martedì 24 giugno 2014

Zingaretti e la libertà di coscienza


L'inesorabile avanzata del laicismo in Italia avviene sempre più secondo tipiche caratteristiche di violenza e prevaricazione. Lo scorso 12 maggio il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, nel suo ruolo di commissario ad acta, ha introdotto, con il decreto «Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari», l’obbligo da parte di un medico ginecologo che presta servizio presso un consultorio di rilasciare il certificato per l’aborto e di procedere con la prescrizione di anticoncezionali abortivi anche se obiettore di coscienza. Secondo Zingaretti l’obiettore può evitare la partecipazione diretta alle operazioni di aborto e di aborto terapeutico, ma non può sottrarsi a tutte le altre procedure. Il medico obiettore sarà quindi costretto a rilasciare prescrizioni di contraccettivi ormonali, anche di azione post coitale, e l’applicazione di contraccettivi meccanici, tra cui anche quelli abortivi.



L'obiezione di coscienza, è utile ricordare, è un diritto tutelato dalla legge che si fonda sulla tutela prioritaria della persona rispetto allo Stato e sul rispetto della libertà di coscienza, diritto inalienabile di ogni uomo (art. 2, 19, 21 Cost.; art. 18 Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo). Perfino la stessa legge 194/78 sull'interruzione volontaria di gravidanza, agli artt. 5 e 9, tenendo conto di tale tutela, esenta i medici obiettori di coscienza anche dalla produzione della documentazione necessaria all’interruzione di gravidanza e dall’inserimento nell’utero di una donna di strumenti atti a procurare un aborto.


Siamo, quindi, di fronte ad un fatto di inaudita gravità in cui una carica dello Stato, il governatore del Lazio, si arroga l'inaudito diritto di istituzionalizzare una vera e propria violazione della legge ordinaria, oltre che di quella morale naturale. Non penso che si fosse finora arrivato fino a tanto, un atto in totale spregio della legalità e della libertà di pensiero. Zingaretti, novello dittatorello, ha superato ogni limite.

Una tale violazione di legge non può essere giustificata neppure dall'esigenza di tutelare il diritto della donna di abortire. Innanzitutto perché non esiste un diritto ad uccidere, ma anche perché la soppressione di un diritto della persona non può essere la soluzione per risolvere i problemi dell'organizzazione del personale dei consultori.

C'è anche da sottolineare il fatto che l'esistenza di così tanti medici obiettori di coscienza è sicuramente il segno del fallimento di una ideologia criminale, è la naturale vittoria della vita sulla morte, del fatto che non è possibile costringere l'uomo ad uccidere e a rendersi complice di un omicidio. 

"Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio; mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo" (Giuramento di Ippocrate, IV sec. a.C.)

giovedì 19 giugno 2014

Le Sentinelle in Piedi

Scrivo questo post per divulgare la notizia di un’iniziativa libera e spontanea di migliaia di persone che in tutta Italia vegliano in silenzio per chiedere la tutela della libertà di espressione. Nel totale silenzio dei media più importanti, queste persone mettono in atto una protesta civile e pacifica restando in piedi nelle piazze italiane mentre leggono un libro, per attirare l’attenzione e denunciare la grave minaccia alla libertà di espressione messa in atto dal disegno di legge Scalfarotto contro l’omofobia, un atto che è già stato approvato dalla Camera e ora al vaglio del Senato. 

Questo disegno di legge mostra una pericolosa natura liberticida, infatti se il Senato l’approvasse si potrebbe considerare come comportamento omofobo, punibile penalmente, anche quello di un privato cittadino che pubblicamente sostenesse che sia giusto impedire agli omosessuali e ai transessuali l’accesso al diritto a sposarsi e a quello di adottare minori. Non solo, potrebbe essere considerato un reato anche considerare l’omosessualità un atto intrinsecamente disordinato e contrario alla legge naturale, ossia esprimere pubblicamente i propri convincimenti religiosi a riguardo, citando ciò che dice la Scrittura (ad esempio Gn 19, 1-29; Rm 1, 24-27; 1 Cor 6, 9-10; 1 Tm 1,10), in aperta e palese violazione, quindi, dell’art. 19 della Costituzione. 

Le Sentinelle in piedi, in silenzio, immobili, nel pieno rispetto della democrazia, esercitano il loro legittimo diritto di protestare contro una legge iniqua, eppure ogni loro manifestazione è stata subito accompagnata dalla becera reazione dei gruppi attivisti Lgbt e dei centri sociali. Lo scorso autunno a Bergamo le sentinelle sono state fatte bersaglio di insulti e perfino di un lancio di fumogeni. A Trento un folto gruppo di contestatori si sono infilati tra le fila delle Sentinelle in piedi provocandole, insultandole e minacciandole con cani di grossa taglia. A Perugia, il 29 marzo scorso, a Verona e a Siena ancora insulti e provocazioni. Infine a Lecce le sentinelle sono state aggredite da una vera e propria contro-manifestazione organizzata per disturbare e impedire la veglia silenziosa con pesanti scherni e oltraggi di ogni genere. Questi comportamenti violenti e antidemocratici costituiscono il consueto modo di agire della lobby laicista ormai imperante in Italia e, purtroppo, avvengono troppo “normalmente”, senza suscitare più alcun sdegno e condanna. Anzi, nonostante che tutte le iniziative delle sentinelle siano state autorizzate dalle autorità, secondo i regolamenti vigenti, non si è quasi mai registrata alcuna reazione delle forze dell’ordine per impedire efficacemente le azioni di disturbo. Se immaginiamo la stessa vicenda al contrario, con le manifestazioni di un gay pride pesantemente disturbate da contestatori “eterosessuali”, la cosa avrebbe avuto la stessa rinomanza? Ne dubito fortemente. 

Se contro tranquilli cittadini, che nel rispetto della legge esprimono pacificamente il loro pensiero, vengono sollevate accuse di omofobia e pesanti contestazioni, cosa dobbiamo aspettarci una volta che sarà approvata questa legge criminale?

mercoledì 11 giugno 2014

La giostra dei diritti inventati

Uno degli strumenti più subdoli che la mentalità laicista usa per stravolgere i valori fondamentali della persona umana, cardini della nostra società civile, giustificando ogni prevaricazione e violenza è la singolare propensione ad inventare dei nuovi diritti. Questi nuovi diritti, si badi bene, non sono dei semplici diritti relativi, ma dei veri e propri diritti assoluti di cui l’umanità non se ne era finora ancora accorta e che la solenne Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo ha sbadatamente dimenticato.
Come non ricordare il curioso e criminale diritto ad abortire? Cioè a porre fine alla vita umana innocente? Oppure il bizzarro diritto a sposarsi anche quando non se ne possiede alcun titolo? E del diritto a morire ne vogliamo parlare? Stranamente, però, sono tutti diritti a proprio uso e consumo senza tener in alcun conto i diritti condivisi che sono quelli veramente universali e fondamentali.

Ennesimo esempio di tale impostazione è l’aberrante sentenza che lo scorso 9 aprile ha dichiarato illegittimo il divieto della fecondazione eterologa imposto dalla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Le motivazioni della Corte Costituzionale sono state depositate proprio ieri e secondo i giudici diventare genitori e formare una famiglia che abbia anche dei figli costituirebbe espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi. Eccola la parolina magica: “autodeterminazione”, che nell’accezione laicista ha sempre lo stesso significato: “fare come ci pare” in barba ad ogni morale. La Consulta, in pratica, conia il nuovo diritto ad avere i figli, ad ogni costo. Con la scusa dell’autodeterminazione, i figli divengono delle cose di cui si ha il diritto a possedere come se il nascituro non costituisse un’altra identità indipendente che si accoglie e si rispetta per amore e donazione. Macché, in quanto cose, questi figli non hanno diritto ad avere, o almeno a conoscere, i loro genitori biologici come se la cosa non avesse la minima importanza e non causasse gravi malesseri di ordine psicologico. I nostri cari giudici hanno in pratica affermato la legge della giungla, il diritto finto del più forte prevale su quello vero del più debole. 

Ma le nefandezze di questa sentenza non finiscono qui. I giudici, nel loro delirio di onnipotenza, hanno ancora affermato assurdamente che il divieto al ricorso alla fecondazione eterologa realizzerebbe un ingiustificato diverso trattamento delle coppie in base alla capacità economica delle stesse che assurgerebbe a requisito dell’esercizio di un diritto fondamentale (quale?), negato solo a quelle prive di risorse finanziarie necessarie per poter fare ricorso a tale tecnica recandosi in altri paesi. Ma che il fatto di poter avere dei figli ad ogni costo sia un diritto fondamentale è una sciocchezza laicista coniata dai giudici, quindi la decisione della Consulta è puramente autoreferenziale e non giustificata da alcuna fantasiosa discriminazione. 

Ciò che è veramente inaccettabile di tale sentenza è il parallelo tra adozione e fecondazione eterologa al fine di dimostrare che la provenienza genetica “non costituisce un imprescindibile requisito della famiglia”. Per la Consulta, infatti, la questione del diritto all’identità genetica è superabile in quanto può essere posta sullo stesso piano dell’adozione. Il parallelismo è semplicemente assurdo e denota la miopia dei giudici a considerare l’adozione come una manifestazione disinteressata di amore e donazione in cui l’interesse primario è quello di dare una famiglia a bambini sfortunati, mentre la fecondazione eterologa, e in genere la fecondazione medicalmente assistita, rappresenta un accanimento a tutti i costi, tra cui anche quello di sacrificare la vita di molti embrioni, di dare bambini ad una famiglia. E’ chiaro che in tal caso i soggetti tutelati siano solo i genitori e non il nascituro il cui diritto alla identità biologica viene completamente negato a favore dell’autodeterminazione della coppia. 

E’ davvero deprimente constatare quanto sia ideologico l’operato dei giudici della Corte Costituzionale che per consentire la fecondazione eterologa devono letteralmente inventare vacui motivi di incostituzionalità, senza rendersi conto che così facendo attaccano quei principi naturali che furono alla base dell'unità dei Costituenti che, è bene ricordare, avevano diverse convinzioni politiche e religiose.

venerdì 30 maggio 2014

E se abolissimo il matrimonio?


Ieri, con un voto trasversale, è arrivato il via libera della Camera dei Deputati alla proposta di legge sul "divorzio breve" una riforma che ora attende solo l'approvazione del Senato per divenire una legge. 
Praticamente, dopo la separazione, una coppia può ottenere il divorzio "giudiziale" dopo solo un anno e non più tre, e quello "consensuale" in appena 6 mesi, indipendentemente dalla presenza o meno di figli.

Questa volta non parlerò di prevaricazioni ed abusi laicisti, il divorzio è una pratica antichissima che appartiene alla natura umana e la società ha tutto il diritto di adottarla. La sacralità del matrimonio appartiene solo ai cristiani che, indegnamente, beneficiano di quell'amore perfetto che gli proviene da Dio. Un Amore vero, non una pagliacciata umana, che è il senso dell'indissolubilità del legame tra l'uomo e la donna.

Ciò che voglio esprimere è solo una profonda tristezza nel constatare a quale basso livello di civiltà è sprofondato il nostro paese. In Parlamento, ieri, si è esultato per questa votazione, tutti assieme, come se non esistessero più i diversi schieramenti, come se fosse stata raggiunto un risultato importante. E, invece, è stata data l'ulteriore stangata all'istituto del matrimonio ridotto ormai ad una patetica farsetta, un ambito del vivere umano svuotato di ogni importanza. Eppure la Costituzione stessa, il nostro vanto di civiltà, vi fonda la società naturale della famiglia, la prima cellula della società. Ma i nostri deputati lo considerano poco più di un reperto archeologico. Chissà se i giudici della Corte Costituzionale, sempre così pronti a castigare l'arbitraria volontà del Parlamento, interverranno anche stavolta a far valere i nobili significati della Magna Carta. Ho i miei dubbi.

Divorzio veloce, indipendentemente dalla presenza o meno di figli. Orpelli, soprammobili, inutili accessori questi figli, come elementi disturbatori  e non parte integrante della famiglia. Nessuna pietà per loro, nessuna speranza di un riavvicinamento dei genitori, nessun diritto di desiderare un ripensamento, di credere al sacrificio per amore. Niente, conta solo la volontà dei genitori, sono sempre i più deboli che ci rimettono. Ecco servito il matrimonio fast food, le unioni modaiole, senza assunzione di impegni e di valori. Del "finché c'è l'amore", come se l'amore fosse una mozzarella con la scadenza. Ma se ci siamo ridotti a questo, non sarebbe meglio abolire il matrimonio? 

Mi fanno ridere, piuttosto, quelli che pensano l'Italia come un paese succube della Chiesa, che vaneggiano di una "Vaticalia", considerazioni di un "laicismo estremo" che ancora agita il fantasma di un non ben identificato potere della Chiesa per giustificare le sue nefandezze.   

    

martedì 27 maggio 2014

La censura laicista in Italia

Nel 2011 è uscito nelle sale americane il film storico “Cristiada” diretto da Dean Wright, con attori del calibro di Andy Garcia, Peter O’Toole e Eva Longoria, basato sulla Guerra dei Cristeros (o Cristiada, da cui il titolo) combattuta negli anni ’30 dai cattolici Messicani contro il governo massonico ed anticlericale del presidente Plutarco Elías Calles che perseguitava la Chiesa Cattolica. Sono passati ormai tre anni e non vi è ancora traccia, e penso mai ce ne sarà, di questo film nelle sale italiane.

Un fatto veramente strano vista la larga diffusione che nel nostro paese hanno avuto le pellicole a carattere storico come, ad esempio, “Le Crociate” di Ridley Scott (2005), “Agorà” di Alejandro Amenábar (2009), Il “Codice da Vinci” di Ron Howard (2006), “Il nome della Rosa” di Jean-Jacques Annaud (1986) e così via. Come mai il film “Cristiada”, invece, non ha avuto lo stesso trattamento?

Se analizziamo queste pellicole ci si accorge immediatamente che sono tutte legate da un comune denominatore che è quello di essere pesantemente anticristiane, ed anticattoliche in particolare. I cristiani vi compaiono sempre come delle persone violente, assetate di sangue e di potere e la Chiesa Cattolica, invariabilmente, una losca associazione a delinquere che ha falsificato, ucciso, oppresso ogni anelito di libertà e progresso.
Ovviamente è perfettamente inutile sottolineare il fatto che la storia propugnata da questi film è per lo più falsa, piena di errori madornali, volta unicamente a calunniare per alimentare un ormai diffuso pregiudizio anticattolico. Convinzioni come la falsità storica dei vangeli canonici, la brutale persecuzione dei pagani, l’efferatezza dell’inquisizione, delle crociate, le trame segrete del vaticano, ecc., sono ormai entrate, dopo anni ed anni di falsità laiciste, nell’immaginario collettivo.

Un film come “Cristiada” che denuncia l’orrendo massacro di preti, vescovi e semplici fedeli, colpevoli solo di essere cristiani, da parte di un governo anticlericale e laicista, è troppo scomodo da far vedere. Si correrebbe il pericolo di rovinare l’enorme lavoro di condizionamento delle menti e delle coscienze che ha pazientemente esercitato la lobby laicista. Troppo scomodo mostrare un’aspetto della storia così distante dalla vulgata laicista ancora imperante nella cultura italica. In nessun libro di storia nelle nostre scuole si troverà mai traccia del vergognoso operato del laicista e massonico presidente messicano Plutarco Elías Calles, fanatico robespierriano emulatore della Rivoluzione francese. Nessuno parlerà mai ai ragazzi delle stragi laiciste in Vandea nel 1796, delle leggi laiciste anticristiane nella Spagna del 1931, di quelle laiciste cinesi degli anni ’50 o Sovietiche degli anni ’30.

Il fatto che in Italia non si sa potuto vedere questo film rappresenta un fatto gravissimo che dimostra come nel nostro paese la cultura, ad ogni livello, è controllata da una lobby laicista che condiziona pesantemente la libertà personale.

giovedì 22 maggio 2014

La violenza laicista sui bambini


Dopo il Belgio, la Francia, i Paesi Bassi ecco che anche dalla Gran Bretagna giungono notizie dell’avanzata del “progresso” laicista. Il Servizio sanitario britannico offrirà a spese dello Stato un trattamento farmacologico per ritardare la comparsa della pubertà ai bambini fin dall’età di 9 anni. Tutto ciò allo scopo di iniziare precocemente la terapia per un cambio di sesso. Il trattamento sarà riservato ai soggetti che si sentono a disagio con la propria identità sessuale e che potrebbero aver desiderio di sottoporsi ad un intervento chirurgico dopo l’adolescenza. La terapia consiste in iniezioni mensili di farmaci capaci di bloccare lo sviluppo degli organi sessuali del bambino inibendo la produzione di testosterone ed estrogeni. L’eventuale iniziativa del Servizio sanitario britannico ha suscitato anche molte proteste e ha dato vita ad un dibattito sulla liceità di somministrare farmaci così pesanti ed invasivi, capaci di sconvolgere lo sviluppo normale e naturale del bambino. 


A mio modo di vedere si tratta dell’ennesima sopraffazione della mentalità laicista che nega il valore della complementarietà dei sessi, della famiglia, della genitorialità proponendo il falso dogma della teoria “gender” dove ogni organizzazione e strutturazione della natura è disprezzata e rifiutata, un incrocio fra una dottrina pseudo-scientifica e un bisogno politico, che ha finito col tramutarsi in una ideologia. 

L’aspetto più grave è che tale ideologia viene progressivamente imposta in modo falso e subdolo, spacciata per “progresso”, per “civiltà” e, come al solito, a farne le spese sono sempre i soggetti più deboli, cioè i bambini. A loro, ancora non in grado di poter prendere autonomamente decisioni di tale portata, vengono purtroppo propinati, secondo falsi modelli non scientificamente provati, pesanti sconvolgimenti del corpo ed indicibili sofferenze, invece di fornire cure veramente appropriate secondo lo sviluppo naturale e rispettose della dignità del corpo umano.

giovedì 8 maggio 2014

Soldi si e soldi no, a seconda dei casi.


Tanto per riportare alla realtà i laicisti che, cadendo dalle nuvole, ritengono non giustificate le rimostranze dei cristiani per la deriva laicista fortemente anticristiana che va imponendosi nel nostro paese, segnalo l'ennesimo episodio discriminatorio verso le ragioni dei cristiani, che in questi giorni si sta consumando a Roma.

Il 4 maggio scorso, tra la puntuale e totale indifferenza delle principali testate giornalistiche, circa 40.000 persone hanno dato vita a "Marcia per la vita - 2014", annuale appuntamento per ribadire con forza il valore universale del diritto alla vita. Il corteo ha percorso le vie del centro per giungere a piazza San Pietro in tempo per la preghiera dell' Angelus con il Papa. L'iniziativa non ha avuto alcun patrocinio da parte del sindaco Ignazio Marino, che, con la motivazione della mancanza di fondi, non solo non ha fornito alcuna assistenza ai marciatori (bottigliette d'acqua, WC chimici, ecc.), ma non ha nemmeno ritenuto opportuno fare una fugace apparizione, comportamento alquanto strano visto che si reputa pure cattolico.

Il nostro caro sindaco avrà lo stesso comportamento con il gay pride del prossimo 7 giugno? Ma neanche per sogno! Il Comune di Roma ha fatto sapere che darà il suo patrocinio all'iniziativa fornendo ogni supporto e che il sindaco stesso parteciperà alla manifestazione. Quindi, i soldi per le iniziative pro-life dei cristiani non ci sono, ma, sorprendentemente, spuntano fuori per le manifestazioni dell'orgoglio omosessuale. Ecco un'altra dimostrazione di come in Italia si stia imponendo un regime laicista che, con la politica dei due pesi e due misure, fa aperto ostruzionismo nei confronti dei cristiani.

mercoledì 30 aprile 2014

La Chiesa e i regimi totalitari.

Domenica scorsa, in San Pietro a Roma, si è celebrata la canonizzazione dei due papi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, che maggiormente hanno inciso sulla vita della Chiesa del XX secolo. L’evento è stato senza precedenti ed ha richiamato nella città eterna oltre ottocentomila fedeli da ogni parte del mondo. In un’atmosfera magica di felicità e raccoglimento, la Chiesa cattolica ha celebrato e ringraziato la Provvidenza divina per aver donato al suo popolo questi due umili, ma portentosi, strumenti di pace e giustizia.


Ovviamente questa manifestazione di fede e di gioia dei cristiani ha dato molto fastidio alla propaganda laicista che non ha esitato, su siti di informazione, blog e social, a spruzzare tutto il suo veleno per cercare in ogni modo di offuscare la figura dei due papi. In questa corsa al discredito il più colpito è stato senza dubbio il papa polacco a cui, rigorosamente senza alcuna prova reale e verificabile, è stato addebitato ogni sorta di nefandezza, dalla pedofilia all’omicidio/suicidio di Roberto Calvi. 


Ma l’accusa più ricorrente è stata sicuramente quella di aver appoggiato i regimi di destra sudamericani, quindi di aver approvato l’uccisione di migliaia di innocenti. Ovviamente il tutto senza produrre uno straccio di prova convincente che non sia altro che qualche foto di papa Wojtyła in compagnia del dittatore cileno Pinochet. Questa visita ufficiale del papa polacco è quindi la pietra dello scandalo che ha fatto stracciare le vesti a tutti i benpensanti laicisti. Stranamente, però, la stessa reazione non si è avuta per la visita del 1998 del papa a Cuba, quando si faceva fotografare in compagnia del dittatore locale Fidel Castro. E’ evidente che per i laicisti i soprusi dittatoriali si differenziano per il loro colore politico.



C’è scritto nel vangelo di Matteo: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Mt 9, 9-13) e quale anima più malata di Pinochet poteva trovare il papa? La sua visita pastorale in Cile nel 1987 ebbe proprio questo significato: denunciare la mancanza di democrazia nel paese. Il papa in quell’occasione invitò esplicitamente i cattolici cileni a "muoversi verso la democrazia". Certamente egli abbracciò pubblicamente il dittatore, ma fece lo stesso con alcuni oppositori del regime (R. Suro. “John Paul Calls for Chileans to Move Toward Democracy”. New York Times, 3 aprile 1987). Il papa non prese le parti di nessuno, ma richiamò tutti alla pace ed alla giustizia. E, così, anche per il regime militare di Videla in Argentina, i laicisti accusano il locale nunzio apostolico, rappresentante del papa, Pio Laghi, di appoggio al dittatore, ma pochi sanno delle lettere da lui indirizzate ai dittatori argentini per chiedere chiarimenti circa la sorte dei desaparecidos. Ingerenze di Laghi nella politica interna del regime che lo fecero dichiarare nel 1980 "persona non gradita" con relativa espulsione dal Paese (Bruno Passarelli e Fernando Elenberg,”Il Cardinale e i desaparecidos. L'opera del Nunzio Apostolico Pio Laghi in Argentina”, EDI 1999, pp.304-305).


L’operare della Chiesa ha una sua logica ben precisa: fermezza nel condannare i principii criminali, ma anche scendere a compromessi nel trattare con i regimi già oggetto di totale deplorazione. Anche la Chiesa, infatti, ha una sua politica, che non è certo quella, come falsamente sostiene la propaganda laicista, di ambire ad un qualche potere, ma di vigilare che i cristiani usufruiscano della libertà religiosa negli Stati dove si trovano a vivere. La politica della Chiesa, dato che non è possibile condizionare né essenzialmente, né durevolmente alcun regime, è di necessità una politica di compromesso e di ricerca del male minore, suppone un certo opportunismo e non pretende di essere infallibile.


Esempi eclatanti sono stati gli accordi concordatari con i regimi totalitari, che la Chiesa stipulò pur non mancando di condannare, a livello dei principii, le ideologie fasciste, naziste e comuniste. Nel 1929 vennero firmati i Patti lateranensi con l’Italia fascista per preservare l’indipendenza del Vaticano e tutelare i cristiani, ma nel 1931 Pio XI pubblica l’enciclica “Non abbiamo bisogno” con cui viene condannata l’ideologia fascista e dopo che il concordato viene ripetutamente violato proprio tra i cattolici nascono numerosi movimenti antifascisti. La Chiesa stipulò un concordato anche con la Germania nazista nel 1933 proprio per difendere e tutelare la comunità cattolica locale, ma ciò non impedì a Pio XI di pubblicare l’enciclica “Mit brennender Sorge” dove viene condannato il nazionalsocialismo hitleriano. Purtroppo i cattolici poterono fare ben poco per impedire i crimini del nazismo, che considerava il cristianesimo come un vero e proprio nemico. 

La Chiesa non ebbe nessuna ostilità preconcetta nei confronti della repubblica instauratasi in Spagna nell’aprile 1931, ma la guerra civile che ne seguì vide gli anarco-sindacalisti e comunisti lasciarsi andare ad orrende esecuzioni sommarie di sacerdoti, religiosi e religiose. Giocoforza la difesa della religione si identificò con la causa franchista. Nel 1971, però, verso la fine del franchismo, la nuova Chiesa cattolica spagnola, con la nomina dei vescovi che non dipendeva più dall’approvazione del Caudillo, arrivò a deplorare pubblicamente certi atteggiamenti assunti durante la guerra civile. Infine, i rapporti con la Russia sovietica, primo paese al mondo a fare aperta professione di ateismo e a prefiggersi ufficialmente la distruzione di ogni tipo di vita religiosa. La Chiesa, con papa Pio XI, condannò il comunismo come “intrinsecamente perverso” (n°58 della “Divini Redemptoris”), ma negli anni sessanta, dopo lo stalinismo, Giovanni XXIII, che distinse tra la dottrina comunista e i governi comunisti al potere, e Paolo VI, procedettero ad un riavvicinamento mirando all’interesse dei cattolici dei paesi orientali, pur non ottenendo sempre grandi risultati.

Gli accordi stipulati con i regimi totalitari non furono affatto iniziative infelici, essi sopravvissero sia la nazismo che al fascismo e i cristiani tedeschi e italiani ne hanno indubbiamente beneficiato. E con loro centinaia di poveri ebrei perseguitati che hanno potuto usufruire della protezione loro offerta da tantissime chiese e famiglie cristiane. D’altra parte, però, quale che sia la sua politica, la Chiesa, grazie alla luce della Rivelazione, alla fedeltà alla Tradizione ed alle promesse di Cristo, non può mai tacere sugli errori che incontra. Pio XI denunciò i crimini di Stalin trentacinque anni prima di Solzenicyn. 

Considerazioni di prudenza politica influirono sicuramente negli interventi dei papi, ma la Chiesa non ha timore di sembrare in contraddizione, se questo è necessario per non mancare al proprio compito.

Bibliografia

R.A. Graham “Il Vaticano e il nazismo” Cinque Lune, Roma, 1975;
P. Scoppola, F. Trianello “I cattolici tra fascismo e democrazia” Il Mulino, Bologna, 1975;
G. Von Rauch “Lenin. Alle origini del sistema sovietico" Edzioni Paoline, 1971;
G. Hilger “Stalin. Ascesa dell’URSS a Potenza mondiale” Edizioni Paoline 1973;
W. Gorlitz, “Adolf Hitler” Edizioni Paoline, 1973;
I.R. Safarevic, “La legislazione religiosa nell’URSS” Edizioni Paoline, 1977.           

mercoledì 23 aprile 2014

Il nuovo ratto delle sabine

Nell’indifferenza più totale dei media nostrani, la coraggiosa voce cattolica asiatica dell’UCA news ha denunciato il vergognoso “traffico” di donne cambogiane e vietnamite che con la falsa promessa di un lavoro vengono portate in Cina e costrette a sposare uomini cinesi. Molte famiglie di questi due paesi si sono rivolte a organizzazioni non governative per denunciare questa spaventosa violazione dei diritti umani. 

Questa violenza non è altro che l’ennesimo frutto delle criminali politiche sociali tipiche dei governi laicisti come quello cinese. Ben trentacinque anni di applicazione della folle legge del figlio unico, imposta nel 1979 dal regime di Deng Xiao Ping, il successore del “grande timoniere” Mao Tse-tung, unitamente al fatto che la maggior parte delle coppie cinesi abbia cercato di avere un figlio maschio, potendo abortire liberamente i feti femmina, hanno determinato uno squilibrio tra i due sessi con le donne che cominciano ad essere poche rispetto ai maschi.

Ecco un ottimo esempio di cosa può determinare la disperata visione laicista della vita, la distruzione del valore individuale della persona e l'illusione di poter disporre di tutto senza tener conto alcuna morale naturale. Squilibri che inevitabilmente danno luogo a violenze e prevaricazioni, proprio quello che sta accadendo in Cina, tragico esempio della visione laicista della realtà. 

Fonte:
http://www.leggo.it/NEWS/ESTERI/uomini_donne_cina_tratta/notizie/647578.shtml

venerdì 18 aprile 2014

Il Pelagianesimo, la negazione della grazia di Dio.

Nel mio servizio di catechista battesimale un tema che suscita sempre molto interesse, relativo alla pratica sacramentale del Battesimo cristiano, è quello che riguarda la responsabilità comune di tutti gli uomini per la presenza del male nel mondo, in altre parole il peccato originale. Molte persone non capiscono come mai dei bambini così piccoli devono farsi perdonare un peccato che non hanno mai commesso. 

Anticamente questo tema fu al centro di una polemica sorta nella Chiesa del V secolo da parte di Pelagio, da cui prende il nome il relativo movimento, un asceta laico, cioè una sorta di monaco non facente parte di alcun ordine, proveniente dalla Bretagna. Secondo questo predicatore il peccato originale non macchiò affatto la natura umana, quindi l’uomo sarebbe ancora in grado di scegliere il bene o il male senza uno speciale aiuto divino. Per il pelagianesimo il peccato di Adamo fu solo quello di aver portato un "cattivo esempio" alla sua progenie, senza che le sue azioni abbiano avuto altra conseguenza.

Pelagio predicò liberamente in Italia fino al 410 e assieme al suo discepolo Celestio, un avvocato romano, fu molto attivo a Roma. Presto, però, i due predicatori dovettero rifugiarsi in Africa per sfuggire alle violenze dei Visigoti guidati da Alarico e da lì Pelagio proseguì la sua fuga verso Oriente, mentre Celestio restò a Cartagine. Celestio è colui che conferì al movimento pelagiano una sistematizzazione razionale e che perfezionò le tesi contro la trasmissione del peccato originale e la morte dovuta al peccato. La predicazione di queste tesi suscitarono la reazione della Chiesa locale che, nel 411, si riunì in un sinodo e condannò Celestio e la sue tesi. Diversamente da Celestio, Pelagio in Oriente, per riguardo alla sua alta statura morale, ricevette un'accoglienza favorevole e addirittura un sinodo, a Diospoli in Palestina nel 415, lo assolse dall’accusa di eresia. Questa assoluzione, però, non fu mai accettata dalla Chiesa africana e la questione portata a Roma determinò la definitiva condanna delle tesi pelagiane dapprima da parte di papa Innocenzo I nel 417 e poi da papa Zosimo, nel 418, che scrisse una lettera di condanna, passata alla storia come “Epistola tractoria” (cioè enciclica), indirizzata a tutti i vescovi.

L’impegno ascetico personale ed il risalto dato alla libertà dell’uomo, da parte del Pelagianesimo, che arrivò perfino a considerare il ruolo di Gesù solo come la presentazione di un "buon esempio" in grado esclusivamente di bilanciare quello di Adamo, portò a negare la radicale debolezza dell’uomo e l’inclinazione alla concupiscenza, come poi definirà il Concilio di Trento, cioè che l’uomo, come dice San Paolo, sperimenta nelle sue membra una legge che è contraria a quella dello spirito: fa il male che non vuole e non fa il bene che vuole. La Scrittura insegna chiaramente la realtà del peccato originale e le sue conseguenze catastrofiche nell’uomo (Genesi 3, 14-19), negare tali conseguenze porta anche a negare il bisogna della redenzione di Cristo.

Il Pelagianesimo si appellava alla libertà umana per arrivare a negare la necessità della grazia di Dio, ma tale impostazione è totalmente contraria alla Scrittura. La trasmissione della colpa dei primi uomini a tutta l’umanità è chiaramente sottolineata dalle parole di San Paolo nella sua lettera ai Romani dove afferma che Adamo ha riversato su tutti i discendenti il peccato e la condanna. Solo con la redenzione di Gesù, il nuovo Adamo, l’umanità può rinascere di nuovo a vita eterna (Rm 5, 12-21). Sempre nella lettera ai Romani San Paolo ci parla delle conseguenze del peccato, cioè della concupiscienza, l’inclinazione al male, che è il frutto del peccato originale (Rm 7, 15-25). Solo attraverso Cristo, quindi, è possibile vincere il peccato, perché senza di Lui, noi non possiamo fare nulla (Gv 15, 1-8) e siccome non c’è salvezza se non in Cristo è necessario aderire a Lui attraverso la fede e ricevere il Battesimo per la remissione dei peccati (Atti 2, 37-41).

Bibliografia 

Catholic Encyclopedia, Volume I. New York 1907, Robert Appleton Company 
Giovanni Filoramo, D. Menozzi (a cura di), "Storia del Cristianesimo", I, Roma-Bari 1997. 
Angelo Clemente, "Il libro nero delle eresie", Milano, Mondolibri, 2008
http://www.treccani.it/enciclopedia/pelagianesimo/
http://it.wikipedia.org/wiki/Pelagianesimo
http://it.cathopedia.org/wiki/Pelagianesimo