lunedì 19 settembre 2016

L'abominio laicista: l'eutanasia dei minori

Alla fine, fatalmente, ci si è giunti: in Belgio è stato legalmente ucciso il primo minorenne con la "dolce" morte, l'eutanasia. In questo paese, infatti, a differenza dell'Olanda, primo paese europeo a legalizzare l'eutanasia, ma solo dopo i dodici anni, non esiste alcun limite di età. Il ragazzo ucciso aveva presumibilmente diciassette anni e, secondo quanto disposto dalla legge belga, avrebbe autonomamente chiesto di morire, con l'avallo obbligatorio dei genitori.

Certamente la legge belga impone paletti molto restrittivi all'applicazione di questa misura estrema, ma resta il fatto che se ad un minore, cioè ad una persona che per definizione non è in grado di prendere delle decisioni in modo pienamente consapevole, viene concessa una possibilità del genere significa che ai genitori viene praticamente consegnata una sorta di licenza di uccidere. Il minore, infatti, non potendo validamente e pienamente esprimere una sua volontà finisce per essere "propriamente" ucciso, anche considerando la vicenda in termini più strettamente laicistici. Anche a diciassette anni non si è in grado di decidere, un giovane chiede di non sentire più dolore e di guarire, non di morire. E' chiaro che l'eventuale richiesta a favore dell'eutanasia è solamente il frutto di una pressione psicologica dell'ambiente, di genitori disperati che, in quanto tali, non hanno piena cognizione di ciò che fanno e di medici che non sostengono il valore della vita, di qualunque vita e che non sanno fare altro che proporre la morte come soluzione. La prospettano come se fosse un asettico atto medico, una soluzione come tante altre, mentre invece non è affatto così. In realtà accelerare la fine di una vita non è affatto un atto medico (Dichiarazione sull'Eutanasia dell'Associazione Medica Mondiale - 39 Assemblea - Madrid 1987)

La tanto sbandierata "scelta di libertà" che vanno farneticando i laicisti si rivela, quindi, un vero e proprio viatico per l'omicidio legalizzato. Perché la degenerazione belga non è altro che la logica ed inevitabile conclusione del pericoloso cammino intrapreso dal laicismo che con la falsa ideologia della "libertà di scelta" finisce per distruggere il più elementare valore e diritto dell'uomo, cioè quello alla vita. La vita umana costituisce un valore fondamentale in se e, in quanto tale, non può dipendere da una soggettiva interpretazione umana.

Siamo di fronte ad un corto circuito laicista che assoggetta un valore oggettivo ad una valutazione soggettiva che falsamente e criminalmente chiama libertà, mentre è solo un nocivo libertalismo. Per questo l'eutanasia è sempre sbagliata, essa si basa sul misconoscimento della vita come un bene considerandola semplicemente un oggetto, di cui tutti possono disporne.

martedì 6 settembre 2016

L'offesa laicista al senso del sacro.

Faceva ridere la Guzzanti, Sabina Guzzanti, davvero. A me divertiva molto, la seguivo ai tempi di La TV delle ragazze, memorabili certi suoi personaggi, come Moana Pozzi, Massimo D'Alema, Silvio Berlusconi. Poi il virus laicista anticlericale la colpì profondamente e arrivò il suo penoso tramonto. Si rinchiuse in una piccola nicchia di volgarità e violenza da dove lancia le sue invettive facendo del vilipendio e della becera offesa personale le sue armi preferite. 

Se sodomizzazioni e fellatio caratterizzano il livello culturale della Guzzanti, non c'è certo da stupirsi che, contrariamente allo sdegno nazionale, a lei sia piaciuta la vergognosa vignetta del Charlie Hebdo sul terremoto in centro Italia. Del resto è proprio la pornografia il mezzo d'espressione usuale del giornaletto francese. Questo comune retroterra culturale tra la Guzzanti e CH non poteva non portare all'offesa gratuita ed allo sfruttamento del dolore. Così come non ci fu il rispetto del sacro, adesso non c'è stato quello per il dolore. 

La Guzzanti e CH dicono che la satira non deve necessariamente far ridere, bensì far riflettere denunciando le cose che non vanno senza fermarsi davanti a nulla. Ma quella vignetta cosa ha generato? Denuncia, riflessione o unanime sdegno? Ironizzare sui morti, vituperare il dolore dei sopravvissuti, quando ancora ci sono i corpi sotto le macerie, significa fare denuncia o aggiungere dolore a dolore? Se la satira non deve fermarsi davanti a nulla perché si è levato un coro generale di sdegno? Persino la stessa Francia si è dissociata dall'iniziativa del giornaletto pseudosatirico. 

Secondo il mio parere questo schifo deriva dalla perdita del senso del sacro. La vita è sacra, quindi anche il suo ricordo, i defunti, i cari scomparsi. La satira deve fermarsi quando vuole entrare nella sfera del sacro, sia laico che religioso. Perché significa violentare l'intimità della persona, violare il nostro profondo umano e nessuna satira può giustificare tale violenza inaudita. Per fare denunce e suscitare scandali ci sono altri mezzi, ma questo no.      
  

lunedì 22 agosto 2016

Gli Alogi, i negatori del logos

Verso la fine del II secolo la grande disputa sorta intorno alla visione gnostica del messaggio evangelico si arricchì di nuovi elementi che contribuirono a rendere la discussione sull'ortodossia della fede cristiana sempre più tormentata. In Asia Minore, l'odierna Turchia, si era sviluppata l'eresia montanista, un movimento religioso che, partendo da posizioni molto vicine allo gnosticismo, prese ad esaltare la figura dello Spirito Santo e del Logos divino come elementi centrali ed esclusivi del messaggio cristiano. Tutto ciò portò inevitabilmente, nella situazione magmatica delle comunità cristiane del posto, a movimenti di reazione. Tra questi sorse nella penisola anatolica un gruppo religioso che per contrastare le visioni e le pretese profetiche dei montanisti prese a considerare le figure dello Spirito Santo, il Paraclito, e del Logos annunciati del vangelo di Giovanni e nella sua Apocalisse, come false ed ingannevoli. 

I componenti di questo gruppo rifiutavano di considerare Cristo come il Logos, cioé il Verbo, e rinnegavano gli scritti canonici tradizionalmente attribuiti a Giovanni, cioè il IV vangelo e la sua Apocalisse (Ireneo di Lione, Adversus Haereses, III, II 9). Per questo motivo il vescovo Epifanio di Salamina nella sua opera contro tutte le eresie, il Panarion del IV secolo, li chiamò "Alogi", cioè "negatori del Verbo" e riferì anche che consideravano gli scritti giovannei canonici come opera di Cerinto d'Antiochia, un teologo siriano gnostico, ritenuto eretico dalla tradizione giovannea.      

Epifanio fu molto duro con tali prese di posizione e non si fece scrupoli a considerare gli Alogi come un gruppo composto da persone poco intelligenti. Non si spiegava, infatti come fosse possibile che Cerinto abbia potuto scrivere un libro che contraddicesse le sue convinzioni teologiche. Cerinto, infatti, considerava Cristo solamente un uomo che fu successivamente adottato da Dio, mentre il vangelo di Giovanni, e la sua Apocalisse, definiscono chiaramente la divinità preesistente di Gesù.

Così come i Montanisti, anche gli Alogi, nati per reazione, sono ugualmente molto distanti dalla primitiva ed originale tradizione apostolica che ha sempre riconosciuto in Cristo la sua umanità e divinità. Il vangelo di Giovanni, il più tardo tra i vangeli canonici, scritto verso la fine del I secolo, non fa altro che riassumere la fede cristiana apostolica così come si sedimentò nelle primitive comunità cristiane. E' un vangelo che fu subito reputato di eccezionale importanza dalla comunità cristiana e ritenuto autentico fin dagli inizi dell'era cristiana. Ogni lista di testi nell'uso liturgico della Chiesa primitiva contempla questo vangelo che è presente negli importanti codici del IV secolo, come il Vaticano ed il Sinaitico. Senza dimenticare che il più antico frammento oggi esistente di ogni vangelo, risalente ai primi anni del II secolo, riporta proprio quattro versetti di questo vangelo.  

Bibliografia

Catholic Encyclopedia, Volume I. New York 1911, Robert Appleton Company.
M. Craveri “L’eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo“ Mondadori Editore, Milano, 1996;

martedì 9 agosto 2016

Parte XI - Novità ed unicità del messaggio evangelico

Tra le più diffuse critiche al Cristianesimo c’è quella che identifica la fede dei primi cristiani come una religione finta costituita dalla riproposizione di culti preesistenti. Si tratta di una critica insensata, senza alcuna convincente base storica, eppure, fatalmente, anche D. Brown, ripropone le solite stupidaggini. Ne “Il Codice da Vinci”, a pag. 271, uno dei vari personaggi, lo “storico” Teabing, facendo una figura da somaro, afferma: «Nel cristianesimo non c’è nulla di originale. Il dio precristiano Mitra – chiamato ‘Figlio di Dio’ e “Luce del mondo” – era nato il 25 dicembre. Quando morì, fu sepolto in una tomba nella roccia e poi risorse tre giorni più tardi. Tra l’altro il 25 dicembre è anche il compleanno di Osiride, Adone e Dioniso. Al neonato Krishna sono stati offerti oro, incenso e mirra…». 

Veramente una sconcertante dimostrazione di crassa ignoranza! Come è possibile dire che nel Cristianesimo non c’è nulla di originale? Come è possibile paragonare Gesù ed il Cristianesimo con i culti di divinità pagane? Se c’è un punto su cui tutti sono d’accordo, cristiani, non cristiani ed atei, è proprio quello di considerare Gesù come una figura rivoluzionaria, di “rottura”. Egli, ebreo di nascita, dapprima stravolge la mentalità ebraica del suo tempo attuando comportamenti e professando insegnamenti assolutamente originali e impensabili per un giudeo. Poi universalizza il suo messaggio, cosa assolutamente inaudita, coinvolgendo nel suo progetto anche i gentili, cioè i non giudei. Si possono fare innumerevoli esempi di tutto questo: Egli porta a compimento la legge mosaica, la “Thorà”, (Mt. 5, 17), ritenuta sacra ed assolutamente intoccabile per gli ebrei, sostituendo il precetto formale con la legge dell’amore interiore (Mt. 5, 20; Mt. 5, 43-47). Insegna che la purità legale che si ottiene con le abluzioni, ritenute sacre ed imprescindibili, non ha alcun valore, ma è la purificazione del cuore che ci rende degni di Dio (Mt. 15, 1-20). Alla legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente”, ritenuta fondamentale dagli ebrei, sorprendentemente, oppone il perdono (Mt. 5, 38-42; Luca 6, 29-30). Egli ama ed ha compassione per i peccatori (Mt. 9, 10-13; Mc. 2, 15-17; Luca 5, 30-31; Gv. 8, 1-11), misericordia con le prostitute (Luca 7, 36-50). Per gli ebrei le malattie sono punizioni divine per i propri peccati (Gv. 9, 1-2), eppure Gesù ha pietà per gli ammalati guarendoli fisicamente e spiritualmente, cioè rimettendogli i peccati, operazione, per gli ebrei, di esclusiva competenza divina (Mt. 9, 1-8; Mc 2, 1-12; Luca 5, 21). Sconvolgente è il messaggio di uguaglianza di tutti i popoli di fronte a Dio. Distrugge il concetto di popolo eletto da Dio che avevano gli ebrei (Mt. 8, 5-13), pone a modello di fede degli stranieri (Luca 10, 29-37; Luca 17, 11-19) ed afferma che tutti possono far parte del nuovo popolo di Dio e divenire suoi figli, se si convertono e lo amano (Mt. 7, 21; Luca 6, 46). 

Ma tutto questo è niente di fronte alla novità di un Dio che si fa uomo, che si lascia crocifiggere e che, fatto veramente eccezionale, dopo tre giorni risorge. E’ la risurrezione la più grande novità del Cristianesimo! La morte dovuta al peccato non esiste più, l’uomo non è un essere destinato alla distruzione, ma viene accolto con amore da Dio Padre. La risurrezione è il fondamento della fede cristiana (2Cor. 5, 16), non è una credenza sviluppatasi più tardi all’interno della Chiesa. E’ il dato di fatto storico testimoniato dagli apostoli attorno al quale si fonda la comunità cristiana. Quindi niente a che vedere con i miti iranici legati al culto del dio Mitra, in cui la “morte” e la “risurrezione” erano eventi legati al ciclo della natura che alterna le sue stagioni passando dal letargo dell’inverno al rifiorire della primavera. Niente di storico in tutto questo. La data del 25 dicembre, che, tra l’altro, non compare mai in nessun vangelo, era una ricorrenza simbolica della vittoria della luce sulle tenebre (solstizio d’inverno) in cui venivano celebrate divinità “solari” come, appunto, Adone, Osiride, Dioniso e, specialmente, il “Sol invictus”. La risurrezione di Gesù, così come raccontata dagli apostoli, è un fatto del tutto nuovo e sconvolgente, non ha riscontri presso gli ebrei che credevano solo in una risurrezione alla fine dei tempi (Gv. 11, 23-24; 1Cor. 15, 12) e neanche presso i Greci e i Romani. Questi non potevano concepire l’idea di un uomo che risorgesse e, per giunta, nella sua interezza di anima e corpo (1), proprio per questo motivo gli Ateniesi, sulla collina dell’Aeròpago, deridono Paolo quando parla loro della resurrezione di Gesù (Atti 17, 32). 

D. Brown afferma che anche il dio Mitra era chiamato “Figlio di Dio” e “Luce del mondo”, e allora? Anche i Faraoni dell’antico Egitto erano denominati così, i grandi condottieri greci e macedoni si ritenevano figli della divinità, per non parlare, poi, dei vari sovrani orientali o degli imperatori romani. Quello che D. Brown non sa è che il titolo di “Figlio di Dio” ha per gli ebrei un significato del tutto originale e particolare che lo contraddistingue da ogni altra tradizione. Il “Figlio di Dio” è l’atteso annunciato dai profeti, il messia promesso da Dio al suo popolo, una sorta di essere superiore che viene a riscattare Israele dalle sue infermità. Gesù applica a se stesso questa speranza messianica, solo che, altra novità, non si tratta di un riscatto terreno, “politico”, ma di una libertà dal peccato, cioè il “Regno di Dio”, la vita eterna.

Note
(1) per gli ebrei l’uomo è un’unità indivisibile di corpo e di anima, di materia e spirito, quindi l’unica risurrezione possibile è quella di quest’uomo completo. Per i greci, al contrario, l’uomo è il risultato di una addizione: corpo e anima, materia e spirito, dove la parte spirituale è come prigioniera di quella materiale.

venerdì 15 luglio 2016

La Chiesa ed il "secolo oscuro"

Uno dei periodi più oscuri della vita della Chiesa è senza dubbio quello indicato da molti storici col termine di “Secoli bui”, ossia il periodo iniziale del Medioevo, l'Alto medioevo, che orientativamente va dalla caduta dell’impero romano fino all’anno 1000 dopo Cristo. In particolare un secolo, il decimo del primo millennio, è considerato da molti storici come il “secolo oscuro della Chiesa” per antonomasia. In soli 50 anni ben 45 papi ed antipapi guidarono la Chiesa e il mondo cattolico, la maggior parte per pochi anni e qualcuno solo per qualche mese o settimana. In quel periodo vi furono ben sei scismi, 15 papi vennero deposti, 14 morirono in carcere, in esilio o assassinati. Imperversavano la “simonia”, cioè la compra-vendita di beni ecclesiastici, di cose sacre, ed il “nicolaismo”, cioè la vita sregolata degli ecclesiastici. La storiografia laicista ha sempre sottolineato l’estrema decadenza del papato di quel periodo arrivando a parlare di “governo di femmine e prostitute”, di una vera e propria “pornocrazia romana”, termine molto forte coniato in Francia.

In effetti in quegli anni l’intromissione di potenti famiglie laiche romane e del circondario, con alcune figure femminili dispotiche, ma anche dell’autorità imperiale, provocarono alla Chiesa danni incalcolabili. Sono tristemente note le figure di Teodora e, specialmente, della figlia Marozia, la quale detenne per diversi anni il potere di influire sulla nomina del papa, fu amante di papa Sergio III e fece assassinare papa Giovanni X che aveva cercato di sottrarsi al suo dominio. Questa donna contribuì alla nascita della sconcertante leggenda della “papessa Giovanna” che fingendosi uomo sarebbe stata eletta papa per poi partorire un figlio avuto da un amante durante una processione. Una leggenda senza alcun fondamento storico, ma che ben illustra il livello di reputazione a cui era scaduto il soglio pontificio. In quel periodo il potere dei laici era divenuto assoluto, il papato fu in balìa dei duchi di Spoleto che imposero l’assurdità del concilio del cadavere, della potente famiglia dei Crescenzi che imposero ben tre papi, dell’imperatore Ottone I che pretese dal papa di essere consacrato imperatore, della famiglia dei conti di Tuscolo che imposero altri tre papi con l’ultimo dei quali, Benedetto IX, eletto ad una età scandalosamente giovane, tra i dodici e i vent’anni, che arrivò a vendersi la successione pontificia al proprio padrino (che divenne Gregorio VI) cercando poi di sposarsi!

Nonostante queste vicende facciano molta impressione, non bisogna cadere nella facile tentazione di condannare la Chiesa bollandola di immoralità ed indegnità, come fanno i laicisti. Occorre, infatti, considerare che già dal VIII secolo la Chiesa si trova sotto il continuo controllo del potere civile. Appena dopo la caduta dell’impero romano, nel corso dell’Alto Medioevo la Chiesa si trova ad essere al centro di un patrimonio molto esteso (costruzioni, terreni) il cui reddito, a norma del diritto canonico, è destinato a mantenimento del clero e all’assistenza dei poveri. Dal IX secolo questo patrimonio non è più solo appannaggio della Chiesa, ma anche, e soprattutto, del potere laico che esercita un diritto di proprietà a motivo della protezione che assicura alla Chiesa. Tale diritto di protezione appartiene dapprima solo al sovrano, ma poi, con la decadenza del potere regale, viene trasferita ai feudatari del regno. Gradatamente avviene, così, che il signore feudale viene a disporre del beneficio ecclesiastico come cosa propria, sceglie egli stesso la persona che gli conviene e gli affida il beneficio ecclesiastico attraverso una cerimonia di investitura, consegnandogli le chiavi, se è un parroco, o il bastone pastorale, se è un vescovo. Una procedura profondamente equivoca perché in tal modo l’ordine spirituale diveniva subalterno all’ordine temporale, con addirittura il beneficiato, appartenente al clero, che doveva prestare giuramento al proprio signore, anche se laico.

Tutto ciò portò progressivamente agli eccessi del X secolo, ad un papato completamente succube del potere politico e completamente avulso dalla sua missione. Da una situazione del genere, completamente deteriorata, la Chiesa seppe rialzarsi. A diverse riprese, in occasione di Concili, i papi, a cominciare dalla fine del X secolo e agli inizi dell’XI, come Benedetto VII e Silvestro II, cominciarono a manifestare riprovazione per gli abusi del potere laico e tentarono delle riforme. Ma fu solo con papa Leone IX, dal 1049, che iniziò una vera e propria riforma generale della Chiesa che portò papa Niccolò II, dieci anni dopo, a condannare per la prima volta il principio stesso dell’investitura ricevuta dai laici. Con i decreti emanati nel 1059 Niccolò II riserva l’elezione del papa ai soli cardinali e proibiscono l’investitura dei benefici ecclesiastici da parte dei laici. Successivamente, in seguito alla logica reazione del potere laico, nel 1075 ha inizio la lotta per le investiture tra il papa Gregorio VII e l’imperatore e i suoi successori. Gregorio VII seguì con maggiore severità la linea tracciata dai predecessori convinto della necessità di eliminare l’investitura laicale. Tutto ciò condusse al conflitto con l’imperatore Enrico IV che con alterne vicende portò il papa in esilio a Salerno dove morì, mentre a Roma dominava l’antipapa Clemente fedele all’imperatore. Tutto ciò può sembrare una sconfitta, ma in realtà si trattò di una grande vittoria morale che diede la spinta decisiva alle idee riformatrici in Occidente.

Così la pratica dell’investitura laicale decadde progressivamente fino ad arrivare ad una soluzione giuridica con il concordato di Worms nel 1122, tra l’Imperatore Enrico V e papa Callisto II, che fece distinzione tra l’ufficio spirituale e il beneficio temporale. L’autorità ecclesiastica si riservò il conferimento del primo, dando ai prelati l’investitura per mezzo dell’anello e del pastorale. L’imperatore, che poteva presenziare al momento dell’elezione, interveniva poi per conferire nell’ecclesiastico l’investitura riguardante i benefici materiali. 

Ma come è necessario evitare l’intromissione dei laici nella scelta degli ecclesiastici, è altrettanto necessario sottrarre al potere civile ogni ragione di intervento e ciò è possibile solo attraverso la nomina alle cariche ecclesiastiche di persone veramente degne ed irreprensibili. Per questo nel 1074 Gregorio VII iniziò la sua riforma emettendo , in un sinodo riunito a Roma, specifici decreti contro la simonia e il nicolaismo proprio per contrastare il rilassamento dei costumi e della disciplina ecclesiale. E’ in questo periodo che il celibato, già consigliato da molto tempo ai candidati al sacerdozio, finì per diventare una regola generale. Rinunciando al matrimonio e perciò alla possibilità di una trasmissione degli uffici e dei benefici, il clero cattolico in pratica rifiutò di integrarsi nell’ordine feudale e poté più facilmente mantenere in mezzo al mondo una testimonianza stimolante alla santità. 

Le pesanti critiche di indegnità e totale inadeguatezza provenienti da certa storiografia laicista lasciano il tempo che trovano, la Chiesa assoggettata al potere laicale finisce inevitabilmente per tradire il suo mandato e perdere di vista la missione affidatagli da Cristo. Ma la storia insegna che se viene liberata da tale potere la Chiesa diviene capace di recuperare il suo ruolo santificatore della società, un ruolo che comprende anche l’insegnamento della Parola di Dio. Per tali motivi ha diritto ai mezzi materiali che gli permettano di esercitare la propria attività in piena indipendenza. Ciò non impedisce, però, che l’ecclesiastico resti un cittadino di uno Stato temporale, a cui, come persona privata, deve prestare la giusta ubbidienza. 



Bibliografia

L. Genicot “La spiritualità medioevale” Ed. Paoline 1958;
G. Miccoli “Chiesa gregoriana” La Nuova Italia, Firenze 1966;
A. Fliche, A. Vasina “La riforma gregoriana e la riconquista cristiana (1057-1123)" Ed. Paoline, 1972;
E. Amman, A. Dumas, O. Capitani “L’epoca feudale. La chiesa del particolarismo (888-1057)” Ed. Paoline 1973;
R. Morghen “Medioevo cristiano” Laterza, Bari 1974;
F. Cardini e M. Montesano “Storia medievale”, Firenze, Le Monnier Università, 2006

martedì 5 luglio 2016

Parte X - L’autorità testuale del Nuovo Testamento

Una tra le critiche più diffuse che riguardano i vangeli canonici allude alla loro scarsa fedeltà ai testi originali, in quanto le versioni giunte fino a noi avrebbero subito, nel corso dei secoli, manipolazioni e rivisitazioni. Nella scimmiottatura di un libro storico che è “The Holy Blood and The Holy Grail“, gli autori M. Baigent e R. Leigth, muse ispiratrici di D. Brown, riescono a scrivere delle castronerie senza precedenti. Si legge: «… Fu a questo punto che vennero apportate probabilmente quasi tutte le alterazioni decisive al Nuovo Testamento e Gesù assunse la posizione eccezionale che ha avuto da allora […] Delle cinquemila versioni manoscritte più antiche del Nuovo Testamento, nessuna è anteriore al IV secolo. Il Nuovo Testamento nella sua forma attuale è sostanzialmente il prodotto dei revisori e degli scrittori del IV secolo: custodi dell’ortodossia, “seguaci del messaggio” con precisi interessi da difendere». 


Questa affermazione è semplicemente ridicola. Denota la totale ignoranza di cosa sia un documento storico, del fatto che esistano e che servano a dimostrare ciò che si afferma. Gli studiosi sono a conoscenza di almeno 500 manoscritti del Nuovo Testamento anteriori al IV secolo e i vangeli riportati nei grandi codici del IV secolo d.C. si presentano totalmente fedeli a quelli che ritroviamo nei papiri del I secolo d.C. Come riporterò in questo paragrafo, tali documenti sono conosciuti e studiati da moltissimi anni e possono essere visionati da chiunque. Quindi nel IV secolo non si è verificata alcuna revisione, non è stato imposto alcun messaggio adulterato. 

Al contrario di quanto operato dai vari M. Baigent, R. Leigth, H. Lincoln, L. Gardner, B. Thiering, ecc… effettuare una seria analisi storica significa verificare sempre l’affidabilità delle fonti a cui si attinge. Il metodo scientifico ci insegna che per giudicare la storicità di un testo antico occorre anche valutare l’esistenza di una sua valida testimonianza documentale. Di nessun scritto dell’antichità conosciamo il manoscritto originale dell’autore, questo perché il materiale usato, come papiri e pergamene, essendo di origine organica, si sono deteriorati con il tempo. Quindi, al pari di qualsiasi opera letteraria del mondo classico, anche dei vangeli del Nuovo Testamento non abbiamo la prima stesura originale. Però al contrario di ogni altro scritto dell’antichità il Nuovo Testamento è attestato dai manoscritti più antichi e numerosi che esistano. Sono conosciuti attualmente più di 2500 manoscritti contenenti il testo greco del Nuovo Testamento. Il più antico, il papiro Rylands P52, che riporta parti del vangelo di Giovanni, risale circa al 125 d.C., quindi è una copia scritta a meno di 30 anni dall’originale! L’autorità testuale del Nuovo Testamento non ha eguali. Basta pensare che per gli scrittori greci il tempo che intercorre tra l’originale e il primo manoscritto in nostro possesso è almeno di 1200 anni! Per Eschilo, ad esempio, vissuto tra il 525 e il 456 a.C., il primo manoscritto di una sua tragedia è del XI secolo d.C., tra stesura e copia un intervallo di ben 1500 anni! Per le opere di Platone si parla addirittura di 13 secoli. Altro dato importante è la quantità di tali testimonianze scritte. Se consideriamo tutti i codici del Nuovo Testamento, cioè le copie manoscritte prima dell’avvento della stampa, queste sono almeno più di 5000, un numero enorme, specie se confrontato con quello di tutti gli altri testi dell’antichità. Di Orazio abbiamo solo 250 codici, di Virgilio 110, di Platone 11, di Tacito appena 2. 

Il famoso biblista tedesco Rudolf Thiel ha dichiarato: «…nessun libro dell’antichità è stato trasmesso con tanta accuratezza, abbondanza e antichità di manoscritti come il Nuovo testamento» (R. Thiel “Jesus Christus und die Wissenschaft”, Berlin, 1938.). 

Tre sono i generi di scritti che ci hanno trasmesso il testo del Nuovo Testamento: papiri e codici, citazioni e versioni antiche. I papiri e i codici (1) rappresentano gli scritti più antichi. Ai fini della critica testuale sono importanti circa 266 codici onciali (2) e circa 84 papiri. Vediamo ora alcuni dei papiri e i codici più antichi e, quindi, più importanti.

Papiro Rylands P52: è il più antico manoscritto del Nuovo Testamento, risale al 125 d.C. Prende il nome dalla biblioteca in cui è conservato: la John Rylands library di Manchester. Fu trovato in Egitto e con esso fu provato definitivamente che il vangelo di Giovanni non è uno scritto posteriore al 100 d.C. Riporta sulla facciata anteriore i versetti 31-33 del capitolo 18 del vangelo di Giovanni e in quella posteriore i versetti 37-38 dello stesso capitolo (Gesù di fronte a Pilato).



Papiro Bodmer II P66: è del II secolo d.C., prende i nome dal suo possessore Martin Bodmer. E’ conservato presso la biblioteca Bodmeriana a Cologny, vicino a Ginevra, in Svizzera. E’ un vero e proprio codice papiraceo, cioè un libro con fogli di papiro costituito da sei fascicoli per un totale di 104 pagine. Contiene tutto il vangelo di Giovanni scritto in onciale biblico.






Papiro Chester Beatty P45: come tutti gli altri prende in nome dallo studioso inglese che li acquistò nel 1930-31. Attualmente si trovano a Dublino. Risale al 200 d.C. Contiene gran parte dei vangeli di Matteo, Marco e Luca, e degli Atti degli Apostoli.








Papiro Chester Beatty P46: è il più antico manoscritto delle lettere paoline, risale anch’esso al 200 d.C. ed è composto da 86 pagine. Questo papiro dimostra che già verso la metà del II secolo si era completata la raccolta delle 14 lettere paoline, addirittura prima dei 4 vangeli canonici. Tutto ciò è confermato da un brano della seconda lettera di Pietro: «La magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza, come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; così egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficile da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per la loro propria rovina» (2 Pietro 3, 15-17).

Papiro Bodmer VIII (P72): è il più antico manoscritto delle lettere cattoliche, contiene le lettere di Pietro e la lettera di Giuda. Vi sono anche alcuni scritti apocrifi, cioè non ritenuti ispirati, come altra corrispondenza di Paolo con i Corinti, un’omelia di Melitone di Sardi sulla Pasqua, l’Apologia di Filea, ecc… Le due lettere di Pietro, incluse in questo papiro, sono conservate in Vaticano, in quanto furono donate dal Dr. Martin Bodmer alla Santa Sede.




Papiro Bodmer XIV-XV (P75): appartiene alla collezione bodmeriana di Cologny (Ginevra). Anch’esso risale alla fine del II secolo d.C., contiene interamente i vangeli di Luca e Giovanni e, aspetto importantissimo, è pressoché identico al testo del Codice Vaticano o Codice B. Questo dato permette di confutare totalmente la teoria delle “recensioni”, secondo la quale i vangeli sarebbero stati “rielaborati” nel IV secolo.






Codice Vaticano o Codice B: è chiamato così perché fin dal 1475 è riportato nel catalogo della Biblioteca Vaticana con il numero 1209. E’ un codice in pergamena scritto in caratteri onciali ed è ritenuto, risalendo al 300 d.C., la più antica copia integrale della Bibbia.



Codice Sinaitico o Codice S: anch’esso è un codice in pergamena e risale alla metà del IV secolo. Contiene sia l’Antico che il Nuovo Testamento ed altri scritti come le lettere di Barnaba, il Pastore di Erma e testi di Padri Apostolici. Fu scoperto nel 1844 nella biblioteca del monastero di Santa Caterina al monte Sinai dal ricercatore Costantino von Tischendorf . Nel 1933 fu venduto al British Museum di Londra dove è attualmente conservato. 





Codice Alessandrino: è conservato al British museum, e risale al V sec. Contiene tutto il Nuovo Testamento.

Codice di Washington: contiene i vangeli nell’ordine preferito dalle comunità cristiane occidentali cioè: Matteo, Giovanni, Luca e Marco. E’ del V secolo.

Altri scritti importanti cono le citazioni, cioè brani del Nuovo Testamento riportati da scrittori antichi nelle loro opere. Sono molto numerose tanto che se fossero riunite tutte in un solo documento si potrebbe ricostruire tutto il Nuovo Testamento. Questo dato ci dimostra come la conoscenza dei vangeli fosse diffusa in un’area geografica vastissima.

Infine, abbiamo le versioni antiche, cioè le traduzioni dal testo originario greco. Dal punto di vista storico sono molto importanti perché composte in tempi vicinissimi alla redazione degli originali. In alcuni casi talune traduzioni sono addirittura anteriori ai codici più antichi. Ad esempio la “Vetus latina”, prima versione in latino del Nuovo Testamento, composta a partire dal II secolo d.C.

Tutti questi codici, citazioni e versioni antiche del IV-V sec. d.C. possono essere tranquillamente messi a confronto con gli scritti del I sec. d.C. Sono totalmente fedeli, confrontandoli tra di loro non emergono variazioni sostanziali. Ciò indica chiaramente che derivano tutti dalla stessa fonte, ossia gli originali del I sec., in caso contrario avremmo delle redazioni discordi. La teoria “revisionista” dei vari M. Baigent e R. Leigth è una vera e propria fesseria, non c’è stata alcuna revisione nel IV secolo e non c’è traccia di alcun complotto per difendere chissà quali “interessi”. 

Questa abbondanza documentale ha permesso alla moderna critica testuale la ricostruzione del testo più fedele possibile all’originale, il cosiddetto “testo critico”. Questa edizione critica del Nuovo Testamento è, oggi, unanimemente accettata dalla comunità scientifica e da tutte le confessioni cristiane (Cattolici, Protestanti e Ortodossi).

Per concludere vorrei riportare un’autentica cretinata scritta a pag. 299 de “Il Codice da Vinci”: «I testimoni che hanno potuto vedere il tesoro del Sangreal dicono che occupava quattro enormi bauli. Si dice che in quelle casse ci siano i documenti puristi, migliaia di pagine di documenti risalenti a prima di Costantino, scritti dai primi seguaci di Gesù, in cui gli viene reso omaggio come maestro e profeta assolutamente umano. Inoltre si dice faccia parte del tesoro il leggendario Documento Q, un manoscritto la cui esistenza è ammessa persino dal Vaticano. A quanto si dice, è un libro con gli insegnamenti di Gesù, forse scritto da lui stesso».

Già dall’uso abbondante di espressioni del tipo: “si dice”, “forse”, possiamo capire la totale inconsistenza di queste affermazioni. Non esistono e non sono mai esistite migliaia di pagine di documenti, risalenti a prima di Costantino, che affermino la natura umana di Gesù. Le prime affermazioni circa una natura solo umana di Gesù sono l’eresia ariana del IV secolo e poi quella nestoriana del V secolo (3), quindi contemporanee e successive all’epoca di Costantino. Fa sorridere, poi, il riferimento al “leggendario” documento Q che avrebbe scritto lo stesso Gesù (che mi tocca sentire, n.d.r.). Povero D. Brown, è talmente ignorante che le sue puerili panzane fanno quasi tenerezza. In realtà, molto probabilmente, il nostro professoruncolo del New Hampshire lo ha sentito nominare da qualche parte e lo ha infilato nel suo minestrone.

Nell’ambito dello studio sulla formazione dei vangeli, il cosiddetto “documento Q” è una ipotetica fonte testuale (Q deriva dal tedesco “Quelle” cioè fonte) immaginata dagli studiosi che hanno elaborato la teoria delle “due fonti” (in tedesco, Zwei-Quellen-Theorie). Secondo questa teoria il vangelo di Matteo sarebbe stato composto attraverso l’assemblaggio di due fonti primarie, che già circolavano presso la comunità cristiana primitiva. Una di queste sarebbe il vangelo di Marco, reputato il più antico e l’altra, appunto, il “documento Q”, immaginata come una raccolta dei detti di Gesù (i cosiddetti loghia). Tali documenti non dovevano essere necessariamente scritti, ma potevano consistere anche in una tradizione orale tramandata a memoria, fenomeno tipico della cultura ebraica antica. Questa teoria spiegherebbe perché il materiale di Marco si trova, più o meno, in Matteo e Luca, mentre il materiale della fonte “Q”, pur riscontrandosi ugualmente nei vangeli di Matteo e Luca, è assente in quello di Marco.

Come è facile capire la teoria del “documento Q” non può essere usata per i giochetti di D. Brown, ma è un elemento che appartiene allo studio serio e scientifico della Scrittura a cui partecipano anche gli studiosi cattolici e la Chiesa Cattolica. Senza alcun mistero.



Note
(1) nel I secolo d.C. si scriveva su fogli costituiti da lunghe strisce intrecciate di papiro, materiale molto fragile, ma economico, riuniti in lunghe strisce arrotolabili, oppure su pergamene (da Pergamo, la città dove ne venne perfezionato l’uso) costituite dalla pelle degli animali ripulita da peli e carne e, di seguito, trattata con calce e pietra pomice. Risultavano molto più resistenti, ma costose.

(2) cioè scritti in lettere maiuscole, alte un’oncia. Sono i codici più antichi, vanno dal III secolo fino al XI secolo. I più recenti erano scritti in corsivo, vanno dal IX secolo fino all’invenzione della stampa.

(3) l’eresia ariana, che prende il nome da Ario, un prete di Alessandria, negava la divinità di Gesù affermando l’esistenza in Lui della sola natura umana. L’eresia nestoriana, invece, che deriva da Nestorio, Patriarca di Costantinopoli nel 428, affermava che la divinità del verbo di Dio “abitava” nel corpo umano di Gesù come in un tempio. L’ortodossia cattolica ha sempre affermato, invece, che Gesù ha due nature: sia quella umana che quella divina.

martedì 28 giugno 2016

Il papa in Armenia e le folli accuse turche.

In questi giorni il papa si è recato in Armenia a far visita all’antichissimo Patriarcato armeno di Costantinopoli, un patriarcato della Chiesa apostolica armena. L’iniziativa del pontefice romano si colloca nel cammino di riconciliazione e di pace che la Chiesa cattolica ha da tempo intrapreso per l’unità di tutti i cristiani. “Il nostro scandalo” è “anzitutto la mancanza di unità tra i discepoli di Cristo”, sono queste le parole di pace che papa Francesco ha detto durante il rito celebrato dal capo della Chiesa apostolica armena, il patriarca Karekin II.

Ma la pace e la concordia sono impossibili se non viene ripristinata la giustizia e, per quanto riguarda il popolo armeno, tale giustizia inizia nel riconoscere pubblicamente l’orrendo genocidio che fu perpetrato contro di esso agli inizi del XX secolo dalla Turchia ottomana. Una delle più grandi tragedie della storia umana moderna che fu ignorata e dimenticata, milioni di armeni cristiani che furono costretti all’esilio e sottoposti a un massacro pianificato con migliaia di monasteri e chiese distrutti ed innumerevoli tesori culturali annientati. Proprio per questo motivo il papa in Armenia ha dichiarato come il genocidio degli Armeni è stato l’inizio del tremendo odio che ha provocato le immani stragi del XX secolo.

Ma, incredibilmente, le dichiarazioni di papa Francesco non sono piaciute alla Turchia che, ancora oggi, si rifiuta di definire “genocidio” il massacro degli armeni avvenuto sotto l'impero ottomano nel 1915. Il vicepremier turco Nurettin Canikli ha perfino definito le parole del papa come ”molto spiacevoli” aggiungendo che: “Le attività del Papa e del papato portano le tracce e i riflessi della mentalità delle Crociate” e che quella del Pontefice “non è una dichiarazione imparziale né conforme alla realtà”. Ma, come dice anche il Vaticano, il papa non sta facendo affatto alcuna crociata e non ha espresso alcuna ostilità verso la Turchia. La sua azione è tutta volta a costruire ponti di pace e riconciliazione tra turchi ed armeni e ciò può essere possibile solo attraverso il riconoscimento delle proprie responsabilità. 

Ciò che lascia stupiti è la pervicacia dei vertici turchi che in spregio all’evidenza storica si ostina ancora a negare quell’immane tragedia e a gettare fango sul papa con accuse gratuite e senza senso. Viene ancora una volta usata in senso dispregiativo, da parte di uno stato a maggioranza musulmana, il ritornello della mentalità crociata violenta e prevaricatrice, una delle più grandi mistificazioni della storia. Senza togliere nulla allo scempio perpetrato dalla falsa storiografia laicista di stampo illuminista, che trasformarono le Crociate nella più grande barbarie della storia, occorre ricordare che furono proprio i predecessori del vicepremier Canikli, gli Ottomani, a diffondere in modo ossessivo la retorica occidentale sulle crociate. Basta pensare al sultano Abdulhamid II che, per favorire il panislamismo e salvare il suo califfato in crisi, iniziò, nella seconda metà del XIX secolo, a diffondere l’odio verso l’Europa cristiana proprio insistendo con le falsità illuministe sulle crociate (J. Riley-Smith “Storia delle crociate”, Mondadori Printing S.p.a., Cles (TN), 2009, pag. 438).

E così, mentre la Turchia odierna sembra non aver fatto alcun passo in avanti dai tempi ottomani in tema di tolleranza e giustizia, la vecchia Europa, che ha disconosciuto le sue origini cristiane, ancora si stupisce della prepotenza musulmana. Non sarebbe ora di valutare meglio la famigerata “mentalità crociata”?

venerdì 24 giugno 2016

Il Concilio cadaverico: follia cristiana?

Uno dei momenti più oscuri della storia della Chiesa è stato senza dubbio il pontificato di Stefano VI (o VII secondo una diversa numerazione) che sedette sul soglio pontificio dal 22 maggio 896 fino al 14 agosto 897. Questo papa è additato da gran parte della storiografia laicista come uno dei più chiari esempi della immoralità ed indegnità del papato. Questo giudizio fortemente negativo deriva molto probabilmente dal fatto che il suo pontificato fu caratterizzato da un avvenimento che ai nostri occhi ha dell’incredibile, ossia la celebrazione del cosiddetto concilio cadaverico

Questo concilio non sarebbe altro che un processo fatto contro una salma, cioè un corpo morto riesumato per l’occasione. I laicisti ci raccontano di un papa furioso che per legittimare la sua carica fa riesumare il cadavere del suo predecessore, papa Formoso, morto qualche mese prima. Formoso, infatti, aveva nominato Stefano VI vescovo di Anagni e, quindi, questi non poteva diventare anche papa, cioè il vescovo di Roma. Così, per avidità di potere, fu inscenata una macabra rappresentazione dove il cadavere di Formoso venne esumato, vestito dei paramenti pontifici e collocato su un trono nella basilica lateranense per rispondere alle accuse di tradimento ed indegnità. Alla fine la farsa si concluse con la condanna postuma, lo scempio della salma pontificia e il lancio dei resti nel Tevere. 

Questa vicenda ci suscita un grande scalpore, non capiamo come sia possibile che il papa, il vicario di Cristo in terra, sia potuto arrivare fino a tanto per la bramosia del potere. Ma tale versione laicista dei fatti è molto semplificata e non tiene in alcun conto il contesto storico in cui questi sono avvenuti. Ci troviamo alla fine del IX secolo, il papato deve confrontarsi con la lotta tra la nobiltà germanica e quella italiana per la conquista del trono imperiale. Da una parte il legittimo pretendente al trono, Arnolfo di Carinzia, figlio del carolingio Carlomanno e dall’altra la potente figura di Guido da Spoleto. La potenza e l’influenza spoletina, anche solo per vicinanza geografica a Roma, era troppo forte ed il papato ne era totalmente succube. Guido da Spoleto era divenuto potentissimo fino ad assumere il titolo di re d’Italia e intendeva costringere il nuovo papa, Formoso, a incoronarlo imperatore. Il papa, colto dal panico, e per amore della giustizia, essendo Arnolfo il legittimo erede al trono imperiale, chiamò quest’ultimo in suo soccorso. Così nell’894 il re germanico scese in Italia, la liberò dall’egemonia di Guido e ricevette la corona imperiale dal papa. Ma la resistenza degli spoletini non fu completamente debellata, così, dopo due anni di lotte, stanco e malato, Arnolfo abbandonò l’Italia che, fatalmente, ritornò immediatamente sotto la potenza spoletina di Lamberto e Ageltrude, figlio e moglie di Guido che nel frattempo era morto. Pochi giorni dopo, a Pasqua, anche papa Formoso veniva a morte, cosicché dopo la ritirata dei tedeschi Roma cadde di nuovo in mano alla fazione spoletina. Così nell’896 a seguito delle pressioni del partito filo-spoletino fu eletto papa Stefano VI (C. Rendina “I Papi - storia e segreti” Newton&Compton editori, Roma 2005, pag. 302) che, dipendendo totalmente dalla casa spoletina, si affrettò a distruggere ogni eredità del papato di Formoso. Dapprima riconobbe Lamberto imperatore e, con ogni probabilità, sotto la pressione dello stesso Lamberto e di sua madre Ageltrude istituì il cosiddetto concilio cadaverico, il macabro processo a carico dell’ormai defunto papa Formoso. Con la celebrazione di questo rito processuale a carico di Formoso, Stefano VI si riprometteva di cancellare il suo predecessore dalla storia, di estinguerne il ricordo (extiguere nomen) e rendere così nulli ogni suo atto, primo fra tutti l’elezione di Arnolfo ad imperatore.

Appare, quindi, chiaro come l’operato di Stefano VI fu pienamente determinato dalla volontà degli spoletini che esercitavano un dominio assoluto su Roma. Inizialmente il papa s’illuse di poter riconoscere come imperatore Arnolfo, ma appena Ageltrude gli ricordò chi comandava a Roma fece rapidamente marcia indietro in favore di Lamberto (C. Rendina “I Papi - storia e segreti” Newton&Compton editori, Roma 2005). Anche per la celebrazione di un processo contro un morto riesumato, che ai nostri occhi moderni può sembrare una vera e propria barbarie, occorre precisare che la procedura giudiziaria germanica, quella in uso a quei tempi, nella celebrazione di un processo esigeva sempre la presenza del corpus delicti, e, dunque, poteva consentire anche la presenza di un cadavere (L. Gatto “Storia di Roma nel Medioevo”, Newton&Compton editori, Roma 2004).

Contestualizzata nel suo periodo storico tutta questa vicenda appare ben lontana dal descriverci una smodata volontà di potere da parte del papa, ma al contrario illustra i falliti tentativi dei pontefici di agire secondo la legalità e la giustizia frustrati dal potere politico e militare delle varie casate regnanti. Certamente bisogna attenderci dai cristiani e, a maggior ragione, dai dirigenti ecclesiastici un tenore di vita conforme alla fede e alla morale del vangelo. Questo, purtroppo, non è sempre avvenuto nel corso della storia della Chiesa, ma di certo non si può affermare, come fa la storiografia laicista, che la Chiesa abbia fallito nella propria missione. Cristo ha voluto affidare il governo della sua Chiesa a uomini peccatori cui incombe il dovere di trasmettere ciò che hanno ricevuto. D’altronde i cristiani non costituiscono certo una congrega di perfetti, altrimenti nessun uomo vi avrebbe potuto far parte. Non si tratta qui di scusare o di minimizzare delle azioni che restano scandalose, bisogna mettere solo in rilievo il fatto che taluni comportamenti, che ai nostri occhi moderni sembrano assurdi e vergognosi, sono in realtà dovuti a prevaricazioni, giochi politici e imposizioni dovuti all’ingerenza del potere politico sia pure con l’accondiscendenza di papi corrotti o deboli. Eppure, malgrado questi elementi imperfetti e, anzi, proprio attraverso di loro, il messaggio di Cristo si è trasmesso ugualmente. Anche nel corso di tali periodi difficili, oscuri, la Chiesa continuò ad annunciare la Parola di Dio e a dispensare i sacramenti, i quali, come si sa, sono efficaci indipendentemente dalla santità di chi li amministra.

I papi, più o meno indegni, corrotti o semplicemente deboli, non indicarono mai la propria condotta dissoluta o pavida come un modello di vita cristiana, né promulgarono mai, in tal senso, documenti ufficiali impegnativi per la fede della Chiesa. La santità della Chiesa non è mai mancata, trovandosi spesso nella massa dei fedeli più anonimi. Quell’epoca così triste per il papato conobbe infatti un gran numero di santi e vide nascere ordini religiosi che ebbero grande influenza sulla vita futura della Chiesa. Essi posero le basi per realizzare il ricambio dei papi inadatti a trasmettere il deposito della fede, ma non contestarono mai l’autorità dei legittimi capi della Chiesa.


Bibliografia

P. Brezzi “Roma e l’impero medioevale (774-1252)” Cappelli, Bologna, 1947;
L. Gatto “Storia di Roma nel Medioevo”, Newton&Compton editori, Roma 2004;
C. Rendina “I Papi - storia e segreti” Newton&Compton editori, Roma 2005.

mercoledì 8 giugno 2016

Parte IX - Storicità dei vangeli canonici

I vangeli canonici, cioè quelli inseriti nel Nuovo Testamento, sono principalmente l’espressione della fede degli apostoli, ma quasi tutta la comunità scientifica riconosce loro anche una valida storicità. Per D. Brown, invece, questi vangeli e tutto il Nuovo Testamento, non sono altro che l’opera truffaldina di visionari e mistificatori. A pag. 401 de “Il Codice da Vinci” si legge: "…Ma me lo hai detto tu che il Nuovo Testamento è basato su falsificazioni. Langdon sorrise: Sophie, tutte le religioni del mondo sono basate su falsificazioni. E’ la definizione di “fede”: accettare quello che riteniamo vero, ma che non siamo in grado di dimostrare. Ogni religione descrive Dio attraverso metafore, allegorie e deformazioni della verità, dagli antichi egizi fino agli attuali insegnamenti di catechismo. Le metafore sono un modo per aiutare la nostra mente a spiegare l’inspiegabile. I problemi sorgono quando cominciamo a credere alla lettera alle nostre metafore"D. Brown, quindi, considera gli scritti cristiani inclusi nella Bibbia solo un adattamento della realtà, delle storielle inventate per presentarci lo “schema” della fede che ha imposto la Chiesa Cattolica, un mito confezionato dalla prima comunità cristiana. Dello stesso tenore è il pensiero di L. Gardner, che nel suo delirante “La linea di sangue del Santo Graal”, descrive la scelta dei vangeli canonici come un’operazione strategicamente mirata ad escludere testi più importanti e veritieri come quelli della tradizione gnostica. L. Gardner accenna anche ad una imperfezione e scarsa attendibilità storica dei vangeli canonici dovuta alle loro discordanze e disarmonicità, difetti che, ovviamente, sono stati sfruttati dalla Chiesa Cattolica per i suoi loschi disegni. Si legge, infatti, a pag. 39 del suo libro: "Nel corso degli anni, varie congetture sul contenuto biblico sono diventate interpretazioni e la Chiesa le ha proclamate dogmi. Le dottrine emergenti sono state inserite nella società come se fossero fatti concreti. Agli alunni nelle scuole e nelle chiese viene raramente spiegato che Matteo dice che Maria era vergine, ma Marco no; o che Luca menziona la mangiatoia in cui Gesù venne deposto mentre gli altri vangeli non ne parlano; o che nessun vangelo accenna neppure vagamente alla stalla che è diventata una parte nella tradizione popolare […] ai bambini cristiani viene raccontata una favola completamente edulcorata, che estrae gli episodi più attraenti da ogni vangelo e li fonde in un'unica storia infiorata e abbellita che nessuno ha mai scritto"

Questo goffo tentativo di delegittimazione dei vangeli canonici, operato da D. Brown e compagnia, è solo una penosa ripetizione di teorie stravecchie. Quasi due secoli di storia della critica dei testi neotestamentari non solo non è riuscita a demitizzare in modo convincente tali scritti, ma, viceversa, ha addirittura contribuito al raggiungimento di numerose prove critiche a favore della loro attendibilità e storicità. La teoria della falsificazione operata dai primi seguaci di Gesù, e, secondo L. Gardner, dalla Chiesa fino ai nostri giorni, al fine di imporre una fede precostituita, non sta letteralmente in piedi. In realtà un’analisi seria dei vangeli dimostra subito che non siamo di fronte a dei racconti mitici, frutto della fantasia dei suoi autori, ma ad una testimonianza che conserva una innegabile storicità. Se la prima comunità degli apostoli avesse voluto fermare in uno scritto la leggendaria storia di Gesù, avrebbe prodotto un racconto senza discordanze, si sarebbe preoccupata di armonizzare i vangeli per renderli più credibili. Invece non avviene questo, ogni vangelo è simile, ma diverso, perché si tratta di quattro testimonianze differenti che riportano la stessa storia, ma raccontata da quattro “angolazioni” differenti. Se uno stesso evento è raccontato allo stesso modo da quattro diverse fonti, allora può sorgere il dubbio che i quattro autori si possano essere messi d’accordo e copiati tra loro, invece siamo di fronte a fonti differenti, quattro aspetti di un’unica testimonianza. Se la storia tramandata dai quattro vangeli canonici fosse inventata, perché la Chiesa non si è adoperata a renderli più omogenei e credibili? In realtà siamo di fronte a quattro tradizioni che nascono ciascuna da quattro situazioni differenti, ma che testimoniano tutte lo stesso lieto annuncio (la parola vangelo deriva dal greco eu-anghelion = lieto annuncio) della risurrezione di Gesù. Il vangelo di Marco raccoglie la predicazione di Pietro a Roma e qui viene compilato attorno agli anni 60 d.C. (M. Healy, P. Williamson, “The Gospel of Mark”, Baker Academic, 2008). Si rivolge ai pagani, infatti le espressioni in aramaico vengono tradotte e sono usati molti latinismi. Anche il vangelo di Matteo è stato scritto prima dell’anno 70 (D. C. Allison Jr., Matthew, in Muddiman e Barton, "The Gospels" - The Oxford Bible Commentary, 2010) e molto probabilmente una sua proto-versione fu addirittura scritta in aramaico, la lingua madre dell’autore. La sua antichità è confermata dal fatto che nel vangelo di Luca troviamo ben 235 suoi versi. Matteo era un pubblicano (ossia coloro che riscuotevano le tasse per conto dei romani) e, quindi, il suo vangelo indugia molto sulla polemica di Gesù con i farisei. Il suo scritto è rivolto principalmente ai giudei, quindi riporta le profezie dell’Antico Testamento che si realizzano in Gesù. Il vangelo di Luca è stato scritto attorno all’anno 80 d.C. (E. Franklin, “Luke in The Gospels” The Oxford Bible Commentary, 2010) e si rivolge principalmente agli ellenisti dell’Asia Minore. Da persona colta (è quasi sicuro che fosse un medico) Luca organizza il suo scritto scientificamente collocandolo storicamente e riportando molti particolari assenti negli altri due vangeli sinottici. Ciò gli deriva dalle frequentazioni di Paolo, Giovanni e, persino, di Maria, la madre di Gesù, (è, infatti, l’unico vangelo canonico che riporta episodi della sua infanzia). Infine vi è il vangelo di Giovanni, scritto verso l’anno 100 d.C. (P. Stefani “La Bibbia” Il Mulino, 2004). Questo testo, pur avendo i caratteri di una riflessione teologica posteriore, dimostra chiaramente di essere basato sulla testimonianza di un ebreo che ha convissuto con Gesù, infatti conosce alla perfezione le usanze ebraiche, riporta indicazioni geografiche e topografiche precise. Inoltre riporta tantissimi particolari come solo un testimone oculare potrebbe fare, ad esempio l’episodio delle nozze di Cana, l’ultima cena, la lavanda dei piedi, il tradimento di Giuda, ecc… 

Se il Nuovo Testamento fu solo una colossale falsificazione che senso avrebbe avuto inventarsi dei racconti dove vengono apertamente riportate tutte le debolezze, le deficienze, le meschinità dei “capi” della nuova religione, le colonne della nuova fede, coloro che dovranno assumere le cariche di maggiore importanza? Gesù rimprovera costantemente gli apostoli perché non capiscono il suo amore per i bambini (Mt 19, 13-15), perché cercano di accaparrarsi i primi posti nel Regno di Dio (Mt 20, 20-23), perché non accettano il suo rapporto con le donne (Mt 26, 6-13) (Gv 4, 27-30), perché non hanno misericordia per i samaritani (Lc 9, 51-56), perché non riescono a vegliare neppure per un’ora con Lui prima della passione (Mt 26, 40-43). I vangeli “inventati” raccontano che i discepoli, mentre Gesù viene arrestato e ucciso, scappano e si rifugiano nel cenacolo per paura dei Giudei (Gv 20, 19-20), che i discepoli non comprendono le scritture (Gv 20, 9), che Filippo viene rimproverato da Gesù perché non riesce a capire che Lui è Dio (Gv 14, 7-10), che Tommaso solo perché ha visto ha creduto (Gv 20, 24-29) che solo Giovanni crede nella risurrezione mentre gli altri ancora non capiscono (Lc 24, 25). Che dire poi di Pietro? Il principe degli apostoli, il capo indiscusso dell’intera organizzazione? I vangeli “falsi” che lo devono “esaltare” riportano, imprevedibilmente, la sua codardia (Mt 14, 22-33), il pesante rimprovero che gli riserva Gesù perché è di ostacolo (dal greco "skandalon") alla sua missione (Mt 17, 21-23) (Mc 8, 31-33), il suo triplice rinnegamento di Gesù (Mt 26, 69-76), la triplice ammonizione che Gesù gli riserva nel conferirgli la missione di guida della Chiesa (Gv 21, 15-17). Ma l’aspetto più inspiegabile è che questi vangeli affidano la primissima testimonianza della risurrezione a delle donne (Lc 24, 22). Che operazione sensata può essere quella di creare un inganno e lasciare che si fondi su di una testimonianza femminile? In ambiente giudaico le donne non godevano di alcuna considerazione. Si legge nel Qoélet: "…è preferibile un uomo malefico ad una donna benefica", nel libro dei Proverbi: "…sono stolte, rissose e lunatiche". In Israele le donne non potevano testimoniare nulla. Scrive Giuseppe Flavio, storico ebreo nato solo 7 anni dopo la morte di Gesù: "Le testimonianze di donne non valgono e non sono ascoltate tra voi, a motivo della leggerezza e della sfacciataggine di quel sesso". Perfino Paolo di Tarso, che è ancora molto legato alla tradizione ebraica del suo tempo, scrive ai Corinzi: "Alle donne non è permesso parlare durante l'assemblea. Facciano silenzio e stiano sottomesse, come dice anche la legge di Mosè. Se vogliono spiegazioni le chiedano ai loro mariti, a casa, perché non sta bene che una donna parli in assemblea" (1 Cor 14, 34). Veramente strani questi “falsi” vangeli, se sono stati rielaborati, falsati ed arbitrariamente scelti, come mai trattano così impietosamente coloro che dovrebbero incensare e si fondano su una testimonianza, quella femminile, che in Israele non conta nulla? La realtà è ben diversa, i fatti narrati in quel modo ci sono perché, evidentemente, dovevano esserci per forza, sono realmente accaduti. 

I vangeli canonici rappresentano la fede delle prime comunità cristiane, sono la testimonianza coraggiosa degli apostoli e dei discepoli. Questi uomini avevano un lavoro che permetteva loro di vivere sicuri e quasi tutti erano sposati. Come mai lasciano tutto per seguire Gesù? Eppure Lui gli predisse sofferenze, disagi e persecuzioni che avrebbero dovuto scoraggiarli (Mc 8, 24; Gv 16, 20; Gv 15, 20). Invece nel nome di Gesù e del suo vangelo accettano serenamente il martirio. Proprio quest’ultimo aspetto è di fondamentale importanza, è il sangue dei martiri che conferisce la più alta autorità a questi scritti. Chi si lascerebbe uccidere per un’impostura, per una colossale falsità? Quasi tutti gli apostoli hanno subito il martirio, Bartolomeo fu scorticato vivo e decapitato ad Albanopoli in Armenia, Simone (detto il cananeo) e Giuda Taddeo furono martirizzati in Mesopotamia nel 70 d.C., Giacomo di Alfeo (detto il minore) fu ucciso a Gerusalemme nel 62 d.C., Tommaso fu ucciso in India nel 52 d.C., Giacomo di Zebedeo (detto il maggiore) fu flagellato e decapitato nel 42 d.C., Filippo fu crocifisso a Hierapolis nell’80 d.C., Andrea fu crocifisso a Patrasso. Pietro e Paolo  subirono il martirio a Roma nel 67 d.C. durante la persecuzione neroniana.  Pietro fu crocifisso sul colle Vaticano nel circo di Nerone e Paolo fu decapitato alle Tre Fontane.

I vangeli che troviamo canonizzati nel Nuovo Testamento sono i più antichi e i più citati da tutti gli esponenti delle prime comunità cristiane. I vangeli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni sono principalmente dei libri di fede, ma sono anche, indiscutibilmente, accreditati di una salda attendibilità storica. Innumerevoli ricerche archeologiche, studi filologici, letterari e storici hanno dimostrato l’attendibilità storica di questi testi. Ad esempio il quadro politico da loro riportato corrisponde perfettamente alla realtà storica di quel tempo, infatti se arretriamo di 5 o 6 anni la data della nascita di Gesù, per un errore di calcolo fatto in passato dal monaco Dionigi il piccolo, riscontriamo che effettivamente Erode detto “il Grande” fu re della Palestina dal 37 a.C. al 4 d.C., che Cesare Ottaviano Augusto fu realmente imperatore romano dal 30 a.C. al 14 d.C., che gli successe Tiberio, imperatore dal 14 d.C. al 37 d.C., che dopo la morte di Erode “il Grande” il 4 d.C., la Giudea effettivamente passò sotto il governo diretto di Roma con dei procuratori, che Ponzio Pilato fu veramente procuratore della Giudea dal 26 d.C. al 36 d.C. (3), che Giuseppe Caifa fu sommo sacerdote dal 18 d.C. al 36 d.C., che l’Idumea, la Giudea e la Samaria furono sotto Archelao, figlio di Erode, che le governò dal 4 a.C. al 6 d.C., che Erode Antipa, anche lui figlio di Erode, fu effettivamente tetrarca della Galilea e della Perea dal 4 d.C. al 39 d.C., che Filippo, altro figlio di Erode, fu tetrarca della Traconitide, dell’Iturea e dell’Abilene dal 4 d.C. al 34 d.C. 

Il Nuovo Testamento tratteggia perfettamente il clima sociale e politico della Palestina di quei tempi riportando con estrema precisione il nome e l’identità dei gruppi religiosi e politici (farisei, sadducei, erodiani, zeloti, pubblicani), riportano le tensioni sociali che esistevano tra Giudei e Samaritani, la differenza di mentalità tra Giudei e Galilei, ecc… Tutti questi particolari sono confermati dallo storico ebreo filoromano Giuseppe Flavio, il quale, è bene ricordarlo, non era cristiano ed operò quasi contemporaneamente alla formazione dei vangeli canonici. Si possono fare innumerevoli esempi di correttezza storica, geografica e topografica, alcuni di essi li ho tratti dai libri di Vittorio Messori, notissimo giornalista e storico contemporaneo, come “Ipotesi su Gesù”, “Patì sotto Ponzio Pilato”, “Dicono che è risorto”, ecc… 

I vangeli disegnano “mappe topografiche del rilievo” d’Israele, da Gerusalemme a Gerico si scende (Lc 10, 30) e, quindi, per Gerusalemme si sale (Lc 19, 28), ciò è dovuto alla profonda depressione del Mar Morto, così anche per la Galilea, da Nazareth a Cafarnao si scende (Lc 4, 31) perché ci si sposta dal centro collinoso verso il lago di Genesareth; 

Nel vangelo di Giovanni, capitolo 4, versetto 3, Gesù dialoga con una donna samaritana presso il “pozzo di Giacobbe”, ai piedi del monte Garizim. Nel 1913 l’archeologo tedesco Ernst Sellin della German Oriental Society scoprì i suoi ruderi durante una campagna di scavi nella vicina città di Sichem; 

Secondo i vangeli ai due ladroni crocifissi assieme a Gesù furono spezzate le gambe come l’usanza romana imponeva, ciò è stato definitivamente confermato nel 1968 dagli archeologi del governo israeliano che ritrovarono a Giv'at ha Mitvar, a nord di Gerusalemme, i resti, datati I sec. d.C., di un giovane ebreo, alto 1 metro e 67, che era stato crocifisso, con le tibie spezzate;

Sulla croce di Gesù, secondo il racconto evangelico, fu posta una scritta redatta in tre lingue differenti (ebraico, latino e greco) riportante il motivo della condanna, questa consuetudine è stata confermata dal ritrovamento della pietra incisa che avvertiva i pagani di non entrare nel recinto del tempio di Gerusalemme riservato solo agli ebrei. Era scritta nelle stesse tre lingue: ebraico, latino e greco; 

In ambiente giudaico era d’uso comune accompagnare le operazioni di sepoltura con strepidi e lamentazioni. I vangeli non ne riportano, infatti queste manifestazioni erano vietate per i condannati a morte;

Matteo ci dice nel suo vangelo che Pilato, a Gerusalemme, aveva con sé la moglie. Questo fatto è stato contestato e ritenuto un falso storico, in realtà poco prima dei tempi di Gesù, Roma aveva autorizzato i suoi rappresentanti a portare con sé la famiglia nelle province, mentre prima lo vietava; 

Nel capitolo 13 degli Atti degli Apostoli il responsabile romano di Cipro, Sergio Paolo, viene chiamato “proconsole”. Secondo l’uso imperiale del tempo è attestato che il titolo esatto doveva essere, invece, quello di “propretore”, quindi si ritenne questo passo degli Atti una pura fantasia. Tutto ciò fino al ritrovamento, avvenuto qualche anno fa, tra le rovine di Pafo, località occidentale dell’isola, di un’iscrizione dove veniva citato proprio Sergio Paolo ed era chiamato “proconsole”, anomalia riscontrata solo a Cipro; 

Negli Atti degli Apostoli i capi della città di Tessalonica vengono chiamati “politarchi”, un termine praticamente sconosciuto agli storici. In questi ultimi anni sono state ritrovate ben 19 iscrizioni dove i prefetti di Tessalonica vengono chiamati con quel tipico titolo; 

Gli Atti degli Apostoli sono confermati storicamente anche quando riportano notizie di cronaca. Chiarissimo è l’esempio di Atti 18, 1-2: "Dopo di ciò, partito da Atene [Paolo] andò a Corinto. E trovato un giudeo di nome Aquila, pontico di nascita, da poco giunto dall’Italia, e la moglie sua Priscilla, per il fatto che Claudio aveva ordinato che tutti i Giudei partissero da Roma, andò da loro". Questa informazione trova una eccezionale conferma in un opera di Svetonio, famoso storico romano, scritta nel 120 d.C., diverso tempo la redazione degli Atti: "Espulse da Roma i Giudei, che per istigazione di Cresto erano continua causa di disordine" (Vita Claudii, XXIII, 4); 

Nel vangelo di Matteo, al capitolo 22, viene presentato a Gesù un denaro ed Egli dice: "Di chi è questa immagine e l’iscrizione? Gli risposero: Di Cesare…". Anche in questo caso si obiettò che l’episodio è inventato in quanto in Israele, essendo vietata, pena la morte, la rappresentazione della figura umana, non potevano circolare monete del genere. La storia, però, ci dice ben altro. Israele occupato poteva battere solo monete di rame, quelle preziose, come appunto il “denaro” di Matteo (che di monete se ne intendeva di certo, n.d.r.), erano coniate dalle zecche romane, riportavano la figura di Cesare e gli ebrei erano obbligati ad accettarle. Questo avveniva dappertutto, ma non nel Tempio di Gerusalemme (sarebbe stata una causa di sommossa), così per acquistare gli animali da sacrificare, alle porte del santuario c’erano i cambiavalute. Particolare, questo, riportato dai vangeli nell’episodio della loro cacciata da parte di Gesù (Mt 21, 12-13); 

Nel vangelo di Marco l’episodio della tempesta sedata ci svela un particolare sorprendente. Gesù durante l’infuriare degli elementi era “nella poppa, addormentato sul giaciglio” e non “a poppa” come comunemente si dice. La spiegazione si trova nel relitto di una barca, del tempo di Gesù, ritrovata nel 1986 nel lago di Genesareth. Sul ponte di poppa si trovava uno spazio coperto in cui un uomo poteva tenersi al riparo; 

Nel vangelo di Giovanni, al capitolo 5, si legge: "A Gerusalemme, presso la Porta delle Pecore, c’è una piscina, detta in ebraico Betesdà, che ha cinque portici". Questo vangelo è considerato unanimemente uno scritto più spirituale che storico, quindi questo riferimento architettonico così preciso fu interpretato più come un simbolismo che non un dato reale (ad esempio il Pentateuco, le dita della mano di Javhé, le cinque porte della città celeste, ecc…). Gli scavi archeologici hanno puntualmente identificato accanto alla porta detta “delle pecore”, a Gerusaleme, un’ampia vasca, lunga circa 100 metri e larga 62, che aveva cinque portici; 

Ancora nel vangelo di Giovanni troviamo al capitolo 19: "Pilato condusse fuori Gesù e si assise in tribunale nel luogo detto Litostroto, in ebraico Gabbatà". Solo in questo vangelo troviamo il riferimento ad un “Litostroto” e ad una “Gabbatà”. Il primo termine è greco e significa “luogo lastricato”, mentre il secondo, ebraico, significa “altura”. Per secoli non si è riusciti a capire quale fosse la relazione tra i due vocaboli e, ovviamente, si pensò di nuovo ad un simbolismo, ad una fantasia dell’evangelista. Nel 1927 l’archeologo francese Vincent, prendendo sul serio il testo di Giovanni, si mise a scavare nelle vicinanze del Tempio e scoprì una superficie lastricata di circa 2500 metri quadri, pavimentata al modo romano. Era il cortile della fortezza Antonia, fatta costruire da Erode il Grande e sede invernale del procuratore romano di Giudea. Questa fortezza sorgeva sulla collina più elevata delle quattro della Gerusalemme antica, da cui il termine “altura”.

Puntualmente tutte le notizie storiche su Gesù ci parlano della sua passione e morte in croce. Lo storico romano Tacito, ad esempio, scrive attorno al 112 d.C.: "Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Christus, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato all’estrema condanna dal procuratore Ponzio Pilato" (Annali, XV, 44). Il retore scettico Luciano di Samosata, parlando di un certo Peregrino Proteo, scrive attorno al 169-170 d.C., nel suo “De Morte Peregrino”: "…essi [i cristiani] lo veneravano [Peregrino Proteo] come un dio, se ne servivano come legislatore, e lo avevano elevato a loro protettore a somiglianza di colui che essi venerano tuttora, l’uomo che fu crocifisso in Palestina per aver dato vita a questa nuova religione" (De Morte Per. XI-XIII). Di testimonianze della crocifissione di Gesù ce ne sono molte altre, tanto che ormai nessuno mette più in dubbio la sua autenticità. Vorrei chiudere questo paragrafo riportando il famoso “Testimonium flavianum” in cui Giuseppe Flavio ci fornisce la più solare conferma storica della condanna e morte in croce di Gesù, riportate dai vangeli canonici, evento predetto nel Antico Testamento, (i puntini da me inseriti sostituiscono alcune possibili interpolazioni cristiane postume): "Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, […] era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato […] Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani" (Antichità giudaiche XVIII, 63-64). 

I vangeli canonici sono, quindi, dei documenti storici inoppugnabili, la debole teoria che si tratti di una colossale invenzione frutto della fantasia di un gruppo di invasati è del tutto assurda. Moltissimi studiosi hanno dovuto convenire che gli scritti inseriti nel Nuovo Testamento costituiscono una eccezionale testimonianza storica. La professoressa Genot-Bismuth, che non è cristiana ed occupa alla Sorbona di Parigi la cattedra di Giudaismo antico e medievale, afferma formalmente: "…chi ha scritto il Vangelo di San Giovanni è un testimone oculare, poiché i dettagli che fornisce sono talmente precisi da coincidere con i ritrovamenti avvenuti in occasione degli scavi archeologici da me effettuati a Gerusalemme". Padre Lagrange, studioso e archeologo domenicano, direttore della prestigiosa Revue Biblique, dopo 50 anni di studio in Palestina, affermò: "Il bilancio del mio lavoro è che non esistono obiezioni “tecniche” contro la veridicità dei vangeli. Tutto quello che riferiscono, sin nelle minuzie, trova riscontro preciso e scientifico" e, ancora, il celebre orientalista inglese, sir Rawlinson osservò: "Il cristianesimo si distingue dalle altre religioni del mondo proprio per il suo carattere storico. Le religioni di Grecia e Roma, di Egitto, India, Persia, dell’Oriente in generale furono sistemi speculativi che non cercarono neppure di darsi una base storica. Proprio al contrario del cristianesimo". 

martedì 31 maggio 2016

Gli Elcasaiti, agli albori dello gnosticismo cristiano.




Come è noto la prima eresia, la prima elaborazione teologica difforme dall’originale annuncio della salvezza operato dalla tradizione nata dalla testimonianza apostolica fu lo gnosticismo. La nascita di questo pensiero alternativo all’interno del Cristianesimo testimonia il verificarsi del suo primo incontro/scontro col sistema filosofico greco-ellenista (Adolf von Harnack, 1885). Ne nacque un sincretismo che fondeva religioni misteriche, astrologia magica, filosofie ellenistiche e giudaismo alessandrino. Ma alcuni studiosi hanno anche accertato che filosofie appartenenti al pensiero gnostico erano già presenti in ambiente asiatico, Palestina e Mesopotamia, ben prima dell’avvento del Cristianesimo (F.W. Brandt, 1889).

Tali filosofie ebbero un’influenza anche sui movimenti e gruppi di giudeo-cristiani, come ad esempio gli Ebioniti, che restando fortemente attaccati alle tradizioni e ai riti ebraici abbandonarono il primo nucleo centrale cristiano ebraico. Si formarono così, restando nell’esempio, gli Ebioniti gnostici, caratterizzati da una teologia sempre più densa di contenuti gnostici. Nel III secolo alcuni elementi di questo gruppo cominciarono a rifarsi agli insegnamenti contenuti nel libro scritto nel II secolo da un certo Elcasai originario della Mesopotamia sasanide. Fu probabilmente composto in lingua aramaica, il frammento n°9, infatti, contiene un gioco di parole comprensibile solo in aramaico (J. Irmscher, New Testament Apocrypha, vol. 2, p. 685, citato in Kirby). Attorno al 220 un esponente di tale gruppo, Alcibiade di Apamea, si recò a Roma, sotto il pontificato di Callisto I, per diffondere e predicare gli insegnamenti contenuti nel libro di Elcasai (Ippolito di Roma, Elenchos, IX, 13-17). Alcibiade andava dicendo che in quel libro vi fosse la rivelazione che Elcasai avrebbe avuto da un gigantesco angelo, alto 154 chilometri e largo 27, identificato come il Figlio di Dio ed accompagnato da sua sorella, cioè lo Spirito Santo. Il gruppo sopravvisse fino alla fine del IV secolo. Gli elcasaiti possono, quindi, essere considerare come i progenitori dello gnosticismo cosiddetto magico astrologico di origine persiana, rappresentato da Cerinto, Carpocrate, Menandro e specialmente da Mani, in gioventù elcasaita, fondatore del Manicheismo.

Gli Elcasaiti credevano in un Dio creatore e avevano un concetto docetico della persona di Gesù, cioè pensavano che l’umanità e le sofferenze di Gesù Cristo fossero solo apparenti e non reali. Inoltre, essendo Ebioniti, rifiutavano gli scritti di San Paolo e vaste parti dell’Antico Testamento, praticavano la circoncisione, credevano negli influssi astrali ed erano convinti che il battesimo potesse essere praticato svariate volte come rito purificatore e taumaturgico. Questo gruppo, quindi, faceva parte della grande corrente dello gnosticismo, un cristianesimo eretico frutto di speculazioni e filosofie umane che arrivò a costituire l’eresia per eccellenza dei primi secoli della storia della Chiesa. I grandi teologi del II secolo come Tertulliano, Ippolito di Roma e, soprattutto, Ireneo di Lione risposero agli gnostici mettendo in luce il nucleo di irriducibile originalità del Cristianesimo: la testimonianza di una persona in carne ed ossa che ha realmente sofferto e dato la vita per poi risorgere e sconfiggere la morte.

Bibliografia

J. Danielou “La teologia del Giudeo-cristianesimo” EDB 1974;
G. Acquaviva, “La Chiesa madre di Gerusalemme”, Piemme Casale Monferrato 1994; 
M. Craveri “L’eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo“ Mondadori Editore, Milano, 1996;
M. Simon e A. Benoît, “Le Judaïsme et le christianisme antique, d'Antiochus Épiphane à Constantin”, Parigi, PUF, 1998;
J. Irmscher, "New Testament Apocrypha", vol. 2, p. 685.

http://jewishencyclopedia.com/articles/5513-elcesaites