giovedì 28 marzo 2013

Sola Scriptura? Il difficile dialogo con i protestanti.

Tra i più irriducibili e spietati avversari della Chiesa Cattolica che mi è capitato di conoscere ci sono stati alcuni appartenenti ad un gruppo religioso di origine protestante appartenente all’universo delle cosiddette “Chiese Evangeliche”. Anche in rete è facile imbattersi in siti dove gruppi di cristiani riformati si producono in invettive e contumelie verso i cristiani cattolici, considerati delle povere vittime della Chiesa Cattolica Romana, ritenuta la Grande Babilonia evocata dall’Apocalisse di Giovanni.

L’origine di tutte le critiche risiede nel fatto che gli Evangelisti adottano in modo integralista i cosiddetti “Cinque sola” della Riforma Protestante:

-Sola fide, cioè solo attraverso la Fede l'Uomo viene giustificato, 
non dalle buone opere;

-Sola gratia – cioè solo attraverso la Grazia di Dio l'uomo viene salvato, non dalle sue azioni;

-Solus Christus – cioè solo Cristo
, non la Chiesa, ha autorità sui fedeli;

- Sola scriptura
– solo le Scritture stanno alla base della fede cristiana, non la tradizione della Chiesa

-Soli Deo Gloria – cioè solo Dio è degno di ogni gloria ed onore.

Tra queste cinque formule quella che viene più frequentemente utilizzata per rimproverare la Chiesa Cattolica è certamente la “Sola Scriptura”. Il Cattolicesimo avrebbe aggiunto alla Rivelazione tutta una serie di false dottrine che non essendo giustificabili con la sola Scrittura costituirebbero un allontanamento dall’originale fede apostolica. Questa impostazione ha, però, un grosso punto debole, infatti, come è noto, è stata la Tradizione della Grande Chiesa Cattolica, nel corso dei primi due secoli dell’era cristiana, che ha individuato un canone degli scritti apostolici distinguendo quelli da ritenersi ispirati e costituenti così la Parola di Dio. Tutto ciò implica necessariamente il fatto che la sola Scrittura non può essere il solo locus theologicus, ma che occorre anche considerare come tale la Tradizione della Chiesa da cui il primo locus dipende.

Forte di tale convincimento ho sentito il bisogno di confrontarmi con gli amministratori di un sito web d’ispirazione evangelica, scelto a caso tra quelli più fortemente critici con la Chiesa Cattolica (nella fattispecie un sito di Pentecostali), con l’intento di capire su quali basi storico-teologiche possano fondare tanta sicurezza delle proprie tesi e giustificare tanto livore nei confronti del credo cattolico.

Cominciai, così, per suscitare il dibattito, a porre un quesito: come si può essere sicuri che i veri vangeli siano quelli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni e non invece quelli di Tommaso, Filippo o di Giacomo? Mi fu risposto che è stato lo Spirito Santo ad illuminare gli uomini guidandoli a capire ed individuare i vangeli come la vera Parola di Dio. Risposta alquanto laconica, allora insistetti: ma chi furono questi uomini illuminati dallo Spirito? Feci notare che il Canone delle Scritture, cioè quello che i cristiani riconoscono come Parola di Dio, è stato definito da vari Concili. Innanzitutto il Concilio di Trento del 1546 che ha riaffermato un elenco di libri canonici già riportato dal Concilio di Firenze del 1441. Fu, in pratica, l’ufficializzazione di una scelta ormai consolidata che si formalizzò nei concili africani di Ippona (393 d.C.) e di Cartagine (397 d.C. e 419 d.C.). Ma prima di questi Concili sappiamo che già nel II secolo papa Pio, morto nel 157, aveva approvato una prima lista ufficiale di testi da ritenersi ispirati (Canone Muratoriano). Fatta questa premessa feci notare ai Pentecostali che se ritengono come ispirati solo i vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, cioè quelli scelti dalla Chiesa Cattolica, riconoscendo così implicitamente che in tale Chiesa ha operato lo Spirito Santo, su quali basi poi negano il resto della sua dottrina? In pratica non si capisce come fanno i Pentecostali a stabilire, e con quali strumenti, quando la dottrina cattolica sbaglia e quando, invece, è giusta.

L’interlocutore pentecostale ammise che furono dei vescovi cattolici a proclamare ufficialmente quali fossero i libri ispirati e quelli non ispirati, cioè quelli che dovevano essere considerati Scrittura e quali non dovevano esserlo, ma precisò che tali vescovi non erano cattolici romani perché allora non esisteva il papato come lo intendiamo oggi. Secondo loro, a quel tempo al vescovo di Roma non era affatto riconosciuto il primato di giurisdizione sopra tutti gli altri vescovi, come invece avviene oggi. Il vescovo di Roma, per quanto godesse di prestigio perché vescovo di una delle chiese più antiche, non avrebbe avuto il potere che ha oggi.

Quindi per i pentecostali, quelli che ho potuto contattare, occorre dividere la Chiesa Cattolica Romana dal resto della Chiesa Universale e fu solo quest’ultima a riconoscere (non a stabilire) il canone del Nuovo Testamento. Secondo loro questa fantomatica Chiesa Cattolica Romana, il cui vescovo, a quei tempi, non era affatto considerato come capo universale della Chiesa Cattolica, non avrebbe avuto parte nel processo di formazione del Canone delle Scritture ispirate. Inoltre, sempre secondo ciò che mi fu riferito, il Canone non avrebbe preso la sua autorità dai Concili della Chiesa Antica in quanto questa possedeva già la Scrittura. Secondo i pentecostali i Concili si limitarono a proclamare in maniera pubblica e solenne quello che la Chiesa per secoli aveva già accettato.

Queste risposte hanno una qualche giustificazione storica? I vescovi che nel 397 al Concilio di Cartagine non appartenevano forse ad un’unica Chiesa? Nel IV secolo non c’era ancora stato alcuno scisma all’interno della Chiesa cristiana, quindi replicai ai pentecostali che non è giustificabile pensare che i vescovi che hanno partecipato al Concilio non fossero tutti in comunione tra loro e, quindi, anche con la Chiesa di Dio a Roma.

Anche l’idea che la Chiesa di Roma nel IV secolo non avesse ancora un riconosciuto ruolo di guida della cristianità si scontra con molte evidenze storiche: nel I secolo, a soli 60 anni dalla morte di Gesù il vescovo di Roma, Clemente I, manda lettere pastorali alla Chiesa di Corinto; Ignazio di Antiochia, agli inizi del II secolo, scrivendo ai romani, riconosce nella Chiesa di Roma quella che può insegnare alle altre per i meriti di Pietro e Paolo; Policarpo, vescovo di Smirne, martirizzato nel 167, va a Roma per consultare il papa Aniceto sulla questione della datazione della Pasqua; Policarpo, vescovo di Smirne, martirizzato nel 167, va a Roma per consultare il papa Aniceto sulla questione della Pasqua; Ireneo, vescovo di Lione, nel II secolo, nel suo "Adversus haereres", indica nella comunione con la Chiesa di Roma il criterio sicuro per conoscere l'autentica regola della fede, trasmessa dalla tradizione apostolica; nel II secolo i vescovi eretici, come Marcione, Valentino, ecc., vanno proprio a Roma per tentare di vedersi validare le loro dottrine; nel III secolo papa Stefano riesce ad imporre a tutta la Chiesa cristiana il riconoscimento della validità del battesimo amministrato dagli eretici e scismatici; il vescovo di Cartagine Cipriano nel suo "De Cath.Eccl.unitate" afferma che "non c'è che una sola Chiesa e una sola Cattedra" cioè quella di Pietro, di Roma; ecc.

Ma è ingiustificata anche la teoria che il Canone non dipenderebbe la sua autorità dai Concili perché la Chiesa avrebbe posseduto già la Scrittura. Certamente nei primi tre secoli esisteva già un corpus iniziale della Scrittura, formato dai quattro vangeli e da pochi altri scritti, ma non era affatto chiaro e universalmente riconosciuto cosa fosse o meno ispirato. Quindi di fronte alla confusione portata dagli eretici (gnostici, montanisti, marcionisti, ecc.) la Chiesa, attraverso i Concili, ha stabilito ufficialmente, guidata dallo Spirito Santo, quale Scrittura fosse veramente ispirata. Non ha senso, quindi, affermare che il Canone non ha preso la sua autorità dai Concili, senza questi che lo fissarono, un Canone non sarebbe potuto neppure esistere.

A questa mia ultima replica non ottenni più risposta, ma solo un messaggio sulla mia posta privata che recitava:

Ho visto che scrivi sul blog, ma cosa ti interessa la storia? Non dovresti piuttosto ravvederti e credere all'Evangelo, invece di sapere come sono andate le cose tantissimo tempo fa? Ho deciso di non perdere tanto tempo con questa questione inutile

Curioso l’atteggiamento di questi Pentecostali, condannano senza riserve la Chiesa Cattolica per la sua storia, ma mi invitano a tralasciarla per potermi ravvedere.

giovedì 21 marzo 2013

Papa Francesco


E’ trascorsa una settimana dall’elezione al soglio pontificio del cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio, una nomina che ha subito suscitato molto entusiasmo. In questi giorni i media ci hanno trasmesso tantissime immagini di gioia e felicità, sembra proprio che questo nuovo papa abbia messo veramente tutti d’accordo. In un momento difficile per la vita della Chiesa, sconquassata dalle vicende legate agli scandali sulla pedofilia, alle vicende poco chiare relative allo I.O.R., ai lugubri scenari di lotte intestine adombrate dallo scandalo dei Vatileaks, questo evento è stato un segnale di cambiamento. Il nuovo papa parla di pulizia e di ritorno alla povertà, alla semplicità e trasparenza proprie del santo di Assisi a cui si è ispirato per la scelta del nome da pontefice. Tutto ciò potrebbe lasciar pensare ad un pontificato precedente non all’altezza, ma io non credo sia così, penso piuttosto che anche Benedetto XVI deve essersi reso conto della necessità di una tale svolta rendendola possibile con le sue dimissioni, visto che, per motivi di salute, lui non poteva esserne il protagonista. 

Papa Bergoglio proviene da ambienti lontani anni luce dalle logiche della Curia romana, un vescovo che appartiene alla cosiddetta Chiesa della base, vicino ai poveri, ai malati e ai diseredati, ha rappresentato veramente un elemento di novità, al punto che il suo nome non era quello più frequentemente pronosticati dai media tra quelli papabili e questo la dice assai lunga sulla supposta manovrabilità del conclave e della divisione dei cardinali elettori in fazioni contrastanti . 

Ovviamente ci sono state anche le solite becere accuse della propaganda laicista che per infangare il nuovo papa si è inventata la storia di fantasiose collusioni con il regime dittatoriale di Videla, tutto abbondantemente confutato da tantissimi documenti e da testimonianze, tra cui quella importante del premio Nobel per la pace del 1980, Adolfo Perez Esquivel, che ha documentato le atrocità della giunta: "Forse Bergoglio non ha avuto il coraggio di altri sacerdoti, ma non ha mai collaborato con la dittatura. Bergoglio non era complice della dittatura. Non può essere accusato di questo". 

Sicuramente le premesse ci dicono che siamo di fronte ad un papa importante, una forte personalità in grado di operare la svolta che tutti si attendono. Un papa che ha allargato maggiormente il divario tra i cosiddetti cristiani modernisti, che ne hanno lodato lo spirito di Assisi, tanto caro a Giovanni Paolo II, e i cristiani tradizionalisti preconciliari, che non accettano l’informale atteggiamento del nuovo papa e le sue aperture ai fedeli delle altre religioni. Io mi chiedo che senso hanno tali contrasti, come possiamo stabilire come deve essere un papa? Un papa è un papa, è il vicario di Cristo, è sempre il successore dell’apostolo a cui diede le chiavi del regno dei cieli. E’ il suo magistero che testimonia la presenza di Cristo sulla terra e di questo dobbiamo solo ringraziare il Signore. 

C’è molto da fare nella Chiesa, questo papa ci ha dato una nuova speranza e la consapevolezza che Cristo è sempre sollecito con la sua Chiesa. A noi non resta che affidarci alla preghiera per accompagnare il nuovo papa nel suo gravoso impegno e fare la nostra parte per l’edificazione del Regno.

mercoledì 13 marzo 2013

Una chiassosa ipocrisia

E' appena iniziato il conclave, si vive un clima di preghiera e speranza, una fase importante della vita della Chiesa, tutti i cristiani del mondo guardano a Roma per sapere quale pastore lo Spirito donerà al gregge del Signore. Pur essendo un evento molto enfatizzato dai media, l'attesa per la nomina del nuovo pontefice resta sempre un tempo proprio della Chiesa, direi quasi un momento intimo per le speranze e la fede di ciascun credente.

Eppure anche in questo frangente la falsa e rumorosa propaganda laicista non rinuncia a calpestare la sensibilità e la libertà dei credenti, infatti durante l'attesa per la prima fumata in piazza San Pietro, nel pomeriggio di martedì 12, due esponenti del gruppo femminista ucraino, famoso per le dimostrazioni a seno nudo, hanno inscenato una patetica gazzarra urlando farneticanti accuse agitando un fumogeno rosso.

Questo gruppo, appartenente alla nuova generazione del femminismo più intollerante, non è nuovo a queste imprese, infatti già nel 2012 si rese protagonista di un raid ad un angelus di papa Benedetto XVI accusando il pontefice di omofobia ed intimandogli di starsene zitto. Anche in occasione dell'annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI, il solito gruppo aveva inscenato una manifestazione di ironico giubilo a Parigi, davanti ed all'interno alla basilica di Notre Dame.

Espressione del più bieco ed intollerante laicismo, questo gruppo di esaltate si caratterizza principalmente per la sua antireligiosità e specialmente per il suo anticristianesimo. Il loro modo di agire, irrispettoso e violento, non tiene in alcun conto della libertà e della sensibilità dei credenti arrivando a violare ogni forma di rispetto, come quando abbatterono una croce eretta nella piazza principale di Kiev a ricordo delle vittime dello stalinismo o quando disturbarono la pacifica manifestazione per la famiglia di gennaio scorso a Parigi.

Cosa sperano di ottenere in questo modo? Che frutti può portare la violenza e la contrapposizione? Accusano la Chiesa di omofobia, ma la Chiesa ha sempre detto di non aver nulla contro le persone omosessuali. Il fatto è che queste femministe devono per forza inscenare queste pagliacciate per la debolezza dei loro argomenti. A mio parere sono solamente un prodotto del pregiudizio anticristiano, e anticattolico, che il laicismo imperante sta cercando di inculcare nelle nuove generazioni. Altro che difendere i diritti delle persone, non credo proprio che si tratti solo di attiviste che vanno a offendere la gente a casa loro. Un'impressione suffragata da un inquietante rivelazione fatta da una giornalista televisiva ucraina durante il programma televisivo d’inchiesta “Groshi”, secondo la quale il sacro furore delle femministe ucraine sarebbe in realtà a pagamento, un lauto pagamento.

Odio verso la Chiesa e verso il papa, ma non una protesta per per la vita umana calpestata nei paesi sottosviluppati e tremendamente falcidiata dalla piaga dell'aborto. Offendono il cattolicesimo, ma non osano denunciare i veri problemi del loro paese come le gravi violazioni di diritti civili, gli attacchi alla libertà di stampa e i processi politici agli oppositori.



  

mercoledì 6 marzo 2013

Il senso democratico laicista

Agli europei indoor di atletica in corso a Goteborg, in Svezia, l’italiano Daniele Greco ha vinto l’oro nel salto triplo battendo in finale i due russi Samitov e Fyodorov. L’atleta pugliese ha così bissato la buona prestazione alle Olimpiadi di Londra dove si classificò quarto confermando il suo altissimo valore internazionale. Ha poi festeggiato mostrando al pubblico una maglietta con scritto "Gesù vive in me".

Un’impresa del genere, che ha dato lustro alla nostra atletica attualmente avara di soddisfazioni, dovrebbe suscitare un unanime entusiasmo eppure la solita propaganda laicista non si è fatta mancare l’inevitabile caduta di stile censurando il comportamento dell’atleta italiano. Su molti siti laicisti (vedi, ad esempio, qui e qui) Daniele Greco è stato accusato di “atteggiamento clericale”, di aver “offeso gli italiani non credenti” calpestando la loro “sensibilità” in dispregio della “laicità” dello stato italiano.

Di fronte a tali prese di posizione è difficile non restare allibiti da tale grettezza di pensiero. Che delitto avrebbe mai commesso il triplista italiano? Quello di aver espresso un personale convincimento? E da quando in qua è vietato esprimere liberamente le proprie convinzioni? Daniele Greco rappresentava forse una istituzione italiana o stava semplicemente ringraziando una Persona a lui cara? E se invece la scritta fosse stata: “io mi sento ateo” sarebbe stata offensiva per i credenti? I nostri cari laicisti avrebbero starnazzato per tale forma di violenza?

Il problema dei laicisti è proprio quello di non sopportare il fatto che esistano i credenti, che vivano per il loro Dio e che ne diano testimonianza, arrivando a negare anche la più elementare libertà personale che è quella dell’espressione.

E’ desolante constatare il completo “appiattimento” mentale che contraddistingue il pensiero laicista sempre pronto a calpestare le libertà altrui per imporre la loro triste e disperata visione della vita.

martedì 26 febbraio 2013

La Trinità negata: l'eresia adozionista

Con questa eresia, della fine del II secolo, cominciano ad essere intaccate le basi della tradizionale fede cristiana apostolica sulla natura di Dio, cioè il mistero Trinitario. I cristiani, infatti, sulla scorta del comandamento di Gesù di battezzare tutte le genti (Mt 28,16-20) hanno da sempre professato la loro fede in Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo. Tutti coloro che hanno una religione positiva credono in Dio, ma per dirsi cristiani occorre professare fede nella Trinità, il simbolo distintivo dei cristiani. 

Fin dalle origini del Cristianesimo la fede apostolica nella Trinità ha suscitato uno sviluppo della teologia sul tema della vera essenza di Dio. La Scrittura, infatti, all’affermazione decisa dell’unità di Dio, unisce anche quella delle tre persone divine, cioè i tre soggetti di operazioni che condividono la natura divina. Nel II secolo, però, i termini tecnici teologici che saranno fissati dai Concili trinitari di Nicea e Costantinopoli del IV secolo, erano ancora imprecisi e fluttuanti. Ciò portò ad elaborate costruzioni teologiche che nel ricercare la corretta relazione tra le tre persone di Dio e la natura divina finirono, in alcuni casi, ad accentuare troppo la distinzione delle persone a discapito dell’unicità di Dio. Questo sarà il caso di dotti teologi come Ippolito Romano, il quale, esasperando le posizioni di Origene, cadde in una sorta di subordinazionismo affermando che il Padre ed il Figlio erano due persone distinte e separate ed il Figlio era subordinato al Padre. 

Proprio per reagire a queste concezioni che sembravano negare l’unicità di Dio, sorsero dei movimenti di pensiero volti a sottolineare l’unità assoluta di Dio, salvo divenire eretiche quando arrivarono a negare la sussistenza delle tre persone divine. Tali movimenti presero il nome di monarchianismo, cioè “unico principio” e nascono con Noeto, II secolo, vescovo di Smirne, come reazione della semplicità della gente a questi pericoli di smembrare e di dividere Dio. Il monarchianismo acquisì due forme diverse: l’”adozionismo” ed il “sabellianismo”. In questo articolo tratteremo della prima forma. 

Si fa risalire il monarchianismo del tipo adozionista ad un certo Teodoto di Bisanzio, detto il “conciatore di pelli”, persona semplice, non molto acculturata, che elabora una teologia molto elementare derivata dall’Ebionismo in cui si ha una concezione povera di Cristo, considerato come un semplice uomo che, siccome era molto pio, al battesimo è stato adottato da Dio Padre come suo Figlio. Attraverso la colomba che si posò su di lui, il “Logos” divino sarebbe entrato in lui abitandovi come in un tempio. 

Dopo Teodoto di Bisanzio si ebbero altri rappresentanti di tale corrente di pensiero (Esclipedoto, Ermofilo), ma il più conosciuto fu un suo omonimo, chiamato il “banchiere”, che continuò nell’eresia arrivando ad affermare che la figura dell'Antico Testamento Melchisedech fosse addirittura superiore a Cristo, in quanto nella lettera agli Ebrei (7, 3) si dice che Melchisedech sia simile al Figlio di Dio. Il sacerdote perfetto dell’Antico Testamento era ritenuto il salvatore degli esseri celesti, mentre Cristo solo quello degli esseri terrestri. 

La situazione precipitò dopo la morte di papa Vittore (199 d.C.) quanto Teodoto il banchiere ed Esclipedoto vollero elevare la loro setta da scuola a chiesa con una propria gerarchia. Persuasero un confessore della fede, di nome Natalio, a divenire il vescovo della loro setta. Questo, che era pure un martire in quanto patì il carcere a causa della fede, si pentì ben presto e chiese a papa Zefirino il perdono ed il reintegro nella Chiesa che gli fu accordato (Eusebio di Cesarea, “Storia Ecclesiastica” VI, 28). 

Con alterne vicende l’adozionismo sopravvisse fino alla fine del III secolo con l’elaborazione più dotta teologicamente di Paolo di Samosata, il quale si ispirò alle speculazioni di Origene sul Logos considerato non come una persona, ma come una potenza di Dio, che prese dimora nell’uomo Gesù abitandovi come in un tempio. Questo Paolo di Samosata fu vescovo di Antiochia, ma conduceva una vita mondana protetto dalla regina Zenobia di Palmira. Finì per essere accusato da un sinodo di Antiochia (268 d.C.) e scomunicato. 

In questa interpretazione del mistero trinitario solo il Padre viene considerato una persona divina, mentre il Verbo solamente una forza di Dio che viene ospitata nell’uomo Gesù. In questo modo viene distrutta la tradizione della fede apostolica nella Trinità col risultato di un allontanamento dal mistero di Dio rivelato dalla Scrittura. Infatti tutti i vari Concili che dichiararono eretico l’adozionismo hanno ribadito, basandosi sulla Scrittura, che il Dio rivelato è unico nella sua natura divina, ma che è distinto in tre persone come soggetti di operazioni. La formula battesimale di Mt 28, 16-20, che Gesù lascia agli apostoli, indica la forma trinitaria che manifesta fin dall’inizio qual è la fede della Chiesa, cioè il battesimo in un solo nome, cioè un solo Dio, ma in tre persone. Gesù non è subordinato al Padre, tantomeno adottato da Dio, Egli è unito al Padre, alla sua pari, “chi vede Lui vede il Padre” (Gv 14, 5-11) ed è della sua stessa sostanza, irradiazione della sua gloria (Eb 1, 1-4). 

Bibliografia

Catholic Encyclopedia, Volume I. New York 1907, Robert Appleton Company



giovedì 21 febbraio 2013

La Chiesa e l'oscurantismo

Una vecchia e ricorrente accusa che i laicisti rivolgono contro la Chiesa è quella di essere stata un’organizzazione oscurantista che ha distrutto la grande cultura antica per sostituirla con le sue credenze e di aver sempre combattuto, nel corso dei secoli, lo sviluppo della scienza imponendo all’umanità un grave ritardo nel conseguimento dei traguardi del progresso. 

Questa accusa fa letteralmente ridere e denota la profonda ignoranza storica che caratterizza la propaganda laicista. Ai laicisti smemorati vale la pena ricordare il disastroso impatto che ebbero, nell’alto Medioevo, le invasioni barbariche che determinarono, con i loro massacri e distruzioni, un vero e proprio arretramento generale della cultura in Occidente. Prima di tutto cominciò a sparire la lingua latina che iniziò a trasformarsi nei vari idiomi nazionali, poi, con la distruzione delle città, regredì la vita cittadina e ciò comportò il venir meno delle istituzioni culturali e ciò finì per scavare un solco profondo tra l’Oriente e l’Occidente, il quale non capendo più il greco si estraniò sempre maggiormente dalle raffinatezze della cultura bizantina. Il naufragio completo della cultura antica fu però scongiurato dal servizio reso dalla sola istituzione ancora in piedi: la Chiesa e specialmente i suoi monasteri. 

Dobbiamo proprio all’opera instancabile di monaci e chierici che fu salvata la civiltà occidentale, nei monasteri furono copiati a mano migliaia di opere classiche di ogni genere, dalla filosofia alla letteratura, dalla matematica alla geometria, fino all’ architettura, agricoltura, astronomia e medicina. Si può tranquillamente affermare che senza le migliaia di monasteri e di scuole episcopali di tutta Europa, oggi non esisterebbe una cultura occidentale. Ma perché i monaci medioevali copiarono manoscritti di autori che per loro erano quasi incomprensibili? Essi si sforzarono di salvaguardare tutto quello che poteva concorrere all’approfondimento e all’espressione della fede. Erano convinti che ogni vera conoscenza non può che contribuire alla gloria di Dio. Per i cristiani medioevali raccogliere i frammenti sparsi del sapere umano, da qualsiasi parte vengano, significa andare coscienziosamente alla ricerca delle tracce di Dio. 

I cosiddetti “secoli bui”, chiamati così dalla leggenda laicista che ha ispirato sciocchezze storiche come “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco o “Angeli e Demoni” di Dan Brown, assistono invece alla grandiosa operazione di recupero della civiltà antica. Dopo le devastazioni barbariche del IV e V secolo negli scriptoria cristiani si creano le prime biblioteche dell’epoca. Cassiodoro, nel V secolo, alto funzionario di Teodorico, si ritira nel monastero di Vivario e dà inizio ad una serie di ricerche dedicate a commentare i testi biblici con l’aiuto delle conoscenze acquisite dagli autori antichi greci e latini; nel V secolo Benedetto da Norcia è il fondatore della medicina monastica; Isidoro di Siviglia, Vescovo, nel VI secolo, è autore delle Etimologie, vasto repertorio enciclopedico delle conoscenze dell’epoca; nel VI secolo nascono le biblioteche dei monasteri di Bobbio, Luxeuil, San Gallo; il monaco Alcuino, precettore di Carlo Magno è l’artefice della “rinascita culturale carolingia” che porterà alla nascita di un regolare sistema scolastico dei sudditi; il monaco Guido d’Arezzo, il “padre della musica” inventa l’alfabeto musicale. L’Europa medioevale crea l’Università, che nasce dalla visione cristiana dell’uomo, della natura e di Dio. 

La filosofia cristiana medioevale mette in risalto l’armonia, l’ordine, la proporzione, cioè la razionalità del creato e, grazie a questa visione di Dio, del cosmo e dell’uomo, nasce la scienza. I padri della scienza moderna sono i francescani Roberto Grossatesta e Ruggero Bacone, il sacerdote Niccolò Copernico, il vescovo Niccolò Stenone, padre della geologia e della paleontologia, gli astronomi cristiani Galileo Galilei e Keplero e tanti altri. Si deve esclusivamente al cristianesimo la nascita del sistema di assistenza medica per tutti, nei monasteri erano attive le farmacie monastiche (Montecassino, Fulda, Chartres), fino alla formazione dei primi complessi ospedalieri. 

Eppure di fronte a tanta evidenza gli intellettuali illuministi e poi i positivisti non esitarono a dar sfogo ai loro pregiudizi connotando negativamente il cristianesimo e la Chiesa. Parlarono di declino culturale, mentre l’Europa cristiana era piena di Università e di ospedali, di censura e oscurantismo, mentre le Università cattoliche formeranno gli scienziati più eminenti dell’epoca moderna, come nel ‘700 il sacerdote Lazzaro Spallanzani, il padre scientifico della fecondazione artificiale, nell’800 il frate agostiniano Gregor Mendel, padre della genetica, nel ‘900 il sacerdote Georges Edouard Lemaître, scopritore della teoria del Big Ben, e così via… 

Quale fu, invece, il frutto più “edificante” del pensiero illuminista? Una profonda frattura tra ragione e pensiero religioso che sarà il principio ispiratore delle degenerazioni della Rivoluzione francese. Svincolata dal suo naturale legame con Dio la ragione diverrà una nuova divinità (la Dea Ragione), la Chiesa sarà perseguitata sanguinosamente e nel nome della ragione anticristiana verranno massacrate intere popolazioni, soprattutto in Vandea, ma anche in altre regioni come la Bretagna e la Normandia. Una follia insensata dovuta alla lontananza da Dio e all’odio verso la Chiesa che porterà anche alla negazione stessa della scienza come la soppressione della prestigiosa Accademia delle Scienze di Francia e all’esecuzione del più grande scienziato del tempo, Antoine Lavoisier, il padre della chimica moderna. 

Bibliografia 

E. Auerbach “Lingua letteraria e pubblica nella tarda antichità latina e nel Medioevo” Feltrinelli, Milano, 1974. 
M. Pellegrino “Letteratura latina cristiana” Studium, Roma, 1963. 
A. Crombie, “Da Sant’Agostino a Galileo, Storia della scienza dal quinto al diciassettesimo secolo” Feltrinelli, Cuneo, 1970 
L. Alfonsi “La letteratura latina medievale” Sansoni-Accademia, Firenze-Milano, 1972. 
R. G. Timossi “L’illusione dell’ateismo” San Paolo, Milano, 2009. 
F. Agnoli “Indagine sul Cristianesimo” Ed. Pemme, Milano, 2010.

martedì 12 febbraio 2013

Benedetto XVI si dimette

Benedetto XVI, il vescovo di Roma, il papa della cristianità, si è dimesso. Una notizia davvero sorprendente, nulla di simile è mai avvenuto nella Chiesa nell'era moderna. Neppure l'episodio di Celestino V, per la sua diversità, può essere paragonabile a questo evento. Il papa ha specificato che lascia perché l'età avanzata non gli permette più di sostenere efficacemente il pesante fardello del pontificato. Lascia per il bene della Chiesa.    

Subito si sono levati commenti ironici da parte laicista sull'effettiva presenza dello Spirito Santo nelle vicende della Chiesa. Il conclave che ha eletto papa il cardinale Ratzinger si è per caso sbagliato? Come mai ci deve pensare il papa al bene della Chiesa e non lo Spirito Santo? Come mai Benedetto XVI non è rimasto sulla croce come ha fatto Giovanni Paolo II? 

Che presunzione, quella laicista, di stabilire come dev'essere una cosa in cui non credono. La vita della Chiesa è sempre dettata dalla Spirito il quale soffia dove vuole.

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri
” (Isaia 55, 6-9)

Ogni momento della vita della Chiesa ha le sue caratteristiche, le sue inquietitudini, la sua croce. Benedetto XVI e Giovanni Paolo II hanno avuto due carismi differenti per due momenti differenti della Chiesa. L'unica cosa certa è l'assistenza dello Spirito, che non capiamo appieno, ma sappiamo che c'è e che indica sempre la strada giusta. 


lunedì 4 febbraio 2013

Le discriminazioni di Hollande

Nonostante il fatto che il 13 gennaio scorso in Francia, a Parigi, quasi un milione di persone sia sceso in piazza per manifestare in difesa dell’identità naturale della famiglia, il presidente socialista François Hollande ha dato ugualmente il via alla costruzione legale dell’omofamiglia ottenendo un primo riconoscimento dall’Assemblée Nationale, il parlamento francese. E’ stato approvato il primo articolo di un progetto di legge mirante a stravolgere il codice civile francese, quello risalente a Napoleone. 

Una vera e propria rivoluzione mirata a sovvertire l’ordine naturale per il cosiddetto “matrimonio per tutti”, una profonda “desessualizzazione” del diritto francese, con cambiamenti formali e sostanziali su una lunga serie di leggi. Si arriverà dunque ad abnormità come la scomparsa di termini come “sposo”, “sposa”, “padre” e “madre”. Ma Hollande pensa davvero che sarà un matrimonio per tutti? Visto che i socialisti francesi sono in grado di stabilire ciò che è naturale, perché non ritenere tale anche il matrimonio tra padre e figlia? Quello tra madre e figlio? Ma anche tra figlio e figlio, figlio e padre, sorella con sorella, madre con la figlia, ecc. Se il concetto di “natura” non esiste, ma prevale solo quello del “decido io e basta”, che problemi ci sono con l’incesto? E con la poligamia? Perché dev’essere vietata? Se le spose, o gli sposi, sono consenzienti perché non dovrebbe essere lecita? Arriverà a tanto il nuovo riformatore dei costumi Hollande? I diritti degli incestuosi e dei poligami non valgono niente? Perché queste discriminazioni? 

Ma le assurdità non finiscono qui, l’articolo approvato sabato scorso stabilisce anche che nessun sindaco potrà invocare l’obiezione di coscienza e rifiutarsi di unire in matrimonio due uomini o due donne. Sono i socialisti di Hollande ad avere la verità in tasca e possono decidere solo loro chi ha diritti e chi non ne ha. Non è tenuto in nessun conto il legittimo diritto di rispettare la legge naturale da parte di chi ha ancora un minimo di ragionevolezza.

giovedì 31 gennaio 2013

Gesù e Horus

Tra le più bizzarre falsità che si possono leggere nei vari siti anticristiani che riempiono il web, e che la propaganda laicista spaccia per verità storiche, c’è sicuramente l’assurda teoria del parallelismo tra la figura di Gesù di Nazareth e il mito di Horus, l’arcaica divinità egizia. 

Questa teoria, nata nel XIX secolo in ambienti anticristiani britannici, è stata rispolverata, col il libro “The Christ Conspiracy” del 1999, dalla famigerata pseudo-archeologa D. M. Murdock, meglio conosciuta con lo pseudonimo di Acharya S, e replicata in rete nel 2007 dal film Zeitgeist: the movie. Questa storiella, raccontata per abbindolare i creduloni, tratta di un supposto parallelismo tra i due personaggi fin nei più piccoli dettagli. 

Sinteticamente, tra le tante sciocchezze affermate, in particolare si afferma che Horus sarebbe nato il 25 dicembre dalla vergine Isis-Meri in una grotta e che il suo concepimento sarebbe stato annunciato dall’angelo Thoth. Horus, al pari di Gesù, avrebbe avuto un padre putativo, Seb (Joseb), sarebbe stato battezzato nel fiume Eridano (Giordano) da un certo Anup “il battista”, avrebbe avuto 12 discepoli, sarebbe stato chiamato con vari nomi simbolici tipo “la verità”, la “luce”, “il figlio eletto di Dio”, e così via… finché, alla fine, sarebbe stato crocifisso e poi risorto. 

A prima vista tutte queste incredibili coincidenze tra la storia di Gesù dei vangeli ed il mito di Horus lascerebbero pensare che davvero i primi cristiani avessero scopiazzato un mito preesistente e che il cristianesimo sia solo tutta una farsa, ma le cose non stanno così. Se sottoponiamo questa teoria al vaglio della ricerca storica, confrontandola con le conoscenze dell’egittologia, ci si accorge immediatamente che si tratta i una colossale bufala. 

Innanzitutto non esiste un solo mito di Horus, infatti come divinità solare è Haroeris, Harakhthe, Harmakhis, Horo di Behedet. Come figlio di Iside è Arpocrate (Horus bambino), Harsiesi (figlio di Iside), Harendotef (Horus vendicatore del padre). Horus è soprattutto il dio dinastico, è colui che siede sul trono di suo padre Osiride e nel quale ogni sovrano vivente si identifica. Ognuno di tali miti ha una sua storia che differisce l’uno dall’altra. Con quali di tali miti vennero a contatto i cristiani? La Murdock non lo dice. Ma ciò che fa più sorridere è il fatto che al tempo della redazione dei vangeli (I secolo) la religione egiziana non è più quella del mito di Horus del 3000 a. C.. E’ assolutamente improbabile che un mito oscuro, lontanissimo dalla cultura ebraica, non più professato nell’Egitto del I secolo d.C., possa venir rispolverato dai redattori, seppur ritenuti fraudolenti, dei vangeli. Con la lunga dominazione tolemaica, l’Egitto si era totalmente ellenizzato e la religione aveva completamente perso i suoi connotati antichi originari. Nel I secolo d.C. in Egitto non veniva più da tempo adorato Horus, ma Serapide una nuova divinità composita greco-egiziana, che sommava le caratteristiche di Osiride (il dio del Nilo), Asclepio (il dio della guarigione), Giove (il dio supremo dell'Olimpo, Zeus, adattato per l'uso romano) e Plutone (il dio degli inferi). Lo stesso culto di Iside, che si diffuse in tutto l’impero romano, costituisce un tipico esempio di come un nuovo adattamento del mito abbia potuto quasi del tutto perdere le sue caratteristiche originali. Ciò testimonia la tipica tendenza della cultura greca di trasmutare ogni tratto preso in prestito in una espressione del pensiero ellenico (G. Miller, Enciclopedia delle Religioni). 

Ma anche volendo confrontare la storica vicenda gesuana con l’antico mito di Horus ci si accorge immediatamente delle profonde differenze esistenti e delle spudorate invenzioni della Murdock. Infatti, ad esempio, non risulta in nessun punto del mito di Horus una nascita il 25 dicembre. Del resto ciò sarebbe del tutto impossibile essendo il giorno di nascita di Horus contemplato tra i 5 giorni epagomeni, ovvero gli ultimi 5 giorni dell’anno Egizio, che cadono a cavallo tra giugno e luglio (il Capodanno egizio si festeggiava al momento della levata eliaca della stella Sirio, ovvero con l’avvento della piena del Nilo). In realtà Horus, secondo il mito nacque l’ultimo giorno del mese di Kohiak, ovvero il 15 novembre (e non il 25 dicembre). Inoltre la data del 25 dicembre non ha alcuna rilevanza, in quanto non è mai indicata nei vangeli come la data di nascita di Gesù. Secondo il mito, Horus non è nato affatto in una grotta ma nella palude del delta del Nilo. Horus, inoltre, non è nato da una vergine. Infatti un antico rilievo egiziano raffigura questo concepimento mostrando Iside sotto forma di un falco che, negli inferi, “utilizza” il fallo eretto di Osiride morto. In nessun mito di Horus c’è la notizia di un’annunciazione e tantomeno di un angelo di nome Thoth che, infatti, non era affatto un angelo ma il dio della conoscenza dalla testa di ibis. Il nome del dio padre di Osiride e di Horus non è affatto Seb, nome inesistente, ma Geb e non si tratta affatto di un padre putativo, ma secondo la cosmologia eliopolitana, di un padre naturale. E così via tutte le altre affermazioni si rivelano delle vere e proprie falsità: il fiume Eridano non esiste affatto, ma è una costellazione che nella cultura greco-romana, e non quella egiziana, rappresenterebbe il fiume Po; i soli ed unici titoli di Horus erano: Grande Dio, Signore delle Potenze, Signore dei Cieli e Vendicatore di Suo Padre; Horus non fu mai battezzato, tantomeno da Anup, che sarebbe il nome egizio del dio Anubi, il quale, peraltro, non ebbe mai l’appositivo di “battista”; dodici apostoli, crocefissione e resurrezione non fanno parte del mito di Horus, tutte fantasie della Murdock. 

L’aspetto più sconcertante di questa penosa vicenda è che la Murdock, che non è neppure un’egittologa, non cita né fonti e né documenti, ma trae questa teoria quasi interamente dalle opere di uno pseudo egittologo autodidatta della seconda metà del 1800, un certo Gerald Massey, esponente della massoneria, poeta e scrittore. Appassionato di civiltà egizia, lo scrittore apprende da autodidatta l'arte di decifrare i geroglifici. La sua teoria, che vuole instaurare un parallelismo tra la vita di Horus e quella di Gesù, si basa solo su un rilievo, che si troverebbe nel tempio di Luxor, da lui solo interpretato come raffigurante l’annunciazione, la nascita e l’adorazione di Horus, con Thoth che annuncia alla vergine Iside il concepimento di Horus. Ma Massey riguardo a tale raffigurazione non fornisce alcun identificazione di tale rilievo e neppure l’esatta ubicazione nel tempio. A tal riguardo la comunità scientifica è completamente scettica e ha rigettato senza riserve le teorie di Massey criticando aspramente l’“interpretazione” fornita, come ben riassunto dall’intervento dello storico dell’antichità e filosofo ateo, Richard Carrier: "Le opere di Massey, che tentano di stabilire un più generale parallelismo tra la religione giudaico-cristiana e la religione egizia, sono assolutamente disconosciute dalla moderna egittologia e non sono menzionate nell'Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt o in qualche altra opera di riferimento di questa branca accademica. Massey non è infatti nominato né in "Who Was Who in Egyptology" di M. L. Bierbrier (III ed., 1995), attuale lista degli egittologi internazionali di riferimento, né tanto meno nella più estesa bibliografia sull'antico Egitto, stilata da Ida B. Pratt (1925/1942), universalmente riconosciuta dalla comunità internazionale degli egittologi". 

Un professore di Harvard e della Manchester University, W. Ward Gasque ha condotto un sondaggio internazionale tra il Canada, Stati uniti, Regno Unito, Australia, Germania e Austria raccogliendo il parere di venti egittologi tra i più eminenti, tra cui il professor Kenneth Kitchen dell’Università di Liverpool e Ron Leprohan, professore di Egittologia presso l’Università di Toronto, per analizzare scientificamente l’attendibilità delle affermazioni della MurdocK e di Massey. Gli studiosi sono stati unanimi nel respingerle (W. W. Gasque “The Leading Religion Writer in Canada…Does He Know What He’s Talking About?” George Mason University’s History News Network). 

In conclusione si rimane veramente sconsolati dalla pochezza scientifica alla base delle roboanti asserzioni della Murdock. Un’egittologia sgangherata, piena di imprecisioni che ignora gli studi più moderni per riferirsi a documenti datati di un’epoca post-vittoriana dove persino la lettura geroglifica era del tutto approssimativa. La sconcertante diffusione sul web di questa sciocchezza del parallelismo tra Gesù e Horus non è altro che l’ennesima conferma del modo di agire della propaganda laicista. Una semplice teoria fantasiosa, costruita da una persona totalmente incompetente e senza alcuna preparazione accademica, diviene immediatamente una rivelazione storica indiscutibile soltanto perché vuole gettare un’ombra sulla solidità storica delle origini cristiane. 


Bibliografia 

Bud.ERR “Budge” E. Wallis. 1961. 
Meek.DL Meeks, Dimitri. “Daily Life of the Egyptian Gods”. 1996. 
Short.EG -- Shorter, Alan. “Egyptian Gods: A Handbook”. 1937. 


lunedì 14 gennaio 2013

Quando i giudici esagerano

Tre giorni fa una sentenza della Cassazione, nel respingere il ricorso di un padre contro l’affidamento del figlio alla madre convivente con un’altra donna, ha stabilito che sia un mero pregiudizio il fatto che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale. La sentenza ha inoltre stabilito che “non si può dare per scontato ciò che invece è da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto famigliare”. 

Ovviamente non contesto la decisione dei giudici, viste le gravi e conclamate colpe di un padre assente e violento, ma certamente alcune motivazioni della sentenza lasciano molto perplessi. 

Come fanno dei giudici a stabilire cosa sia un mero pregiudizio? Su quali basi scientifiche? Come fanno a stabilire in assoluto che per la crescita e la maturazione psicologica, relazionale e affettiva di un bambino, uno dei due genitori è inutile? Con quali argomenti, con quali certezze giuridiche e scientifiche questi giudici si sono potuti spingere fino a negare scienze come la sociologia, la psicologia e la psichiatria che ribadiscono l’importanza basilare della complementarietà della figura maschile e femminile dei genitori nello corretto sviluppo del bambino? E il diritto naturale completamente ignorato? Il diritto del minore ad avere un padre ed una madre secondo la naturale evoluzione della vita?

Tra l'altro la superficialità dei giudici non sarà senza conseguenze, infatti la sentenza è stata subito strumentalizzata dall'apparato mediatico laicista che l'ha subito utilizzata per cercare di forzare la mano alla politica, con buona pace del diritto naturale dei bambini.   

La sentenza ha ricordato anche che “non si può dare per scontato ciò che invece è da dimostrare”, ciò è certamente giusto, ma è altrettanto giusto e corretto non sbilanciarsi in affermazioni che sono anch’esse tutte da dimostrare. Questa volta i giudici hanno davvero passato il segno, esagerato, si sono inoltrati in una materia in cui erano incompetenti.