Nel mio excursus sulle eresie a confronto con la Bibbia, questa è la volta del Manicheismo. Questa religione si originò nel III secolo nella Persia dell’Impero Sasanide per poi diffondersi in tutta l’area mediterranea dell’Impero romano ed ad est fino in India e Cina, sopravvivendo fino al XIV secolo.
Il Manicheismo prende nome da Mani, un nobile partico affiliato alla setta giudeo-cristiana degli Elcesaiti, un gruppo di Ebioniti gnostici che si riuniva attorno ad un libro di rivelazione di un imminente giudizio. Viaggiò molto per la Persia, l’India ed il Tibet dove ebbe contatti con il buddismo. Tutte queste esperienze influenzarono molto il pensiero di Mani al punto che è possibile considerare il Manicheismo come una sorta di sincretismo religioso tra lo gnosticismo degli Elcesaiti, il cristianesimo, molto diffuso nella Persia del III secolo, il dualismo zoroastriano, la religione degli imperatori sasanidi e l’organizzazione monacale del buddismo.
Mani raccontava che all’età di dodici anni fu illuminato dal suo alter ego celeste, lo Spirito Santo, che gli avrebbe ordinato di separarsi dagli Elcesaiti e rivelato il significato fondamentale della realtà che è la guerra tra la luce e le tenebre. A 24 anni Mani, sempre sotto l’influsso di questo Spirito Santo, si proclamò apostolo della luce e della salvezza. Durante il regno di Sapore I il Manicheismo trovò protezione e si espanse notevolmente, ma alla morte di questi nel 270 d.C., il successore Bahram I considerò lo zoroastrismo unica religione di stato e perseguitò violentemente ogni altra religione tra cui anche il manicheismo arrivando ad arrestare e far orrendamente uccidere lo stesso Mani. Il manicheismo fu perseguitato non solo dai Sasanidi, ma anche dagli imperatori romani come Diocleziano (l’autore dell’ultima sanguinosa persecuzione dei cristiani) fino a Giustiniano e dagli arabi.
La dottrina di Mani riguarda la salvezza elaborando tutta una teoria cosmica che risente molto dello gnosticismo, nella divisione tra elemento materiale e elemento spirituale, quindi tra luce e tenebre, nella dualità del dio buono e del dio cattivo. La salvezza si otterrà solo dopo una grandiosa guerra della luce contro le tenebre, quando il bene ed il male saranno definitivamente separati in due regni differenti. In tutta questa storia Mani dice di essere l’ultimo, grande e definitivo profeta (un po’ come Maometto nell’islamismo) che viene a liberare l’uomo attraverso l’illuminazione.
Il manicheismo, inoltre, divide i propri aderenti in due categorie: gli “eletti” e gli “uditori”. I primi costituivano la classe dirigente con una loro morale molto esigente (preghiera, digiuno, celibato), mentre i secondi erano la massa della comunità con una morale meno rigida, ma basata sul dovere di sostenere gli “eletti” con l’elemosina.
Questa eresia pretendeva col dualismo, cioè ipotizzando un dio buono “padre delle luci”, signore del bene e un dio cattivo “principe delle tenebre”, signore del male, di dare spiegazione del male che è in noi, ma è una spiegazione falsa. Fu Agostino di Ippona, manicheo in gioventù, a demolire definitivamente la filosofia dualista manichea. Egli obiettò al vescovo manicheo Fausto, nel “Contra Faustum”, che il male non è qualcosa che riguarda l’essere, infatti tutto ciò che Dio ha fatto è buono perché deriva da Lui (Genesi 1, 31). Non esiste, perciò il male metafisico, cioè il male che riguarda l’essere in quanto tale. Quello che si intende per male fisico, perciò, non è male, ma solamente una privazione di bene, una carenza di essere, di perfezione, perché solo Dio è infinito. San Paolo scrive a Timoteo circa l’assurdità del falso rigorismo morale, come quello dualista manicheo, che proibirà ciò che Dio ha creato e che, quindi, è buono perché fatto da Lui (1 Tm 4, 1-5).
L’unico male che esiste è il male morale, cioè il peccato, la scelta negativa contro la verità, contro l’amore, che non è qualcosa che riguarda l’essere, quindi metafisico, ma è una realtà dell’anima che si macchia di malvagità.
Infine, nel popolo di Dio non ci sono, come pretendeva Mani, due categorie di serie”A” e di serie “B”, tutti sono chiamati alla santità. Mediante la fede e il battesimo tutti i credenti in Cristo sono insigniti della stessa dignità di figli di Dio (Gv 1, 12-13; 1 Giovanni 5, 1). Tutti sono fatti partecipi della natura divina (2 Pietro 1, 4). Non ci sono, quindi, due morali diverse, ma l’unica morale del Vangelo.
Bibliografia
M. Tardieu”Il Manicheismo”, Cosenza 1998
K. Rudolph “Il Manicheismo”, in Storia delle religioni, a cura di G. Castellani, vol. IV, UTET, Torino 1971
G. Gnoli “Il Manicheismo”, vol. I e II , Fondazione L. Valla - Mondadori, Milano 2003









