fortuna di imbattersi in un nuovo continente tra l’Europa e l’Asia di cui nessuno, nel 1492, sospettava l’esistenza. Era quindi la dimensione della Terra, non la forma, ad essere oggetto del contendere. 

La leggenda della “Terra piatta” fu, quindi, l’invenzione di intellettuali positivisti nel loro tentativo di screditare gli scettici del Darwinismo. Tutto ciò mette in risalto due aspetti, il primo è che non esistevano prove convincenti a favore della teoria di Darwin, visto il bisogno d’inventarsi una leggenda contro i suoi oppositori e l’altro è che la Chiesa, contrariamente al mainstream laicista e positivista, non è affatto quel mostro di oscurantismo ed arretratezza scientifica che molti credono. Questa vicenda conferma un dato molto importante: nella storia dell’umanità non c’è mai stata una guerra della Chiesa contro la scienza, ma piuttosto una guerra dei laicisti contro Dio.


Bibliografia

Jeffrey Burton Russell “Inventing the Flat Earth” New York: Praeger Publishers. 1991;
S.J. Gould “The Late Birth of a Flat Earth”, in: “Dinosauro nel pagliaio: riflessioni sulla storia naturale”, 1° edizione Brossura, pp. 38–50, New York: Three Rivers Press, NY,1997
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giovedì 15 marzo 2018

I miti sulle Crociate: l’Islam pacifico aggredito dai cristiani.

A proposito delle Crociate sono nati tantissimi miti, tra questi molto diffuso è quello che dipinge il mondo musulmano come una grande civiltà barbaramente aggredita dai crociati assetati di dominio e ricchezze. La convinzione ancora molto diffusa è quella di un’Islam pacifico e che le ostilità siano state scatenate dai cristiani. 


L’islamista statunitense John L. Esposito, ad esempio, ritenuto uno dei massimi esperti mondiali di storia delle religioni e dell’Islam in particolare, riesce a fare tali sconcertanti affermazioni: “Trascorsero cinque secoli di coesistenza pacifica prima che gli eventi politici e un gioco di potere tra l’Impero e il Papa portassero alle cosiddette guerre sante, durate secoli, che contrapposero il cristianesimo all’Islam e si lasciarono alle spalle un duraturo retaggio di fraintendimenti e diffidenza” (John Esposito “Islam: The Straight Path” Oxford University Press, Oxford 1998). 

Cinque secoli di coesistenza pacifica? L’Islam fu una civiltà pacifica e tollerante aggredita dai cristiani? Quello che incredibilmente viene sempre sottaciuto è il fatto che il primo contatto che l’Islam ebbe con i cristiani non fu affatto in occasione della prima crociata del 1099, ma molto tempo prima, almeno quattro secoli e mezzo. 
Nel VII secolo l’Islam fuse in un’unica comunità tutte le tribù arabe sparse per la penisola arabica arrivando a formare un’entità compatta dal punto di vista religioso e dalla caratteristica guerriera. In quell'epoca l’Arabia era circondata da paesi in cui l’elemento dominante era cristiano, come l’impero Bizantino e i territori cristiani del nord Africa. Una volta sottomesse con la forza le vicine tribù pagane, i musulmani, spinti dalle parole del profeta che inneggiavano allo Jihād, la prima guerra santa (con buona pace delle corbellerie di John L. Esposito), guidati dal capo guerriero coreiscita Khālid b. al-Walīd, attaccarono l’Impero Bizantino ottenendo, nel 636, una schiacciante vittoria nella campagna militare lungo il fiume Yarmuk che fece cadere in mano musulmana la Siria e la Palestina. Nel 638 venne espugnata la città di Gerusalemme dove si trovano i luoghi più santi della cristianità ed imposta una tassa (la jizya) a tutti gli abitanti ebrei e cristiani. Subito dopo le armate islamiche conquistarono tutta la Mesopotamia bizantina, l’Armenia e l’Egitto (dove distrussero del tutto la famosa biblioteca di Alessandria). Si spinsero lungo tutta la costa africana fino a conquistare la Sicilia e tutta la penisola iberica nel VIII secolo, da dove organizzarono spedizioni volte al saccheggio della Francia meridionale. Già nel 721 il governatore arabo della Spagna musulmana, Al-Samh ibn Malik al-Khawlani, spinse il suo esercito nella marca d’Aquitania per conquistarla ed espugnare la città di Bordeaux nella Francia meridionale, ma fu sconfitto e respinto da un esercito di Franchi. Nel 732 gli arabi, guidati dal generale ʿAbd al-Raḥmān, tornarono all’attacco con forze ben maggiori. Un esercito di Franchi tentò di difendere Bordeaux, ma fu sconfitto e la città saccheggiata, un altro piccolo esercito cristiano guidato da Oddone di Aquitania fu poi massacrato lungo il fiume Garonna. Dove passavano i musulmani devastazione e saccheggio: un contemporaneo, Isidorus Pacensis, nel suo resoconto “Continuatio hispana”, racconta che il comandante delle forze arabe “prese ad incendiare le chiese, immaginando di poter depredare la basilica di San Martino a Tours” (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010, pag. 59). 

Nel giro di quasi un secolo l’Islam, senza che venisse minimamente provocato, mise sotto assedio l’intera Europa cristiana, dovunque ci furono eccidi e violenze, gli eserciti islamici si impadronirono di ricchi bottini e migliaia di schiavi. I “tolleranti” musulmani imposero da subito la loro religione, le cronache di allora riportano l’esortazione del Califfo ibn al-Khattab-Alì, successore di Maometto: “Chiamate gli uomini a Dio: chi risponderà alla vostra chiamata, accettatelo. Ma chi si rifiuterà dovrà pagare la tassa sulla persona in segno di subordinazione e inferiorità. E su coloro che opporranno un ulteriore rifiuto scenderà impietosamente la spada. Temete Dio e assolvete la missione che vi è stata affidata” (“The History of Al-Tabari” vol. XII, State University of New York Press, 1992, pag. 167). 

Attraverso violenze di ogni tipo le armate musulmane spazzarono via le precedenti amministrazioni per imporre le proprie e per costringere le popolazioni assoggettate ad abbracciare l’Islam. In Palestina, la Terrasanta tanto importante per la spiritualità cristiana, i pellegrini e gli abitanti cristiani si trovarono ad affrontare una spirale di persecuzioni sempre più violente. Le cronache riportano un’infinità di nefandezze commesse dai conquistatori che culminarono nel 1004 con le violenze perpetrate dal feroce califfo fatimita 'Abu 'Ali al-Mansur al-Haklm che ordinò la distruzione delle chiese, diede alle fiamme le croci e si impossessò di tutti i dei beni ecclesiastici. E lo stesso fece con gli ebrei. Negli anni successivi furono rase al suolo trentamila chiese e un numero incalcolabile di cristiani si convertì all'Islam solo per avere salva la vita. Nel 1009 al-Haklm arrivò addirittura ad ordinare la distruzione della Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme insieme a quella di molte altre chiese. Venne distrutta la memoria più cara ai cristiani, il luogo più sacro, dove secondo la tradizione, sarebbe situata la tomba di Gesù. (Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” cit. p. 376). 

Poi vennero i Turchi che, abbracciata la fede islamica sunnita, al seguito del capo guerriero Alp Arslan, nel 1063 occuparono le regioni cristiane dell'Armenia e della Georgia, nel 1064 distrussero Ani, l’antica capitale armena, e nel 1066 espugnarono e saccheggiarono Cesarea in Cappadocia. Nel 1068 addentrandosi in pieno territorio bizantino giunsero fino a Neocesarea ed Amorio, arrivando l'anno successivo ad Iconio e a Khonae, occupando così quasi tutta l'Anatolia. Nel 1071 i Turchi, a Manzicerta, affrontarono un’armata bizantina di soccorso con a capo lo stesso imperatore, Romano IV Diogene, distruggendola completamente. Da quel momento i Turchi non ebbero più freni riuscendo a conquistare tutta la Palestina strappando Gerusalemme ai Fatimidi d'Egitto. Nel giro di pochi anni i Turchi controllavano un territorio immenso dall’Egeo alle steppe iraniche. 

L’avanzata araba e poi turca determinò per i bizantini non solo la perdita di buona parte del loro impero, ma si trovarono col nemico alle porte di Costantinopoli, la loro capitale. E’ per questo motivo che i pontefici e la maggior parte dei cristiani erano convinti che la guerra contro i musulmani fosse giustificata. I musulmani avevano proditoriamente occupato con la forza terre che un tempo appartenevano alla cristianità, oltraggiavano i cristiani soggetti al loro dominio riducendo in schiavitù la popolazione, distruggevano ogni luogo ritenuto santo dai cristiani e si abbandonavano al saccheggio esaltati dal puro desiderio di distruzione (Derek W. Lomax “The reconquest of Spain” Longman, Londra 1978, pag. 58-59). 

Uno dei più autorevoli bizantinisti mai esistiti, lo storico George Ostrogorsky (1902-1976), ha definito l’attacco sferrato contro l’impero bizantino come “l’offensiva più minacciosa da parte araba cui il mondo cristiano abbia mai dovuto far fronte. Costantinopoli era l’ultimo argine che si opponeva all’invasione. Il fatto che questo argine abbia retto significò la salvezza non solo dell’impero bizantino, ma di tutta la cultura europea” (George Ostrogorsky “Storia dell’impero bizantino” Einaudi, Torino, 1969, pag. 110). Altri storici affermano chiaramente che: “se [arabi e turchi] avessero conquistato Costantinopoli non nel XV secolo, ma nel VII secolo, oggi tutta l’Europa, e l’America, potrebbe essere musulmana” (Viscont J. J. Norwich “Byzantium: the Early Centuries” Penguin Books, London 1995, p.324). 

Tra il VII e VIII secolo la cristianità si vide aggredita da tutte le parti da un’invasione militare aggressiva e feroce, perfettamente organizzata e volta ad una conquista militare, politica e religiosa. Successivamente nell’XI secolo i Turchi completarono l’opera arrivando fin sotto le mura di Costantinopoli col fermo proposito di cancellare la cristianità dalla faccia della terra. Tutto ciò viene raramente, e comunque brevemente, ricordato nei programmi scolastici e nei manuali storici in uso nelle scuole, mentre si da un’enorme risalto alle Crociate per lo più definite una vergogna cristiana. In realtà furono una reazione troppo a lungo rimandata contro una ingiustificata, se non per sete di potere e ricchezza, vera e propria aggressione. 

Bibliografia

Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010;
Franco Cardini e Marina Montesano "Storia medievale" Firenze, Le Monnier Università, 2006; 
Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate" A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
George Ostrogorsky “Storia dell’impero bizantino” Einaudi, Torino, 1969;
Franco Cardini "Le Crociate tra il mito e la storia" Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971.

mercoledì 7 marzo 2018

Biglino e lo Spirito di Dio

Nell’articolo intitolato “Biglino e l’astronave di Yahwè” ho già trattato dell’assurda pretesa di Biglino di ignorare vocabolari e dizionari di ebraico biblico per poter essere libero di affibbiare ad ogni termine un suo personale ed immaginario significato in modo da poter supportare le sue strampalate teorie. Così come ha fatto con il termine “kevòd”, che ha arbitrariamente tradotto con “pesante”, mentre vuol dire “gloria”, “onore”, ora traduce in modo ancor più fantasioso un altro termine ebraico della Bibbia, “ruàch”. 

Tutte le bibbie più diffuse e prestigiose traducono tale termine con “vento”, “spirito” e tale traduzione è quella fornita dai migliori dizionari di ebraico biblico, tra cui l’autorevole Brown-Driver-Briggs, ma per Biglino, a cui servono appigli per sostenere la folle tesi della presenza di un’astronave aliena nella Bibbia, questa traduzione è sbagliata. Infatti secondo lo studioso piemontese il termine “ruàch” avrebbe a che fare con “un oggetto pesante, metallico, che vola in cielo”. Quando nel primo libro della Bibbia, la Genesi, al secondo versetto del primo capitolo si legge: “… e lo spirito [ruàch] di Dio aleggiava sulle acque” per Biglino siamo di fronte al primo contatto di una astronave aliena con il pianeta Terra!

Ma come fa Biglino ad affermare una cosa del genere? Egli spiega che il termine ebraico “ruàch” avrebbe origini molto più antiche della lingua ebraica e risalirebbe niente meno che alla lingua sumera nella quale il suono “ru-a” veniva reso con un pittogramma, cioè con un’immagine stilizzata, composto da due disegni: un oggetto posto superiormente, che avrebbe il suono “ru”, e una massa d’acqua sottostante, identificabile col suono “a”, ossia l’immagine di una astronave che plana su una superficie d’acqua. Secondo Biglino sarebbe proprio questa la scena descritta nel passo della Genesi 1, 2 (M. Biglino “Il dio alieno nella Bibbia”, Unoeditori 2011, p. 41). Biglino, inoltre, cerca di supportare la propria tesi riportando nel suo libro “Non c’è creazione nella Bibbia”, a pag. 71, la raffigurazione di una stele ritenuta “accadica” o “sumera” conservata nel museo di Cartagine e datata al 1950 a.C, riportante il pittogramma dell’astronave aliena.

      Stele ritenuta "accadica" o "sumera" da Biglino, 
   mentre trattasi di una stele punica conservata 
in Francia presso la collezione Jean H. Spiro 
Quindi secondo Biglino l’autore/i della Genesi, esprimendosi in lingua ebraica, invece di riferirsi allo “spirito” di Dio, avrebbero fatto in realtà riferimento al passaggio di una astronave aliena attraverso la descrizione di un pittogramma sumero. Ora, se fossimo davanti a libri di fantascienza non potrei fare altro che complimentarmi con Biglino per la sua fervida immaginazione, ma purtroppo queste “teorie” vengono spacciate per grandi scoperte scientifiche e presentate con l’enfasi di chi avrebbe scoperto l’inganno della Chiesa (sic) e rivelato una verità tenuta nascosta. 

La “teoria” di Biglino fa acqua da tutte le parti, innanzitutto non esiste alcun termine ebraico che abbia una qualche derivazione dalla lingua sumera e ciò è ovvio perché a differenza di questa l’ebraico è una lingua semitica. Consultando l’autorevole “Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament”, alla voce “ruàch”, si può notare, infatti, che tale termine ha il suo corrispondente in tutte le principali lingue semitiche, mentre non ne ha nessuno con la lingua sumera. Inoltre il pittogramma in questione non ha affatto il suono “ru–a”, ma “Šagan”, e questo lo affermava già nel 1936 l’archeologo e filologo Adam Falkenstein nella sua pubblicazione “Archaische Texte aus Uruk (ATU 1)”. Da allora fino ad oggi in tutte le traduzioni e successive liste dei segni il pittogramma è sempre stato traslitterato col termine “Šagan” (“The University of Chicago Oriental Institute Publications” Vol. 104 (OIP 104) p. 32). Non esiste, quindi, alcuna corrispondenza tra il termine ebraico “ruàch” e il pittogramma sumero a cui si riferisce Biglino, quindi è del tutto arbitrario e sbagliato tradurre il termine “ruàch” in modo diverso da “vento”, “spirito”. 
Con ogni probabilità Biglino si è basato sui lavori di un altro ricercatore autodidatta, un certo Christian O’Brien, un geologo inglese appassionato di archeologia mesopotamica, che si basò su fonti accademiche molto datate e superate. 

Anche la notizia della stele “accadica” o “sumera” conservata nel museo di Cartagine e datata al 1950 a.C, riportante il pittogramma sumero dell’astronave aliena è l’ennesima bufala di Biglino. Infatti la stele in questione non è né accadica, tanto meno sumera, ma punica e non si trova in nessun museo a Cartagine, ma fa parte della collezione privata Jean H. Spiro conservata in Francia. Si tratta di una stele punica di qualche secolo prima di Cristo raffigurante il simbolo della dea Tanit.  

Altra sciocchezza che afferma Biglino è quella secondo la quale il termine “ruàch” si sarebbe sempre riferito ad un qualcosa di reale, materiale, e non spirituale e che avrebbe acquistato il senso di “spirito” solo dopo il III secolo a.C. con la traduzione greca della LXX. Questa convinzione mostra la profonda ignoranza che Biglino ha della Bibbia, infatti in essa sono presenti tante espressioni in cui è usato il termine “ruàch” per designare gli stati d’animo dell’uomo ed in modo figurativo la forza vitale che fa vivere in particolare gli esseri umani. Sono tutti usi in cui questo temine acquista significati astratti perfettamente riconducibili al senso di “spirito” così come si ritrovano anche nella cultura ellenista. 

Esempi di tali espressioni sono molteplici: 

-in Genesi 41, 38: “E il faraone disse ai suoi servitori: "Potremmo noi trovare un uomo pari a questo, in cui sia lo spirito di Dio (ruàch elohim)?";

-in Esodo 28, 3 abbiamo: “Parlerai a tutti gli uomini sapienti, che io ho riempito di spirito di saggezza (ruàch chokhmà)”;

-in Numeri 27,18: “Il Signore disse a Mosè: «Prenditi Giosuè, figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito (ish asher ruàch bo); 

-in Gioele 3:1 “Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo (eshpokh et ruchì ‘al col basar) e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie”;

-in Proverbi 20, 27: "Lo spirito (ruàch) dell'uomo è una fiaccola del Signore che scruta tutti i segreti recessi del cuore".

In tutti questi passi, ma se ne potrebbero citare moltissimi altri ancora, il termine “ruàch” ha chiaramente un significato astratto, spirituale, e questo fatto distrugge in modo definitivo la visione assurda di Biglino. 

Ciò che, sorprendentemente, affascina e cattura l’attenzione di tante persone, convincendole di aver trovato la prova definitiva di immaginari complotti e sotterfugi perpetrati dalla Chiesa cattolica, in realtà si basa su incompetenze, su errori fatti passare per verità certe, sul pressapochismo di dilettanti come O’Brien e lo stesso Biglino. Perché tutto questo? Forse c’è del vero in quella frase attribuita a Gilbert K. Chesterton che recita: “Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto”.

Bibliografia


Stanislav Segert “A Basic Grammar of the Ugaritic Language”, University of California Press, Berkeley and Los Angeles, California 1997; 
Jeremy Black, Andrew George, Nicholas Postgate “A Concise Dictionary of Akkadian”, Edizioni Otto Harrassowitz, 1999)”;
Philippe Reymond “Dizionario di ebraico e aramaico biblici” Ed. Società Biblica Britannica, 2011;
Dizionario “Koehler & Baumgartner" Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament;
Dizionario “Brown-Driver-Briggs” Hebrew and English Lexicon;
- Si segnala un interessante articolo dal blog "Guardopensoedico" che ben illustra l'inconsistenza delle fonti a cui attinge Biglino. 

mercoledì 14 febbraio 2018

"Passato e Presente", quando i pregiudizi storici sono duri a morire.

Sono un appassionato di storia, fin da piccolo. Libri, riviste, trasmissioni televisive, tutto ciò che parla e tratta di storia attira la mia attenzione. Sulla RAI seguo le puntate di "Passato e Presente", una trasmissione di approfondimento sui più disparati temi storici condotta da Paolo Mieli. Generalmente si tratta di un interessante e qualificato contributo, ma ultimamente la puntata sulla "tratta degli schiavi", a cui ha partecipato come esperto il prof. Lucio Villari, è stata particolarmente deludente. 

Nella puntata sono state riproposte le solite sciocchezze tipiche di una analisi storica fortemente ideologizzata e caratterizzata dal consueto pregiudizio anticattolico nato in età illuminista. 
Il prof. Lucio Villari ha sciorinato tutta una serie di falsità storiche come le "responsabilità" della Chiesa Cattolica nella tratta degli schiavi, ma si è "dimenticato" della netta e ferma presa di posizione contro di essa che i papi hanno sempre mostrato, a cominciare da papa Eugenio IV, che con una con una bolla del 1434, la "Sicut Dudum", impose ai Portoghesi di liberare gli schiavi, oppure la condanna della schiavitù operata dalla Chiesa Cattolica nei numerosi documenti papali nel 1434, 1462, 1537, 1591, 1639, 1741, 1839, 1888, 1890 e 1912, la lettera di Pio II, "Rubicensem", del 1462, in cui il papa ricorda al vescovo della Guinea portoghese che la schiavitù dei neri è un “magnum scelus”, cioè un grande crimine, oppure ancora la bolla “Sublimis deus” di papa Paolo III, del 1537, in cui viene affermato che non è lecito a nessuno privare della libertà e delle proprietà gli indiani e tutti gli altri popoli, anche se non appartenenti alla religione cristiana.
Altra "dimenticanza" del prof. Villari è stata quella di non menzionare le responsabilità delle Chiese protestanti che, come è noto, essendo completamente asservite al potere laico furono corresponsabili a tutto tondo delle nefandezze perpetrate dalle principali nazioni schiaviste come l'Inghilterra e l'Olanda, notoriamente non cattoliche. Sono mancati, inoltre, i necessari ed opportuni riferimenti a chi praticava la schiavitù e la tratta degli schiavi molto prima degli europei, cioè gli arabi musulmani. Come è noto, il politically correct impone di ignorare l'Islam. 
Ma la chicca migliore è il riferimento al mito dell'illuminismo "liberatore" che per primo avrebbe denunciato la tratta degli schiavi e che avrebbe determinato la fine dello schiavismo. Villari, però, ignora che Diderot, seppure scrisse contro la schiavitù, fu un convinto razzista assertore della superiorità della razza bianca e che illustri esponenti dell'illuminismo come il grande filosofo Voltaire, Locke, Hume, ecc., investivano i loro risparmi nel commercio degli schiavi (Domenico Losurdo "Hegel, Marx e la tradizione liberale: libertà, uguaglianza, stato" Editori Riuniti, 1988, p.95).

E' un vero scivolone quello in cui è incappato il conduttore Paolo Mieli, la sua trasmissione ha in questa occasione dato sfoggio di parzialità ed incompetenza. La storiografia di Lucio Villari appartiene al passato, ad un modo politicizzato ed ideologico di fare storia. E' ormai tempo di svincolare l'analisi storica da tali lacci per avere sempre più una visione reale e corretta del passato e poter costruire così un futuro veramente migliore.    

martedì 13 febbraio 2018

Le Crociate e le scuse della Chiesa

Il fenomeno delle Crociate, le spedizioni armate che in epoca medioevale la cristianità organizzò per la riconquista e la tenuta dei luoghi santi in Palestina, è sempre stato considerato uno dei più grandi scandali che hanno riguardato la Chiesa e i cristiani, uno dei pezzi forte della odierna cultura laicista dominante utilizzato per denigrare la storia della Chiesa. 


Non sono valse neppure le parole di scuse e rammarico che i vari pontefici hanno speso per chiedere perdono. Al Giubileo del 2000, durante la “giornata del perdono”, anche senza nominare esplicitamente le crociate, papa Wojtyla si riferì ai “cristiani che hanno talvolta accondisceso a metodi di intolleranza”, oppure le parole di papa Ratzinger: “Come cristiano, vorrei dire a questo punto: sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna” pronunciate ad Assisi nel 2011. Ai musulmani tutto ciò non basta, secondo loro la Chiesa avrebbe aggredito l’Islam allo scopo di distruggerlo ed imporre il cristianesimo. Nel 2005, in occasione di incontro tra islamici e cristiani, svoltosi in Vaticano, il portavoce della Commissione per il dialogo tra le religioni di Al-Azhar, un’università islamica egiziana, ha fatto formale richiesta di scuse da parte della Chiesa per quello che aveva fatto. Il noto scrittore e giornalista libanese, Amin Maalouf, ebbe modo di scrivere che: “Il sacco di Gerusalemme avvenuto nel 1099 a opera dei crociati fu il punto di partenza di un’ostilità millenaria tra l’Islam e l’Occidente” (Amin Maalouf “Le crociate viste dagli arabi” SEI, Torino, 1989, p.12).

In effetti, a ben vedere, i papi non hanno chiesto scusa in modo specifico per le Crociate, si sono riferiti in generale all’abuso della violenza perpetrato molte volte dalla Chiesa. Essi hanno condannato la violenza, ma non hanno rinnegato le motivazioni e l’organizzazione di quelle spedizioni. Come mai? Eppure nell’immaginario collettivo odierno le Crociate sono quanto di più lontano possa esserci dal Vangelo, la più grossa macchia nera sulla coscienza della Chiesa ed un motivo per cui i cristiani debbano vergognarsi.

In realtà il motivo di questa mancanza di scuse è molto semplice, si tratta di un tributo alla verità storica. La Chiesa ha commesso molti errori, ma non è pensabile che si accolli anche responsabilità che non gli appartengono. Gli studi storici più moderni ed avanzati stanno definitivamente confermando che l’idea comunemente diffusa dall’odierno politically correct sul fenomeno delle Crociate, non corrisponde affatto alla verità storica. Uno dei massimi esperti a livello mondiale della storia delle Crociate, lo storico Jonathan Riley-Smith, principale esponente della moderna storiografia sul fenomeno, ha chiaramente affermato che: “Nel XVIII secolo, con l'Illuminismo, si arrivò a considerare le crociate come il frutto di un'epoca fanatica e superstiziosa” (J. Riley-Smith “Breve storia delle crociate” Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1994, pp. 329-331). 

In realtà la storia delle Crociate, così come è oggi superficialmente conosciuta, costituisce l’esempio più evidente della mistificazione e della manipolazione della storia operata in senso anticattolico. Scrive Rodney Stark, attento studioso, non cattolico: “…Voltaire, Gibbon e altri scrittori del XVIII secolo, [furono] intenzionati a ritrarre la Chiesa cattolica nella peggiore luce possibile”, (R. Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010). Sulle Crociate è stata costruita una autentica "leggenda nera", piena di menzogne e fantasie che poi ha finito per imporsi come la versione ufficiale di quei fatti. 

Sul finire del X secolo la Cristianità si trovò costretta a reagire all’incredibile pressione esercitata dall’Islam, la Chiesa bandì le Crociate senza nessuna volontà imperialista o colonialista, ma per porre un freno all’aggressività musulmana, per cercare di salvare il Santo Sepolcro e tutelare il pellegrinaggio in Terrasanta. Un dialogo pacifico era impensabile, nella comunità musulmana lo spirituale e il temporale si trovano indissolubilmente legati, non può esserci spazio per altri credi e nessuna tolleranza per le minoranze non islamiche, le differenze gradualmente vengono assorbite nell’unità della civiltà e della lingua araba. Per l’Islam il popolo e la società devono avere il medesimo destino politico e religioso. Il Corano, il libro sacro dell’Islam, è insieme legge civile e religiosa. Per questo l’Islam non può essere né cattolico e né missionario, ma, normalmente, solo conquistatore.
Se il cristianesimo non riesce ad assumere ed esprimere le proprie peculiarità in mezzo al mondo rischia di annacquarsi. Lo spirito delle Crociate fu, quindi, quello di una lotta per la sopravvivenza della fede e della propria identità. 

Troppe falsità si sono dette e scritte sulle Crociate, è tempo che sia diffusa una storia più aderente alla verità dei fatti. 



Bibliografia

L. Gardet “Conoscere l’Islam” Edizioni Paoline, 1961;
Franco Cardini "Le Crociate tra il mito e la storia" Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971; 
Amin Maalouf “Le crociate viste dagli arabi” SEI, Torino, 1989;
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate" A. Mondadori Editore, Milano 1994;
Franco Cardini "Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia" Piemme Casale Mon.to (AL) 1994; 
Jonathan Riley-Smith “Breve storia delle crociate” Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1994;
Luigi Negri "False accuse alla Chiesa" Piemme, Casale Mon.to (AL) 1997;
Luigi Negri "Controstoria. Una rilettura di mille anni di vita della Chiesa" San Paolo, Cinisello B.mo (MI) 2000; 
Thomas F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005;
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010.

venerdì 26 gennaio 2018

Giovanna d'Arco, violenza e santità?

Tra gli aspetti più controversi della storia della Chiesa bisogna sicuramente annoverare la vicenda di Giovanna D’Arco, la giovinetta francese che in nome di Dio, verso la fine della guerra dei Cent’anni, imbracciò la spada e combatté gli inglesi invasori per liberare la sua patria. Come è noto la ragazza fu, infine, catturata e arsa viva come eretica. Successivamente fu riabilitata fino ad essere proclamata addirittura santa dalla Chiesa di Roma. 

Questa vicenda suscita molti interrogativi: come mai è stata fatta santa una persona dedita alla guerra ed alla violenza? Come mai Giovanna è stata prima considerata un’eretica e poi è stata canonizzata? La Chiesa si è sbagliata? Se la Chiesa esalta la figura di Giovanna vuole forse farci intendere che Dio parteggiava per i francesi contro gli inglesi? Se la Chiesa propone la vita e le opere dei santi come un insegnamento eroico e virtuoso da imitare, come si spiega tutto questo nel caso di Giovanna? 

Per poter rispondere a queste domande bisogna innanzitutto collocare la vicenda di Giovanna nel suo periodo storico. Siamo nel 1428, era in pieno corso la cosiddetta guerra dei Cent’anni tra gli Armagnacchi, partigiani di Carlo VII, un “re” solo sulla carta, e gli Inglesi, con il loro alleato il Ducato di Borgogna. La situazione del regno di Francia era veramente disperata, gli Inglesi occupavano ormai un quinto del territorio nazionale francese, Carlo VII viveva rintanato a Bourges nella completa inattività, gli Armagnacchi incassavano sconfitte su sconfitte, ultima delle quali la disastrosa disfatta di Azincourt del 1415, ed Orléan era sotto assedio degli Inglesi. Questa debolezza dei Francesi denotava anche l’inesistenza di un vero e proprio sentimento nazionale all’inizio del XV secolo. Nata nel 1412, da una povera famiglia di contadini a Domrémy, Giovanna D’Arco si sentì chiamata da Dio a soccorrere il re di Francia e a scacciare gli Inglesi dal suolo francese. Incontra Carlo VII a Chinon e, dopo qualche diffidenza iniziale, lo convince ad affidarle il compito di passare all’offensiva contro gli Inglesi. Col suo entusiasmo Giovanna riesce a rianimare l’ardore degli Armagnacchi e, dopo aver liberato Orléan, fa incoronare Carlo VII re di Francia a Reims, appena liberata dagli Inglesi. Dopo questi successi il re tornò nella sua apatia e decise di trattare con gli Inglesi, ma Giovanna era ormai decisa a portare in fino in fondo la sua missione e continuò la guerra senza l’appoggio della corona. Il 24 maggio del 1430 fu catturata dai Borgognoni, alleati degli Inglesi, e a questi fu venduta. Imprigionata a Rouen vi fu processata per eresia e stregoneria da un falso tribunale dell’Inquisizione con giudici prezzolati dagli Inglesi. Condannata, venne arsa viva il 30 maggio 1431.

Il processo per eresia di Giovanna d’Arco fu una farsa organizzata dagli Inglesi in cui fu commesso un alto numero di irregolarità (ad esempio non fu mai inoltrato l’appello di Giovanna al papa), l’atteggiamento della giovinetta fu molto coraggioso e di grande intelligenza, ma soprattutto di sottomissione alla Chiesa di cui ne riconosceva l’autorità. Il re Carlo VII, che inizialmente aveva abbandonato Giovanna al suo destino, sotto l’autorità di papa Callisto III, aprì un’inchiesta sul processo che la riabilitò completamente nel 1456. Giovanna d’Arco fu beatificata il 1909 da papa san Pio X e canonizzata nel 1920 da papa Benedetto XV.

Perché la Chiesa ha santificato Giovanna? Perché Dio parteggiò per i Francesi contro gli Inglesi? Certamente no, Dio non fa particolarismi. Dio è Giustizia e Verità e a queste virtù ogni uomo ed ogni società devono tendere. Davanti alla situazione in cui erano piombati i Francesi, minacciati dalle pretese egemoniche degli Inglesi sul loro paese e dall’anarchia imperante, Giovanna d’Arco sentì il dovere di assumere i mezzi necessari per liberare la Francia, sino al punto da fare la guerra. L’amor patrio è un valore cristiano, così come bisogna amare la propria famiglia, occorre amare la propria Patria, per il cristiano è un dovere difendere la Patria. Ma ogni impegno politico di questo tipo, fatalmente, esige una scelta e ciò significa anche farsi dei nemici in campo opposto. Tale impegno è buono se non si va alla ricerca del proprio interesse personale o dell’appagamento di un desiderio di potenza, ma se si cerca il bene degli altri. La scelta particolare dell’uno o dell’altro partito è sempre discutibile, ma mentre la Chiesa, in quanto istituzione collettiva, non può e non deve prendere posizione ufficiale su tali problemi, il cristiano singolo, invece, nel proprio e specifico ambito personale, ha il diritto e il dovere di impegnarsi, in proporzione ai mezzi disponibili. 

Giovanna pensò che il benessere dei Francesi fosse la pace e che questa non poteva essere raggiunta senza il riconoscimento del sovrano legittimo da parte di tutti. Così si impegnò nella lotta per assicurare il trono al “delfino” di Francia Carlo VII. Altri cristiani, forse, avrebbero preso un altro atteggiamento. Il merito di Giovanna fu di aver agito non sulla base di preferenze personali, ma sforzandosi di lasciarsi illuminare dalla Sapienza divina nella ricerca del partito migliore, in quella data situazione, allo scopo di portare aiuto ai fratelli in difficoltà. La liberazione del suo popolo è, quindi, un’opera di giustizia umana, che Giovanna compie nella carità, insegnando che la forza può stare al servizio della giustizia e della carità.


Bibliografia

Régine Pernoud, “Il processo di Giovanna d’Arco” Ed. Paoline, 1973;
Franco Cardini "Giovanna d'Arco. La vergine guerriera" Milano, Mondadori, 1999;
Régine Pernoud "Giovanna d'Arco. Una vita in breve" Cinisello Balsamo, San Paolo, 1992;
Procès de Condamnation de Jeanne d'Arc, 3 vol. e Procès en Nullité de la Condamnation de Jeanne d'Arc, 5 vol., ed. Klincksieck, Paris 1960-1989.

martedì 16 gennaio 2018

Biglino e l'astronave di Yahweh

Come sappiamo lo studioso Mauro Biglino è convinto che l’umanità sia il frutto di un lavoro di ingegneria genetica realizzato da una superiore intelligenza aliena e che tale operazione sia stata meticolosamente riportata nella Bibbia. Purtroppo, pur di poter aver di che accusare la Chiesa e i cristiani di complotti e macchinazioni varie, moltissime persone sono disposte anche a credere a tali assurdità.

Per poter puntellare questa sua convinzione, Biglino, nei suoi libri e conferenze, ripete spesso che il termine ebraico “kavòd”, che in tutte le traduzioni più accreditate ha sempre il significato di “gloria”, “onore”, in realtà avrebbe un altro significato, molto più materiale. Tutti i vocabolari riporterebbero, infatti, una traduzione inficiata da una “visione del divino”, che secondo Biglino nella Bibbia non esiste. In uno dei suoi libri scrive: 

“Il verbo da cui deriva (il termine kavòd n.d.a.) indica i concetti di: “essere pesante, avere peso, essere onorato, essere duro”. (…) I Greci hanno tradotto questo termine col vocabolo doxa, che viene a sua volta reso nelle lingue moderne con “gloria”. La traduzione di questo termine è sempre stata condizionata dalla visione della divinità che – abbiamo visto – non corrisponde affatto alla rappresentazione degli Elohim presente nell’Antico Testamento: gli Elohim infatti tutto erano tranne che esseri spirituali! (…) Questa variazione di significato deriva esclusivamente dalla necessità avvertita dai teologi di trovare un modo per conciliare il termine kavòd con l’idea di Dio che loro hanno artificiosamente elaborato” (Mauro Biglino “Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia. Gli dei che giunsero dallo spazio?” Uno Editori, 2012, pag. 88).

Quindi per Biglino tutta la comunità accademica, tutti gli esegeti più titolati e tutti i vocabolari più accreditati sono stati soggiogati dal complotto teologico giudaico-cristiano che avrebbe imposto una traduzione sbagliata e di comodo. Ovviamente Biglino non fornisce alcuna informazione su chi avrebbe ordito e quando si sarebbe verificato un tale complotto, ma assicura che lui è il solo in grado di sapere quale possa essere la giusta traduzione e per scoprirla va alla ricerca di tutti i significati associati alla radice consonantica del termine “kavòd”, cioè “KVD”, presenti nelle altre lingue semitiche. Per Biglino nelle antiche lingue semitiche la radice consonantica “KVD” rimanderebbe ai concetti di “pesantezza” e ”potenza” e da questi concetti che deriverebbero i veri significati del termine “kavòd”, che solo successivamente avrebbe preso il significato di gloria e onore. Quindi quando nella Bibbia compare il termine “Yahweh-kevòd”, Biglino lo identifica come sinonimo della “potente” e “pesante” astronave dell’Elohim Yahweh. Ecco così dimostrato che Yahweh non è il Dio d’Israele, ma un essere alieno venuto sulla terra a bordo della sua “pesante” astronave. 
Per provare questa sua “scoperta” Biglino cita frequentemente i capitoli 24 e 33 del libro dell’ Esodo dove si narra, rispettivamente, di Mosé che sale sul monte Sinai per ammirare la “Yahweh-kevòd”, cioè l’astronave di Yahweh, che si è posata sulla cima (Es 24, 15-17) ed assistere al suo passaggio nascosto dietro una roccia (Es 33, 19-23).

L’operazione di Biglino è semplicemente assurda perché la fa dipendere da un pregiudizio inziale: siccome Dio non c’è nella Bibbia, allora il termine “kavòd” non può significare “gloria” o “onore”, quindi Biglino si mette cercare tra le principali lingue semite le vocalizzazioni della radice “KVD” finché non trova quella che gli interessa, cioè “kavéd“ che significa “pesante”, e diviene l’astronave di Yahweh (sic!). Operazione di nessuna validità scientifica che, oltretutto, rinnega l’impostazione iniziale di Biglino di prendere come valida la vocalizzazione masoretica. Ma, come è noto, i termini ebraici e semiti sono solo consonantici e cambiano notevolmente di significato a seconda della loro vocalizzazione, quindi possono assumere molti significati, anche all’interno della stessa vocalizzazione, ad esempio quella “scelta” da Biglino, cioè “kavéd” non significa solo “pesante”, ma anche “fegato”!

La radice consonantica “KVD” può avere, in ebraico, numerosi significati a seconda della vocalizzazione, così da avere: 

KaVoD = onore, gloria
KaVéd = pesante, fegato
KiBeD = per dare onore a
KaVuD = onorevole, distinto
KaVaD = a pesare su
KoVeD = di massa, il peso

E lo stesso vale per le lingue semite antiche come l’ugaritico o l’accadico. In ugaritico la radice KBD significa “fegato”. In accadico il termine “KaBaTu” significa: “essere pesante”, “estinguere (il fuoco)”, “aggravare”, “esagerare”, “essere rispettato, importante”, “essere onorato”. Sempre in accadico il termine “KaBaTTu” significa; “fegato”, “interiora”, “umore”, “mente”, “intenzione”.

Tutto ciò fa ben comprendere che per conoscere con sufficiente certezza il significato di un determinato termine occorre interpretarlo alla luce del contesto di cui il termine fa parte. La traduzione letterale propugnata da Biglino è, quindi, lacunosa ed inadatta. Se analizziamo alcune ricorrenze del termine “kavòd” nel Pentateuco, cioè nella Torah, i primi cinque libri della Bibbia:

“A tuo fratello Aronne farai dei paramenti sacri, in segno di dignità e di GLORIA (=kavòd)” (Es 28, 2);
“Io avevo detto che ti avrei colmato di ONORI (= kavòd)” (Nm 24, 11);
“ONORA (=kavòd) tuo padre e tua madre” (Es 20, 12);
“La GLORIA (=kavòd) del Signore riempirà tutta la terra” (Nm 14, 21);
“Nel suo tempio tutto esclama: “GLORIA (=kavòd)” (Si 29, 9)




si può notare che se sostituiamo il termine “pesante” a “gloria”, “onore” questi versetti non hanno alcun senso.

Questo esercizio può essere operato anche nel resto della Scrittura ed il risultato non cambierà. Ad esempio in Salmi 8, 6 troviamo: "Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato". Come è possibile coronare una persona con un’astronave? Se, invece, ci si riferisce ad un significato mistico-spirituale tutto ciò diviene intellegibile. In Isaia 60, 1, infatti si può trovare: "Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te". Questa Gloria, questo Corpo di Luce sarà concesso a chi spianerà le valli, cioè a chi favorirà le vie del Signore (Isaia 40, 4-5). Quindi Biglino non solo sceglie arbitrariamente il significato, ma lo utilizza solo nei versetti che a lui fanno comodo. Sulla scorta di tali evidenze appare giusto e corretto, invece, tradurre l’espressione “Yahweh-kevòd”, dove il termine “kevòd” è la forma costrutta dell’assoluto “kavòd”, come: “la Gloria di Yahweh”.


Ma come mai se il termine “kavòd” esprime una qualità di Dio e non qualcosa di materiale, Mosè in Es 33, 19-23 per vedere la “gloria “ di Dio si nasconde dietro una roccia riuscendo a scorgere solo le spalle di Dio e non la sua faccia, cioè elementi materiali? Coerentemente con tutto il resto del Pentateuco anche in questi versetti bisogna tradurre “kavòd” con “gloria”. Ciò è spiegato dal fatto che siamo di fronte ad un antropomorfismo tipico del linguaggio dei primi cinque libri della Bibbia. Per antropomorfismo s’intende l’attribuzione di forme fisiche e di sentimenti umani alle figure divine nelle diverse religioni. Il Pentateuco è pieno di tali antropomorfismi, cioè di espressioni figurate e simboliche quali “braccio del Signore”, “dito di Dio”, “mano di Dio”, ecc., basti pensare alla vicenda di Dio con Adamio ed Eva nella Genesi dove l’uomo e la donna camminano con Dio nel giardino dell’Eden. E così anche in Esodo 33, dove sembra che Dio abbia una faccia e che cammini sulla terra, siamo di fronte ad un linguaggio figurato. Ad esempio quando nel testo ebraico compare il termine “panim” (= faccia), in relazione a Dio, è chiaramente da intendersi in senso figurato, infatti, ad esempio, l’espressione “vedere la faccia di Dio” significa presentarsi al Tempio di Gerusalemme per le festività. Ciò si deduce dal contesto letterario, dalla tecnica di composizione della Bibbia ebraica che utilizza spesso espressioni figurate ed allegorie proprie della tradizione rabbinica e dalle complesse sfumature della lingua ebraica. La traduzione letteraria equivarrebbe ad un travisamento della religiosità di Israele che non ha mai attribuito tratti materiali e terrestri al suo Dio. Per Israele Dio non può essere confinato in uno spazio perché Egli stesso è lo spazio, la Presenza Divina che genera lo spazio. 



Bibliografia 

Stanislav Segert “A Basic Grammar of the Ugaritic Language”, University of California Press, Berkeley and Los Angeles, California 1997; 
Jeremy Black, Andrew George, Nicholas Postgate “A Concise Dictionary of Akkadian”, Edizioni Otto Harrassowitz, 1999)”;
Philippe Reymond “Dizionario di ebraico e aramaico biblici” Ed. Società Biblica Britannica, 2011;
Dizionario “Koehler & Baumgartner" Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament;
Dizionario “Brown-Driver-Briggs” Hebrew and English Lexicon

Per una consulenza sui significati di “kevòd” ho consultato alcune discussioni sul forum di Consulenza Ebraica: http://consulenzaebraica.forumfree.it/?t=63894022

Per una esauriente e qualificata dissertazione sugli antropomorfismi nella Bibbia segnalo un documento presente in rete: 
http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Antropomorfismi%20parte%201.pdf