lunedì 31 luglio 2017

Parte XXII - I Templari

Credo non sia mai esistito un ordine religioso che abbia suscitato tanto interesse e curiosità come quello dei Templari. Sul conto di questi monaci sono fiorite innumerevoli leggende e storie fantastiche. Sono stati considerati come depositari di conoscenza aliene, come i primi esploratori europei del Nord America, come i precursori delle logge massoniche, ecc… 

Fatalmente anche D. Brown e compagnia li tirano in ballo per piegare la storia alle loro assurde teorie. Ne “Il Codice da Vinci”, da pag. 190 si possono leggere simili scempiaggini: "…Intendi dire che i templari sono stati fondati dal Priorato di Sion per recuperare una raccolta di documenti segreti? Pensavo che fossero stati creati per proteggere i luoghi santi”. “Un equivoco comune. L’idea di proteggere i pellegrini era la scusa scelta dai templari per compiere la loro missione. Il loro vero scopo in Terrasanta consisteva nel recuperare i documenti dalle rovine del tempio […] ma c’è un particolare su cui tutti gli studiosi concordano: i cavalieri hanno di certo scoperto qualcosa fra le rovine, e questa scoperta li ha resi ricchi e potenti al di là di ogni immaginazione […] I cavalieri pensavano che i documenti cercati dal Priorato fossero sepolti in profondità sotto le rovine, e in particolare sotto il sancta sanctorum […] Per quasi un decennio i nove cavalieri erano vissuti nelle rovine e avevano scavato in totale segretezza nella roccia. […] avevano poi portato via il tesoro ed erano tornati in europa, dove in breve erano diventati potentissimi […] [la Chiesa ha cercato] di comprare il loro silenzio, ma il papa Innocenzo II aveva immediatamente emanato una bolla papale senza precedenti, che attribuiva ai templari un potere illimitato e li dichiarava “una legge in se stessi”, un esercito autonomo, sottratto a qualsiasi interferenza di re e prelati, di religione e politica.[…] Verso il 1300, la bolla papale aveva permesso ai Templari di ottenere un tale potere che il Papa Clemente V aveva deciso di prendere provvedimenti. Operando di concerto con il re di Francia Filippo IV, il papa aveva studiato un'ingegnosa operazione lampo per eliminare i Templari e impadronirsi del loro tesoro, impossessandosi così del segreto che minacciava la Chiesa. Con un'operazione militare degna della CIA, il Papa Clemente aveva inviato ordini segreti sigillati che dovevano essere aperti contemporaneamente dai suoi soldati in tutta Europa il venerdì 13 ottobre del 1307…». 



Anche L. Gardner, in quanto a corbellerie non è da meno, secondo la sua ricostruzione “storica” il compito di proteggere i pellegrini e i luoghi santi dagli infedeli era solo una copertura, anzi, i Templari furono tolleranti ed amichevoli con ebrei e musulmani. In realtà la loro presenza in Terrasanta serviva solo per svolgere la missione di recuperare il tesoro degli Ebrei tra cui c’erano i misteriosi documenti del sangréal e, addirittura, la biblica Arca dell’alleanza, miracolosamente rimasta intatta fino ad allora! A pag. 301 del suo libro afferma: «Sebbene i primi Templari avessero un’affiliazione cristiana, erano noti fautori della tolleranza religiosa, il che permetteva loro di essere diplomatici influenti sia nella comunità ebraica che in quella islamica. Tuttavia, questa associazione liberale con ebrei e mussulmani fu denunciata come “eresia” dai vescovi cattolici e contribuì non poco alla scomunica dei Cavalieri da parte della chiesa di Roma nel 1306».



Quindi tutti gli studi storici sulla religiosità medioevale, sullo spirito crociato, sulla spiritualità degli ordini monastici, sulla guerra santa, ecc… sono tutte sciocchezze! L’istituzione dell’Ordine dei Templari fu tutta una montatura per coprire il vero obiettivo: proteggere la discendenza e recuperare il tesoro del sangréal

Ma allora, molto probabilmente, il Gran Maestro dei Templari, Girardo di Riderford, doveva aver bevuto un po’ troppo se, nel 1187, prima della battaglia di Cresson, arringava così i suoi monaci guerrieri: «Miei carissimi fratelli e compagni d’armi, vi siete sempre opposti a queste genti mendaci e vane, avete reclamato da loro vendetta e ogni volta le avete sconfitte…», oppure il Saladino fu veramente irriconoscente se dopo la battaglia di Hattin, 4 luglio 1187, la più disastrosa sconfitta dei crociati in Terrasanta, fece scannare tutti i Templari caduti prigionieri, tra cui lo stesso Girardo di Riderford, lasciando inaspettatamente in vita il re cristiano di Gerusalemme Guido da Lusingano. Forse non aveva una gran simpatia verso i Templari visto che erano i più irriducibili avversari dell’Islam e che, poco prima della battaglia, si divertirono a bruciare vive tutte le donne musulmane dei paraggi ritenendole streghe e spie. La stessa antipatia devono averla suscitata anche nel sultano mamelucco Baibars, se nel 1250, durante la settima crociata, organizzò a Mansura, in Egitto, una mattanza in cui perirono tutti i Templari al seguito di re Luigi IX di Francia. Oppure i Templari al seguito di re Riccardo “Cuor di Leone”, l’eroe crociato per eccellenza, non dovevano essere stati di buon umore se dopo la caduta di Acri, nel 1191, trucidarono circa 2700 prigionieri islamici. 

Potrei continuare ancora per molto, ma è inutile. La realtà è ben evidente: i cavalieri Templari erano un ordine religioso militare nato per difendere i luoghi santi dagli infedeli e i pellegrini che vi si recavano, mentre D. Brown, L. Gardner e compagnia sono una massa di manipolatori che si diverte a scrivere panzane in barba all’evidenza storica.
I cavalieri Templari costituirono principalmente una organizzazione militare, con le loro ricchezze costruirono diverze fortezze in Terrasanta addestrando quelle che, con ogni probabilità, furono le migliori unità militari del tempo.

Secondo D. Brown i Templari costituivano il cosiddetto braccio armato del “Priorato di Sion”, ma in realtà, come abbiamo visto, questo priorato non è mai esistito, fu solo un parto della fantasia di Plantard. Le uniche notizie certe che abbiamo ci parlano di un Goffredo di Buglione fondatore, all’indomani della conquista di Gerusalemme, nel 1099, di una abbazia di “Nostra Signora del Monte Sion”. Tra l'altro, essendo questa comunità di monaci un'abbazia, era retta da un abate e non da un Priore e, quindi, non può essere chiamata “Priorato”. Questa comunità sopravvisse in Palestina fino alla riconquista musulmana del 1291, i pochi monaci superstiti si trasferirono in Sicilia dove la loro comunità si estinse nel XIV secolo. Fu una semplice comunità monastica, come tante in quel periodo, senza alcun collegamento con i Templari, la Maddalena e Santi Graal di sorta. 

I Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone, meglio noti come Templari, furono un ordine monastico militare cristiano. L’origine di tale ordine si colloca attorno all’anno 1118, quando, subito dopo la prima crociata, nove cavalieri, tra cui anche Andrea di Montbard, zio di S. Bernardo di Chiaravalle, fanno voto di proteggere i luoghi santi ed i pellegrini dai musulmani. Si trattò, quindi, di un fenomeno figlio della spiritualità crociata tipico della Chiesa medioevale. Nove anni dopo la fondazione dell’ordine, il re di Gerusalemme di allora, Baldovino II, così scriveva a S. Bernardo di Chiaravalle, la guida religiosa più prestigiosa dell’epoca: «Baldovino II, per grazia di Gesù Cristo, re di Gerusalemme e principe d’Antiochia, porge il suo deferente ossequio al degno padre Bernardo, abate di Chiaravalle. I frati Templari, da Dio chiamati alla difesa della Nostra Terra […] desiderano ricevere approvazione apostolica e una regola specifica per il loro ordine […] La regola dell’Ordine dei Templari dovrebbe essere tale che s’adatti a uomini viventi fra i torbidi della guerra…». Appare chiaro, quindi, l’intento di conferire ai Templari l’incarico di proteggere militarmente i luoghi santi e i pellegrini. L’ordine fu poi ufficializzato nel 1139 dal papa Innocenzo II con la Bolla “Omne datum optimum” in cui veniva accettata la Regola dei Templari. Tale regola, ispirata dallo stesso S. Bernardo di Chiaravalle, si caratterizzava dalla totale obbedienza alla Chiesa Cattolica, alla sua gerarchia ed al Papa, dall’amore verso i santi e la Madonna e dalla difesa dei luoghi santi e dei pellegrini. Come qualsiasi altro ordine monastico medioevale i Templari conducevano una vita immersa nella preghiera liturgica quotidiana con molte privazioni facendo voto di povertà e castità. S. Bernardo di Chiaravalle esaltò le virtù cristiane e cattoliche dei Templari nella sua opera "De Laude Novae Militiae" dove, tra i vari compiti dell’Ordine, spiccava quello della difesa dei luoghi santi e dei pellegrini.

Il testo ufficiale della Regola dei Templari fu approvato nel 1128 al Concilio di Troyes, in Francia, e in quell’occasione il papa decretò anche l’esenzione dell’ordine. Lungi dall’essere, come afferma quel somaro di D. Brown, un tentativo del papa di comprare il loro silenzio (sic!), l’esenzione degli ordini monastici era una pratica comunissima. Il papa stesso garantiva la loro santità e cattolicità per cui erano esentati dall’autorità episcopale per rendere conto direttamente a lui. Ciò serviva a garantire una maggiore mobilità missionaria e libertà interna, si trattava di un servizio particolare alla Chiesa attraverso la pronta obbedienza al papa. Stessa esenzione fu accordata anche agli Ospitalieri, cioè i cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni Battista e ai cavalieri Teutonici. 

I cavalieri Templari derivano il proprio nome dal fatto che nel 1118 il re di Gerusalemme, Baldovino II, gli assegnò come residenza alcuni locali del palazzo reale situato nelle vicinanze del Tempio di Salomone. E’ quindi totalmente inventata la storia secondo la quale i Templari risedettero all’interno del Tempio per scavare nel Sancta Santorum. Secondo tutta la letteratura-spazzatura fiorita attorno ai cavalieri Templari, questi avrebbero trovato un tesoro nascosto che li avrebbe resi ricchissimi. Ovviamente si tratta di una grossa sciocchezza se non altro perché tra le rovine del tempio non c’era più nulla da trovare. Il primo tempio, quello di Salomone, che doveva contenere la famosa Arca dell’Alleanza, fu saccheggiato e raso al suolo dai Babilonesi di Nabucodonosor nel 598 a.C., a cui seguì la deportazione di parte della popolazione (cattività babilonese). Il secondo tempio, quello fatto costruire da Erode il Grande, da dove Gesù scacciò i mercanti, fu distrutto dai Romani di Tito nel 70 d.C.
Di questa distruzione conserviamo un'eccezionale testimonianza oculare di Giuseppe Flavio nella sua “Guerra giudaica” di cui riporto qualche brano: «Cesare (cioè Tito, n.d.r.) nell’impossibilità di arginare la furia dei soldati, mentre d’altro canto l’incendio si sviluppava inesorabilmente, accompagnato dai suoi generali entrò nel tempio per vedere il luogo sacro e gli oggetti in esso contenuti, che superavano di gran lunga la fama che ne correva fra gli stranieri e non erano inferiori al vanto e alla gloria che se facevano i giudei […] Mentre il tempio bruciava, gli assalitori saccheggiarono qualunque cosa capitava […] l’altezza del colle e la grandezza dell’edificio in fiamme davano l’impressione che bruciasse l’intera città, […] Incendiarono inoltre le stanze del tesoro, in cui erano riposti un’infinità di denaro, di vesti preziose e altri oggetti di valore: in una parola tutta la ricchezza dei giudei, avendovi i signori trasferito tutto ciò che tenevano nelle loro case. […] Tutti i soldati avevano fatto tanto di quel bottino, che in tutta la Siria l’oro scese alla metà del valore di prima […] Per i capi e le loro bande l’ultima speranza era rappresentata dalle gallerie sotterranee; rifugiatisi la dentro pensavano di non essere ricercati, e quando poi, completata l’espugnazione della città, i romani se ne sarebbero andati, essi contavano di venir fuori e di svignarsela. Ma questo non era che un sogno, perché erano destinati a non sfuggire né al dio né ai romani […] In quei giorni un sacerdote di nome Gesù, figlio di Thebuthi, ottenuta da Cesare la promessa della grazia se avesse consegnato qualcuno dei preziosi oggetti sacri, venne fuori portando due candelabri che erano stati nascosti nel muro del tempio, e inoltre tavole e vasi e coppe, tutto d’oro massiccio; per di più consegnò i veli e i paramenti dei sommi sacerdoti con le gemme preziose e molti arredi per le cerimonie di culto. Fu poi anche catturato il tesoriere del tempio, di nome Finea, che tirò fuori le tuniche e le cinture dei sacerdoti, e gran quantità di stoffe colorate di porpora e di rosso conservate per riparare il velario del tempio, e un’infinità di cinnamomo, di cassia e di ogni altro profumo, che venivano mescolati e bruciati quotidianamente per incensare il dio. Egli consegnò anche molti altri oggetti preziosi e non pochi paramenti sacri, e così si guadagnò il perdono riservato ai disertori sebbene fosse stato catturato con le armi…» Giuseppe Flavio – (Guerra giudaica VI, 4-8).

Il tempio fu, quindi, letteralmente spogliato di tutto e completamente distrutto. I Romani s’impossessarono di un tesoro enorme tanto che a Roma ne è rimasta una memoria famosissima. Nel foro, tra il tempio dedicato alla dea “Roma” e i primi palazzi imperiali del Palatino, all’inizio della via Sacra, sorge il celebre arco di trionfo in onore della vittoria di Tito sui Giudei. In una delle due pareti interne è raffigurato il corteo che sfila in trionfo ed è chiaramente visibile il tesoro trafugato dal tempio da cui svetta una enorme menorah (uno dei grandi candelabri d’oro a sette bracci che ornavano il Sancta Santorum, n.d.r.). Successivamente, dopo la seconda ribellione giudaica del 135 d.C., soffocata nel sangue dall’Imperatore Adriano, Gerusalemme fu romanizzata e ribattezzata Aelia Capitolina. Sul luogo dove sorgeva il tempio di Erode ne fu innalzato uno nuovo in onore a Giove Ottimo Massimo Capitolino. Nel 638 d.C., durante la prima fase dell’espansione islamica, Gerusalemme fu conquistata dal califfo Omar e sottoposta a saccheggi e distruzioni. Su ciò che restava del tempio i musulmani costruirono due moschee ancora oggi visibili, la grande moschea di Omar con la sua cupola dorata e la moschea di Al Aqsa

La balzana idea di poter ancora trovare un tesoro favoloso in un luogo noto come il tempio di Gerusalemme dopo il passaggio di Babilonesi, Persiani, Seleucidi, Romani, Omayyadi, Abbasidi, Fatimidi, Turchi Selgiuchidi e Ottomani poteva venire solo ad ignoranti come D. Brown e i suoi accoliti.
L’enorme ricchezza posseduta da questo ordine monastico derivò, invece, proprio dall’esenzione di cui godette. Questo status permise ai Templari di sottrarsi al pagamento di tasse e gabelle del potere temporale e di esigere le decime. Successivamente, per oltre due secoli, l’ordine fu abbondantemente gratificato da lasciti e donazioni. Possedevano in tutta Europa terre, castelli, casali, aziende agricole, che organizzarono in modo tale da costituire un sistema di rifornimento per i loro eserciti in Terrasanta. L’Ordine dei Templari ebbe le sue più importanti basi in Sicilia, ma specialmente in Puglia, per via della sua posizione strategica, tanto che si può parlare di una vera e propria provincia templare dell’Apulia (XII secolo). Trani, Molfetta, Barletta, Brindisi, Matera, Bari, Andria e Foggia ospitarono insediamenti dell’ordine. Altra importantissima attività dell’ordine fu il controllo economico dei traffici mercantili e militari con l’oltremare, attraverso lo sviluppo di vere e proprie attività bancarie.

Fu proprio questa sua enorme ricchezza che decretò, paradossalmente, la fine dell’Ordine dei Templari. Bisogna, infatti, precisare che le affermazioni di D. Brown e dei suoi compari circa una feroce persecuzione dei Templari perpetrata dalla Chiesa volta a distruggere il famoso “segreto”, sono del tutto false, senza alcun fondamento storico. Il problema di questa letteratura da quattro soldi è proprio la mancanza della più elementare nozione storica, sono tutte indegne panzane date a bere ad un esercito di creduloni. Basta consultare un qualsiasi testo storico sull’argomento per scoprire che, in realtà, fu il re di Francia, Filippo IV, detto “il Bello”, oppresso dai debiti e desideroso d’impadronirsi dell’immenso tesoro dei Templari, ad organizzare una vera e propria azione di polizia arrestando, contemporaneamente, il 14 settembre 1307, tutti i monaci templari del suo regno e confiscando i loro beni.

Per capire bene come andarono le cose occorre ripercorrere brevemente la storia di quegli anni. Nel XIII secolo il re di Francia, Filippo IV, “il Bello”, dopo aver abbandonato la politica di pace con l’Inghilterra dell’illuminato regno del santo re Luigi IX, attaccò, nel 1294, il feudo di Guascogna, sotto sovranità inglese, venendosi a trovare ben presto nell’assoluta necessità di reperire i fondi necessari per sostenere lo sforzo bellico. Per poter attuare questo duplice disegno, libertà d’azione e reperimento dei fondi, il re di Francia ebbe la necessità avere la Chiesa sotto il suo assoluto controllo. A questo progetto si oppose fieramente papa Bonifacio VIII che condannò aspramente, con la bolla “Unam Sanctam”, le sempre più pressanti ingerenze del re negli affari della Chiesa. Iniziò, così, un vero e proprio braccio di ferro tra la Chiesa ed il regno francese. A motivo della guerra, Filippo IV impose la tassazione del clero passando sopra ad ogni ostacolo, come la condanna a morte del vescovo di Pamiers che si era opposto. La diplomazia del re prese a sostenere la famiglia nobiliare dei Colonna, che erano i principali avversari del papa. Ritenendo che le dimissioni del precedente papa, Celestino V, non erano canonicamente accettabili, il re e i Colonna, contestavano la legittimità dell’elezione di Bonifacio VIII. La crisi s’inasprì talmente che il re, appoggiato dai Colonna, cercò perfino di catturare il papa per poterlo processare e condannare. E’ il famoso episodio passato alla storia come lo “schiaffo di Anagni”. Il papa fu subito liberato, ma, forse, a causa degli stenti e stremato dagli eventi, morì poco dopo senza aver avuto il tempo di pronunciare la scomunica di Filippo IV, che aveva già preparato.
Avendo finalmente il campo libero e reputandosi al di sopra di ogni potere, dopo il brevissimo pontificato di Benedetto XI (1303-1304), Filippo IV riuscì a condizionare, attraverso i cardinali suoi sudditi, il lunghissimo conclave che si tenne a Perugia fino ad imporre l’elezione al soglio pontificio di Clemente V, il debole e malato arcivescovo di Bordeaux, che fu incoronato papa nel 1305 a Lione alla sua presenza. Il controllo esercitato dal re era divenuto così potente che la sede papale fu trasferita da Roma ad Avignone, ritenuta città più sicura. 
A questo proposito è penoso constatare l’ennesima figura da somaro che l’impietoso D. Brown riserva al suo “storico” Teabing. A pag. 397 de “Il Codice da Vinci” si legge: «…Langdon pensò alla famosa cattura dei templari nel 1307, lo sfortunato venerdì 13, allorché il papa Clemente aveva ucciso e sepolto centinaia di templari. “Ma ci evono essere centinaia di tombe di cavalieri uccisi dai papi”. “Aha, niente affatto!” rispose Teabing. “Molti di loro vennero bruciati sul rogo e i loro resti gettati nel Tevere senza tante preoccupazioni….». Essendo il papa ad Avignone, piuttosto di Tevere bisognerebbe parlare di Rodano… 

L’ultimo ostacolo per la realizzazione del progetto del re di assumere il totale controllo della Chiesa fu proprio l’ordine dei Templari. Questi monaci, avendo fatto il voto dell’assoluta obbedienza al papa, ne avevano preso le parti e lo avevano sostenuto, anche e soprattutto, finanziariamente, nella lotta contro il re. Contrariamente alle farneticazioni di D. Brown e soci, l’arresto e la condanna dei Templari è un episodio che deve essere inserito nel disegno di Filippo IV di costituire una chiesa di stato che fosse conforme alle sue direttive i cui beni, tra i quali quelli innumerevoli dei Templari, fossero a sua completa disposizione.

Così, il 22 novembre 1307, il re mise il papa Clemente V di fronte al fatto compiuto. Davanti alle accuse di empietà, come lo sputo sulla croce e la sodomia, e a confessioni, non proprio “spontanee”, dei monaci arrestati, il pontefice non ebbe la forza di opporsi e, pur di mantenere i rapporti con la corona francese, fu costretto, con la bolla “Pastoralis præminentiæ”, a porre in arresto tutti i Templari. Successivamente, il 12 agosto 1308, Clemente V sciolse l’Ordine con la bolla “Faciens misericordam” affermando che i Templari erano ormai inutili, in quanto la Terrasanta irrimediabilmente in mano ai musulmani, e invisi al re di Francia.


Ma ciò che D. Brown si guarda bene dal dire è che, qualche anno dopo, nel 1314, il papa Clemente V, resosi conto di essere stato ingannato dal re, perdonò e revocò la scomunica a tutti i Templari assolvendo da tutte le accuse il Gran Maestro Jacques de Molay che era stato arso vivo a Parigi (B. Frale, “I Templari” il Mulino, Bologna, 2004)
Questo fatto è stato confermato dai recenti studi della studiosa Barbara Frale che, potendo accedere agli archivi Vaticani, ha rivisitato i verbali dei processi e scoperto documenti da cui si evince la riabilitazione dell’ordine. Tra questi l'importantissima pergamena di Chinon un documento scoperto nel 2001 dalla Frale presso l'Archivio Segreto Vaticano. Questo documento dimostra che nel 1308 papa Clemente V concesse l'assoluzione sacramentale al Gran Maestro Jacques de Molay e ai restanti cavalieri templari che erano stati accusati e condannati. Il papa tolse loro ogni scomunica e censura riammettendoli nella comunione della Chiesa cattolica. (B. Frale "Il Papato e il processo ai Templari" Viella, Roma, 2003).

Non ci fu, quindi, alcun complotto o persecuzione, ma solo una triste storia di ingerenza e prevaricazione del potere temporale su quello religioso. L’aspetto più paradossale di tutta questa storia è che D. Brown e i suoi accoliti sono talmente ignoranti da non sapere che esaltare i Templari equivale a rivalutare le tanto bistrattate crociate ed approvare l’operato la Chiesa medioevale.



Puro folclore sono, poi, da considerare le fesserie che D. Brown scrive sul conto dei Templari. Egli, infatti, afferma come questi, in possesso dell’arcana sapienza della “geometria sacra”, riuscirono ad edificare le famose cattedrali gotiche in cui gli elementi architettonici riproducevano la vagina femminile. Oppure le chiese costruite dai Templari dalla caratteristica pianta rotonda, vero e proprio tributo al “sacro femminino”. E’ inutile dilungarsi su tali sciocchezze, sono tutte stupidaggini senza alcun riscontro storico. Infatti i Templari non ebbero nulla a che fare con le cattedrali gotiche del loro tempo che, invece, furono commissionate dal clero cattolico e realizzate da maestranze laiche. La rotondità delle chiese templari non sono un tributo segreto al “sacro femminino”, prima di tutto perché la rotondità di per se non fu mai un oltraggio alla chiesa Cattolica, ma, piuttosto, perché riproducevano la pianta circolare della cupola della roccia (la moschea di Omar, n.d.r.) posta sulla spianata del Tempio di Gerusalemme che i Templari, nella loro ignoranza, pensavano fossero le vestigia dell’antico santuario di Salomone. Quanto alle vagine femminili nascoste nell’architettura gotica penso sia un fenomeno da imputare all’alto tasso di testosterone di D. Brown.

Ne “Il Codice da Vinci” le ultime pagine sono dedicate al mistero che sarebbe celato nella cripta della Rosslyn chapel , una chiesetta situata in Scozia nel paesino di Rosslyn. Secondo D. Brown questa cappella sarebbe un vero e proprio tempio templare dove i monaci guerrieri avrebbero nascosto il loro favoloso tesoro. Ovviamente si tratta di una trovata per dare al romanzo una spruzzata di mistero delle Highlands scozzesi. Costruita nel 1447, questa cappella è la tomba di famiglia della famiglia dei Sinclair, mentre gli ultimi Templari attestati in Scozia sono del 1307, circa 140 anni prima. Al suo interno non è riscontrabile alcuna simbologia tipica dei templari e nella cripta non è mai stato trovato un tesoro. Nella cripta i Sinclair hanno da sempre tumulato tutti i loro antenati senza mai accorgersi di alcunché di anomalo.

martedì 18 luglio 2017

I cristiani e la distruzione della biblioteca di Alessandria

Tra i miti più diffusi sui presunti crimini che avrebbero commesso i cristiani durante la storia dell’umanità, un posto di indubbia importanza ha certamente la vicenda riguardante la distruzione della famosa biblioteca di Alessandria, in Egitto. Questa mastodontica raccolta di scritti, pergamene e libri fu costituita intorno al III secolo a.C. durante il regno di Tolomeo II Filadelfo e rappresentò uno dei principali poli culturali ellenistici dell’antichità. Nell’immaginario collettivo laicista ed anticristiano la distruzione della biblioteca di Alessandria rappresenta l’immagine più emblematica dell’insidia portata dalla barbarie cristiana repressiva ed oscurantista contro la cultura classica. Il fatto di poter addebitare ai cristiani la responsabilità di questa distruzione, seppure, come vedremo, non ne esiste alcuna prova storica, rappresenta per i laicisti una tentazione a cui è difficilissimo poter resistere. 

Un esponente di questo modo distorto di vedere la storia è stato il matematico statunitense Morris Kline, infaticabile divulgatore dei temi riguardanti la matematica. Nel suo libro “Mathematical Thought from Ancient to Modern Times” arriva a scrivere: “Dal punto di vista della storia della matematica l'avvento del cristianesimo ebbe conseguenze sfortunate […] Ai cristiani era vietato contaminarsi con la cultura greca. Nonostante la crudele persecuzione dei Romani, il cristianesimo si diffuse e diventò così potente che l'imperatore Costantino (272-337) fu costretto ad adottarlo come religione ufficiale dell'impero romano [...] I libri greci venivano bruciati a migliaia. Nell'anno in cui Teodosio bandì le religioni pagane i cristiani distrussero il tempio di Serapide che racchiudeva ancora l'unica grande raccolta esistente di opere greche. Si ritiene che siano stati distrutti 300.000 manoscritti” (Morris Kline “Mathematical Thought from Ancient to Modern Times” Oxford University Press, 1972, pp 211-213).

A parte l’evidente errore storico di considerare l’editto di Milano, a cui Kline allude, il riconoscimento del Cristianesimo come la religione ufficiale dell’impero, mentre fu solamente un editto di tolleranza, ciò che viene affermato non ha alcuna giustificazione storica. Si tratta di uno dei tanti miti anticristiani. 

Il famoso editto di Tessalonica del 380 e i decreti attuativi del 391, con cui l’imperatore Teodosio fece distruggere i templi pagani, avevano lo scopo di rendere il cristianesimo l’unica religione di Stato al solo fine di rendere compatto ed unito l’Impero. In questi decreti non ci sono direttive per la distruzione della civiltà classica, ma vi è stabilito che i culti ariani e pagani dovevano finire. La distruzione del Serapeum di Alessandria, quindi, non era affatto volta alla demolizione della famosa biblioteca, ma all’interruzione del culto pagano di Serapide, antica divinità greco-egizia. Il Serapeum, inoltre, non è assolutamente da identificare con la famosa biblioteca, infatti all’interno del Tempio di Serapide vi era conservata una piccola raccolta di libri, solo qualche migliaio, che non aveva trovato posto nella biblioteca vera e propria (Casson Lionel “Biblioteche del mondo antico”, Sylvestre Bonnard Editore 2003). Nessuna fonte storiografica cita la distruzione di una qualsiasi libreria in quel periodo. In definitiva, non vi è alcuna prova che i cristiani del quarto secolo, distrussero la Biblioteca di Alessandria. In realtà le fonti storiche disponibili ci informano che la biblioteca era stata in buona parte già distrutta in seguito ai combattimenti avvenuti ad Alessandria al tempo della guerra tra l’imperatore Aureliano e la regina Zenobia di Palmira, verso il 270, nel corso dei quali fu distrutto il quartiere della città dove si trovavano la reggia e, al suo interno, la biblioteca (Luciano Canfora “La biblioteca scomparsa” Sellerio Editore, Palermo 1986). 

Una vera e propria congiura del silenzio, portata avanti da una certa storiografia laicista, ha poi glissato tranquillamente sul fatto che nel 642 d.C. ciò che ancora esisteva della biblioteca, che si era intanto ricostituita nel IV secolo attorno alla celebre scuola filosofico-matematica alessandrina, fu distrutta e dispersa dai conquistatori arabi. Le fonti storiche che riportano tale notizia sono in verità piuttosto tarde, ma hanno la caratteristica molto importante di essere concordi e di provenire da ambienti musulmani. Il primo a parlarne fu lo storico ed egittologo arabo ʿAbd al-Laṭīf al-Baghdādī, vissuto nel XII secolo, il quale afferma che la biblioteca fu distrutta dal generale ʿAmr, su ordine del secondo Califfo, cioè ʿOmar (De Sacy “Relation de l'Egypte par Abd al-Latif” Paris, 1810). La notizia è riportata anche dallo storico arabo al-Qifti (1172-1248) nella sua “Storia degli Uomini Dotti”. Sempre nel XII secolo anche lo storico siriano Abū l-Faraj, nella sua “Historia Compendiosa Dynastiarum” riporta l’avvenimento sotto forma di un aneddoto: dopo la conquista di Alessandria il comandante delle forze arabe chiese al califfo Omar a Damasco che cosa dovessero fare dell’enorme biblioteca della città, che ancora conteneva centinaia di migliaia di rotoli di pergamena. Sembra che Omar si sia limitato a rispondere quanto segue: “Se ciò che in essi è scritto è concorde con il libro di Dio (il Corano), sono superflui; se è in disaccordo non sono graditi. Pertanto, distruggeteli” (R. S. Mackensen “Background of the History of Moslem Library” American Journal of Semitic Languages and Literature, n.52, 1936 pag. 106).

Ovviamente queste fonti sono state ampiamente criticate e respinte come inattendibili dai vari storici anticristiani a cominciare dal famoso illuminista Edward Gibbon, ma, come rivela lo storico Franco Cardini, le raccolte librarie greche presenti in Alessandria scomparvero proprio verso la metà del VII secolo, all’epoca della conquista musulmana dell’Egitto, e che proprio da allora tutto il bacino mediterraneo conobbe una drastica interruzione dell’arrivo di scritti greci dall’Egitto (Franco Cardini su Avvenire, 26 luglio 2009). Tutto ciò appare segno inequivocabile che dopo la conquista musulmana Alessandria aveva cessato di essere un polo di cultura. Ciò che viene completamente ignorato dalla storiografia laicista è il fatto che solo a partire dal IX secolo, cioè da quando il mondo arabo-musulmano venne a contatto con le culture cristiano-siriane, iraniche ed hindu, l’Islam recuperò appieno la tradizione ellenica, il suo studio e trasmissione all’Occidente nel corso del XII secolo. Nei tre secoli precedenti l’Islam si preoccupò esclusivamente di distruggere ogni cultura preesistente.

La distruzione definitiva della biblioteca di Alessandria in quanto centro di cultura e di sapienza non può essere addossata in alcun modo alla Chiesa cattolica ed ai cristiani. E’ un fatto certo che i cristiani non hanno distrutto la biblioteca di Alessandria. Nel IV secolo non fu emanata alcuna istruzione o decreto che spinse i cristiani a distruggere la cultura greca. La distruzione del Serapeo fu un episodio che va collocato storicamente nella sua epoca, un periodo confuso di lotta per la sopravvivenza tra il cristianesimo, l’ebraismo ed il paganesimo in quel crogiuolo di popoli che era l’Egitto tardo imperiale, in cui la violenza era normalmente praticata e non esistevano margini di tolleranza. 

In realtà fu proprio la Chiesa cristiana l'unica istituzione che conservò il pensiero classico in Europa quando ogni istituzione civile fu spazzata via dalla furia dei barbari. Proprio in quel periodo tra i cristiani copti dell’Egitto “ogni monastero e probabilmente ogni chiesa possedeva un tempo la propria biblioteca di manoscritti” (Alfred Butler “Ancient Coptic Churches in Egypt” Oxford University Press, Oxford 1884, vol. II, pag 239”. In tutto l’Impero romano la Chiesa era impegnata nella conservazione delle biblioteche, nei loro grandi centri di studio i cristiani disponevano di vaste raccolte di libri ed era prassi comune lo studio e la memorizzazione dei testi (“Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010, pag 91).

Dobbiamo proprio all’opera instancabile di monaci e chierici che fu salvata e tramandata la civiltà occidentale, nei monasteri furono copiati a mano migliaia di opere classiche di ogni genere, dalla matematica alla geometria, dalla filosofia alla letteratura, fino all’architettura, la medicina, l’astronomia e l’agricoltura. Contrariamente alle accuse di oscurantismo degli storici laicisti, i cristiani e la Chiesa si comportarono proprio nel modo opposto, esaltando la conoscenza e perseguendo la ricerca. Essi si sforzarono di salvaguardare tutto quello che poteva concorrere all’approfondimento e all’espressione della fede. Il Cristianesimo presuppone il fatto che ogni vera conoscenza contribuisce alla gloria di Dio e che raccogliere i frammenti sparsi del sapere umano, da qualsiasi parte vengano, significhi andare alla ricerca delle tracce di Dio.

Bibliografia

De Sacy “Relation de l'Egypte par Abd al-Latif” Paris, 1810;
Alfred Butler “Ancient Coptic Churches in Egypt” Oxford University Press, Oxford 1884;
R. S. Mackensen “Background of the History of Moslem Library” American Journal of Semitic Languages and Literature, n.52, 1936;
Morris Kline “Mathematical Thought from Ancient to Modern Times” Oxford University Press, 1972; 
Luciano Canfora “La biblioteca scomparsa” Sellerio Editore, Palermo 1986;
Casson Lionel “Biblioteche del mondo antico”, Sylvestre Bonnard Editore 2003;
Franco Cardini su Avvenire, 26 luglio 2009;
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010:
Francesco Agnoli “Indagine sul Cristianesimo” Ed. Piemme spa, Milano 2010.

mercoledì 28 giugno 2017

Mancuso, i cristiani e l'omosessualità

Nella nostra società moderna appare ormai del tutto accettata l’idea che l’omosessualità sia un attributo normale e naturale della condizione umana. Il fitto bombardamento mediatico in tal senso, eventi come la cancellazione dell’omosessualità dall'elenco delle malattie da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’istituzione di festival e parate in ogni città, il lavaggio dei cervelli sui socials, ecc. stanno lentamente, ma inesorabilmente, facendo passare come realtà del tutto logiche e legittime alcuni istituti come il matrimonio tra due persone dello stesso sesso o la possibilità di adottare dei bambini da parte di tali coppie. Non ultimi gli studi sul cosiddetto “gender”, che non devono essere definiti una “teoria”, sono, infatti, ormai considerati una acquisizione scientifica certa, cioè che si è maschi e femmine solo se ci si sente come tali a prescindere totalmente dal fatto di avere la coppia dei cromosomi sessuali nelle forme “XX” o “XY”.

Tutti d’accordo, quindi, finora l’umanità si era completamente sbagliata, non esistono solo due sessi, ma un’infinità, basta “sentircisi” e si può essere di qualunque sesso con relativo riconoscimento pubblico e diritto ad ogni eventuale tutela legata al sesso scelto, o scusate, in cui ci si “sente”.

C’è, però, qualcosa che stona in tutto questo: la religione. In tutto il mondo le religioni si oppongono a tale processo, restano ancorate al vecchio tradizionale mantra che si è solo maschi o femmine e che le unioni tra tali individui siano primariamente destinate a perpetuare la presenza dell’umanità su questo pianeta. Purtroppo in molti paesi, come quelli dove vige la teocrazia islamica, il rispetto della tradizione sconfina nella violenza contro la persona e questo atteggiamento è sicuramente un fatto vergognoso da condannare senza riserve. Sfortunatamente, però, la stessa condanna senza riserve viene applicata anche contro quelle religioni che senza violenze e nel rispetto della dignità di ogni persona, in quanto creatura di Dio, difendono valori come la necessità della complementarietà dei sessi o il diritto dei bambini di avere una mamma ed un papà. Da noi, in Italia, sono principalmente i cattolici a costituire l’ultimo baluardo di tale tradizione e ciò genera contro di loro una generica accusa di arretratezza culturale ed oscurantismo. 

Qualche anno fa, però, esattamente nel maggio del 2015, in un convegno tenutosi al Senato della Repubblica, il popolare scrittore (ex teologo?), Vito Mancuso, ha esposto delle critiche precise alle posizioni cattoliche sull’omosessualità e, così, finalmente, sono venuto a conoscenza del perché la condanna cattolica dell’omosessualità sia da ritenersi sbagliata. L’intervento è reperibile per intero qui
Per Mancuso gli argomenti cattolici e cristiani contro l’amore omosessuale riguardano due ambiti: La Bibbia e la natura. Riguardo al primo ambito Mancuso scrive: “Il primo si basa su alcuni testi biblici che condannano esplicitamente l'omosessualità, in particolare Levitico 18,22-23 e 1Corinzi 6,9-10 […] L'argomento scritturistico è molto debole, non solo perché Gesù non ha detto una sola parola al riguardo, ma soprattutto perché nella Bibbia si trovano testi di ogni tipo, tra cui alcuni oggi avvertiti come eticamente insostenibili. I testi biblici che condannano le persone omosessuali io ritengo siano da collocare tra questi, accanto a quelli che incitano alla violenza o che sostengono la subordinazione della donna. E in quanto tali sono da superare”.

Quindi per Mancuso tutto ciò che non si trova nei Vangeli, ovvero tutto ciò che non ha detto Gesù non avrebbe valore, cioè non sarebbe vincolante per la fede cristiana. Seguendo il ragionamento di Mancuso, allora, solo i Vangeli sono Parola di Dio ispirata, il resto solo una aggiunta senza valore. Ma se così fosse, come fa Mancuso a stabilire che solo i Vangeli sono la Parola di Dio ispirata? Da dove trae tale sicurezza? E siccome tutto il Nuovo Testamento è stato dichiarato Parola di Dio dalla Chiesa, come mai nel caso dei Vangeli la Chiesa ha ragione e, invece, si è sbagliata nel caso delle lettere di Paolo, Pietro, Giacomo, ecc. Sarebbe anche molto interessante sapere come ha fatto Mancuso a capire dove c’è stata l’ispirazione e dove questa è mancata. Un vero mistero! 

Mancuso ritiene i passi biblici che condannano l’omosessualità come disposizioni che non hanno alcun valore e in quanto tali sono da superare, come quelli che narrano le violenze dell’Antico Testamento o la subordinazione della donna del Nuovo Testamento. In realtà Mancuso fa confusione, infatti commette l’errore di considerare tutti questi passi come se fossero uguali, cioè con le stesse caratteristiche esegetiche. In realtà la critica biblica ha da tempo capito che le violenze dell’Antico Testamento sono una forma d'espressione tipica di quei tempi antichi che utilizzando il linguaggio della vittoria in battaglia e della violenza sui vinti vuole esaltare la potenza di Dio. Allo stesso modo la subordinazione della donna, che ritroviamo nelle lettere di Paolo, appartengono ad una "catechesi d’occasione" legata a quei tempi in cui il ruolo della donna, ormai liberata dall’oppressione del paganesimo, doveva essere irregimentato. Del tutto diversi sono i passi che riguardano l’omosessualità che non sono in alcun modo legati ad un preciso periodo storico, ma che conservano il loro senso e la loro efficacia in ogni epoca, in quanto l’omosessualità si oppone sempre al progetto creativo di Dio, sia ieri, oggi che domani. 

Poi Mancuso passa al secondo argomento, quello basato sulla natura e scrive: “personalmente non ho dubbi sul fatto che la relazione fisiologicamente corretta sia la complementarità dei sessi maschile e femminile, vi è l'attestazione della natura al riguardo, tutti noi siamo venuti al mondo così. Neppure vi sono dubbi però che anche il fenomeno omosessualità in natura si dà e si è sempre dato. Occorre quindi tenere insieme i due dati: una fisiologia di fondo e una variante rispetto a essa. Come definire tale variante? Le interpretazioni tradizionali di malattia o peccato non sono più convincenti: l'omosessualità non è una malattia da cui si possa guarire, né è un peccato a cui si accondiscende deliberatamente. Come interpretare allora tale variante: è un handicap, una ricchezza, o semplicemente un'altra versione della normalità? Questo lo deve stabilire per se stesso ogni omosessuale. Quanto io posso affermare è che questo stato si impone al soggetto, non è oggetto di scelta, e quindi si tratta di un fenomeno naturale. E con ciò anche l'argomento contro l'amore omosessuale basato sulla natura viene a cadere”.

Mancuso riconosce, bontà sua, che la complementarità dei sessi maschile e femminile sia la relazione corretta. Però, poco dopo, facendo un po’ confusione e considerando l’omosessualità una variante naturale imposta al soggetto, finisce col dire che si tratta di un fenomeno naturale e che, quindi, l’argomento basato sulla natura viene a cadere. Ma se, come lo stesso Mancuso ammette, è la relazione tra i sessi maschile e femminile ad essere quella corretta, ne consegue che la relazione omosessuale è naturalmente sbagliata, da questo non si scappa, delle due, una. L’argomento della natura è, quindi, molto forte e non può temere l’obiezione del fatto che la condizione omosessuale non sia una scelta. Quello è un fatto che implica il giudizio morale e non ha niente a che fare col dato naturale. La bulimia e l’anoressia sono delle disfunzioni della funzione alimentare, la dispepsia di quella digestiva, l’artrosi di quella locomotoria, l’autismo di quella relazionale, e così via, nessuna di queste sono condizioni frutto di una scelta, ma nessuno pensa che per questo si trattino di condizioni normali. L’omosessualità è oggettivamente una disfunzione della funzione procreativa, però, per Mancuso diviene come per incanto una condizione “normale”, o meglio, un’altra versione della normalità, come se al di fuori del dato naturale fosse chiara la nozione di “normalità”. L’assurdità e l’incoerenza di tale ragionamento è palese. 

Per Mancuso i cristiani sbagliano perché non riconoscono: “il diritto alla piena integrazione sociale di ogni essere umano a prescindere dagli orientamenti sessuali, così come si prescinde da età, ricchezza, istruzione, religione, colore della pelle. Accettare una persona significa accettarla anche nel suo orientamento omosessuale. Non si può dire, come fa la dottrina cattolica attuale, di voler accettare le persone ma non il loro orientamento affettivo e sessuale, perché una persona è anche la sua affettività e la sua sessualità”. 

Belle parole, ogni persona ha il diritto alla piena integrazione sociale, sempre che non si debba, per questo, “integrare” ogni convinzione personale spacciandole per diritti. Avere a tutti i costi un figlio con l’uso di un utero affittato o prestato non è un diritto, così come non è un diritto adottare un bambino negandogli la presenza di una mamma e di un papà o l’equiparazione del matrimonio tra due persone dello stesso sesso con quello naturale tutelato dalla Costituzione. 

Caro Mancuso se il nostro orientamento affettivo e sessuale si oppone al progetto di Dio, siamo noi a dover cambiare e porre un rimedio, non Lui.

giovedì 22 giugno 2017

Parte XXI - Il Priorato di Sion

Penso valga la pena spendere qualche riga per analizzare brevemente gli sviluppi di questa incredibile fesseria della nascita e della diffusione della discendenza di Gesù. Abbiamo già visto come questi testi, dal punto di vista storico, siano una vera e propria spazzatura, ebbene si confermano come tali fino alla fine. Con una leggerezza disarmante questi testi citano luoghi, fatti e personaggi storici facendosi letteralmente beffe della realtà storica. Eppure il periodo storico evocato non è poi così distante dai nostri giorni, stiamo parlando dei primi secoli del secondo millennio, abbiamo a disposizione una gran quantità di documenti, ma, nonostante ciò, vengono propinate, e spacciate come fatti realmente accaduti, delle assurdità pazzesche che farebbero impallidire anche lo studente più fuori corso della facoltà di lettere. 

Secondo questi “autori” la discendenza di Gesù sarebbe stata accudita e preservata dalle angherie della Chiesa Cattolica da una misteriosa confraternita nota col nome di Priorato di Sion. A conoscenza di questo “segreto” ci sarebbero stati anche altre persone ossia il famoso ordine di cavalieri dei Templari e la setta eretica dei Catari, che, proprio per questa loro “conoscenza” sono stati impietosamente annientati da una inflessibile e sanguinaria Chiesa Cattolica. Purtroppo ci troviamo di fronte all’ennesima stupidaggine, intrisa di anticlericalismo, fatta passare per vera che sfrutta, penosamente, alcuni delicati momenti della storia della Chiesa per catturare l’attenzione degli sprovveduti. Come vedremo la “veridicità” delle fonti storiche presentate da D. Brown è una tale bufala da lasciare sbigottiti. 

Vera e propria rivelazione, propinata da D. Brown nel suo libro, è l’esistenza della società segreta nota come Priorato di Sion. A pag 189 de “Il Codice da Vinci” si può leggere: «… Il Priorato di Sion fu fondato a Gerusalemme nel 1099 da un re francese chiamato Goffredo di Buglione, immediatamente dopo la conquista della città. Si diceva che re Goffredo fosse il depositario di un importantissimo segreto, un segreto conservato dalla sua famiglia fin dai tempi di Cristo. Temendo che il segreto potesse andare perso alla sua morte, fondò una fratellanza occulta, il Priorato di Sion, e la incaricò di proteggere il segreto passandolo tacitamente da una generazione all’altra. Nel corso degli anni in cui ebbe sede a Gerusalemme, il Priorato aveva appreso di alcuni documenti segreti sepolti sotto le rovine del tempio di Erode, che era stato costruito sulle vestigie del tempio di Salomone. Quei documenti rafforzavano il grande segreto di Goffedo e avevano una natura così esplosiva che la Chiesa non si sarebbe fermata davanti a nulla, pur di impadronirsene. […] Per recuperare i documenti dalle rovine, il Priorato creò un proprio braccio militare, un gruppo di nove cavalieri chiamato l’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone. Più noto come i templari». Per conferire un minimo di veridicità a questa stupidaggine D. Brown, trionfalmente, ci fa sapere che le “prove” di tutto quello che dice esistono e si trovano a Parigi presso la Biblioteca Nazionale. Leggiamo a pag. 242 de “Il Codice da Vinci”: «… i Gran Maestri precedenti erano figure famose e apprezzate con propensione per l’arte. La prova era stata scoperta anni prima nella Bibliothèque Nazionale di Parigi, nelle carte note come “Les Dossier Secrets”, i dossier segreti. Tutti gli storici del Priorato e tutti gli appassionati del Graal li avevano letti. Catalogati al numero 4°-lm1-249, la loro autenticità era stata stabilita da molti esperti; confermavano in modo incontrovertibile quello che gli storici sospettavano da molto tempo, ossia che tra i Gran Maestri del Priorato fossero compresi Leonardo, Botticelli, Newton, Victor Hugo e, più recentemente, Jean Cocteau, il famoso artista parigino…». 

D. Brown copia tutta questa storia da “The Holy Blood and the Holy Graal” di M. Baigent, R. Leigth ed H. Lincoln, i quali a loro volta riprendono un’invenzione elaborata da un gruppetto di esoteristi che opponendosi alla borghesizzazione dello Stato favoleggiavano un ritorno della monarchia in Francia. A guidarli c’era un certo Plantard che si riteneva il legittimo pretendente al trono di Francia (sic). Tutta questa vicenda nacque, quindi, dalla mente disturbata di un visionario come Plantard, il quale, per costruirsi la prova di quello che andava affermando fondò nel 1956 ad Annemasse, cittadina francese vicino alla Svizzera, una società che chiamò, appunto, “Priorato di Sion”. Ovviamente in questo nome non c’era alcun riferimento alla famosa altura gerosolimitana, ma ad una vicina montagna della zona. Plantard, successivamente, manipolò una vecchia storia di un curato di campagna, un certo Sauniére, che a Rennes-le-Château, un paesino francese vicino ai Pirenei, si diceva avesse trovato un tesoro. Cominciò a scrivere un manoscritto e a fabbricare delle false pergamene che mostravano la sopravvivenza di una linea Merovingia di re Franchi. Fece intendere che tali documenti fossero il tesoro ritrovato da Sauniére nella cripta della sua chiesetta, e li depositò alla Biblioteca Nazionale di Parigi. L’autore materiale delle false pergamene fu un certo Philippe de Chérisey che confessò tutto, lamentandosi perfino di non aver percepito il compenso pattuito. Esistono tuttora le lettere del suo avvocato (“Il Codice da Vinci”: ma la storia è un’altra cosa” di Massimo Introvigne – www.cesnur.org – L’autore visitando il sito www.priory-of-sion.com ha riportato la lettera dell’avv. B. Boccon-Gibod a Philippe de Chérisey, dell’8 ottobre 1967, in cui parla di documenti : «de votre fabrication et déposés à mon étude»). Successivamente Plantard, avendoci provato gusto, inventò un origine mitica a questo suo Priorato spargendo voce che sarebbe stato fondato da Goffredo di Buglione durante la prima crociata nel 1099. 

Questa storia attirò, così, l’attenzione del magnifico trio, M. Baigent, R. Leigth ed H. Lincoln, che inserirono tutto nel loro “The Holy Blood and the Holy Graal” riscuotendo un grande successo. La comunità scientifica, però, bocciò severamente il lavoro dei tre definendolo, con dovizia di particolari, un’autentica falsità. Vistosi così pubblicamente screditato, Plantard tentò, nel 1989, di ridarsi un minimo di credibilità e salvare il suo folle programma affermando che in realtà il Priorato sarebbe stato fondato nel 1681 a Rennes-le-Château. Sostenne, inoltre, che ad essere stato Gran Maestro del Priorato era stato anche un certo Roger-Patrice Pelat. Quest’ultimo era un amico dell’allora presidente francese François Mitterrand ed era al centro di uno scandalo che coinvolgeva il Primo Ministro francese Pierre Bérégovoy. Plantard fu inquisito dalla magistratura francese e la sua abitazione sottoposta a perquisizione che rinvenne una gran quantità di documenti falsi che proclamavano Plantard come il vero re di Francia. A questo punto Plantard confessò che si era inventato tutto, anche il coinvolgimento del Pelat, si ritirò a vita privata rinunciando per sempre alle sue maniacali fantasie finché non morì a Parigi il 3 febbraio del 2000.

I documenti citati da D. Brown a pag. 242 del suo libro sono, quindi, falsi; tutta la storia del Priorato di Sion, che è il filo conduttore de “Il Codice da Vinci”, è falsa; Goffredo di Buglione (che per quell’asino di D. Brown sarebbe stato un re, mentre fu solo il Duca della Bassa Lorena, n.d.r.) non ha mai fondato una società del genere e la storia che personaggi del calibro di Leonardo da Vinci, Isaac Newton o Victor Hugo ne abbiano fatto parte è una bufala vera e propria. 

Purtroppo siamo di fronte ad una squallida storia di falsità, plagi e meschinità varie, basate sulle farneticazioni di un folle e trasformate in best-seller letterari e cinematografici da una pletora di profittatori senza scrupoli.

Ne “Il Codice da Vinci” uno degli efferati omicidi del monaco dell’Opus Dei, Silas, avviene nella chiesa parigina di Saint Sulpice. Secondo D. Brown questa chiesa sarebbe stata la sede del Priorato di Sion. La chiesa, come tributo segreto al femminino sacro, sarebbe stata costruita su un antico tempio egizio dedicato alla dea Iside. Ad attestarlo sarebbero l’obelisco e la linea di ottone sul pavimento dove passava la cosiddetta linea della rosa, presenti al suo interno. Inoltre nella chiesa campeggiano ben visibili le lettere “P” e “S”, cioè Priorato di Sion. 

Non c’è che dire, bella trovata, ma la realtà è diversa. Innanzitutto nessun tempio egizio, la chiesa di Saint Sulpice è stata fondata nel medioevo dall’abbazia di S. Germain des Près per servire i contadini di quella zona di campagna. Obelisco e linea di ottone non sono rimandi ad antiche vestigia egizie, ma le componenti di un comunissimo “gnomone” astronomico del XVIII secolo che serviva a calcolare la data della Pasqua. Infine, le lettere “P” e “S” riscontrabili all’interno della chiesa non stanno per “Priorato di Sion”, ma indicano i santi a cui è stata intitolata cioè San Pietro e San Sulpizio, quest’ultimo l’arcivescovo di Bourges nel VI secolo.

mercoledì 14 giugno 2017

Biglino e l’onnipotenza di Dio

Una delle questioni che Biglino continuamente solleva è quella relativa al fatto che la Bibbia non parli di Dio. Per dimostrare questa sua asserzione lo studioso piemontese afferma che la Bibbia non fa alcun riferimento agli attributi propri di Dio, come la sua onniscienza, onnipotenza, ineffabilità, eternità, ecc., ma che tali termini sarebbero delle traduzioni sbagliate. Quindi la Bibbia non descriverebbe affatto un essere divino che assommi delle caratteristiche eccezionali, ma queste sono state create ad arte durante i secoli a seguito dello sviluppo teologico che ha caratterizzato l’ebraismo e il cristianesimo. Quindi si tratterebbe di una enorme mistificazione che avrebbe scientemente tradotto erroneamente questi termini al fine di creare il mito di Dio. 

Quindi sarebbe stata la solita Chiesa truffaldina che per inventarsi un Dio ha tradotto il termine ebraico “El Shaddai”, che si ritrova nel testo biblico masoretico fissato nella Biblia Hebraica Stuttgartensia, nel termine “onnipotente” introducendo un’idea metafisica di Dio, concetto sconosciuto presso l’ebraismo. Biglino ci informa che il termine “El Shaddai” ha il significato di “Dio del deserto” o “Dio della steppa”, ma certamente non “onnipotente” così come raccomandato nelle note della Bibbia di Gerusalemme.

In effetti il termine “El Shaddai” non ha il significato letterale di “onnipotente”, ma ipotizzare un fine ingannevole e strumentale nella scelta di tale traduzione appare operazione del tutto fantasiosa. Come al solito Biglino ritorna sempre sullo stesso ritornello, caro a tanta parte della propaganda laicista contro la Chiesa e i cristiani, del complotto universale delle religioni. Ma si tratta di un’azione di tipo scandalistico, più che una cosa seria.

Il termine “El Shaddai” è un appellativo attribuito al dio dell'Antico Testamento nell'epoca patriarcale (Genesi 28,3; 35,11; 43,14; 48,3; 49,25) e non si conosce con esattezza il suo significato letterale. Esistono diverse teorie, ma nessuna può essere preferita rispetto alle altre. Nonostante ciò importanti dizionari di Ebraico biblico, come il “Koehler & Baumgartner” o il “Brown-Driver-Briggs”, propendono per la traduzione “onnipotente” in quanto nel testo biblico la parola “Shaddai” è sempre collegata ad “El”. Quest’ultimo termine rappresenta la divinità, ossia “Dio”, l’Essere caratterizzato da potenza e forza illimitate. E' il Dio incomparabile ed inesauribile descritto in Isaia (cap. 40), che non ha solo creato questo vasto universo, ma sostiene e fortifica tutta la sua creazione. Quando troviamo insieme “El” e “Shaddai”, il contesto suggerisce sempre la caratteristica di Dio di essere potente per nutrire, soddisfare e provvedere il suo popolo, un Dio che riversa abbondanti benedizioni e che è una fonte inesauribile di pienezza e di fertilità. Per esempio possiamo prendere proprio il passo di Genesi 17, 1-8, dove in nota la Bibbia di Gerusalemme avverte che letteralmente il termine “El Shaddai” non significa “Dio onnipotente”, ma viene tradotto in quel modo per esprimere nel miglior modo possibile la caratteristica di Dio di potere tutto in favore del suo popolo: “Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro. Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò numeroso molto, molto». Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui: «Eccomi: la mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli. Non ti chiamerai più Abram ma ti chiamerai Abraham perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò. E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. Darò a te e alla tua discendenza dopo di te il paese dove sei straniero, tutto il paese di Canaan in possesso perenne; sarò il vostro Dio».

Molto importante è il fatto che anche la versione greca dell’antico testamento, cioè la Septuaginta, che affonda le sue origini nella tradizione ebraica alessandrina del II secolo a.C. e che era una versione diffusa ed apprezzata anche nell’Israele palestinese, traduce con “onnipotente”. Tale traduzione, quindi, interpreta il concetto pre-mosaico della divinità come “Dio che è sufficiente”, sotteso al termine “El Shaddai”, intendendo con “onnipotente” la caratteristica di Dio di essere in grado di soddisfare tutte le esigenze del suo popolo. Tradurre, quindi, in questo modo non è affatto un abuso e neppure un tradimento, ma un’interpretazione del tutto lecita in grado di racchiudere in un solo termine, in modo efficace e convincente, i concetti espressi dal contesto.

Già molto tempo prima di Gesù gli ebrei leggevano “onnipotente”, molto tempo prima di qualsiasi sviluppo teologico cristiano. Non esiste alcun complotto teologico, nessuna macchinazione cristiana, ma una normale evoluzione dei modi di espressione che necessariamente variano ed evolvono col tempo. Ciò che resta è invece la sostanza di un Dio, qualsiasi sia il suo nome, che è patrimonio radicato della tradizione ebraica e cristiana che affondano le loro radici nella notte dei tempi. 

Biglino ignora tutto questo, non ha un metodo scientificamente accettabile, traduce letteralmente senza tener conto dei contesti e dell'esegesi. Le sue conferenze e i suoi libri non hanno e non possono avere una valenza scientifica, ma solo scandalistica, lasciando il tempo che trovano ed, infatti, non riscuotono alcun credito dalla comunità accademica internazionale.


Bibliografia

Dizionario “Koehler & Baumgartner" Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament.;
Dizionario “Brown-Driver-Briggs” Hebrew and English Lexicon;
"Gesenius' Hebrew Grammar" da William Gesenius;
Ernst Würthwein “The Text of the Old Testament” trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich. Eerdmans, 1995;
Daniele Salamone "La Bibbia non è un mito - gli speculatori ci raccontano un'altra storia", Arezzo, La Pietra Angolare, 2016.

giovedì 25 maggio 2017

Parte XX – Leonardo da Vinci

Il romanzo di D. Brown deriva il suo titolo dal famoso artista e scienziato italiano del Rinascimento Leonardo da Vinci (in realtà dal posto in cui è nato, visto che quell’ignorante di D. Brown pensa sia il suo cognome, n. d. r.). Ci si potrebbe chiedere (giustamente) cosa centri in tutta questa storia Leonardo da Vinci, eppure D. Brown riesce a raccontare una assurdità tale che, paradossalmente, diviene il filo conduttore del suo romanzo, nonché l’idea vincente per le illustrazioni della copertina del suo libro (ma anche per le locandine del film e per le scatole del videogioco al libro ispirati). 

A pag 285 de il “Codice da Vinci” si può leggere la seguente assurdità: «…Langdon sorrise. “In effetti, il Santo Graal comparve davvero nell’Ultima Cena. Leonardo l’ha messo in un posto molto visibile”…Sophie esaminò la figura alla destra di Gesù. A mano mano che studiava la sua faccia e il suo corpo era sempre più stupita. La persona raffigurata aveva lunghi capelli rossi, delicate mani giunte e il seno appena accennato. Era senza dubbio femmina. “Ma è una donna!” esclamò. Teabing rideva. “Sorpresa, sorpresa. Mi creda non si tratta di un errore. Leonardo era abilissimo nel ritrarre le differenze tra i sessi” […] ”Nessuno se ne accorge mai” disse Teabing. “I nostri preconcetti su quella scena sono talmente forti che la nostra mente cancella l’incongruenza e ci fa vedere quello che non c’è”…Sophie si avvicinò ancor più all’immagine. La donna alla destra di Gesù era giovane e aveva l’aspetto pio, un viso dall’espressione piena di discrezione, bellissimi capelli rossi e mani tranquillamente giunte. “Questa è la donna che da sola poteva far crollare la Chiesa? Chi è?” chiese. “Quella donna, mia cara” rispose Teabing “è Maria Maddalena” […] ”L’Ultima Cena grida praticamente a tutti che Gesù e Maria Maddalena erano una coppia di sposi” […] ”osservi come Gesù e la sua sposa sembrano uniti in corrispondenza del fianco e si allontanano l’uno dall’altra per creare uno spazio vuoto ben delineato tra loro”…il segno “femminile”: V. […] “se osserviamo Gesù e Maddalena come elementi compositivi e non come persone, vediamo balzare fuori un’altra forma. Una lettera dell’alfabeto”…In centro all’affresco c’era l’inconfondibile profilo di una enorme, precisa lettera “M”…”I teorici dei complotti le diranno che sta per matrimonio o per Maria Maddalena” […] disse Langdon, indicando l’Ultima cena. “Questo è Pietro. Vedi che Leonardo sapeva come la pensasse a proposito di Maria Maddalena?” Anche ora, Sophie rimase senza parole. Nell’affresco, Pietro era piegato minacciosamente verso la donna e la sua mano simile ad una lama faceva il gesto di tagliarle il collo. Lo stesso gesto di minaccia che si poteva vedere nella Vergine delle Rocce!...».

Senza dubbio un’ottima operazione di promozione del proprio romanzo, tirare in ballo un’opera così nota per dire che vi è nascosto un riferimento segreto di cui nessuno se ne era mai accorto è sicuramente un colpo di genio. Ovviamente non c’è niente di vero, ma se serve per fare effetto, D. Brown non si fa scrupoli coinvolgendo Gesù e gli apostoli in una gazzarra d’osteria banalizzando un momento della vita di Gesù così sacro per la fede cristiana.

Per confutare la lettura di D. Brown non occorre essere un critico d’arte, basta aprire una enciclopedia, visitare qualche sito web sull’argomento oppure, semplicemente, guardare il dipinto.

Leonardo dipinse l’”Ultima cena” tra il 1494 ed il 1497 per decorare un lato corto del refettorio della comunità dei padri domenicani di S. Maria delle Grazie, a Milano. Contrariamente a quello che comunemente si pensa l'opera non è un affresco, infatti Leonardo dipinse l’intonaco asciutto, come se fosse un tela, per avere a disposizione tempi realizzativi più lunghi. Come è noto la tecnica dell’affresco prevede la pittura sull’intonaco ancora fresco in modo che questo, asciugandosi, incorpori saldamente il colore garantendo una lunghissima tenuta. Per questo motivo l’”Ultima cena” è giunta sino a noi molto deteriorata. Leonardo fu ingaggiato per quel lavoro dal Duca della città, Ludovico il Moro, molto amico della comunità, tanto che il convento divenne il mausoleo della sua famiglia. Leonardo, quindi, non dipinse in un luogo appartato o di scarsa importanza dove non avrebbe corso il pericolo di vedere scoperto il suo “segreto”, bensì, realizzò la sua opera pittorica dalle dimensioni più grandi in una delle strutture più grandi e per una delle autorità italiane più importanti del tempo. Infatti nessuno considerò blasfemo o apertamente anticattolico il dipinto. Non i frati, non il Priore, padre Vincenzo Bandello, il cui nipote, novizio domenicano, addirittura, nelle sue novelle descrisse in modo dettagliato il modo di lavorare di Leonardo alle Grazie, senza riportare alcunché di anomalo. Persino la soldataglia napoleonica, nel 1800, considerò il refettorio un luogo così cattolico da trasformarlo, per sfregio, in stalla per ben tre anni.

L'Ultima Cena di Leonardo

Per tradizione tutti i refettori conventuali dei vari ordini religiosi cattolici sono decorati con la scena dell’ultima cena dove Gesù trasforma il pane e l’acqua nel suo corpo e sangue gloriosi, ma stavolta Leonardo vuole riprodurre il momento in cui Gesù annuncia agli apostoli che uno di loro lo tradirà. Viene rappresentato l’attimo appena precedente la rivelazione dell’identità del traditore. «Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà» (Gv 13, 21). Il dipinto va, quindi, interpretato alla luce dei versetti dal 21 al 27 del capitolo 13 del vangelo di Giovanni. Per questo motivo non compaiono sulla tavola, davanti a Gesù, i classici simboli eucaristici del pane e del calice. Si può notare, invece, che conformemente al versetto 22: «I discepoli si guardarono gli uni e gli altri, non sapendo di chi parlasse», gli apostoli sono raffigurati scandalizzati, ognuno nell’atto di domandarsi chi possa essere il traditore. Subito alla sinistra di Gesù c’è Tommaso che si protende verso il Signore alzando il dito, che poi metterà nel suo costato una settimana dopo. Seduto vicino a Gesù c’è, però, Giacomo il maggiore che appare inorridito dalla notizia. Egli e suo fratello, Giovanni, sono seduti uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, immagine che richiama il passo di Marco 10, 37, cioè la richiesta di poter sedere nel regno dei cieli, alla destra ed alla sinistra del Signore. Subito dopo c’è Filippo che si porta le mani al petto. Leonardo attribuisce a lui la frase di Matteo 26, 22: «Sono forse io?». Parimenti anche i terzetti posti agli estremi della tavola, alla sinistra di Gesù, Matteo, Taddeo e Simone, ed alla destra, Andrea, Giacomo il minore e Bartolomeo, sono raffigurati come sconvolti ed increduli, pieni di amara sorpresa. 

Il terzetto subito alla destra di Gesù è formato da Giovanni, Pietro e Giuda, anch’esso è raffigurato da Leonardo nell’attimo appena precedente la rivelazione dell’identità del traditore. Leggiamo Giovanni 13, 23-25: «Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Di’, chi è colui a cui si riferisce?” Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù , gli disse: “Signore chi è?”». Leonardo traduce in immagini questi versetti, infatti Pietro con un cenno si avvicina a Giovanni per potergli parlare e lui si piega verso di lui per poterlo ascoltare. E’ per questo motivo che si forma lo spazio vuoto tra Giovanni e Gesù, e siccome sono seduti vicino, tale spazio ha una vaga forma a “V”. Solo un eccitato farneticante come D. Brown poteva vederci una vagina stilizzata.
Giovanni, Giuda e Pietro
Coerentemente con il racconto evangelico Pietro ha l’espressione infuriata perché vuole sapere subito chi è il traditore e il coltello che tiene nell’altra mano tradisce le sue drastiche intenzioni. Più tardi, infatti, non esiterà, nell’orto del Getsemani, a tagliare l’orecchio al servo del Sommo Sacerdote, Malco (Mt 26, 1). Egli non ha nulla contro la figura a cui si rivolge, questa, infatti ha un’espressione tranquilla ed abbandonata. E’ Giovanni, efebico, raffigurato secondo la classica iconografia del tempo, è l’unico senza barba ed ha lunghi capelli perché è solo un giovinetto (dove poi, D. Brown, riesca a vedere un seno femminile rimane un mistero, n.d.r.). L’unico apostolo non visibile in viso è Giuda, il traditore, egli, pur essendo seduto alla stessa tavola, appare come separato da tutti gli altri apostoli è ormai una presenza aliena, non fa più parte della comunità degli apostoli, «E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui» (Gv 13, 27).

Al centro del dipinto c’è Gesù, Egli è fisicamente separato da tutti gli apostoli, siamo in un momento solenne in cui il Figlio di Dio è solo di fronte al male assoluto, la sua figura è iscritta in un triangolo equilatero perfetto, Egli è il centro di tutto, la salvezza dell’uomo si compie attraverso il dono della sua vita, tutte le linee di prospettiva del dipinto partono da questo triangolo. Con la mano destra Gesù sta per prendere il boccone che indicherà in Giuda il traditore, mentre la sinistra è aperta in segno di abbandono alla volontà del Padre. E’ il simbolo dell’offerta perfetta di Gesù che si lascia travolgere dal male supremo per trasformarlo in salvezza, è la prefigurazione della sua morte e resurrezione. 

Di fronte a temi così importanti e profondi della fede cristiana, magistralmente espressi dal genio leonardesco, è difficile mantenere la calma nel leggere, e saper universalmente divulgate, le cretinate di quel mentecatto di D. Brown. Questo ignorante completo vede vagine e falli stilizzati, inesistenti misteriose “M”, toglie Giovanni dall’”Ultima cena” per inserirci la Maddalena quando, invece, gli apostoli presenti erano dodici, crede di vedere un gesto minaccioso nel dito dell’angelo che indica S. Giovannino in la “Vergine delle rocce”, altro dipinto leonardesco. 

Purtroppo chiunque ha letto il “Codice da Vinci” non è poi riuscito a resistere alla tentazione di analizzare l’”Ultima cena” di Leonardo. Quante persone si saranno rese conto delle assurdità sparate da D. Brown? E quante no? Queste domande mi fanno rabbrividire.

Inevitabilmente D. Brown tira in ballo anche altre opere di Leonardo, tra queste il famoso dipinto della “Gioconda”. A pag. 145 de “Il Codice da Vinci” si legge: «…la sua Monna Lisa non è né maschio, né femmina, contiene un sottile messaggio di androginia. E’ una fusione dei due sessi […] non solo la faccia di Monna Lisa ha un aspetto androgino, ma il suo nome è un anagramma della divina unione tra maschio e femmina. E quello, amici, è il piccolo segreto di Leonardo, e la ragione del sorriso saputo di Monna Lisa». Secondo D. Brown l’anagramma nascosto nel nome della Monna Lisa sarebbe un riferimento al dio egizio Amon, ritenuto il dio maschile della fertilità, e la dea egizia Iside, ritenuta la versione femminile di Amon. 

Questa stupidaggine colossale D. Brown la copia di sana pianta da “La rivelazione dei Templari: i Guardiani della vera identità di Cristo” di L. Picknett e C. Prince, un testo universalmente ritenuto di nessuna validità storica. Basta pensare che i suoi autori affermano come un fatto certo che la Sacra Sindone di Torino sia un autoritratto fotografico di Leonardo da Vinci (sic!). Si tratta, invece, solo di un giochetto con termini che vagamente si assomigliano tra loro: “Monna” con “Amon e “Lisa” con “Iside”. Inoltre, contrariamente alle corbellerie che scrive Brown, Amon non è il dio egizio della fertilità, bensì la versione tebana del dio di Eliopoli Atun, cioè il dio primordiale. Queste divinità assumono, semmai, i connotati di creatori solo in associazione con il disco solare, cioè Ra, così abbiamo Amon-Ra e Atun-RaIn realtà non c’è alcun mistero, infatti è risaputo, come ci informa il Vasari, che la “Gioconda” è il ritratto di una donna realmente esistita, cioè Madonna Lisa, moglie di Francesco di Bartolomeo del Giocondo che lo commissionò a Leonardo nel 1503.