lunedì 28 novembre 2016

Parte XIV – La formazione del canone del Nuovo Testamento

Oggetto di numerosi sospetti e malignità, il processo di formazione del Nuovo Testamento è sicuramente tra gli argomenti più coinvolti nell’operazione calunniosa di D. Brown e compari ai danni della Chiesa Cattolica. Ne “Il Codice da Vinci”, senza alcun dubbio, si attribuisce a Costantino l’opera di formazione del canone del Nuovo Testamento. 

A pag. 271-275, de “Il Codice da Vinci”, si legge: "…La vita di Gesù è stata scritta da migliaia di suoi seguaci in tutte le terre […] Più di ottanta vangeli sono stati presi in considerazione per il Nuovo Testamento [...] “Chi ha scelto quali vangeli includere?” […] “Aha!” esclamò Teabing, con entusiasmo: “Ecco la fondamentale ironia del cristianesimo! La Bibbia come noi la conosciamo oggi è stata collazionata dall’Imperatore romano pagano Costantino il Grande” …". Queste stupidaggini non appartengono alla “genialità” di D. Brown, già M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln in “The Holy Blood and The Holy Grail” hanno indugiato molto su questa falsità: "Il Concilio di Nicea decise, con una votazione, che Gesù era un dio e non un profeta mortale […] (Costantino), un anno dopo il Concilio di Nicea, sanzionò la confisca e la distruzione di tutte le opere che contestavano gli insegnamenti ortodossi: le opere dei pagani che parlavano di Gesù e quelle dei cristiani “eretici”…".

Anche L. Gardner ci fornisce una sua versione di tale operazione nel suo libro “La linea di sangue del santo Graal”. A pagina 45 si legge: "A quell’epoca fu fatta una raccolta di scritti scelti a cura del vescovo Atanasio di Alessandria. Questi testi vennero ratificati e autorizzati dal Concilio d’Ippona (393 d.C.) e dal Concilio di Cartagine (397 d.C.). In anni successivi, la scelta fu strategicamente limitata di nuovo e molti testi importanti vennero esclusi. In effetti, soltanto quattro furono infine approvati dal Concilio di Trento nel 1546: i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni".

Mentre quell’asino di D. Brown spara corbellerie di ogni tipo, come quella secondo la quale nel periodo della redazione dei vangeli, I sec. d.C., Gesù avrebbe avuto migliaia di seguaci in tutte le terre (sic!), L. Gardner si sforza di riportare qualche dato storico per dimostrare che la formazione del Canone sia iniziata solo dopo il Concilio di Nicea per impulso di Costantino. 

Uno sforzo vano, la ricostruzione di L. Gardner è imprecisa e lacunosa. Affermare che la scelta definitiva dei testi che formeranno il Nuovo Testamento risalga al Concilio di Trento del 1546 è una vera e propria sciocchezza. In realtà in quella occasione la Chiesa, con il decreto ”De canonicis Scripturis”, non fece altro che riaffermare un elenco di libri canonici già riportata dal Concilio di Firenze del 1441. Questo decreto, a sua volta, non fu altro che l’ufficializzazione di una scelta ormai consolidata che si formalizzò nei concili africani di Ippona (393 d.C.) e di Cartagine (397 d.C. e 419 d.C.). Gli atti del concilio di Ippona del 393 d.C., a cui partecipò S. Agostino, sono andati perduti, ma abbiamo il riassunto approvato al Concilio di Cartagine del 397 d.C.: "Oltre alle Scritture canoniche nulla dev’essere letto sotto il nome di divine Scritture. E le scritture canoniche sono: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; Giosuè, Giudici, Ruth, i quattro dei Re, i due dei Paralipomeni, Giobbe, Salterio di David, cinque libri di Salomone [Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Sapienza, Ecclesiastico], i dodici Profeti [i minori: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia], Isaia, Geremia, Daniele, Ezechiele, Tobia, Giuditta, Ester, i due di Esdra [Neemia ed Esdra], i due dei Maccabei. Del Nuovo Testamento quattro libri di Evangeli, un libro di Atti degli Apostoli, tredici lettere di Paolo apostolo, una del medesimo agli Ebrei, due di Pietro, tre di Giovanni, una di Giacomo, una di Giuda, l’Apocalisse di Giovanni…". 

In realtà il processo di formazione del Canone inizia e, sostanzialmente, si chiude molto tempo prima del Concilio di Nicea e, quindi, dell’avvento di Costantino. Nel II sec. d.C. esistevano diversi testi che riportavano i fatti della vita di Gesù e le sue parole, questi circolavano tra le nascenti comunità cristiane e, come abbiamo visto attraverso la testimonianza di Giustino (150 d.C.), venivano letti durante le celebrazioni liturgiche. Nessuna autorità aveva ancora stabilito quale tra questi scritti poteva essere considerato degno di fede o meno. La situazione precipitò quando Marcione, figlio del vescovo di Sinope, nel Ponto, nel 144 d.C., giunto a Roma, propose, per avvalorare le sue tesi, una rigida selezione degli scritti che dovevano essere reputati veritieri. Essendo uno gnostico rifiutava tutto l’Antico Testamento, perché espressione di un dio inferiore, mentre accettava solo gli scritti cristiani meno influenzati dalla tradizione ebraica, quindi diverse lettere di Paolo e il solo vangelo di Luca, in quanto discepolo di Paolo. Considerato eretico e scomunicato, fonderà una chiesa che sopravvisse fino al V secolo. La sua iniziativa, però, ebbe l’effetto di suscitare la questione riguardante la selezione dei testi da ritenere sacri.

Un documento di eccezionale importanza che ci documenta la primissima scelta dei quattro vangeli canonici ed il rifiuto di tutti gli altri è il Frammento Muratoriano. Questo documento, detto “frammento” in quanto mutilo all’inizio ed alla fine, prende il nome da Ludovico Antonio Muratori, storico, bibliotecario ed erudito che nel 1740 lo scoprì. Risalente all’VIII secolo, questo documento fa riferimento ad una prima lista ufficiale scritta in latino (forse una traduzione dal greco) ed approvata da Pio, vescovo di Roma, morto nel 157 d.C. (cioè Pio I, n.d.r.). In quell’epoca, si legge nel documento, vengono considerati sacri i quattro vangeli canonici, gli Atti degli Apostoli, attribuiti a Luca, e tredici lettere paoline. 

Riporto alcuni brani di questo importantissimo documento: «[...] ai quali pure egli [probabilmente Marco, n.d.r.] fu presente e così ha [es]posto. Il terzo libro dell’evangelo [è quello] secondo Luca. Questo medico, Luca, preso con sé da Paolo come esperto di diritto, lo compose dopo l’ascensione di Cristo secondo ciò che egli [Paolo] credeva. Neppure lui però vide il Signore in carne, e perciò cominciò a raccontare così come poteva ottenere [il materiale], dalla nascita di Giovanni. Il quarto degli evangeli [è quello] di Giovanni, [uno] dei discepoli. Poiché i suoi condiscepoli e vescovi lo esortavano, disse: «Digiunate con me per tre giorni da oggi e ci racconteremo a vicenda ciò che ad ognuno verrà rivelato». In quella stessa notte fu rivelato ad Andrea, [uno] degli apostoli, che Giovanni doveva mettere tutto per iscritto in nome proprio, mentre tutti [lo] avrebbero esaminato. E perciò, sebbene diversi princìpi siano insegnati nei singoli libri dei vangeli, ciò non costituisce però una differenza per la fede dei credenti, essendo tutte le cose spiegate dall’unico e normativo Spirito: ciò che riguarda nascita, passione, risurrezione, vita sociale con i suoi discepoli, la duplice venuta, dapprima, disprezzato nell’umiltà, che è già avvenuto, la seconda volta, illustre, con potere regale, che deve [ancora] avvenire [...] Così non solo egli si professa testimone oculare ed auricolare, ma anche scrittore di tutte le cose mirabili del Signore, per ordine. Gli Atti poi di tutti gli Apostoli sono scritti in un unico libro. Luca raccoglie per l’ottimo Teófilo le singole cose che sono state fatte in presenza sua e lo fa vedere chiaramente omettendo la passione di Pietro e anche la partenza di Paolo dall’Urbe [cioè Roma], per la Spagna. Le lettere di Paolo poi rivelano esse stesse, a chi vuol capire, da che località e in che circostanza sono state inviate. Prima di tutte ai Corinzi, vietando l’eresia dello scisma; poi ai Galati [vietando] la circoncisione; poi ai Romani [spiega] esattamente l’ordine delle Scritture e che Cristo è il loro principio. Delle quali [lettere] è necessario che parliamo singolarmente. Lo stesso beato apostolo Paolo, in ciò seguendo la regola del suo predecessore Giovanni, scrive nominativamente a sole sette chiese in quest’ordine: ai Corinzi la prima [lettera], agli Efesini la seconda, ai Filippesi la terza, ai Colossesi la quarta, ai Galati la quinta, ai Tessalonicesi la sesta, ai Romani la settima. Sebbene sia tornato a scrivere ai Corinzi e ai Tessalonicesi per correggerli, si vede che una sola chiesa è diffusa per tutta la terra. Perché anche Giovanni scrive nell’Apocalisse a sette chiese, ma parla a tutte. Ma una a Filémone e una a Tito e due a Timóteo [le scrisse] per affetto e amore. Sono ritenute sacre per l’onore della Chiesa cattolica, per il regolamento della disciplina ecclesiale. Circola anche una [lettera] ai Laodicesi, un’altra agli Alessandrini, falsificate col nome di Paolo dalla setta di Marcione, e molte altre cose che non possono essere accettate nella chiesa cattolica. Non conviene che il fiele sia mescolato con il miele. Però una lettera di Giuda e due con la soprascritta "di Giovanni" sono ricevute nella Chiesa cattolica, come pure la Sapienza scritta in onor suo dagli amici di Salomone. Riceviamo anche le Apocalissi di Giovanni e di Pietro soltanto. Alcuni di noi però non vogliono che questa sia letta nella chiesa [cioè l’assemblea]. Il Pastore l’ha scritto poc’anzi, nella nostra città di Roma, Erma, mentre sedeva sulla cattedra della chiesa della città di Roma il vescovo Pio, suo fratello. Perciò conviene che sia letto, però non si può leggere pubblicamente nella chiesa al popolo, né tra i profeti il cui numero è completo, né tra gli apostoli della fine dei tempi. Non accettiamo del tutto nulla di Arsinoo o Valentino o Milziade, che scrissero anche un nuovo libro di Salmi per Marcione insieme con Basilide asiano, fondatore dei Catafrigi […]». 

Quindi già nel 157 d.C. la Chiesa, non solo aveva ufficialmente scelto i quattro vangeli canonici, gli Atti degli Apostoli e le lettere paoline, ma aveva già rifiutato alcuni scritti, tra cui quelli della setta (cioè gli gnostici) di Marcione (sempre lui!), ritenuti falsi e non ispirati: “Non conviene che il fiele sia mescolato con il miele”. Interessante è notare anche la condanna dello gnostico Valentino. Quindi già verso la metà del II secolo d.C. è unanime, da parte della chiesa Cristiana degli inizi, l’esclusione totale degli scritti gnostici, e questo a circa 150 anni dal Concilio di Nicea. 

Tutti gli scritti che oggi fanno parte del canone sono menzionati nel complesso dai Padri apostolici (cioè contemporanei o immediatamente successivi agli apostoli) con la sola eccezione della III lettera di Giovanni. Ciò si spiega col fatto che è molto breve (13 versetti in tutto) ed il suo contenuto dottrinalmente trascurabile. Questa lettera entrerà più tardi nel canone. 

Verso il 180 d.C., Ireneo, Vescovo di Lione, riconosce come “Scrittura Sacra” i quattro Vangeli del Nuovo Testamento (dice che il vangelo è unico, ma tetramorfo), le 13 lettere di Paolo, gli Atti degli Apostoli e alcune lettere cattoliche (la prima di Pietro e le prime due di Giovanni). Gli stessi vangeli sono riconosciuti “ispirati” e veritieri anche dall’apologista Tertulliano (150 – 222 d.C.) che a proposito afferma: "…costituiamo innanzitutto [il Nuovo Testamento] come strumento evangelico e apostolico…" (Adversus Marcionem, IV). Clemente (150 – 215 d.C.), vescovo di Alessandria, in Egitto, conosce questi testi e li accetta come canonici. 

Un quadro preciso della situazione di quel tempo ce lo fornisce Origene, il famoso teologo-filosofo cristiano nato nel 185 d.C. ad Alessandria e morto nel 254 d.C. Per sfuggire alle varie persecuzioni (quelle di Settimio Severo del 202 d.C e di suo figlio Caracalla nel 215 d.C.) Origene è costretto a spostarsi dall’Egitto verso la Palestina e venire, così, in contatto con molte comunità cristiane. Egli divide il canone in scritti accettati da tutti e dovunque, cioè i quattro vangeli del nuovo Testamento, le 13 lettere paoline, gli Atti degli Apostoli, la prima lettera di Pietro, la prima di Giovanni con la sua Apocalisse, e scritti discussi, cioè la seconda lettera di Pietro, la lettera di Giacomo e la seconda e terza lettera di Giovanni (In Eusebio, Historia ecclesiastica VI,25,3-14). Tra queste solo la lettera agli Ebrei entrerà nel canone più tardi, nel 380 d.C., proprio perché si dubitò a lungo sull’attribuzione a Paolo.

Tenendo conto di tutte queste testimonianze dei Padri Apostolici si può affermare con certezza che verso il 200 d.C., quindi oltre un secolo prima dell’avvento di Costantino, è ormai formato il nucleo centrale del canone ed è costituito dai quattro vangeli, da 13 lettere paoline, dagli Atti degli Apostoli e dall’Apocalisse di Giovanni. Le lettere cattoliche entreranno nel canone più tardi nel IV secolo (la lettera di Giacomo, ad esempio, entrerà solo verso il 350 d.C.). L. Gardner afferma che Giacomo, capo dei giudeo-cristiani, si opponeva con forza a Paolo fautore di un cristianesimo alieno dal messaggio autentico di Gesù. Questa cretinata viene smentita proprio dall’entrata nel canone della lettera di Giacomo, nel 350 d.C., dopo l’era Costantiniana.

Eusebio di Cesarea, il più grande storico della Chiesa primitiva, scrisse, tra la fine del III secolo e l’inizio del IV, il suo più grande lavoro, l’“Historia ecclesiastica”. Tra le innumerevoli notizie riportate (di cui ho fatto enorme uso, n.d.r.) c’è anche un interessantissimo brano in cui viene presentata nel dettaglio la situazione al suo tempo circa la formazione del canone: "Arrivati a questo punto, ci sembra ragionevole ricapitolare [la lista] degli scritti del Nuovo Testamento di cui abbiamo parlato. E, senza alcun dubbio, si deve collocare prima di tutto la santa tetrade degli evangeli, cui segue il libro degli Atti degli Apostoli. Dopo questo, si debbono citare le lettere di Paolo, a seguito delle quali si deve collocare la prima attribuita a Giovanni e similmente la prima lettera di Pietro. A seguito di queste opere si sistemerà, se si vorrà, l’Apocalisse di Giovanni, su cui esporremo a suo tempo ciò che si pensa. E questo per i libri universalmente accettati. Tra gli scritti contestati, ma tuttavia riconosciuti dalla maggior parte, c’è la lettera attribuita a Giacomo, quella di Giuda, la seconda lettera di Pietro e le lettere dette seconda e terza di Giovanni, che sono dell’evangelista o di un altro che porta lo stesso nome. Tra gli apocrifi vengono anche collocati il libro degli Atti di Paolo, l’opera intitolata Il Pastore, l’Apocalisse di Pietro e dopo questi la lettera attribuita a Barnaba, i cosiddetti Insegnamenti degli Apostoli (più noti col nome Didaché, n.d.r.), poi, come s’è già detto, l’Apocalisse di Giovanni, se si vuole. Qualcuno, come ho già detto, la rifiuta, ma altri la uniscono ai libri universalmente accettati. Tra questi stessi libri alcuni hanno ancora collocato il Vangelo secondo gli Ebrei, che piace soprattutto a quegli Ebrei che hanno creduto a Cristo. Pur stando così le cose per i libri contestati, tuttavia abbiamo giudicato necessario farne ugualmente la lista, separando i libri veri, autentici e accettati secondo la tradizione ecclesiastica, dagli altri che, a differenza di quelli, non sono testamentari (cioè vincolanti, n.d.r.), e inoltre contestati, sebbene conosciuti, dalla maggior parte degli scrittori ecclesiastici; affinché possiamo distinguere questi stessi e quelli che, presso gli eretici, sono presentati sotto il nome degli apostoli, sia che si tratti dei vangeli di Pietro, di Tommaso e di Mattia o di altri ancora, o degli Atti di Andrea, di Giovanni o di altri apostoli. Assolutamente nessuno mai tra gli scrittori ecclesiastici ha ritenuto giusto di ritrovare i loro ricordi in una di queste opere. D’altra parte, il carattere del discorso si allontana dallo stile apostolico; il pensiero e la dottrina che essi contengono sono talmente lontani dalla vera ortodossia da poter chiaramente provare che questi libri sono delle costruzioni di eretici. Perciò non si debbono neppure collocare tra gli apocrifi, ma si debbono rigettare come del tutto assurdi ed empi" (Historia Ecclesiastica III, 25, 1-7).

Anche Eusebio, come Origene, divide gli scritti in “accettati” (il testo greco riporta il vocabolo “homologoúmena” cioè “sui quali vi è accordo”), “discussi” (nel testo greco “antilegómena”) e, aggiunge, “apocrifi”, cioè da rigettare. Come si può notare i quattro vangeli, anche qui denominati “la tetrade”, sono i primi ad essere universalmente accettati assieme agli Atti ed alle lettere di Paolo. Tra gli scritti rifiutati, è interessante notare, ci sono i vangeli provenienti dagli ambienti eretici (come quelli gnostici) che, per darsi autorità, si presentano sotto il nome degli apostoli. Tra questi c’è pure il famoso vangelo gnostico detto “di Tommaso”. Gli altri testi gnostici, tanto cari a D. Brown, non sono neppure menzionati singolarmente, ma respinti in blocco come “costruzioni di eretici…del tutto assurdi ed empi”. 

Eusebio ci spiega anche il motivo di queste scelte: sono accettati solo quelli temporalmente più vicini al tempo di Gesù, che hanno un legame diretto con la predicazione apostolica come garanzia di fedeltà ai fatti narrati e che sono unanimemente accettati dalle comunità cristiane. Non è stata, quindi, come afferma D. Brown, una eliminazione di testi “scomodi” non allineati con la dottrina prevalente, tanto è vero che moltissimi testi in linea con la dottrina cristiana, ma che non rispondevano pienamente ai requisiti richiesti, non sono entrati nel canone. Questo è il caso, ad esempio, dell’Apocalisse di Pietro, del Pastore di Erma o della Didachè.

Quando, nel 367, il vescovo di Alessandria Atanasio stila una lista dei testi da ritenersi canonici non fa altro che riportare 27 scritti già da tempo largamente accettati ed approvati dalle comunità cristiane. Questa medesima lista sarà sottoposta alle decisioni conciliari di Ippona (393 d.C.) e Cartagine (397 e 419 d.C.) divenendo così, assieme a secondarie aggiunte successive, il Canone delle Scritture della Chiesa Cattolica.

Quindi nessuna confisca e distruzione di testi scomodi, la formazione del Canone è stato un processo lungo ed articolato che si svolse nell’arco di tre secoli e che si concluse, sostanzialmente, molto tempo prima dell’avvento di Costantino. I vangeli gnostici non hanno mai riscosso credito in nessuna epoca, neppure in occasione della riforma protestante, che pure ripropose la questione della canonicità di alcuni scritti neotestamentari. I vangeli gnostici sono sempre stati considerati inattendibili.

Tutte queste informazioni le ho tratte, senza alcuna difficoltà, da comuni enciclopedie e da siti internet specializzati. Fonti facilmente accessibili a chiunque, senza dover avere per forza una competenza particolare o la necessità di addentrarsi in complicati studi. Ma allora mi chiedo: non poteva farlo anche D. Brown? Perché giocare con argomenti così importanti per milioni di persone, quando non si ha la minima base storica per supportare certe fantasie? Quello che voglio censurare non è la legittima libertà di scrivere un romanzo, ma il disprezzo per la verità storica, la mancanza di rispetto verso la fede cristiana e la mancanza di qualsiasi scrupolo pur di conseguire il successo commerciale.

martedì 22 novembre 2016

Luigi Tosti e l’odio verso la Chiesa e i cristiani.

Sconosciuto al grande pubblico, questo, ormai ex, magistrato del Tribunale di Camerino (MC), nel lontano 2002 balzò improvvisamente agli onori della cronaca per la sua sconcertante iniziativa di voler bandire il crocifisso dalle aule dei tribunali della Repubblica italiana. 

Questo personaggio è un classico rappresentante del laicismo in Italia, autentico eroe degli atei e degli agnostici anticristiani, poneva come motivazione della sua assurda campagna contro il crocifisso tutto il fantasioso repertorio di accuse e contumelie alla Chiesa e ai cristiani tipico della propaganda laicista e il fatto che lo Stato Italiano, che appellava ironicamente come “Vaticalia”, fosse, appunto, succube del Vaticano (sic). Spinse a tal punto la sua folle iniziativa fino ad affrontare una grottesca battaglia legale che nel 2012 lo vide assolto dall’accusa di essersi rifiutato di tenere le udienze nelle aule dove fosse esposto il crocifisso. Dato, questo, che sconfessa clamorosamente il nostro ex giudice sul fatto che l’Italia sia veramente un paese succube del Vaticano. 

Le argomentazioni di Luigi Tosti ripropongono il campionario classico delle fantasiose accuse e leggende che l’immaginario collettivo laicista rivolge contro la Chiesa e la sua storia. Ciò che mi colpì di tale personaggio fu la cieca pervicacia nel sostenere, con espressioni spesso becere e volgari, argomentazioni del tutto fallaci. Considerando che il Tosti, essendo un Magistrato, quindi una persona che avrebbe dovuto disporre di una cultura al di sopra della media e, non nego, spinto anche da una certa curiosità, decisi di confrontarmi personalmente con tale personaggio per cercare di capire la solidità delle sue argomentazioni. A tal proposito visitai il suo blog e in risposta dell’ennesimo post di invettive verso la Chiesa e i cristiani gettai l’amo…

Complimenti Luigi Tosti, un bel "pastone" ideologico dove ha messo il meglio di tutto il fantasioso ed immaginario universo antireligioso e, specialmente, anticattolico. Una bruttura che le rende veramente "onore";

Al che Luigi Tosti mi rispose: “Complimenti, Luigi Ruggini. Soprattutto per la documentatissima replica, supportata da prove inoppugnabili sull'inesistenza storica dei crimini della tua augusta religione e dei tuoi augusti papi criminali (nonché Santi). Il tuo il tipico commento del fedele cattolico integralista che, posto di fronte ai crimini della tua religione, nient'altro sa fare se non farsi gonfiare il fegato dai bollori di ira e sparare critiche a vanvera. La "fortuna", molto relativa, è che i fanatici religiosi dei tuo stampo non sono più adusi all'uso del rogo, dell'Inquisizione e dei Kalashnikov”.

Come supponevo il nostro ex giudice partì subito in quarta, ma lo rassicurai facendogli notare che non c’era bisogno di perdere la calma e che ero in grado di documentare esaustivamente ogni mia asserzione. Ma il Tosti continuò sulla stessa strada come un turbine: “Noto, signor Ruggini, che seguita sempre a mantenersi sulla vaghezza apodittica delle sue tesi confutative delle VERITA' storiche, che mi sono limitato a rispolverare. Noto anche che […] lei, da buon cattolico, tenta di annichilire i crimini della sua religione con l'arguto argomento della "contestualizzazione", secondo cui sono le vittime della vostra criminalità i veri "colpevoli", in quanto non si sono adeguate alle "usanze" dei tempi in cui perpetravate i vostri crimini. Si tratta di un argomento a dir poco indegno, in base al quale sono stati Giordano Bruno, Galileo Galilei, gli eretici e le streghe arse sui roghi i veri "colpevoli", perché non si sono adeguati alle "regole" praticate dalla religione del tempo”. Infine sentenziò: “Vede, la differenza tra le religioni e l'Ateismo sta nel fatto che nel nome degli dei sono stati perpetrati i più deliranti crimini ed atrocità, mentre non è esistita alcuna associazione atea che abbia mai sterminato, torturato, inquisito altri esseri umani al grido: "Dio lo vuole!!".

Mi apparve subito chiaro il modo ideologico con cui il Tosti richiamava determinati eventi storici che riguardavano alcune condotte della Chiesa. Glielo feci notare: “Vede, sig. Tosti, quello che le contesto è il suo modo ideologico di analizzare la storia. Il suo è un modo di fare che non potrà mai arrivare ad una accettabile oggettività perché inficiata dal suo pregiudizio. La contestualizzazione a cui mi riferisco non è certamente quella che lei ha tratteggiato. Se non ci si cala seriamente nell'ambiente storico non si potrà mai capire che la Chiesa ha sempre avuto la necessità di offrire ai propri membri, che non sono tutti eroi o scienziati, l’ambiente ideale dove possano fiorire la loro fede e la loro vita cristiana. Perciò, quando alcuni pretendono di chiamarsi cristiani minacciando l’accordo ecclesiale, essa può e deve togliere loro i mezzi per nuocere.
Non si può parlare di Giordano Bruno, Paleario, ecc. senza ricordare il periodo di Controriforma dove la Chiesa aveva l'ansia di difendere la fede attaccata da tutte le parti. Per contestualizzazione, quindi, intendo l'innegabile circostanza che in ogni epoca la violenza utilizzata dalla Chiesa sia stata una reazione, una difesa della fede e dell'ordine costituito contro la sovversione portata dall'eresia. Diversamente le dittature e le rivoluzioni laiciste atee miravano a distruggere un sistema di valori per imporne un altro, non unanimemente condiviso, attuando l’intento con azioni invasive e prevaricatrici particolarmente violente e repressive. Non si trattò mai di un’azione di legittima difesa, ma di una vera e propria azione di sopraffazione messa in atto, il più delle volte, da un limitato gruppo di pressione nei confronti della maggioranza”.

A questo punto intervennero anche altri utenti del blog che, ovviamente, presero le parti del Tosti. Gli feci notare che il loro era un tipico atteggiamento “laicista”. Al Tosti tale vocabolo non piacque: “Per Luigi Ruggini. "Laicista" è colui che crede nel "principio di laicità" che, è bene ricordartelo, è uno dei principi "SUPREMI" sui quali si fonda la nostra Costituzione repubblicana. Questo principio consiste, come dice la Corte Costituzionale, nell'obbligo dello Stato italiano di essere imparziale, neutrale ed equidistante nei confronti delle ideologie religiose, positive o negative che esse siano […] Semmai sono quelli come te, che sostengono che la Chiesa cattolica e i cattolici debbano essere privilegiati dallo Stato italiano a discapito degli atei e di coloro che credono in dei "inferiori" al vostro, che debbono vergognarsi”. 

A quel punto precisai che: “Per me, invece, laicista è un termine che indica la persona intollerante che offende, denigra e, mentendo, infanga il credente. […] La nostra Costituzione repubblicana insegna primariamente il rispetto per le idee e per il credo altrui, fondando la nostra società su quei valori della persona umana che sono condivisi da tutti gli uomini che amano la pace, la tolleranza e la fratellanza. Valori che, guarda caso, scarseggiano ampiamente nel vostro, laicistico, argomentare. La nostra società è laica e tutti i credi e le idee sono in egual modo tutelate e libere di essere professate. Io sono un cittadino italiano e, quindi, non penso affatto che la Chiesa e i cristiani debbano essere privilegiati dallo Stato. Purtroppo, però, mi sto rendendo conto che in Italia si sta facendo largo questo laicismo intollerante, di cui lei è solo uno dei tanti rappresentanti, che non rispettando il credo altrui tradisce i valori su cui si basa la nostra Costituzione”.

Molto probabilmente sorpreso dalla mia pazienza e dalla mia volontà di confronto, il Tosti tirò fuori tutto il suo repertorio di fesserie laiciste: “Noto che il sig. Ruggini è colto da rododendro quando gli si spiattellano le VERITA' scomode. Il termine laicista è stato coniato da idioti cattolici che tentano di contrabbandare il loro confessionalismo per laicità, anzi per "sana" laicità. […] Nella Repubblica Pontificia italiana, altrimenti detta Vaticalia o Colonia del Vaticano, la laicità delineata dalla Costituzione è un miraggio. Solo i perfetti e patentati disonesti lo possono negare. Basta considerare che SOLO il Papa, i vescovi, i preti cattolici utilizzano quotidianamente la Televisione di Stato, altrimenti detta RAI, diffondendo le loro perle di saggezza quotidianamente, e soprattutto durante i telegiornali. Solo i cattolici possono far insegnare la loro strampalata e immorale religione nelle scuole dello Stato e spese dei cattolici. Solo i cattolici sono stati i beneficiari della legge sul mantenimento del clero (8 per mille). […] Solo i preti cattolici vengono assunti e stipendiati come cappellani militari ed ospedalieri ai danni e a spese di tutti gli italiani. Solo i cattolici vengono sovvenzionati per le riparazioni, costruzioni e ristrutturazioni delle loro chiese. Solo la Chiesa cattolica viene esentata dall'IMU, ICI, TASI TARI sugli immobili e non paga l'erogazione dell'acqua e il servizio di nettezza urbana. La Chiesa cattolica vive parassitariamente ai danni degli italiani con un prelievo dai 7 ai 20 miliardi l'anno. Tutti gli altri sono considerati delle sorti di frammenti fecali, rispetto ai cattolici…”.

Di fronte a questo fuoco di fila di banalità laiciste gli feci notare quanto fosse ridicolo definire l’Italia come “Vaticalia”: “Mi parla di “Vaticalia”, mi vien da ridere!!!! Se la Chiesa fosse così potente come lei afferma, perché in Italia c’è l’aborto? Come è possibile che nella Repubblica Pontificia italiana è legale andare contro la Chiesa? Perché c’è il divorzio? Perché è possibile ricorrere alla fecondazione eterologa? La televisione di Stato utilizzata dal Papa? Ma non dica fesserie, si tratta solo di un servizio pubblico, in Italia il Papa è seguito da milioni di persone, oltre ad essere una personalità come Obama, Hollande o la Merkel. Perché non si lamenta pure del fatto che in tutti i Tg ci sono sempre anche questi personaggi? L’ora di religione cattolica nelle scuole fa parte del Concordato tra la Chiesa e lo Stato Italiano, è un dato storico, l’Italia è un Paese di profonde radici cristiane e cattoliche, è normale che sia un dialogo particolare. L’importante è il fatto che chiunque è liberissimo di non frequentare, nessuna imposizione. L’8 per mille non è beneficiato solo dalla Chiesa cattolica, ma da qualsiasi altra confessione religiosa, e non, che ne faccia richiesta, e poi, è bene ricordare che questa “famigerata” contribuzione è VOLONTARIA e non imposta a nessuno! L’esenzione da IMU e quant’altro, è regolata da una legge, quella per il sostegno alle associazioni “no profit” impegnate nel sociale, di cui ne beneficiano TUTTI e non solo la Chiesa cattolica, quindi non venga a raccontare sciocchezze! Ed anche la storia che la Chiesa cattolica parassitizzi l’Italia è una bufala laicista! A fronte di un contributo di circa un miliardo di euro, che la Chiesa riceve con l’8xmille, ne vengono restituiti almeno 11 in beni e servizi, ad esempio solo le parrocchie in ambito sociale forniscono aiuti per almeno 260 milioni di euro all’anno. Quando per portare avanti il proprio odio ideologico arrivate ad infangare, a mentire e a manipolare la realtà, significa che avete perso di vista i principi su cui si basa quella Costituzione che vi vantate tanto di difendere”.

Da questo punto in poi il nostro confronto proseguì sulla stessa falsariga con il Tosti sempre inviperito, ma sostanzialmente incapace di fornire una valida confutazione alle mie obiezioni (per chi ne fosse interessato l’intero contraddittorio è reperibile qui). Questo confronto mi diede l’ennesima conferma di quanto sia basso il livello culturale delle argomentazioni laiciste contro la Chiesa e la religione. Sono caratterizzate da un’ignoranza storica abissale, frutto della manipolazione iniziata in età illuminista, da un’impressionante stravolgimento della realtà e da un disprezzo ed astio senza precedenti. Il sig. Luigi Tosti incarna perfettamente ognuna di tali caratteristiche e questo lo rende il personaggio paradigma di ogni laicista.

giovedì 10 novembre 2016

Il laicismo di Veronesi

E' morto il professor Umberto Veronesi, l'oncologo italiano più conosciuto. Aveva 90 anni, una vita spesa a combattere il cancro. Diceva sempre di desiderare di veder sconfitto questo male, il male del secolo. Un desiderio che, purtroppo per lui, non si è avverato, ma è certo che la sua opera costituisce un importantissimo contributo per sconfiggere in futuro questo tremendo male. La scienza perde un grande scienziato.

Ma a rendere ancor più triste, almeno a mio parere, questa perdita è anche l'atteggiamento apertamente antireligioso che ha sempre avuto Veronesi. Non se ne va, infatti, solo un uomo di scienza, ma anche un acceso polemista che non perdeva occasione di esternare il suo astio verso la religione. Nei suoi interventi pubblici non mancavano mai affermazioni contro Dio e i credenti. Per lui la scienza e la fede erano inconciliabili perché mentre la prima si pone sempre dei dubbi, la seconda crede ciecamente in una specie di leggenda senza il diritto di criticarla o metterne in dubbio dogmi e misteri. Questa avversione verso la fede traspare anche da alcuni suoi libri in cui si affannava a dimostrare l'inesistenza di Dio. Diceva che il cancro è molto simile a un campo di concentramento. "Così come Auschwitz- raccontava - per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio". Si chiedeva: "Come puoi credere nella Provvidenza o nell'amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del non so".

Per Veronesi il credente è un povero illuso che, temendo la morte, ha bisogno di costruirsi un mondo immaginario che chiama "aldilà". Il laico, invece, secondo Veronesi, sarebbe una persona più seria che affronterebbe con più coraggio la morte. 

E' un vero peccato che una tale intelligenza, seppur laica, non avesse alcun rispetto per i credenti e la religione. Si può pensarla a modo proprio, non credere in Dio, ma perché avere una tale disistima verso coloro che credono? Veronesi pensava forse che sia molto più sensato credere che tutto abbia avuto origine dal nulla? Eppure gli scienziati sanno bene che in natura ogni effetto ha la sua causa, allora? E la fede è davvero cieca ed immotivata o non si basa in realtà sulla testimonianza di coloro che hanno visto e vissuto Cristo? La fiducia non è forse l'unico sistema con cui riusciamo a conoscere moltissima parte della realtà che ci circonda come, ad esempio, i rapporti di amicizia o di amore? E la concezione di Dio di Veronesi, cioè vedere in una malattia una manifestazione del capriccioso suo volere, non è forse un po’ infantile? I cristiani sanno che le malattie dell’uomo altro non sono che un errore causato dalla nostra inadeguatezza. Allo stesso modo, anche ciò che avvenne ad Auschwitz fu l'ennesimo errore della libertà dell’uomo, una libertà usata malissimo. Che c'è di stupido nel credere in questo?

Veronesi si chiedeva perché Dio non intervenisse ad impedire il male, la malattia, ma essendo il male la nostra volontaria lontananza da Dio, l’impedimento di questa libertà non è anch’essa una forma di intollerabile violenza? Dio non sceglie di non intervenire, ma lo fa rispettando la nostra condizione di esseri liberi di amare o meno. E lo fa a modo suo, nascostamente, nel rispetto della nostra volontà traendo da ogni male un bene più grande.  

lunedì 24 ottobre 2016

Parte XIII – Costantino e la Chiesa

Incredibilmente, tra le convinzioni più diffuse riguardanti la storia della Chiesa primitiva, c’è quella che individua nell’imperatore romano Costantino il vero “fondatore” della Chiesa Cattolica. Sarebbe stato proprio il vincitore di Massenzio a Ponte Milvio, attraverso diversi concili da lui voluti ed indetti, a plasmare la forma del credo cattolico e a decidere in prima persona quali dovevano essere i vangeli da inserire nella Bibbia. Ovviamente si tratta di una convinzione totalmente sbagliata, basta aprire un qualsiasi libro di storia per rendersene conto. 

Eppure, facendosi beffe della realtà storica, L. Gardner riesce ad affermare delle assurdità senza precedenti. Nel suo “La linea di sangue del santo Graal” viene presentata una versione “storica” della vita di Costantino e dei suoi rapporti con il Cristianesimo che è un concentrato di inesattezze e falsità. Da pag. 150 a pag.151 si legge: “Nel 312 Costantino divenne imperatore d’Occidente […] [si rese] conto che mentre il suo impero si stava smembrando, poteva convenirgli d’imbrigliare il cristianesimo. Vedeva in esso una forza unificatrice che poteva sicuramente usare a proprio vantaggio […] Al Concilio di Arles nel 314, Costantino conservò il proprio rango divino presentando l’onnipotente Dio dei cristiani come suo patrono personale. Quindi rimediò alle anomalie dottrinarie rimpiazzando alcuni aspetti del rituale cristiano con le consuete tradizioni pagane del culto del sole, insieme ad altri insegnamenti di origine siriana e persiana. In breve, la nuova religione della Chiesa romana fu costruita come un’ ”ibrido” per soddisfare tutte le fazioni influenti. Costantino mirava, così, ad una religione “mondiale” comune e unificata […] capeggiata da lui […] La missione di Gesù di rovesciare il dominio romano era fallita a causa della discordia fra le sette giudaiche. Costantino approfittò di questo fallimento per spargere il seme di un’idea: forse Gesù non era l’atteso Messia come si era creduto! Inoltre, dato che era stato l’imperatore a garantire la libertà ai cristiani all’interno dell’impero, sicuramente il loro vero Salvatore non era Gesù ma Costantino! […] L’imperatore sapeva, naturalmente, che Gesù era stato venerato da Paolo come il “Figlio di Dio”, ma non c’era più posto per un concetto del genere. Gesù e Dio dovevano fondersi in una sola identità in modo che il figlio fosse identificato col Padre. Al Concilio di Nicea […] designando Dio come il Padre e il figlio, Gesù venne opportunamente messo da parte come una figura di nessuna importanza pratica. Adesso spettava all’imperatore di essere considerato il dio messianico: non soltanto da quel momento, ma in virtù di un diritto ereditario a lui riservato “dal principio dei tempi” […] [Nel 331, a Costantinopoli] convocò un Concilio generale […] per ratificare la decisione del precedente concilio di Nicea. In questa occasione la dottrina di Ario […] venne formalmente dichiarata blasfema. L’imperatore governava la Chiesa secondo il suo stile complessivamente autocratico. Il suo era un dominio assoluto e la Chiesa non era altro che un dipartimento dell’impero”.

Un bel fuoco di fila di falsità, stupidaggini e luoghi comuni dovuti ad una disonestà di fondo. Mi sembra, infatti, fin troppo ovvio l’intento di abbindolare gli ignoranti somministrando la solita storiella anticlericale che alla prova dei fatti non può che cadere miseramente. Veniamo, dunque, alla storia, quella vera.

Ai tempi di Costantino I detto “il Grande”, inizio IV secolo d.C., la situazione politica dell’impero romano era alquanto confusa e delicata. Suo padre era Costanzo I Cloro che, assieme a Galerio, nella “tetrarchia” voluta da Diocleziano, costituivano i cosiddetti “cesari”, mentre i due “augusti” erano Massimiano e lo stesso Diocleziano. Quando questi si dimise Costanzo Cloro divenne “augusto” associandosi come “cesare” suo figlio Costantino. Morto improvvisamente Costanzo Cloro, nel 306 d.C., durante una campagna militare in Britannia, i soldati acclamarono come “augusto” suo figlio Costantino. Sbarazzandosi di tutti i suoi nemici, primo fra tutti Massenzio sconfitto ed ucciso a Ponte Milvio il 23 ottobre 312 d.C., Costantino, assieme all’altro “augusto” d’oriente Licinio, dovette rendersi conto che la politica anticristiana perseguita da Diocleziano era fallita totalmente. Nonostante le feroci persecuzioni i cristiani erano sempre più numerosi e la lotta contro di essi rischiava di causare una gravissima crisi sociale all’interno dell’impero. Fu per tali motivi che, già nel 311 d.C., l’”augusto” Galerio, con l’editto di Nicomedia (30 aprile 311 d.C.), concesse per la prima volta ai cristiani la libertà di culto e la possibilità di edificare le chiese. Con l’editto di Milano del 313 d.C., Costantino e Licinio, nell’ambito di un vero e proprio vertice politico sul riassetto dell’impero, non fecero altro che confermare le decisioni, nei confronti dei cristiani, prese da Galerio. Si legge in questo famoso editto: “Noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, felicemente uniti a Milano e trattando di ciò che riguarda la sicurezza e l’utilità pubblica, abbiamo creduto che uno dei primi nostri doveri fosse di regolare ciò che interessa il culto della divinità e di dare ai cristiani, come a tutti gli altri nostri sudditi, la libertà di seguire la religione che ognuno desidera, onde richiamare il favore del Cielo sopra di noi e sopra tutto l’Impero”. Appare chiaro, quindi, che Costantino e Licinio non fanno preferenze, ma pongono sullo stesso piano qualsiasi culto. Costantino, quindi, non rese il Cristianesimo la religione ufficiale dell’impero e pensare ad ipotetici accordi tra Costantino e la Chiesa per superare l’ostilità del Senato e a favoritismi dettati da calcoli politici è una pura ingenuità. Dopo aver liquidato tutti i suoi avversari Costantino si comportò senza alcun riguardo nei confronti del Senato romano, anzi lo spogliò di autorità ed importanza al punto che, trasferendo la capitale da Roma a Costantinopoli, lo emarginò definitivamente. Pensare ad una necessità di Costantino di avere l’appoggio della Chiesa per mantenere il potere appare del tutto improbabile. La Chiesa del IV secolo non rappresentava ancora alcun “centro di potere” e non poteva di certo competere con l’importanza del Senato, seppure in fase di decadenza. Pensare che Costantino abbia dovuto aver bisogno dell’appoggio del vescovo di Roma Silvestro per “legittimare” il suo potere è ipotesi veramente risibile. Anche in considerazione del fatto che a quel tempo gli storici calcolano la consistenza cristiana dell’impero non più del 10% degli abitanti (Paul Veyne, 2008). E’ solo con Teodosio il Grande che la chiesa comincerà ad assumere quell’importanza tale da poter influenzare sensibilmente l’operato degli imperatori. Nonostante una innegabile simpatia ed interesse verso il Cristianesimo, durante il suo imperio, Costantino non ha mai dato segno di favorirlo nei confronti del paganesimo. Lo stesso Editto di Milano (313) è da considerarsi solo come una disposizione di tolleranza, non certo di partigianeria. A questo giunse l’imperatore Teodosio che, durante il suo imperio tra il 379 e il 395 d.C., promulgando una legge che vietò ogni culto sacrificale pagano sia pubblico che privato. L’affermazione del Cristianesimo come l’unica religione ufficiale dell’impero fu un processo lungo ed articolato e non si verificò con un atto di imposizione da parte di Costantino.

Nel suo delirio L. Gardner afferma di una volontà di Costantino di sostituirsi come messia a Gesù (sic!), mentre D. Brown e compari parlano di un Costantino esperto teologo che sceglie quali testi dovranno formare la Bibbia. Niente di vero in tutto questo! In realtà Costantino non era cristiano, tantomeno un teologo, non capiva niente di questioni religiose, era solamente un uomo d’ordine. Nel 325 d.C., siccome le dispute teologiche tra cristiani ed ariani generavano discordie e disordini nell’impero, ritenendo che fosse di sua pertinenza (era pur sempre il “Pontifex maximus”, sommo sacerdote del paganesimo), Costantino convocò il famoso Concilio di Nicea per stabilire una volta per tutte come stavano le cose. Il Concilio condannò l’arianesimo e allora l’imperatore si schierò con i cristiani mandando in esilio Ario e gli ariani. Nonostante ciò l’imperatore restava senza nessuna cognizione religiosa tanto che, ad esempio, nel 332, vinti in battaglia i Goti, li lasciò evangelizzare dal vescovo Ulfila secondo il credo ariano. Successivamente, sotto l’influenza dell’ariano Eusebio di Nicomedia, vescovo di corte, si lasciò convincere dalle tesi ariane e convocò nel 335 d.C. un nuovo Concilio a Tiro dove tutti i vescovi partecipanti si schierarono, per piaggeria, dalla sua parte ed ottenne la condanna di Atanasio, vescovo di Alessandria, l’unico rimasto fedele ai dettami di Nicea. Costantino non si interessò minimamente delle dispute teologiche, non ci capiva niente, a lui interessava solo la condanna di un perturbatore dello stato. Così anche nel 314 d.C. al Concilio di Arles, indetto per risolvere la questione donatista, Costantino non ebbe, come afferma L. Gardner, alcuna velleità teologica, ma intervenne solo per ricomporre una frattura in seno alla Chiesa cristiana d’Africa che stava generando dei disordini.

Che dire, poi, del riferimento al Concilio di Costantinopoli del 331 d.C.?, Che si tratta, fatalmente, di un’altra figura da somaro di L. Gardner. In realtà il Concilio di Costantinopoli si celebrò nel 381 d.C., quando Costantino era già morto da un pezzo, e fu convocato dall’imperatore Teodosio. In quella occasione furono ribadite le decisioni prese a Nicea, cioè la consustanzialità e la coeternità delle tre persone divine, ripristinando così l’ortodossia cristiana che Costantino e, successivamente, i suoi figli, avevano tentato di affossare, con vari concili “farsa”, in favore dell’arianesimo.

Per concludere questo capitolo mi sembra doverosa una precisazione storica come risposta alle falsità che si possono leggere a pag. 273 de “Il Codice da Vinci”. D. Brown afferma che Costantino convocò questo Concilio nel 325 per discutere se Gesù fosse di natura divina e che tale riconoscimento fu, quindi, solo il risultato di una votazione e, per giunta, a maggioranza assai ristretta. D. Brown, ancora una volta, dimostra tutta la sua ignoranza, non ha valide conoscenze né storiche, né religiose. Un Concilio ecumenico, come fu quello di Nicea del 325, non è una semplice “votazione”, ma l’espressione del Magistero della Chiesa Universale. La Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, interpreta e disciplina la materia di fede: “A te darò (a Pietro, cioè la Chiesa) le chiavi del Regno dei Cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16, 19 – 20). Ma l’errore più macroscopico di D. Brown è sostenere che al Concilio di Nicea si stabilì che Gesù fosse Dio, proprio perché da sempre lo si riteneva come tale. Il Concilio si occupò piuttosto di quale fosse l’esatta relazione esistente fra il Figlio e il Padre. Fu, così, pronunciato il dogma della Trinità e giudicata, quindi eretica, una dottrina all’epoca popolare, l’arianesimo, secondo cui il Figlio era una divinità inferiore, creata dal Padre a un certo momento del tempo e non eternamente esistente. Al Concilio vi parteciparono circa 300 vescovi, (alcuni parlano di 220 altri di 318) quasi tutti provenienti dalle sedi della Chiesa in oriente. Il vescovo di Roma di allora era Silvestro che inviò a rappresentarlo Osio, vescovo di Cordova e due presbiteri: Vito e Vincenzo. Fu il primo Concilio ecumenico, cioè era riunita tutta la Chiesa, allora non c’era stato ancora alcuno scisma, ed erano presenti, quindi, sia vescovi che accettavano l’interpretazione di Ario (ad esempio Eusebio di Nicomedia), sia vescovi che la rifiutavano (ad esempio Atanasio di Alessandria). A larghissima maggioranza i vescovi riuniti, costituenti quindi il magistero della Chiesa, votarono contro l’eresia ariana costituendo così il simbolo della fede cristiana conosciuto come il simbolo “niceno”. Nonostante ciò la disputa tra ariani e non ariani non si placò. Neppure i concili di Sardica, l’attuale Sofia in Bulgaria, del 343, indetto dai figli di Costantino, Costante e Costanzo II, di Rimini e Seleucia, entrambi del 359, indetti da Costanzo II, rimasto l’unico imperatore, per proporre una soluzione di compromesso, riuscirono a comporre il profondo dissidio. Soltanto con il concilio di Costantinopoli del 381 la Chiesa, restaurando il credo stabilito a Nicea, decretò definitivamente eretica la dottrina ariana. Questo concilio proclamò la consustanzialità, “homoousios” cioè della stessa sostanza, e la coeternità delle tre persone divine, costituendo così il credo “nicenocostantinopolitano”.

mercoledì 19 ottobre 2016

La trasgressione in Italia: vedere il film "Cristiada"

Domenica sera scorsa ho fatto qualcosa di molto "trasgressivo": grazie ad un passaparola stile "carboneria", ho potuto finalmente vedere il film "Cristiada" sulla guerra dei Cristeros combattuta negli anni ’30 dai cattolici messicani contro il governo massonico ed anticlericale del presidente Plutarco Elías Calles che perseguitava la Chiesa Cattolica. 

Il film è uscito nelle sale americane nel 2011, quindi ci sono voluti ben 5 anni prima che la sua visione fosse resa disponibile al pubblico italiano e, per giunta, attraverso un'emittente poco conosciuta e di "nicchia"come "TV2000". Purtroppo è questa la triste situazione del nostro paese dove vige la dittatura del politicamente corretto. Finché i cristiani stanno calmi e mansueti, accolgono i profughi, venerano i santi, ecc.. allora vanno bene e compaiono su tutti i media, ma appena divengono vittime della brutalità laicista ed atea, allora scompaiono immediatamente, come per incanto. 

Nel nostro paese laicista il politicamente corretto ha le sue rigidissime regole, che non possono essere violate: se i cristiani, meglio se cattolici, uccidono, torturano, opprimono poveri atei ed eretici indifesi allora titoloni a nove colonne, films e documentari a tutto spiano. Ma se, invece, sono i cristiani, peggio se cattolici, a subire la barbarie laicista allora bisogna sperare in qualche miracolo ed aspettare diversi anni prima di poter avere una informazione su tali fatti. 

Senza contare che ciò che viene proposto sulle malefatte della Chiesa e dei cristiani sono per lo più delle falsità fatte passare per verità inconfutabili.         

venerdì 14 ottobre 2016

La Chiesa e l'opportunismo teologico


Come è noto agli storici il potere temporale della Chiesa viene fatto risalire alla cosiddetta Donazione del Castello di Sutri, quando nel 728 il re longobardo Liutprando donò questo castello a papa Gregorio II. Successivamente il potere della Chiesa si sviluppò grazie all’alleanza tra il Papato e i Franchi nei secoli VIII e IX, alleanza che comportò la donazione alla Santa Sede di numerosi territori dell’Italia centrale e la nascita del cosiddetto “Patrimonio di San Pietro”. 


Per la storiografia laicista tutto ciò viene visto come un’autentica sciagura, ossia l’inizio del potere dei papi, del loro controllo sullo Stato laico e l’influenza sulla vita della società. Per i laicisti tutto ciò fu il deprecabile risultato della caduta del grandioso impero romano, ritenuto un faro di civiltà e portatore di benessere. Caduta che, sempre secondo la visione laicista, dev’essere attribuita allo stesso Cristianesimo ed alla Chiesa nascente visti come un cancro che avrebbe roso dal di dentro l’impero, ponendolo così alla mercé dell’invasione dei barbari. Un esempio molto noto è costituito dalla famosa opera “Storia del declino e della caduta dell'impero romano” dell’illuminista anticlericale Edward Gibbon (1737–1794) che riservò al Cristianesimo un’etichetta di mollezza e viltà, cause prime della soppressione dell’età aurea del paganesimo romano che portò l’affermazione dei secoli bui del medioevo cristiano.

Ovviamente la visione del Gibbon è pesantemente condizionata dal suo pregiudizio anticlericale ed anticristiano e questa posizione tipicamente positivista-illuminista della storia del cristianesimo e dei suoi rapporti col mondo pagano ha generato tutta un serie di pensatori che hanno fortemente influenzato in modo negativo il giudizio contemporaneo sulla storia della Chiesa. Basta citare l’antipatia per il cristianesimo di Voltaire, la critica alla sua mansuetudine di Carducci, quelle sottili e profonde di Feuerbach e di Marx, per non parlare dell’odio espresso da Nietzsche, e così via.

Questa teoria rappresenta una delle più grosse fesserie che la propaganda anticlericale ed anticristiana illuminista abbia mai potuto escogitare. In realtà la società pagana dell’impero non riuscì a far fronte alle invasioni barbariche in quanto si era già del tutto disgregata, soprattutto a causa delle sue carenze di giustizia ed equità sociale. Il Cristianesimo, invece, si dimostrò forte e vincente. I cristiani riuscirono a creare una comunità salda ed unita nei valori della fede e della carità. Questo è dimostrato anche dal fatto che le popolazioni barbariche, che dal IV secolo si cominciarono a stanziare all’interno dei territori dell’Impero romano, come i Visigoti, gli Ostrogoti, i Franchi, ecc. abbracciarono quasi immediatamente la fede cristiana, seppur inizialmente nella forma ariana. Nel 498 circa, si arrivò all’importante evento della conversione al cristianesimo cattolico del re dei Franchi Clodoveo I che si fece battezzare. Contrariamente alla società pagana che non riusciva a contrastare validamente l’impatto con le popolazioni barbariche, i cristiani cominciarono a rendersi conto che l’impero romano non fosse il depositario del vangelo e che i barbari non fossero affatto i seguaci di Satana. Mentre l’invasione barbarica diventava sempre più irreversibile, la Chiesa cattolica non arretrò, ma scoprì nuove possibilità. Nella disorganizzazione generale, i vescovi, tra cui molti di gran valore come papa Leone I, Remigio di Reims, Cesario di Arles, Isidoro di Siviglia, ecc. rappresentavano spesso la sola autorità capace di trattare con i capi barbarici. Meno legati dei funzionari imperiali all’antico regime, circondati dal prestigio di un’autorità spirituale, i vescovi riuscirono ad assicurare la transizione, evitarono alle popolazioni romanizzate le brutalità dei nuovi conquistatori e portarono alla corte dei re barbari un tono di civiltà e dignità. Davanti al disastro, alla fine di un sistema che aveva caratterizzato la vita sociale fino ad allora conosciuta, mentre le classi dirigenti pagane scomparirono velocemente, il messaggio cristiano dimostrò la sua universalità e la sua forza cosicché la Chiesa cattolica, attraverso il sistema dei Concili regionali, poté entrare in dialogo con i nuovi Stati barbarici.

Iniziò, così, una nuova era in cui la pratica del Cristianesimo cominciò a permeare molto profondamente la vita quotidiana. Fu un processo che non si verificò istantaneamente, ma progressivamente, grazie alla coerenza mostrata dalla Chiesa cattolica in occidente, alla sua grande organizzazione, basta pensare al ruolo svolto dai monasteri che formavano una rete molto compatta, ed alla capacità mostrata dai cristiani d’occidente di ben distinguere l’irradiazione della fede dalle vicende politiche e militari, una sorta di “opportunismo teologico”. All’epoca delle grandi invasioni i cristiani non considerarono importante una resistenza accanita per salvaguardare la fede, ma grazie al valore del messaggio cristiano ed alla coesione ecclesiale, riuscirono a porsi come ispiratori di un ordine nuovo anziché essere travolti dal crollo dell’impero.

Diversamente l’Oriente cristiano, che si scontrò più tardi con le invasioni barbariche, soprattutto sotto forma delle conquiste musulmane, non riuscì ad attuare questa impostazione ed operare validamente la distinzione tra fede e civiltà finendo per essere spazzato via dall’Islam.



Bibliografia 

C. Dawson “La nascita dell’Europa”, Einaudi, Torino, 1959;
C. Dawson “Religione e formazione della civiltà occidentale” Edizioni Paoline, 1959;
J. M. Wallace-Hadrill “L’Occidente Barbarico”, Mondadori, Milano, 1963;
P. Riché “Educazione e cultura nell’Occidente barbarico”, Armando, Roma, 1965;
R. S. Lopez “La nascita dell’Europa. Secoli V-XIV”, Einaudi, Torino, 1966.

martedì 27 settembre 2016

Parte XII - Scritti apocrifi e vangeli gnostici

Nel patetico sforzo di screditare i vangeli canonici, D. Brown e i suoi degni compari, ricorrono alle maniere subdole instillando i germi del dubbio. Presentandola come una rivelazione, danno notizia dell’esistenza di una testimonianza testuale apocrifa che sarebbe più fedele ed attendibile di quella canonica. Tale testimonianza rappresenterebbe il vero messaggio di Gesù, totalmente diverso da quello tradizionalmente conosciuto e per questo avversato dalla Chiesa Cattolica. Tra tali testimonianze, a parere di D. Brown, quella più attendibile è costituita dagli scritti provenienti dalla tradizione gnostica. A pag. 275 de “Il Codice da Vinci” si legge: "…Costantino commissionò e finanziò una nuova Bibbia, che escludeva i vangeli in cui si parlava dei tratti umani di Cristo e infiorava i vangeli che ne esaltavano gli aspetti divini. I vecchi vangeli vennero messi al bando, sequestrati e bruciati […] Fortunatamente per gli storici alcuni vangeli che Costantino cercò di cancellare riuscirono a sopravvivere. I Rotoli del Mar Morto […] e abbiamo anche i rotoli copti scoperti nel 1945 a Nag Hammadi […] [Questi] parlava[no] dei tratti umani del Cristo […] Oltre a raccontare la vera storia del Graal, questi documenti parlano del ministero di Cristo in termini profondamente umani. Naturalmente, il Vaticano, per non smentire la sua tradizione di disinformazione, ha cercato di impedire la diffusione di questi testi…". 

Anche L. Gardner, per suffragare le sue assurde teorie, deve rigettare i vangeli canonici. Nel suo delirante “La linea di sangue del Santo Graal”, a pag. 45, si legge: "Agli inizi della fede cristiana esistevano numerosi vangeli di Gesù. Tuttavia, fu soltanto nel 367 d.C. che il Nuovo testamento cominciò realmente ad assumere la forma che conosciamo". Come vedremo queste affermazioni sono un concentrato di incredibile ignoranza, ma prima di entrare nel merito della questione e capire bene come stanno realmente le cose, reputo sia importante fare un piccolo accenno su cosa s’intende per scritti “canonici” e scritti “apocrifi”.

Il termine “canone” deriva dal greco “kanôn”, ossia “asta dritta e rigida”, cioè la livella, il regolo, il righello, lo strumento per la verifica che le cose siano dritte. Quindi, in senso lato, “kanôn” rappresenta il criterio attraverso il quale giudicare la dirittura di opinioni ed azioni. In Galati 16, 10, per Paolo il “kanôn” è il comportamento cristiano esemplare. In relazione alle Scritture il termine “canone” ha il significato di “norma di fede e di vita”, quindi per “canone biblico” s’intende la lista ufficiale dei libri che compongono la Bibbia e che la Chiesa ha riconosciuto come ispirati, essi costituiscono la regola della fede e dei costumi del cristiano. Dopo un iniziale periodo di tradizione orale, agli inizi del II secolo d.C., scomparsa la generazione dei testimoni oculari, i cristiani davano inizio all’uso di leggere durante le riunioni liturgiche gli scritti prodotti dalle varie comunità che narravano la vita di Gesù. Giustino martire, nel 150 d.C., riferendosi molto probabilmente agli Atti di Luca o a qualche altro scritto collegato ad essi, scrive che a Roma: "…vengono letti i fatti memorabili degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, per quanto il tempo lo consenta. Poi il lettore si ferma ed il capo istruisce a viva voce, esortando all’imitazione di queste buone cose. Quindi tutti ci alziamo in piedi e leviamo preghiere…" (Giustino, Apologia I, LXVII, 3-5). Sono state, quindi, le comunità cristiane delle origini, nate dalla testimonianza degli apostoli, che con la loro attività liturgica hanno selezionato gli scritti su Gesù che ritenevano veritieri e degni di fede (G. Magnani “Religione e religioni: il monoteismo” 2001, Pontificia università Gregoriana, pag. 148). In quel periodo, infatti, circolavano numerosi altri scritti su Gesù che, però, erano molto più tardi e non avevano una tradizione riconosciuta, un’origine certa o, addirittura, provenivano da ambienti eretici e settari come, ad esempio quello ebionita, quello manicheo, quello gnostico, quello marcionita, ecc… I requisiti che hanno determinato la scelta dell’uso liturgico di tali scritti sono principalmente legati alla loro origine, alla loro antichità ed al loro collegamento diretto con la tradizione apostolica. I quattro vangeli canonici, come abbiamo visto, sono tutti del I sec., essendo i più antichi sono vicinissimi ai fatti narrati (G. Theissen “Il Nuovo Testamento” Carocci, 2003). Fondamentale è il loro legame diretto con la predicazione degli apostoli. Inoltre le prime comunità cristiane avevano imparato a riconoscere gli stili diversi di scrittura e, così, sapevano indicarne gli autori. Ad esempio Paolo rendeva riconoscibili le sue lettere: "Questo saluto è di mia mano, di Paolo; ciò serve come segno di autenticazione per ogni lettera; io scrivo così" (2 Cor. 3, 17). 

Il termine “apocrifo” deriva dal greco “Apòkrufa”, che significa “nascosti”, cioè esclusi dalla pubblica lettura liturgica, in quanto ritenuti falsi e di dubbia origine. Successivamente questo termine venne usato per indicare gli scritti eretici e falsi. Oggi l’accezione più diffusa del termine “apocrifo”, non più dispregiativa, è “non canonico”. Ciò è un fatto positivo perché, dal punto di vista storico, anche questi scritti hanno un grande valore, però non sono mai stati reputati degni di far parte del “canone”. Le testimonianze apocrife su Gesù nascono da elaborazioni postume che cercano di soddisfare varie esigenze delle neoformate comunità di cristiani. Molte di queste avevano la forma di storielle fiabesche o di leggende, essendo influenzate dalle tradizioni popolari dei luoghi presso cui il cristianesimo si andava affermando. Questi scritti si presentano, perlopiù, puerili ed infantili. Nel Protovangelo di Giacomo, ad esempio, Maria bambina viene allevata nel Tempio come una colomba che riceve il cibo dalle mani di un angelo. Oppure l’infanzia di Gesù che, essendo trattata brevemente nei vangeli canonici, suscitava molta curiosità. Nei vangeli arabi dell’infanzia, che si riferiscono al periodo in Egitto, Gesù appare come un bambino capriccioso che ricorre al “miracolo” continuamente ed in modo automatico, sono crudeli ed infantili, senza alcunché di spirituale. Un ragazzo urta Gesù bambino e, per questo, viene incenerito. I genitori del morto si lamentano e Gesù li acceca. Oppure Gesù rompe una brocca, ma porta lo stesso l’acqua a sua madre dentro al mantello. Sono, quindi, scritti pesantemente influenzati dalla cultura araba del tempo che non possono essere accreditati da un minimo di veridicità. Un esempio illuminante, che ho tratto da “Processo al Codice da Vinci” di Andrea Tornielli, casa editrice Gribaudi, spiega ottimamente la profonda differenza tra testi canonici ed apocrifi. Volendo porre a confronto due testi riguardanti lo stesso argomento, uno canonico ed uno apocrifo, senza tener conto, per un istante, delle loro differenze di datazione, storiche, filologiche, ecc…, è possibile ritenerli simili e di uguale valore? E’ possibile dire che i vangeli apocrifi riportano la verità e quelli canonici la mistificano? Poniamo, allora, a confronto un brano del vangelo di Matteo, canonico, e un brano del protovangelo dello Pseudo Matteo, apocrifo, che trattano ambedue della fuga in Egitto di Gesù. Leggiamo dal vangelo di Matteo: "Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio”. Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi" (Matteo 2, 13-16). Lo stesso fatto è così riportato dal testo apocrifo del protovangelo dello Pseudo Matteo: "Giunti a una grotta, decisero di riposare sotto di essa, e Maria scese dalla giumenta e si sedette, tenendo in grembo Gesù. Ora, c’erano tre ragazzi che facevano il viaggio con Giuseppe e una ragazza con Maria. Ed ecco che all’improvviso uscirono dalla grotta molti draghi, vedendo i quali i ragazzi si misero a gridare per il grande spavento. Allora Gesù, sceso dal grembo di sua madre, si fermò ritto in piedi di fronte ai draghi e quelli lo adorarono, e dopo averlo adorato si allontanarono da loro. Così si adempì ciò che era stato preannunciato dal profeta Davide, che aveva detto: “Lodate il Signore della terra, o draghi, e tutti voi, o abissi”. E il piccolo Gesù, camminando davanti a loro, ordinò che non facessero del male a nessuno […] Similmente lo adoravano i leoni e i leopardi e si accompagnavano con essi nel deserto: dovunque andavano Maria e Giuseppe, li precedevano indicando la strada e chinando il capo adoravano Gesù […] Nel terzo giorno dopo la loro partenza accadde che Maria nel deserto si stancò per il troppo ardore del sole, e vedendo un albero di palma disse a Giuseppe: “Vorrei riposare un poco alla sua ombra”. E Giuseppe si affrettò a condurla sotto la palma e la fece scendere dalla giumenta. Appena si fu seduta, guardando la chioma della palma, vide che era carica di frutti e disse a Giuseppe: “Desidererei, se fosse possibile, raccogliere di quei frutti di questa palma” […] Allora il piccolo Gesù, che con il volto sorridente riposava nel grembo di sua madre, disse alla palma: “Piegati, albero, e ristora mia madre con i tuoi frutti!”. E subito, a questa voce, la palma chinò la sua cima fino ai piedi di Maria, e da essa raccolsero frutti con cui tutti si saziarono…". 

Come è facile constatare il testo apocrifo descrive un mondo fantastico popolato di draghi e belve feroci con palme che si piegano e con Gesù descritto come una sorta di “super eroe”. Il testo canonico, invece, si distingue per la sua sobrietà e per un linguaggio più serio e, per questo, più veritiero ed accettabile. Non è stata, quindi, una volontà superiore ad escludere scritti ritenuti scomodi, ma i testi apocrifi vengono scartati proprio perché non possono reggere il confronto con quelli canonici.

D. Brown, che presumibilmente ignora tutto ciò, si affida proprio ad un particolare tipo di letteratura apocrifa per sostenere le sue assurdità, cioè i cosiddetti “vangeli gnostici”. Sempre facendo ricorso all’inganno di tirare in ballo fantomatici storici ed esperti (di cui, però, non cita mai i nomi, n.d.r.) propone come unici testi depositari della verità gli ormai famosi testi gnostici scritti intorno al secondo secolo (tra il 120 e il 200 d.C.) e ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi in Egitto. A suo parere questi testi svelerebbero il vero senso della missione di Gesù, ovviamente diverso da quello rivelato dai vangeli canonici, descrivendo un Cristo profondamente umano che non aveva alcuna intenzione di essere proclamato Dio. 

Immancabilmente siamo di fronte all’ennesima falsità, ma prima di entrare nei particolari penso sia bene spiegare che cosa sia lo gnosticismo, ossia l’ambiente in cui si sono formati questi testi tanto cari a D. Brown (personalmente ho fondati dubbi che D. Brown ne sappia qualcosa, n.d.r.).

Prima della scoperta di questi testi si aveva una conoscenza molto vaga ed imprecisa di questa corrente religioso-filosofica. Tutto quello che si sapeva dello gnosticismo lo si ricavava dalle citazioni e dai commenti, molto spesso ostili, che si ritrovano nelle opere della patristica cristiana. Con i testi rinvenuti a Nag Hammadi nell’alto Egitto, scritti sulla pelle di tali codici in lingua copta, si è oggi in grado di ricostruire con precisione l’origine e le caratteristiche di questo movimento spirituale. Con il termine “gnosticismo” si indicano una serie di sette e scrittori spirituali, attivi nel II e III secolo d.C., che hanno avuto la loro origine nel colto ambiente intellettuale ellenista di Alessandria d’Egitto. Essi propugnarono una visione mistico-filosofica del cristianesimo, una sorta di sistema sincretistico in cui confluirono svariate tradizioni religiose di quel tempo. Si trattò, quindi, di una elaborazione postuma secondo gli schemi della cultura occidentale di stampo ellenista che non aveva niente in comune con la visione semita-ebraica. Leggendo questi scritti gnostici si possono trovare innumerevoli esempi di questa distanza tra l’elaborazione gnostica e la tradizione giudeo-cristiana. Tra questi, curioso, è il versetto 17 del vangelo detto “di Filippo”: “Taluni hanno detto che Maria ha concepito dallo Spirito Santo. Essi sono in errore. Essi non sanno quello che dicono. Quando mai una donna ha concepito da una donna?“. Il senso di questo versetto è dato dal fatto che in ebraico all'espressione “Spirito Santo” corrisponde il termine “Ruah” che è femminile. Punto centrale di questa filosofia è la “gnosi”, dal greco “gnosis”, conoscenza, che viene concessa a piccoli gruppi di eletti ed iniziati dal sommo rivelatore celeste, il vero Dio. Ad esempio, dal Vangelo della Verità, uno scritto dello gnostico Valentino, tra quelli ritrovati in Egitto, si legge: "Questa è la manifestazione e la rivelazione del Padre ai suoi eoni: Egli ha rivelato ciò che di sé era nascosto e l'ha spiegato. Chi è infatti colui che esiste, se non il Padre solo? Tutti i luoghi sono sue emanazioni. Essi hanno conosciuto che sono usciti da Lui. Prima essi lo conoscevano come figli in un uomo perfetto, perché non avevano ancora ricevuto una forma né avevano ancora ricevuto un nome, che il Padre produce per ciascuno. Lo conoscono allorché ricevono una forma dalla gnosi…" (Vangelo della Verità, versetto 18). Quindi per gli gnostici la salvezza dipende solo dal ricevere questa “…forma dalla gnosi…”, cioè la Conoscenza. 

Gli gnostici credevano nell’esistenza di un altro Dio, inferiore e malvagio, chiamato in diversi modi: “Arconte”, “Demiurgo”, “Cosmocreatore”, ecc…, che, per una sua egoistica ed egocentrica fantasia, crea un mondo materiale passionale e peccaminoso per intrappolare l’uomo. Tutto ciò che lo circonda, le passioni, i sentimenti, le pulsioni carnali, è ritenuto demoniaco. Per l’uomo l’unica possibilità di salvezza è, appunto, la “conoscenza”, cioè la “gnosi”, che viene donata da un essere celeste rivelatore, cioè il Cristo. Ma anche questo Cristo non ha niente di terreno, è identificato come un “eone” che appare sulla terra dopo un lungo e complicato processo di emanazioni divine provenienti dal Sommo Essere. Quindi, occorre precisare, per gli gnostici Cristo non si incarna, ma resta sempre al di sopra della realtà carnale umana e questa rivelazione non è per tutti gli uomini, ma solo per coloro capaci o preparati ad accogliere la gnosi. Dal vangelo “gnostico” detto “di Filippo”, si legge: "Il Cristo è venuto a riscattare alcuni, a liberare altri, a salvare altri. Quelli che erano stranieri egli li ha riscattati e li ha fatti suoi. Ed ha separato i suoi, quelli che ha costituito come pegno, secondo la sua volontà. Non solo quando si è manifestato egli ha deposto la sua anima quando ha voluto, ma da che esiste il mondo, egli ha deposto la sua anima. E quando ha voluto, allora è venuto a riprenderla, poiché essa era stata lasciata come pegno. Era in mezzo a ladroni ed era stata tenuta prigioniera: egli l'ha riscattata e ha salvato i buoni nel mondo, e anche i cattivi" (Vangelo di Filippo, versetto 9). Secondo questo “vangelo”, quindi, Cristo si è manifestato solo attraverso la sua anima. Dello stesso tenore anche il Vangelo della Verità: "Dopo che egli fu apparso, istruendoli circa il Padre, l'incomprensibile, dopo che ebbe soffiato in loro ciò che è nel Pensiero, eseguendone il volere, dopo che molti ebbero ricevuto la luce, alcuni si rivolsero contro di lui, perché erano estranei e non vedevano la sua immagine. Gli uomini ilici non avevano capito che egli si era presentato sotto una somiglianza di carne, a cui nessuno poteva impedire il cammino, essendo dotata di incorruttibilità e incoercibilità" (Vangelo della Verità, versetto 21).

Questa concezione deteriore della creazione porta, necessariamente, gli gnostici a ripudiare in blocco l’Antico Testamento, come abbiamo già visto a proposito del viaggio a Roma dello “gnostico” Marciano (Parte VIII). Anzi, la ribellione di Adamo ed Eva, cioè il peccato originale, è vista come l’inizio della salvezza dell’uomo in quanto rappresenterebbe il primo passo verso il totale ripudio della creazione. Lo gnostico si trova così al di sopra delle leggi morali che sono state istituite da un demiurgo inferiore. 

Secondo D. Brown questi testi descriverebbero un Cristo profondamente umano che non si propose mai come Dio. Mi chiedo: ma D. Brown li ha mai letti questi vangeli? Come abbiamo visto la figura del Cristo che traspare da questi scritti è tutto fuorché umana. In una ambientazione fantastica, piena di simbolismi complicati e riferimenti esoterici, Gesù appare come un etereo “eone” che tiene lunghi sermoni su “camere nuziali” e “arconti” rivolgendosi, in un linguaggio misterioso, ad una ristretta èlite intellettuale. Per avere un’idea della complessità e dell’esclusività dell’elaborazione gnostica, riporto alcuni versetti del vangelo detto “di Filippo”: “Ogni pianta che è nei cieli è piantata da mio Padre, che è nei cieli, e non si sradica piú. Coloro che sono separati verranno uniti e verranno resi perfetti. Tutti quelli che entreranno nella camera nuziale genereranno nella luce. Infatti essi non genereranno come i matrimoni che noi vediamo, perché avvengono nella notte: infatti se la luce risplende nella notte, si spegne. Invece i misteri di questo matrimonio si compiono di giorno e alla luce. Quel Giorno e quella Luce non tramontano mai. Se qualcuno diventa figlio della camera nuziale, riceverà la Luce. Se qualcuno non la riceve finché è in questo luogo, non potrà riceverla nell'altro Luogo. Colui che avrà ricevuto quella Luce non potrà essere visto né trattenuto; e nessuno potrà affliggere un simile uomo, anche se egli dimora ancora nel mondo o quando lascia il mondo. Egli ha già ricevuto la Verità attraverso le immagini: il mondo è divenuto come un eone, perché l'eone è per lui il Pleroma, ed è cosí fatto: si è manifestato a lui solo, non nascosto nelle tenebre o nella notte, ma celato in un Giorno perfetto e in una Luce santa” (Vangelo di Filippo, versetti 126-127). E’ chiaro che ci troviamo di fronte ad una elaborata tradizione postuma che non ha alcuna valenza di carattere storico.

In realtà sono proprio i vangeli canonici gli unici a tratteggiare con forza i lati umani di Gesù (per la dottrina cattolica Gesù è vero Dio, ma anche vero uomo, n.d.r.). Come abbiamo già visto, Gesù mangia e beve con gli apostoli, prova fatica, come al pozzo di Giacobbe con la samaritana (Gv 4, 6-7), prova emozioni come il dolore per la scomparsa del suo amico Lazzaro (Gv 11, 33-36), l’angoscia e la paura, come nell’orto del Getsemani (Mc 14, 36) e sulla croce (Mt 27, 46). Volendo calarsi completamente nella condizione umana, Gesù, si lascia tentare dal diavolo nel deserto (Mt 4, 1-11) e, specialmente, si lascia umiliare ed uccidere con il supplizio della croce. La stessa risurrezione è quella della carne a cui tutti sono chiamati alla fine dei tempi. Gli gnostici erano di cultura profondamente ellenizzata, quindi, nella loro postuma elaborazione del cristianesimo (II e III secolo d.C.) la risurrezione è solamente un rinnovamento interiore operato dalla fede. Il corpo è visto come un qualcosa di negativo, un semplice involucro dell’anima. Esattamente il contrario di ciò che hanno testimoniato gli Apostoli. Per gli ebrei e, quindi anche per i cristiani, l’uomo è un composto indissolubile di materia e spirito. Il famoso apologeta del Cristianesimo primitivo, Tertulliano, soleva dire “Caro, cardo est salutis”, ossia “La carne è il cardine della Salvezza”. Tutte le apparizioni di Gesù risorto riportate dai vangeli canonici sono caratterizzate da riferimenti precisi alla coesistenza di anima e corpo. Gesù risorto mangia del pesce e del pane con gli apostoli (Gv 21, 9-15), dice a Tommaso di stendere la sua mano nel suo costato (Gv 20, 27). Nel suo vangelo scritto per i greci che, appunto, consideravano un’assurdità l’idea della risurrezione, Luca riporta chiaramente le parole di Gesù: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Lc 24, 38-39). Il termine “toccatemi” nell’originale greco è l’imperativo del verbo “pselafào” che significa letteralmente “tasto”, “palpo” qualcosa, quindi, di estremamente materiale. 

Conformemente a queste evidenze la Chiesa Cattolica conferisce all’umanità di Gesù un altissimo valore sacramentale. I Sacramenti, infatti, nella liturgia cattolica, rappresentano dei segni esteriori che ci mettono in contatto con le realtà soprannaturali. In quest’ottica, l’umanità di Gesù è il Sacramento di Dio. ”Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre” […] Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre […] Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?” (Gv 14, 6-10).

lunedì 19 settembre 2016

L'abominio laicista: l'eutanasia dei minori

Alla fine, fatalmente, ci si è giunti: in Belgio è stato legalmente ucciso il primo minorenne con la "dolce" morte, l'eutanasia. In questo paese, infatti, a differenza dell'Olanda, primo paese europeo a legalizzare l'eutanasia, ma solo dopo i dodici anni, non esiste alcun limite di età. Il ragazzo ucciso aveva presumibilmente diciassette anni e, secondo quanto disposto dalla legge belga, avrebbe autonomamente chiesto di morire, con l'avallo obbligatorio dei genitori.

Certamente la legge belga impone paletti molto restrittivi all'applicazione di questa misura estrema, ma resta il fatto che se ad un minore, cioè ad una persona che per definizione non è in grado di prendere delle decisioni in modo pienamente consapevole, viene concessa una possibilità del genere significa che ai genitori viene praticamente consegnata una sorta di licenza di uccidere. Il minore, infatti, non potendo validamente e pienamente esprimere una sua volontà finisce per essere "propriamente" ucciso, anche considerando la vicenda in termini più strettamente laicistici. Anche a diciassette anni non si è in grado di decidere, un giovane chiede di non sentire più dolore e di guarire, non di morire. E' chiaro che l'eventuale richiesta a favore dell'eutanasia è solamente il frutto di una pressione psicologica dell'ambiente, di genitori disperati che, in quanto tali, non hanno piena cognizione di ciò che fanno e di medici che non sostengono il valore della vita, di qualunque vita e che non sanno fare altro che proporre la morte come soluzione. La prospettano come se fosse un asettico atto medico, una soluzione come tante altre, mentre invece non è affatto così. In realtà accelerare la fine di una vita non è affatto un atto medico (Dichiarazione sull'Eutanasia dell'Associazione Medica Mondiale - 39 Assemblea - Madrid 1987)

La tanto sbandierata "scelta di libertà" che vanno farneticando i laicisti si rivela, quindi, un vero e proprio viatico per l'omicidio legalizzato. Perché la degenerazione belga non è altro che la logica ed inevitabile conclusione del pericoloso cammino intrapreso dal laicismo che con la falsa ideologia della "libertà di scelta" finisce per distruggere il più elementare valore e diritto dell'uomo, cioè quello alla vita. La vita umana costituisce un valore fondamentale in se e, in quanto tale, non può dipendere da una soggettiva interpretazione umana.

Siamo di fronte ad un corto circuito laicista che assoggetta un valore oggettivo ad una valutazione soggettiva che falsamente e criminalmente chiama libertà, mentre è solo un nocivo libertalismo. Per questo l'eutanasia è sempre sbagliata, essa si basa sul misconoscimento della vita come un bene considerandola semplicemente un oggetto, di cui tutti possono disporne.

martedì 6 settembre 2016

L'offesa laicista al senso del sacro.

Faceva ridere la Guzzanti, Sabina Guzzanti, davvero. A me divertiva molto, la seguivo ai tempi di La TV delle ragazze, memorabili certi suoi personaggi, come Moana Pozzi, Massimo D'Alema, Silvio Berlusconi. Poi il virus laicista anticlericale la colpì profondamente e arrivò il suo penoso tramonto. Si rinchiuse in una piccola nicchia di volgarità e violenza da dove lancia le sue invettive facendo del vilipendio e della becera offesa personale le sue armi preferite. 

Se sodomizzazioni e fellatio caratterizzano il livello culturale della Guzzanti, non c'è certo da stupirsi che, contrariamente allo sdegno nazionale, a lei sia piaciuta la vergognosa vignetta del Charlie Hebdo sul terremoto in centro Italia. Del resto è proprio la pornografia il mezzo d'espressione usuale del giornaletto francese. Questo comune retroterra culturale tra la Guzzanti e CH non poteva non portare all'offesa gratuita ed allo sfruttamento del dolore. Così come non ci fu il rispetto del sacro, adesso non c'è stato quello per il dolore. 

La Guzzanti e CH dicono che la satira non deve necessariamente far ridere, bensì far riflettere denunciando le cose che non vanno senza fermarsi davanti a nulla. Ma quella vignetta cosa ha generato? Denuncia, riflessione o unanime sdegno? Ironizzare sui morti, vituperare il dolore dei sopravvissuti, quando ancora ci sono i corpi sotto le macerie, significa fare denuncia o aggiungere dolore a dolore? Se la satira non deve fermarsi davanti a nulla perché si è levato un coro generale di sdegno? Persino la stessa Francia si è dissociata dall'iniziativa del giornaletto pseudosatirico. 

Secondo il mio parere questo schifo deriva dalla perdita del senso del sacro. La vita è sacra, quindi anche il suo ricordo, i defunti, i cari scomparsi. La satira deve fermarsi quando vuole entrare nella sfera del sacro, sia laico che religioso. Perché significa violentare l'intimità della persona, violare il nostro profondo umano e nessuna satira può giustificare tale violenza inaudita. Per fare denunce e suscitare scandali ci sono altri mezzi, ma questo no.