martedì 17 gennaio 2017

Parte XVI – La Genesi e la donna

Ne “Il Codice da Vinci” D. Brown sostiene che l’antifemminismo della Chiesa Cattolica trae le sue origini addirittura dalla Genesi, si può leggere pag. 279: "… E’ stato l’uomo, non Dio, a creare il concetto di “peccato originale”, secondo cui Eva ha assaggiato la mela e procurato la caduta della razza umana. La donna, che un tempo era la sacra generatrice di vita, adesso era diventata il nemico.” “Devo aggiungere” intervenne Teabing ”che questo concetto di donna come portatrice di vita era il fondamento dell’antica religione. Il parto era qualcosa di misterioso e potente. Purtroppo la filosofia cristiana ha deciso di appropriarsi del potere di creazione femminile ignorando la verità biologica e facendo dell’uomo il Creatore. La Genesi ci dice che Eva è stata creata da una costola di Adamo. La donna divenne una derivazione dell’uomo. Una derivazione peccaminosa. Per la dea, la Genesi fu l’inizio della fine”…"

Una penosa dimostrazione di incredibile ignoranza. Per cercare di costruire una base alla sua patetica teoria, D. Brown s’inoltra in ambiti per lui totalmente sconosciuti e, fatalmente, finisce per perdersi. Come è possibile attribuire alla filosofia cristiana ciò che è scritto nell’antichissima Genesi, primo libro dell’Antico Testamento, costituito dall’assemblaggio di documenti e tradizioni lungo l’arco di tempo tra l’epoca di Mosé (XIII secolo a.C.) e quella della restaurazione d’Israele dopo l’esilio a Babilonia (V secolo a.C.)? La sua lettura è ingenua e rozza, un concentrato di ignoranza e luoghi comuni. La Genesi non dice affatto che l’uomo ha creato la donna ed attribuisce sia all’uomo che alla donna la responsabilità del “peccato originale”, ossia di aver mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male (non c’è alcuna mela, n. d. r.). 

Come tutti sanno la Genesi è un libro caratterizzato da uno stile letterario fortemente simbolico. Occorre, quindi, tener conto del significato di tali simboli per avere la giusta chiave di lettura. Nella Genesi abbiamo due narrazioni della creazione dell’uomo, una attribuita alla tradizione cosiddetta “elohista”, più recente ed elaborata, ed un’altra detta “jhavista”, più antica e, quindi, ricca di elementi antropomorfici. Nella prima narrazione: "Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò" (Genesi 1, 27) appare chiaro il messaggio di uguaglianza di sostanza e dignità tra l’uomo e la donna in quanto due metà della stessa umanità creata da Dio. Sant’Agostino, il grande Padre e Dottore della Chiesa del primo millennio, diceva chiaramente riguardo a questo passo della Genesi: “la donna è con suo marito immagine di Dio, cosicché l’unità di quella sostanza umana forma una sola immagine” (De Trinitate XII 7)

Questo stesso messaggio, seppure in modo meno esplicito, è racchiuso anche nella seconda narrazione caratterizzata da una forma fortemente simbolica: "Poi il Signore Dio disse: “Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l'uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta. Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna»"(Genesi 2, 18 – 24).

In questo brano la donna, in un’epoca in cui è reputata un essere inferiore, schiava dell’uomo, viene sorprendentemente considerata come una sua pari. Infatti l’uomo non trova tra gli animali un aiuto che gli sia simile e quando lo trova nella donna, che Dio gli ha posto accanto, riconosce che esso è osso delle sue ossa e carne della sua carne, cioè della sua stessa natura e sostanza. Dio, posto il sonno nell’uomo, plasma una donna da una sua costola. In ebraico costola (= selà) significa anche “lato”, ciò sta ad indicare che la donna è vista come la metà dell’uomo. Dio non “prende” la donna dalla testa dell’uomo, ne avrebbe fatto un essere superiore, né dai suoi piedi, avremmo un essere inferiore, ma dal lato dell’uomo perché ne costituisce la metà. Questa complementarietà definisce la caratteristica principale dell’uomo creato da Dio: quella di essere sessuato in maschio e femmina. Per questo, la Genesi dice: "l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne" proprio per ribadire la necessità della vita di coppia come realizzazione dell’unità creata da Dio. 

Ma c’è di più, la Genesi, tanto disprezzata da D. Brown, si spinge ben oltre. Alludo al cosiddetto protovangelo che si legge nel capitolo 3, versetto 14: "Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno»". Nella sua infinita bontà, Dio, subito dopo il peccato dell’uomo, progetta la sua salvezza che affiderà proprio alla stirpe della donna.

Non c’è traccia di antifemminismo nella Genesi, l’uomo e la donna sono creati da Dio, hanno pari dignità e sono chiamati a partecipare con Lui alle meraviglie della Creazione, quelle di D. Brown sono, quindi, solo fandonie date in pasto ai creduloni.

sabato 31 dicembre 2016

Buon 2017 !!!!

Ed anche questo 2016 volge al termine. Il blog saluta tutti i lettori ed i frequentatori sempre presenti: ben più di 2700 quest'anno.

In questo periodo ricorre anche l'anniversario della nascita del mio blog. Sono passati già cinque anni da quel primo post del 27 dicembre del 2011 e ancora adesso non è venuta meno la voglia di scrivere. Ho diversi progetti da realizzare, tra questi una serie di approfondimenti sulla storicità dei vangeli e sul Cristo storico. E' lo stesso dei vangeli, oppure no? E non dimenticatevi delle Crociate, furono solo una barbarie? Il tutto trattato secondo un'analisi obiettiva e suffragata da riferimenti e documenti.

Ovviamente ad ognuno è consentito partecipare per dire la propria su ogni argomento, anche, e specialmente, a coloro che non sono d'accordo con quello che scrivo. L'importante è il rispetto e l'educazione. 

Non mi resta, quindi, che darvi appuntamento alle prossime pubblicazioni e augurare a tutti voi frequentatori del blog i miei migliori auguri di un buon 2017.

Luis

mercoledì 28 dicembre 2016

Parte XV – La Chiesa e la donna

Indubbiamente le pagine de “Il Codice da Vinci” che hanno destato maggior scalpore e solleticato la curiosità di milioni di lettori sono quelle che trattano del matrimonio che Gesù avrebbe contratto con la Maddalena. Presentato come una vera e propria rivelazione, a lungo tenuto nascosto dalla Chiesa, questo matrimonio costituisce la base della teoria, che D. Brown ha mutuato da M. Baigent, R. Leigth ed H. Lincoln (sarebbe meglio dire copiato, n.d.r.), secondo la quale da tale connubio si sarebbe originata una discendenza che costituirebbe la “vera” Chiesa basata sul principio femminile. Si tratta di una strampalata teoria totalmente infondata, ma basta far passare una qualsiasi fandonia per nascosta e vietata dalla Chiesa, per conferirle immediatamente una solida dignità e credibilità.

Esiste qualche base storica a sostegno di tale teoria? La risposta è semplice: nessuna. I vari D. Brown, L. Gardner, M. Baigent, R. Leigth ed H. Lincoln si sforzano di trovare prove a loro favore, sudano nell’intento di studiare congetture appena plausibili, ma sono solo patetici tentativi operati tradendo imbarazzanti lacune storiche e religiose. Ne “Il Codice da Vinci” viene affermato, come prova inconfutabile del matrimonio di Gesù, il fatto che nella società ebraica del I secolo era praticamente impossibile che un uomo non fosse sposato perché la cultura dell’epoca disapprovava il celibato. Tutto ciò è completamente falso e non si capisce come sia possibile che un docente universitario come Dan Brown possa aver affermato una sciocchezza del genere. E’ risaputo che il celibato non era affatto estraneo alla cultura ebraica al tempo di Gesù, basta pensare agli Esseni, le comunità ebraiche ritiratesi nel deserto, tra cui quella famosissima di Qumràn, che vivevano in completa castità, oppure la figura del Giovanni Battista che viene presentato dalle fonti (Giuseppe Flavio e i vangeli) come un eremita che viveva da solo. Inoltre Gesù stesso afferma nel vangelo che per dedicarsi alle cose di Dio bisogna vivere casti (Mt 19, 12). Viceversa ad essere contro le consuetudini del tempo sarebbe stato proprio un matrimonio di Gesù con Maria Maddalena. Sposarsi a trent’anni, quando Gesù conobbe la Maddalena, è fuori da tutte le consuetudini ebraiche, quando invece l’uomo si sposava tra i diciotto e i vent’anni. Spiega bene lo storico José Antonio Ullate Fabo: “Che senso avrebbe che Gesù fosse arrivato celibe a trent’anni e si fosse sposato solo allora? Se davvero il celibato fosse stato uno scandalo insopportabile per gli ebrei, come sostengono i sapienti personaggi di Brown, quando Gesù fosse arrivato all’età giusta per prendere moglie san Giuseppe e la Vergine gli avrebbero trovato una ragazza di Nazaret, e si sarebbe sposato con lei prima dei diciotto anni, per esempio. La cosa assurda è voler vedere ‘sensato’ il matrimonio con Maria Maddalena quando è la cosa più inverosimile” (J. A. Ullate Fabo “Contro il Codice da Vinci” Sperling & Kupfer Editori, 2005, pp.91-92).

Vera e propria ossessione di tutta questa letteratura da quattro soldi è dimostrare come la Chiesa Cattolica abbia soppresso il primato femminile, il cosiddetto “femminino sacro”, per promuovere una società tutta al maschile. Stendiamo pure un velo pietoso sulle pruriginose fantasie di D. Brown che, nel suo romanzucolo, vede vagine stilizzate dappertutto, pure nei cartoni animati di Walt Disney, ma questi autori presentano una “storia” piena di errori spiegando che l’umanità ai suoi albori era dominata dal “femminino sacro” e che il potere della donna di dare la vita sia stato visto come un pericolo per l’affermarsi di una chiesa retta solo da maschi. 

In particolare si può leggere ne “Il Codice da Vinci” da pag. 279: «…”Il Graal è letteralmente l’antico simbolo della femminilità e il Santo Graal rappresenta il femminino sacro e la dea. Che naturalmente abbiamo perso, perché sono stati eliminati dalla Chiesa. Il potere della donna e la sua capacità di dare la vita erano fortemente sacri, un tempo, ma costituivano una minaccia per l’ascesa di una Chiesa a predominio maschile; di conseguenza il femminino sacro è stato demonizzato ed etichettato come impuro…». 

La tesi di D. Brown appare quanto meno ridicola. Bisogna precisare, infatti, che, sebbene il culto della dea madre fosse quello principale e più diffuso tra le popolazioni europee e del Medio Oriente nel periodo tra il paleolitico (2,5 milioni di anni fa) e il megalitico (secondo millennio a.C.), da quel periodo in poi, le migrazioni delle popolazioni indoeuropee, che raggiunsero il resto del continente europeo ed il Medio Oriente, determinarono il progressivo mutare della società matriarcale e dei suoi riti, in un modello a predominanza maschile con l’affermazione di culti religiosi più complessi. Quando il popolo ebraico si insediò in Palestina (1220 a.C. circa), il modello sociale e culturale allora esistente è già da tempo dominato dall’elemento maschile ed anche i culti dei popoli che vi risiedevano erano caratterizzati da un connubio di divinità sia maschili che femminili. Il dio principale dei Cananei, cioè degli abitanti della terra di Canaan era la divinità maschile “Ilu”, che in ebraico diventerà “‘El”, il padre di tutti gli dei, suo figlio principale era la divinità maschile “Ba‘lu” che nella Bibbia è il dio cananeo “Ba‘al”, il principale contendente del dio di Israele YHWH. A fianco di tali divinità maschili abbiamo anche quelle femminili tra cui quella più famosa è senz’altro la compagna di “Ilu”, “Atiratu”, che in ebraico diverrà “Ašerah”. Non esisteva, quindi, alcun primato femminile e tantomeno un “femminino sacro” nella religione dei popoli cananei e in quella degli ebrei.

Che dire, poi, della storia della soppressione dell’elemento femminile da parte della Chiesa? D. Brown, come al solito, fa il furbetto. Egli sfrutta abilmente la questione della considerazione delle donne nella Chiesa Cattolica ingenerando confusione con notizie false e luoghi comuni. In realtà tali argomenti appartengono solo ad una moderna riflessione interna alla Chiesa Cattolica circa il ruolo laico e religioso della donna. Riguardo all’elemento femminile, la chiesa Cattolica non ha soppresso un bel niente! Certamente durante la sua millenaria storia si sono avuti moltissimi casi di emarginazione e subordinazione dell’elemento femminile, ma ciò riguardava la vita secolare della Chiesa che non era dissimile da quella delle società a lei contemporanee. Anche la Chiesa non era libera dai pregiudizi sulla correttezza ed affidabilità delle donne che in tutte le epoche hanno caratterizzato la società umana (basta pensare che solo da circa sessant’anni, in Italia, alla donna è stato riconosciuto il diritto al voto, n.d.r.). Ma, a differenza di qualsiasi altra istituzione, la Chiesa Cattolica, sul piano spirituale, fin dagli inizi della sua storia, ha sempre conferito grande dignità e un profondo rispetto per le donne. Innanzitutto i vangeli, che sono il frutto della fede dei primi cristiani, pongono sullo stesso piano sia l’elemento femminile che maschile, ci sono le donne ai piedi della croce durante la passione e, sempre a loro, Gesù affida il primo annuncio della resurrezione. Nel suo vangelo, Luca, che, ricordiamolo, è discepolo prediletto del “maschilista” Paolo, parla apertamente del seguito femminile di Gesù (Luca 8, 1-3), riporta il rivoluzionario insegnamento di Gesù di perdonare il meretricio (Luca 7, 36-50) e di lodare la scelta di Maria di Betania di anteporre l’ascolto della Parola alle faccende casalinghe (Luca 10, 38-42). La Chiesa Cattolica ha sempre onorato la madre di Gesù, Maria, spingendosi molto oltre a qualsiasi altra confessione cristiana riconoscendo dogmaticamente il suo status di Madre di Dio e la sua Immacolata Concezione. Papa Luciani nel 1978, e successivamente anche il suo successore Giovanni Paolo II, dichiararono che Dio è Padre, ma anche Madre, perché a Dio non può mancare l’amore materno, unico nelle donne. Infatti, l’uomo, maschio e femmina, creato da Dio, è a sua immagine e somiglianza. Questa affermazione è presente da tempo nella Chiesa. Addirittura nel II secolo d.C. il vescovo di Alessandria d’Egitto, Clemente, scriveva a proposito dell’amore, e della sollecitudine di Dio, qui presentato come la Trinità, verso l’uomo: «…non sapendo quale “tesoro” portiamo in un “vaso di creta”, difesa da ogni parte dalla potenza di Dio Padre e dal sangue di Dio il Figlio e della rugiada dello Spirito Santo. Infatti, che cosa ancora manca? Guarda i misteri dell’amore e allora contemplerai il seno del Padre che soltanto l’unigenito Figlio di Dio ha manifestato. È anche lui stesso il Dio d’amore e da amore per noi fu catturato. E, mentre l’ineffabilità di lui è Padre, la compassione verso di noi è divenuta madre. Il Padre per aver amato si fece femminile, e di questo è grande segno colui che egli generò da se stesso: anche il frutto generato da amore è amore» (Quaquarelli “Quis dives salvetur?” Città Nuova, 1999). 

Innumerevoli, inoltre, sono le donne canonizzate per le loro opere in campo sociale e religioso. Proprio poco tempo fa Papa Benedetto XVI ha ricordato e posto ad esempio per il cristiano le figure di grandi sante che con la loro vita e la loro preghiera hanno sorretto la Chiesa, ad esempio S. Teresa d’Avila, dottore della Chiesa, S. Caterina da Siena, che riportò il papato a Roma dopo la cattività avignonese, S. Monica, la madre di S. Agostino, modello di mitezza e perseveranza, S. Teresa del Bambin Gesù, che, monaca di clausura, con la sua preghiera sorreggeva le missioni in terre lontane, S. Teresa di Calcutta, l’angelo della carità per milioni di diseredati, e così via… (Per un approfondimento sul tema vedere qui). 

Eppure D. Brown, ignorando tutto ciò, gioca a fare il biblista spiegandoci che già la Genesi, primo libro della Bibbia, propugna la distruzione del femminino sacro, ma di questo ne riparleremo nel prossimo appuntamento.

sabato 24 dicembre 2016

Buon Natale!!!




A tutti i frequentatori e visitatori del blog auguro
un sereno e felice Natale del Signore!

venerdì 16 dicembre 2016

Paolo e la parusia: una risposta a Flores D'Arcais

Tra le principali critiche espresse da coloro che reputano totalmente inconciliabile la figura del Cristo storico e quella del Cristo della fede cristiana e cattolica, c’è sicuramente il riferimento alla parusia, cioè la seconda venuta di Cristo, aspettata per la fine dei tempi dalla Chiesa, ma creduta imminente dalla prima comunità cristiana.

Nel suo libro “Gesù, L'invenzione del Dio cristiano” il filosofo e pubblicista ateo Paolo Flores d'Arcais fa una rapida ed efficace sintesi delle tesi proprie della storicistica laicista che avrebbero “sbugiardato” le convinzione cattoliche sulla parusia alla fine dei tempi. Egli scrive: ”L’apostolo Paolo smentisce e sbugiarda Ratzinger. Gesù ha predicato l’euaggelion della fine dei tempi qui e ora. “Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore” (1 Ts 4, 16). Non c’è possibilità di equivoco. Il trionfo apocalittico del Regno avverrà nel corso della generazione degli apostoli”. Per Flores D’Arcais anche nella prima lettera ai Corinzi Paolo manifesta la sua convinzione in un imminente ritorno di Cristo: “mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Cor 1, 8) per “noi per i quali è arrivata la fine dei tempi” (1 Cor 10, 12). Così anche ai Romani Paolo assicura che la salvezza è più vicina di quando si è diventati credenti (Rm 13, 11) e questo incombere della Parusia sarebbe spiegato anche dai consigli che Paolo dispensa di “vivere tra privazioni che non sarebbero sopportabili di fronte al futuro indefinito di cui favoleggia Ratzinger”.

Sempre secondo Flores D’Arcais sarebbe stato proprio questo l’insegnamento di Gesù, che nel vangelo dice: “In verità vi dico, non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute” (Mc 13, 30). Per D’Arcais il vangelo di Marco è immediatamente successivo alla distruzione del tempio di Gerusalemme, il 70 d.C., quindi “siamo già due generazioni dopo la crocifissione di Gesù” cosicché le comunità che usano i vangeli avrebbero sperimentato il fatto che il “Regno” non si è per niente avverato.

L’obiettivo di Flores D’Arcais e dei laicisti è chiaro: svuotare il cristianesimo della sua origine storica e del suo legame con Gesù, considerato un semplice predicatore ebreo che non aveva alcuna intenzione di fondare una nuova religione, per presentarlo come un prodotto artificioso creato a Nicea per volontà dell’imperatore Costantino (sic). Ma la tesi di Flores D’Arcais non regge, infatti non esiste motivo fondato per pensare che Paolo fosse convinto di una imminente seconda venuta di Gesù. Nella seconda lettera ai Tessalonicesi, scritta a pochi anni dalla prima, l’apostolo delle genti, proprio per dipanare confusioni che si erano create tra i Tessalonicesi, chiarisce bene questo punto affermando che la venuta del Signore non è affatto prossima ed incombente: “Ora vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente” (2 Ts 2, 1-2). 

Questa lettera, siccome fa cadere tutto il castello di carte laicista, dev’essere screditata cosicché Flores D’Arcais continua scrivendo: “Ma mentre 1 Tessalonicesi è la prima delle lettere autentiche di Paolo, 2 Tessalonicesi è una delle lettere pseudoepigrafiche, opera di un esponente tardivo della scuola di Paolo […] probabilmente un capo ecclesiastico che scrive intorno all’anno 100”. Si tratterebbe, quindi, di un falso, una correzione tardiva per modificare il pensiero di Paolo in modo da spiegare ai credenti il fatto che la parusia tardava ad arrivare. Qui Flores D’Arcais gioca d’azzardo cercando di far credere che 2 Tessalonicesi sia considerata unanimemente una lettera pseudoepigrafica, cosa che è ben lungi dall’esser vera. In realtà esiste incertezza in ambito accademico sull’identità dell’autore, anzi sembra oggi prevalere l’orientamento a riconoscere la paternità paolina (Piero Stefani, "La Bibbia", Il Mulino, Bologna, 2009 - pag. 71). Le due lettere indirizzate ai Tessalonicesi, infatti, pur avendo un contenuto teologico che può sembrare difforme, hanno uno stile molto simile. I dubbi sono generati principalmente dalla divergenza teologica riguardo la parusia. Ma tale difformità è solo apparente e determinata dal fatto che sono state scritte in due circostanze differenti. Le precisazioni circa le caratteristiche della parusia, non ritenute necessarie nella prima lettera ed aggiunte nella seconda, sono servite per spiegare meglio e togliere i dubbi e le fantasticherie insorte nel frattempo. 

Un’altra inesattezza che scrive Flores D’Arcais sarebbe quella secondo la quale i vangeli, e la 2 Tessalonicesi, risalirebbero a ben due generazioni dalla crocifissione di Gesù, in un periodo, quindi, in cui era ormai chiaro che la seconda venuta di Cristo non si sarebbe verificata nello spazio di una generazione. Ma dalla prima lettera ai Tessalonicesi, scritta attorno al 50 d.C,. fino alla composizione del vangelo di Marco, poco dopo il 70 d.C., ci sono circa vent’anni, un periodo troppo esiguo per far passare due generazioni. La seconda lettera ai Tessalonicesi, pur volendo ammettere la sua pseudoepigrafia, non può essere datata oltre la fine del primo secolo. L’epistola era, infatti, compresa nel Canone muratoriano, della prima metà del secondo secolo, ed è citata da Ignazio di Antiochia e Policarpo, vissuti tra la fine del primo secolo ed inizio del secondo (Guthrie, Donald “New Testament Introduction” Hazell Books, 1990, p. 593). Anche ammettendo che la seconda lettera ai Tessalonicesi non sia stata scritta da Paolo, può esserci al massimo una cinquantina d’anni tra le due lettere, un periodo ancora troppo esiguo per far passare due generazioni. Ciò significa che al momento in cui i cristiani di Tessalonica lessero la seconda lettera a loro indirizzata da Paolo, o da chi per lui, molti di quelli che avevano letto la prima erano ancora vivi e, quindi, non si era ancora esaurito il tempo di una generazione. Ciò, ovviamente, rende inconsistente la tesi di una correzione redazionale postuma, perché non ancora necessaria. C’è anche da sottolineare il fatto che è molto improbabile che una comunità, come quella di Tessalonica, che aveva già ricevuto una lettera autentica da Paolo, ne accetti un’altra come tale se palesemente falsa (G. Milligan, “Saint Paul's Epistles to the Thessalonians” 1908, p448). 

In questo suo libro Flores D’Arcais dimostra anche di non conoscere bene le lettere di Paolo e tantomeno i vangeli. Infatti nella stessa 1 Tessalonicesi Paolo già afferma che non è possibile conoscere il momento esatto della parusia: “Quanto poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; perché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come viene un ladro nella notte” (1 Ts 5, 1-2) e ciò dimostra quanto sia sbagliata l’interpretazione che Flores D’Arcais fa di 1 Ts 4, 16. D’altronde anche nei vangeli Gesù avverte chiaramente che non è possibile prevedere il momento della sua venuta: “Ma quanto a quel giorno e a quell'ora nessuno li sa, neppure gli angeli del cielo, neppure il Figlio, ma il Padre solo” (Mt 24, 36) e “Anche voi siate pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate” (Lc 12, 40). Non c’è nulla nelle lettere di Paolo e nei vangeli che lascino pensare ad una parusia imminente.

I passi citati da Flores D’Arcais, quindi, hanno un significato che non ha nulla a che vedere con determinazione esatte del momento della parusia. In 1 Ts 4, 16 “Noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore” Paolo si riferisce al tempo della Chiesa, cioè il Corpo mistico di Cristo, l’unione di tutti i credenti in Cristo, concetto che Paolo spiega bene nella sua lettera ai Romani. Il “noi che viviamo” si riferisce alla vita in Cristo, nell'unità della Chiesa. Il “che saremo ancora in vita” indica il fatto che la Chiesa esisterà fino alla fine dei tempi, cioè il tendere della Chiesa verso la parusia, ma non un'indicazione temporale. E’ lo stesso modo di espressione usato da Gesù in Mc 13, 30: “In verità vi dico, non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute”. Anche qui vi è il riferimento ad una comunità, in ebraico il termine “generazione” ha il senso di “gente”, “stirpe”, “famiglia”, quindi, Gesù predice che il popolo ebraico esisterà fino alla sua ultima venuta, senza alcun riferimento temporale. 

Per poter eseguire un’analisi storica credibile non basta semplicemente leggere uno scritto e trarne delle personali conclusioni, occorre essere in possesso di una specifica competenza, caratteristica di cui Flores D’Arcais è evidentemente carente. Il filosofo pubblicista di “Micromega”, infatti, non ha alcun titolo accademico in materia storica, teologica ed esegetica. Certamente ognuno è libero di scrivere quello che vuole, sarà affidato al lettore il compito della valutazione, ma è innegabile che insultare Ratzinger dandogli del bugiardo, quando non si ha la minima competenza in materia, qualifica Flores D’Arcais come un degno rappresentante della categoria dei laicisti. 


Bibliografia

P. Flores D’Arcais “Gesù L'invenzione del Dio cristiano” ADD Editore, 2011;
P. Stefani, "La Bibbia", Il Mulino, Bologna, 2009;
G. Milligan, “Saint Paul's Epistles to the Thessalonians” 1908
Guthrie, Donald “New Testament Introduction” Hazell Books, 1990;
R. Penna “Prefazione in Le lettere di Paolo” EDB, 2009;
http://www.gliscritti.it/

lunedì 28 novembre 2016

Parte XIV – La formazione del canone del Nuovo Testamento

Oggetto di numerosi sospetti e malignità, il processo di formazione del Nuovo Testamento è sicuramente tra gli argomenti più coinvolti nell’operazione calunniosa di D. Brown e compari ai danni della Chiesa Cattolica. Ne “Il Codice da Vinci”, senza alcun dubbio, si attribuisce a Costantino l’opera di formazione del canone del Nuovo Testamento. 

A pag. 271-275, de “Il Codice da Vinci”, si legge: "…La vita di Gesù è stata scritta da migliaia di suoi seguaci in tutte le terre […] Più di ottanta vangeli sono stati presi in considerazione per il Nuovo Testamento [...] “Chi ha scelto quali vangeli includere?” […] “Aha!” esclamò Teabing, con entusiasmo: “Ecco la fondamentale ironia del cristianesimo! La Bibbia come noi la conosciamo oggi è stata collazionata dall’Imperatore romano pagano Costantino il Grande” …". Queste stupidaggini non appartengono alla “genialità” di D. Brown, già M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln in “The Holy Blood and The Holy Grail” hanno indugiato molto su questa falsità: "Il Concilio di Nicea decise, con una votazione, che Gesù era un dio e non un profeta mortale […] (Costantino), un anno dopo il Concilio di Nicea, sanzionò la confisca e la distruzione di tutte le opere che contestavano gli insegnamenti ortodossi: le opere dei pagani che parlavano di Gesù e quelle dei cristiani “eretici”…".

Anche L. Gardner ci fornisce una sua versione di tale operazione nel suo libro “La linea di sangue del santo Graal”. A pagina 45 si legge: "A quell’epoca fu fatta una raccolta di scritti scelti a cura del vescovo Atanasio di Alessandria. Questi testi vennero ratificati e autorizzati dal Concilio d’Ippona (393 d.C.) e dal Concilio di Cartagine (397 d.C.). In anni successivi, la scelta fu strategicamente limitata di nuovo e molti testi importanti vennero esclusi. In effetti, soltanto quattro furono infine approvati dal Concilio di Trento nel 1546: i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni".

Mentre quell’asino di D. Brown spara corbellerie di ogni tipo, come quella secondo la quale nel periodo della redazione dei vangeli, I sec. d.C., Gesù avrebbe avuto migliaia di seguaci in tutte le terre (sic!), L. Gardner si sforza di riportare qualche dato storico per dimostrare che la formazione del Canone sia iniziata solo dopo il Concilio di Nicea per impulso di Costantino. 

Uno sforzo vano, la ricostruzione di L. Gardner è imprecisa e lacunosa. Affermare che la scelta definitiva dei testi che formeranno il Nuovo Testamento risalga al Concilio di Trento del 1546 è una vera e propria sciocchezza. In realtà in quella occasione la Chiesa, con il decreto ”De canonicis Scripturis”, non fece altro che riaffermare un elenco di libri canonici già riportata dal Concilio di Firenze del 1441. Questo decreto, a sua volta, non fu altro che l’ufficializzazione di una scelta ormai consolidata che si formalizzò nei concili africani di Ippona (393 d.C.) e di Cartagine (397 d.C. e 419 d.C.). Gli atti del concilio di Ippona del 393 d.C., a cui partecipò S. Agostino, sono andati perduti, ma abbiamo il riassunto approvato al Concilio di Cartagine del 397 d.C.: "Oltre alle Scritture canoniche nulla dev’essere letto sotto il nome di divine Scritture. E le scritture canoniche sono: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; Giosuè, Giudici, Ruth, i quattro dei Re, i due dei Paralipomeni, Giobbe, Salterio di David, cinque libri di Salomone [Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Sapienza, Ecclesiastico], i dodici Profeti [i minori: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia], Isaia, Geremia, Daniele, Ezechiele, Tobia, Giuditta, Ester, i due di Esdra [Neemia ed Esdra], i due dei Maccabei. Del Nuovo Testamento quattro libri di Evangeli, un libro di Atti degli Apostoli, tredici lettere di Paolo apostolo, una del medesimo agli Ebrei, due di Pietro, tre di Giovanni, una di Giacomo, una di Giuda, l’Apocalisse di Giovanni…". 

In realtà il processo di formazione del Canone inizia e, sostanzialmente, si chiude molto tempo prima del Concilio di Nicea e, quindi, dell’avvento di Costantino. Nel II sec. d.C. esistevano diversi testi che riportavano i fatti della vita di Gesù e le sue parole, questi circolavano tra le nascenti comunità cristiane e, come abbiamo visto attraverso la testimonianza di Giustino (150 d.C.), venivano letti durante le celebrazioni liturgiche. Nessuna autorità aveva ancora stabilito quale tra questi scritti poteva essere considerato degno di fede o meno. La situazione precipitò quando Marcione, figlio del vescovo di Sinope, nel Ponto, nel 144 d.C., giunto a Roma, propose, per avvalorare le sue tesi, una rigida selezione degli scritti che dovevano essere reputati veritieri. Essendo uno gnostico rifiutava tutto l’Antico Testamento, perché espressione di un dio inferiore, mentre accettava solo gli scritti cristiani meno influenzati dalla tradizione ebraica, quindi diverse lettere di Paolo e il solo vangelo di Luca, in quanto discepolo di Paolo. Considerato eretico e scomunicato, fonderà una chiesa che sopravvisse fino al V secolo. La sua iniziativa, però, ebbe l’effetto di suscitare la questione riguardante la selezione dei testi da ritenere sacri.

Un documento di eccezionale importanza che ci documenta la primissima scelta dei quattro vangeli canonici ed il rifiuto di tutti gli altri è il Frammento Muratoriano. Questo documento, detto “frammento” in quanto mutilo all’inizio ed alla fine, prende il nome da Ludovico Antonio Muratori, storico, bibliotecario ed erudito che nel 1740 lo scoprì. Risalente all’VIII secolo, questo documento fa riferimento ad una prima lista ufficiale scritta in latino (forse una traduzione dal greco) ed approvata da Pio, vescovo di Roma, morto nel 157 d.C. (cioè Pio I, n.d.r.). In quell’epoca, si legge nel documento, vengono considerati sacri i quattro vangeli canonici, gli Atti degli Apostoli, attribuiti a Luca, e tredici lettere paoline. 

Riporto alcuni brani di questo importantissimo documento: «[...] ai quali pure egli [probabilmente Marco, n.d.r.] fu presente e così ha [es]posto. Il terzo libro dell’evangelo [è quello] secondo Luca. Questo medico, Luca, preso con sé da Paolo come esperto di diritto, lo compose dopo l’ascensione di Cristo secondo ciò che egli [Paolo] credeva. Neppure lui però vide il Signore in carne, e perciò cominciò a raccontare così come poteva ottenere [il materiale], dalla nascita di Giovanni. Il quarto degli evangeli [è quello] di Giovanni, [uno] dei discepoli. Poiché i suoi condiscepoli e vescovi lo esortavano, disse: «Digiunate con me per tre giorni da oggi e ci racconteremo a vicenda ciò che ad ognuno verrà rivelato». In quella stessa notte fu rivelato ad Andrea, [uno] degli apostoli, che Giovanni doveva mettere tutto per iscritto in nome proprio, mentre tutti [lo] avrebbero esaminato. E perciò, sebbene diversi princìpi siano insegnati nei singoli libri dei vangeli, ciò non costituisce però una differenza per la fede dei credenti, essendo tutte le cose spiegate dall’unico e normativo Spirito: ciò che riguarda nascita, passione, risurrezione, vita sociale con i suoi discepoli, la duplice venuta, dapprima, disprezzato nell’umiltà, che è già avvenuto, la seconda volta, illustre, con potere regale, che deve [ancora] avvenire [...] Così non solo egli si professa testimone oculare ed auricolare, ma anche scrittore di tutte le cose mirabili del Signore, per ordine. Gli Atti poi di tutti gli Apostoli sono scritti in un unico libro. Luca raccoglie per l’ottimo Teófilo le singole cose che sono state fatte in presenza sua e lo fa vedere chiaramente omettendo la passione di Pietro e anche la partenza di Paolo dall’Urbe [cioè Roma], per la Spagna. Le lettere di Paolo poi rivelano esse stesse, a chi vuol capire, da che località e in che circostanza sono state inviate. Prima di tutte ai Corinzi, vietando l’eresia dello scisma; poi ai Galati [vietando] la circoncisione; poi ai Romani [spiega] esattamente l’ordine delle Scritture e che Cristo è il loro principio. Delle quali [lettere] è necessario che parliamo singolarmente. Lo stesso beato apostolo Paolo, in ciò seguendo la regola del suo predecessore Giovanni, scrive nominativamente a sole sette chiese in quest’ordine: ai Corinzi la prima [lettera], agli Efesini la seconda, ai Filippesi la terza, ai Colossesi la quarta, ai Galati la quinta, ai Tessalonicesi la sesta, ai Romani la settima. Sebbene sia tornato a scrivere ai Corinzi e ai Tessalonicesi per correggerli, si vede che una sola chiesa è diffusa per tutta la terra. Perché anche Giovanni scrive nell’Apocalisse a sette chiese, ma parla a tutte. Ma una a Filémone e una a Tito e due a Timóteo [le scrisse] per affetto e amore. Sono ritenute sacre per l’onore della Chiesa cattolica, per il regolamento della disciplina ecclesiale. Circola anche una [lettera] ai Laodicesi, un’altra agli Alessandrini, falsificate col nome di Paolo dalla setta di Marcione, e molte altre cose che non possono essere accettate nella chiesa cattolica. Non conviene che il fiele sia mescolato con il miele. Però una lettera di Giuda e due con la soprascritta "di Giovanni" sono ricevute nella Chiesa cattolica, come pure la Sapienza scritta in onor suo dagli amici di Salomone. Riceviamo anche le Apocalissi di Giovanni e di Pietro soltanto. Alcuni di noi però non vogliono che questa sia letta nella chiesa [cioè l’assemblea]. Il Pastore l’ha scritto poc’anzi, nella nostra città di Roma, Erma, mentre sedeva sulla cattedra della chiesa della città di Roma il vescovo Pio, suo fratello. Perciò conviene che sia letto, però non si può leggere pubblicamente nella chiesa al popolo, né tra i profeti il cui numero è completo, né tra gli apostoli della fine dei tempi. Non accettiamo del tutto nulla di Arsinoo o Valentino o Milziade, che scrissero anche un nuovo libro di Salmi per Marcione insieme con Basilide asiano, fondatore dei Catafrigi […]». 

Quindi già nel 157 d.C. la Chiesa, non solo aveva ufficialmente scelto i quattro vangeli canonici, gli Atti degli Apostoli e le lettere paoline, ma aveva già rifiutato alcuni scritti, tra cui quelli della setta (cioè gli gnostici) di Marcione (sempre lui!), ritenuti falsi e non ispirati: “Non conviene che il fiele sia mescolato con il miele”. Interessante è notare anche la condanna dello gnostico Valentino. Quindi già verso la metà del II secolo d.C. è unanime, da parte della chiesa Cristiana degli inizi, l’esclusione totale degli scritti gnostici, e questo a circa 150 anni dal Concilio di Nicea. 

Tutti gli scritti che oggi fanno parte del canone sono menzionati nel complesso dai Padri apostolici (cioè contemporanei o immediatamente successivi agli apostoli) con la sola eccezione della III lettera di Giovanni. Ciò si spiega col fatto che è molto breve (13 versetti in tutto) ed il suo contenuto dottrinalmente trascurabile. Questa lettera entrerà più tardi nel canone. 

Verso il 180 d.C., Ireneo, Vescovo di Lione, riconosce come “Scrittura Sacra” i quattro Vangeli del Nuovo Testamento (dice che il vangelo è unico, ma tetramorfo), le 13 lettere di Paolo, gli Atti degli Apostoli e alcune lettere cattoliche (la prima di Pietro e le prime due di Giovanni). Gli stessi vangeli sono riconosciuti “ispirati” e veritieri anche dall’apologista Tertulliano (150 – 222 d.C.) che a proposito afferma: "…costituiamo innanzitutto [il Nuovo Testamento] come strumento evangelico e apostolico…" (Adversus Marcionem, IV). Clemente (150 – 215 d.C.), vescovo di Alessandria, in Egitto, conosce questi testi e li accetta come canonici. 

Un quadro preciso della situazione di quel tempo ce lo fornisce Origene, il famoso teologo-filosofo cristiano nato nel 185 d.C. ad Alessandria e morto nel 254 d.C. Per sfuggire alle varie persecuzioni (quelle di Settimio Severo del 202 d.C e di suo figlio Caracalla nel 215 d.C.) Origene è costretto a spostarsi dall’Egitto verso la Palestina e venire, così, in contatto con molte comunità cristiane. Egli divide il canone in scritti accettati da tutti e dovunque, cioè i quattro vangeli del nuovo Testamento, le 13 lettere paoline, gli Atti degli Apostoli, la prima lettera di Pietro, la prima di Giovanni con la sua Apocalisse, e scritti discussi, cioè la seconda lettera di Pietro, la lettera di Giacomo e la seconda e terza lettera di Giovanni (In Eusebio, Historia ecclesiastica VI,25,3-14). Tra queste solo la lettera agli Ebrei entrerà nel canone più tardi, nel 380 d.C., proprio perché si dubitò a lungo sull’attribuzione a Paolo.

Tenendo conto di tutte queste testimonianze dei Padri Apostolici si può affermare con certezza che verso il 200 d.C., quindi oltre un secolo prima dell’avvento di Costantino, è ormai formato il nucleo centrale del canone ed è costituito dai quattro vangeli, da 13 lettere paoline, dagli Atti degli Apostoli e dall’Apocalisse di Giovanni. Le lettere cattoliche entreranno nel canone più tardi nel IV secolo (la lettera di Giacomo, ad esempio, entrerà solo verso il 350 d.C.). L. Gardner afferma che Giacomo, capo dei giudeo-cristiani, si opponeva con forza a Paolo fautore di un cristianesimo alieno dal messaggio autentico di Gesù. Questa cretinata viene smentita proprio dall’entrata nel canone della lettera di Giacomo, nel 350 d.C., dopo l’era Costantiniana.

Eusebio di Cesarea, il più grande storico della Chiesa primitiva, scrisse, tra la fine del III secolo e l’inizio del IV, il suo più grande lavoro, l’“Historia ecclesiastica”. Tra le innumerevoli notizie riportate (di cui ho fatto enorme uso, n.d.r.) c’è anche un interessantissimo brano in cui viene presentata nel dettaglio la situazione al suo tempo circa la formazione del canone: "Arrivati a questo punto, ci sembra ragionevole ricapitolare [la lista] degli scritti del Nuovo Testamento di cui abbiamo parlato. E, senza alcun dubbio, si deve collocare prima di tutto la santa tetrade degli evangeli, cui segue il libro degli Atti degli Apostoli. Dopo questo, si debbono citare le lettere di Paolo, a seguito delle quali si deve collocare la prima attribuita a Giovanni e similmente la prima lettera di Pietro. A seguito di queste opere si sistemerà, se si vorrà, l’Apocalisse di Giovanni, su cui esporremo a suo tempo ciò che si pensa. E questo per i libri universalmente accettati. Tra gli scritti contestati, ma tuttavia riconosciuti dalla maggior parte, c’è la lettera attribuita a Giacomo, quella di Giuda, la seconda lettera di Pietro e le lettere dette seconda e terza di Giovanni, che sono dell’evangelista o di un altro che porta lo stesso nome. Tra gli apocrifi vengono anche collocati il libro degli Atti di Paolo, l’opera intitolata Il Pastore, l’Apocalisse di Pietro e dopo questi la lettera attribuita a Barnaba, i cosiddetti Insegnamenti degli Apostoli (più noti col nome Didaché, n.d.r.), poi, come s’è già detto, l’Apocalisse di Giovanni, se si vuole. Qualcuno, come ho già detto, la rifiuta, ma altri la uniscono ai libri universalmente accettati. Tra questi stessi libri alcuni hanno ancora collocato il Vangelo secondo gli Ebrei, che piace soprattutto a quegli Ebrei che hanno creduto a Cristo. Pur stando così le cose per i libri contestati, tuttavia abbiamo giudicato necessario farne ugualmente la lista, separando i libri veri, autentici e accettati secondo la tradizione ecclesiastica, dagli altri che, a differenza di quelli, non sono testamentari (cioè vincolanti, n.d.r.), e inoltre contestati, sebbene conosciuti, dalla maggior parte degli scrittori ecclesiastici; affinché possiamo distinguere questi stessi e quelli che, presso gli eretici, sono presentati sotto il nome degli apostoli, sia che si tratti dei vangeli di Pietro, di Tommaso e di Mattia o di altri ancora, o degli Atti di Andrea, di Giovanni o di altri apostoli. Assolutamente nessuno mai tra gli scrittori ecclesiastici ha ritenuto giusto di ritrovare i loro ricordi in una di queste opere. D’altra parte, il carattere del discorso si allontana dallo stile apostolico; il pensiero e la dottrina che essi contengono sono talmente lontani dalla vera ortodossia da poter chiaramente provare che questi libri sono delle costruzioni di eretici. Perciò non si debbono neppure collocare tra gli apocrifi, ma si debbono rigettare come del tutto assurdi ed empi" (Historia Ecclesiastica III, 25, 1-7).

Anche Eusebio, come Origene, divide gli scritti in “accettati” (il testo greco riporta il vocabolo “homologoúmena” cioè “sui quali vi è accordo”), “discussi” (nel testo greco “antilegómena”) e, aggiunge, “apocrifi”, cioè da rigettare. Come si può notare i quattro vangeli, anche qui denominati “la tetrade”, sono i primi ad essere universalmente accettati assieme agli Atti ed alle lettere di Paolo. Tra gli scritti rifiutati, è interessante notare, ci sono i vangeli provenienti dagli ambienti eretici (come quelli gnostici) che, per darsi autorità, si presentano sotto il nome degli apostoli. Tra questi c’è pure il famoso vangelo gnostico detto “di Tommaso”. Gli altri testi gnostici, tanto cari a D. Brown, non sono neppure menzionati singolarmente, ma respinti in blocco come “costruzioni di eretici…del tutto assurdi ed empi”. 

Eusebio ci spiega anche il motivo di queste scelte: sono accettati solo quelli temporalmente più vicini al tempo di Gesù, che hanno un legame diretto con la predicazione apostolica come garanzia di fedeltà ai fatti narrati e che sono unanimemente accettati dalle comunità cristiane. Non è stata, quindi, come afferma D. Brown, una eliminazione di testi “scomodi” non allineati con la dottrina prevalente, tanto è vero che moltissimi testi in linea con la dottrina cristiana, ma che non rispondevano pienamente ai requisiti richiesti, non sono entrati nel canone. Questo è il caso, ad esempio, dell’Apocalisse di Pietro, del Pastore di Erma o della Didachè.

Quando, nel 367, il vescovo di Alessandria Atanasio stila una lista dei testi da ritenersi canonici non fa altro che riportare 27 scritti già da tempo largamente accettati ed approvati dalle comunità cristiane. Questa medesima lista sarà sottoposta alle decisioni conciliari di Ippona (393 d.C.) e Cartagine (397 e 419 d.C.) divenendo così, assieme a secondarie aggiunte successive, il Canone delle Scritture della Chiesa Cattolica.

Quindi nessuna confisca e distruzione di testi scomodi, la formazione del Canone è stato un processo lungo ed articolato che si svolse nell’arco di tre secoli e che si concluse, sostanzialmente, molto tempo prima dell’avvento di Costantino. I vangeli gnostici non hanno mai riscosso credito in nessuna epoca, neppure in occasione della riforma protestante, che pure ripropose la questione della canonicità di alcuni scritti neotestamentari. I vangeli gnostici sono sempre stati considerati inattendibili.

Tutte queste informazioni le ho tratte, senza alcuna difficoltà, da comuni enciclopedie e da siti internet specializzati. Fonti facilmente accessibili a chiunque, senza dover avere per forza una competenza particolare o la necessità di addentrarsi in complicati studi. Ma allora mi chiedo: non poteva farlo anche D. Brown? Perché giocare con argomenti così importanti per milioni di persone, quando non si ha la minima base storica per supportare certe fantasie? Quello che voglio censurare non è la legittima libertà di scrivere un romanzo, ma il disprezzo per la verità storica, la mancanza di rispetto verso la fede cristiana e la mancanza di qualsiasi scrupolo pur di conseguire il successo commerciale.

martedì 22 novembre 2016

Luigi Tosti e l’odio verso la Chiesa e i cristiani.

Sconosciuto al grande pubblico, questo, ormai ex, magistrato del Tribunale di Camerino (MC), nel lontano 2002 balzò improvvisamente agli onori della cronaca per la sua sconcertante iniziativa di voler bandire il crocifisso dalle aule dei tribunali della Repubblica italiana. 

Questo personaggio è un classico rappresentante del laicismo in Italia, autentico eroe degli atei e degli agnostici anticristiani, poneva come motivazione della sua assurda campagna contro il crocifisso tutto il fantasioso repertorio di accuse e contumelie alla Chiesa e ai cristiani tipico della propaganda laicista e il fatto che lo Stato Italiano, che appellava ironicamente come “Vaticalia”, fosse, appunto, succube del Vaticano (sic). Spinse a tal punto la sua folle iniziativa fino ad affrontare una grottesca battaglia legale che nel 2012 lo vide assolto dall’accusa di essersi rifiutato di tenere le udienze nelle aule dove fosse esposto il crocifisso. Dato, questo, che sconfessa clamorosamente il nostro ex giudice sul fatto che l’Italia sia veramente un paese succube del Vaticano. 

Le argomentazioni di Luigi Tosti ripropongono il campionario classico delle fantasiose accuse e leggende che l’immaginario collettivo laicista rivolge contro la Chiesa e la sua storia. Ciò che mi colpì di tale personaggio fu la cieca pervicacia nel sostenere, con espressioni spesso becere e volgari, argomentazioni del tutto fallaci. Considerando che il Tosti, essendo un Magistrato, quindi una persona che avrebbe dovuto disporre di una cultura al di sopra della media e, non nego, spinto anche da una certa curiosità, decisi di confrontarmi personalmente con tale personaggio per cercare di capire la solidità delle sue argomentazioni. A tal proposito visitai il suo blog e in risposta dell’ennesimo post di invettive verso la Chiesa e i cristiani gettai l’amo…

Complimenti Luigi Tosti, un bel "pastone" ideologico dove ha messo il meglio di tutto il fantasioso ed immaginario universo antireligioso e, specialmente, anticattolico. Una bruttura che le rende veramente "onore";

Al che Luigi Tosti mi rispose: “Complimenti, Luigi Ruggini. Soprattutto per la documentatissima replica, supportata da prove inoppugnabili sull'inesistenza storica dei crimini della tua augusta religione e dei tuoi augusti papi criminali (nonché Santi). Il tuo il tipico commento del fedele cattolico integralista che, posto di fronte ai crimini della tua religione, nient'altro sa fare se non farsi gonfiare il fegato dai bollori di ira e sparare critiche a vanvera. La "fortuna", molto relativa, è che i fanatici religiosi dei tuo stampo non sono più adusi all'uso del rogo, dell'Inquisizione e dei Kalashnikov”.

Come supponevo il nostro ex giudice partì subito in quarta, ma lo rassicurai facendogli notare che non c’era bisogno di perdere la calma e che ero in grado di documentare esaustivamente ogni mia asserzione. Ma il Tosti continuò sulla stessa strada come un turbine: “Noto, signor Ruggini, che seguita sempre a mantenersi sulla vaghezza apodittica delle sue tesi confutative delle VERITA' storiche, che mi sono limitato a rispolverare. Noto anche che […] lei, da buon cattolico, tenta di annichilire i crimini della sua religione con l'arguto argomento della "contestualizzazione", secondo cui sono le vittime della vostra criminalità i veri "colpevoli", in quanto non si sono adeguate alle "usanze" dei tempi in cui perpetravate i vostri crimini. Si tratta di un argomento a dir poco indegno, in base al quale sono stati Giordano Bruno, Galileo Galilei, gli eretici e le streghe arse sui roghi i veri "colpevoli", perché non si sono adeguati alle "regole" praticate dalla religione del tempo”. Infine sentenziò: “Vede, la differenza tra le religioni e l'Ateismo sta nel fatto che nel nome degli dei sono stati perpetrati i più deliranti crimini ed atrocità, mentre non è esistita alcuna associazione atea che abbia mai sterminato, torturato, inquisito altri esseri umani al grido: "Dio lo vuole!!".

Mi apparve subito chiaro il modo ideologico con cui il Tosti richiamava determinati eventi storici che riguardavano alcune condotte della Chiesa. Glielo feci notare: “Vede, sig. Tosti, quello che le contesto è il suo modo ideologico di analizzare la storia. Il suo è un modo di fare che non potrà mai arrivare ad una accettabile oggettività perché inficiata dal suo pregiudizio. La contestualizzazione a cui mi riferisco non è certamente quella che lei ha tratteggiato. Se non ci si cala seriamente nell'ambiente storico non si potrà mai capire che la Chiesa ha sempre avuto la necessità di offrire ai propri membri, che non sono tutti eroi o scienziati, l’ambiente ideale dove possano fiorire la loro fede e la loro vita cristiana. Perciò, quando alcuni pretendono di chiamarsi cristiani minacciando l’accordo ecclesiale, essa può e deve togliere loro i mezzi per nuocere.
Non si può parlare di Giordano Bruno, Paleario, ecc. senza ricordare il periodo di Controriforma dove la Chiesa aveva l'ansia di difendere la fede attaccata da tutte le parti. Per contestualizzazione, quindi, intendo l'innegabile circostanza che in ogni epoca la violenza utilizzata dalla Chiesa sia stata una reazione, una difesa della fede e dell'ordine costituito contro la sovversione portata dall'eresia. Diversamente le dittature e le rivoluzioni laiciste atee miravano a distruggere un sistema di valori per imporne un altro, non unanimemente condiviso, attuando l’intento con azioni invasive e prevaricatrici particolarmente violente e repressive. Non si trattò mai di un’azione di legittima difesa, ma di una vera e propria azione di sopraffazione messa in atto, il più delle volte, da un limitato gruppo di pressione nei confronti della maggioranza”.

A questo punto intervennero anche altri utenti del blog che, ovviamente, presero le parti del Tosti. Gli feci notare che il loro era un tipico atteggiamento “laicista”. Al Tosti tale vocabolo non piacque: “Per Luigi Ruggini. "Laicista" è colui che crede nel "principio di laicità" che, è bene ricordartelo, è uno dei principi "SUPREMI" sui quali si fonda la nostra Costituzione repubblicana. Questo principio consiste, come dice la Corte Costituzionale, nell'obbligo dello Stato italiano di essere imparziale, neutrale ed equidistante nei confronti delle ideologie religiose, positive o negative che esse siano […] Semmai sono quelli come te, che sostengono che la Chiesa cattolica e i cattolici debbano essere privilegiati dallo Stato italiano a discapito degli atei e di coloro che credono in dei "inferiori" al vostro, che debbono vergognarsi”. 

A quel punto precisai che: “Per me, invece, laicista è un termine che indica la persona intollerante che offende, denigra e, mentendo, infanga il credente. […] La nostra Costituzione repubblicana insegna primariamente il rispetto per le idee e per il credo altrui, fondando la nostra società su quei valori della persona umana che sono condivisi da tutti gli uomini che amano la pace, la tolleranza e la fratellanza. Valori che, guarda caso, scarseggiano ampiamente nel vostro, laicistico, argomentare. La nostra società è laica e tutti i credi e le idee sono in egual modo tutelate e libere di essere professate. Io sono un cittadino italiano e, quindi, non penso affatto che la Chiesa e i cristiani debbano essere privilegiati dallo Stato. Purtroppo, però, mi sto rendendo conto che in Italia si sta facendo largo questo laicismo intollerante, di cui lei è solo uno dei tanti rappresentanti, che non rispettando il credo altrui tradisce i valori su cui si basa la nostra Costituzione”.

Molto probabilmente sorpreso dalla mia pazienza e dalla mia volontà di confronto, il Tosti tirò fuori tutto il suo repertorio di fesserie laiciste: “Noto che il sig. Ruggini è colto da rododendro quando gli si spiattellano le VERITA' scomode. Il termine laicista è stato coniato da idioti cattolici che tentano di contrabbandare il loro confessionalismo per laicità, anzi per "sana" laicità. […] Nella Repubblica Pontificia italiana, altrimenti detta Vaticalia o Colonia del Vaticano, la laicità delineata dalla Costituzione è un miraggio. Solo i perfetti e patentati disonesti lo possono negare. Basta considerare che SOLO il Papa, i vescovi, i preti cattolici utilizzano quotidianamente la Televisione di Stato, altrimenti detta RAI, diffondendo le loro perle di saggezza quotidianamente, e soprattutto durante i telegiornali. Solo i cattolici possono far insegnare la loro strampalata e immorale religione nelle scuole dello Stato e spese dei cattolici. Solo i cattolici sono stati i beneficiari della legge sul mantenimento del clero (8 per mille). […] Solo i preti cattolici vengono assunti e stipendiati come cappellani militari ed ospedalieri ai danni e a spese di tutti gli italiani. Solo i cattolici vengono sovvenzionati per le riparazioni, costruzioni e ristrutturazioni delle loro chiese. Solo la Chiesa cattolica viene esentata dall'IMU, ICI, TASI TARI sugli immobili e non paga l'erogazione dell'acqua e il servizio di nettezza urbana. La Chiesa cattolica vive parassitariamente ai danni degli italiani con un prelievo dai 7 ai 20 miliardi l'anno. Tutti gli altri sono considerati delle sorti di frammenti fecali, rispetto ai cattolici…”.

Di fronte a questo fuoco di fila di banalità laiciste gli feci notare quanto fosse ridicolo definire l’Italia come “Vaticalia”: “Mi parla di “Vaticalia”, mi vien da ridere!!!! Se la Chiesa fosse così potente come lei afferma, perché in Italia c’è l’aborto? Come è possibile che nella Repubblica Pontificia italiana è legale andare contro la Chiesa? Perché c’è il divorzio? Perché è possibile ricorrere alla fecondazione eterologa? La televisione di Stato utilizzata dal Papa? Ma non dica fesserie, si tratta solo di un servizio pubblico, in Italia il Papa è seguito da milioni di persone, oltre ad essere una personalità come Obama, Hollande o la Merkel. Perché non si lamenta pure del fatto che in tutti i Tg ci sono sempre anche questi personaggi? L’ora di religione cattolica nelle scuole fa parte del Concordato tra la Chiesa e lo Stato Italiano, è un dato storico, l’Italia è un Paese di profonde radici cristiane e cattoliche, è normale che sia un dialogo particolare. L’importante è il fatto che chiunque è liberissimo di non frequentare, nessuna imposizione. L’8 per mille non è beneficiato solo dalla Chiesa cattolica, ma da qualsiasi altra confessione religiosa, e non, che ne faccia richiesta, e poi, è bene ricordare che questa “famigerata” contribuzione è VOLONTARIA e non imposta a nessuno! L’esenzione da IMU e quant’altro, è regolata da una legge, quella per il sostegno alle associazioni “no profit” impegnate nel sociale, di cui ne beneficiano TUTTI e non solo la Chiesa cattolica, quindi non venga a raccontare sciocchezze! Ed anche la storia che la Chiesa cattolica parassitizzi l’Italia è una bufala laicista! A fronte di un contributo di circa un miliardo di euro, che la Chiesa riceve con l’8xmille, ne vengono restituiti almeno 11 in beni e servizi, ad esempio solo le parrocchie in ambito sociale forniscono aiuti per almeno 260 milioni di euro all’anno. Quando per portare avanti il proprio odio ideologico arrivate ad infangare, a mentire e a manipolare la realtà, significa che avete perso di vista i principi su cui si basa quella Costituzione che vi vantate tanto di difendere”.

Da questo punto in poi il nostro confronto proseguì sulla stessa falsariga con il Tosti sempre inviperito, ma sostanzialmente incapace di fornire una valida confutazione alle mie obiezioni (per chi ne fosse interessato l’intero contraddittorio è reperibile qui). Questo confronto mi diede l’ennesima conferma di quanto sia basso il livello culturale delle argomentazioni laiciste contro la Chiesa e la religione. Sono caratterizzate da un’ignoranza storica abissale, frutto della manipolazione iniziata in età illuminista, da un’impressionante stravolgimento della realtà e da un disprezzo ed astio senza precedenti. Il sig. Luigi Tosti incarna perfettamente ognuna di tali caratteristiche e questo lo rende il personaggio paradigma di ogni laicista.

giovedì 10 novembre 2016

Il laicismo di Veronesi

E' morto il professor Umberto Veronesi, l'oncologo italiano più conosciuto. Aveva 90 anni, una vita spesa a combattere il cancro. Diceva sempre di desiderare di veder sconfitto questo male, il male del secolo. Un desiderio che, purtroppo per lui, non si è avverato, ma è certo che la sua opera costituisce un importantissimo contributo per sconfiggere in futuro questo tremendo male. La scienza perde un grande scienziato.

Ma a rendere ancor più triste, almeno a mio parere, questa perdita è anche l'atteggiamento apertamente antireligioso che ha sempre avuto Veronesi. Non se ne va, infatti, solo un uomo di scienza, ma anche un acceso polemista che non perdeva occasione di esternare il suo astio verso la religione. Nei suoi interventi pubblici non mancavano mai affermazioni contro Dio e i credenti. Per lui la scienza e la fede erano inconciliabili perché mentre la prima si pone sempre dei dubbi, la seconda crede ciecamente in una specie di leggenda senza il diritto di criticarla o metterne in dubbio dogmi e misteri. Questa avversione verso la fede traspare anche da alcuni suoi libri in cui si affannava a dimostrare l'inesistenza di Dio. Diceva che il cancro è molto simile a un campo di concentramento. "Così come Auschwitz- raccontava - per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio". Si chiedeva: "Come puoi credere nella Provvidenza o nell'amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del non so".

Per Veronesi il credente è un povero illuso che, temendo la morte, ha bisogno di costruirsi un mondo immaginario che chiama "aldilà". Il laico, invece, secondo Veronesi, sarebbe una persona più seria che affronterebbe con più coraggio la morte. 

E' un vero peccato che una tale intelligenza, seppur laica, non avesse alcun rispetto per i credenti e la religione. Si può pensarla a modo proprio, non credere in Dio, ma perché avere una tale disistima verso coloro che credono? Veronesi pensava forse che sia molto più sensato credere che tutto abbia avuto origine dal nulla? Eppure gli scienziati sanno bene che in natura ogni effetto ha la sua causa, allora? E la fede è davvero cieca ed immotivata o non si basa in realtà sulla testimonianza di coloro che hanno visto e vissuto Cristo? La fiducia non è forse l'unico sistema con cui riusciamo a conoscere moltissima parte della realtà che ci circonda come, ad esempio, i rapporti di amicizia o di amore? E la concezione di Dio di Veronesi, cioè vedere in una malattia una manifestazione del capriccioso suo volere, non è forse un po’ infantile? I cristiani sanno che le malattie dell’uomo altro non sono che un errore causato dalla nostra inadeguatezza. Allo stesso modo, anche ciò che avvenne ad Auschwitz fu l'ennesimo errore della libertà dell’uomo, una libertà usata malissimo. Che c'è di stupido nel credere in questo?

Veronesi si chiedeva perché Dio non intervenisse ad impedire il male, la malattia, ma essendo il male la nostra volontaria lontananza da Dio, l’impedimento di questa libertà non è anch’essa una forma di intollerabile violenza? Dio non sceglie di non intervenire, ma lo fa rispettando la nostra condizione di esseri liberi di amare o meno. E lo fa a modo suo, nascostamente, nel rispetto della nostra volontà traendo da ogni male un bene più grande.  

lunedì 24 ottobre 2016

Parte XIII – Costantino e la Chiesa

Incredibilmente, tra le convinzioni più diffuse riguardanti la storia della Chiesa primitiva, c’è quella che individua nell’imperatore romano Costantino il vero “fondatore” della Chiesa Cattolica. Sarebbe stato proprio il vincitore di Massenzio a Ponte Milvio, attraverso diversi concili da lui voluti ed indetti, a plasmare la forma del credo cattolico e a decidere in prima persona quali dovevano essere i vangeli da inserire nella Bibbia. Ovviamente si tratta di una convinzione totalmente sbagliata, basta aprire un qualsiasi libro di storia per rendersene conto. 

Eppure, facendosi beffe della realtà storica, L. Gardner riesce ad affermare delle assurdità senza precedenti. Nel suo “La linea di sangue del santo Graal” viene presentata una versione “storica” della vita di Costantino e dei suoi rapporti con il Cristianesimo che è un concentrato di inesattezze e falsità. Da pag. 150 a pag.151 si legge: “Nel 312 Costantino divenne imperatore d’Occidente […] [si rese] conto che mentre il suo impero si stava smembrando, poteva convenirgli d’imbrigliare il cristianesimo. Vedeva in esso una forza unificatrice che poteva sicuramente usare a proprio vantaggio […] Al Concilio di Arles nel 314, Costantino conservò il proprio rango divino presentando l’onnipotente Dio dei cristiani come suo patrono personale. Quindi rimediò alle anomalie dottrinarie rimpiazzando alcuni aspetti del rituale cristiano con le consuete tradizioni pagane del culto del sole, insieme ad altri insegnamenti di origine siriana e persiana. In breve, la nuova religione della Chiesa romana fu costruita come un’ ”ibrido” per soddisfare tutte le fazioni influenti. Costantino mirava, così, ad una religione “mondiale” comune e unificata […] capeggiata da lui […] La missione di Gesù di rovesciare il dominio romano era fallita a causa della discordia fra le sette giudaiche. Costantino approfittò di questo fallimento per spargere il seme di un’idea: forse Gesù non era l’atteso Messia come si era creduto! Inoltre, dato che era stato l’imperatore a garantire la libertà ai cristiani all’interno dell’impero, sicuramente il loro vero Salvatore non era Gesù ma Costantino! […] L’imperatore sapeva, naturalmente, che Gesù era stato venerato da Paolo come il “Figlio di Dio”, ma non c’era più posto per un concetto del genere. Gesù e Dio dovevano fondersi in una sola identità in modo che il figlio fosse identificato col Padre. Al Concilio di Nicea […] designando Dio come il Padre e il figlio, Gesù venne opportunamente messo da parte come una figura di nessuna importanza pratica. Adesso spettava all’imperatore di essere considerato il dio messianico: non soltanto da quel momento, ma in virtù di un diritto ereditario a lui riservato “dal principio dei tempi” […] [Nel 331, a Costantinopoli] convocò un Concilio generale […] per ratificare la decisione del precedente concilio di Nicea. In questa occasione la dottrina di Ario […] venne formalmente dichiarata blasfema. L’imperatore governava la Chiesa secondo il suo stile complessivamente autocratico. Il suo era un dominio assoluto e la Chiesa non era altro che un dipartimento dell’impero”.

Un bel fuoco di fila di falsità, stupidaggini e luoghi comuni dovuti ad una disonestà di fondo. Mi sembra, infatti, fin troppo ovvio l’intento di abbindolare gli ignoranti somministrando la solita storiella anticlericale che alla prova dei fatti non può che cadere miseramente. Veniamo, dunque, alla storia, quella vera.

Ai tempi di Costantino I detto “il Grande”, inizio IV secolo d.C., la situazione politica dell’impero romano era alquanto confusa e delicata. Suo padre era Costanzo I Cloro che, assieme a Galerio, nella “tetrarchia” voluta da Diocleziano, costituivano i cosiddetti “cesari”, mentre i due “augusti” erano Massimiano e lo stesso Diocleziano. Quando questi si dimise Costanzo Cloro divenne “augusto” associandosi come “cesare” suo figlio Costantino. Morto improvvisamente Costanzo Cloro, nel 306 d.C., durante una campagna militare in Britannia, i soldati acclamarono come “augusto” suo figlio Costantino. Sbarazzandosi di tutti i suoi nemici, primo fra tutti Massenzio sconfitto ed ucciso a Ponte Milvio il 23 ottobre 312 d.C., Costantino, assieme all’altro “augusto” d’oriente Licinio, dovette rendersi conto che la politica anticristiana perseguita da Diocleziano era fallita totalmente. Nonostante le feroci persecuzioni i cristiani erano sempre più numerosi e la lotta contro di essi rischiava di causare una gravissima crisi sociale all’interno dell’impero. Fu per tali motivi che, già nel 311 d.C., l’”augusto” Galerio, con l’editto di Nicomedia (30 aprile 311 d.C.), concesse per la prima volta ai cristiani la libertà di culto e la possibilità di edificare le chiese. Con l’editto di Milano del 313 d.C., Costantino e Licinio, nell’ambito di un vero e proprio vertice politico sul riassetto dell’impero, non fecero altro che confermare le decisioni, nei confronti dei cristiani, prese da Galerio. Si legge in questo famoso editto: “Noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, felicemente uniti a Milano e trattando di ciò che riguarda la sicurezza e l’utilità pubblica, abbiamo creduto che uno dei primi nostri doveri fosse di regolare ciò che interessa il culto della divinità e di dare ai cristiani, come a tutti gli altri nostri sudditi, la libertà di seguire la religione che ognuno desidera, onde richiamare il favore del Cielo sopra di noi e sopra tutto l’Impero”. Appare chiaro, quindi, che Costantino e Licinio non fanno preferenze, ma pongono sullo stesso piano qualsiasi culto. Costantino, quindi, non rese il Cristianesimo la religione ufficiale dell’impero e pensare ad ipotetici accordi tra Costantino e la Chiesa per superare l’ostilità del Senato e a favoritismi dettati da calcoli politici è una pura ingenuità. Dopo aver liquidato tutti i suoi avversari Costantino si comportò senza alcun riguardo nei confronti del Senato romano, anzi lo spogliò di autorità ed importanza al punto che, trasferendo la capitale da Roma a Costantinopoli, lo emarginò definitivamente. Pensare ad una necessità di Costantino di avere l’appoggio della Chiesa per mantenere il potere appare del tutto improbabile. La Chiesa del IV secolo non rappresentava ancora alcun “centro di potere” e non poteva di certo competere con l’importanza del Senato, seppure in fase di decadenza. Pensare che Costantino abbia dovuto aver bisogno dell’appoggio del vescovo di Roma Silvestro per “legittimare” il suo potere è ipotesi veramente risibile. Anche in considerazione del fatto che a quel tempo gli storici calcolano la consistenza cristiana dell’impero non più del 10% degli abitanti (Paul Veyne, 2008). E’ solo con Teodosio il Grande che la chiesa comincerà ad assumere quell’importanza tale da poter influenzare sensibilmente l’operato degli imperatori. Nonostante una innegabile simpatia ed interesse verso il Cristianesimo, durante il suo imperio, Costantino non ha mai dato segno di favorirlo nei confronti del paganesimo. Lo stesso Editto di Milano (313) è da considerarsi solo come una disposizione di tolleranza, non certo di partigianeria. A questo giunse l’imperatore Teodosio che, durante il suo imperio tra il 379 e il 395 d.C., promulgando una legge che vietò ogni culto sacrificale pagano sia pubblico che privato. L’affermazione del Cristianesimo come l’unica religione ufficiale dell’impero fu un processo lungo ed articolato e non si verificò con un atto di imposizione da parte di Costantino.

Nel suo delirio L. Gardner afferma di una volontà di Costantino di sostituirsi come messia a Gesù (sic!), mentre D. Brown e compari parlano di un Costantino esperto teologo che sceglie quali testi dovranno formare la Bibbia. Niente di vero in tutto questo! In realtà Costantino non era cristiano, tantomeno un teologo, non capiva niente di questioni religiose, era solamente un uomo d’ordine. Nel 325 d.C., siccome le dispute teologiche tra cristiani ed ariani generavano discordie e disordini nell’impero, ritenendo che fosse di sua pertinenza (era pur sempre il “Pontifex maximus”, sommo sacerdote del paganesimo), Costantino convocò il famoso Concilio di Nicea per stabilire una volta per tutte come stavano le cose. Il Concilio condannò l’arianesimo e allora l’imperatore si schierò con i cristiani mandando in esilio Ario e gli ariani. Nonostante ciò l’imperatore restava senza nessuna cognizione religiosa tanto che, ad esempio, nel 332, vinti in battaglia i Goti, li lasciò evangelizzare dal vescovo Ulfila secondo il credo ariano. Successivamente, sotto l’influenza dell’ariano Eusebio di Nicomedia, vescovo di corte, si lasciò convincere dalle tesi ariane e convocò nel 335 d.C. un nuovo Concilio a Tiro dove tutti i vescovi partecipanti si schierarono, per piaggeria, dalla sua parte ed ottenne la condanna di Atanasio, vescovo di Alessandria, l’unico rimasto fedele ai dettami di Nicea. Costantino non si interessò minimamente delle dispute teologiche, non ci capiva niente, a lui interessava solo la condanna di un perturbatore dello stato. Così anche nel 314 d.C. al Concilio di Arles, indetto per risolvere la questione donatista, Costantino non ebbe, come afferma L. Gardner, alcuna velleità teologica, ma intervenne solo per ricomporre una frattura in seno alla Chiesa cristiana d’Africa che stava generando dei disordini.

Che dire, poi, del riferimento al Concilio di Costantinopoli del 331 d.C.?, Che si tratta, fatalmente, di un’altra figura da somaro di L. Gardner. In realtà il Concilio di Costantinopoli si celebrò nel 381 d.C., quando Costantino era già morto da un pezzo, e fu convocato dall’imperatore Teodosio. In quella occasione furono ribadite le decisioni prese a Nicea, cioè la consustanzialità e la coeternità delle tre persone divine, ripristinando così l’ortodossia cristiana che Costantino e, successivamente, i suoi figli, avevano tentato di affossare, con vari concili “farsa”, in favore dell’arianesimo.

Per concludere questo capitolo mi sembra doverosa una precisazione storica come risposta alle falsità che si possono leggere a pag. 273 de “Il Codice da Vinci”. D. Brown afferma che Costantino convocò questo Concilio nel 325 per discutere se Gesù fosse di natura divina e che tale riconoscimento fu, quindi, solo il risultato di una votazione e, per giunta, a maggioranza assai ristretta. D. Brown, ancora una volta, dimostra tutta la sua ignoranza, non ha valide conoscenze né storiche, né religiose. Un Concilio ecumenico, come fu quello di Nicea del 325, non è una semplice “votazione”, ma l’espressione del Magistero della Chiesa Universale. La Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, interpreta e disciplina la materia di fede: “A te darò (a Pietro, cioè la Chiesa) le chiavi del Regno dei Cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16, 19 – 20). Ma l’errore più macroscopico di D. Brown è sostenere che al Concilio di Nicea si stabilì che Gesù fosse Dio, proprio perché da sempre lo si riteneva come tale. Il Concilio si occupò piuttosto di quale fosse l’esatta relazione esistente fra il Figlio e il Padre. Fu, così, pronunciato il dogma della Trinità e giudicata, quindi eretica, una dottrina all’epoca popolare, l’arianesimo, secondo cui il Figlio era una divinità inferiore, creata dal Padre a un certo momento del tempo e non eternamente esistente. Al Concilio vi parteciparono circa 300 vescovi, (alcuni parlano di 220 altri di 318) quasi tutti provenienti dalle sedi della Chiesa in oriente. Il vescovo di Roma di allora era Silvestro che inviò a rappresentarlo Osio, vescovo di Cordova e due presbiteri: Vito e Vincenzo. Fu il primo Concilio ecumenico, cioè era riunita tutta la Chiesa, allora non c’era stato ancora alcuno scisma, ed erano presenti, quindi, sia vescovi che accettavano l’interpretazione di Ario (ad esempio Eusebio di Nicomedia), sia vescovi che la rifiutavano (ad esempio Atanasio di Alessandria). A larghissima maggioranza i vescovi riuniti, costituenti quindi il magistero della Chiesa, votarono contro l’eresia ariana costituendo così il simbolo della fede cristiana conosciuto come il simbolo “niceno”. Nonostante ciò la disputa tra ariani e non ariani non si placò. Neppure i concili di Sardica, l’attuale Sofia in Bulgaria, del 343, indetto dai figli di Costantino, Costante e Costanzo II, di Rimini e Seleucia, entrambi del 359, indetti da Costanzo II, rimasto l’unico imperatore, per proporre una soluzione di compromesso, riuscirono a comporre il profondo dissidio. Soltanto con il concilio di Costantinopoli del 381 la Chiesa, restaurando il credo stabilito a Nicea, decretò definitivamente eretica la dottrina ariana. Questo concilio proclamò la consustanzialità, “homoousios” cioè della stessa sostanza, e la coeternità delle tre persone divine, costituendo così il credo “nicenocostantinopolitano”.

mercoledì 19 ottobre 2016

La trasgressione in Italia: vedere il film "Cristiada"

Domenica sera scorsa ho fatto qualcosa di molto "trasgressivo": grazie ad un passaparola stile "carboneria", ho potuto finalmente vedere il film "Cristiada" sulla guerra dei Cristeros combattuta negli anni ’30 dai cattolici messicani contro il governo massonico ed anticlericale del presidente Plutarco Elías Calles che perseguitava la Chiesa Cattolica. 

Il film è uscito nelle sale americane nel 2011, quindi ci sono voluti ben 5 anni prima che la sua visione fosse resa disponibile al pubblico italiano e, per giunta, attraverso un'emittente poco conosciuta e di "nicchia"come "TV2000". Purtroppo è questa la triste situazione del nostro paese dove vige la dittatura del politicamente corretto. Finché i cristiani stanno calmi e mansueti, accolgono i profughi, venerano i santi, ecc.. allora vanno bene e compaiono su tutti i media, ma appena divengono vittime della brutalità laicista ed atea, allora scompaiono immediatamente, come per incanto. 

Nel nostro paese laicista il politicamente corretto ha le sue rigidissime regole, che non possono essere violate: se i cristiani, meglio se cattolici, uccidono, torturano, opprimono poveri atei ed eretici indifesi allora titoloni a nove colonne, films e documentari a tutto spiano. Ma se, invece, sono i cristiani, peggio se cattolici, a subire la barbarie laicista allora bisogna sperare in qualche miracolo ed aspettare diversi anni prima di poter avere una informazione su tali fatti. 

Senza contare che ciò che viene proposto sulle malefatte della Chiesa e dei cristiani sono per lo più delle falsità fatte passare per verità inconfutabili.