martedì 21 marzo 2017

Parte XVIII – Il matrimonio di Gesù

La rivelazione del matrimonio di Gesù con Maria Maddalena è sicuramente il momento clou de “Il Codice da Vinci”. D. Brown, nel suo romanzo, presenta l’avvenimento come un dato certo, incontrovertibile. Si legge a pag. 287: «…”Come ho detto, [parla Teabing] il matrimonio di Gesù e Maria Maddalena è storicamente documentato” […] ”Inoltre, Gesù come uomo sposato ha infinitamente più senso che come scapolo” […] ”Perché Gesù era ebreo” […] ”e il costume dell’epoca imponeva virtualmente a un ebreo di essere sposato. Secondo i costumi ebraici, il celibato era condannato e ogni padre aveva l’obbligo di trovare per il figlio la moglie adatta. Se Gesù non fosse stato sposato, almeno uno dei vangeli della Bibbia avrebbe accennato alla cosa e avrebbe fornito una spiegazione di quella innaturale condizione di celibato”. Teabing finalmente trovò un enorme libro e lo tirò verso di sé […] La copertina diceva: I Vangeli Gnostici. Teabing lo aprì, e Langdon e Sophie si avvicinarono. Il libro conteneva fotografie di brani ingranditi di antichi documenti: pezzi di papiro con il testo scritto a mano. Sophie non riconobbe la lingua, ma sulla pagina di fronte c’era la traduzione. “Queste sono fotocopie del papiro dei Rotoli di Nag Hammadi e del Mar Morto a cui ho accennato prima” spiegò Teabing . “I più antichi documenti cristiani. Purtroppo non concordano molto con i vangeli della Bibbia”. Sfogliando le pagine verso la metà del libro Teabing indicò un brano. “Il Vangelo di Filippo sempre è un ottimo punto per iniziare”. Sophie lesse: «E la compagna del Salvatore è Maria Maddalena. Cristo la amava più di tutti gli altri discepoli e soleva spesso baciarla sulla bocca. Gli altri discepoli ne furono offesi ed espressero disapprovazione. Gli dissero: “perché la ami più di tutti noi?”. Queste parole sorpresero Sophie, ma non le parvero decisive. “Non parla di matrimonio”. “Au Contraire”. Teabing sorrise e le indicò la prima riga. “Come ogni esperto di aramaico potrà spiegarle, la parola “compagna”, all’epoca, significava letteralmente “moglie”. Langdon confermò con un cenno della testa».

Ovviamente anche L. Gardner si allinea sulle stesse posizioni. Ne “La linea di sangue del santo Graal”, a pag. 72, si legge: «Anche se in questo brano ci sono particolari riferimenti all’importanza del matrimonio, quello al “bacio in bocca” è altrettanto pertinente; attiene ancora una volta agli uffici dei sacri sposi e non era un segno di amore extra-coniugale o di amicizia. Come parte del regale ritornello nuziale, quel bacio è l’argomento del primo versetto del Cantico di Salomone, che inizia: “Mi baci egli de’baci della sua bocca; perciocché i tuoi amori sono migliori del vino”»

Secondo D. Brown e L. Gardner il silenzio dei Vangeli sul “matrimonio” di Gesù, che confermerebbe la sua “normalità”, ed un passo del vangelo gnostico detto “di Filippo”, sarebbero le prove schiaccianti dell’avvenuto matrimonio di Gesù con la Maddalena. 

Tutto qui? Un po’ poco.

Il Nuovo Testamento non è affatto silenzioso sui legami familiari di Gesù. Tutti i Vangeli e gli Atti degli Apostoli fanno continuo riferimento a sua Madre, Maria, e a suo padre putativo, Giuseppe. Viene citata la parente di Maria, Elisabetta, suo marito Zaccaria e suo figlio Giovanni. Vengono citati, inoltre, numerosi cugini, chiamati “fratelli”, un’altra Maria madre di Giacomo, molto probabilmente una sorta di zia di Gesù (Mt 27, 55; Mc 15, 40; Lc 8, 2-3). Abbiamo notizia anche di uno zio di nome Cleopa e di un cugino di nome Simone, riportata da Egesippo, uno scrittore giudeo-cristiano del II secolo. Riguardo ad una moglie di Gesù, invece, non c’è alcuna menzione. Non ce n’è traccia durante il suo ministero, sotto la croce e neppure dopo la sua morte. Anche quando i vangeli e gli altri scritti canonici si riferiscono alla famiglia di Gesù, non viene mai menzionata una sua moglie, mentre, ciò avviene esplicitamente per gli apostoli (1 Corinti 9, 5). Alla luce di ciò appare più probabile che il motivo per il quale nei vangeli non si parla della moglie di Gesù è perché non esisteva. Certamente nel giudaismo lo stato coniugale era la norma, ma non mancarono significative eccezioni. Come abbiamo visto le comunità degli esseni vivevano nel celibato reputandolo una condizione essenziale per avvicinarsi a Dio. Preferirono una vita celibataria il profeta Geremia (VI secolo a.C.) e Giovanni il Battista, contemporaneo di Gesù. Anche tra i rabbini del I secolo d.C., è possibile riscontrare scelte di vita di questo tipo. E’ il caso, ad esempio, del maestro rabbinico Simeon ben Azzai, che restò celibe affermando: «la mia anima è innamorata della Torah e il mondo può essere portato avanti da altri». Occorre anche aggiungere che Gesù non era tecnicamente un rabbino, veniva chiamato in questo modo dagli apostoli in quanto vedevano in Lui un maestro straordinario, ma Gesù non aveva frequentato alcuna scuola ufficiale, tanto che i giudei gli chiedevano spesso con quale autorità insegnasse. Non è, quindi, corretto applicare a Gesù alcuna peculiare caratteristica dei rabbini.

Sebbene i costumi ebraici del tempo imponevano il matrimonio, non è assurdo pensare ad una scelta celibataria di Gesù. D’altronde tutta la sua vita terrena fu caratterizzata da uno scarso rispetto delle tradizioni, basta pensare al processo finale del Sinedrio e a tutte le contestazioni mossegli dall’autorità religiosa giudaica. Durante un dibattito sul divorzio Gesù pronuncia la seguente frase: «Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre e vi sono eunuchi che sono stati resi tali dagli uomini e vi sono eunuchi che si sono resi tali a causa del regno dei cieli» (Mt 19, 12), Egli allude chiaramente, con tinte forti, alla sua completa dedizione alla sua missione. Questo costume celibatario influenzerà anche la vita delle primissime comunità cristiane. Paolo, ad esempio, in 1Cor 7, 25-40, esorta la locale comunità, rivolgendosi sia agli uomini che alle donne, a scegliere il celibato e la verginità per avere una maggiore disponibilità per l’annunzio di Cristo ed il servizio ai fratelli.

Passando al riferimento al brano del vangelo detto “di Filippo”, devo dire che D. Brown non tratta molto bene il personaggio dello “storico” Teabing esponendolo, infatti, a continue figure da somaro. Un libro intitolato “i vangeli gnostici” non può trattare dei rotoli del Mar Morto, visto che questi sono costituiti solamente da brani dell’Antico Testamento, da commentari e da testi riguardanti la vita della comunità essena di Qumràn, che, sicuramente, non era cristiana. I vangeli gnostici non possono essere definiti “I più antichi documenti cristiani” essendo stati scritti tra la fine del III secolo e gli inizi del IV d.C., ben due secoli dopo il più tardo dei vangeli canonici, cioè quello di Giovanni.

Come abbiamo visto nella parte riguardante la letteratura gnostica, il vangelo detto “di Filippo” fa parte della collezione di testi gnostici, scritti in lingua copta, ritrovati nel 1945 tra le sabbie di Nag Hammadi, in Egitto. E’ un testo risalente alla seconda metà del III secolo d.C., quindi molto tardo rispetto ai vangeli canonici, ed è stato composto, al pari di tutti gli altri scritti ritrovati a Nag Hammadi, in ambiente gnostico siro-egiziano e costituisce una sorta di catechismo gnostico di scuola valentiniana. Essendo un commento della vita di Gesù secondo la visione gnostica, deve essere, quindi, in quest’ottica, letto ed interpretato. Nel brano in questione non può essere vista alcuna implicazione materiale e corporale, tantomeno si può parlare di matrimonio, in quanto lo gnosticismo ripudia il mondo materiale opponendone una visione eterea e spirituale.

Lo sfortunato Teabing, a giudicar dai danni, doveva avere la biblioteca infestata dai topi, infatti propone alla meravigliata Sophie solo una parte del brano. Per poterne compiutamente capire il senso occorre riportare tutto il versetto e tenere conto del contesto da cui è tratto. Il versetto in questione, il n°55, integralmente, sarebbe: «La Sofia, che è chiamata sterile, è la madre degli angeli. La consorte di Cristo è Maria Maddalena. Il Signore amava Maria più di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla bocca. Gli altri discepoli allora gli dissero: "perché ami lei più di tutti noi?" Il Salvatore rispose e disse loro: "perché non amo voi tutti come lei?» (Vangelo di Filippo, versetto 55). 

Appare chiaro che il versetto non fa riferimento ad una sola figura femminile, bensì a due, molto ben distinte. Abbiamo la Sofia, detta sterile, cioè la sapienza decaduta, demiurgica, responsabile della creazione della materia, del disprezzato mondo materiale, in quanto “madre degli angeli”, (cioè dei pianeti e delle costellazioni), e Maria Maddalena, la Sapienza celeste all’origine del mondo spirituale sposa dell’anima del Cristo. Infatti la figura del bacio sulla bocca, nella terminologia gnostica, è un’immagine della sapienza divina che esce dalla bocca del Cristo (2). Nel versetto 59 del vangelo detto “di Filippo” si legge: «Tutti coloro che sono generati nel mondo sono generati nel modo naturale; ma gli altri [sono generati] dalla bocca, [poiché] se il Logos viene da quel luogo, egli nutre dalla sua bocca e sarà perfetto. Il perfetto, infatti, concepisce e genera per mezzo di un bacio. È per questo che noi ci baciamo l’un l’altro. Noi siamo fecondi dalla grazia che è in ognuno di noi» (Vangelo di Filippo, versetto 55). Questo versetto del vangelo detto “di Filippo” chiarisce, senza alcun dubbio, che l’azione del bacio sulla bocca ha una connotazione squisitamente spirituale. Nel testo gnostico detto “Vangelo della verità”, attribuito allo stesso “vescovo” gnostico Valentino, l’azione del bacio sulla bocca rappresenta la conoscenza della verità e la discesa dello Spirito Santo. Al versetto 17 si legge: «La Verità si è fatta avanti. Tutte le emanazioni la hanno conosciuta. Esse hanno veracemente salutato il Padre, con una potenza perfetta che le unisce a Lui. Ognuno infatti ama la verità, perché la verità è la bocca del Padre e la sua lingua è lo Spirito Santo, il quale congiunge ciascuno alla Verità, unendolo alla bocca del Padre per mezzo della sua lingua, quando riceve lo Spirito Santo» (Vangelo della verità, versetto 17). Nella visione gnostica, quindi, questo bacio non ha alcuna connotazione di tipo sessuale, non vuole indicare alcuna relazione amorosa tra chi se lo scambia, è solo un segno di comunanza spirituale. In un altro testo gnostico, l’“Apocalisse di Giacomo”, si legge: «Ed egli [Cristo] mi baciò la bocca e mi abbracciò e mi disse: “Mio diletto! Ecco io ti rivelerò ciò che i cieli non conoscono ed anche i loro arconti”». Anche qui compare un “bacio in bocca”, ma è chiaro che il suo significato è quello di mostrare una sublime intesa spirituale, attraverso la quale Gesù rivela la “conoscenza”, cioè la gnosi, a Giacomo.

Alla luce di tali evidenze, nel versetto del vangelo detto “di Filippo”, citato ne “Il Codice da Vinci”, non possiamo leggere alcun riferimento ad un matrimonio tradizionale la cui corporeità sarebbe totalmente incoerente con il contesto. A tal proposito è importante notare, sempre in questo versetto, che la sapienza demiurgica, cioè la controparte terrena della Maddalena celeste, è descritta come sterile, quindi incapace di generare, quindi niente matrimonio e niente discendenza. 

Continuando ad analizzare il vangelo detto “di Filippo” si scopre che la figura stessa di Maria Maddalena è solo un’aspetto della polimorfica sapienza divina che procede dal Figlio di Dio. Si legge al versetto 32: «Tre donne camminavano sempre con il Signore: Maria sua Madre, Maria la sorella di lei e la Maddalena, la quale è detta sua compagna. Maria, in realtà, è sorella, madre e compagna di lui» (Vangelo di Filippo, versetto 32). Non esiste, quindi, una corporeità della Maddalena, ma solo un’immagine spirituale.

Il riferimento di L. Gardner al Cantico dei Cantici (o di Salomone) è totalmente fuori luogo. A parte il fatto che non ha alcun senso accostare due testi scritti a più di otto secoli di distanza l’uno dall’altra, come abbiamo visto, il “bacio in bocca”, che ritroviamo in questi testi gnostici, composti a partire dal III secolo d.C., ha un significato puramente spirituale, ed è un errore gravissimo accostarlo a quelli che compaiono nel Cantico dei Cantici. Questo libro dell’Antico Testamento è un poema lirico, composto tra il VI-IV secolo a.C., che esalta e canta l’amore erotico tra due giovani sposi, quindi un contesto molto materiale lontano anni luce dallo gnosticismo. Naturalmente questo amore materiale è una allegoria dell’amore di Dio verso Israele come sublimazione dell’amore umano. Nella tradizione cristiana questo amore si prolunga nell’amore di Gesù, lo sposo, per la sua Chiesa, la sposa. 

Ne “Il Codice da Vinci”, oltre alle inesattezze sul significato del “bacio in bocca”, D. Brown fa dire al sempre più bistrattato Teabing un’altra scemenza: «…Come ogni esperto di aramaico potrà spiegarle, la parola “compagna”, all’epoca, significava letteralmente “moglie”…». Questa assurdità D. Brown la copia di sana pianta da un libro di Lynn Picknett e Prince intitolato “La Rivelazione dei Templari: Guardiani segreti della Vera Identità di Cristo” tanto che, descrivendolo come un volume contenente “risultati storici”, lo fa figurare nella famigerata biblioteca di Teabing (che tristezza…, n.d.r.). 

In realtà, come tutti sanno, i vangeli gnostici ritrovati a Nag Hammadi, e quindi anche quello detto “di Filippo”, sono scritti in copto e non in aramaico. Il copto è la lingua egizia grecizzata, cioè scritta con i caratteri dell’alfabeto greco, fenomeno linguistico tipico in un paese fortemente ellenizzato com’era l’Egitto del III secolo d.C. Il copto cadde in disuso nel VII sec. d.C. con l’invasione araba, oggi sopravvive solo nella liturgia della Chiesa cristiana copta. L’aramaico, invece, era la lingua parlata in Palestina ai tempi di Gesù, quindi niente a che vedere con l’Egitto ellenizzato del III secolo d.C. Ciò che appare più probabile, piuttosto, è che del vangelo detto “di Filippo” possa essere esistita una versione precedente scritta in greco. Ora il termine “compagna” che troviamo nel vangelo detto “di Filippo” è una traslitterazione in copto del termine greco “koinonos”. Il famoso vocabolario di greco-italiano, il Lorenzo Rocci, traduce questa parola con “moglie” ma anche con ”partecipe, compartecipe, compagno, socio, ecc…”, il famoso biblista americano Darrell L. Bock, esperto del Nuovo Testamento, docente presso il “Dallas Theological Seminary”, nel suo libro intitolato: “Codice da Vinci. Verità e menzogne”, osserva che il termine “koinonos” può talvolta significare “moglie”, “fratello” o “sorella”, ma sempre in senso spirituale, infatti il termine specifico in greco per indicare “moglie”, nel significato di relazione amorosa, è “gyne”. In questo versetto del vangelo detto “di Filippo”, quindi, non c’è nulla che attesti di un matrimonio tra Gesù e la Maddalena. 

Ma D. Brown non si arrende, a pag. 290 de “Il Codice da Vinci” si legge: «…Sir Leigh Teabing stava ancora parlando. “Non la annoierò con gli infiniti riferimenti all’unione tra Gesù e Maria Maddalena. E’ stata esplorata fino alla nausea dagli storici moderni. Vorrei però farle notare almeno questi”. Indicò un altro brano. “E’ dal Vangelo di Maria Maddalena”. Sophie non aveva mai saputo che esistesse un vangelo simile. Lesse il testo. “E Pietro disse: «Il Salvatore ha davvero parlato con una donna senza che noi lo sapessimo? Dobbiamo tutti girarci dall’altra parte e ascoltare lei? Ha preferito lei a noi?» E Levi rispose: «Pietro, tu sei sempre stato facile alla collera. Ora ti vedo lottare contro la donna come un avversario. Se il Salvatore la resa meritevole, chi sei tu per rifiutarla? Certo, il Salvatore la conosce bene. Per questo ha amato lei più di noi» […] ”Perché Gesù preferiva Maria?”. “Non solo per questo. C’era in gioco ben più dell’affetto. A questo punto dei vangeli, Gesù sospetta che presto sarà arrestato e crocifisso. Perciò da istruzioni a Maria Maddalena su come guidare la chiesa dopo la sua morte. Di conseguenza, Pietro manifestò la sua contrarietà a rimanere in secondo piano dietro a una donna. Ho l’impressione che Pietro fosse alquanto sessista”. Sophie cercava di seguire le sue parole. “Ma è san Pietro, la pietra su cui Gesù fondò la sua Chiesa”. “Proprio lui, tranne un particolare. Secondo questi vangeli non modificati, non era Pietro la persona che Cristo incaricò di fondare la sua Chiesa. Incaricò Maria Maddalena” […] “Questo era il progetto di Gesù, che fu il primo dei femministi. Voleva che il futuro della sua Chiesa fosse nelle mani di Maria Maddalena” […] “Pochi sanno che Maria Maddalena, oltre ad essere il braccio destro di Cristo, era già di per sé una donna con un grande potere”. Sophie lesse il titolo dell’albero genealogico. TRIBU’ DI BENIAMINO. “Qui c’è Maria Maddalena” disse Teabing, indicando un punto nella parte alta della genealogia. […] “Maria Maddalena era di famiglia reale” […] “sposandosi con una donna dell’importante Casa di Beniamino, Gesù fondeva due discendenze reali, creava una potente unione politica che avrebbe avuto il diritto di avanzare legittime rivendicazioni sul trono e ricostituire una dinastia di re, come al tempo di Salomone” […] “Ma Cristo come poteva avere una discendenza reale, a meno che…?” Guardò Langdon. Lo studioso le sorrise. “A meno che non avessero un figlio”. Sophie era come pietrificata […] “E i documenti del Sangreal?” Chiese Sophie. “Dovrebbero contenere la prova che Gesù ha avuto una discendenza reale?”. “Certo”…»

Alla luce di ciò che ho esposto finora circa la simbologia gnostica sulla Sapienza celeste impersonificata dalla Maria Maddalena, appare chiarissimo il significato di questo versetto del Vangelo di Maria, altro scritto gnostico della “collezione” di Nag Hammadi che, è bene ricordarlo, è del IV secolo d.C. Gli apostoli rappresentano l’umanità bisognosa della conoscenza, cioè della gnosi, che solo il Cristo può loro dare. La gnosi è la Sapienza celeste, Maria Maddalena, preferita dal Figlio di Dio alle meschinità della vita materiale. Non c’è nessuna prova di un matrimonio o di un qualunque alto tipo di rapporto tra Gesù e la Maddalena. La storiella, poi, che Gesù sia un femminista e, invece, Pietro un maschilista, fa letteralmente sorridere. E’ l’ennesima prova dell’ignoranza di D. Brown circa lo gnosticismo. La donna, per gli gnostici, lega l’uomo alla sozzura del mondo materiale precludendogli la via alla gnosi. Nel vangelo detto “di Filippo”, al versetto 71 si legge: «Quando Eva era in Abramo, non esisteva la morte. Ma dopo essa fu separata, la morte è sopravvenuta. Se essa entra di nuovo in lui, e se egli la riprende in se stesso, non esisterà più la morte» (Vangelo di Flippo, versetto 71). Per gli gnostici, quindi, la morte è stata introdotta nel mondo dalla donna e solo con un suo annientamento nell’uomo si potrà avere la salvezza. Questa assurdità è un cardine della filosofia gnostica, la si riscontra in tutti i testi di Nag Hammadi. Nel vangelo detto “di Tommaso”, ad esempio, il “femminista” Gesù ha un comportamento non proprio rispettoso delle donne: «…[Pietro obietta:] “Maria deve andare via da noi! Perché le femmine non sono degne della Vita” [Gesù risponde:] “Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché ella diventi uno spirito vivo uguale a voi maschi. Perché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli”» (Vangelo di Tommaso, versetto 114). 

Nei Vangeli canonici, che D. Brown ritiene “modificati”, niente di tutto questo. In un periodo in cui la donna era considerata meno di niente, Gesù pone sempre l’uomo e la donna sullo stesso piano. Nel Vangelo di Giovanni, ad esempio, Gesù, sorprendentemente, trattandola alla stessa stregua degli apostoli, rivela chiaramente di essere il Messia ad una donna sonosciuta, per giunta samaritana, cioè straniera, mentre gli apostoli si sdegnano per il solo fatto che stesse a discorrere con lei (Giovanni 4, 25-27).

Quanto alla notizia circa il primato della chiesa attribuito alla Maddalena e del progetto di ricostituzione del regno d’Israele occorre dire che si tratta di un’affermazione senza alcun fondamento. Il brano del Vangelo di Maria richiamato da D. Brown non afferma questo, è solo una fantasia dell’autore americano. Non esiste alcun documento, anche di origine gnostica, non c’è alcuna traccia archeologica, da cui si possa solo supporre una volontà di Gesù di istituire un regno terreno. Anche l’affermazione che Maria di Magdala apparterrebbe alla “Casa di Beniamino” è pura invenzione, non si ha alcuna notizia della sua discendenza, sappiamo solo che era originaria di Magdala, un villaggio di pescatori sul lago Tiberiade. Inoltre, se anche avesse fatto parte della “Casa di Beniamino” ciò non farebbe di lei necessariamente una discendente del re Davide.

Anche L. Gardner ritiene di aver trovato la tanto sospirata “prova” del matrimonio tra Gesù e la Maddalena. Egli, come abbiamo già visto, è assurdamente convinto che i vangeli siano scritti in codice (sic!) e, senza alcuna prova seria, ritiene che i due episodi dei vangeli in cui una donna lava e asciuga i piedi di Gesù siano in realtà due riferimenti in codice al matrimonio con la Maddalena. Ne “La linea di sangue del santo Graal”, L. Gardner, partendo da questo presupposto si spinge ben oltre. A pag. 73, si legge: «Una delle ragioni per cui nel Nuovo Testamento non si fa menzione del matrimonio di Gesù è che la prova venne deliberatamente rimossa per decreto ecclesiastico. Che le cose stavano effettivamente così lo si apprese soltanto nel 1958, quando Morton Smith, professore di storia antica alla Columbia University negli USA, scoprì un manoscritto […] (con) la trascrizione di una lettera del vescovo Clemente di Alessandria […] indirizzata al suo collega, Teodoro. Comprendeva un brano sconosciuto del Vangelo di Marco. La lettera di Clemente decretava che una parte del contenuto originale di quel Vangelo venisse soppressa perché non era conforme ai precetti della Chiesa. […] Nella parte soppressa del Vangelo vi è un resoconto della resurrezione di Lazzaro, ma in quella versione Lazzaro chiama Gesù da dentro il sepolcro prima ancora che la pietra tombale sia stata rimossa. Da ciò risulta evidente che l’uomo non era morto nel senso fisico: cosa che, naturalmente, demoliva la tesi sostenuta dalla Chiesa che la resurrezione doveva essere accettata come un miracolo soprannaturale. […] L’episodio di Lazzaro faceva parte della stessa serie di eventi che culminarono con l’unzione di Gesù a Betania per mano di Maria Maddalena. I Vangeli sinottici non dicono che cosa accadde all’arrivo di Gesù in casa di Simone, giacché la risurrezione di Lazzaro non vi è inclusa […] non viene azzardata alcuna ragione per il comportamento esitante di Maria […] Il fatto è che, in qualità di moglie di Gesù, Maria era vincolata dal rigido codice di procedura nuziale. Non era autorizzata a uscire di casa e andare incontro al marito finchè non aveva ricevuto il suo espresso consenso […] il testo più dettagliato di Marco [dove secondo Gardner dovevano esserci tali spiegazioni] fu strategicamente ritirato dalla pubblicazione» 

Una tesi allucinante, ho già precedentemente dimostrato come la visione “criptata” e “complottistica” dei vangeli di L. Gardner sia totalmente assurda. Innanzitutto il visionario L. Gardner confonde Maria di Betania, sorella di Marta e Lazzaro, con la Maddalena considerandole la stessa persona, mentre è certo che si tratta di due persone nettamente distinte. Maria di Betania è sempre citata nel suo ambiente domestico con la sua famiglia, mentre la Maddalena fa parte integrante del seguito di Gesù (Luca 8). Nel suo vangelo Giovanni ci descrive una Maria, la sorella del morto, assolutamente disperata e rinchiusa in casa in segno di lutto, infatti alcune persone, dice l’evangelista, sono con lei per consolarla. Per questo Marta, la sorella, và di nascosto ad avvertirla che Gesù la sta chiamando. Se, come dice Gardner, Maria aveva il consenso di Gesù a raggiungerlo, perché Marta va di nascosto da lei? In realtà Maria è letteralmente sconvolta tanto che una volta raggiunto Gesù gli si getta ai piedi piangendo suscitando la sua forte commozione (Gv 11, 33).

Inoltre, per quanto riguarda i due episodi delle cosiddette “unzioni” in nessuno compare la figura della Maddalena. Nell’episodio di Luca 7, 36-50 si fa riferimento solo ad una donna sconosciuta della citta in cui Gesù soggiornava, che viene perdonata e rimandata in pace. La Maddalena, invece, come già detto precedentemente, viene indicata da Luca nel capitolo immediatamente successivo, facente parte, assieme ad altre donne, del seguito di Gesù. Nell’altro episodio riportato sia in Matteo 26, 6-13 che in Giovanni 12, 1-8 la protagonista del gesto è Maria di Betania, la sorella di Lazzaro e Marta. Inoltre questo gesto di Maria di Betania non ha alcun riferimento ad un matrimonio, ma è una gesto simbolico della sepoltura di Gesù.

L. Gardner parla di un decreto ecclesiastico del vescovo di Alessandria, Clemente (150 - 215 d.C.), che avrebbe rimosso la “prova” del matrimonio di Gesù escludendo la narrazione della risurrezione di Lazzaro dal vangelo di Marco. In questo vangelo “segreto” L. Gardner suppone ci siano dei riferimenti espliciti al matrimonio di Gesù. Questo “decreto” sarebbe stato riportato da un monaco su un antico manoscritto, inserito in un libro del VII secolo, e scoperto nel 1958 nel monastero di Mar Saba, in Palestina, da un professore di storia antica alla Columbia University, USA, un certo Morton Smith. Questo manoscritto riporterebbe il frammento di una lettera in cui Clemente Alessandrino, rivolgendosi ad un certo Teodoro lo mette in guardia dalle dottrine eretiche della setta gnostica dei Carpocraziani. Costoro avrebbero adulterato alcuni passi del vangelo di Marco inserendo episodi e frasi compromettenti sulla vita di Gesù.

L. Gardner, però, parla di cose che non conosce o che, ad arte, riporta in modo parziale. In realtà Morton Smith, studioso alquanto controverso, allude alla scoperta di un vangelo “segreto” di Marco in cui Gesù non risuscita Lazzaro, perché è ancora vivo, e resta con lui tutta la notte per “accudirlo” ed “insegnargli” i misteri del Regno di Dio. Secondo Morton Smith si ha qui la prova che Gesù era a capo di una setta esoterica dedita a pratiche rituali di magia sessuale di tipo omosessuale ("Morton Smith e la truffa del vangelo segreto di Marco. Un libro scuote il mondo accademico americano" Massimo Introvigne. www.cesnur.com). E’, quindi, totalmente assurdo, citare i lavori di Morton Smith per provare il matrimonio di Gesù. Agli “smithiani”, i seguaci di Morton Smith, di scontati gusti sessuali, non poteva piacere di certo un Gesù sposato con prole. 

Questa storia così assurda da risultare perfino divertente ha, però, un finale scontato. Morton Smith nel presentare la sua scoperta lo fece mostrando solo le foto di tale documento asserendo che l’originale era andato perduto. Il fatto che non esisteva alcun riscontro da altre fonti dell’esistenza di un vangelo “allargato” di Marco, che l’unica prova della sua esistenza fossero le foto scattate da Morton Smith e che, quindi, non si potesse sottoporre l’originale ad analisi più approfondite cominciò a destare diverse perplessità presso la comunità scientifica. Fatalmente, poco tempo fa, è stato pubblicato un lavoro di Stephen C. Carlson intitolato “The Gospel Hoax. Morton Smith’s Invention of Secret Mark" (cioè: “La Truffa del Vangelo. Morton Smith e l’invenzione del Vangelo Segreto di Marco") edito dalla Baylor Univesity Press di Waco, nel Texas, USA, in cui, con dovizia di prove viene dimostrato che il manoscritto è un falso. 

La Baylor University è una delle più importanti università statunitensi, una vera e propria autorità mondiale nel campo delle scienze religiose che pubblica l’”Interdisciplinary Journal of Research on Religion”, unanimemente considerata la più autorevole rivista accademica onine nel settore degli studi sulle religioni, e Stephen C. Carlson un avvocato specializzato in contraffazioni e documenti falsi. Egli si è avvalso di tecniche investigative sconosciute negli anni ’50, come l'analisi grafologica, l'esame ottico delle muffe presenti sui fogli, ecc…, ed anche l'analisi lessicale che ha permesso di accertare che nel documento si rinvengono stilemi e modi di esprimersi che, effettivamente, sono propri di Clemente di Alessandria, ma in una quantità esagerata. Nel breve testo riportato se ne possono individuare a decine, mentre normalmente nelle opere di Clemente ricorrono una volta ogni due, tre frasi. Tutto ciò dimostra efficacemente non solo che il testo è stato prodotto nel XX secolo e che, quindi, non è del VII secolo, ma che l’autore del falso è lo stesso Morton Smith. Ciò è attestato dalle prove calligrafiche e da numerosi riferimenti occulti a se stesso inseriti per vanità nel testo. Il libro di S. C. Carlson ha ottenuto le migliori recensioni dai più illustri esperti del settore e causato un vero e proprio terremoto in gran parte del mondo accademico americano che inizialmente aveva accolto in modo entusiastico il “lavoro” di Morton Smith reputando molto “politicamente corretta” l’idea di ritrovare l’omosessualità tra i primi cristiani. 

Povero L. Gardner, la sua “prova inconfutabile” si è sciolta come neve al sole.

venerdì 10 marzo 2017

La prepotenza del laicismo e i diritti negati ai bambini

Si registra, purtroppo, un altro pericolosissimo attacco della lobby laicista in Italia contro i diritti dei più deboli. Il Tribunale dei minori di Firenze con una sentenza che ha dell’incredibile ha stabilito la trascrizione anche in Italia dei provvedimenti emessi da una Corte britannica riconoscendo così l’adozione di due bambini da parte di una coppia di persone omosessuali.

Nonostante che il confronto democratico sul DDL Cirinnà riguardante le unioni civili abbia escluso l’adozione da parte di coppie di persone omosessuali ed anche la cosiddetta “stepchild adoption” cioè la possibilità di adottare il figlio del proprio partner con cui si è uniti civilmente o sposati, i giudici, in barba a quanto stabilisce la Costituzione, hanno tranquillamente prevaricato i confini della loro competenza e si sono bellamente infischiati dell’opinione della società civile, per ergersi al ruolo del legislatore. 

In Italia non esiste la possibilità di adozione da parte di una coppia di persone omosessuali, quindi come è possibile per i giudici fiorentini riconoscere un’adozione del genere solo perché deriva da un “atto validamente formato in un altro Paese dell'Unione Europea”? Tutte le leggi vigenti nei Paesi dell’UE sono forse valide anche in Italia? Certo che no. Quindi?

Nel loro delirio di onnipotenza i giudici hanno il coraggio, ma direi piuttosto la sfrontatezza, di affermare che la coppia di persone omosessuali in questione "si tratta di una vera e propria famiglia e di un rapporto di filiazione in piena regola che come tale va pienamente tutelato". Accidenti! Non sapevo che per fare il giudice bisognasse essere anche degli scienziati nel campo della psicologia sociale e dell’adozione. Ma il giudice, in realtà, non nessuna di tali competenze, quindi come fa a stabilire che una coppia di persone omosessuali possano costituire una famiglia? D’altronde la nostra Costituzione parla molto chiaro, infatti all’art.29 si legge: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Società naturale, quindi quella, e solo quella, formata da un uomo ed una donna, cioè l’unica società di individui in grado di produrre, accogliere e formare una vita umana.

Ma c’è di più. Con questa sentenza i giudici, di fatto, pongono una pietra tombale sul diritto di ogni bambino di avere un padre ed una madre, cioè i suoi genitori naturali. Perché questo diritto non vale niente? Se i bambini non hanno diritto ad avere i propri genitori, perché mai i genitori dovrebbero avere il diritto di tenere i propri figli? E’ a questo che porta l’assurda logica dei giudici fiorentini: una non-logica che si basa sul diritto al relativismo, trasformando ogni proprio desiderio in un diritto. In pratica siamo alla la legge della jungla dove il più forte, cioè l’egoismo di ritenere un diritto avere figli, prevale sul diritto, quello vero, del più debole, cioè quello dei bambini ad avere un padre ed una madre.

Certamente sulla decisione dei giudici ha pesato la necessità di dover trovare la soluzione meno traumatica per i poveri bambini, ma da questo a pontificare su identità della famiglia e diritti inesistenti ce ne corre! Una sentenza gravissima che supera le competenze del Parlamento, il quale non è più sovrano nel disciplinare queste situazioni, ma che, oltretutto, inserisce nel nostro ordine pubblico culture e riferimenti che non vi fanno parte.

martedì 7 marzo 2017

Il fenomeno Biglino

Ho deciso di dedicare una sezione del mio blog al “fenomeno” Mauro Biglino, un sedicente studioso ed esperto di storia delle religioni (così viene qualificato sul suo blog), che sta riscuotendo un sorprendente successo internettiano. Biglino pubblica anche molti libri, ma ad avere un grosso seguito sono i numerosi video che posta su Youtube sulle sue conferenze che tiene in ogni parte d’Italia ed anche all’estero. A sentire i suoi tanti ammiratori e seguaci, Biglino avrebbe finalmente portato una parola di verità e chiarezza sull’esatta interpretazione della Bibbia. Per la maggior parte di loro le “scoperte” di Biglino riescono a smascherare l’inganno della Chiesa e dei rabbini ebraici (sic) che avrebbero interpretato falsamente la Bibbia per raggirare moltitudini di poveri credenti. 

Di Biglino e delle sue fantasie non sarebbe neppure molto serio interessarsene, lo studioso torinese non può vantare alcun titolo accademico, non ha al suo attivo alcuna pubblicazione scientifica. Biglino, nel suo studio della Bibbia, arriva ad affermare che la Scrittura parli in realtà di extra-terresti ed oggetti volanti, il che lo qualifica più come uno scrittore di fantascienza del filone paleoastronautico, piuttosto che uno scienziato. Può vantare solo una collaborazione come traduttore di ebraico biblico ad un progetto editoriale delle Edizioni San Paolo eseguendo la traduzione interlineare, cioè la semplice traduzione dei singoli termini. Un tipo di lavoro che è preliminare per l’opera successiva degli esegeti che realizzano il testo tradotto finale coerente con il contesto.

Completamente ignorato dalla comunità scientifica accademica e dagli addetti ai lavori, Biglino raccoglie invece entusiastici consensi tra il pubblico comune che, pur essendo completamente digiuno della materia, non si fa alcun problema a credere a tutte le sue assurdità. La formula è, in fondo, molto semplice, ricalca quella di tante altre operazioni del genere, prima fra tutte l’iniziativa di Dan Brown e del suo “Il Codice da Vinci”: basta presentarsi con una nuova verità sul significato delle Scritture che sarebbe stata nascosta dalla Chiesa per la sua brama di potere e controllo, ed il successo è garantito.

L’abilità indiscutibile di Biglino è certamente quella di presentare le sue teorie con un’ottima abilità oratoria e con la capacità di ammantarle di una consistenza scientifica. Nello studio della Bibbia afferma di applicare il metodo di considerare valido ciò che trova letteralmente scritto senza procedere con interpretazioni o con l’utilizzo di strumenti esegetici. Ma è proprio tale impostazione il suo più grosso limite, l’interpretazione letterale è sempre incompleta ed inadatta. In genere la semplice traduzione di una parola non fornisce il suo vero senso se non viene considerata nel contesto dell’intera frase e in coerenza con il concetto espresso. Biglino utilizzando il testo masoretico della Biblia Hebraica Stuttgartensia, una copia pressoché identica del Codice di Lelingrado, contesta la traduzione ufficiale del testo ebraico in uso presso le comunità ebraiche e cristiane fornendo una sua propria traduzione che a suo dire sarebbe quella più corretta. Il problema risiede nel fatto di capire come faccia Biglino ad affermare una cosa del genere ponendosi al di sopra di traduzioni antichissime come la Settanta, la Vulgata o la Peshitta. In realtà Biglino lavora molto di fantasia commettendo errori di grammatica e palesando gravi carenze esegetiche e storiche. Non viene revisionato solo l’antico Testamento, ma Biglino si spinge anche a criticare il nuovo Testamento e la tradizionale figura di Gesù che traspare dai vangeli. Qui la critica di Biglino si fa più convenzionale riproponendo i soliti temi della non storicità del Cristo della fede.

Come già detto le teorie di Biglino, essendo talmente sconclusionate e senza alcuna decente base scientifica, hanno suscitato uno scarsissimo interesse presso la comunità scientifica accademica, ma moltissime persone restano interdette davanti alle sue argomentazioni e non trovano in rete valide, convincenti ed accessibili confutazioni. Per questo motivo, al solo scopo di fare chiarezza e di fornire un servizio che, spero, sia utile a coloro che vogliano vederci più chiaro, analizzerò le affermazioni più comuni di Biglino, tratte dai suoi video rintracciabili senza difficoltà su You tube. Non mi resta, quindi, che darvi appuntamento al prossimo post sul tema.

martedì 28 febbraio 2017

La riflessione sull'eutanasia

In Italia, in questi giorni, sta imperversando il discorso sui temi riguardanti il fine vita, l’eutanasia e la sua regolamentazione. Il tutto è dovuto alla tristissima vicenda di Fabiano Antoniani, noto come Dj Fabo, rimasto tetraplegico in seguito ad un grave incidente, che, recatosi in Svizzera, ha posto fine alla sua vita con una eutanasia assistita, pratica che in quel paese è legale. L’opinione pubblica laica, favorevole all’eutanasia, è così tornata all’attacco per sollecitare una legge che introduca nel nostro ordinamento la possibilità di poter disporre della propria vita fino alle estreme conseguenze. Si tratterebbe di una decisione di gran rilievo, in quanto verrebbero sconfessati nuovamente (la prima legge a farlo è stata quella sull’interruzione volontaria della gravidanza) i principi di inviolabilità della vita umana su cui si basa la nostra Carta Costituzionale. 

Tra i tanti pareri espressi e le opinioni più diffuse dal mondo laico a favore di una tale legge ho voluto confrontarmi con il pensiero di una persona di grandissima cultura, il noto magistrato Carlo Nordio che dalle pagine del quotidiano romano “Il messaggero” ha voluto denunciare il “groviglio ideologico” che, a suo parere, bloccherebbe le leggi sull’eutanasia. Secondo Nordio la questione si concentrerebbe su tre temi: quello etico, quello giuridico e quello economico. 

Dal punto di vista etico Nordio, nel suo articolo, afferma che è la Chiesa a definire la vita umana un bene indisponibile in quanto dono di Dio. Il magistrato però obietta che chi riceve un dono può farne ciò che vuole, altrimenti non si tratterebbe più di un regalo, ma al massimo di un prestito. Obiezione, a mio parere, alquanto debole. Con la vita umana non stiamo parlando di un semplice dono, di una scatola di cioccolatini o un dopobarba, che se non piace si butta, ma per i cristiani si tratta di un dono di Dio, un bene prezioso a cui bisogna riservare una particolare considerazione. E’ come un prezioso tesoro, tipo il Colosseo di Roma, un’eredità del passato, un dono per la città. Il Comune non può certo venderlo ad acquirenti facoltosi o abbatterlo per costruirci un centro commerciale, scatenerebbe una protesta generale. Per Nordio, invece, l’etica laica ha sempre accettato l’idea del suicidio considerandola lecita e per provarlo cita tutta una serie di suicidi fin dall’epoca degli antichi greci. Dimentica, però, il magistrato che qualsiasi ordinamento giuridico, compreso quello degli antichi, ha sempre limitato, ed anche ritenuto illecita, tale pratica. Non si deve confondere la norma etica con i comportamenti messi in atto.

Dal punto di vista giuridico Nordio pensa che il nostro codice penale punisca il suicidio assistito perché in contrasto con l’ideologia fascista che riteneva il cittadino “un suddito sottomesso alle funzioni dello Stato”. E tale impostazione, sempre secondo Nordio, avrebbe costituito quel dato comune con il comunismo ed il cattolicesimo che ha permesso l’esistenza di un codice penale che ancora condanni l’eutanasia dopo settant’anni di Repubblica. A mio parere, invece, fascismo, comunismo e cattolicesimo non c’entrano niente, ma credo che tanta parte di tale impostazione ci derivi dalle nostre comuni radici cristiane. Proprio quelle che il laicismo di affanna a negare e che, invece, permeano tutta la nostra visione sociale della vita. Se consideriamo un orrore la pena di morte, se la pena inflitta è sempre volta alla riabilitazione del reo, se siamo così sensibili alle politiche sociali di aiuto dei meno abbienti, tutto ciò è dovuto al fatto che la nostra società si è formata e coagulata attorno ad una impostazione cristiana della realtà, dove l’uomo è al centro di tutto e la sua vita considerata come un qualcosa di sacro che va difeso e protetto. 

Infine, Nordio tratta la questione anche da un punto di vista economico ritenendo uno scandalo che il povero Fabiano Antoniani si sia dovuto pagare le spese per andare a morire. Penso che con questo il magistrato abbia voluto auspicare che l’eventuale eutanasia divenuta legale debba essere a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Ma questo implicherebbe una legge che rendesse lecito il ricorso all’eutanasia e che, quindi, considerasse come un diritto la scelta di voler morire. Tutto ciò non esiste, almeno per ora, in Italia, quindi mi sembra quantomeno prematuro scandalizzarsi. Ciò che a mio modo di vedere sarebbe veramente scandalizzante é una legge che riconosca un diritto a morire. Come può essere concepito un diritto del genere? La nostra Costituzione contempla un diritto alla vita, non alla morte. 

Fragili, ingenue e tragiche al tempo stesso. Così mi sono sembrate le argomentazioni di una delle menti più illuminate a favore dell’eutanasia. La carenza più vistosa mi è sembrata l’assoluta incapacità di considerare la vita umana per come viene definita dalla nostra Costituzione, cioè un valore fondamentale. Se la vita umana è tale come può essere relativizzata da una opinione personale? Se la vita ha valore solo se ne vale la pena di essere vissuta, la vita stessa perde di valore e viene meno un cardine fondamentale della nostra Carta Costituzionale. Non può esistere un diritto a morire, perché sarebbe un falso diritto in quanto distruggerebbe ogni altro diritto. Ogni uomo ha diritto ad essere amato, non abbandonato alla sua disperazione. E’ per quella che si arriva a desiderare la morte. Nel triste caso di Fabiano Antoniani lo scandalo non è stato quello di aver dovuto cercare la morte in Svizzera, ma di non aver trovato quell’amore che gli avrebbe impedito di considerare la vita un peso.

venerdì 24 febbraio 2017

Il laicismo di Zingaretti calpesta democrazia e diritti

Sconcertante è stata la notizia di ieri dell’assunzione di due medici da parte del nosocomio romano San Camillo, da destinare ai reparti di ostetricia e ginecologia, col requisito di avere delle caratteristiche etico-professionali ben precise. Infatti i due medici assunti hanno dovuto promettere di non essere obiettori di coscienza e, quindi, di non frapporre alcuna obiezione etica nell’operare una interruzione di gravidanza e di continuare ad esserlo per alcuni anni. 

Ma ad essere ancora più sconcertanti sono state le dichiarazioni del presidente Nicola Zingaretti che ha fortemente voluto tale concorso. Nel suo delirio il governatore del Lazio è arrivato ad affermare che tale concorso si sarebbe reso necessario per garantire la piena applicazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza e tutelare al meglio il diritto alla salute della donna. 

Siamo di fronte ad un’altra dimostrazione di assoluto spregio della democrazia da parte del laicismo, l’ennesimo tentativo di superare i canali democratici per imporre una visione volgarmente dittatoriale. Con la scusa di tutelare il diritto alla salute della donna, si introduce una vera e propria discriminazione tra chi legittimamente esercita il diritto all’obiezione di coscienza e chi, invece, non lo fa.

L’idea di un concorso simile è semplicemente aberrante, se n’è accorto perfino il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che ha giustamente fatto ricordare come la Legge non prevede questo tipo di selezione e che se una struttura avesse problemi di fabbisogno di personale medico per la piena attuazione della legge 194 ha la facoltà di attingere in mobilità da altro personale. E’ opportuno, infatti, ricordare quanto il ministro Lorenzin ha relazionato al Parlamento sul regime delle interruzione di gravidanza in Italia. In 30 anni le interruzioni sono scese di 131216 unità e il numero dei medici non obiettori è sufficiente per la piena attuazione della legge 194.

Ma a mio modo di vedere la cosa più grave è l’odiosa discriminazione che devono sopportare i medici obiettori per il solo fatto di esercitare un loro diritto costituzionale. L’obiezione di coscienza è un diritto fondamentale della persona e non può in alcun modo essere un requisito per partecipare ad un concorso pubblico. E’ semplicemente assurdo sfavorire chi esercita un proprio diritto e favorire chi sceglie di non esercitarlo. C’è, poi, da sottolineare che non è possibile costringere una persona a far tacere la propria coscienza. La libertà di coscienza è un diritto inalienabile e può essere esercitata in qualsiasi momento. La negazione di esercitare un diritto non può essere un requisito per l’assunzione.

Ma per i laicisti come Zingaretti è questo il metodo normale di procedere: calpestare la democrazia e i diritti della persona per imporre la propria deleteria visione. Che, in questo caso, è una visione di morte.

lunedì 20 febbraio 2017

Un testo di legge sul fine vita che nasconde l'eutanasia.

Oggi in aula alla Camera dei Deputati è prevista la votazione del testo della legge sul fine vita, più propriamente “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari”. Nel silenzio generale dei telegiornali, o solo appena alcuni trafiletti sui principali media, nei giorni scorsi si è registrata la forte protesta del mondo cattolico sul tentativo di introdurre l’eutanasia con l’attuale testo della legge in discussione.


Questo testo, infatti, nonostante espliciti che il rifiuto del trattamento sanitario o l'interruzione “non possono comportare l'abbandono terapeutico”, arriva alla mostruosità di considerare come “trattamenti sanitari” l’interruzione della nutrizione e la disidratazione. L’articolo 1 comma 5 prevede, infatti, che “ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere ha […] il diritto di revocare in qualsiasi momento il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l'interruzione del trattamento, ivi incluse la nutrizione e l'idratazione artificiali”.

Siamo alle solite, le forze laiciste tentano in ogni modo di imporre l’eutanasia e per farlo non esitano ad utilizzare ogni via traversa e a calpestare il valore della vita umana. Per Luca Moroni, presidente della FCP (Federazione Cure Palliative), ad esempio, occorre sancire il diritto del malato di rifiutare qualsiasi trattamento, compresa la nutrizione e l’idratazione artificiale. Ma come è possibile considerare la nutrizione e l’idratazione dei trattamenti sanitari? Si tratta di un vero e proprio stravolgimento della realtà oggettiva. Dare da mangiare e da bere sono gesti d’amore che non possono essere sottratti a nessuno, la vita dipende da tali azioni, negarle perché considerate alla stregua di un accanimento terapeutico equivale a distruggere la vita come valore universale. Ma c’è di più, l’articolo 1, comma 7 del testo di legge in discussione dispone che: “il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente e in conseguenza di ciò è esente da responsabilità civile o penale”, quindi questo testo di legge considera il medico alla stregua di un fantoccio infischiandosene delle sue funzioni deontologiche che sono, invece, mirate alla cura e protezione della vita, proponendosi, in questo modo, di negare il suo sacrosanto diritto all’obiezione di coscienza.

Negazione del valore fondamentale della vita umana, negazione del valore umano dell’assistenza più basilare, negazione della dignità umana, negazione della dignità deontologica del medico e negazione del suo diritto all’obiezione di coscienza. Sono questi i tristi e violenti tratti dell’azione laicista.

lunedì 13 febbraio 2017

Parte XVII – La caccia alle streghe

Nel minestrone di inesattezze e luoghi comuni preparato da D.Brown, ispirato al più becero anticattolicesimo, non poteva mancare lo scontato riferimento all’Inquisizione e alla caccia alle streghe. A pag. 150 de “Il Codice da Vinci” si legge: «La sua brutale [della Chiesa] crociata per “rieducare” le religioni pagane e il culto della femminilità era durata per tre secoli e aveva impiegato metodi astuti e orribili […] In trecento anni di caccia alle streghe, la Chiesa aveva bruciato sul rogo la sorprendente cifra di cinque milioni di donne».

Veramente un gioco sporco quello di D. Brown, costui, per avvalorare le sue assurde teorie complottistiche, non esita ad usare argomenti oscuri e controversi della storia della Chiesa con lo scopo inconfessato di generare un facile sentimento anticattolico. Il risultato di questa penosa operazione è, però, ancora una volta, la dimostrazione della sua profonda ignoranza. Inevitabilmente non c’è alcunché di vero nelle sue affermazioni. Innanzitutto la cifra che riporta è totalmente assurda. Gli studiosi del fenomeno riportano dati molto più contenuti. Secondo gli studi di Brian O. Levack, forse il massimo studioso mondiale sul fenomeno, cui ha dedicato circa vent’anni di ricerche negli archivi di tutta l’Europa, i processi per stregoneria in Europa nell’arco di oltre tre secoli sono stati circa 110 mila e di questi la conclusione con condanne a morte è stata inferiore al 60% (Brian O. Levack “La caccia alle streghe” Texas 1987, Laterza Bari 1988). Quindi le vittime sono state al massimo 60–65 mila. Si tratta certamente di una cifra drammatica, ma ben lontana da quella propinata da D. Brown, che sembra ignorare la più elementare demografia. Per avere un quadro più preciso ed esaustivo del fenomeno rimando il lettore al seguente articolo

Il fenomeno della caccia alle streghe è un doloroso episodio della storia della chiesa, ma ebbe motivazioni e sviluppi che non sono quelli riportati dal “Il Codice da Vinci”. In realtà la pratica della magia e della stregoneria è esistita in ogni tempo. Le paure ancestrali dell’uomo, originate dalla sua ignoranza nel capire la natura del mondo che lo circondava, hanno da sempre giustificato il ricorso al mondo dell’occultismo. Quando, però, nel XIV secolo il proliferare delle sette demoniache ha incominciato ad assumere il carattere di una vera e propria influenza del potere satanico nella vita della società, l’unica autorità morale di allora, la Chiesa Cattolica, intervenne per arginare il fenomeno, reprimere le eresie che minavano l’ortodossia della fede ed assicurare a moltissimi infelici un processo giusto evitandogli il linciaggio da parte della folla ignorante e superstiziosa. Purtroppo questo significò il ricorso alla pena di morte e così iniziarono le esecuzioni capitali. Nei secoli successivi, XV-XVII, il fenomeno ebbe uno sviluppo incontrollato, l’incapacità di dare una spiegazione scientifica ai fenomeni fuori dall’ordinario, la paura che attanagliò le popolazioni afflitte dalle frequenti epidemie di peste, i fenomeni di allucinazione collettiva dovuti alle tensioni sociali, alle guerre di religione e, soprattutto, alla predicazione religiosa protestante, che insisteva eccessivamente sulla potenza del male, determinarono una vera e propria psicosi. Quello che D. Brown non dice, infatti, è che la caccia alle streghe ebbe il carattere maggiormente repressivo nei paesi Protestanti come la Germania e, soprattutto, la Scozia. Altro dato ignorato da D. Brown è che a partire dal XV secolo i tribunali ecclesiastici vengono sostituiti da quelli laici, infatti è opportuno ricordare che la stragrande maggioranza dei processi per stregoneria è stata celebrata proprio presso tribunali laici. La maggioranza delle condanne è stata, dunque, comminata da giudici laici che non avevano niente a che vedere con la chiesa. Certamente in alcuni casi resta indubbia la responsabilità della Chiesa Cattolica che in talune occasioni non ha vigilato a dovere, ma occorre anche considerare che in quel periodo il potere laico riusciva ad essere molto forte e non facilmente controllabile dai papi. 

A noi, osservatori del XXI secolo, questa vicenda suscita orrore e sconcerto, ma se vogliamo capire quel determinato momento storico bisogna abbandonare la nostra visuale per calarci in quella dell’Europa del XIII – XIV secolo. La vita di allora era caratterizzata da insicurezze di ogni tipo: sociali, politiche, economiche. Al di fuori delle classi dominanti non esisteva il benessere, si viveva costantemente tra le sofferenze causate dalle malattie o dalla mancanza di cure mediche e, soprattutto, si moriva presto e il più delle volte per cause banali (infezioni e setticemie). L’unica certezza, per quelle società teocratiche, erano Dio, la Chiesa e la speranza di una vita migliore nel Regno dei Cieli. Appare, quindi, inevitabile una forte reazione verso chiunque potesse mettere a repentaglio tali prospettive. Purtroppo anche il ricorso alla pena di morte ed alla tortura era, in quei tempi, ancora considerato un normale modo di procedere nell’amministrazione della giustizia. 

Nell’anno 2000, comunque, durante il grande Giubileo, il Papa Giovanni Paolo II, reputando gravi le colpe della Chiesa Cattolica nei confronti della donna, ha solennemente chiesto perdono.

giovedì 2 febbraio 2017

Il mito della superiorità della cultura araba islamica

Uno dei miti maggiormente diffusi della storiografia più comunemente accettata, ossia quella prodotta dalla visione nettamente anticristiana ed anticattolica sorta in età illuminista, sarebbe la supposta superiorità della cultura islamica su quella cristiana. Tale convinzione nacque dal pregiudizio che voleva l’Europa cristiana precipitata in uno stato di forte arretratezza culturale dovuto all’oscurantismo ed alla grettezza della Chiesa di Roma, mentre il mondo islamico eccelleva nelle scienze e nel progresso. 


Secondo il famoso filosofo ginevrino Rousseau, illuminista vissuto nel XVIII secolo, “L’Europa era ricaduta nella barbarie delle ere più antiche” (In Peter Gay “The Enlightenment” W.W. Norton, New York 1966), l’illuminista Voltaire era convinto che dopo la caduta dell’Impero romano “la barbarie, la superstizione, l’ignoranza ricoprirono il volto della terra” (Voltaire “The best known works of Voltaire” The Book League, New York 1940) ed anche il famoso storico Edward Gibbon, massone ed anticlericale del XVIII secolo, bollò quel periodo come “l’epoca del trionfo della barbarie e della religione cristiana” (Edward Gibbon “Declino e caduta dell’impero romano”, Mondadori, Milano, 1998). Questa impostazione s’è fatta sentire anche nelle opere di alcuni storici moderni, come Daniel Boorstin o William Manchester, secondo i quali i cosiddetti “secoli bui”, cioè il periodo successivo alla caduta dell’impero romano, furono caratterizzati dall’oppressione e dall’oscurantismo delle autorità del mondo cristiano che formarono una barriera allo sviluppo delle conoscenze.

Tutte queste affermazioni nascono da un evidente malafede che è stata alimentata da un palese sentimento anticlericale. Un esempio eclatante è la convinzione ancora ben radicata che il periodo storico di maggiore civiltà e progresso che abbia mai visto la Sicilia sia stato quello durante la dominazione araba. In realtà si tratta di uno dei falsi più clamorosi della storiografia moderna ad opera dell’erudito, ma falsario, Giuseppe Vella che nel XVIII secolo fabbricò un documento falso con cui giustificava la dominazione musulmana dell’isola. Tutto ciò faceva nascere il mito della Sicilia islamica, isola di concordia e progresso scientifico-culturale. Fondandosi su tale documento il famoso storico Michele Amari, convinto anticlericale e massone, perpetuò negli anni successivi il mito del periodo d’oro islamico. La storiografia moderna, con storici più obiettivi come Alessandro Vanoli, Salvatore Tramontana, ecc… ha dimostrato che in Sicilia i musulmani si comportarono come un qualsiasi vincitore che si è insediato con la forza strappando il dominio ai popoli locali. Infatti la dominazione islamica fu rigida e tutta protesa all’islamizzazione dell’isola con la creazione di un califfato islamico, la distruzione di chiese e sinagoghe e la dura sottomissione delle comunità cristiane ed ebraiche. Fu applicato l’”Aman”, un editto del califfo Omar, personaggio tristemente famoso per aver incendiato la biblioteca di Alessandria, uno dei più grandi delitti contro l’umanità. Vi erano elencati tutta una serie di obblighi e divieti, molti dei quali estremamente pesanti ed umilianti, cui erano sottoposti i dhimmi, cioè i non musulmani che vivevano nell’isola, cioè gli ebrei e i cristiani. 

Va, comunque, detto che nel mondo islamico si verificarono numerosissimi casi in cui, nonostante la condizione di “dhimmitudine”, i cristiani riuscivano a divenire persone influenti con posizioni di potere. Ma ciò non fu dovuto ad una particolare tolleranza della società islamica verso i non credenti, ma al fatto che tali persone di cultura e formazione cristiana erano in grado di fungere come abili amministratori e di ricoprire validamente cariche di governo, benché ciò fosse vietato dalla legge islamica (Moshe Gil “A History of Palestine, 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge, 1992, p.470). 

Quello della superiorità della cultura islamica rispetto all’Europa cristiana dei “secoli bui” è un vero e proprio mito. In realtà la raffinata cultura araba islamica fu mutuata da quella dei popoli che furono assoggettati. E’ stata la cultura greco-giudaica-cristiana di Bisanzio a fornire la base per il fiorire delle conoscenze arabe. I progressi tecnologici del mondo arabo non furono dovuti che alle straordinarie conoscenze delle comunità cristiane, come quelle copte o nestoriane, di quelle persiane e hindu. Tutte popolazioni che finirono per essere inglobate dalla marea islamica. La più antica opera scientifica in lingua araba, ad esempio, è stato un trattato di medicina composto da un presbitero cristiano ad Alessandria (Samuel Hugh Moffet “A History of Christianity in Asia” Vol. I, Harper, San Francisco, 1992, p. 344). Inoltre, come spiega lo storico Marshall Hodgson, gli eruditi dhimmi tendevano a conservare la propria identità nazionale e l’originaria professione di fede senza confondersi con l’elemento arabo e ciò fa ridimensionare notevolmente il valore della tanto favoleggiata cultura araba (Marshall Hodgson “The Venture of Islam: Conscience and History in a World Civilization” Chicago University Press, Chicago 1974, p. 298). Persino la famosa architettura araba non fu che l’opera di architetti di cultura dhimmi che seppero adattare alle esigenze islamiche modelli tipici dell’arte persiana e bizantina (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio”, Lindau, 2010, p.84). Ad esempio la grande Moschea della Roccia, riconosciuto capolavoro dell’architettura “islamica”, non fu altro che l’opera di architetti e artigiani bizantini ingaggiati dal Califfo Abd al Malik (Teddy Kollek, Moshe Pearlman ”Pilgrims to the Holy Land” Harper and Row, New York 1970, p.59). Sono molto poche le conquiste scientifiche che possono essere fatte risalire agli arabi, lo stesso Avicenna, il più autorevole scienziato e filosofo musulmano, era persiano. La portentosa, per quei tempi, medicina “araba” era frutto della scienza dei cristiani nestoriani, l’avanzatissima matematica degli arabi era, in realtà, il prodotto dell’ingegno persiano e siriaco. Basti pensare che i cosiddetti numeri arabi hanno in realtà un’origine hindu, cioè indiana. Il tanto celebrato concetto dello “zero” non è affatto arabo, ma appartiene allo straordinario sistema numerico hindu (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio”, Lindau, 2010, p.85).

Certamente alla cultura araba musulmana va molto riconosciuto: dalla profonda conoscenza degli autori classici agli straordinari contributi nel campo della matematica e dell’astronomia, ma non è possibile storicamente considerarla superiore alla cultura dell’Europa medioevale cristiana. Anzi la dominazione islamica, anche nel momento del suo più alto culmine, ha sempre patito un’evidente arretratezza dal punto di vista tecnologico. Rispetto agli islamici gli europei disponevano di risorse e invenzioni di importanza fondamentale, come una migliore cantieristica navale, migliori trasporti, migliori sistemi di coltivazione, avevano migliori e più micidiali armi, come le balestre, migliori armature e fanterie maggiormente addestrate. Tutto ciò spiega come sia stato possibile che i crociati abbiano potuto percorrere migliaia di chilometri, sconfiggere un nemico numericamente molto superiore ed impegnare validamente l’intero mondo islamico fino a quando l’Europa è stata in grado di assicurare loro le risorse necessarie (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio”, Lindau, 2010, p.107). Tutto ciò è stato possibile, contrariamente a quanto affermano le fandonie anticlericali illuministe, perché la filosofia cristiana medioevale era ben lungi dall’essere oscurantista, ma metteva in risalto l’armonia, l’ordine, la proporzione, cioè la razionalità del creato ed è proprio grazie a questa visione di Dio, del cosmo e dell’uomo, che nacque la scienza. Questa impostazione determinò la nascita della scienza moderna e l’avvento dei più grossi scienziati dell’era moderna, come i francescani Roberto Grossatesta e Ruggero Bacone, il sacerdote Niccolò Copernico, il vescovo Niccolò Stenone, padre della geologia e della paleontologia, gli astronomi cristiani Galileo Galilei e Keplero e tanti altri. 


Bibliografia 

R. Pernoud “Medioevo, un secolare pregiudizio” Editore Bompiani 2001;
R. Pernoud “Luce del Medioevo” Editore Gribaudi 2002;
J. Le Goff, “Un lungo Medioevo”, Dedalo 2006;
R. Stark “Gli eserciti di Dio”, Lindau, 2010;
S. Tramontana “L’isola di Allah. Luoghi, uomini e cose di Sicilia nei secoli IX-XI”, Einaudi, 2014;
A. Vanoli “La Sicilia Musulmana” Il Mulino, 2016.

mercoledì 25 gennaio 2017

L'importanza del successore di Pietro

I vangeli dimostrano chiaramente come Gesù abbia voluto affidare a Pietro il ruolo specifico di guida dell’intero collegio apostolico. Per avere un riscontro ampio e dettagliato di tale affermazione rimando il lettore al seguente link. Ma i non cattolici o i critici in genere del primato della Chiesa di Roma mi fanno notare spesso che i vescovi di Roma del primo e secondo secolo non ebbero mai alcuna pretesa del genere.


Citano sovente il passo della lettera ai Galati al capitolo 2, versetto 7, dove Paolo afferma di essere stato inviato ai pagani e che Pietro venne inviato agli Ebrei. Perché mai bisogna vedere in Pietro il pastore universale della Chiesa se ha ricevuto la sola responsabilità dei giudeo-cristiani?

In effetti dal martirio di Pietro (circa 67 d.C.) fino all’avvento di papa Vittore (189 d.C.) l’operato dei vari vescovi di Roma che si sono succeduti ha lasciato poche tracce, quindi non è ben chiaro il ruolo che essi hanno ricoperto nel quadro della Chiesa universale. Esiste, però, un documento molto importante che è la lettera scritta da Clemente, il vescovo di Roma, attorno al 95 d.C., con cui intervenne all’interno della comunità cristiana di Corinto. Da questa lettera si può intuire un ruolo di guida che già nel primo secolo veniva riconosciuto al vescovo di Roma. E’ con Ireneo di Lione che abbiamo la certezza della considerevole reputazione della Chiesa di Roma. In una sua opera contro le eresie, scritta attorno al 185 d.C., il vescovo Ireneo, discepolo di san Policarpo, la nomina come “la chiesa più grande e antica, a tutti nota, fondata e costituita in Roma dai gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo”, affermando anche che “con questa chiesa, in ragione della sua autorità superiore, deve accordarsi ogni chiesa, cioè i fedeli di tutto il mondo, poiché in essa è stata conservata la tradizione apostolica attraverso i suoi capi” (Contro le Eresie, III, 3, 2). Nel 189 papa Vittore interviene contro le chiese d’Asia minore nella controversia per la data della Pasqua, siamo già di fronte ad una figura ampiamente accettata del vescovo di Roma come garante dell’ortodossia della fede. 

Nel terzo secolo documenti del genere si fanno più numerosi, attorno al 240 d.C. papa Flaviano censurò e depose Privato, vescovo di Lambesis in Africa, perché eretico e scandaloso; fu in relazione con Origene, da cui ricevette assicurazione della sua ortodossia contro accuse di eresia che gli erano state mosse contro; Papa Stefano nel 254-257 d.C. si oppone a Cipriano, vescovo di Cartagine, proibendo di ripetere il battesimo amministrato dagli eretici; nel 260 Papa Dionigi chiede conto al vescovo Dionigi di Alessandria circa alcune espressioni trinitarie; e così via.

Nel corso della crisi ariana, un momento terribile nel quale l’ortodossia cristiana corse seriamente il rischio di sparire, la chiesa romana si erse a baluardo sostenendo sempre la lotta di sant’Atanasio, irriducibile avversario delle tesi ariane. Verso la fine del IV secolo appaiono il termine “Sede apostolica” e le espressioni “l’apostolo san Pietro stesso dirige la Chiesa di romana” e “Pietro parla per bocca del vescovo di Roma”. Al Concilio di Efeso, del 431, papa Celestino I appoggia attivamente Cirillo attraverso i suoi legati ed approva le sue tesi, ma è con papa Leone I che abbiamo con forza e precisione la giurisdizione sovrana del papa di Roma su tutte le altre chiese. Tale giurisdizione si basa sul fatto che la chiesa romana è sempre stata salda nella fede e che tale fede è la stessa dell’apostolo Pietro. Nel 449 bastò l’opposizione dei legati di Leone I per rendere nullo il conciliabolo organizzato ad Efeso dall’imperatore Teodosio II e dal patriarca Dioscoro, passato alla storia come il “latrocinio di Efeso”, per riabilitare Eutiche e la sua eresia sulla natura di Cristo. Al contrario, il Concilio di Calcedonia del 451 venne tenuto dai legati romani e quando venne comunicata la lettera di Leone al patriarca Flaviano, i vescovi acclamarono dicendo: “Pietro ha parlato per bocca di Leone, noi pensiamo come Leone”. Il papa intervenne anche a proposito del canone 28 di questo Concilio, riguardante i diritti patriarcali di Costantinopoli, annullandolo in virtù della sua ormai riconosciuta autorità. 

Con Leone I, dunque, è ormai chiaramente affermata un’autorità suprema nella Chiesa, indipendente dal potere laico perché fondata non sull’importanza politica della sede romana, ma sulla successione al principe degli apostoli, Pietro.

Già dalle origini i cristiani avvertono l’importanza del tutto speciale della Chiesa e del vescovo di Roma. Nella capitale dell’immenso impero romano c’era la Chiesa fondata dagli apostoli Pietro e Paolo e veniva conservato il ricordo del loro martirio. Questo fatto ha sempre ispirato tutti i cristiani a volgersi verso Roma per avere l’interpretazione autentica, il parere finale. All’inizio la comunione tra i vescovi era assicurata dallo scambio frequente di lettere e messaggeri, ma quando si cominciò a far sentire la necessità di una coordinazione, l’autorità dei metropoliti, cioè i vescovi delle città più importanti, e dei patriarchi, cioè i vescovi delle chiese più antiche, sugli altri vescovi, e la comunione dei patriarchi fra loro, divenne il mezzo per mantenere l’unità e la coesione della Chiesa. E così, in modo sempre più chiaro ed automatico, la società ecclesiale arrivò a scorgere nel vescovo di Roma il naturale ed ultimo ricorso in caso di conflitto. Proprio nel IV secolo si cominciò a riflettere teologicamente sulle parole di Gesù: “Tu sei Pietro e su questa pietra…” (Mt 16, 18) applicandole al papa e ci si cominciò a rendere conto che al vescovo di Roma era affidata la continuazione del ministero di Pietro, continuazione prevista ed istituita da Cristo stesso, così come riportato nei vangeli.

Questa presa di coscienza è stata progressiva, agli inizi, per umiltà e discrezione, i primi vescovi romani sono stati riluttanti a rivendicare in ogni momento l’autorità derivante loro dall’essere i successori di Pietro. Dopo quattro secoli, però, di fronte alla necessità di mantenere la coesione della Chiesa e la fedeltà al deposito della fede, la rivendicazione del primato da parte dei papi divenne non solo auspicabile, ma anche urgente. Questo principio, il “primato petrino”, sarà la roccia che in seguito garantirà l’indipendenza e la fedeltà della Chiesa in mezzo ad una storia tormentata e farà in modo che essa non si confonda con nessuna civiltà e nessuna società. 


Bibliografia

P. Brezzi “Il papato” Studium, Roma, 1967;
P. Touilleux, “La Chiesa nella Bibbia”, ED. Paoline, 1971;
H. Stirnimannn, L. Vischer “Papato e servizio petrino” Ed. Paoline, 1976;
G. Falbo, “Il primato della Chiesa di Roma alla luce dei primi quattro secoli” Coletti, Roma 1989; 
J.M. Tillard, "Il vescovo di Roma", Queriniana 2003.

martedì 17 gennaio 2017

Parte XVI – La Genesi e la donna

Ne “Il Codice da Vinci” D. Brown sostiene che l’antifemminismo della Chiesa Cattolica trae le sue origini addirittura dalla Genesi, si può leggere pag. 279: "… E’ stato l’uomo, non Dio, a creare il concetto di “peccato originale”, secondo cui Eva ha assaggiato la mela e procurato la caduta della razza umana. La donna, che un tempo era la sacra generatrice di vita, adesso era diventata il nemico.” “Devo aggiungere” intervenne Teabing ”che questo concetto di donna come portatrice di vita era il fondamento dell’antica religione. Il parto era qualcosa di misterioso e potente. Purtroppo la filosofia cristiana ha deciso di appropriarsi del potere di creazione femminile ignorando la verità biologica e facendo dell’uomo il Creatore. La Genesi ci dice che Eva è stata creata da una costola di Adamo. La donna divenne una derivazione dell’uomo. Una derivazione peccaminosa. Per la dea, la Genesi fu l’inizio della fine”…"

Una penosa dimostrazione di incredibile ignoranza. Per cercare di costruire una base alla sua patetica teoria, D. Brown s’inoltra in ambiti per lui totalmente sconosciuti e, fatalmente, finisce per perdersi. Come è possibile attribuire alla filosofia cristiana ciò che è scritto nell’antichissima Genesi, primo libro dell’Antico Testamento, costituito dall’assemblaggio di documenti e tradizioni lungo l’arco di tempo tra l’epoca di Mosé (XIII secolo a.C.) e quella della restaurazione d’Israele dopo l’esilio a Babilonia (V secolo a.C.)? La sua lettura è ingenua e rozza, un concentrato di ignoranza e luoghi comuni. La Genesi non dice affatto che l’uomo ha creato la donna ed attribuisce sia all’uomo che alla donna la responsabilità del “peccato originale”, ossia di aver mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male (non c’è alcuna mela, n. d. r.). 

Come tutti sanno la Genesi è un libro caratterizzato da uno stile letterario fortemente simbolico. Occorre, quindi, tener conto del significato di tali simboli per avere la giusta chiave di lettura. Nella Genesi abbiamo due narrazioni della creazione dell’uomo, una attribuita alla tradizione cosiddetta “elohista”, più recente ed elaborata, ed un’altra detta “jhavista”, più antica e, quindi, ricca di elementi antropomorfici. Nella prima narrazione: "Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò" (Genesi 1, 27) appare chiaro il messaggio di uguaglianza di sostanza e dignità tra l’uomo e la donna in quanto due metà della stessa umanità creata da Dio. Sant’Agostino, il grande Padre e Dottore della Chiesa del primo millennio, diceva chiaramente riguardo a questo passo della Genesi: “la donna è con suo marito immagine di Dio, cosicché l’unità di quella sostanza umana forma una sola immagine” (De Trinitate XII 7)

Questo stesso messaggio, seppure in modo meno esplicito, è racchiuso anche nella seconda narrazione caratterizzata da una forma fortemente simbolica: "Poi il Signore Dio disse: “Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l'uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta. Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna»"(Genesi 2, 18 – 24).

In questo brano la donna, in un’epoca in cui è reputata un essere inferiore, schiava dell’uomo, viene sorprendentemente considerata come una sua pari. Infatti l’uomo non trova tra gli animali un aiuto che gli sia simile e quando lo trova nella donna, che Dio gli ha posto accanto, riconosce che esso è osso delle sue ossa e carne della sua carne, cioè della sua stessa natura e sostanza. Dio, posto il sonno nell’uomo, plasma una donna da una sua costola. In ebraico costola (= selà) significa anche “lato”, ciò sta ad indicare che la donna è vista come la metà dell’uomo. Dio non “prende” la donna dalla testa dell’uomo, ne avrebbe fatto un essere superiore, né dai suoi piedi, avremmo un essere inferiore, ma dal lato dell’uomo perché ne costituisce la metà. Questa complementarietà definisce la caratteristica principale dell’uomo creato da Dio: quella di essere sessuato in maschio e femmina. Per questo, la Genesi dice: "l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne" proprio per ribadire la necessità della vita di coppia come realizzazione dell’unità creata da Dio. 

Ma c’è di più, la Genesi, tanto disprezzata da D. Brown, si spinge ben oltre. Alludo al cosiddetto protovangelo che si legge nel capitolo 3, versetto 14: "Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno»". Nella sua infinita bontà, Dio, subito dopo il peccato dell’uomo, progetta la sua salvezza che affiderà proprio alla stirpe della donna.

Non c’è traccia di antifemminismo nella Genesi, l’uomo e la donna sono creati da Dio, hanno pari dignità e sono chiamati a partecipare con Lui alle meraviglie della Creazione, quelle di D. Brown sono, quindi, solo fandonie date in pasto ai creduloni.