giovedì 14 novembre 2013

La leggenda nera della caccia alle streghe

E’ passata ormai da diversi giorni la festività cristiana di Ognissanti, ma ho ancora negli occhi le zucche, le streghe e i maghetti della pagana Halloween che in quei giorni hanno imperversato festosamente. Una riflessione sulla popolarità di questa festa d’oltreoceano a scapito della celebrazione cristiana è stato lo spunto per una concitata discussione che ho dovuto sostenere con alcuni laicisti che “patteggiavano” con le streghe in quanto numerosissime ed innocenti vittime della feroce caccia scatenata contro di loro dalla Chiesa Cattolica.

La tanto evocata caccia alle streghe è senz’altro uno dei cavalli da battaglia della propaganda laicista anticattolica. Assieme a queste calunnie ci sono anche quelle di protestanti, illuministi, ecc. e di molta letteratura e pellicole cinematografiche che hanno diffuso la rappresentazione di un medioevo tetro dominato dall’Inquisizione cattolica intenta a massacrare e torturare povere innocenti. Basta pensare al famoso best seller “Il Codice da Vinci” che accusava la Chiesa Cattolica dell’omicidio di ben cinque milioni di donne (D. Brown “Il Codice da Vinci” p. 150) o di pellicole come il celeberrimo “Il Nome della Rosa” del regista Jean-Jacques Annaud, ambientato in pieno medioevo, dove si favoleggia di condanne a rogo per stregoneria. Nella rete, inoltre, è facile imbattersi in numerosi siti anticattolici che riportano, senza peraltro fornire sufficiente bibliografia, di orrende stragi, milioni di donne innocenti bruciate sui roghi da una Chiesa Cattolica misogina e retrograda, sempre intenta a reprimere ogni anelito di progresso e libertà.

Questa propaganda è stata ed è così capillare ed insistente che molti cattolici sono realmente convinti di appartenere ad una Chiesa che non è stata altro che un’associazione a delinquere grondante di sangue. Secondo questa propaganda l’inquisizione Cattolica nacque nel XIII secolo, in pieno medioevo, proprio per dare la caccia alle streghe. Ma le cose stanno proprio così? Davvero la Chiesa Cattolica avrebbe dato origine ad un genocidio sessista per eliminare e reprimere l’intelligenza e la libertà delle donne? Ovviamente, no.

Innanzitutto la stregoneria non è stata un’invenzione della Chiesa Cattolica e non è stato un fenomeno tipico del medioevo, ma trae le sue origini dal passato pagano precristiano, dalle antichissime credenze legate ai culti pagani della fertilità che risalgono alla fine del Paleolitico. Molti considerano la bolla Summis desiderantes affectibus di Innocenzo VIII, pubblicata nel 1484, con cui viene autorizzata la lotta all’eresia e alla stregoneria in alcune zone della Germania, come l’origine sia della credenza popolare nella magia, sia della severità usata nel sopprimerla. Ma questa convinzione è completamente errata, infatti la stregoneria è esistita in ogni tempo e in ogni paese e basterebbero i classici pagani a dimostrare che l’odio contro gli stregoni era universale quanto la fede riposta nella loro abilità illusoria (W. C. Soldan e H. Heppe, Geschichte der Hexen-Processe, 2 vol. pubbl. da M. Bauer, 1912). La Chiesa Cattolica, mentre ancora sopravviveva il paganesimo, usò spesso la sua influenza per distogliere i convertiti dal credere alla magia ed ha sempre combattuto le credenze magiche, le figure di streghe o stregoni, producendo, nei secoli, diversi documenti come, ad esempio, il famoso Canon episcopi, risalente addirittura al IX secolo, dove viene condannata la superstizione. Esemplificativo è quanto scrive Burchard che fu vescovo di Worms dal 1000 al 1025. Egli trattando della magia nella sua collezione di Decreta (Migne, P.L. 140, 576 e 837, e anche 961) scrive nel 906: “Hai creduto che esistono donne che fanno cose che alcuni, ingannati dal demonio, dicono di dover fare sotto costrizioni e, cioè, cavalcare di notte in un gruppo di demoni, comunemente chiamati, dai creduli, holda, e che i diavoli vengono trasformati in esseri dall’aspetto di donne a montati su bestie mentre queste persone sono esse stesse annoverate Ira costoro? Se tu hai creduto queste fole devi fare penitenza per un anno”.

E’, quindi, del tutto falsa l’accusa laicista che la magia e l’ossessione del demonio fossero degli espedienti della Chiesa per tenere soggiogate le persone. Ma è falso anche lo stereotipo del medioevo visto come “l’epoca buia della caccia alle streghe”. Infatti la stregoneria ebbe una momentanea rifioritura non nel medioevo, ma nell’Europa rinascimentale del cinquecento percorsa da un forte interesse per il mondo pagano e quindi anche per la sua mentalità magica. Le "caccia alle streghe" si concentrarono soprattutto tra la fine del 1400 e la prima metà del 1600 (Marina Montesano “Caccia alle streghe“, Salerno Editrice 2012). Fiorirono le arti divinatorie come la chiromanzia, la negromanzia, l’astrologia, la cartomanzia, tutte pratiche che la Chiesa Cattolica aveva sempre osteggiato e che la rinascita del pensiero pagano riportò in auge contribuendo a creare un’atmosfera buia e “stregonesca” (Sarane Alexandrian “Storia della filosofia occulta”, Mondadori 1996, pp. 244-321). Appaiono, infatti, in questi anni le opere di carattere magico e occultista di Tommaso Campanella, Giordano Bruno, Giovanbattista della Porta, Girolamo Cardano, ecc. (Paolo Rossi, “Il tempo dei maghi. Rinascimento e Modernità” Raffaello Cortina, Milano 2006, p.1).

Ma oltre alla riscoperta del passato pagano è determinante anche l’imporsi della Riforma protestante che introdusse una vera e propria ossessione per il demonio e la possessione demoniaca. Le zone più colpite dalla caccia alle streghe, infatti, non furono quelle cattoliche, ma quelle calviniste e protestanti dell’Europa del Nord. Ad esempio la regione riformata del Vaud fu la provincia protestante che registrò la quantità più elevata di streghe processate e condannate a morte, cioè 2000 processi e 90% di condanne, mentre nelle regioni cattoliche nel tardo Cinquecento e nel Seicento si verificarono pochissime esecuzioni per stregoneria (Francesco Maria Feltri “I giorni e le idee” Sei, 2006, Vol. I). E’ bene sottolineare che esiste una grande differenza tra la caccia alle streghe operata negli Stati protestanti rispetto a quelli cattolici. Presso i riformatori, l’iniziativa della persecuzione contro streghe e stregoni parte dai capi religiosi. Nel campo cattolico, invece, il movimento ha quasi sempre origine da timori ciechi del popolino ignorante o dalla malizia di uomini completamente indifferenti in materia religiosi (Herbert Thurston S. J. “La Chiesa e la stregoneria” da AA.VV. “Satana, Vita e Pensiero”, Milano 1954, pp. 199-208). La famosa bolla Summis desiderantes affectibus di Innocenzo VIII, che per i laicisti avrebbe determinato l’inizio “ufficiale” della caccia alle streghe, in realtà non fu altro che un documento indirizzato al vescovo di Strasburgo per cercare di dirimere la controversia sulla giurisdizione tra i tribunali ecclesiastici e quelli civili. Il modo di condurre la “caccia” e l’idea della stregoneria degli inquisitori non ebbero niente a che vedere con la bolla e non ebbero nessuna approvazione papale (Giordano Berti "Institoris: il martello delle streghe", in “Storia della Stregoneria” Mondadori, Milano 2010, pp. 98-105). Purtroppo, poi, i processi per magia non restarono nelle mani degli inquisitori, ma passarono ai tribunali laici in quasi tutti gli Stati d’Europa, fatta eccezione per la penisola iberica. Fu sotto la giurisdizione di questi magistrati civili che vennero commessi i più gravi eccessi. La procedura imposta dall’Inquisizione avrebbe almeno introdotto certe forme di giustizia e ciò è provato da una legge di Carlo VIII in base alla quale gli stregoni dovevano essere arrostititi e bruciati “senza forma di procedura” (Archives Historiques du Nord, III serie, vol. I, p. 279).

D’altronde se la caccia delle streghe fosse stata veramente istigata dalla Chiesa Cattolica dovevamo aspettarci di trovare che a Roma, città nella quale l’autorità dei Papi era totale, la persecuzione fosse condotta con la più spietata crudeltà, ed invece è avvenuto proprio il contrario. Infatti è generalmente ammesso, che Roma, in fatto di tolleranza verso gli accusati di magia, fu sempre all’avanguardia di tutte le altre città europee. L’esecuzione di un accusato di stregoneria, avvenuta a Roma nel 1424, secondo quanto riporta il Diarium di Infessura (Muratori “Rerum Italicarum Scriptores”, III, 2, p. 1123), suscita sorpresa proprio per la sua singolarità (Pastor “Storia dei Papi”, I, p. 223).

Altro grande falso storico riguarda l’entità del fenomeno della caccia alle streghe. La propaganda laicista parla addirittura di scientifico genocidio sessista compiuto per reprimere l libero pensiero femminile. Le cifre riportate di milioni di persone uccise sono totalmente assurde, tra gli studiosi più accreditati del fenomeno lo storico Brian O. Levack, dopo circa vent’anni di ricerche negli archivi di tutta Europa, riferisce che i processi per stregoneria in Europa nell’arco di oltre tre secoli sono stati circa 110.000 e di questi la conclusione con condanne a morte è stata inferiore al 60%, quindi le vittime sono state al massimo 60-65 mila (B.O. Levack “La Caccia alle streghe” Texas 1987, Laterza Bari 1988). Un grande esperto dell’inquisizione, lo storico laico Andrea De Col, ha dichiarato senza mezzi termini: “Molte cifre macroscopiche provengono dalle correnti anticlericali del XIX secolo che cercavano con ogni mezzo di porre in cattiva luce l’operato della Chiesa… è ragionevole credere che il numero dei condannati si aggiri intorno a qualche migliaia” (Andrea De Col “L’Inquisizione in Italia” Mondadori, Milano 2006, pp 66-67). Ovviamente si tratta di cifre comunque drammatiche, ma ben lontane da quelle gonfiate della propaganda laicista che sembra ignorare la più elementare demografia. Interessante è, poi, esaminare le cifre parziali riferite a particolari aree geografiche che sono state oggetto di studi più particolareggiati ed approfonditi, sulla base del ritrovamento di documenti processuali. Al riguardo si può citare la ricerca coordinata dal prof. Borromeo, presidente dell’Istituto italiano di studi iberici, che ha coinvolto i più grandi esperti di storia dell’inquisizione. Secondo i dati di Borromeo la “caccia alle streghe” fece molte più vittime nei paesi protestanti che non in quelli cattolici: si ebbero, nell’arco di due secoli, circa 1.000 esecuzioni in Italia su più di 13 milioni di abitanti, 4.000 in Francia su 20 milioni, 25.000 in Germania su 16 milioni di abitanti (AA.VV. L'inquisizione. Atti del Simposio Internazionale, Città del Vaticano, 29-31 ottobre 1998 a cura di Agostino Borromeo. Biblioteca Apostolica Vaticana, 2003). Questi studi consentono di rivedere profondamente molti luoghi comuni della storiografia anticlericale. Il prof. Borromeo ha dichiarato: “Oggi che si studia l’Inquisizione non più per difendere o attaccare la Chiesa il dibattito può tornare su un piano scientifico e la documentazione accessibile lo consente” (in “Corriere della Sera” 15/6/2004).

Vero e proprio ritornello laicista è quello tortura adottata indiscriminatamente dagli inquisitori pontifici per ottenere false confessioni per cui le povere condannate finivano per confessare di tutto pur di far finire i tormenti. Niente di più falso. Innanzitutto già nell'886 d.C. papa Nicola I aveva dichiarato che la tortura non era ammessa né per le leggi umane né per le leggi divine, perché la confessione deve essere spontanea e nel XII secolo il decreto di Graziano aveva ripetuto la condanna di questo metodo. Dal XIII secolo, a seguito della riscoperta del diritto romano, la tortura era stata reintrodotta nella giustizia civile ed era poi passata alla giurisdizione ecclesiastica. Innocenzo IV autorizzò l'uso di metodi coercitivi per ottenere la confessione, tra cui il prolungamento della prigionia, la privazione degli alimenti e, in ultima istanza, la tortura, tuttavia lo fece a condizioni ben precise, non previste nei tribunali civili del tempo, infatti la vittima non doveva correre il rischio né della mutilazione né della morte. Ma la cosa più importante da notare e che smentisce tutte le fantasie malate laiciste è che la confessione ottenuta con la tortura o incospectu tormentorum (alla vista degli strumenti di tortura) non era valida a fini processuali, ma doveva essere ripetuta spontaneamente senza violenza. Secondo quanto dimostrano i documenti ritrovati la pratica della tortura non era comunemente praticata, ma utilizzata solo in rari casi eccezionali. Secondo, ad esempio, lo storico R. Lanzilli, l'utilizzo della tortura negli Stati cattolici cadde in disuso già a partire dal XIV secolo. Per esempio a Tolosa, fra il 1309 e il 1323 furono emanate 636 sentenze inquisitoriali, ma la tortura fu utilizzata solo una volta, cioè nello 0,2 % dei casi; a Valencia, su 2354 processi celebrati fra il 1478 e il 1530 si utilizzò la tortura solo 12 volte, cioè nello 0,5 % dei casi (R. Lanzilli “La tortura”, Il timone n. 23 – Gennaio/Febbraio 2003). Se volessimo confrontare queste cifre con quelle dei condannati a morte dei vari “tribunali del popolo” nazifascisti o comunisti ci si rende subito conto della spudorata falsità della propaganda laicista. A seminare il terrore e a compiere veramente i genocidi sono state le ideologie anticristiane che hanno eliminato in pochi anni, non secoli, milioni e milioni di innocenti, non poche migliaia, colpevoli solo di essere dei credenti, di appartenere alla classe sociale o al partito sbagliato.

Alla fine di questo mio studio trovo sconcertante il cumulo di calunnie, falsità ed errori storici di tantissima parte della storiografia laicista. Abbiamo visto come è del tutto falsa la leggenda di una Chiesa malvagia che avrebbe diffuso la psicosi del demonio, mentre la sua azione fu mirata ad arginare il fenomeno della proliferazione delle sette demoniache. Lo storico Massimo Centini afferma: “Spesso l’Inquisizione cattolica interveniva per mitigare gli animi proponendo l’educazione e la prevenzione come misure migliori della punizione. I tribunali ecclesiastici avevano il compito di tenere sotto controllo una situazione sociale spesso travolta dai disagi e tormentata dalle angosce” (Massimo Centini “Le Streghe nel mondo” De Vecchi-Remainders, Gennaio 2002, p. 60). Quello che la propaganda laicista anticattolica si guarda bene dal dire è che la caccia alle streghe fu essenzialmente un fenomeno che riguardò i paesi protestanti, come la Germania e la Scozia, raggiunti da una predicazione che insisteva eccessivamente sulla potenza del male determinando una vera e propria psicosi. Anche storici di nota estrazione laica devono ammettere che: “I tribunali laici giudicavano in materia di malefici e procedevano in genere con maggiore rapidità e durezza rispetto ai giudici ecclesiastici” (Adriano Prosperi “Tribunali della coscienza” Einaudi, Torino 1996, p. 368) e che : “Gli studi storici mostrano che la caccia alle streghe in Italia e in Spagna ebbe caratteri meno sanguinosi e violenti che altrove proprio grazie all’atteggiamento assunto dalle autorità ecclesiastiche” (Adriano Prosperi “Tribunali della coscienza” Einaudi, Torino 1996, p. 383-384). Ed è falsa anche la ricorrente accusa dell’uso della tortura per poter accusare chiunque senza possibilità di difesa, mentre l’Inquisizione cattolica fu il primo dei sistemi giudiziari a garantire la difesa dell’imputato. Osserva il prof. Andrea De Col: “D’altra parte c’è chi resta contrariato perché questa istituzione dalla fama sinistra non è più presentata nelle ricerche originali recenti come assolutamente violenta, e gli inquisitori non appaiono più assetati di sangue e di sesso. Risulta infatti da questi studi che l’Inquisizione non fu sanguinaria come si credeva” (Andrea De Col “L’Inquisizione in Italia” Mondadori, Milano 2006).

Il fenomeno della caccia alle streghe resta, comunque, una pagina nera della cristianità, una vicenda che a noi osservatori del XXI secolo suscita orrore e sconcerto. Molte furono le esagerazioni e gli eccessi, ma se vogliamo capire veramente come sono andate le cose occorre abbandonare la nostra visuale moderna per calarci in quella dell’Europa del XV e XVI secolo. La vita di allora era caratterizzata da insicurezze di ogni tipo: sociali, politiche, economiche. Al di fuori delle classi dominanti non esisteva il benessere, si viveva costantemente tra le sofferenze causate dalle malattie o dalla mancanza delle cure mediche e, soprattutto, si moriva presto e il più delle volte per cause banali (infezioni e setticemie). L’unica certezza per quelle società erano la fede in Dio, la Chiesa e la speranza di una vita migliore nel Regno dei Cieli. Appare, quindi, inevitabile una reazione decisa verso chiunque potesse mettere a repentaglio tali prospettive. L’Inquisizione, come tutti i tribunali della storia fece i suoi sbagli, condannò innocenti, ma non in una lotta fanatica ed assurda, quanto in una giusta e doverosa battaglia contro la magia e le superstizioni e, quindi, per la civiltà ed il progresso.

Bibliografia

AA.VV. “L'Inquisizione. Atti del Simposio internazionale”, Città del Vaticano, 29-31 ottobre 1998, Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, 2003;
Adriano Prosperi “Tribunali della coscienza” Einaudi, Torino 1996;
Andrea De Col “L’Inquisizione in Italia” Mondadori, Milano 2006;
B.O. Levack “La Caccia alle streghe” Texas 1987, Laterza Bari 1988;
Francesco Agnoli “Indagine sul Cristianesimo” Piemme, Milano 2010;
Francesco Maria Feltri “I giorni e le idee” Sei, 2006, Vol. I;
Giovanni Romeo “Inquisitori, esorcisti e streghe nell'Italia della Controriforma”, Sansoni, Firenze;
Gustav Henningsen “L'avvocato delle streghe. Stregoneria basca e Inquisizione spagnola”, Garzanti, Milano, 1990;
Giordano Berti Storia della Stregoneria” Mondadori, Milano 2010;
Herbert Thurston S. J. “La Chiesa e la stregoneria” da AA.VV. “Satana, Vita e Pensiero”, Milano 1954;
Massimo Centini “Le Streghe nel mondo” De Vecchi-Remainders, Gennaio 2002;
Marina Montesano “Caccia alle streghe“, Salerno Editrice 2012
Oscar Di Simplicio “Autunno della stregoneria. Maleficio e magia nell'Italia moderna”, Bologna, Il Mulino, 2005;
Paolo Rossi, “Il tempo dei maghi. Rinascimento e Modernità” Raffaello Cortina, Milano 2006;
R. Lanzilli “La tortura”, Il timone n. 23 – Gennaio/Febbraio 2003; 
Sarane Alexandrian “Storia della filosofia occulta”, Mondadori 1996.

lunedì 28 ottobre 2013

La preziosa vita di Lorenzo


Qualche giorno fa è morto a 82 anni Augusto Odone, il coraggioso ed intraprendente economista italo-americano della World Bank che dedicò tutta la sua vita per salvare il figlio Lorenzo malato di adrenoleucodistrofia (Adl), una rarissima malattia neurologica, ispirando nel 1998 il bellissimo film "l'Olio di Lorenzo" con Nick Nolte e Susan Sarandon. Nel 1984, quando Lorenzo aveva appena sei anni, i medici gli avevano dato due anni di vita dopo la diagnosi della Adl, ma gli Odone, Augusto e la moglie Michaela, non accettando la "sentenza", si improvvisarono scienziati riuscendo a mettere a punto una terapia basata su due comuni olii da cucina (acido oleico ed erucico) sfidando l'ortodossia medica. Circondando il loro figlio Lorenzo di amore e attenzioni, sfidando lo scetticismo generale e l'ostilità della medicina ufficiale, gli Odone riuscirono con la loro terapia a rallentare la malattia e a permettere una sopravvivenza fino a 30 anni, quando Lorenzo morì per una polmonite e non per la malattia. 


L'adrenoleucodistrofia colpisce circa 16 mila americani ogni anno, in generale maschietti tra i quattro e i dieci anni, danneggiando i nervi e spesso progredendo velocemente alla paralisi totale e alla morte. Con gli sforzi di questa coraggiosa famiglia oggi esiste una terapia contro questa malattia e molti bambini riescono a vivere grazie all'"Olio di Lorenzo". 



Questa storia di profondo amore fa veramente commuovere e ci insegna come ogni vita sia di fondamentale importanza e che abbia un valore assoluto a prescindere da qualsiasi speculazione. Ma non è questo quello che pensano i giudici del Tribunale di Roma che, in aperta violazione della legge 40 sulla procreazione assistita, qualche tempo fa, hanno intimato alla ASL di Roma D di effettuare la diagnosi genetica preimpianto (PGD) su una coppia fertile portatrice di fibrosi cistica, per evitare la trasmissione della malattia. Ora la diagnosi prenatale sarà effettuata in un istituto pubblico a spese di uno Stato che per legge (espressione della volontà popolare) ne aveva stabilito l'illegittimità.


Siamo di fronte all’ennesimo atto violento di prevaricazione laicista in cui per imporre la propria visione di morte e disperazione vengono calpestate ogni legge e morale. Per questi giudici i bambini malati, come Lorenzo Odone, non hanno il diritto di vivere, di essere amati, per questi signori la vita affetta dalla malattia è una non-vita che deve essere eliminata dalla faccia della terra. Così hanno pensato e si sono comportati tanti altri loro “illustri” predecessori atei e laicisti, occorre imporre una nuova eugenetica, proprio come i nazisti che gassavano vecchi e malati mentali. 

Ecco il vero volto del laicismo: “risolvere” con la morte ogni problema, la “Soluzione Finale”, che va imposta con ogni metodo, anche se la legge non lo permette.

martedì 22 ottobre 2013

Il laicismo francese nega anche la libertà di coscienza.

In questi giorni la Francia si è di nuovo resa protagonista nel dibattito circa il tema delle nozze omosessuali. Un gruppo di sindaci obiettori, che rivendica il sostegno di circa 20.000 responsabili politici, si è visto negare la propria liberà di coscienza di rifiutarsi di celebrare un atto immorale, infatti il Consiglio Costituzionale francese ha deciso che tutti i sindaci del Paese, anche quelli che si dichiarano obiettori, sono obbligati a celebrare le nozze tra le coppie omosessuali.

L'organismo francese ha motivato questa coercizione richiamandosi al fatto che la legge sulle nozze gay entrata in vigore il 18 maggio scorso è conforme alla Costituzione. Sarà pure conforme alla Costituzione, ma, evidentemente, non è conforme ai principi morali dei sindaci. I principi morali appartengono alla persona e vengono prima di ogni legge, non è possibile costringere delle persone ad infrangere i precetti della legge morale naturale. Né vale l'obiezione che si tratta di pubblici ufficiali dello Stato, in quanto anche questa condizione non può calpestare la libera coscienza della persona. Un sindaco prima di essere un pubblico ufficiale è principalmente una persona che come tale va rispettata.

In Italia, fortunatamente, è molto sentito e riconosciuto il principio che nessuno può imporre ad un altro di andare contro la propria coscienza. Infatti quello all’obiezione di coscienza è un diritto che da noi ha fondamento costituzionale implicito, come ha più volte detto la Corte Costituzionale riferendosi agli articoli 2, 19 e 21 della Carta fondamentale. Occorre, quindi, tenere sempre alto il livello di attenzione per difendere questo importante valore che l'oscurantismo laicista intende distruggere.

giovedì 17 ottobre 2013

Reato di negazionismo o negazione della libertà di opinione?

In questi giorni, sull’onda emotiva della triste vicenda di violenza che ha accompagnato i funerali del boia delle fosse Ardeatine e dell’anniversario del rastrellamento del ghetto di Roma, si è scatenata un’animata discussione in Senato circa la proposta di legge che prevede l’introduzione del reato di negazionismo. In pratica chi affermerà che l’olocausto degli ebrei operato dai nazifascisti non è mai avvenuto commetterà reato e potrà essere perseguito. 

Premetto subito che l’apologia e l’istigazione sono atteggiamenti da condannare senza riserve, ma ciò che voglio porre in discussione è l’opportunità di regolare con legge la libertà di espressione. Può essere reato affermare che non sono esistiti dei fatti storici? E’ possibile che la libertà di opinione debba per forza essere regolata dalla norma penale per non finire in un relativismo negazionista? La ricerca storica ha le sue regole che si basano sui documenti, le testimonianze, i riferimenti, non ha bisogno di essere imposta per legge. Tempo fa lo storico inglese David Irwing è stato condannato a tre anni per aver negato l’esistenza delle camere a gas. Questo ha per caso evitato il negazionismo o ha aggiunto qualcosa alla verità storica dell’olocausto? 

Una legge del genere reprime in modo preoccupante la libertà di opinione, anche se questa può essere disgustosa. Tante opinioni possono essere scomode e repellenti, come ad esempio, quelle degli avvocati che difendono gli stupratori. Bisogna impedire anche quelle? In questo caso il concetto di diritto alla difesa trae origine proprio dalla libertà di opinione. 

E poi, chi può stabilire quale sia la verità? Non è possibile stabilire per legge la verità, questa va ricercata e dimostrata con rilevanze scientifiche e solo in questo modo potrà essere lo strumento per misurare la validità delle opinioni. Ma in democrazia ogni opinione deve essere lecita perché è solo attraverso il contributo di ognuna di esse che sarà possibile selezionare la verità. 

Pericolosi rischi per la libertà di opinione sono associati anche al progetto di una futura legge contro l’omofobia. E’ giusto condannare gli atti di violenza e discriminazione, ma che limite sarà imposto alla libertà di opinione? Sarà imposta una verità di Stato per impedire di definire anormale ciò che non è normale? Il rischio è questo.

sabato 28 settembre 2013

La scusa dell'omofobia per distruggere la libertà di espressione

Non faremo pubblicità con gli omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale” E’ questa la frase considerata “omofoba” che Guido Barilla, rappresentante della nota industria italiana, ha pronunciato mercoledì scorso durante la trasmissione “La zanzara” di Radio24 e che ha scatenato un vero e proprio putiferio da parte di certa parte del mondo politico e delle associazioni omosessuali.

La Barilla ha semplicemente dichiarato quale sia il suo target commerciale, cioè la famiglia composta da un padre, una madre e dei figli senza offendere in alcun modo le unioni omosessuali. Cosa c’è di sbagliato in questa affermazione? Non sono forse le famiglie tradizionali ad essere composte da un uomo e una donna? E’ la famiglia italiana tipica e dal punto di vista industriale è a questo tipo di consumatore che la Barilla si rivolge. Per questo un’industria ed un imprenditore devono essere letteralmente criminalizzati? Cosa avrebbe fatto di male la Barilla per meritarsi la vergognosa gogna mediatica che è stata scatenata dalle associazioni gay e dai soliti politici sempre pronti ad alimentare la polemica per i loro interessi elettorali? Guida Barilla ha anche aggiunto che se la sua pasta non piace, i gay possono sempre mangiarsi un altro tipo di pasta. Si è assunto il rischio d’impresa, si è sentito libero di scegliere che tipo di prodotto realizzare e quale tipo di mercato puntare. Si è omofobi per questo? 

Ciò che ritengo maggiormente scandaloso in questa vicenda è che in nome di un falso polically correct nei confronti dell’omosessualità, viene di fatto negato il basilare diritto alla libertà di espressione. Tali manifestazioni di cieca intolleranza non possono non evocare i forti rischi di antidemocraticità connessi all’approvazione di una legge contro l’omofobia. Non ci resta che sperare che la disavventura della Barilla metta in guardia l’opinione pubblica.

lunedì 23 settembre 2013

L'arianesimo: negazione del cristianesimo.


Nella cristianità del terzo secolo impazzavano le discussioni teologiche sulla natura dei rapporti trinitari tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Come abbiamo già visto la Chiesa di Roma intervenne decisamente per portare chiarezza e, nella persona del papa Callisto, condannò decisamente i patripassiani e Sabellio che propugnavano quel monarchianesimo modalista in cui veniva esaltata l’unicità di Dio a scapito delle tre persone della Trinità. Questa azione, però, non escludeva il pericolo opposto, il monarchianesimo adozionista, cioè la concezione che Dio avesse solo adottato l’uomo Gesù come suo figlio. Come abbiamo già notato questa fede semplice dell’adozionismo si sviluppò enormemente e diede la stura a tutta una serie di visioni teologiche che ebbero la tendenza di sminuire l’importanza di Cristo, la sua dignità e di farne un dio minore o, addirittura, una semplice creatura. 


Tutte queste visioni confluirono in qualche modo in Luciano di Antiochia, un presbitero che raggiunse una posizione di spicco come capo della scuola teologica di Antiochia e morì martire nel 312 sotto la persecuzione di Massimino Daia. Egli insegnava una sorta di compromesso tra modalismo e adozionismo affermando che il Verbo, nonostante egli stesso fosse il creatore di tutti gli esseri, era una creatura, anche se superiore a tutte le altre. In sostanza anche il Verbo era una creatura di Dio ed è stato tratto dal nulla. Qui sono le radici dell’arianesimo. 

L’arianesimo prese il nome da Ario che, insieme ad Eusebio di Nicomedia, un suo sostenitore, fu discepolo di Luciano di Antiochia. Egli trasse le conclusioni dalle premesse di Luciano e diffuse questa nuova dottrina avendo grande capacità di comunicatore. Ario era un berbero di origine libica, nato probabilmente nel 256, che nel 311 fu ordinato presbitero da Achilla, vescovo di Alessandria d’Egitto. Nel 318 iniziò ad accusare Alessandro, il patriarca di Alessandria successore di Achilla, di essere sabellianista in quanto insegnava l’uguaglianza di dignità tra il Figlio e il Padre, mentre Dio non può che essere uno. Era questa la visione di Ario: solo il Padre è Dio, solo lui è eterno, il Verbo non è che una creatura, anche se la prima di tutte le creature di Dio, ma fatto dal nulla. Ario interpretava in senso negativo la teologia del più grande maestro della scuola alessandrina, Origene, che divideva in due momenti la rivelazione del Logos: cioè prima della creazione quando è una sola cosa con il Padre e dopo la creazione quando il Logos diviene un’entità distinta. Ma mentre per Origene il Logos è comunque generato da Dio e della stessa sostanza di Dio, in Ario diviene una creatura di Dio. 

La teologia di Ario costituì la prima grande rottura con la fede cristiana fino a quel tempo professata. Veniva messo in discussione ciò che i cristiani avevano sempre creduto, che il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Per l’arianesimo solo il Padre è senza inizio: se il Figlio è stato originato, vuol dire che ci fu un tempo che non esisteva, perché tutto ciò che ha un’origine deve iniziare ad essere. 

La reazione non si fece attendere, così nel 321 il patriarca Alessandro convocò un sinodo ad Alessandria con diversi vescovi, sia egiziani che libici, che si concluse con la scomunica di Ario che riparò in Palestina assieme al suo condiscepolo Eusebio di Nicomedia. Ma l’arianesimo, nel frattempo, si era diffuso notevolmente venendo sempre più in contatto con l’opposizione del cristianesimo ortodosso. A quel tempo le controversie non si limitavano ai teologi rimanendo discussioni accademiche, ma coinvolgevano veramente tutto il popolo cosicché sorsero molta confusione e dubbi su quale fosse la vera fede apostolica. 

L’imperatore di allora era Costantino che aveva appena assunto il pieno controllo dell’impero avendo nel 324 eliminato l’ultimo competitore Licinio. Egli si propose di pacificare l’impero ed essendo anche affascinato dalla fede cristiana, non capendo nulla di teologia, costrinse i vescovi a mettersi d’accordo e a precisare esattamente come stavano le cose. Per questo nel 325 convocò un concilio a Nicea, vicino a Costantinopoli. Il concilio fu accettato dal vescovo di Roma, Silvestro, il quale si fece rappresentare dal vescovo spagnolo Osio di Cordova e mandò due delegati, i preti di Roma Vito e Vincenzo. Questi, assieme al vescovo Osio risultarono essere i primi firmatari delle conclusioni del concilio: venne coniata la formula dell’”homoousios”, cioè della “stessa sostanza” che punto per punto ribatté le tesi di Ario. Il Concilio, con una schiacciane superiorità di 200 vescovi contro 4 proclamò che “il Verbo è Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”. 

L’espressione tipica dell’arianesimo che il Verbo non è Dio, ma è una creatura e che ci fu un tempo in cui il Verbo non era, è inaudita e contrasta frontalmente con la fede cattolica. La fede semplice del popolo cristiano in Gesù come Dio rimase sbalordita dalle assurdità ariane. Tutta la Scrittura dimostra chiaramente che l’affermazione ariana è sbagliata. Gesù è veramente il Figlio di Dio, Egli stesso dice: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio, nessuno conosce il Figlio se non il Padre…” (MT 11, 27), nella polemica contro i Giudei dice: “Voi mi accusate di bestemmia perché ho detto che sono il Figlio di Dio” (Gv 10, 36). Gesù davanti al Sinedrio afferma di essere il Figlio di Dio. Tutti gridano alla bestemmia e Gesù viene condannato a morte per questo (Mt 26, 59-66). Ario diceva che il Verbo non era eterno, ma il vangelo di Giovanni afferma: “In principio era il Verbo…” quindi il Verbo è da sempre, non ha avuto un inizio. Gesù stesso afferma la sua eternità insieme con il Padre: “Prima che Abramo fosse Io Sono” (Gv 8, 48-59). A questa affermazione i giudei vogliono lapidarlo come bestemmiatore, avevano capito bene che si proclamava Dio e, in quanto tale, eterno. 

Anche le lettere di Paolo esaltano Cristo come Dio. Ad esempio nella lettera ai Romani viene detto apertamente che Cristo è Dio benedetto nei secoli (Rm 9, 5) e nella lettera ai Colossesi che in Gesù risiede corporalmente la pienezza della divinità (Col 2, 6-15). 

L’eresia ariana è talmente lontana dalla verità del vangelo che c’è da rimanere stupiti della sua enorme diffusione. Ma c’è da considerare che dopo la morte di Costantino, suo figlio, l’imperatore Costanzo II, di fede ariana, tentò di affossare l’ortodossia per affermare l’arianesimo attraverso ben quattro sinodi di sapore ariano, svolti presso la sede imperiale di Sirmio, che esiliarono tutti i vescovi cattolici. Ma nel 361 muore Costanzo e gli succede il pagano Giuliano, che disinteressandosi delle vicende cristiane fa tornare a casa tutti i vescovi esiliati. Il cristianesimo ortodosso riprenderà così quota, rafforzato anche dalla teologia raffinata dei grandi Padri Cappadoci fino alle definizioni del concilio di Costantinopoli del 381. L’arianesimo era definitivamente sconfitto. 

I cristiani vengono definiti in questo modo perché riconoscono in Cristo il Figlio del Dio vivente. La discriminante della fede cristiana è, dunque, che cosa pensiamo di Cristo. E’ lui stesso che lo ha chiesto ai suoi discepoli a Cesarea di Filippo. Pietro risponderà semplicemente che lui è il Cristo, il Figlio di Dio. Chi non riconosce questa verità del vangelo non può dirsi cristiano. Ma l’eresia ha anche avuto un aspetto positivo di approfondimento della riflessione per purificare la fede da ogni scoria, da ogni aspetto meno chiaro. 

Bibliografia 

Catholic Encyclopedia, Volume I. New York 1907, Robert Appleton Company 
Giovanni Filoramo, D. Menozzi (a cura di), "Storia del Cristianesimo", I, Roma-Bari 1997. 
Angelo Clemente, "Il libro nero delle eresie", Milano, Mondolibri, 2008

lunedì 16 settembre 2013

La Chiesa e l'antisemitismo

La storia della Chiesa è costellata da diversi momenti oscuri in cui la luce del vangelo è stata oscurata da comportamenti superficiali e da valutazioni errate. Tra questi ci sono certamente quelli riguardanti la questione dell’antisemitismo. Come è noto questa forma di discriminazione non ha aspettato l’avvento del cristianesimo per manifestarsi, infatti esisteva già nei grandi centri urbani, come Roma o Alessandria d’Egitto, dove gli ebrei formavano una comunità numerosa, invidiata e sovente turbolenta, eppure la maligna e perniciosa propaganda laicista va oltre ad una corretta analisi storica per criminalizzare la Chiesa Cattolica e i cristiani il cui antigiudaismo sarebbe stato il il fondamento storico-popolare su cui è cresciuto ogni antisemitismo (P.R. Sabbadini “Lettera ai gentili”, Il Minotauro, 1994). 

Questa pesante accusa non ha, però, fondamento essendo l’antisemitismo, inteso come una forma di razzismo, una dottrina del tutto laica, come testimoniano le illuminate teorie di Voltaire (“Si guardano gli Ebrei con lo stesso occhio con cui guardiamo i Negri, come una specie d’uomini inferiori”, Essai sur les moeurs - cap VIII) o la ferocia della follia nazista. Ma, indubbiamente, nella storia della Chiesa Cattolica è sempre esistito uno strisciante antigiudaismo, non, quindi, un razzismo, ma una sorta di antipatia storico-culturale nei confronti degli ebrei. Tutto ciò ha radici lontane, nei primi secoli di storia della Chiesa furono soprattutto i cristiani a dover subire persecuzioni da parte giudaica. Per testimoniare il proprio lealismo nei confronti del potere romano, gli ebrei non esitavano a sconfessare i cristiani e ad aizzare contro di loro la repressione pagana. Quando il cristianesimo ottiene la libertà e viene proclamato religione di stato i cristiani assumono una posizione di forza e ciò non fa migliorare le relazioni tra ebrei e cristiani. Però, nonostante tutto ciò, la Chiesa Cattolica, applicando i precetti del vangelo, con innegabili errori e difficoltà, ha fatto sempre in modo che venisse rispettata l’identità ebraica, senza pervenire, sia materialmente che ideologicamente, alle aberrazioni laiciste. 

Ma i laicisti non demordono, accusano il cristianesimo per il supposto antisemitismo di Paolo di Tarso e dei padri apologisti dei primi secoli, accusano la Chiesa Cattolica per le interdizioni antigiudaiche della legislazione medievale, per i pogrom dei crociati del 1096, per il crescere delle leggende contro gli ebrei (la profanazione dell'ostia, l'infanticidio rituale, ecc.), per la cacciata degli ebrei dalla Francia, dall'Inghilterra e dalla Spagna, per la creazione dei ghetti e dei segni di riconoscimento. Come al solito la sub-cultura laicista anticristiana fonda le sue accuse su una visione distorta della realtà storica. Come altrimenti considerare le accuse di antisemitismo rivolte a Paolo di Tarso che in realtà riconosce ad Israele il suo ruolo nel piano universale di salvezza e la sua riconciliazione futura con Dio nel Cristo? Paolo non è affatto antigiudaico, nella sua lettera ai Romani mette in risalto l'imparzialità di Dio sia verso Giudei che verso i Gentili evidenziando un cristianesimo imparziale e tollerante (Romani 13, 10). Ed anche l’accusa contro i padri apologisti risente di una mancanza di contestualizzazione storica di quelle polemiche antigiudaiche motivate principalmente dalla necessità di ben distinguere tra cristiani ed ebrei e di evidenziare come i Padri della Chiesa e tutto l'Alto Medioevo siano invece tornati alla piena coscienza della continuità tra il Vecchio e il Nuovo Israele. 

Ma di queste analisi storiche non c’è traccia nelle accuse alla Chiesa Cattolica, si preferisce gridare allo scandalo dei pogrom antiebraici che precedettero la prima crociata senza, però, evidenziare il fatto che la Chiesa Cattolica non autorizzò mai quei massacri di ebrei e non bandì mai alcuna crociata contro di essi. Anzi, la Chiesa, attraverso i vescovi delle città tedesche attraversate alla massa fanatica, si adoperarono per difendere gli ebrei rimettendoci, il più delle volte, la vita stessa. E’ il caso, nel 1096, dei vescovi di Worms, Magonza, Treviri, Colonia che persero la vita per cercare di difendere gli ebrei dalle violenze dell’armata crociata di Emich di Leiningen ospitandoli nei loro palazzi episcopali che furono espugnati e dati alle fiamme. Oppure il coraggio del vescovo di Spira, che durante il passaggio attraverso la città dell’armata crociata fece arrestare gli assassini di undici ebrei mozzando loro le mani per punizione (J. Lehmann “I Crociati”, Garzanti 1983). Il vescovo di Magonza per cercare di trattenere in qualche modo la ferocia dell’orda crociata arriverà anche a proclamare che la crociata di chi uccide un ebreo è invalida, cioè che non ha alcuna virtù espiatrice (Joseph Lortz Storia della Chiesa”, vol. I, Paoline, Roma 1980, p. 628, 630-631). La seconda crociata vide il ripetersi dei medesimi disordini e in quell’occasione san Bernardo di Chiaravalle, portando la voce ufficiale della Chiesa, dichiarò esplicitamente che “chiunque metterà mani su un ebreo per ucciderlo farà un peccato tanto enorme come se oltraggiasse la persona stessa di Gesù” (AAVV Gli ebrei nella cristianità”, p.149, in “100 punti caldi della storia della Chiesa”, Paoline, Cinisello Balsamo - Milano, 1986). 

Si accusa la Chiesa delle violenze sugli ebrei che si ebbero in epoca medioevale, ma difficilmente si evidenziano le radici profonde dell’antisemitismo popolare che nulla hanno a che fare con la Chiesa. A partire dal XII secolo gli ebrei vengono accusati di compiere omicidi rituali e profanazioni eucaristiche, ma la Chiesa si oppone sempre a tali dicerie prendendo le difese degli ebrei, come, ad esempio attraverso la bolla papale del 1247 di Innocenzo IV. Anche altri papi come Gregorio IX, Gregorio X, Martino V e Niccolò V si oppongono espressamente alla falsa credenza nell’omicidio rituale perpetrato dagli ebrei, ma nonostante ciò questo non impedisce, purtroppo, il diffondersi di questo mito e non impedisce le conseguenti sollevazioni popolari le quali portano spesso alla espulsione degli ebrei per motivi di ordine pubblico. E così anche nel XIV secolo quando gli ebrei vengono falsamente accusati di aver diffuso la peste nera in Europa, sarà papa Clemente VI l’unica voce contro queste accuse. Scrive la storica ebrea Anna Foa ("Storia degli Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all'emancipazione. XIV-XIX secolo”, Laterza, Bari-Roma 1999") che gli ebrei, da secoli, erano abituati a vedere nel papato un protettore contro arbitri e violenze e per questo si rivolgevano spesso al Papa per chiedere aiuto e protezione. 

I laicisti accusano ancora la Chiesa Cattolica di aver benedetto le espulsioni in massa degli ebrei dalla Spagna nel 1942, ma in realtà si guardano bene dal dire che gli espulsi furono accolti con grande generosità proprio negli Stati Pontifici da Papa Alessandro VI (Dumont “L’espulsione degli ebrei” in Cristianità, 32 (2004) luglio-agosto, n. 324, p. 21s) e che le espulsioni non furono dettate da motivi di ostilità verso gli ebrei, ma fu una misura estrema, presa dai sovrani spagnoli, per mantenere l’omogeneità e l’unità del regno dopo il fallimento della campagna di evangelizzazione. La storica di origine ebraica Anna Foa conferma tale circostanza affermando che l'espulsione fu l'esito, imprevedibile e non necessario, dell'oscillazione del sovrano fra due politiche, quella volta alla conservazione della tradizionale tolleranza nei confronti delle minoranze religiose e quella legata alla difesa dell'omogeneità religiosa e politica del Paese (“Storia degli Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all'emancipazione. XIV-XIX secolo”, Laterza, Bari-Roma 1999). 

Altra accusa molto frequente che viene rivolta alla Chiesa Cattolica è quella di aver, con la creazione dei ghetti, dove vennero rinchiusi gli ebrei, e l’apposizione dei segni di riconoscimento, addirittura anticipato le abominevoli misure razziste messe in atto dai nazisti nel secolo scorso. Niente di più falso, la Chiesa non prese affatto quei provvedimenti per motivi razziali, ma, come al solito, per avere una visione corretta dei fatti occorre contestualizzarli nell’epoca storica a cui si riferiscono. Come abbiamo visto nella società medioevale vi era da tempo un diffuso sentimento antisemita che esisteva già dall’epoca della società pagana, vigeva una incomprensione totale tra cristiani ed ebrei. Erano all’ordine del giorno violenze e tumulti cosicchè, alla fine, si giunse ad una legislazione pontificia restrittiva, stabilita in particolare dal concilio lateranense, che fu motivata essenzialmente dal desiderio di sorvegliare e prevenire le violenze e reprimere le finte conversioni. L'istituzione del ghetto fu vista dagli ebrei anche come una difesa della loro autonomia e della loro identità. Infatti lo stesso Talmud (art. II) comandava agli ebrei di evitare i cristiani perché immondi. A Mantova e a Verona, per esempio, l'anniversario della creazione del ghetto era celebrato dagli ebrei con feste e preghiere di ringraziamento. Anche i segni di riconoscimento sono da inquadrarsi in questa logica: già diffusi in ambiente musulmano, furono ripresi nel 1215 ed introdotti, in accordo con i Rabbini, per evitare illeciti contatti sessuali tra ebrei e cristiani. Tale provvedimento, tra l’altro, fu largamente disatteso in Europa e applicato sporadicamente solo in Francia e in Inghilterra. 

Ovviamente tutto questo può ferire la nostra sensibilità moderna, ma se ci lasciamo influenzare da tali sentimenti viene compromessa ogni seria analisi storica. Onestamente occorre anche aggiungere che non è possibile escludere che tali metodi non abbiano invece fatto altro che aumentare lo scatenamento delle passioni popolari. Occorre anche constatare che le guide spirituali della cristianità non riuscirono sempre a prevedere le conseguenze dei loro atti legislativi, né misurare l’esistenza profonda delle animosità antisemite. Ma da questo addirittura vedere la Chiesa Cattolica il fondamento storico dell’antisemitismo europeo è pura e semplice follia e segno indubbio di totale ignoranza storica o di preconcetto ideologico. 

La Chiesa Cattolica, invece è sempre stata convinta ed assertrice del fatto che l’Incarnazione del Cristo gettò una nuova luce sull’Antica Alleanza e la estese a tutti gli uomini, ma non cancellò affatto il destino eccezionale del popolo giudaico, primo beneficiario dell’Alleanza stessa. 

La Chiesa, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli ebrei, e spinta non da motivi politici, ma religiosa carità evangelica, deplora gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei di ogni tempo e da chiunque” (Dalla dichiarazione “Nostra aetate” sulle religioni non cristiane, emanata dal Concilio Vaticano II il 28 ottobre 1965). 

Bibliografia 

A. FOA “Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all'emancipazione. XIV-XIX secolo” (Laterza, Bari-Roma 1999); 
DUMONT “L’espulsione degli ebrei Cristianità", 32 (2004) luglio-agosto, n. 324, p. 21s; 
P.R. SABBADINI “Lettera ai gentili”, Il Minotauro, 1994; 
J. LEHMANN “I Crociati”, Garzanti 1983; 
AAVV “Gli ebrei nella cristianità”, p.149, in “100 punti caldi della storia della Chiesa”, Paoline, Cinisello Balsamo - Milano, 1986; 
P.DEMANN “Fede e destino degli ebrei”, Ed. Paoline, 1962;

martedì 27 agosto 2013

La legge contro l'omofobia: una nuova discriminazione?


Di questi tempi, in Italia, imperversa la discussione sull’opportunità o meno dell’approvazione di una legge speciale che condanni unicamente la discriminazione basata sull’orientamento sessuale, la cosiddetta legge contro l’omofobia. Ma come potrebbe funzionare una legge simile? Diverrebbe reato anche considerare l’omosessualità come un’anomalia, cioè potrebbe essere inserito il reato d’opinione? Ovviamente le associazioni gay assicurano di no ed anche un rappresentante del Parlamento, l’on. Michela Marzano, ha pesantemente criticato chi teme che dalla legge sull’omofobia derivino limitazioni per la libertà di espressione dei credenti. C’è da fidarsi? 

Per avere un’idea di come potrebbe funzionare una legge del genere ho fatto una piccola ricerca su quello che succede all’estero, in paesi dove la legge contro l’omofobia è già in vigore da alcuni anni. In Canada, ad esempio, dove sono permessi i matrimoni gay e vige una rigida legge contro l’omofobia, la Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Legge canadesi ha fatto pressione affinché gli Ordini degli Avvocati non ammettano alla pratica forense i laureati in legge della Trinity West University. Questa università, infatti, ha fatto sottoscrivere ai suoi studenti un codice comportamentale che prevede la rinuncia a rapporti prematrimoniali per onorare “la sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna”. Ma tale pronunciamento è stato considerato omofobo perché ritiene “sacro” solo il matrimonio eterosessuale. Così i laureati cristiani dovranno rinunciare al loro credo se vorranno in futuro lavorare. Per approfondire qui

Altri illuminanti esempi ci giungono dagli States. Nello stato dell’Oregon, ad esempio, due coniugi cristiani che gestiscono una pasticceria specializzata in torte nuziali sono finiti sotto inchiesta perché, per motivi religiosi, si sarebbero rifiutati di confezionare una torta per un matrimonio gay. Nello stato dell’Iowa, invece, un’altra coppia di cristiani è stata incriminata in quanto si è rifiutata, per motivi religiosi, di affittare un locale per lo svolgimento della cerimonia del matrimonio tra due persone omosessuali. Per approfondire qui

Non sembra proprio, dove è stata applicata questa legge, che ci si limiti a condannare la discriminazione sessuale, ma si nota piuttosto una certa tendenza ad imporre una nuova visione della realtà ed a criminalizzare le opinioni e le convinzioni di coloro che hanno il coraggio di professare e difendere la proprie idee. Che succederà in Italia con la legge contro l’omofobia? Si potrà ancora dire “padre” e “madre” o sarà discriminazione verso le coppie gay? Si potrà ancora festeggiare la festa della mamma o del papà senza essere considerati violenti omofobi? Si potrà ancora dire che l’omosessualità è un disturbo comportamentale? Si potrà ancora affermare che l’omosessualità è divenuta normale solo in seguito ad una votazione senza che sia stata fornita uno straccio di motivazione scientifica? Si potrà ancora leggere in pubblico la lettera ai Romani di San Paolo? 

Paure e fobie ingiustificate o l'avvento di una nuova forma di discriminazione? 

mercoledì 14 agosto 2013

A che serve una legge contro l'omofobia?

Ci risiamo, la propaganda laicista è tornata all’attacco con il suo pezzo forte: la strumentalizzazione dei fatti di cronaca. Mi riferisco al dramma avvenuto a Roma del suicidio di un ragazzo di 14 anni perché, così affermano la maggior parte dei media, discriminato in quanto omosessuale. Subito si è levato lo sciacallaggio di tutte le associazioni gay italiane che non hanno perso occasione per speculare su una tragedia pur di usarla per forzare la mano al Parlamento sulla legge contro l’omofobia. Addirittura il presidente della Camera, Laura Boldrini, ha tuonato indignata per i “ritardi” nell’approvazione di questa legge.   
Ma, invece di urlare tanto per accaparrarsi notorietà e vantaggi, perché nessuno dice che questa legge non servirà a niente? Se ci fosse stata questa legge il ragazzo non si sarebbe suicidato? Il reato di omofobia o l’aggravante specifica in realtà non servono perché il nostro codice penale già persegue l’istigazione al suicidio (art. 580), anche se questo non dovesse avvenire, con pene fino a cinque anni di reclusione. E’ già previsto dal nostro codice penale anche il reato di ingiuria che sanziona chi lede l’onore e il decoro di una persona (art 594), la diffamazione (art 595), la diffamazione per mezzo stampa (art. 596 bis) e l’aggravante comune per aver agito per motivi abietti o futili (art. 61).
Ma, poi, perché il bullismo verso gli omosessuali dovrebbe essere più condannato di quello verso gli eterosessuali? Perché fare una legge ad hoc solo per alcuni casi isolatissimi di discriminazione? In Italia, infatti, le persone con tendenze omosessuali sono veramente poche: appena poco più dell’1% (cfr. R. Marchesini, Omosessualità, in T. Scandroglio, Questioni di vita & di morte, Ares, p. 154), e che sicuramente non tutto questo 1% subirà discriminazioni. Ripeto: abbiamo già il codice penale, a che serve una nuova legge?
La paura è che anche in Italia la lobby gay internazionale sta avendo la meglio cercando di accaparrarsi vantaggi sociali di ogni sorta a scapito della tutela giuridica degli eterosessuali destinata ad essere sempre più meno efficace. Sto esagerando? Con questa nuova legge sarà ancora garantita la libertà di espressione? La libertà di considerare innaturale ciò che è innaturale?

giovedì 1 agosto 2013

L'uomo, l'evoluzione e lo spirito

Leggendo gli ultimi commenti al post precedente ho notato un certo interesse, tra alcuni frequentatori del mio blog, per le questioni riguardanti la teoria dell'evoluzione delle specie secondo la quale l'uomo non sarebbe altro che il prodotto finale di un lungo processo di adattamento all'ambiente.

Come è noto il maggior esponente e divulgatore di tale teoria è stato il famoso sceinziato inglese Charles Darwin che con la sua opera "L'origine della specie", del 1859, illustrò in modo ordinato e circostanziato, corredata da una gran mole di evidenze scientifiche, una teoria sull'evoluzione che ancora oggi è un cardine della scienza moderna. In pratica Darwin fu il primo a codificare delle regole ben precise secondo le quali spiegò scientificamente come le specie vegetali ed animali non sono caraterizzate da una fissità ed immutabilità, ma sono il risultato di un continuo processo di adattamento alle condizioni ambientali che eserciterebbero una pressione selettiva esistente tra le forme viventi. La pubblicazione di tale teoria causò un vero e proprio terremoto nella società inglese puritana di allora in quanto contraddiceva apertamente le diffuse teorie "scientifiche" di un intervento divino diretto sulla natura e contrastava con l'interpretazione letterale della Creazione secondo il libro della Genesi.

Nonostante si trattasse semplicemente di una teoria, proprio per questa forzosa contrapposizione tra Bibbia e scienza, nel corso degli anni, Darwin  la sua teoria divennero un vero e proprio manifesto ateista ed agnostico. Ancora oggi i laicisti, strumentalizzando l'opera di Darwin, ne hanno fatto un vessillo di anticristianesimo ignorando quanto sia sbagliato porre la Bibbia e la scienza sullo stesso piano. Non è la Bibbia a sbagliare, ma la sua interpretazione letterale.

Personalmente sono un uomo di scienza (sono laureato in scienze agrarie e svolgo una attività lavorativa in campo scientifico) e questa mia formazione scientifica mi porta a considerare la teoria dell'evoluzione come quella più probabile e che, anche essendo cristiano, non ho alcuna difficoltà ad accettare. Come, allora, conciliare l'origine divina dell'uomo e la sua evoluzione? L'uomo è solo un animale oppure possiede quella scientilla divina che i credenti chiamano anima?

Il mio ragionamento è semplice: se l'evoluzione, grazie alle sue rigide regole, cioé la pressione selettiva esercitata dall'ambiente, l'innato istinto di sopravvivenza delle specie viventi, l'esistenza di una grande varietà genetica ereditabile, è stata in grado di "costruire" l'organismo che meglio si adatta ad ogni ambiente, come mai con la specie "Homo sapiens" questo fenomeno non ha avuto la stessa efficacia? Tutti gli organismi viventi esistenti, dai protozoi alle piante, fino ai primati, costituiscono l'espressione del migliore adattamento possibile all'ambiente attuale, non ci sono errori, un meccansmo perfetto. Ma, purtroppo, nell'uomo tutto ciò non si è verificato, infatti la complessità eccessiva del suo cervello, apicale risultato dell'evoluzione, lo svincola dalle stesse leggi evolutive. L'uomo, infatti, in virtù di questa sua complessità cerebrale è una testimonianza vivente del fallimento del fenomeno evolutivo.

L'uomo, infatti, con la sua complessità cerebrale sa curarsi sempre meglio, sottraendosi alla selezione naturale; con la sua complessità cerebrale può decidere autonomamente di suicidarsi contravvenendo all'istinto di sopravvivenza; oppure con la sua complessità cerebrale può decidere di non riprodursi, ponendo un freno al meccanismo della perpetuazione della specie, addirittura è in grado di distruggere lo stesso ambiente in cui vive, cioé il fattore primario che ha determinato la sua stessa evoluzione e, quindi, la complessità del suo cervello. Una vera e propria implosione del sistema evolutivo.
Bisogna, quindi, ammettere che fino alla comparsa delle scimmie l'evoluzione ha ben funzionato, poi il meccanismo perfetto si è inceppato. Ma se calcoliamo che sul nostro pianeta ci saranno milioni e milioni di organismi viventi, come mai l'evoluzione ha prodotto solo una specie sbagliata cioé l'uomo "Homo sapiens"? E come mai una regola ferrea, scientificamente ineccepibile, possa, all'improvviso, non esser più valida?

Secondo il mio modesto avviso le probabilità che l'evoluzione abbia funzionato male solo nel caso della specie umana sono infinitamente poche. Allora, perché l'uomo può agire contro le regole dell'evoluzione? Ma l'uomo è veramente costituito dalla sola materia?