giovedì 25 maggio 2017

Parte XX – Leonardo da Vinci

Il romanzo di D. Brown deriva il suo titolo dal famoso artista e scienziato italiano del Rinascimento Leonardo da Vinci (in realtà dal posto in cui è nato, visto che quell’ignorante di D. Brown pensa sia il suo cognome, n. d. r.). Ci si potrebbe chiedere (giustamente) cosa centri in tutta questa storia Leonardo da Vinci, eppure D. Brown riesce a raccontare una assurdità tale che, paradossalmente, diviene il filo conduttore del suo romanzo, nonché l’idea vincente per le illustrazioni della copertina del suo libro (ma anche per le locandine del film e per le scatole del videogioco al libro ispirati). 

A pag 285 de il “Codice da Vinci” si può leggere la seguente assurdità: «…Langdon sorrise. “In effetti, il Santo Graal comparve davvero nell’Ultima Cena. Leonardo l’ha messo in un posto molto visibile”…Sophie esaminò la figura alla destra di Gesù. A mano mano che studiava la sua faccia e il suo corpo era sempre più stupita. La persona raffigurata aveva lunghi capelli rossi, delicate mani giunte e il seno appena accennato. Era senza dubbio femmina. “Ma è una donna!” esclamò. Teabing rideva. “Sorpresa, sorpresa. Mi creda non si tratta di un errore. Leonardo era abilissimo nel ritrarre le differenze tra i sessi” […] ”Nessuno se ne accorge mai” disse Teabing. “I nostri preconcetti su quella scena sono talmente forti che la nostra mente cancella l’incongruenza e ci fa vedere quello che non c’è”…Sophie si avvicinò ancor più all’immagine. La donna alla destra di Gesù era giovane e aveva l’aspetto pio, un viso dall’espressione piena di discrezione, bellissimi capelli rossi e mani tranquillamente giunte. “Questa è la donna che da sola poteva far crollare la Chiesa? Chi è?” chiese. “Quella donna, mia cara” rispose Teabing “è Maria Maddalena” […] ”L’Ultima Cena grida praticamente a tutti che Gesù e Maria Maddalena erano una coppia di sposi” […] ”osservi come Gesù e la sua sposa sembrano uniti in corrispondenza del fianco e si allontanano l’uno dall’altra per creare uno spazio vuoto ben delineato tra loro”…il segno “femminile”: V. […] “se osserviamo Gesù e Maddalena come elementi compositivi e non come persone, vediamo balzare fuori un’altra forma. Una lettera dell’alfabeto”…In centro all’affresco c’era l’inconfondibile profilo di una enorme, precisa lettera “M”…”I teorici dei complotti le diranno che sta per matrimonio o per Maria Maddalena” […] disse Langdon, indicando l’Ultima cena. “Questo è Pietro. Vedi che Leonardo sapeva come la pensasse a proposito di Maria Maddalena?” Anche ora, Sophie rimase senza parole. Nell’affresco, Pietro era piegato minacciosamente verso la donna e la sua mano simile ad una lama faceva il gesto di tagliarle il collo. Lo stesso gesto di minaccia che si poteva vedere nella Vergine delle Rocce!...».

Senza dubbio un’ottima operazione di promozione del proprio romanzo, tirare in ballo un’opera così nota per dire che vi è nascosto un riferimento segreto di cui nessuno se ne era mai accorto è sicuramente un colpo di genio. Ovviamente non c’è niente di vero, ma se serve per fare effetto, D. Brown non si fa scrupoli coinvolgendo Gesù e gli apostoli in una gazzarra d’osteria banalizzando un momento della vita di Gesù così sacro per la fede cristiana.

Per confutare la lettura di D. Brown non occorre essere un critico d’arte, basta aprire una enciclopedia, visitare qualche sito web sull’argomento oppure, semplicemente, guardare il dipinto.

Leonardo dipinse l’”Ultima cena” tra il 1494 ed il 1497 per decorare un lato corto del refettorio della comunità dei padri domenicani di S. Maria delle Grazie, a Milano. Contrariamente a quello che comunemente si pensa l'opera non è un affresco, infatti Leonardo dipinse l’intonaco asciutto, come se fosse un tela, per avere a disposizione tempi realizzativi più lunghi. Come è noto la tecnica dell’affresco prevede la pittura sull’intonaco ancora fresco in modo che questo, asciugandosi, incorpori saldamente il colore garantendo una lunghissima tenuta. Per questo motivo l’”Ultima cena” è giunta sino a noi molto deteriorata. Leonardo fu ingaggiato per quel lavoro dal Duca della città, Ludovico il Moro, molto amico della comunità, tanto che il convento divenne il mausoleo della sua famiglia. Leonardo, quindi, non dipinse in un luogo appartato o di scarsa importanza dove non avrebbe corso il pericolo di vedere scoperto il suo “segreto”, bensì, realizzò la sua opera pittorica dalle dimensioni più grandi in una delle strutture più grandi e per una delle autorità italiane più importanti del tempo. Infatti nessuno considerò blasfemo o apertamente anticattolico il dipinto. Non i frati, non il Priore, padre Vincenzo Bandello, il cui nipote, novizio domenicano, addirittura, nelle sue novelle descrisse in modo dettagliato il modo di lavorare di Leonardo alle Grazie, senza riportare alcunché di anomalo. Persino la soldataglia napoleonica, nel 1800, considerò il refettorio un luogo così cattolico da trasformarlo, per sfregio, in stalla per ben tre anni.

L'Ultima Cena di Leonardo

Per tradizione tutti i refettori conventuali dei vari ordini religiosi cattolici sono decorati con la scena dell’ultima cena dove Gesù trasforma il pane e l’acqua nel suo corpo e sangue gloriosi, ma stavolta Leonardo vuole riprodurre il momento in cui Gesù annuncia agli apostoli che uno di loro lo tradirà. Viene rappresentato l’attimo appena precedente la rivelazione dell’identità del traditore. «Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà» (Gv 13, 21). Il dipinto va, quindi, interpretato alla luce dei versetti dal 21 al 27 del capitolo 13 del vangelo di Giovanni. Per questo motivo non compaiono sulla tavola, davanti a Gesù, i classici simboli eucaristici del pane e del calice. Si può notare, invece, che conformemente al versetto 22: «I discepoli si guardarono gli uni e gli altri, non sapendo di chi parlasse», gli apostoli sono raffigurati scandalizzati, ognuno nell’atto di domandarsi chi possa essere il traditore. Subito alla sinistra di Gesù c’è Tommaso che si protende verso il Signore alzando il dito, che poi metterà nel suo costato una settimana dopo. Seduto vicino a Gesù c’è, però, Giacomo il maggiore che appare inorridito dalla notizia. Egli e suo fratello, Giovanni, sono seduti uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, immagine che richiama il passo di Marco 10, 37, cioè la richiesta di poter sedere nel regno dei cieli, alla destra ed alla sinistra del Signore. Subito dopo c’è Filippo che si porta le mani al petto. Leonardo attribuisce a lui la frase di Matteo 26, 22: «Sono forse io?». Parimenti anche i terzetti posti agli estremi della tavola, alla sinistra di Gesù, Matteo, Taddeo e Simone, ed alla destra, Andrea, Giacomo il minore e Bartolomeo, sono raffigurati come sconvolti ed increduli, pieni di amara sorpresa. 

Il terzetto subito alla destra di Gesù è formato da Giovanni, Pietro e Giuda, anch’esso è raffigurato da Leonardo nell’attimo appena precedente la rivelazione dell’identità del traditore. Leggiamo Giovanni 13, 23-25: «Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Di’, chi è colui a cui si riferisce?” Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù , gli disse: “Signore chi è?”». Leonardo traduce in immagini questi versetti, infatti Pietro con un cenno si avvicina a Giovanni per potergli parlare e lui si piega verso di lui per poterlo ascoltare. E’ per questo motivo che si forma lo spazio vuoto tra Giovanni e Gesù, e siccome sono seduti vicino, tale spazio ha una vaga forma a “V”. Solo un eccitato farneticante come D. Brown poteva vederci una vagina stilizzata.
Giovanni, Giuda e Pietro
Coerentemente con il racconto evangelico Pietro ha l’espressione infuriata perché vuole sapere subito chi è il traditore e il coltello che tiene nell’altra mano tradisce le sue drastiche intenzioni. Più tardi, infatti, non esiterà, nell’orto del Getsemani, a tagliare l’orecchio al servo del Sommo Sacerdote, Malco (Mt 26, 1). Egli non ha nulla contro la figura a cui si rivolge, questa, infatti ha un’espressione tranquilla ed abbandonata. E’ Giovanni, efebico, raffigurato secondo la classica iconografia del tempo, è l’unico senza barba ed ha lunghi capelli perché è solo un giovinetto (dove poi, D. Brown, riesca a vedere un seno femminile rimane un mistero, n.d.r.). L’unico apostolo non visibile in viso è Giuda, il traditore, egli, pur essendo seduto alla stessa tavola, appare come separato da tutti gli altri apostoli è ormai una presenza aliena, non fa più parte della comunità degli apostoli, «E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui» (Gv 13, 27).

Al centro del dipinto c’è Gesù, Egli è fisicamente separato da tutti gli apostoli, siamo in un momento solenne in cui il Figlio di Dio è solo di fronte al male assoluto, la sua figura è iscritta in un triangolo equilatero perfetto, Egli è il centro di tutto, la salvezza dell’uomo si compie attraverso il dono della sua vita, tutte le linee di prospettiva del dipinto partono da questo triangolo. Con la mano destra Gesù sta per prendere il boccone che indicherà in Giuda il traditore, mentre la sinistra è aperta in segno di abbandono alla volontà del Padre. E’ il simbolo dell’offerta perfetta di Gesù che si lascia travolgere dal male supremo per trasformarlo in salvezza, è la prefigurazione della sua morte e resurrezione. 

Di fronte a temi così importanti e profondi della fede cristiana, magistralmente espressi dal genio leonardesco, è difficile mantenere la calma nel leggere, e saper universalmente divulgate, le cretinate di quel mentecatto di D. Brown. Questo ignorante completo vede vagine e falli stilizzati, inesistenti misteriose “M”, toglie Giovanni dall’”Ultima cena” per inserirci la Maddalena quando, invece, gli apostoli presenti erano dodici, crede di vedere un gesto minaccioso nel dito dell’angelo che indica S. Giovannino in la “Vergine delle rocce”, altro dipinto leonardesco. 

Purtroppo chiunque ha letto il “Codice da Vinci” non è poi riuscito a resistere alla tentazione di analizzare l’”Ultima cena” di Leonardo. Quante persone si saranno rese conto delle assurdità sparate da D. Brown? E quante no? Queste domande mi fanno rabbrividire.

Inevitabilmente D. Brown tira in ballo anche altre opere di Leonardo, tra queste il famoso dipinto della “Gioconda”. A pag. 145 de “Il Codice da Vinci” si legge: «…la sua Monna Lisa non è né maschio, né femmina, contiene un sottile messaggio di androginia. E’ una fusione dei due sessi […] non solo la faccia di Monna Lisa ha un aspetto androgino, ma il suo nome è un anagramma della divina unione tra maschio e femmina. E quello, amici, è il piccolo segreto di Leonardo, e la ragione del sorriso saputo di Monna Lisa». Secondo D. Brown l’anagramma nascosto nel nome della Monna Lisa sarebbe un riferimento al dio egizio Amon, ritenuto il dio maschile della fertilità, e la dea egizia Iside, ritenuta la versione femminile di Amon. 

Questa stupidaggine colossale D. Brown la copia di sana pianta da “La rivelazione dei Templari: i Guardiani della vera identità di Cristo” di L. Picknett e C. Prince, un testo universalmente ritenuto di nessuna validità storica. Basta pensare che i suoi autori affermano come un fatto certo che la Sacra Sindone di Torino sia un autoritratto fotografico di Leonardo da Vinci (sic!). Si tratta, invece, solo di un giochetto con termini che vagamente si assomigliano tra loro: “Monna” con “Amon e “Lisa” con “Iside”. Inoltre, contrariamente alle corbellerie che scrive Brown, Amon non è il dio egizio della fertilità, bensì la versione tebana del dio di Eliopoli Atun, cioè il dio primordiale. Queste divinità assumono, semmai, i connotati di creatori solo in associazione con il disco solare, cioè Ra, così abbiamo Amon-Ra e Atun-RaIn realtà non c’è alcun mistero, infatti è risaputo, come ci informa il Vasari, che la “Gioconda” è il ritratto di una donna realmente esistita, cioè Madonna Lisa, moglie di Francesco di Bartolomeo del Giocondo che lo commissionò a Leonardo nel 1503. 

lunedì 15 maggio 2017

Il primo gnosticismo, Cerinto.

In questo articolo prendo in considerazione un altro personaggio legato alla corrente del cristianesimo gnostico di tipo docetista sviluppatasi tra la fine del primo e l’inizio del secondo secolo. Si tratta di un certo Cerinto, un teologo e filosofo siriano di lingua greca originario di Antiochia, o secondo altre fonti di Efeso, che fu, in base alle poche fonti a disposizione, addirittura contemporaneo dell’evangelista Giovanni. 

A parlarci di questo Cerinto sono il vescovo di Lione, Ireneo (130 – 202), nel suo Adversus Haereses, e lo scrittore Eusebio di Cesarea, del III secolo. Ireneo, fiero oppositore dello gnosticismo, ci narra come Cerinto fosse uno dei capostipiti della corrente gnostico-docetista del primo cristianesimo. Sempre secondo Ireneo Cerinto venne a contatto con la comunità giovannea di Efeso, ma si scontrò con la tradizione apostolica trasmessa dall’apostolo e fu decisamente respinto. Secondo Ireneo il Vangelo secondo Giovanni fu addirittura scritto proprio per confutare la sua dottrina gnostica. Eusebio di Cesarea riporta persino un diverbio pubblico tra l’apostolo e Cerinto, incontrato alle terme di Efeso (Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, IV, 14, 6). L’opposizione verso Cerinto da parte della Chiesa fu subito netta e decisa, a tal punto che, narrano nei loro scritti Ippolito di Roma ed Eusebio di Cesarea, a Roma un prete dotto ed ortodosso di nome Gaio, vissuto sotto papa Zefirino (199-217), arrivò a ripudiare il Vangelo secondo Giovanni in quanto lo riteneva opera di Cerinto. Questo deciso rifiuto di Cerinto, e della sua teologia, testimonia come già nei primi periodi della vita della Chiesa è presente una fede già ben formata che deriva dalla tradizione apostolica. Già nel secondo secolo, a Roma ed ad Efeso, cioè sia nella Chiesa occidentale che orientale, è presente un’ortodossia che si oppone alle infiltrazioni gnostiche. 

La teologia di Cerinto è quella tipicamente gnostica-docetista, infinitamente lontana da quella tradizionale apostolica nata dalla prima testimonianza. Secondo la sua visione Dio, in quanto essere perfetto per eccellenza, non poteva aver creato il mondo perché imperfetto e malvagio e che tale creazione fu opera di un essere inferiore, un demiurgo oppure degli angeli. A divergere decisamente dal nucleo originale dell’annuncio cristiano delle origine è la convinzione che Gesù fosse un semplice uomo, nato da Giuseppe e Maria, e che solo successivamente discese su di lui l’essere superiore chiamato Cristo sotto forma di colomba, al momento del battesimo per insegnargli la via verso il Padre sconosciuto. Cristo, poi, prima della crocifissione abbandonò l’uomo Gesù al suo destino. Quest’ultima tesi caratterizza il docetismo di Cerinto come adozionista. Infine Cerinto attendeva, dopo la resurrezione, l'avvento di un regno terreno di Cristo.

Una visione che, come abbiamo visto, si opponeva all’originalità dell’annuncio cristiano, al Kerigma professato dai primi cristiani, nel quale è primario il riferimento alla divinità del Cristo-uomo e alla salvezza operata dalla sua sofferenza sulla croce (Col 1, 21-24). 

Bibliografia

Catholic Encyclopedia, Volume III New York 1908, Robert Appleton Company;
R.M.Grant, “Gnosticismo e Cristianesimo primitivo”, il Mulino, Bologna 1976;
H. Jonas, “Lo Gnosticismo”, SEI, Torino, 1973;
J.N.D. Kelly, “Il pensiero cristiano delle origini”, il Mulino, Bologna, 1972.

domenica 30 aprile 2017

Biglino e gli Elohim

Lo studioso Mauro Biglino arringa i suoi fedelissimi ed avverte il mondo intero che le religioni ebraica e cristiana sono solo una solenne truffa. Infatti, secondo Biglino, alcuni loschi personaggi si sarebbero appropriati della Bibbia leggendovi l’immaginaria esistenza di un Dio che si sarebbe costruito un popolo, Israele il popolo eletto, e che poi avrebbe salvato l’umanità dal peccato originale mandando il suo figlio unigenito sulla terra. Per Biglino, invece, la Bibbia non parla affatto di Dio, ma di alcuni esseri, non ben precisati, forse degli alieni, ma che comunque non avevano niente di divino e soprannaturale, denominati col termine ebraico di “Elohim”.

Biglino, credendosi il maggior conoscitore esistente sulla faccia della terra dell’ebraico biblico, ricava questa sua convinzione principalmente dal fatto che, secondo lui, nessuno conosce il vero significato del termine “Elohim” e, cadendo in palese contraddizione, sostiene che, senza alcun dubbio (sic), il termine “Elohim” certamente non significa “Dio”. Gli “Elohim” biblici sono molteplici, non sono esseri divini, ma personaggi in carne ed ossa e ciò sarebbe principalmente provato dal fatto che il termine “Elohim” in ebraico è un plurale (plurale di "El" che significa "Dio"), quindi non si può letteralmente applicare al concetto monoteistico di un Dio unico. 

In realtà in tutte le bibbie in uso presso qualunque confessione cristiana ed anche nel testo del Tanakh, cioè la raccolta di tutti i libri sacri dell’ebraismo, il termine “Elohim” viene sempre tradotto con “Dio”. Come mai? E’ la tradizione che insegna questo. Tecnicamente Biglino ha ragione, il termine ebraico “Elohim” è grammaticalmente un plurale, ma tutte le versioni, cioè le traduzioni, più antiche dall’ebraico, dalla Septuaginta alla Peshitta siriaca fino alla versione aramaica e alla Vetus latina, cioè testi del II secolo a.C. fino al IV secolo d.C., che tanta parte hanno avuto nella costituzione del testo delle bibbie moderne, hanno sempre tradotto il termine “Elohim” con “Dio”. Tutto ciò è ovviamente spiegato dal contesto, cioè dal senso generale della narrazione che presuppone chiaramente l’esistenza di un Dio unico. 

Ma a Biglino ciò non convince, asserisce che la lettura letterale è l’unica giusta e, comunque, la sola che può essere “libera” da false interpretazioni teologiche. Affermazioni semplicemente assurde, l’interpretazione del testo biblico non può basarsi solo ed esclusivamente su una lettura letterale, occorre necessariamente un approccio multidisciplinare per studiare il significato di un testo che è una collazione di scritti molto differenti tra loro, occorre conoscere i periodi della loro redazione e le tradizioni in cui si sono formati. La tesi ridicola del “complotto” può andar bene ai creduloni sempre pronti a dar credito ad ogni voce anticristiana ed anticattolica, ma se vogliamo riferirci ad uno studio serio della Scrittura il dilettante Biglino fa una ben magra figura.

Personalmente non conosco l’ebraico, quindi mi sono documentato consultando il forum di Consulenza Ebraica dove esperti di ebraico biblico hanno da tempo affrontato a livello grammaticale la questione del plurale “Elohim” riferito al termine singolare di “Dio”. La regola grammaticale imporrebbe che quando il termine “Elohim” non ha l’articolo determinativo e i verbi ad esso collegati sono al singolare, deve ritenersi a tutti gli effetti un singolare in quanto si riferisce alla maestà divina (Joel S. Burnett “A Reassessment of Biblical Elohim” SBL Dissertation Series, Atlanta 2001, pag. 15.). Tale spiegazione, però, presenta delle difficoltà, che Biglino sfrutta immediatamente per avvalorare la sua tesi. Esistono, infatti, dei passi della Bibbia dove il temine “Elohim”, che secondo il contesto dovrebbe riferirsi a Dio, è invece seguito dal verbo al plurale. Ad esempio in Genesi 20,13 abbiamo: “Allora, quando Dio mi ha fatto errare lungi dalla casa di mio padre”, in realtà nel testo ebraico il verbo collegato a Dio è un plurale, quindi bisognerebbe tradurre con “Allora, quando gli “Elohim” mi fecero errare lungi dalla casa di mio padre”. Per Biglino tutto ciò prova che Abramo fu chiamato da questi misteriosi Elohim e non da Dio. Altro passo invocato da Biglino a sostegno della sua critica è Genesi 35, 7 dove di Giacobbe viene detto: “Qui egli costruì un altare e chiamò quel luogo "El-Betel", perché là Dio gli si era rivelato, quando sfuggiva al fratello”. Anche in questo caso il testo ebraico originale riporta il verbo “rivelare” al plurale. Quindi, anche qui la traduzione migliore sarebbe “…ed edificò là un altare e chiamò il luogo El-Betel poiché là si erano fatti vedere a lui gli Elohim”. Non di Dio parlerebbe dunque la Bibbia, ma degli “Elohim”. 

Ciò che però Biglino non dice è che tali passi, in cui il termine “Elohim” che dovrebbe riferirsi a “Dio” è invece seguito dal verbo al plurale, sono una netta minoranza rispetto a quelli che rispettano la regola grammaticale, solo un centinaio su circa 2600 ricorrenze del termine “Elohim” nella Scrittura. Il più importante di tutti si trova proprio nel primo versetto della Genesi dove tutto ha avuto inizio con la creazione di Dio. In Genesi 1, 1 abbiamo: “In principio Dio creò”, che in ebraico è: "Bereshit barà Elohim". Il testo riporta “Barà”=“creò” cioè al singolare, non “Barù” al plurale e il termine “Elohim” è senza l'articolo determinativo. E’, quindi, Dio che crea, all’inizio non c’è nessun misterioso “Elohim”. Per spiegare perché è giusto tradurre “Elohim” con “Dio” in quei passi richiamati da Biglino non bisogna riferirsi solo ad una traduzione letterale, ma occorre considerare il contesto in cui sono posti quei versetti e la tradizione delle versioni più antiche. In Genesi 20, 13 ci si riferisce alla promessa di Dio ad Abramo che troviamo nel capitolo 12: “Il Signore DISSE ad Abram: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che IO TI INDICHERÒ. FARÒ di te un grande popolo e TI BENEDIRÒ, RENDERÒ grande il tuo nome e diventerai una benedizione. BENEDIRÒ coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno MALEDIRÒ e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra". Allora Abram partì, come GLI AVEVA ORDINATO il Signore”. Tutti i verbi che si riferiscono a Dio sono al singolare, quindi il contesto suggerisce che anche il termine “Elohim” di Genesi 20, 13 debba essere tradotto con “Dio”. E lo stesso vale per Genesi 35, 7 dove il contesto si riferisce chiaramente a Dio. Ad esempio pochi versetti prima abbiamo: “Dio DISSE a Giacobbe: Alzati va’ a Bethel, e costruisci in quel luogo un altare al Dio che TI APPARVE allorché fuggivi Esaù tuo fratello” (Gn 35, 1). Anche qui, il termine “Elohim” è collegato a verbi al singolare. 

D’altronde in questi due passi della Genesi tutte le più antiche versioni, che ricordo si spingono fino al II secolo a.C., come ad esempio la Septuaginta, traducono il termine “Elohim” sempre con “Dio”, al singolare. La Septuaginta, cioè la versione greca degli scritti sacri ebraici, era tenuta in grande considerazione dagli ebrei prima dell’era cristiana. Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio, il famoso filosofo e storico ebraici del tempo di Gesù, sostenevano che i suoi autori erano stati ispirati divinamente. Oltre alle vecchie versioni latine, la Septuaginta è stata anche la base per le versioni dell'Antico Testamento nel vecchio linguaggio slavonico della Chiesa, in siriaco, per quella nell'antica lingua armena, nell'antica lingua georgiana e in lingua copta (Ernst Würthwein “The Text of the Old Testament” trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich. Eerdmans, 1995). Se consideriamo che la Septuaginta riflette indubbiamente il pensiero e le convinzioni maggiormente presenti in Israele nei tempi più antichi da noi conosciuti, credo che tale traduzione, per la sua importanza ed antichità, possa essere considerata senza dubbio molto più affidabile di quella di Biglino. 

Se la logica e le evidenze che ho appena esposto giustificano ampiamente una traduzione al singolare del termine plurale “Elohim”, quando questo si riferisce a Dio, che significato possono avere le eccezioni in cui compaiono al plurale anche i verbi collegati al termine “Elohim”? La questione è stata ed è molto dibattuta, ma la spiegazione più accreditata dagli studiosi e dalla tradizione ebraica fa riferimento ad una sorta di plurale “deliberativo” cioè una maestosità che vuole descrivere una dimensione di pluralità, di relazionalità, tipica del Dio ebraico (J. Skinner ”Genesis (ICC)” Edinburgh 1932, pag. 31; G. von Rad “Genesi (Antico Testamento 2/4)” Brescia 1978, pag. 69). Tale caratteristica di Dio sarà nota dominante nella creazione dell’uomo, infatti secondo la cosiddetta tradizione Elohista la creazione dell’uomo viene descritta attraverso un colloquio che Dio intrattiene con la sua corte celeste: “E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza…” (Gn 1, 26). Già anticamente Filone e vari commentatori rabbinici erano convinti di questa dimensione pluralistica di Dio, nel Targum Jonathan, cioè una traduzione in aramaico della Bibbia ebraica, databile tra il I secolo a.C. ed il II secolo d.C., ad esempio, è riportato un colloquio di Dio con gli angeli proprio al momento della creazione dell’uomo. 

E’ per questi motivi che giustamente il termine “Elohim” quando si riferisce a Dio viene sempre tradotto con “Dio”, anche quando i verbi sono al plurale. Per la ricorrenza di Genesi 35, 7 la Bibbia di Gerusalemme, ad esempio, in nota, motiva il plurale con un riferimento agli angeli, la corte celeste, che precede la comparsa di Dio: “Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Ecco il Signore gli stava davanti e disse: “Io sono…” (Gn 28, 12-13). E’ riportata una corte celeste, ma Dio è considerato come unico.

La tradizione ebraico-cristiana ha una storia antichissima e si fonda su documenti di eccezionale valore storico ed esegetico. Come è possibile dar credito ad un personaggio come Biglino, sprovvisto di titoli accademici, che ci viene a raccontare dopo migliaia di anni dai fatti che, senza avere alcuna prova, tutta l’interpretazione della Bibbia non sarebbe altro che il frutto di un complotto? Ecco a cosa sono disposti a credere gli anticristiani, i laicisti che si vantano di essere razionalisti. E invece sono loro ad essere senza apertura mentale, ma disposti a credere solo ai propri pregiudizi.


Bibliografia

C. Westermann "Genesi", Casale Monferrato (AL), 1989;
P.E. Dion "Ressemblance et Image de Dieu" in DBSup, X;
J. Skinner ”Genesis (ICC)” Edinburgh 1932; 

G. von Rad “Genesi (Antico Testamento 2/4)” Brescia 1978;
Ernst Würthwein “The Text of the Old Testament” trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich. Eerdmans, 1995;
Joel S. Burnett “A Reassessment of Biblical Elohim” SBL Dissertation Series, Atlanta 2001;
http://consulenzaebraica.forumfree.it/


giovedì 20 aprile 2017

Parte XIX – Maria Maddalena e i Merovingi

Un punto cruciale dell’assurda storia della discendenza di Gesù, che si può ritrovare in questi testi spazzatura, è incentrato sulla leggenda medioevale di un fantastico viaggio in Francia di Maria Maddalena per dare luogo ad una discendenza che esisterebbe tuttora. Ovviamente si tratta di una stupidaggine colossale a cui non mi sembra serio dedicare troppo spazio. Mi limiterò, dunque, a riportare qualche brano sull’argomento per contrapporre una breve risposta. Dal “Il Codice da Vinci”, da pag. 297 a pag. 299, si legge: «…Poiché il suo nome era proibito dalla Chiesa, Maria Maddalena divenne nota sotto vari pseudonimi: il Calice, il Santo Graal, la Rosa […] La Chiesa per difendersi dal potere di Maria Maddalena, l’ha etichettata come prostituta […] ”Secondo il Priorato”, proseguì Teabing: “Maria Maddalena era incinta all’epoca della crocifissione. Per proteggere il figlio che doveva ancora nascere, non ebbe altra scelta che lasciare la Terrasanta. Con l’aiuto di Giuseppe d’Arimatea, zio di Gesù e suo fedelissimo, Maria Maddalena raggiunse segretamente la Francia, allora nota come Gallia, dove trovò un rifugio sicuro nella comunità ebraica. E fu in Francia che diede alla luce una figlia a cui venne dato il nome di Sarah” […] La Chiesa delle origini temeva che se si fosse permesso alla discendenza di crescere, il segreto di Gesù e Maria Maddalena sarebbe infine affiorato e avrebbe sfidato la dottrina cattolica fondamentale […] Tuttavia, la discendenza di Cristo è stata allevata tranquillamente in Francia, finchè nel V secolo non ha fatto una mossa ardita, sposandosi con i re di Francia e creando la dinastia dei Merovingi” […] In Francia tutti gli studenti conoscevano la storia dei Merovingi. “I Merovingi hanno fondato Parigi”. […] “Ha sentito parlare di re Dagoberto?” […] “Era uno dei re Merovingi, vero? Pugnalato in un occhio mentre dormiva?” “Esatto. Assassinato dal Vaticano in combutta con Pipino d’Heristal. Fine del settimo secolo. Con l’assassinio di Dagoberto, la dinastia dei Merovingi venne quasi sterminata. Fortunatamente, il figlio di Dagoberto, Sigisberto, sfuggì all’attacco e proseguì la dinastia, di cui fece parte più tardi Goffredo di Buglione, il fondatore del Priorato di Sion”. “Lo stesso uomo […] che ordinò ai Cavalieri del Tempio di recuperare i documenti del Sangreal dalle rovine del tempio di Salomone, in modo da fornire ai Merovingi la prova del loro legame ereditario con Gesù Cristo”. […] [Il Priorato] deve sostenere e proteggere la discendenza di Cristo, quei pochi discendenti dei Merovingi che sono sopravvissuti fino ad oggi”.»

Anche L. Gardner, pescando nella selva di leggende fiorite sull’argomento, cerca di dare una veridicità storica alla vicenda. Nel suo libro, tra le pagine 114 e 211, si può leggere: «Oltre a Maria, fra gli emigrati in Gallia nel 44 d.C. c’erano Marta e la sua serva Marcella. C’erano anche l’apostolo Filippo, Maria Iacopa (moglie di Cleofa) e Maria-Salomè (Elena). Il luogo dove sbarcarono in Provenza era Ratis, divenuto poi noto come Les Saintes Maries de la Mer […] durante il secolo V [gli eserciti Franchi] invasero la Gallia romana e dilagarono nell’attuale Belgio e Francia settentrionale. Fu a questo punto che la figlia di Génobaude, Argotta, sposò il re pescatore Faramundo (o Faramondo, 419-413), che viene spesso citato come il vero patriarca della monarchia francese. Faramondo era nipote di Boaz (Anfortas), discendente in linea diretta dal figlio di Giosué, Aminadab [che sarebbe il bis-nipote di Gesù] […] Nel 655 Roma era ormai in grado di smantellare la successione merovingia in Gallia […] Il Maestro di Palazzo Grimoaldo aveva posto il proprio figlio sul trono d’Austrasia mandando in esilio il legittimo re merovingio Dagoberto II, ma Vilfrido di York e altri sparsero la notizia del tradimento del Maestro di Palazzo e la casa di Grimoaldo fu giustamente screditata […] Avendo sposato Giselle de Razés […] Dagoberto fu rimesso al suo posto nel 674, dopo un’assenza di quasi vent’anni, e l’intrigo romano fu sventato, ma non per molto tempo. […] il movimento cattolico fece di tutto per negare la sua eredità messianica perché oscurava la supremazia del papa […] Fra i nemici gelosi di Dagoberto c’era il suo potente Maestro di Palazzo, Pipino il grosso di Heristal. Nel 679, due giorni prima di Natale, Dagoberto stava cacciando vicino a Stenay nelle Ardenne, quando venne assalito da uno degli uomini di Pipino e impalato ad un albero con una lancia. La Chiesa di Roma si affrettò ad approvare l’omicidio e passò immediatamente l’amministrazione Merovingia in Austrasia all’ambizioso Maestro di Palazzo…».

Come dicevo non c’è niente di serio, non esiste un solo documento storico che accerti questa versione, è solo un cumulo di inesattezze e falsità che hanno come unica base una leggenda medioevale. 

Innanzitutto non è vero che la Chiesa abbia cambiato il nome a Maria Maddalena, tantomeno che la etichettò come una prostituta. Ne è prova il fatto che esistono almeno quattordici sante canonizzate che portano questo nome. Fu solo Papa Gregorio Magno (560 – 604) che, facendo confusione, identificò nella stessa persona Maria Maddalena e Maria di Betania ritenendola una peccatrice in quanto Gesù la liberò da sette demoni (Luca 8, 1-3). In realtà i vangeli distinguono chiaramente le due donne e la Chiesa Cattolica ha riconosciuto, nel 1969, il suo errore. Il Concilio Vaticano II, nella revisione del Messale romano rettificò l'immagine della peccatrice ribadendo che il giorno a lei dedicato, il 22 giugno: «Celebra solo colei a cui Cristo apparve dopo la rissurezione e in nessun modo la sorella di santa Marta, né la peccatrice alla quale il Signore perdonò i peccati» (Calendarium Romanum generale, Roma, pp. 97-98 e p. 131). Anche in oriente la tradizione cristiana ortodossa ha sempre mantenuto separate le due donne, affermando che la Maddalena, divenuta una seguace degli apostoli, morì ad Efeso.

E’ infatti solo una leggenda non anteriore al IX secolo, quella che vuole la Maddalena, dopo un lungo e periglioso viaggio, sbarcare in Provenza per dare luogo ad una comunità cristiana. L. Gardner per supportare la sua teoria allude ad un’opera letteraria del XIII secolo, la “Legenda Aurea”, scritta da un monaco domenicano tra il 1255 e il 1266, Jacopo da Varazze che divenne anche vescovo di Genova nel 1292. Questo frate fu un infaticabile evangelizzatore che per efficacemente divulgare il credo cristiano (la maggior parte della gente di allora era analfabeta, n.d.r.) si mise a scrivere vite di santi da presentare ai fedeli come modelli di virtù cristiana. Questi scritti non devono, però, essere considerati dei testi storici, infatti sono pieni di incongruenze cronologiche, storiche e geografiche. Frate Jacopo raccoglie tutte le tradizioni popolari di allora attingendo anche alla letteratura apocrifa, egli non controlla le sue fonti, non verifica i dati, a lui interessa solo dimostrare come tutti possono accedere alla santità. Ogni storia è raccontata con uno stile semplice ed in modo fantasioso per poter catturare l’interesse della gente. Esempi molto famosi sono l’episodio di S. Giorgio che uccide il drago, S. Cristoforo che porta Gesù bambino sulle spalle, S. Girolamo che estrae la spina della zampa del leone, ecc…, immagini letterarie che ebbero un gran successo e che condizionarono tutta la pittura medioevale. A proposito della Maddalena frate Jacopo racconta di angeli che sette volte al giorno scendono in Egitto, dove si era rifugiata, per trasportarla in cielo e, successivamente, del suo arrivo in Provenza dopo un improbabile lunghissimo viaggio. Chiaramente siamo di fronte ad una leggenda che vuole insegnare come la fede in Gesù permette il superamento di ogni avversità e l’affermazione della pace e della giustizia anche in terre lontane.

La “Legenda Aurea” di Jacopo da Varazze, oltre al fatto che non può essere considerata una fonte storica attendibile, comunque non riporta alcuna notizia di comunità ebraiche residenti in Provenza. Secondo L. Gardner la comunità ebraica che accolse i supposti discendenti di Gesù e Maria Maddalena costituì un regno ebraico vero e proprio chiamato “Settimania”. Niente di più falso, questo territorio era una regione della Gallia antica chiamata così perché vi era di stanza la Legione VII dell’esercito romano d’occupazione (Legio septima). Più tardi prenderà il nome di Gallia Narbonese. Dopo la fine dell’impero romano la regione cadde in mano ai Visigoti che la tennero fino alla conquista araba (719 d.C.). Successivamente fu riconquistata da Pipino il Breve e da Carlo Magno che l’annessero al loro impero. Nessuna notizia di fantomatici regni “ebraici”. Nella “Legenda Aurea” non è neppure riportato che Maria Maddalena fosse incinta, né che avesse avuto in Gallia una figlia di nome Sarah e tanto meno che fosse stata accompagnata da Giuseppe d’Arimatea. Quest’utimo, infatti, appartiene ad un altro ciclo di leggende che lo vorrebbe arrivato in Inghilterra dove vi avrebbe nascosto il santo Graal, questa volta una coppa vera e propria e non la Maddalena. Appare chiaro che questi cialtroni di D. Brown e compagnia, non sapendo distinguere tra documenti storici e leggende, facendo un enorme guazzabuglio, confezionano una storia totalmente immaginaria.

Veniamo ora alla storia della dinastia Merovingia. Secondo D. Brown (che in realtà ha copiato tutto da “Holy blood, Holy Graal” di M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln, n.d.r.) la discendenza di Gesù si sarebbe fusa con quella dei Merovingi attraverso il matrimonio del re Dagoberto II con una certa Giselle de Razès, mentre per L. Gardner tale fusione si ebbe con le nozze tra il re Faramondo ed Argotta. Successivamente la Chiesa di Roma uccise tutti perché aveva paura di una affermazione della dinastia di Gesù.

A questo punto mi chiedo: come è possibile che una tale cretinata non possa, da sola, aver dimostrato ai lettori, anche quelli più sprovveduti, il livello da barzelletta che caratterizza questi testi?

Siamo di fronte ad una dimostrazione di ignoranza senza precedenti, non c’è una sola affermazione che sia corretta dal punto di vista storico. Innanzitutto i vari Giselle de Razés, Faramondo ed Argotta non sono personaggi storici. Non esistono documenti che dimostrino la loro esistenza, si tratta di leggende. Nel caso di Faramondo, ad esempio, ritenuto da L. Gardner il patriarca della monarchia francese e discendente di Gesù (sic!), siamo di fronte ad una vera e propria figura mitologica creata dalla fantasia di Gregorio da Tours nella sua storia dei Franchi per individuare un ipotetico progenitore del popolo germano. Gregorio fu vescovo di Tours nel 573, scrisse una “Historia Francorum” in cui descrisse l’avvento del regno Franco come un segno della Provvidenza divina. Si tratta di un’opera che mescola dati storici e fantastici, specie nella prima parte in cui è descritta la storia universale da Adamo all’arrivo dei Franchi in Gallia. Esiste, inoltre, un’altra leggenda che farebbe discendere Meroveo, un discendente di Faramondo, nientemeno che da Anchise, il padre di Enea. E’ questo, purtroppo, il livello di attendibilità delle “fonti storiche” di Gardner e soci. 

Non è affatto vero, inoltre, che la Chiesa di Roma fosse nemica dei Merovingi, in realtà è vero il contrario. Nel 493 d.C. il re merovingio Clodoveo, fondatore dello stato franco, dopo il suo matrimonio con la principessa cristiana burgunda Clotilde, fece convertire tutti i Franchi al Cristianesimo e stabilì una forte alleanza con il papato. Questo fatto fu decisivo per la rapida integrazione dell’elemento franco con la popolazione romano-gallica cristiana che risiedeva in Gallia a discapito degli altri popoli invasori come i Visigoti, i Vandali e i Burgundi che, invece, erano di religione ariana. L’aiuto che il clero locale fornì nell’amministrazione regia concorse a formare un regno stabile e di successo. Nel 507, addirittura, Clodoveo, per rispondere alle richieste di aiuto dei vescovi cattolici contro l’oppressione ariana del regno visigoto di Alarico II, lo affronta in battaglia e lo sconfigge duramente a Vouillè nel Poitou aprendo così la Gallia meridionale alla penetrazione franco-burgunda. Per gli aiuti prestati ai cristiani cattolici, nel 511, il concilio di Orlèans proclamò Clodoveo protettore della Chiesa.

Anche la versione dell’omicidio di Dagoberto II è del tutto travisata. Non esiste niente che lasci supporre un coinvolgimento del papato, né tantomeno l’esistenza di un suo complotto. Giova ricordare, infatti, che questo re Merovingio è venerato come santo e martire dalla Chiesa cattolica (festeggiato il 23 dicembre). In realtà le uniche notizie certe che si hanno lasciano pensare a tutt’altro. Vilfrido di York, che aiutò Dagoberto a riprendersi il trono d’Austrasia, era un protetto del papa di allora, Agatone. Questi, infatti, nel 679 d.C. lo rimise sul suo legittimo seggio essendo stato ingiustamente deposto da Teodoro di Canterbury. Appare, quindi, molto più probabile che papa Agatone, approvando pienamente l’operato di Vilfrido, non abbia avuto parte con l’uccisone di Dagoberto. Tra l’altro l’immagine di perfido complottista e sanguinario che viene riservata ad Agatone stride fortemente con le notizie storiche che abbiamo su di lui. Papa Agatone, infatti, è venerato come santo dalla Chiesa Cattolica, si distinse per profondità di dottrina e spirito caritativo verso i poveri e, dopo aver servito la Chiesa, si ritirò a vita monastica a Palermo. L’uccisione di Dagoberto II è, molto probabilmente, da attribuire ad una congiura guidata da Ebroino, maggiordomo di palazzo della Neustria e della Burgundia, che voleva riunire tutti i regni Franchi sotto il suo protetto Teodorico III (Ex vita S. Wulfridi episcopi eboracensis , pag 605)

Infine, non è vero che la dinastia merovingia si estinse con la morte di Dagoberto II, tantomeno che l’amministrazione passò immediatamente ai Carolingi. A Dagoberto, infatti, successero altri re merovingi che passarono alla storia come i “re fannulloni”, in quanto non partecipavano attivamente alla vita politica del paese delegando le questioni di governo ai maggiordomi di palazzo che professarono sempre rispetto e obbedienza al loro re. Fu solo nel 743, durante il regno del merovingio Childerico III, che Pipino II, detto il Breve, riuscì a convincere i Franchi a mandare al pontefice un’ambasceria per consultarlo su chi era più meritevole di reggere le sorti del regno.

Il papa di allora, Zaccaria, oppresso dall’aggressività dei Longobardi di Astolfo auspicò l’affermarsi di una monarchia forte e potente che potesse costituire un valido aiuto per la Chiesa. Childerico fu così deposto e Pipino divenne re, senza, però, essere ancora riconosciuto come tale dal papato. Il successore di Zaccaria, Stefano II, infatti, nel 753, tentò inutilmente di trovare un accordo con l’imperatore d’Oriente. Così di fronte al reiterarsi del pericolo longobardo, che ormai minacciava la stessa Roma, il papa strinse un’alleanza con i Franchi e acconsentì di incoronare Pipino. La cerimonia si svolse nell’abbazia di Saint-Denis il 28 luglio del 754.
Quindi non ci fu nessun complotto del papa, tantomeno una eredità messianica da distruggere, c’è solo una abissale ignoranza di D. Brown e soci.

Vorrei anche segnalare l’ennesima bestialità che D. Brown fa dire al sempre più maltrattato Teabing. Secondo l’anziano “scienziato”, come tutti gli studenti francesi sanno, la città di Parigi è stata fondata dai Merovingi. Non credo proprio che i testi storici in dotazione nelle scuole francesi siano così scadenti. In realtà i Merovingi compaiono nella storia di Parigi solo dopo il 451 d.C., scampato il pericolo unno. La città esisteva da moltissimo tempo prima e si originò da un insediamento romano posto proprio dove vi era la presenza di due isolotti sulla Senna che ne facilitavano l’attraversamento. E’ Cesare, nel De Bello Gallico, che c’informa della presenza in quella zona, attorno al 53 a.C., di tribù celtiche chiamate Parisii . La zona era paludosa, quindi la città fondata dai romani assunse il nome di Lutetia Parisiorum che significa “la palude dei Parisii”.

venerdì 7 aprile 2017

La teocrazia bizantina



Tra le principali accuse che la critica storica laicista rivolge alla storia della Chiesa occupano un posto importante i riferimenti alla costituzione e sviluppo in età medioevale del potere temporale da parte dei papi e al fatto che tale potere abbia finito per limitare lo sviluppo dell’autorità laica a detrimento della libertà di autodeterminazione dei popoli. Ritengo questa critica abbastanza miope perché non tiene conto del fatto che la società medioevale europea era una realtà confessionale, nel senso che la fede cristiana, e conseguentemente l’autorità morale della Chiesa di Roma, era largamente considerata come il giusto e santo basamento per l’organizzazione civile e giuridica della società. E’ da questa innegabile realtà che è giusto parlare di radici cristiane dell’Europa. 

In quest’ottica il potere temporale della Chiesa s’inserisce come un elemento di terzietà, quindi di neutralità al di sopra delle parti, tra i rapporti dei vari Stati. Il fatto che la Chiesa abbia potuto avere un proprio potere temporale ha di fatto sottratto l’autorità dei papi dal controllo del potere laico dell’imperatore e dei vari principi. Tutto ciò ha, così determinato, seppure nella situazione particolare di una società teocratica, ad una differenziazione tra il potere laico e quello ecclesiastico. 

Ciò non è invece accaduto nella parte orientale del vecchio impero romano dove non si ebbe alcuna soluzione di continuità con il cosiddetto “impero bizantino” che non fu altro che la continuazione dell’impero romano d’Oriente. L’imperatore bizantino si considerò sempre l’unico vero successore degli imperatori romani che, una volta divenuti cristiani, non perdono nulla della loro antica sacralità. A differenza della società medioevale dell’Europa occidentale, la teocrazia bizantina si fonda sull’idea che il potere imperiale è l’immagine terrestre della sacralità di Cristo. Erede dell’universalismo politico romano e dell’universalismo spirituale evangelico, l’impero bizantino crede di potersi identificare con il Regno stesso di Dio. Cosicché la sua capitale, Costantinopoli, è la Nuova Gerusalemme del Nuovo Testamento e l’imperatore il delegato, il luogotenente di Cristo Re. L’imperatore, quindi, è considerato un “eletto da Dio”, “santo” ed è addirittura oggetto di un culto ufficiale le cui forme, che comprendono acclamazione ed incensazioni, ispireranno la liturgia bizantina. 

Tutto ciò non è senza gravi ripercussioni. Innanzitutto non esiste alcuna differenziazione tra ambito laico ed ecclesiale. Le leggi civili e quelle ecclesiali si confondono, al punto di essere perfino collocate nelle stesse raccolte. Il Codice di Giustiniano si apre con una professione di fede, il cristianesimo viene imposto per legge, pagani ed ebrei vengono combattuti e perfino annientati. Il diritto canonico, elaborato congiuntamente da Concili e da editti imperiali, arriva addirittura a consacrare il continuo intervento dell’imperatore nella vita della Chiesa. In queste condizioni l’imperatore, ovviamente, non esita a legiferare su questioni teologiche, il che provoca gravi crisi quando gli interessi dello Stato hanno la meglio su quelli della fede.

Nel VII secolo, ad esempio, scoppiò la crisi monotelita dovuta alla preoccupazione dell’imperatore Eraclio, davanti alla minaccia araba, di mettere d’accordo tutti i cristiani, ortodossi e monoteliti, emanando un editto che proclamava un’unica volontà, quella divina, nel Cristo. Oppure, ancora, la crisi, violenta e lacerante del secolo appena dopo, iconoclasta scatenata da un altro editto imperiale che imponeva la distruzione delle sacre “icone”. 

La teocrazia bizantina, dal momento che identifica l’impero con la cristianità trasforma l’evangelizzazione in un sinonimo di estensione della sovranità bizantina e ciò finisce per condizionare tutti i rapporti di Bisanzio con i popoli vicini: a nord gli slavi sono pagani da convertire con la forza, ma quando lo Zar di Bulgaria, un sovrano cristianizzato, si ribella nell’XI secolo, l’imperatore Basilio II non si fa tanti scrupoli a reprimere nel sangue la ribellione. A sud e ad est arabi e turchi sono gli infedeli per eccellenza e ad ovest l’Occidente latino è già considerato eretico, molto tempo prima dello scisma del 1050.

Questo isolamento porterà ben presto alla rovina dell’impero bizantino, il suo nazionalismo religioso, infatti, gli impedì di far causa comune col l’Occidente latino, cosicché nel 1453 la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi Ottomani lo spazzò via per sempre. La teocrazia bizantina avrebbe dovuto riconoscere di non essere l’unico Stato cristiano della terra e perciò di non essere il Regno di Dio. Non ebbe questa capacità e tale carenza porto alla sua distruzione.

La dottrina politica dell’impero bizantino poggia su una concezione falsata della regalità di Cristo. L’imperatore venne divinizzato e considerato un superuomo, quando invece Cristo si rivela Re nel momento in cui è condannato a morte e crocifisso, una regalità di servizio e sacrificio, non di dominio. Nel vangelo di Giovanni Cristo afferma che il suo Regno non è di questo mondo (Gv 18,36). Nessuno Stato, quindi, può pretendere di incarnare il Regno di Dio, confondendo l’estensione territoriale con la trasmissione della fede ad altri popoli.

La vicenda dell’impero bizantino dimostra storicamente come il potere temporale della Chiesa di Roma sia stata una necessità che ha garantito la trasmissione incorrotta dell’ortodossia della fede apostolica ed impedito le aberrazioni politico-religiose di teocrazie sul modello di quella bizantina. 



Bibliografia

S. Runciman “La civiltà bizantina” Sansoni, Firenze 1960;
C. Dhiel, C. Capizzi “Storia dell’impero bizantino” Pontificio Istituto Orientale, Roma 1977;
A. P. Kazhdan “Bisanzio e la sua civiltà” Roma-Bari, Laterza, 1994;
G. Ravegnani ”La storia di Bisanzio” Roma, Jouvence, 2004.

martedì 21 marzo 2017

Parte XVIII – Il matrimonio di Gesù

La rivelazione del matrimonio di Gesù con Maria Maddalena è sicuramente il momento clou de “Il Codice da Vinci”. D. Brown, nel suo romanzo, presenta l’avvenimento come un dato certo, incontrovertibile. Si legge a pag. 287: «…”Come ho detto, [parla Teabing] il matrimonio di Gesù e Maria Maddalena è storicamente documentato” […] ”Inoltre, Gesù come uomo sposato ha infinitamente più senso che come scapolo” […] ”Perché Gesù era ebreo” […] ”e il costume dell’epoca imponeva virtualmente a un ebreo di essere sposato. Secondo i costumi ebraici, il celibato era condannato e ogni padre aveva l’obbligo di trovare per il figlio la moglie adatta. Se Gesù non fosse stato sposato, almeno uno dei vangeli della Bibbia avrebbe accennato alla cosa e avrebbe fornito una spiegazione di quella innaturale condizione di celibato”. Teabing finalmente trovò un enorme libro e lo tirò verso di sé […] La copertina diceva: I Vangeli Gnostici. Teabing lo aprì, e Langdon e Sophie si avvicinarono. Il libro conteneva fotografie di brani ingranditi di antichi documenti: pezzi di papiro con il testo scritto a mano. Sophie non riconobbe la lingua, ma sulla pagina di fronte c’era la traduzione. “Queste sono fotocopie del papiro dei Rotoli di Nag Hammadi e del Mar Morto a cui ho accennato prima” spiegò Teabing . “I più antichi documenti cristiani. Purtroppo non concordano molto con i vangeli della Bibbia”. Sfogliando le pagine verso la metà del libro Teabing indicò un brano. “Il Vangelo di Filippo sempre è un ottimo punto per iniziare”. Sophie lesse: «E la compagna del Salvatore è Maria Maddalena. Cristo la amava più di tutti gli altri discepoli e soleva spesso baciarla sulla bocca. Gli altri discepoli ne furono offesi ed espressero disapprovazione. Gli dissero: “perché la ami più di tutti noi?”. Queste parole sorpresero Sophie, ma non le parvero decisive. “Non parla di matrimonio”. “Au Contraire”. Teabing sorrise e le indicò la prima riga. “Come ogni esperto di aramaico potrà spiegarle, la parola “compagna”, all’epoca, significava letteralmente “moglie”. Langdon confermò con un cenno della testa».

Ovviamente anche L. Gardner si allinea sulle stesse posizioni. Ne “La linea di sangue del santo Graal”, a pag. 72, si legge: «Anche se in questo brano ci sono particolari riferimenti all’importanza del matrimonio, quello al “bacio in bocca” è altrettanto pertinente; attiene ancora una volta agli uffici dei sacri sposi e non era un segno di amore extra-coniugale o di amicizia. Come parte del regale ritornello nuziale, quel bacio è l’argomento del primo versetto del Cantico di Salomone, che inizia: “Mi baci egli de’baci della sua bocca; perciocché i tuoi amori sono migliori del vino”»

Secondo D. Brown e L. Gardner il silenzio dei Vangeli sul “matrimonio” di Gesù, che confermerebbe la sua “normalità”, ed un passo del vangelo gnostico detto “di Filippo”, sarebbero le prove schiaccianti dell’avvenuto matrimonio di Gesù con la Maddalena. 

Tutto qui? Un po’ poco.

Il Nuovo Testamento non è affatto silenzioso sui legami familiari di Gesù. Tutti i Vangeli e gli Atti degli Apostoli fanno continuo riferimento a sua Madre, Maria, e a suo padre putativo, Giuseppe. Viene citata la parente di Maria, Elisabetta, suo marito Zaccaria e suo figlio Giovanni. Vengono citati, inoltre, numerosi cugini, chiamati “fratelli”, un’altra Maria madre di Giacomo, molto probabilmente una sorta di zia di Gesù (Mt 27, 55; Mc 15, 40; Lc 8, 2-3). Abbiamo notizia anche di uno zio di nome Cleopa e di un cugino di nome Simone, riportata da Egesippo, uno scrittore giudeo-cristiano del II secolo. Riguardo ad una moglie di Gesù, invece, non c’è alcuna menzione. Non ce n’è traccia durante il suo ministero, sotto la croce e neppure dopo la sua morte. Anche quando i vangeli e gli altri scritti canonici si riferiscono alla famiglia di Gesù, non viene mai menzionata una sua moglie, mentre, ciò avviene esplicitamente per gli apostoli (1 Corinti 9, 5). Alla luce di ciò appare più probabile che il motivo per il quale nei vangeli non si parla della moglie di Gesù è perché non esisteva. Certamente nel giudaismo lo stato coniugale era la norma, ma non mancarono significative eccezioni. Come abbiamo visto le comunità degli esseni vivevano nel celibato reputandolo una condizione essenziale per avvicinarsi a Dio. Preferirono una vita celibataria il profeta Geremia (VI secolo a.C.) e Giovanni il Battista, contemporaneo di Gesù. Anche tra i rabbini del I secolo d.C., è possibile riscontrare scelte di vita di questo tipo. E’ il caso, ad esempio, del maestro rabbinico Simeon ben Azzai, che restò celibe affermando: «la mia anima è innamorata della Torah e il mondo può essere portato avanti da altri». Occorre anche aggiungere che Gesù non era tecnicamente un rabbino, veniva chiamato in questo modo dagli apostoli in quanto vedevano in Lui un maestro straordinario, ma Gesù non aveva frequentato alcuna scuola ufficiale, tanto che i giudei gli chiedevano spesso con quale autorità insegnasse. Non è, quindi, corretto applicare a Gesù alcuna peculiare caratteristica dei rabbini.

Sebbene i costumi ebraici del tempo imponevano il matrimonio, non è assurdo pensare ad una scelta celibataria di Gesù. D’altronde tutta la sua vita terrena fu caratterizzata da uno scarso rispetto delle tradizioni, basta pensare al processo finale del Sinedrio e a tutte le contestazioni mossegli dall’autorità religiosa giudaica. Durante un dibattito sul divorzio Gesù pronuncia la seguente frase: «Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre e vi sono eunuchi che sono stati resi tali dagli uomini e vi sono eunuchi che si sono resi tali a causa del regno dei cieli» (Mt 19, 12), Egli allude chiaramente, con tinte forti, alla sua completa dedizione alla sua missione. Questo costume celibatario influenzerà anche la vita delle primissime comunità cristiane. Paolo, ad esempio, in 1Cor 7, 25-40, esorta la locale comunità, rivolgendosi sia agli uomini che alle donne, a scegliere il celibato e la verginità per avere una maggiore disponibilità per l’annunzio di Cristo ed il servizio ai fratelli.

Passando al riferimento al brano del vangelo detto “di Filippo”, devo dire che D. Brown non tratta molto bene il personaggio dello “storico” Teabing esponendolo, infatti, a continue figure da somaro. Un libro intitolato “i vangeli gnostici” non può trattare dei rotoli del Mar Morto, visto che questi sono costituiti solamente da brani dell’Antico Testamento, da commentari e da testi riguardanti la vita della comunità essena di Qumràn, che, sicuramente, non era cristiana. I vangeli gnostici non possono essere definiti “I più antichi documenti cristiani” essendo stati scritti tra la fine del III secolo e gli inizi del IV d.C., ben due secoli dopo il più tardo dei vangeli canonici, cioè quello di Giovanni.

Come abbiamo visto nella parte riguardante la letteratura gnostica, il vangelo detto “di Filippo” fa parte della collezione di testi gnostici, scritti in lingua copta, ritrovati nel 1945 tra le sabbie di Nag Hammadi, in Egitto. E’ un testo risalente alla seconda metà del III secolo d.C., quindi molto tardo rispetto ai vangeli canonici, ed è stato composto, al pari di tutti gli altri scritti ritrovati a Nag Hammadi, in ambiente gnostico siro-egiziano e costituisce una sorta di catechismo gnostico di scuola valentiniana. Essendo un commento della vita di Gesù secondo la visione gnostica, deve essere, quindi, in quest’ottica, letto ed interpretato. Nel brano in questione non può essere vista alcuna implicazione materiale e corporale, tantomeno si può parlare di matrimonio, in quanto lo gnosticismo ripudia il mondo materiale opponendone una visione eterea e spirituale.

Lo sfortunato Teabing, a giudicar dai danni, doveva avere la biblioteca infestata dai topi, infatti propone alla meravigliata Sophie solo una parte del brano. Per poterne compiutamente capire il senso occorre riportare tutto il versetto e tenere conto del contesto da cui è tratto. Il versetto in questione, il n°55, integralmente, sarebbe: «La Sofia, che è chiamata sterile, è la madre degli angeli. La consorte di Cristo è Maria Maddalena. Il Signore amava Maria più di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla bocca. Gli altri discepoli allora gli dissero: "perché ami lei più di tutti noi?" Il Salvatore rispose e disse loro: "perché non amo voi tutti come lei?» (Vangelo di Filippo, versetto 55). 

Appare chiaro che il versetto non fa riferimento ad una sola figura femminile, bensì a due, molto ben distinte. Abbiamo la Sofia, detta sterile, cioè la sapienza decaduta, demiurgica, responsabile della creazione della materia, del disprezzato mondo materiale, in quanto “madre degli angeli”, (cioè dei pianeti e delle costellazioni), e Maria Maddalena, la Sapienza celeste all’origine del mondo spirituale sposa dell’anima del Cristo. Infatti la figura del bacio sulla bocca, nella terminologia gnostica, è un’immagine della sapienza divina che esce dalla bocca del Cristo (2). Nel versetto 59 del vangelo detto “di Filippo” si legge: «Tutti coloro che sono generati nel mondo sono generati nel modo naturale; ma gli altri [sono generati] dalla bocca, [poiché] se il Logos viene da quel luogo, egli nutre dalla sua bocca e sarà perfetto. Il perfetto, infatti, concepisce e genera per mezzo di un bacio. È per questo che noi ci baciamo l’un l’altro. Noi siamo fecondi dalla grazia che è in ognuno di noi» (Vangelo di Filippo, versetto 55). Questo versetto del vangelo detto “di Filippo” chiarisce, senza alcun dubbio, che l’azione del bacio sulla bocca ha una connotazione squisitamente spirituale. Nel testo gnostico detto “Vangelo della verità”, attribuito allo stesso “vescovo” gnostico Valentino, l’azione del bacio sulla bocca rappresenta la conoscenza della verità e la discesa dello Spirito Santo. Al versetto 17 si legge: «La Verità si è fatta avanti. Tutte le emanazioni la hanno conosciuta. Esse hanno veracemente salutato il Padre, con una potenza perfetta che le unisce a Lui. Ognuno infatti ama la verità, perché la verità è la bocca del Padre e la sua lingua è lo Spirito Santo, il quale congiunge ciascuno alla Verità, unendolo alla bocca del Padre per mezzo della sua lingua, quando riceve lo Spirito Santo» (Vangelo della verità, versetto 17). Nella visione gnostica, quindi, questo bacio non ha alcuna connotazione di tipo sessuale, non vuole indicare alcuna relazione amorosa tra chi se lo scambia, è solo un segno di comunanza spirituale. In un altro testo gnostico, l’“Apocalisse di Giacomo”, si legge: «Ed egli [Cristo] mi baciò la bocca e mi abbracciò e mi disse: “Mio diletto! Ecco io ti rivelerò ciò che i cieli non conoscono ed anche i loro arconti”». Anche qui compare un “bacio in bocca”, ma è chiaro che il suo significato è quello di mostrare una sublime intesa spirituale, attraverso la quale Gesù rivela la “conoscenza”, cioè la gnosi, a Giacomo.

Alla luce di tali evidenze, nel versetto del vangelo detto “di Filippo”, citato ne “Il Codice da Vinci”, non possiamo leggere alcun riferimento ad un matrimonio tradizionale la cui corporeità sarebbe totalmente incoerente con il contesto. A tal proposito è importante notare, sempre in questo versetto, che la sapienza demiurgica, cioè la controparte terrena della Maddalena celeste, è descritta come sterile, quindi incapace di generare, quindi niente matrimonio e niente discendenza. 

Continuando ad analizzare il vangelo detto “di Filippo” si scopre che la figura stessa di Maria Maddalena è solo un’aspetto della polimorfica sapienza divina che procede dal Figlio di Dio. Si legge al versetto 32: «Tre donne camminavano sempre con il Signore: Maria sua Madre, Maria la sorella di lei e la Maddalena, la quale è detta sua compagna. Maria, in realtà, è sorella, madre e compagna di lui» (Vangelo di Filippo, versetto 32). Non esiste, quindi, una corporeità della Maddalena, ma solo un’immagine spirituale.

Il riferimento di L. Gardner al Cantico dei Cantici (o di Salomone) è totalmente fuori luogo. A parte il fatto che non ha alcun senso accostare due testi scritti a più di otto secoli di distanza l’uno dall’altra, come abbiamo visto, il “bacio in bocca”, che ritroviamo in questi testi gnostici, composti a partire dal III secolo d.C., ha un significato puramente spirituale, ed è un errore gravissimo accostarlo a quelli che compaiono nel Cantico dei Cantici. Questo libro dell’Antico Testamento è un poema lirico, composto tra il VI-IV secolo a.C., che esalta e canta l’amore erotico tra due giovani sposi, quindi un contesto molto materiale lontano anni luce dallo gnosticismo. Naturalmente questo amore materiale è una allegoria dell’amore di Dio verso Israele come sublimazione dell’amore umano. Nella tradizione cristiana questo amore si prolunga nell’amore di Gesù, lo sposo, per la sua Chiesa, la sposa. 

Ne “Il Codice da Vinci”, oltre alle inesattezze sul significato del “bacio in bocca”, D. Brown fa dire al sempre più bistrattato Teabing un’altra scemenza: «…Come ogni esperto di aramaico potrà spiegarle, la parola “compagna”, all’epoca, significava letteralmente “moglie”…». Questa assurdità D. Brown la copia di sana pianta da un libro di Lynn Picknett e Prince intitolato “La Rivelazione dei Templari: Guardiani segreti della Vera Identità di Cristo” tanto che, descrivendolo come un volume contenente “risultati storici”, lo fa figurare nella famigerata biblioteca di Teabing (che tristezza…, n.d.r.). 

In realtà, come tutti sanno, i vangeli gnostici ritrovati a Nag Hammadi, e quindi anche quello detto “di Filippo”, sono scritti in copto e non in aramaico. Il copto è la lingua egizia grecizzata, cioè scritta con i caratteri dell’alfabeto greco, fenomeno linguistico tipico in un paese fortemente ellenizzato com’era l’Egitto del III secolo d.C. Il copto cadde in disuso nel VII sec. d.C. con l’invasione araba, oggi sopravvive solo nella liturgia della Chiesa cristiana copta. L’aramaico, invece, era la lingua parlata in Palestina ai tempi di Gesù, quindi niente a che vedere con l’Egitto ellenizzato del III secolo d.C. Ciò che appare più probabile, piuttosto, è che del vangelo detto “di Filippo” possa essere esistita una versione precedente scritta in greco. Ora il termine “compagna” che troviamo nel vangelo detto “di Filippo” è una traslitterazione in copto del termine greco “koinonos”. Il famoso vocabolario di greco-italiano, il Lorenzo Rocci, traduce questa parola con “moglie” ma anche con ”partecipe, compartecipe, compagno, socio, ecc…”, il famoso biblista americano Darrell L. Bock, esperto del Nuovo Testamento, docente presso il “Dallas Theological Seminary”, nel suo libro intitolato: “Codice da Vinci. Verità e menzogne”, osserva che il termine “koinonos” può talvolta significare “moglie”, “fratello” o “sorella”, ma sempre in senso spirituale, infatti il termine specifico in greco per indicare “moglie”, nel significato di relazione amorosa, è “gyne”. In questo versetto del vangelo detto “di Filippo”, quindi, non c’è nulla che attesti di un matrimonio tra Gesù e la Maddalena. 

Ma D. Brown non si arrende, a pag. 290 de “Il Codice da Vinci” si legge: «…Sir Leigh Teabing stava ancora parlando. “Non la annoierò con gli infiniti riferimenti all’unione tra Gesù e Maria Maddalena. E’ stata esplorata fino alla nausea dagli storici moderni. Vorrei però farle notare almeno questi”. Indicò un altro brano. “E’ dal Vangelo di Maria Maddalena”. Sophie non aveva mai saputo che esistesse un vangelo simile. Lesse il testo. “E Pietro disse: «Il Salvatore ha davvero parlato con una donna senza che noi lo sapessimo? Dobbiamo tutti girarci dall’altra parte e ascoltare lei? Ha preferito lei a noi?» E Levi rispose: «Pietro, tu sei sempre stato facile alla collera. Ora ti vedo lottare contro la donna come un avversario. Se il Salvatore la resa meritevole, chi sei tu per rifiutarla? Certo, il Salvatore la conosce bene. Per questo ha amato lei più di noi» […] ”Perché Gesù preferiva Maria?”. “Non solo per questo. C’era in gioco ben più dell’affetto. A questo punto dei vangeli, Gesù sospetta che presto sarà arrestato e crocifisso. Perciò da istruzioni a Maria Maddalena su come guidare la chiesa dopo la sua morte. Di conseguenza, Pietro manifestò la sua contrarietà a rimanere in secondo piano dietro a una donna. Ho l’impressione che Pietro fosse alquanto sessista”. Sophie cercava di seguire le sue parole. “Ma è san Pietro, la pietra su cui Gesù fondò la sua Chiesa”. “Proprio lui, tranne un particolare. Secondo questi vangeli non modificati, non era Pietro la persona che Cristo incaricò di fondare la sua Chiesa. Incaricò Maria Maddalena” […] “Questo era il progetto di Gesù, che fu il primo dei femministi. Voleva che il futuro della sua Chiesa fosse nelle mani di Maria Maddalena” […] “Pochi sanno che Maria Maddalena, oltre ad essere il braccio destro di Cristo, era già di per sé una donna con un grande potere”. Sophie lesse il titolo dell’albero genealogico. TRIBU’ DI BENIAMINO. “Qui c’è Maria Maddalena” disse Teabing, indicando un punto nella parte alta della genealogia. […] “Maria Maddalena era di famiglia reale” […] “sposandosi con una donna dell’importante Casa di Beniamino, Gesù fondeva due discendenze reali, creava una potente unione politica che avrebbe avuto il diritto di avanzare legittime rivendicazioni sul trono e ricostituire una dinastia di re, come al tempo di Salomone” […] “Ma Cristo come poteva avere una discendenza reale, a meno che…?” Guardò Langdon. Lo studioso le sorrise. “A meno che non avessero un figlio”. Sophie era come pietrificata […] “E i documenti del Sangreal?” Chiese Sophie. “Dovrebbero contenere la prova che Gesù ha avuto una discendenza reale?”. “Certo”…»

Alla luce di ciò che ho esposto finora circa la simbologia gnostica sulla Sapienza celeste impersonificata dalla Maria Maddalena, appare chiarissimo il significato di questo versetto del Vangelo di Maria, altro scritto gnostico della “collezione” di Nag Hammadi che, è bene ricordarlo, è del IV secolo d.C. Gli apostoli rappresentano l’umanità bisognosa della conoscenza, cioè della gnosi, che solo il Cristo può loro dare. La gnosi è la Sapienza celeste, Maria Maddalena, preferita dal Figlio di Dio alle meschinità della vita materiale. Non c’è nessuna prova di un matrimonio o di un qualunque alto tipo di rapporto tra Gesù e la Maddalena. La storiella, poi, che Gesù sia un femminista e, invece, Pietro un maschilista, fa letteralmente sorridere. E’ l’ennesima prova dell’ignoranza di D. Brown circa lo gnosticismo. La donna, per gli gnostici, lega l’uomo alla sozzura del mondo materiale precludendogli la via alla gnosi. Nel vangelo detto “di Filippo”, al versetto 71 si legge: «Quando Eva era in Abramo, non esisteva la morte. Ma dopo essa fu separata, la morte è sopravvenuta. Se essa entra di nuovo in lui, e se egli la riprende in se stesso, non esisterà più la morte» (Vangelo di Flippo, versetto 71). Per gli gnostici, quindi, la morte è stata introdotta nel mondo dalla donna e solo con un suo annientamento nell’uomo si potrà avere la salvezza. Questa assurdità è un cardine della filosofia gnostica, la si riscontra in tutti i testi di Nag Hammadi. Nel vangelo detto “di Tommaso”, ad esempio, il “femminista” Gesù ha un comportamento non proprio rispettoso delle donne: «…[Pietro obietta:] “Maria deve andare via da noi! Perché le femmine non sono degne della Vita” [Gesù risponde:] “Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché ella diventi uno spirito vivo uguale a voi maschi. Perché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli”» (Vangelo di Tommaso, versetto 114). 

Nei Vangeli canonici, che D. Brown ritiene “modificati”, niente di tutto questo. In un periodo in cui la donna era considerata meno di niente, Gesù pone sempre l’uomo e la donna sullo stesso piano. Nel Vangelo di Giovanni, ad esempio, Gesù, sorprendentemente, trattandola alla stessa stregua degli apostoli, rivela chiaramente di essere il Messia ad una donna sonosciuta, per giunta samaritana, cioè straniera, mentre gli apostoli si sdegnano per il solo fatto che stesse a discorrere con lei (Giovanni 4, 25-27).

Quanto alla notizia circa il primato della chiesa attribuito alla Maddalena e del progetto di ricostituzione del regno d’Israele occorre dire che si tratta di un’affermazione senza alcun fondamento. Il brano del Vangelo di Maria richiamato da D. Brown non afferma questo, è solo una fantasia dell’autore americano. Non esiste alcun documento, anche di origine gnostica, non c’è alcuna traccia archeologica, da cui si possa solo supporre una volontà di Gesù di istituire un regno terreno. Anche l’affermazione che Maria di Magdala apparterrebbe alla “Casa di Beniamino” è pura invenzione, non si ha alcuna notizia della sua discendenza, sappiamo solo che era originaria di Magdala, un villaggio di pescatori sul lago Tiberiade. Inoltre, se anche avesse fatto parte della “Casa di Beniamino” ciò non farebbe di lei necessariamente una discendente del re Davide.

Anche L. Gardner ritiene di aver trovato la tanto sospirata “prova” del matrimonio tra Gesù e la Maddalena. Egli, come abbiamo già visto, è assurdamente convinto che i vangeli siano scritti in codice (sic!) e, senza alcuna prova seria, ritiene che i due episodi dei vangeli in cui una donna lava e asciuga i piedi di Gesù siano in realtà due riferimenti in codice al matrimonio con la Maddalena. Ne “La linea di sangue del santo Graal”, L. Gardner, partendo da questo presupposto si spinge ben oltre. A pag. 73, si legge: «Una delle ragioni per cui nel Nuovo Testamento non si fa menzione del matrimonio di Gesù è che la prova venne deliberatamente rimossa per decreto ecclesiastico. Che le cose stavano effettivamente così lo si apprese soltanto nel 1958, quando Morton Smith, professore di storia antica alla Columbia University negli USA, scoprì un manoscritto […] (con) la trascrizione di una lettera del vescovo Clemente di Alessandria […] indirizzata al suo collega, Teodoro. Comprendeva un brano sconosciuto del Vangelo di Marco. La lettera di Clemente decretava che una parte del contenuto originale di quel Vangelo venisse soppressa perché non era conforme ai precetti della Chiesa. […] Nella parte soppressa del Vangelo vi è un resoconto della resurrezione di Lazzaro, ma in quella versione Lazzaro chiama Gesù da dentro il sepolcro prima ancora che la pietra tombale sia stata rimossa. Da ciò risulta evidente che l’uomo non era morto nel senso fisico: cosa che, naturalmente, demoliva la tesi sostenuta dalla Chiesa che la resurrezione doveva essere accettata come un miracolo soprannaturale. […] L’episodio di Lazzaro faceva parte della stessa serie di eventi che culminarono con l’unzione di Gesù a Betania per mano di Maria Maddalena. I Vangeli sinottici non dicono che cosa accadde all’arrivo di Gesù in casa di Simone, giacché la risurrezione di Lazzaro non vi è inclusa […] non viene azzardata alcuna ragione per il comportamento esitante di Maria […] Il fatto è che, in qualità di moglie di Gesù, Maria era vincolata dal rigido codice di procedura nuziale. Non era autorizzata a uscire di casa e andare incontro al marito finchè non aveva ricevuto il suo espresso consenso […] il testo più dettagliato di Marco [dove secondo Gardner dovevano esserci tali spiegazioni] fu strategicamente ritirato dalla pubblicazione» 

Una tesi allucinante, ho già precedentemente dimostrato come la visione “criptata” e “complottistica” dei vangeli di L. Gardner sia totalmente assurda. Innanzitutto il visionario L. Gardner confonde Maria di Betania, sorella di Marta e Lazzaro, con la Maddalena considerandole la stessa persona, mentre è certo che si tratta di due persone nettamente distinte. Maria di Betania è sempre citata nel suo ambiente domestico con la sua famiglia, mentre la Maddalena fa parte integrante del seguito di Gesù (Luca 8). Nel suo vangelo Giovanni ci descrive una Maria, la sorella del morto, assolutamente disperata e rinchiusa in casa in segno di lutto, infatti alcune persone, dice l’evangelista, sono con lei per consolarla. Per questo Marta, la sorella, và di nascosto ad avvertirla che Gesù la sta chiamando. Se, come dice Gardner, Maria aveva il consenso di Gesù a raggiungerlo, perché Marta va di nascosto da lei? In realtà Maria è letteralmente sconvolta tanto che una volta raggiunto Gesù gli si getta ai piedi piangendo suscitando la sua forte commozione (Gv 11, 33).

Inoltre, per quanto riguarda i due episodi delle cosiddette “unzioni” in nessuno compare la figura della Maddalena. Nell’episodio di Luca 7, 36-50 si fa riferimento solo ad una donna sconosciuta della citta in cui Gesù soggiornava, che viene perdonata e rimandata in pace. La Maddalena, invece, come già detto precedentemente, viene indicata da Luca nel capitolo immediatamente successivo, facente parte, assieme ad altre donne, del seguito di Gesù. Nell’altro episodio riportato sia in Matteo 26, 6-13 che in Giovanni 12, 1-8 la protagonista del gesto è Maria di Betania, la sorella di Lazzaro e Marta. Inoltre questo gesto di Maria di Betania non ha alcun riferimento ad un matrimonio, ma è una gesto simbolico della sepoltura di Gesù.

L. Gardner parla di un decreto ecclesiastico del vescovo di Alessandria, Clemente (150 - 215 d.C.), che avrebbe rimosso la “prova” del matrimonio di Gesù escludendo la narrazione della risurrezione di Lazzaro dal vangelo di Marco. In questo vangelo “segreto” L. Gardner suppone ci siano dei riferimenti espliciti al matrimonio di Gesù. Questo “decreto” sarebbe stato riportato da un monaco su un antico manoscritto, inserito in un libro del VII secolo, e scoperto nel 1958 nel monastero di Mar Saba, in Palestina, da un professore di storia antica alla Columbia University, USA, un certo Morton Smith. Questo manoscritto riporterebbe il frammento di una lettera in cui Clemente Alessandrino, rivolgendosi ad un certo Teodoro lo mette in guardia dalle dottrine eretiche della setta gnostica dei Carpocraziani. Costoro avrebbero adulterato alcuni passi del vangelo di Marco inserendo episodi e frasi compromettenti sulla vita di Gesù.

L. Gardner, però, parla di cose che non conosce o che, ad arte, riporta in modo parziale. In realtà Morton Smith, studioso alquanto controverso, allude alla scoperta di un vangelo “segreto” di Marco in cui Gesù non risuscita Lazzaro, perché è ancora vivo, e resta con lui tutta la notte per “accudirlo” ed “insegnargli” i misteri del Regno di Dio. Secondo Morton Smith si ha qui la prova che Gesù era a capo di una setta esoterica dedita a pratiche rituali di magia sessuale di tipo omosessuale ("Morton Smith e la truffa del vangelo segreto di Marco. Un libro scuote il mondo accademico americano" Massimo Introvigne. www.cesnur.com). E’, quindi, totalmente assurdo, citare i lavori di Morton Smith per provare il matrimonio di Gesù. Agli “smithiani”, i seguaci di Morton Smith, di scontati gusti sessuali, non poteva piacere di certo un Gesù sposato con prole. 

Questa storia così assurda da risultare perfino divertente ha, però, un finale scontato. Morton Smith nel presentare la sua scoperta lo fece mostrando solo le foto di tale documento asserendo che l’originale era andato perduto. Il fatto che non esisteva alcun riscontro da altre fonti dell’esistenza di un vangelo “allargato” di Marco, che l’unica prova della sua esistenza fossero le foto scattate da Morton Smith e che, quindi, non si potesse sottoporre l’originale ad analisi più approfondite cominciò a destare diverse perplessità presso la comunità scientifica. Fatalmente, poco tempo fa, è stato pubblicato un lavoro di Stephen C. Carlson intitolato “The Gospel Hoax. Morton Smith’s Invention of Secret Mark" (cioè: “La Truffa del Vangelo. Morton Smith e l’invenzione del Vangelo Segreto di Marco") edito dalla Baylor Univesity Press di Waco, nel Texas, USA, in cui, con dovizia di prove viene dimostrato che il manoscritto è un falso. 

La Baylor University è una delle più importanti università statunitensi, una vera e propria autorità mondiale nel campo delle scienze religiose che pubblica l’”Interdisciplinary Journal of Research on Religion”, unanimemente considerata la più autorevole rivista accademica onine nel settore degli studi sulle religioni, e Stephen C. Carlson un avvocato specializzato in contraffazioni e documenti falsi. Egli si è avvalso di tecniche investigative sconosciute negli anni ’50, come l'analisi grafologica, l'esame ottico delle muffe presenti sui fogli, ecc…, ed anche l'analisi lessicale che ha permesso di accertare che nel documento si rinvengono stilemi e modi di esprimersi che, effettivamente, sono propri di Clemente di Alessandria, ma in una quantità esagerata. Nel breve testo riportato se ne possono individuare a decine, mentre normalmente nelle opere di Clemente ricorrono una volta ogni due, tre frasi. Tutto ciò dimostra efficacemente non solo che il testo è stato prodotto nel XX secolo e che, quindi, non è del VII secolo, ma che l’autore del falso è lo stesso Morton Smith. Ciò è attestato dalle prove calligrafiche e da numerosi riferimenti occulti a se stesso inseriti per vanità nel testo. Il libro di S. C. Carlson ha ottenuto le migliori recensioni dai più illustri esperti del settore e causato un vero e proprio terremoto in gran parte del mondo accademico americano che inizialmente aveva accolto in modo entusiastico il “lavoro” di Morton Smith reputando molto “politicamente corretta” l’idea di ritrovare l’omosessualità tra i primi cristiani. 

Povero L. Gardner, la sua “prova inconfutabile” si è sciolta come neve al sole.