venerdì 19 ottobre 2018

Perché non possiamo essere laicisti (e meno che mai odifreddiani)


Mentre ero intento a svuotare alcune “penne usb” è saltata fuori una conversazione, che credevo perduta, avuta diversi anni fa con Odifreddi, il pittoresco matematico tuttologo anticristiano. Da tempo, ormai, questo personaggio è sparito dalla ribalta televisiva e forse non è più tanto conosciuto al grande pubblico. Si tratta di uno dei tanti pseudo esperti fermamente convinti della falsità storica del cristianesimo, il quale, senza aver alcuna competenza in materia, essendo solo un matematico, inondò il panorama letterario ed il palinsesto televisivo di qualche anno fa, di libelli e comparsate tutte volte a confutare la ricerca storica ufficiale, quella operata dai professionisti del campo, che, a suo dire, sarebbe asservita ai loro interessi personali. Tra le varie “fatiche” editoriali di Odifreddi spicca sicuramente il testo intitolato: “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)” nel quale il suo autore, parafrasando all’incontrario il famoso saggio di Benedetto Croce, sostiene, tra molte altre sciocchezze, l’inesistenza di Gesù come personaggio storico in quanto non ci sarebbero testimonianze storicamente accettabili scritte dai suoi contemporanei. 

Ogni volta che mi trovo di fronte ad un testo del genere rimango sempre stupito del consistente seguito e consenso che riescono a racimolare questi personaggi del tutto improbabili, senza titoli e competenze, che discettano tranquillamente di storia, esegesi, teologia, linguistica, ecc. come se niente fosse, come se non fosse necessaria una preparazione specifica, seria e documentata. Basta scrivere contro Cristo ed i cristiani e la gente si “beve” di tutto, ogni fesseria passa per verità inconfutabile. 

Per dare un’idea precisa del basso livello qualitativo di questo testo, propongo questa discussione che ebbi col suo autore, il famigerato Odifreddi. Mi bastò scambiare qualche battuta che, subito, le argomentazioni del grande “scopritore” della “vera” storia del Cristianesimo, nascosta dal “complotto” della Chiesa, naufragarono miseramente. In quegli anni scrivevo sul suo blog e, mentre rispondevo ad alcune critiche che venivano rivolte alle mie asserzioni sulla storicità dei vangeli e dei personaggi che vi compaiono, il grande esperto irrompeva così: 

Piergiorgio Odifreddi scrive: 
24 agosto 2011 alle 10:39 
“caro luis, 
la lascio volentieri alla sua “competenza”: contento lei, ad esempio di ritenere pietro “testimone oculare”, quando dovrebbe sapere benissimo che pure su di lui ci sono forti dubbi. anzitutto, sulla sua esistenza, e soprattutto sulla sua venuta a roma: sollevati, in particolare, dal fatto che le lettere alla comunità romana non lo citano nemmeno. 
quella che lei chiama “competenza”, è soltanto l’indottrinamento sulla “linea del partito”. analogo a quello dei contadini comunisti di una volta, che ripetevano pappagallescamente le scuse e le invenzioni del pcus, senza nemmeno capirle, ma pretendendo che coloro che non avevano gli occhi foderati del prosciutto leninista-stalinista ci credessero".

Al che risposi:

Luis scrive: 
24 agosto 2011 alle 12:30 
“Salve Odifreddi! 
La mia competenza è frutto di studi, ricerche ed esperienze archeologiche. La sua è una noiosa tiritera di sciocchezze attinte dal serbatoio di nefandezze astoriche e anticristiane del web. 

Sa qual è la spia della sua difficoltà? Questa continua accusa agli storici di fede cristiana di essere indottrinati, incapaci di ragionare autonomamente. Mentre, invece, non una replica seria e motivata contro le loro argomentazioni. 

Al soggiorno romano di Pietro fanno esplicito o indiretto riferimento la lettera di Clemente Romano scritta alla fine del I secolo d. C., quella di Ignazio d'Antiochia in viaggio verso Roma per subire il martirio all’inizio del II sec., Ireneo di Lione nella serie dei vescovi da lui riportata nella sua opera «Adversus Haereses», Tertulliano, il Frammento Muratoriano, Dionigi di Corinto ed il presbitero Gaio, riportati da Eusebio di Cesarea nella sua «Storia ecclesiastica», gli scrittori alessandrini Clemente ed Origene, ecc. 

La sua presumibile replica: tutti fanno parte del complotto! In tempi differenti ed in luoghi differenti tutti ad inventarsi Pietro a Roma! Ma complotto a che scopo? Che cambia se Pietro muore a Roma o ad Antiochia o ad Alessandria? Quali prove e motivazioni storiche? Nessuna! La lettera ai Romani di Paolo non saluta Pietro? Ma non sarà forse perché quando Paolo scrisse questa lettera Pietro non si era ancora stanziato stabilmente a Roma? Impegnato ancora in aree missionarie nel mondo giudaico secondo il suo mandato di apostolo dei circoncisi (Gal 2,8)? 

Perché si sarebbero inventati un Pietro a Roma? Durante i secoli II e III nessuna delle varie chiese rivendicò mai per sé l'onore di aver visto morire Pietro tra le sue mura o di conservarne il sepolcro, né pensò mai di contestare la pretesa di esser stata la sede dell'apostolo. Né mancarono i contrasti anche aspri tra le comunità cristiane, e quindi vi poteva esser tutto l'interesse a sminuire i diritti di Roma; ma anche coloro che effettivamente ridussero a troppo poco la superiorità della sede romana non negarono mai la venuta ed il governo di Pietro, mentre questo sarebbe stato un argomento molto semplice e decisivo per troncare ogni discussione. 

Che dice Odifreddi, le piace questo esempio di analisi storica o è tutto prosciutto “leninista-stalinista”? Ma non sarà, forse, che il consumatore di insaccati sia lei, schiavo com’è del suo odio?” 

Lo scambio di battute proseguì:

Piergiorgio Odifreddi scrive: 
24 agosto 2011 alle 14:59 
“caro luis, 
quello che lei chiama “esempio di analisi storica” è appunto, per me, un esempio della confusione mentale che alberga nelle menti dei credenti. 

anzitutto, l’aver fatto quelli che loro chiamano “studi, ricerche ed esperienze”, e lo sbadierarli ai quattro venti, non salva gli astrologi dall’essere dei ciarlatani. e, temo, nemmeno i supposti “storici del cristianesimo”. 

a proposito di pietro, lei fa un elenco di lettere, la prima della quale risale alla fine del primo secolo. dunque? cosa ne direbbe, se la PRIMA a notizia di qualcuno vissuto una sessantina d’anni fa affiorasse solo oggi? un po’ di sospetto le verrebbe, che si trattasse di un’invenzione, o di una libera variazione, o no? 

l’argomento di ragion sufficiente (” a che pro inventarsi tutto questo?”) è anch’esso senza nessun valore probatorio. e infatti, lo si può applicare a tutte le altre religioni, i cui fedeli credono, esattamente come i cristiani, che le loro supposte divinità siano veramente esistite. o lei crede che anche khrisna, rama, vishnu, e compagnia bella, siano stati personaggi reali? 

ps. se posso permettermi, lei e quelli come lei mi sembrate come quei matti che ogni tanto incontro, che vengono a dirmi di aver trovato una dimostrazione della quadratura del cerchio, o una semplice dimostrazione del teorema di fermat. e si seccano quando uno gli dice che in un passaggio c’è scritto che 2 più 2 fa 22. non c’è bisogno di leggere tutto il loro, anch’esso in genere interminabile, panegirico, per dismetterlo come una sciocchezza". 


Luis scrive: 
24 agosto 2011 alle 15:32 
"Caro Odifreddi, 
che lei consideri una ciarlataneria lo studio e l’analisi storica non ne avevo il minimo dubbio visto il livello da barzelletta dei suoi libercoli. 

Pietro è l’apostolo più citato dai vangeli, scritti a circa 30 anni dai fatti narrati che raccolgono una tradizione orale ben salda presso le comunità giudeo-cristiane, così come attesta l’impianto linguistico aramaico del greco di traduzione di tali scritti. Pietro è unanimemente ricordato dalla più antica tradizione cristiana. La tesi del complotto fa ridere, come le sue sciocche obiezioni. 

E’ perfettamente inutile che batta sempre sullo stesso tasto, la pretesa di avere testimonianze coeve di personaggi di 2000 anni fa, non attenzionati da una storiografia ufficiale, è una assurdità. A quell’epoca non esisteva il giornalismo, la cronaca, i giornali o la televisione (che mi tocca fare…mi sembra di parlare ad un bambino), le notizie si diffondevano esclusivamente per via orale e venivano messe per iscritto solo alla morte dei testimoni. 

L’argomento di “ragion sufficiente”, come lo chiama lei, non è applicabile alle altre divinità in quanto ci portiamo fuori dalla storia. Chi può garantire un inquadramento storico e realistico della testimonianza su khrisna, rama, vishnu, ecc.? A lei, mio caro Odifreddi, manca il metodo storiografico, la contestualizzazione storica, l’analisi del linguaggio, l’esegesi…. Lasci perdere, mi creda. 

La saluto, Luis". 


Piergiorgio Odifreddi scrive: 
24 agosto 2011 alle 16:23 
"caro luis, 
io non considero affatto “una ciarlataneria lo studio e l’analisi storica”. semplicemente, non considero storia la mitologia (religiosa e non). mi sembra ci sia una bella differenza! se i suoi sofisticati strumenti di analisi non arrivano nemmeno a capire queste distinzioni, siamo ben messi… 

certo che a quell’epoca “non esistevano il giornalismo, la cronaca, eccetera”. il che non ci impedisce di conoscere ad esempio la storia romana. che è tutto un altro genere, con sua buona pace. 

tra l’altro, lei si arrampica sui vetri, perchè ho già citato decine di volte le due prefazioni ai due libri del papa su gesù, nei quali si ammette espressamente che la storia di gesù NON E’ dello stesso genere di quella di cesare, ad esempio. se vuole essere più papista del papa, faccia pure: che importa a me? 

quanto poi dire che le altre religioni si pongono al di fuori della storia, e il cristianesimo no, significa essere provinciali e partigiani. vada in india, visiti ayodha o wrindhavan, parli con i fedeli e gli studiosi locali, e sentirà opporsi esattamente GLI STESSI argomenti che a lei sembrano tanto probanti per il cristianesimo". 

Luis scrive: 
24 agosto 2011 alle 16:53 
"Abbia pazienza Odifreddi, 
se io mi arrampico sui vetri, lei ci scivola che è una bellezza: è inutile che tenta furbescamente di accostare la storiografia ufficiale dell’impero romano con i resoconti postumi di testimonianze. E’ ovvio che di Cesare, Augusto, Tiberio, ecc. abbiamo più e qualificate notizie di Gesù, ma è altrettanto vero che della storia romana ciò che è al di fuori della storiografia ufficiale torna ad essere dello stesso livello delle testimonianze su Gesù (uso una generalizzazione per far capire il concetto, anche se mi sembra un’impresa disperata). 

I miei strumenti storici mi hanno dato (al pari della stragrande maggioranza della storiografia contemporanea, che a turno lei rispetta o disprezza) sufficiente prova che con Gesù siamo nella storia e non nella mitologia. La teoria del mito è naufragata da un bel pezzo, non regge al moderno metodo critico (Grant M., “Jesus: An Historian's Review of the Gospels”, 1995), nessuno dei primi avversari del cristianesimo mette infatti in discussione l'esistenza di Gesù, la crocifissione pubblica, e come simbolo in sé, si presta difficilmente ad un'invenzione, nell'ambito della critica testuale, le incoerenze e le contraddizioni tra i testi del Nuovo Testamento sono decisamente a sfavore dell'ipotesi di una creazione letteraria, nessuna delle teorie alternative avanzate per spiegare l'origine del cristianesimo indipendentemente dall'esistenza di Gesù sembra pienamente soddisfacenti (Geoltrain P., Encyclopædia Universalis, art. Jésus, 2002). Lo storico (razionalista) Guignebert C. considera i vangeli come scritti propagandisti, eppure rifiuta la tesi mitica. Egli non comprende perché mai i primi cristiani avrebbero dovuto rivestire la divinità di una parvenza di umanità, pretendendo oltre tutto di inserirlo in un contesto storico preciso e attuale, anziché allontanarne la leggenda in un passato indeterminato. In particolare, Guignebert non ritiene possibile dubitare della storicità della crocifissione. 

Gli storici che le ho citato sono atei e razionalisti, quindi i suoi puerili pregiudizi non hanno alcuna ragion d’essere. Questi studiosi adottano un metodo scientifico che fa a pugni con la sua ignoranza e pressappochismo. 

Quanto alle vicende indiane sa, per caso, dell’esistenza di una intera comunità internazionale di storici che è convinta della esistenza documentata dei vari khrisna, rama o vishnu? Sa, è sempre importante imparare cose nuove… 

La saluto nuovamente, 
Luis". 



Come risulta da tale, forse un tantinello acceso, ma corretto, scambio di battute, per Odifreddi la comunità scientifica, gli storici credenti che studiano la storia del Cristianesimo, sono alla stessa stregua degli “astrologi” (sic), ossia dei ciarlatani che rispondono alle precise direttive della “linea di partito” (il Vaticano?). Ma anche quelli non credenti, secondo questa vetta di sapienza universale, se studiano la storia del Cristianesimo, ossia fanno della “mitologia”, non sono altro che ciarlatani anch’essi. 

Se le premesse sono queste si può immaginare lo spessore qualitativo di un saggio come “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)”, scritto da un personaggio che pone sullo stesso piano il profilo storico di Gesù di Nazareth con quello immaginario di dei indiani come Khrisna, Rama o Vishnu, o che pretende lo stesso livello di testimonianza storica tra un imperatore romano ed un oscuro predicatore galileo. 

Il ritornello, purtroppo, è sempre lo stesso: basta che si scriva contro i cristiani e la Chiesa che subito si vendono libri, si acquisisce successo e notorietà, io lo chiamo: il “Fenomeno Codice da Vinci”, anche se, il più delle volte, chi scrive è un completo incompetente come Odifreddi.

mercoledì 10 ottobre 2018

L'isterismo laicista contro la vita


Ci risiamo, la cricca laicista non perde occasione di manifestare il suo odio per la vita, mostrando anche una assoluta ignoranza della legge, per affermare la sua ideologia di morte. 

Qualche giorno fa il capogruppo del Partito Democratico nel consiglio comunale di Verona, Carla Padovani, ha votato a favore di una mozione della Lega che sostiene associazioni cattoliche per iniziative contro l'aborto. Contro tale voto si è scagliato tutto l'apparato laicista più becero dal segretario Maurizio Martina, che ha commentato: "La legge 194 a difesa delle donne e della maternità consapevole non si tocca. Chi vuole ricacciare il Paese nel passato degli aborti clandestini, deve sapere che tutto il Pd si è battuto e si batterà sempre per difendere questa conquista di civiltà a tutela della libertà e della salute delle donne. Non può esserci nessuna ambiguità su questo punto tanto più oggi, di fronte alle provocazioni di alcuni esponenti della maggioranza di governo che immaginano per l'Italia un ritorno al Medioevo", al governatore del Lazio Nicola Zingaretti: "Così non va. Non si procede con colpi di mano ideologici su temi così delicati. Non si rispetta la vita se non si rispettano le scelte delle donne...".

Resto letteralmente basito di fronte a tanta ignoranza: la mozione leghista è a favore di iniziative volte a limitare e contrastare la piaga dell'aborto. E' la stessa legge 194 ad indicarlo: "Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite" (legge 194, art. 1).

Perché Martina ha reagito in questo modo? Non sarebbe dovuto essere, piuttosto, a favore di una mozione del genere, visto che andava nella direzione tracciata dalla legge? Martina parla come se l'interruzione di gravidanza fosse un diritto, ma in realtà la legge 194 non riconosce alcun diritto del genere, ma permette l'interruzione di gravidanza solo come un'estrema, ultima, soluzione possibile. Il fatto grave è che Martina, come tutti i suoi accoliti, sono accecati dalla loro ideologia di morte, dall'egoismo tipico della visione becera e distruttiva del laicismo. E, caro Martina, lasci stare il Medioevo, un periodo storico che rispettava il valore della vita molto più di quanto non la rispetti lei.

E che dire di Zingaretti? Certo che da uno che era a favore dei colpi di mano dei sindaci che celebravano nozze tra persone omosessuali in barba alla legge sentir dire che "non si procede per colpi di mano ideologici" fa un po' ridere. Zingaretti letteralmente straparla dicendo delle assurdità: non si rispetta la vita se non si rispettano le scelte delle donne? Ma che sciocchezza è mai questa? Come fa un'interruzione di gravidanza ad essere una scelta che rispetta la vita? La vita si rispetta riconoscendo il suo valore assoluto, fondamentale che, in quanto tale, non può dipendere da scelte personali.        

venerdì 5 ottobre 2018

I miti sulle crociate: i cristiani e gli ebrei dei paesi occupati dall’Islam vivevano meglio che non sotto i bizantini

Un’altra leggenda che si racconta a proposito del confronto tra i cristiani e l’Islam riguarda il governo ed il trattamento che i musulmani avrebbero riservato alle popolazioni non islamiche dei territori occupati. Diversamente dalla brutalità che il cristianesimo avrebbe riservato ad ebrei ed eretici, il governo musulmano sarebbe stato caratterizzato da una illuminata e benevola tolleranza nei confronti dei popoli conquistati permettendo loro di professare la propria fede senza interferire. Ovviamente siamo di fronte all’ennesimo mito anticristiano che prese vita in quell’ambiente illuminista del XVII secolo, da parte di scrittori come Voltaire, Gibbon, ecc., tutto volto a ritrarre la Chiesa Cattolica nel modo peggiore possibile. 


La realtà, purtroppo, fu tutt’altra cosa e la tanto decantata tolleranza islamica solamente un bluff, per l’invasore musulmano i territori occupati dovevano essere completamente islamizzati e tutti dovevano convertirsi alla religione dei dominatori oppure venire uccisi. L’unica possibilità di sfuggire alla morte, senza per forza convertirsi all’Islam, era quella di sottomettersi accettando una feroce discriminazione ed uno status sociale di inferiorità. Tale possibilità, spacciata per tolleranza dagli storici illuministi, fu in pratica una sorta di servitù ed era il trattamento riservato ai cristiani e agli ebrei assoggettati che non accettavano di convertirsi all’Islam (Marshall G.S. Hodgson “The Venture of Islam: Conscience and History in a World Civilization” Chicago University Press, Chicago 1974, vol. I). Per i musulmani, gli ebrei e i cristiani erano “’Ahl al-kitab”, cioè le “Genti del Libro”, ossia i fedeli di quelle religioni che fanno riferimento a testi ritenuti di origine divina dallo stesso Islam, come la Torah per gli ebrei ed i vangeli per i cristiani.

Questo comportamento da parte dei musulmani deriva da una sura del Corano: “Combatti coloro che non credono in Dio, né nel Giorno del Giudizio, né ritengono vietato ciò che è stato proibito da Dio e dal suo Messaggero, né riconoscono la religione della Verità, (anche se sono) del Popolo del Libro, finché non paghino la jizya accettando di sottomettersi, e si sentono sottomessi” (Corano IX, 29).

Tutto ciò, però, era possibile solo sotto condizioni altamente repressive, i cristiani e gli ebrei divenivano dei cittadini di serie B, i “dhimmi” giuridicamente e socialmente inferiori e tale discriminazione era permanente. Ogni dhimmi adulto, maschio doveva pagare un’imposta di capitolazione, la Jiziya. Le sue proprietà potevano essere confiscate e passate alla comunità islamica, oppure il dhimmi poteva disporne, ma era soggetto ad una tassa sulla proprietà e sul raccolto (Kharaj) oltre ad essere obbligato a versare altre imposte per il mantenimento dell’esercito musulmano (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.130).

Oltre a questa pesantissima tassazione il “dhimmi” era costretto a vivere in uno stato di perenne soggezione: chiunque osasse fare proseliti era immediatamente condannato a morte, non era permesso erigere chiese e sinagoghe. Ai cristiani ed ebrei era vietato pregare o leggere le Scritture a voce alta, neppure tra le mura domestiche, in chiesa o in sinagoga, per il timore che un musulmano potesse sentirli (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2010, pag. 42).

La politica ufficiale era quella di far sentire i dhimmi degli esseri inferiori che dovevano stare al loro posto senza nessuna possibilità di partecipare alla vita politica e sociale. Non potevano andare a cavallo, non era loro permesso portare armi, erano obbligati a portare sugli abiti un marchio che ne denunciasse la loro fede ogni volta che venivano a trovarsi in presenza di musulmani (Robert Payne “The History of Islam” Barnes and Nobles, New York 1995, pag. 105).

Altre limitazioni riguardavano la testimonianza in tribunale, la protezione del diritto penale e il matrimonio. I dhimmi non potevano testimoniare contro un musulmano e, in genere, la sua testimonianza non aveva valore, non potevano contrarre matrimonio con una musulmana e non potevano aver alcun diritto nei confronti di un musulmano. Scrive il famoso storico J. Riley Smith: “Il dhimmi e la sua famiglia non erano cittadini di uno stato musulmano, ma membri di una comunità quasi indipendente, guidata da un rabbino o da un vescovo, sebbene tutti i crimini gravi e quelli che coinvolgevano membri di altre comunità religiose, dovevano essere giudicati da tribunali musulmani” (Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994. Pag.130).

Questo stato di profonda soggezione ed inferiorità poneva i cristiani e gli ebrei in balìa di qualsiasi angheria. Se un musulmano uccideva un dhimmi la pena poteva essere al massimo il pagamento di una ammenda monetaria. Non era possibile alcuna condanna a morte. Per i malikiti e gli hanbaliti, due sette islamiche sunnite, la vita di un dhimmi valeva la metà di quella di un musulmano. Per gli shafi'iti, cioè i componenti di una importante scuola islamica sugli aspetti legali del Corano, cristiani ed ebrei valevano un terzo, gli zoroastriani appena un quindicesimo (Bat Ye’or “Islam and Dhimmitude: Where Civilizations Collide”, Fairleigh Dickinson University Press, 2001).

Tutto ciò incoraggiava ogni sorta di violenza contro i cristiani, scrive il famoso storico israeliano Moshe Gil: “Generazione dopo generazione, gli scrittori cristiani registrarono azioni persecutorie e vessatorie, fino all’eliminazione fisica, imposte dai governanti musulmani” (Moshe Gil “History of Palestine, 634–1099”, Cambridge University Press, Cambridge1992, p. 471). E a rendere ancora più difficile la vita delle comunità cristiane fu il fatto che in molti casi, oltre ai musulmani, prendevano parte agli attacchi contro i cristiani anche le comunità ebraiche (Moshe Gil “History of Palestine, 634–1099”, Cambridge University Press, Cambridge1992, p. 472). 

Una eccezionale conferma della triste condizione dei popoli sottomessi alla potenza islamica viene proprio da fonti musulmane che, quindi, sono al di sopra di ogni sospetto. L’emiro Usama Ibn Munqid, dopo aver visitato il Regno di Gerusalemme, osservò stupito: “Una volta che i cavalieri (cioè i Franchi) hanno stabilito una sentenza, né il re né alcun altro loro capo può tramutarla e disfarla” (F. Gabrielli “Storici arabi delle crociate” Einaudi, Torino, 1987, par 74). Ciò conferma quanto riferisce il viaggiatore andaluso musulmano Ibn Jubair che nel 1184, giunto in Palestina, osservò come i suoi correligionari, nonostante il Corano imponesse ai veri credenti di abbandonare il Dar al-kufr, cioè il territorio ancora in mano ai crociati, preferivano vivere sotto il dominio dei kafirun (infedeli), in quanto questi agivano con “equità”. (Ibn Jubair, “A traves del Oriente”, Serbal, Barcellona, 1988, pag. 352).

Incredibilmente la grande menzogna raccontata sulle crociate non si è limitata solo al mito del buon governo dell’Islam conquistatore, come se le popolazioni assoggettate non aspettassero altro che essere conquistate e sottomesse, ma si è anche spinta ad immaginare una feroce oppressione da parte delle autorità cristiane, menzogna smentita dalle stesse fonti musulmane.


Bibliografia 

Marshall G.S. Hodgson “The Venture of Islam: Conscience and History in a World Civilization” Chicago University Press, Chicago 1974;
F. Gabrielli “Storici arabi delle crociate” Einaudi, Torino, 1987;
Ibn Jubair, “A traves del Oriente”, Serbal, Barcellona, 1988;
Moshe Gil “History of Palestine, 634–1099”, Cambridge University Press, Cambridge 1992;
Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994;
Robert Payne “The History of Islam” Barnes and Nobles, New York 1995;
Bat Ye’or “Islam and Dhimmitude: Where Civilizations Collide”, Fairleigh Dickinson University Press, 2001; 
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010.

giovedì 13 settembre 2018

Biglino e il peccato originale

Uno degli argomenti che Biglino ripropone continuamente nelle sue conferenze riguarda la dottrina cristiana del peccato originale. Secondo lo studioso piemontese la disubbidienza di Adamo ed Eva verso Dio, narrata nel terzo capitolo della Genesi, non significherebbe affatto che ogni uomo sia macchiato da un peccato originale. 

Biglino, infatti, afferma: “Il peccato originale è quello che dà origine a tutto. Noi nasciamo tutti peccatori, cioè macchiati, abbiamo necessità di un intermediario che, se facciamo i buoni, ci riconduce alla riconciliazione e alla vita eterna che ci è stata tolta quando Adamo ed Eva compirono l’infamia di quella disubbidienza […] Ma, in realtà il peccato originale non esiste, per gli ebrei nella Bibbia non vi è alcun concetto del genere”. 

Siccome presso gli ebrei non esisterebbe il concetto di una trasmissione del peccato, per Biglino il terzo capitolo della Genesi non giustificherebbe il dogma cattolico di un peccato originale trasmesso ad ogni uomo. Quindi, come al solito, si tratterebbe dell’ennesima mistificazione della Chiesa cattolica volta a condizionare e tenere in soggezione le masse ed esercitare così il suo potere su di esse. Biglino ama ripetere trionfalmente che se non esistono né il peccato originale e né Dio (come è noto, infatti, per Biglino nella Bibbia non si parla di Dio, ma di un essere extraterrestre, n.d.r.), vengono a mancare sia il “movente” che il “mandante” e ciò rende la Bibbia un libro come un altro, senza niente di sacro. 

Ma, allora, se la Bibbia non ne parla, la Chiesa Cattolica dove trae questa idea del “peccato originale”? Secondo Biglino non ci sono dubbi, è stata tutta un’idea di Paolo di Tarso, considerato il vero “inventore” del Cristianesimo. Lo studioso piemontese così afferma: “Tra Genesi 3 e la lettera ai Romani dove si inizia a ventilare l’idea del peccato originale, dove l’apostolo Paolo dice: “Per mezzo di un uomo la morte è entrata nel mondo” non c’è coincidenza, anzi c’è da chiedersi dove Paolo trova quell’idea. Anche per la teologia cattolica il peccato è individuale”. 

In effetti, nel moderno ebraismo, sebbene alcune correnti considerino Adamo come colui che portò la morte nel mondo, la maggioranza delle opinioni rabbiniche non ritengono che fosse anche il responsabile dei peccati dell'intera umanità. E’ interessare notare come Biglino si affidi ad una generica interpretazione ebraica per negare che il concetto di “peccato originale” sia presente nella Bibbia, ma questa grande considerazione che Biglino ha dell’odierna interpretazione ebraica della Bibbia viaggia a corrente alternata: quando questa non è producente a validare le sue teorie viene inesorabilmente ignorata o criticata. Si possono fare tantissimi esempi di tale comportamento: tutti i rabbini ebraici, ad esempio, affermano chiaramente la presenza di Dio nella Bibbia oppure credono che in tanti passi della Scrittura, Dio e le sue manifestazioni, siano rappresentate attraverso antropomorfismi, ecc. In tutti questi casi per Biglino anche gli ebrei, improvvisamente, sono traviati dalla “teologia” e quindi sbagliano. 

Ma a sbagliare in realtà è proprio Biglino che dimostra tutta la sua ignoranza mostrando di non conoscere il fatto che l’ebraismo non ha un’unica dottrina, ma diversi punti di vista. La dottrina del "peccato ereditario" non si riscontra nella maggior parte dell'ebraismo odierno, ma lungo tutta la storia dell’ebraismo ci sono state correnti di ebrei ortodossi che hanno dato la colpa ad Adamo per la complessiva corruzione del mondo, ed è noto che ci sono stati alcuni rabbini dei tempi talmudici che ritenevano la morte una punizione per l'umanità a causa del peccato di Adamo (Alfred J. Kolatch “Judaism's Rejection Of Original Sin” The Jewish Book of Why/The Second Jewish Book of Why, Jonathan David Publishers, 1989). 

Generalmente Biglino si presenta come un grande studioso della Bibbia, ma è solo un bluff, infatti ha una profonda ignoranza della Bibbia. Egli non conosce il fatto che il concetto di un peccato originario, che abbia rotto l’armonia del creato ed alterato il rapporto tra Dio e l’umanità, con ripercussioni che sarebbero ereditate da ogni uomo, si riscontra in più punti della Scrittura e non vi è solo il riferimento alle conseguenze del peccato che si ritrova nel terzo capitolo della Genesi. Nella stessa Genesi, al capitolo quarto, Dio esorta Caino a dominare la sua natura macchiata dal peccato: “Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo” (Genesi 4,7) oppure al capitolo ottavo, dove Dio si rende conto che l’uomo, ogni uomo, sarà sempre incline al male e, quindi, promette di non colpirlo più, come aveva fatto col diluvio: “Il Signore ne odorò la soave fragranza e pensò: «Non maledirò più il suolo a causa dell'uomo, perché l'istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto” (Gn 8,21). 

In alcuni trattati del Talmud e della Mishnah che riguardano i danni provocati dalle azioni sbagliate dell’uomo e la liturgia della espiazione dai peccati (Yom Kippur), viene espressamente indicato, a commento di Gn 8, 21, che "L'uomo è responsabile del peccato perché è dotato di libero arbitrio; egli è per sua natura fragile, e la tendenza della mente sarebbe verso il male” (Yoma 20a; Sanhedrin 105a). 

L’idea di un peccato ereditario che è stato introdotto nel mondo dalla disubbidienza di Adamo è sempre stato presente nell’ebraismo, nei Salmi, ad esempio, si ritrova, nitido, il concetto di un peccato originale trasmesso alla natura umana: "Ecco, io sono stato formato nell'iniquità, e mia madre mi ha concepito nel peccato" (Salmo 51, 5). In generale i rabbini che abbracciavano questa corrente di pensiero distinguevano tre modi di interpretazione: a) una corruzione della stirpe da un punto di vista ereditario; b) il peccato di Adamo che viene punito attraverso la sua progenie e c) che tutti i peccati sono il risultato delle azioni di Adamo (Shaul Magid “From Metaphysics to Midrash: Myth, History, and the Interpretation of Scripture in Lurianic Kabbala” Indiana University Press, 2008, p. 238). 

Evidentemente Paolo di Tarso aderiva al primo modo di interpretazione, nel pieno solco della tradizione rabbinica ebraica e, quindi, non c’è affatto da stupirsi, come fa Biglino, dell’insegnamento sul nuovo Adamo, cioè Gesù che salva, che ritroviamo nelle lettere ai Corinti ed ai Romani. Paolo non inventa niente, ma si rifà alla tradizione giudeocristiana che, a sua volta, affonda le sue origini nella Scrittura. L’Antico Testamento è pieno di profezie sul Messia che viene a salvare il suo popolo dai peccati. Nel libro di Isaia, che come è noto non è legato solo ad un periodo preciso della storia di Israele, ma riguarda una pluralità di autori e periodi storici, viene chiaramente indicata la condizione umana di soggezione al peccato che verrà spazzata via dal Messia promesso da Dio: “Pertanto così dice il Signore Dio: Ecco, io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non si turberà […] Sarà annullata la vostra alleanza con la morte; la vostra lega con gli inferi non reggerà. Quando passerà il flagello del distruttore, voi sarete una massa da lui calpestata” (Isaia 28, 16-18) ed anche “Dopo il tormento dell'anima sua vedrà la luce e sarà soddisfatto; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità" (Isaia 53, 11). 

I primi cristiani erano ebrei e come tali hanno visto in Gesù il Messia promesso dalle Scritture venuto a togliere i peccati del mondo e il peccato originale. Questa visione è poi confluita nei vangeli, fonti, alcuna delle quali, anche indipendenti da Paolo di Tarso. Il vangelo di Matteo, tra queste, riporta: “Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1, 21), oppure “È venuto infatti il Figlio dell'uomo a salvare ciò che era perduto” (Mt 18, 11), ed ancora “Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati” Mt (26, 27-28). Il vangelo di Luca, riferendosi a Gesù, riporta un antico cantico giudeocristiano che recita: “Benedetto il Signore Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo […] per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati“ Lc (1-68). E’ il famoso cantico di Zaccaria, un inno puramente giudeocristiano di lode a Dio in cui vi troviamo molte frasi tratte dall’Antico Testamento (Giuliano Vigini “Il NT, il vangelo e gli atti degli apostoli” Ed. Paoline, 2000, pag 220). 

Infine una piccola notazione: Biglino è solito affermare: “Per mezzo di un uomo la morte è entrata nel mondo” non c’è coincidenza, anzi c’è da chiedersi dove Paolo trova quell’idea. Anche per la teologia cattolica il peccato è individuale”. Purtroppo l’ignoranza di Biglino non si limita solo alla non conoscenza della Bibbia, ma comprende anche la dottrina cattolica. Infatti egli non sa che la teologia cattolica non considera affatto il peccato originale come un peccato individuale, ma consiste unicamente in una privazione della santità e della giustizia originali che ha portato la natura umana ad essere incline al male, cioè la “concupiscenza” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 405). Questa inclinazione al male costituisce una “macchia”, non un vero peccato, ma che rende l’umanità lontana da Dio. Per questo Tommaso d’Aquino chiamava questo peccato “labes naturae”, ossia, macchia della natura umana (Tommaso d’Aquino I.II. quest.82 art.3). 

“Tutti, nessuno eccettuato, sono morti per i peccati, tanto originale che commessi volontariamente o coll’ignoranza, o coll’opera, o coll’omissione: e per tutti i morti, è morto il Solo ch’era vivo, cioè che non aveva assolutamente alcun peccato” (Agostino d’Ippona “De Civitate Dei” lib. XX c.6). 



BIBLIOGRAFIA 

Alfred J. Kolatch “Judaism's Rejection Of Original Sin” The Jewish Book of Why/The Second Jewish Book of Why, Jonathan David Publishers, 1989; 
Giuliano Vigini “Il NT, il vangelo e gli atti degli apostoli” Ed. Paoline, 2000; 
Shaul Magid “From Metaphysics to Midrash: Myth, History, and the Interpretation of Scripture in Lurianic Kabbala” Indiana University Press, 2008. 

Segnalo anche il link del blog del caro amico Yuri Leveratto da cui ho tratto tanto interessante materiale: 
http://yurileveratto2.blogspot.com/2016/03/mauro-biglino-sostiene-che-il-peccato.html

venerdì 10 agosto 2018

L'Argentina sceglie la tutela della vita umana

Finalmente una bellissima notizia, l’Argentina, dopo un combattuto e sofferto confronto parlamentare dice no all’aborto. Il Senato ha respinto il progetto di legge sull’interruzione volontaria della gravidanza trasmesso dalla Camera, che lo aveva approvato a giugno di stretta misura, per la legalizzazione dell’aborto nelle prime 14 settimane di gravidanza. Ad ottenere questo splendido risultato è stata la maggioranza del voto femminile pro-life e l'intensa attività sociale della Chiesa cattolica che si è schierata con forza a difesa della vita umana indifesa. L'arcivescovo di Buenos Aires, Mario Poli, ha dichiarato: “Il disegno di legge mette degli esseri umani indifesi e vulnerabili che si trovano in gestazione, in una strada senza uscita, senza possibilità di difendersi, senza giudizio né processo”. Il tunnel nero laicista, l'incredibile follia della legalizzazione dell'omicidio, ha ricevuto un grosso ammonimento: l'aborto è sempre un omicidio, la vita umana è un valore fondamentale che, in quanto tale, non può essere relativizzato, la vita umana deve essere sempre difesa e tutelata. 
Dopo gli strombazzamenti di maggio scorso, durante i quali su tutti i media si magnificava la triste svolta laicista dell'Irlanda verso la legalizzazione dell'aborto come segno di progresso e civiltà, la notizia della votazione argentina è passata quasi inosservata, come un qualcosa da dover nascondere. 
Ovviamente si registra qualche strale isterico e farneticante di alcuni siti e commenti laicisti dove, tra le tante assurdità, viene riproposta la solita storia del pericolo dell'aborto clandestino. Per questi commentatori l'aborto sarebbe così giustificato, scegliendo la morte come una soluzione ed affermando un'assurda graduatoria di valore tra la vita del bambino e quella della madre.

Ma, a parte il fatto che il più delle volte il riferimento al numero delle vittime degli aborti clandestini viene opportunamente gonfiato per essere usato come grimaldello per affermare ed imporre all'opinione pubblica una visione abortista, è proprio il concetto di voler sanare un male con un male maggiore ad essere aberrante. E' come se pretendessimo di regolamentare il furto, la truffa, la violenza, lo stupro, ecc. per avere così meno illegalità. Ma che logica distorta è mai questa?

D'altronde il laicismo non ha una logica, ma viaggia sul sentimento del momento: non mi "sento" di avere il bambino? Lo elimino, che problema c'è? Sono maschio e mi "sento" femmina? Cambio sesso, che problema c'è? Sono omosessuale e voglio un figlio? Affitto un utero, che problema c'è? Ovviamente tutti questi "sento" non sono solo delle sensazioni personali, ma diventano dei veri e propri diritti, cioè un ordinamento giuridico che coinvolge tutta la società e che lo Stato deve tutelare e, quindi, sovvenzionare, anche a spese di moltissime persone assennate, costrette a partecipare loro malgrado all'infame operazione. 

Non mi resta, quindi, che tributare un grosso plauso al popolo argentino per questa dimostrazione di umanità e giustizia. Viva l'Argentina!        


mercoledì 11 luglio 2018

Miti anticattolici. Lo Ius primae noctis

I “secoli bui”, dieci per l’esattezza, sono il medioevo nel nostro immaginario collettivo, un’epoca di barbarie, arretratezza, di oscurità al punto che per condannare qualsiasi situazione negativa o comportamento sbagliato spesso bolliamo tutto come “medioevale”. Tutto ciò deriva dal fatto che quel lunghissimo periodo storico fu, in Europa, completamente segnato dal Cristianesimo e, nell’Europa occidentale, sotto la guida indiscussa della Chiesa cattolica, cosicchè divenne imperativo, tra il XVIII ed il XIX secolo, per la nascente storiografia illuminista anticristiana ed anticlericale, raffigurarlo nella luce più cupa e lugubre possibile. 

Tale operazione avvenne nei modi più disparati, dalla fabbricazione di documenti falsi fino alla creazione di leggende, alcune delle quali veramente ridicole, come quella del cosiddetto “Ius primae noctis”, cioè una ipotetica legge che avrebbe consentito al padrone di un fondo di poter disporre delle mogli dei servi della gleba ivi residenti, per la prima notte di nozze. Ad esempio scrive uno dei più grossi mistificatori illuministi, il tanto celebrato Voltaire: “Le usanze più ridicole e più barbare sono state allora [nel medioevo] stabilite. I signori avevano inventato il droit de cuissage, di marchetta, di prelibazione, cioè di giacere la prima notte con le donne popolane loro vassalle appena sposate. Vescovi e abati avevano questo diritto in quanto baroni, e alcuni nel secolo scorso si sono fatti pagare per rinunciare a questo strano diritto, che si estendeva in Scozia, Lombardia, Germania e nelle province della Francia. Queste le usanze diffuse al tempo delle crociate” (Voltaire “Essai sur les mœurs et l'esprit des nations” 1756, vol. 11, cap. 52). 

Infatti, secondo la visione illuminista anticattolica, che segnò la prima storiografia dell'età moderna, il servo della gleba era erroneamente considerato legato alla proprietà padronale, come una sorta di schiavo, in modo che la sua vita fosse completamente subordinata all’autorità del feudatario, vescovo o chiunque altro, padrone del fondo. 

Fu un’operazione di indubbio successo infatti questa storia dello “Ius primae noctis” si affermò in modo importante al punto che divenne normale, scontato, ogniqualvolta ci si interessava di medioevo, farne puntuale riferimento. E’ il caso, ad esempio, di molte rappresentazioni teatrali come “Il matrimonio di Figaro” (1778) di Beaumarchais che ispirò “Le nozze di Figaro” di Mozart, di romanzi, come “I pilastri della terra”, l’immaginario medioevo di Ken Follett, o pellicole cinematografiche come “Il principe guerriero” del 1965, con Charlton Heston, o il famosissimo “Braveheart” del 1995 di e con Mel Gibson. 

Tantissimi ne hanno parlato, scritto e sceneggiato, eppure siamo di fronte all’ennesimo mito anticattolico, perché questo “Ius primae noctis” è solo una leggenda. Non esiste alcun documento medioevale che testimoni o che confermi l’esistenza di una legge del genere. Gli storici moderni sono tutti completamente d’accordo a ritenere l’intera questione solamente una falsità. Afferma uno degli storici contemporanei più apprezzati, specialista in storia del medioevo, Alessandro Barbero: “Lo ius primae noctis è una straordinaria fantasia che il medioevo ha creato, che è nata alla fine del medioevo, ed a cui hanno creduto così tanto, che c'era quasi il rischio che qualcuno volesse metterlo in pratica davvero, anche se non risulta che sia mai successo davvero. In realtà è una fantasia: non è mai esistito” (Alessandro Barbero “Medioevo da non credere. Lo ius primae noctis” Festival della Mente, Sarzana, 31 agosto 2013). 

L’autorevolissima storica del medioevo Régine Pernoud ha precisato che nel corso del X secolo venne istituito un “diritto signorile”, cioè l’uso di reclamare un’indennità pecuniaria dal contadino che spostandosi dal proprio feudo si trasferiva ad un altro. Si trattava, quindi, solamente di una mera richiesta economica. Scrive la Pernoud: “…l'usanza di reclamare un'indennità pecuniaria dal servo che lasciava il feudo per sposarsi in un altro fece nascere il famoso "diritto signorile" sul quale si sono dette tante sciocchezze”. (Régine Pernoud ”Luce del Medioevo” Milano, Piero Gribaudi Editore, 2007, pag. 52). 

Non c’è alcuna testimonianza della reale esistenza e diffusione di un tale diritto nell'Europa medievale. Non ne è rintracciabile alcuna menzione, né da parte delle autorità laiche, né da parte di quelle ecclesiastiche. Tutto ciò ha portato gran parte della moderna critica storiografica a considerare lo “Ius primae noctis” un "mito", l’ennesimo, a carico dell'epoca medievale. Un mito sopravvissuto solo perché “maliziosamente” producente ad incolpare la Chiesa cattolica. 


Bibliografia 

Voltaire “Essai sur les mœurs et l'esprit des nations” 1756, vol. 11; 
Félix Liebrecht "Das Jus primae noctis", Orient und Occident, 2, 1864; 
Karl Schmidt "Der Streit über Jus primae noctis", Unger, Berlin 1884; 
Régine Pernoud ”Luce del Medioevo” Milano, Piero Gribaudi Editore, 2007; 
Alessandro Barbero “Medioevo da non credere. Lo ius primae noctis” Festival della Mente, Sarzana, 31 agosto 2013.

mercoledì 4 luglio 2018

I miti sulle Crociate. Le popolazioni cristiane e le comunità ebree dei paesi conquistati accolsero i musulmani come liberatori

Un mito molto diffuso sulla storia dei rapporti tra l’Islam e l’Occidente cristiano riguarda la sorprendente velocità con cui l’Islam si diffuse nei secoli VII ed VIII. Secondo la credenza convenzionale il motivo principale di tale fulminea espansione fu il favore che le popolazione cristiane ed ebree tributavano alle armate musulmane accolte come dei liberatori. Dovunque, dal Medio Oriente all’Africa del nord, fino alla Persia la dominazione oppressiva dei governi bizantino e persiano avrebbero indotto le popolazioni locali cristiane, ebree e zoroastriane a convertirsi in massa all’Islam ed ad accogliere favorevolmente l’occupazione musulmana. 

Questa fantasia, prima di divenire un elemento della falsa storiografia illuminista, fu inizialmente propagandata da alcuni storici musulmani del IX secolo che, a più di due secoli dai fatti, narrarono di popolazioni oppresse che preferirono il dominio musulmano a quello bizantino. Ad esempio scrive lo storico musulmano Al-Baladhuri: "La gente di Ḥims (cioè Emesa, l’odierna Homs in Siria) replicò [ai musulmani]: "Gradiamo il vostro governo e la vostra giustizia assai più dello stato di oppressione e di tirannia nel quale ci troviamo. Cacceremo dalla città con l'aiuto del vostro ʿāmil [comandante] l'esercito di Eraclio". Gli ebrei si alzarono e dissero: "Noi giuriamo sulla Torah che nessun governatore di Eraclio entrerà nella città di Ḥims prima che noi saremo sgominati e afflitti!" [...] Gli abitanti delle altre città — cristiane e israelitiche — che avevano capitolato di fronte ai musulmani, fecero lo stesso [...] Quando, con l'aiuto di Allah, i "miscredenti" furono sbaragliati e i musulmani ebbero vinto, gli abitanti spalancarono le porte delle loro città, ne uscirono con cantori e musicisti che cominciarono a suonare, e pagarono il kharāj". (Al-Balādhurī “La Battaglia dello Yarmuk (636)” Sahas, 1972, p. 23). 

Questa immagine idilliaca di suoni, canti e balli delle popolazioni soggette ai bizantini ed ai persiani davanti alle armate musulmane è smentita dalle fonti storiche contemporanee ai fatti le quali ci informano che in genere le città cristiane appartenenti all’impero bizantino resistettero fieramente all’occupazione musulmana. Quando nel dicembre del 639 il generale musulmano Amr ibn al-ʿĀṣ diede inizio all’occupazione dell’Egitto, la città di Pelusium che si trovava sulla direttiva dell’invasione, lungi dall’aprire immediatamente le sue porte, resistette per circa due mesi prima di venire espugnata. Stessa sorte toccò alla città di Bilbays, che fu invitata da ‘Amr ad arrendersi ricordando il legame esistente tra Egiziani e Arabi per via del personaggio biblico di Hāgar. Ma gli Egiziani opposero lo stesso un netto rifiuto e così subirono un pesante assedio che durò un mese, con la caduta della città che avvenne verso la fine di marzo del 640 (Alfred Butler ”The invasion of Egypt”, p. 216). Poi fu la volta di Alessandria, la grande capitale egiziana, che subì un durissimo assedio di circa sei mesi prima di arrendersi. Una osservatrice contemporanea racconta: “Quando i mussulmani arrivarono a Nikiou [piccola città fortificata vicino al Cairo] non ci fu un soldato che riuscì ad opporre loro resistenza. Essi occuparono la città e massacrarono chiunque incontrassero per strada e nelle chiese, uomini, donne e bambini, senza risparmiare nessuno. Quindi raggiunsero altre località, saccheggiando e uccidendo tutti gli abitanti che trovavano […] ‘Amr martoriò l’Egitto […] Sottrasse all’Egitto un ingente bottino e un gran numero di prigionieri […] così che i musulmani fecero ritorno in patri carichi di ricchezze e di schiavi” (Bat Ye’or “The Decline of Eastern Christianity Under Islam: From Jihad to Dhimmitude” Fairleight Dickinson University Press, Madison (NJ), pp 271-272). 

Così fu anche durante l’invasione della Siria bizantina, che iniziò nel 634 sotto i califfi Abū Bakr e ʿOmar b. al-Khaṭṭāb: Damasco fu conquistata nel settembre del 634 dopo un mese d’assedio, la città di Emesa nel 636 dopo due mesi d’assedio (voce "Syria", Encyclopædia Britannica Online, 20 Oct. 2006) e in Palestina, nel 637, dove la città santa per eccellenza del cristianesimo, Gerusalemme, resistette sei mesi prima di arrendersi. Questo assedio iniziò nel novembre del 636 da parte dell'esercito del califfato Rashidun, sotto il comando di Abu Ubaidah. Dopo sei mesi di assedio, il Patriarca Sofronio, vista l’impossibilità di portare avanti l’impari lotta, accettò la resa della città. Nel mese di aprile 637, il califfo Omar si recò di persona a Gerusalemme per ottenere la sottomissione della città, si stabilì nella spianata dove sorgeva il Tempio di Gerusalemme e decise che quello doveva essere il luogo esatto da cui il profeta Maometto, secondo una “avventurosa” interpretazione del primo versetto della XVII sura del Corano, era asceso al Paradiso. Il povero patriarca Sofronio non poté fare altro che commentare amaramente: “Ecco l’abominio della desolazione di cui ha parlato il profeta Daniele” (Steve Runciman “Storia delle Crociate”, Einaudi, Torino 1966, vol. I, pag. 7). 

Anche a nord, la cristiana Armenia si oppose strenuamente all’occupazione islamica pagando per questo un tributo pesantissimo. Un cronista contemporaneo racconta: “L’esercito nemico entro nel paese come una furia e sterminò a colpi di spada i suoi abitanti […] Quindi, dopo qualche giorno di pausa gli ismaeliti [cioè gli arabi] tornarono da dove erano venuti trascinandosi dietro una moltitudine di prigionieri, pari a trentacinquemila uomini” (Bat Ye’or “The Decline of Eastern Christianity Under Islam: From Jihad to Dhimmitude” Fairleight Dickinson University Press, Madison (NJ), pp 275). 

Stesso atteggiamento tennero i musulmani in Asia Minore, nella Cilicia e nella città di Cesarea che per la sua resistenza fu duramente punita. Le cronache raccontano: “Essi [i mussulmani] invasero la Cilicia e si procurarono molti prigionieri […] e quando arrivò Mu’awiyah ordinò che tutti gli abitanti fossero passati a fil di spada; inoltre sistemò ovunque delle guardie in modo che nessuno potesse fuggire. Quindi, dopo aver raccolto tutte le ricchezze della città, i Ta’i’ [cioè i mussulmani] presero a torturare i capi affinché mostrassero loro le cose [i tesori] nascoste. In quel disgraziato paese essi ridussero in schiavitù l’intera popolazione, uomini e donne, ragazzi e ragazze, e si macchiarono di ogni sorta di nefandezze; ma le peggiori infamie le commisero nelle chiese” (Bat Ye’or “The Decline of Eastern Christianity Under Islam: From Jihad to Dhimmitude” Fairleight Dickinson University Press, Madison (NJ), pp 276-277). 

Altro dato largamente coperto dalla retorica sull'illuminata dominazione araba della Sicilia è la fiera resistenza che le maggiori città siciliane opposero ai musulmani invasori. Nell'830 Palermo fu sottoposta ad un feroce assedio che durò per circa un anno. Eppure la metropoli siciliana era sotto il dominio bizantino e secondo ciò che comunemente si crede la popolazione doveva essere felice di liberarsi del malgoverno di Costantinopoli. Ma non fu così, la città resistette fino allo stremo finchè il suo comandante, lo spatharios Simeone, non fu costretto ad accettare la resa. La città soffrì enormemente durante l'assedio al punto che si verificarono addirittura episodi di cannibalismo. Una volta caduta la città fu preda della furia devastatrice dell'esercito islamico, lo storico arabo Ibn al-Athir riporta di eccidi e riduzione in schiavitù degli abitanti. Le cronache testimoniano il martirio di diversi religiosi che, fatti prigionieri mentre tentavano la fuga, fu promessa loro salva la vita se avessero abbracciato la fede musulmana rinunciando al cristianesimo, ma la maggior parte preferì la morte (Costantino, pag. 22).
Ancor più tragico fu il destino dell'altra grande città siciliana di allora, Siracusa. Nell'878, dopo nove mesi di assedio, caduta l'ultima resistenza, i musulmani si abbandonarono ad una inaudita strage. L'orda islamica, contrariamente a quanto propagandato da una storiografia falsa, ma "politicamente corretta", non si fermò neppure davanti alle chiese. In una di esse furono trucidati tutte le donne, i bambini e gli anziani che vi si erano rifugiati. Un monaco cristiano, Teodosio di Siracusa, testimone oculare dei fatti così scrive: 
"Come fiumana sparsisi per la città piombarono su quei che per la difesa ancora si raccoglievano e… spalancatene con grande impeto le porte i nemici vi entrarono con le spade sguainate spirando fuoco dalle narici e dagli occhi: in un solo istante ogni età fu passata a fil di spada e, per usare le parole del Salmo, i principi e tutti i giudici della terra, i vecchi e i giovani, i monaci e i coniugati, i sacerdoti e il popolo, il libero e il servo, anche gli infermi che da gran tempo giaceano, nessuno, o buon Dio, quei carnefici risparmiarono. Sembrava venuto quel giorno di cui parla Sofonia, giorno di calamità e di miserie, giorno di pianto e di rovine, di tenebre e di caligine" dall'epistola di Teodosio di Siracusa a Leone il Diacono (Salvatore Tramontana "L’isola di Allah" Piccola Biblioteca Einaudi, pp. 66 – 67). 
Si calcola che in totale i musulmani uccisero circa 5.000 abitanti e ridussero in schiavitù tutti gli altri.

Anche la notizia che in tutti i territori conquistati dalle armate musulmane il “buon” governo degli Arabi determinò subito imponenti conversioni in massa all’islam è del tutto falsa. Prima che i paesi conquistati potessero considerarsi veramente islamizzati ci vollero parecchi anni. A governare su intere popolazioni cristiane furono per molto tempo i pochi membri dell’élite araba (R. Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010, pag. 46). Ad esempio, nella Persia orientale, l’odierno Iran, gli abitanti si ribellarono per più di un secolo al dominio islamico, scatenandosi addosso la repressione più brutale. Dovettero trascorrere 200 anni dal momento della conquista Araba al momento in cui metà degli abitanti divenne musulmana. In Siria tale periodo durò circa 250 anni, mentre in Egitto e Nord Africa almeno 264 anni (R. Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010, pag. 46). 



Bibliografia 

S. Runciman “Storia delle Crociate”, Einaudi, Torino 1966; 
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992; 
Jonathan Riley Smith “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
Thomas F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005; 
R. Spencer “Guida all’Islam e alle Crociate” Lindau, Torino 2008; 
R. Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010;

martedì 19 giugno 2018

Biglino e la creazione di Dio

Il tema che affronto in questo articolo riguarda la creazione del mondo così come viene riportata dalla Bibbia nel racconto presente al primo capitolo della Genesi. Mauro Biglino, il nostro “studioso” che imperversa su You tube attraverso decine e decine di video delle sue conferenze, osannato da una schiera di seguaci che lo segue ciecamente anche se la maggioranza di loro sente parlare di tali argomenti per la prima volta, afferma sicuro che non esiste alcuna creazione nella Bibbia. Secondo lui l’idea di una creazione sarebbe solo il frutto di un inganno ordito da non meglio specificati teologi e filologi e che, in realtà, chi scrisse la Genesi non pensava affatto che il mondo fosse stato creato da un dio. 


In molti suoi video Biglino afferma apertamente: “In principio Dio creò i cieli e la terra”. Se la Bibbia va letta in modo allegorico e metaforico, allora è chiaro che non sapendo chi ha creato la terra la sua origine viene attribuita ad un Dio. Ed invece no, si dice che in questo caso l’interpretazione è letterale, è ovvio che Dio ha creato l’universo. Quando, finalmente, si arriverà ad ammettere che il verbo “barà” non significa “creare”, tanto meno “creare dal nulla“, si smetterà di citare quel versetto perché non parla di creazione, perché il termine, il concetto, il verbo “creazione” nell’ebraico biblico non esiste. Il termine “barà” esprime il concetto di intervenire in una situazione già esistente per modificarla”. 

Per poter supportare la sua balzana idea che nella Bibbia non si parli di Dio, Biglino deve per forza negare che nella Genesi venga raccontata una creazione e men che mai una creazione “ex nihilo”, cioè “dal nulla”. In realtà Biglino non racconta niente di nuovo, ricordo, infatti, che già nel 2009 una teologa olandese, Ellen Van Wolde, affermava che il termine “bara”, che ritroviamo in Gn 1, 1, non avrebbe il significato di “creare”, bensì di “dividere, separare nello spazio”, quindi, a suo dire, Dio non avrebbe creato nulla, ma semplicemente “separato”, cioè “ordinato”, il cielo e la terra presupponendo, quindi, una materia preesistente. 

Il versetto “incriminato” è il primo di tutta la Bibbia e lo ritroviamo nel libro della Genesi. Il testo traslitterato dall’ebraico è il seguente: “Bereshit bara Elohim et hashamayim ve'et ha'arets” cioè “In principio Dio creò (bara) i cieli e la terra”, dove compare il verbo “bara”. Come è noto, in ogni lingua, un qualsiasi termine ha raramente un significato unico e preciso, ma il più delle volte è caratterizzato da un vasto “campo” semantico, cioè una pluralità di significati. Il termine “bara” non fa eccezione ed anch’esso può avere diversi significati. Il prestigioso dizionario “Brown-Driver-Briggs”,  infatti, ne riporta alcuni come “formare”, “creare”, “dividere o scegliere” e, addirittura, “essere grasso”. Viene, però, anche specificato che questo verbo, quando è associato all’attività divina, assume sempre il significato di “creare”. Lo sbaglio della Van Wolde e di Biglino è proprio quello di scegliere arbitrariamente il significato più producente per le loro teorie ignorando del tutto i contesti e la coerenza del testo. Ad esempio nello stesso primo capito della Genesi, ai versetti 7, 16 e 25, in ebraico viene utilizzato il termine “asah” per indicare l’azione divina e tale termine ha il significato inequivocabile di “fare”. In particolare la stessa azione di creare, “bara”, i cieli e la terra di Genesi 1, 1, viene riportata in Esodo 20, 11 e Neemia 9, 6 col termine “asah”, cioè “fare”. E’, quindi, il contesto e la coerenza del testo ad indicare come la traduzione più giusta per il termine “bara” in Genesi 1, 1 sia quella di “creare”, e non certamente “formare” o “separare” o “dividere”. Quando il contesto non contempla un’azione divina lo stesso verbo “bara” assume un significato diverso da “creare”. Ad esempio in 2 Sam 12, 17 abbiamo: “Gli anziani della sua casa (di Davide) insistettero presso di lui perché egli si levasse da terra; ma egli non volle, e rifiutò di dividere (bara) il cibo con essi”. In questo caso è chiaro che il termine “bara” non può avere il significato di “creare”. 

Alla luce di tutto ciò il primo versetto del primo capitolo della Genesi si riferisce certamente ad una creazione di Dio, anche perché questo versetto è in realtà un titolo a cui corrisponde la conclusione di Gn 2, 4: “Queste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati”. Il racconto vero e proprio inizia solo dal secondo versetto. 

Resta ora da capire se la Genesi considera questa creazione come la nascita di tutto ciò che esiste, cioè una creazione “ex nihilo” (dal nulla), oppure, secondo quanto afferma Biglino, esisteva una materia preesistente e, quindi, la creazione ivi descritta non può caratterizzare un Dio causa e origine di tutto. 

In effetti quasi tutti gli esegeti sono concordi nell’affermare che il verbo ebraico per “creare” (bara) che ritroviamo nella Genesi non ha il senso filosofico moderno di “trarre dal nulla”. Infatti nel racconto della creazione si specifica sempre l’elemento da cui sono tratti gli esseri creati come gli animali che si originano dalla terra (Gn 1, 24), come i grandi cetacei marini tratti dall’acqua (Gn 1, 21; 1, 20; 1, 24), l’uomo plasmato con la polvere della terra (Gn 2, 7) e così via. Tutto ciò si spiega col fatto che per la mentalità semita non esisteva il concetto filosofico del “nulla”, tutto doveva avere una sua concretezza. Ad esempio le tenebre, che non hanno una loro materialità, essendo solamente una mancanza di luce, divengono una concretezza nel linguaggio biblico: “Dov’è la via che guida al soggiorno della luce? Le tenebre dove hanno la loro sede?” (Gb 26, 10). 

Ma questo significa che gli ebrei non credevano che Dio avesse creato tutto ciò che esiste? Certamente no, infatti l’immagine letteraria "Il cielo e la terra", che troviamo in Genesi 1,1, che è di origine mesopotamica, significa "ogni cosa/tutto" (D. A. Knight "Genesis" Volume 1 - in "Mercer Dictionary of the Bible", Mercer University Press, 1990 pp. 175-176). Ad esempio nel libro di Isaia, al capitolo 44, risalente al VI secolo a.C. durante la cattività babilonese, troviamo in modo esplicito il riferimento a Dio come creatore di tutto perché ha “spiegato i cieli e la terra”: “Dice il Signore, che ti ha riscattato e ti ha formato fino dal seno materno: Sono Io, il Signore, che ho fatto tutto, che ho spiegato i cieli da solo, ho disteso la terra, chi era con me?” (Is 44, 24). 

Per la Bibbia l’azione creatrice di Dio è principalmente quella di determinare un ordine, cioè l’assegnazione dei ruoli, come la separazione della luce dalle tenebre, la ripartizione del firmamento o la creazione dell’essere umano come "maschio e femmina” (J. H. Walton "Ancient Near Eastern Thought and the Old Testament: Introducing the Conceptual World of the Hebrew Bible" Baker Academic, 2006 p. 183). Quando nella Genesi leggiamo "Ora la terra era informe e deserta ...", in ebraico “tohu wa-bohu”, siamo di fronte a termini che vogliono descrivere una situazione di caos, senza vita, senza attività, senza alcun valore, praticamente un nulla (R. Alter "The Five Books of Moses" W. W. Norton & Company, 2004). Tale situazione assume un valore ed un senso solo con l’intervento ordinatore di Dio. Abbiamo, quindi, un concetto di “nulla” espresso nella categoria della concretezza propria della mentalità semita degli ebrei. 

La Genesi, quindi, trasmette e testimonia il messaggio di una creazione operata da Dio, afferma che ci fu un inizio del mondo e che la creazione non è un mito atemporale, ma che è integrata nella storia, di cui è l’inizio assoluto. Solo che lo rende secondo la mentalità semita tipica del agiografo ebreo. Quando Israele verrà progressivamente a contatto con l’elemento ellenista comincerà a farsi largo nella Bibbia un modo di espressione più vicino al modo occidentale con un’affermazione più esplicita di una creazione “ex nihilo” come ritroviamo in libri della Bibbia di più recente composizione, come nei libri dei Maccabei datati al II secolo a.C.: “Ti scongiuro figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti, tale è anche l’origine del genere umano” (2 Mac 7, 28). 

La Bibbia dichiara che Dio creò ogni cosa dal nulla senza alcuna materia preesistente, tutto ciò che esiste dipende unicamente da Lui. Il creato è l'effetto della sua parola, un suo libero progetto che si dispiega nel tempo con ordine e gradualità, immagine della sua bontà e perfezione divine. 


Bibliografia 

D. A. Knight, “Genesis” Volume 1 - in “Mercer Dictionary of the Bible”, Mercer University Press, 1990; 
R. Alter “The Five Books of Moses” W. W. Norton & Company, 2004; 
J. H. Walton “Ancient Near Eastern Thought and the Old Testament: Introducing the Conceptual World of the Hebrew Bible” Baker Academic, 2006; 
D. T. Tsumura “The Doctrine of creatio ex nihilo and the Translation of tohu wabohu in Pentateuchal Traditions in the Late Second Temple Period” Proceedings of the International Workshop in Tokyo, August 2007; 
Biblehub.com.