lunedì 31 marzo 2014

I guasti del laicismo: il caso della Francia


Come è stato per la Spagna, anche in Francia assistiamo agli effetti deleteri che accompagnano l’avanzata del laicismo. Il governo ultralaicista di Hollande sta superando ogni immaginazione demolendo i cardini di una democrazia pluralista e smantellando sistematicamente secoli di cultura cristiana. In poco tempo, nonostante il paese avesse bisogno di affrontare problemi ben più urgenti, è stato introdotto il matrimonio per le coppie omosessuali che ha distrutto il valore della famiglia naturale come cellula fondamentale della società umana, i cui diritti sono esclusivi e da tutelare in modo particolare. 

Nel 2013 il ministro dell’istruzione, Vincent Peillon, una persona piena di preconcetti noti a tutti avendo, infatti, dichiarato che: "non si potrà mai costruire un paese libero con la religione cattolica", ha imposto in tutte le scuole pubbliche la “Carta della laicità”, un documento che limita fortemente la libertà personale vietando di indossare qualsiasi simbolo religioso e di professare qualsiasi convinzione religiosa. Ciò in modo da imprimere nei giovani l’idea che esista una netta separazione tra religione e libertà e che ci sia la necessità di sopprimere la religione escludendola da ogni percorso formativo. 
Il ministro degli affari sociali e della Salute, Najat-Belkacem, ha addirittura attivato un sito internet governativo per promozionare l’interruzione di gravidanza di fatto derubricandola ad un mero sistema contraccettivo. 
L’Alto consiglio francese per l’uguaglianza tra uomini e donne (Hcefh) ha promesso l’imminente abolizione della legge che permette l’obiezione di coscienza per i medici nel caso dell’effettuazione di un’interruzione di gravidanza. In tema di limitazione della libertà personale non bisogna dimenticare che la Francia vieta l’esposizione di simboli religiosi in tutti gli uffici pubblici. Alle donne musulmane, ad esempio, è vietato di portare il velo in pubblico così come i cristiani non possono indossare catenine con il crocifisso. 

Il governo francese ed il suo laicismo hanno avuto anche un “riconoscimento” nel rapporto annuale sulla libertà religiosa stilato dagli Stati Uniti che per la prima volta hanno inserito un paese dell’Europa occidentale nella lista nera dei paesi che negano la libertà religiosa. La Francia, in compagnia di paesi come la Corea del Nord, la Cina, l’India, il Pakistan, ecc., ha una laicità troppo “aggressiva” che non permette alle persone religiose di esprimere a pieno la propria fede. 

In Francia si sta assistendo allo sfacelo determinato dall’imposizione del laicismo, lo Stato che diviene l’unica autorità educativa, l’unico soggetto autorizzato a trasmettere valori “neutrali” ai cittadini, non sono ammessi pluralismi, tutto deve essere omologato, le differenze non vanno valorizzate, ma combattute ed eliminate. Il famigerato Peillon, in pieno delirio mistico-laicista, ha chiaramente tracciato la strada intrapresa dal governo transalpino dichiarando che: “La rivoluzione implica l’oblio per tutto ciò che precede la rivoluzione. E quindi la scuola gioca un ruolo fondamentale, perché la scuola deve strappare il bambino da tutti i suoi legami pre-repubblicani per insegnargli a diventare un cittadino. È come una nuova nascita, una transustanziazione (sic) che opera nella scuola e per la scuola, la nuova chiesa con i suoi nuovi ministri, la sua nuova liturgia e le sue nuove tavole della legge”. Una logica aberrante che sembra aver riportato la Francia ai tempi degli orrori della rivoluzione, quando nella follia illuminista veniva considerato un delitto credere in Dio. In questo programma il cristianesimo, e tutte le religioni, divengono dei nemici perché portatrici di una visione della realtà contraria a quella disperatamente relativista ed immanentista del laicismo. Inevitabilmente, come nel caso della Spagna e della Francia, è questo il destino di ogni società che rinnega le sue origini cristiane, una guerra contro Cristo condotta in nome di un falso e distorto valore della laicità che produce solo arretratezza morale, sopraffazione dei più deboli, limitazioni della libertà personale. 

Sono di queste ore le notizie della clamorosa sconfitta elettorale di Hollande alla seconda tornata delle consultazioni municipali che hanno avuto il valore di un vero e proprio referendum sull’operato del primo ministro. I francesi hanno fatto chiaramente intendere che sono insoddisfatti delle false battaglie di Hollande per diritti inesistenti e la repressione di quelli esistenti, mentre la disoccupazione aumenta e l’economia non decolla. Speriamo che la Francia, faro indiscusso di democrazia e libertà, ritorni presto sui suoi passi.

giovedì 20 marzo 2014

La Chiesa e la violenza


La Chiesa, il sacro bordello. La storia della chiesa è piena di violenza e complotti, infiltrazioni e tradimenti”. Così riassume la storia della Chiesa il famoso giornalista e scrittore laicista Corrado Augias. La sua è la tipica posizione della falsa storiografia laicista che, tra le altre cose, accusa la Chiesa di aver portato e fomentato la violenza nella società umana durante i secoli in cui esercitava indiscusso il suo potere morale e politico. Per i laicisti la Chiesa avrebbe scatenato guerre per il proprio tornaconto, suscitato le crociate per la sua smania di proselitismo, sterminato intere popolazioni per il solo fatto di essere pagane o eretiche.

Come si può rispondere ad un’accusa così pesante? Possibile che la Chiesa di Cristo, chiamata a portare e a vivere in prima persona il suo messaggio di pace, possa essersi macchiata di un tale elenco di nefandezze? L’unica risposta possibile è lo studio della storia, libero e senza preconcetti, il quale mostra come sia strumentale e falsa la storiografia laicista. 

Dopo l’età antica, in cui la violenza era parte integrale della vita della società, e dopo le spaventose violenze dovute alle invasioni barbariche ed alle guerre che si susseguirono senza sosta fino al IX secolo, anche nell’Europa, ormai divenuta un impero cristiano, in cui sta affermandosi il feudalesimo, una società fondata essenzialmente su legami di vassallaggio tra il signore e il suo vassallo, la violenza è sempre presente. Infatti, nonostante il signore concedesse un beneficio feudale in cambio di servizi resi dal vassallo, questi legami sono spesso alquanto precari e la pace è difficile da mantenere. Capitava frequentemente che il signore tendesse a farsi giustizia per conto proprio muovendo guerra ai suoi nemici. La guerra privata era, quindi, un fenomeno quotidiano che portava insicurezza sociale per tutta la popolazione disarmata che viveva in quelle terre. I vari eserciti delle innumerevoli signorie tendevano a diventare una vera e propria casta ereditaria specializzata nel campo militare. 

Dalla fine del X secolo e fino al XII, la Chiesa lungi dall’essere promotrice di violenza, come afferma falsamente la storiografia laicista, cerca piuttosto, di mettere un freno alla violenza e “codificare” la guerra attraverso le istituzioni della “Pace di Dio” e della cavalleria. Già nel 989 e 980 i concili regionali di Charroux e di Narbona denunciarono la violenza diffusa e lanciarono il movimento della “Pace di Dio”. Con tale istituzione la Chiesa trovò il modo di imporre ai combattenti professionali, i milites romani che vanno trasformandosi in cavalieri, alcune regole: portare rispetto verso i poveri, le vedove, ecc., non portare armi in determinati periodi, né in determinati luoghi. Il combattente s’impegna a seguire queste regole e a prestare giuramento sul Vangelo. Nel 1016 il concilio di Verdun-sur-Doubs chiese a tutti i cavalieri di giurare sul Vangelo di difendere i deboli e di non abbandonarsi ad atti di violenza. Sotto l’ispirazione della Chiesa la cavalleria, da banda armata senza controllo, orienta la propria funzione verso la difesa del popolo e il mantenimento dell’ordine e della pace. Nacquero, così, per un’esigenza di difesa della pace le famose virtù cavalleresche che divengono un modello per tutta l’aristocrazia europea. Icona tipica di tale fenomeno è, nel XII secolo, la Canzone di Orlando, dove si delinea la figura tipo del cavaliere cristiano ”senza macchia e senza paura”. 

Nel XI secolo il movimento della “Pace di Dio” si estende alla Spagna, all’Italia, alla Germania in modo che in tutta l’Europa cristiana le forze originariamente violente vengono convogliate nella difesa del popolo e la tutela della pace. Nasce anche il movimento della “Tregua di Dio”, codificato nei concili di Arles (1037-1041), per ottenere l’interruzione dei conflitti almeno in certi periodi dell’anno (tempi liturgici maggiori e nelle domeniche). 

Oltre a tutto ciò bisogna anche ricordare la figura del “cavaliere di Cristo”, la “nova militia” costituita dai nascenti ordini militari o cavallereschi nati espressamente per proteggere i pellegrini. L’esempio più significativo è costituito dalle crociate che prendevano l’avvio proprio in quel periodo per un’oggettiva necessità di ripristino del diritto. Niente a che vedere con azioni di proselitismo o conquiste imperialiste, ma veri e propri pellegrinaggi armati per l’autodifesa. La Chiesa favorì anche la formazione di coalizioni armate per difendere gli inermi e proteggere la pace, come nella battaglia di Civitate del 1053. In quegli anni l’Europa cristiana era interessata dalle frequenti invasioni degli eserciti pagani come i normanni, provenienti dal nord, gli ungheresi dall’est e le incursioni dei mussulmani saraceni dal sud. L’attività degli eserciti chiamati sotto le insegne di Pietro e dei cavalieri degli ordini militari monastici, benché, talvolta deviata in vere e proprie operazioni di guerre di conquista e saccheggi, come lo scandalo della IV crociata o la barbarie dei cavalieri teutonici, episodi condannati dagli stessi papi del tempo, presentano la formula tipicamente medioevale del combattente cristiano che consacra la propria esistenza alla difesa dei fratelli e alla gloria di Cristo. 

Purtroppo la violenza è un fenomeno insito in ogni società umana e i diritti individuali e comunitari non si possono far valere senza ricorrere ad una certa violenza (guerre, scioperi, ecc.). Dare, quindi, la colpa alla Chiesa perché nel periodo storico in cui esercitava un'influenza diretta sulla società esisteva la violenza e la guerra è un’operazione chiaramente strumentale. D’altra parte lasciare che si propaghi l’abuso senza cercare di porre un rimedio può costituire un danno al bene comune. Se la violenza non può essere soppressa occorre almeno cercare di limitarla con tutti i mezzi. Invece di enunciare pii desideri, la Chiesa cercò di limitare la violenza attraverso l’educazione delle coscienze, esigendo che si rinunci ad imporre il proprio diritto con qualsiasi mezzo e restringendo il più possibile il campo della violenza legale. 

Oggi la Chiesa ha perso la sua influenza diretta sulla società e, in una società secolarizzata come la nostra, sembra difficile che possa ricondurre l’attività militare e la violenza in genere, in un contesto ecclesiale, attraverso un giuramento sul Vangelo. Ma non per questo i moniti della Chiesa sono mancati, in ogni tempo le condanne della violenza dei papi e dei vescovi, l'attività di molti membri della Chiesa in favore dei movimenti per la pace e per i diritti dell’uomo sono i segni di un’attenzione sempre presente per l’affermazione della pace. 

Bibliografia 

H. Mitteis “Le strutture giuridiche e politiche dell’età feudale”, Morcelliana, Brescia, 1962; 
W. Ullmann, “Individuo e società nel medioevo”, Laterza, Bari, 1974; 
C. Violante, “Studi sulla cristianità medioevale”, vita e Pensiero, Milano, 1972; 
J. Comblin, “Teologia della pace” Ed. Paoline, 1962-66; 
A. Morini, “La guerra nel pensiero cristiano dalle origini alle crociate”, Sansoni, Firenze, 1963. 
F. Agnoli, “Indagine sul Cristianesimo”, Ed. Piemme, Milano, 2010.

mercoledì 12 marzo 2014

Il diritto all'obiezione di coscienza


E' notizia di questi giorni che una coppia di coniugi, per la presunta mancanza della disponibilità di medici non obiettori, sarebbero stati costretti ad abortire nel bagno di un noto ospedale romano. Le autorità sanitarie hanno smentito tale versione dei fatti, ma l'accaduto ha spinto il Ministero della Salute a chiedere chiarimenti alla Regione Lazio che, a sua volta, sta provvedendo alle necessarie verifiche.

Tutto ciò ha inevitabilmente suscitato la reazione delle associazioni abortiste che hanno subito strumentalizzato l'accaduto denunciando una presunta non corretta applicazione della legge 194 sull'interruzione di gravidanza per colpa dell'istituto dell'obiezione di coscienza, lamentando, così, una discriminazione della donna che verrebbe lesa nella sua dignità. 

Quello della discriminazione e della lesione alla dignità della donna è un vecchio ritornello che ritorna ogni volta che si parla di obiezione di coscienza nei riguardi della legge sull'interruzione di gravidanza. Ovviamente se fosse vero ciò che ha raccontato la coppia di coniugi il fatto sarebbe di una gravità assoluta, ma non riguarderebbe l'obiezione di coscienza perché la legge 194 impone l'obbligo dell'assistenza in ogni caso. 

A mio modo di vedere la propaganda laicista strombazza di diritti negati perché crede, nella sua folle visione della realtà, che la morte possa essere un diritto, ma la stessa legge 194 consente l'interruzione della gravidanza solo come un rimedio estremo quando tutti i tentativi di rimuovere le cause che inducono una donna a richiedere l'interruzione di gravidanza non sortiscono effetto. L'aborto, quindi, è solo una deroga, assurdamente legalizzata, del rispetto dell'unico vero diritto che è quello della vita.

Se le associazioni abortiste volessero veramente tutelare la corretta applicazione di tale legge, dovrebbero piuttosto protestare per la scarsa efficacia dei consultori che dovrebbero con maggiore impegno adempiere al loro dovere di prevenzione, invece di comportarsi come delle fabbriche di aborti solo perché la soluzione dell'interruzione della gravidanza è quella più semplice e veloce. 

Prendersela con l'obiezione di coscienza significa ledere il diritto dei medici di agire secondo la loro deontologia professionale che è rivolta alla protezione della vita e non alla sua soppressione.

lunedì 3 marzo 2014

La "rieducazione" laicista




                                 
Dietro il paravento della lotta alle discriminazioni, nel silenzio più totale dei media più importanti, continua la strisciante operazione di lento, ma costante indottrinamento della società odierna sui principi della teoria "gender". Come è noto l'anno scorso l'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), un istituto interno del famigerato Dipartimento delle Pari Opportunità, già tristemente noto per il recente bavaglio imposto alla libertà di stampa, ha diramato delle direttive nazionali attraverso il documento Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (2013-2015)”, che recepisce le linee guida per l’applicazione dei principi contenuti nella Raccomandazione CM/REC (2010) 5 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, volta a combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o l’identità di genere.

Questa operazione si è tradotta nella composizione di tre volumi che perseguono lo scopo di “instillare” l’ideologia "gender" nelle menti degli alunni delle scuole elementari, medie e superiori. Una spaventosa dimostrazione della pericolosità di un'operazione del genere si è avuta lo scorso dicembre quando a Venezia il delegato del sindaco, Camilla Seibezzi, già tristemente nota per aver proposto la sostituzione delle parole "mamma" e "papà" con "genitore", ha presentato la proposta di introdurre in dieci asili nido e in 36 scuole dell'infanzia delle raccolte di fiabe dove vengono presentate come un fatto normale l'esistenza di diverse forme familiari come, ad esempio, quella con due papà o con due mamme, ecc. 

Oltre a voler promuovere e presentare la teoria "gender" come un fatto normale e provato, imponendo una visione unilaterale del mondo, questo documento invita a considerare ogni critica alle pretese della comunità LGBT (Lesbiche, gay, bisessuali e trans) come "omofobia", posizione che deve essere severamente punita dalla legge. Gli studenti, quindi, devono pensare che sia giusto il matrimonio tra persone dello stesso sesso e che l'eterosessismo, ovvero ritenere normale solo il matrimonio tra persone di sesso differente, sia all'origine dell'omofobia. In quest'ottica vengono anche indicate come "incitamento all'odio ed alla discriminazione" perfino le dichiarazioni provenienti da alcuni rappresentanti delle istituzioni politiche ed ecclesiastiche.

Questa operazione di gravissima ingerenza nelle libertà personali dei cittadini non poteva rimanere a lungo nascosta, così, chiamata a dare spiegazioni circa la liceità della composizione e diffusione di questi volumi, Maria Cecilia Guerra, l'ultimo vice ministro del Lavoro e Politiche Sociali con delega alle Pari opportunità, cioè l’ente che ha posto il suo logo sulla prima pagina de tre documenti, ha risposto di non saperne niente e che il tutto è stata un'iniziativa dell’Istituto Beck, istituzione schieratissima a favore dell’omosessualità convenzionato con l'UNAR, il vero e proprio soggetto che ha redatto i libri dello scandalo. 

Si rimane veramente allibiti di fronte al pressapochismo di tale istituzione: dapprima si da l'avvio ad un'operazione ingiustificabile e liberticida, poi, posti di fronte alle proprie responsabilità, la si sconfessa dicendo che non se ne sapeva nulla. Ma sarà veramente così?






venerdì 21 febbraio 2014

Fede e ragione: una storia infinita

L’ateismo contesta alla religione, ed al Cristianesimo in particolare, il fatto di essere un prodotto effimero ed illusorio della mente umana. Dalla critica colta e raffinata di Feuerbach fino all’ateismo sgangherato di Odifreddi, il pensiero ateo nega alla religione ogni contatto con la ragione, ritenendoli completamente incompatibili. 

Il filosofo tedesco, pur essendo lontano dal becero anticlericalismo illuminista, scriveva che: “Essendo Dio e l’uomo in un rapporto antitetico, la ragione deve distruggere l’illusione perniciosa chiamata Dio, che si pone al suo posto dell’Uomo” (L. Feuerbach, "L’essenza del cristianesimo”), intendendo con questo definire la religione come una mero prodotto irrazionale della mente umana in cui proiettare i propri bisogni e le proprie aspirazioni sperando in una loro realizzazione ideale.

Ma anche l’ateismo più semplice ed ingenuo, come quello, per intenderci, del matematico Piergiorgio Odifreddi, che, ad esempio, scrive: “Non possiamo essere Cristiani, e meno che mai Cattolici, se vogliamo allo stesso tempo essere razionali e onesti. La ragione e l’etica sono infatti incompatibili con la teoria e la pratica del Cristianesimo” (Piergiorgio Odifreddi, “Perché non possiamo essere cristiani - e meno che mai cattolici”), ha come denominatore comune la convinzione di ritenere la religione essenzialmente una irrazionalità. 

Nel proporre tale contrapposizione l’ateismo, che, ricordiamo, è un fenomeno recente nella storia dell’umanità, crede di aver introdotto un elemento di novità nel discorso sulla ragione e la fede, ma in realtà la questione ha origine molto antiche. Nei primi secoli dell’era cristiana il pensiero logico razionale in Occidente era costituito essenzialmente dalla filosofia aristotelica e finché questa riguardò discipline come la grammatica o la retorica venne facilmente armonizzata con la religione cristiana. Fu Agostino d’Ippona che si prodigò a trovare questo punto di equilibrio, ma dal XIII secolo in poi cominciarono a diffondersi, tradotte in latino da precedenti versioni arabe, altre opere di Aristotele sulla filosofia della natura, sulla metafisica e sulla morale. Questo aristotelismo, com’era stato interpretato dal filosofo arabo Averroé e tramandato dai commentatori arabi, che ne furono gli intermediari, si presentava già costituito in un sistema chiuso, autosufficiente, in netta opposizione con la fede cristiana, che presentava una visione razionalistica del mondo da cui si trovava esclusa ogni idea di creazione. La cristianità medioevale si trovò costretta ad ammettere l’esistenza di una doppia verità: quella secondo la fede e quella secondo la ragione.

Tutto ciò avrebbe potuto determinare un conflitto insanabile e relegare la religione e la fede in Dio nell’ambito dell’irrazionalità, molto tempo prima dell’avvento dell’ateismo. Ed, infatti nel 1210 il Concilio di Parigi arrivò addirittura a proibire le opere fisiche e metafisiche di Aristotele. Fu il genio di Tommaso d’Aquino a rendere il pensiero aristotelico propedeutico al pensiero cristiano dimostrando per primo che fede e ragione non sono in antitesi, ma che quest’ultima non serve solo per conoscere il mondo sensibile, del divenire, ma può addirittura essere un supporto alla fede. Tommaso dimostrò che la ragione crea i preamboli per la fede, in quanto è in grado di dimostrare l’esistenza di Dio attraverso la conoscenza delle cose sensibili. Da qui le cinque vie di Tommaso che, seguendo il metodo aristotelico della minuziosa analisi razionale della natura (physis), raggiungono induttivamente e caratterizzano il mondo immateriale ed invisibile.

Attraverso l’interpretazione tomista le categorie aristoteliche, nella loro precisione, poterono servire al chiarimento del deposito rivelato fornendo uno strumento apprezzabile per rendere ragione di molte affermazioni della fede. La ragione, quindi, non smentisce affatto la religione e non la fa passare per una irrazionalità, come pensa Feuerbach, ma potendo proporre dei paragoni a difesa della fede può dimostrare l'inefficacia e la falsità di obiezioni avanzate contro la fede stessa. La ragione può arrivare a dimostrare che un Dio può esistere e può porre le basi per la fede. E’ ciò che non accetta l’ottuso ateismo di Odifreddi che concepisce solo una ragione senza la fede. Ma questa condizione finisce fatalmente per ingigantire il valore della ragione fino a ritenerla unico strumento della conoscenza. E’ questa la vera irrazionalità, ritenere la ragione capace di tutto, l’unico strumento in grado di sondare la realtà, mentre, invece, dovrebbe sempre essere consapevole dei suoi limiti per sapersi aprire al Mistero.

Bibliografia

J. Le Goff "Gli intellettuali nel Medioevo", Mondadori, Milano 1959;
J. Leclercq "Cultura umanistica e desiderio di Dio" Sansoni, Firenze 1968;
M. F. Pellegrin "Dio" Garnier-Flammarion, Parigi 2003;
J. Le Goff "Il Dio nel Medioevo" Editori Laterza, Bari 2011.

venerdì 14 febbraio 2014

La notte dell'umanita'

Veramente una bruttissima notizia, cio' che ha fatto inorridire tutto il mondo, e che ho gia' stigmatizzato qui, si e' praticamente concretizzato. In Belgio e' quasi divenuta legale, manca solo la formalita' della firma del re, l'eutanasia anche per i bambini, senza alcun limite d'eta'. Con un vero colpo di mano il laicismo belga, con la chiara intenzione di anticipare la mobilitazione delle forze contrarie, ha completato l'iter di approvazione della legge in tempi rapidissimi.

Ho gia' scritto come tale legge sia una bestialita' senza confronti, una vera e propria legalizzazione dell'omicidio dell'innocente, in quanto impossibile valutare l'effettiva volonta' di un minore. Si tratta di un'assurdita' senza eguali, un feroce atto di barbarie di Stato, ma anche di una contraddizione logica per cui al bambino e' vietato sposarsi o di comprare una casa, mentre puo' chiedere di morire. Per i laicisti la vita umana non vale quanto una casa. 

Una cappa nera si addensata sulle teste degli uomini, l'abisso piu' profondo si aperto sotto i nostri piedi. Dopo la legalizzazione dell'aborto ecco che la vita dei bambini, la personificazione dell'innocenza, subisce un'altra profonda ferita. La notte dell'umanita'.

giovedì 6 febbraio 2014

L'ipocrisia anticattolica dell'Onu

La Commissione sui diritti dell’infanzia, al termine della 65esima sessione del Comitato per i Diritti del Fanciullo, ha pesantemente attaccato il Vaticano e la Chiesa Cattolica accusandola di aver violato la Convenzione Onu del 1989 di cui è firmataria. Le accuse vanno dal non aver riconosciuto la portata dei crimini di pedofilia commessi dai sacerdoti nel periodo considerato, dall’aver coperto i colpevoli fino al non aver previsto misure adeguate per risarcire e sostenere le vittime dei soprusi. Inoltre questo organismo ha anche espresso pesanti dubbi sulle politiche della Chiesa contro l’omosessualità, la contraccezione e l’interruzione volontaria della gravidanza considerandoli segnali di una cultura oscurantista che favorisce la pedofilia nel clero. 


Lo scandalo della pedofilia nella Chiesa Cattolica è stata una vergogna enorme e per quei sacerdoti che si sono macchiati di tali crimini non esiste alcuna scusante ed è giusto che siano consegnati alla giustizia penale affinché siano giudicati e, se colpevoli, condannati. Su questo punto non può esserci discussione, ma il rapporto dell’Onu appare singolarmente troppo duro, non era mai successo che un organismo religioso fosse chiamato a giustificarsi davanti all’Onu. Le accuse si concentrano eccessivamente e solamente nel periodo in cui, colpevolmente, prevalse nella Chiesa l’omertà e il silenzio per non creare scandalo tra i fedeli, senza dare particolare risalto al lungo cammino fatto finora dalla Chiesa Cattolica iniziato con papa Benedetto XVI, che ha fatto rimuovere vescovi e cardinali portando davanti al Tribunale della Dottrina della fede circa 4 mila sacerdoti, e proseguito con l’attuale papa Francesco che ha istituito una Commissione per la protezione dei minori. 

L’Onu ha promosso una vera e propria campagna denigratoria che interessa tutta la presenza sociale ed educativa della Chiesa Cattolica, come se il crimine di pochi possa inficiare il tanto bene operato per i giovani dalle parrocchie e dai gruppi ecclesiali in tutto il mondo e si è permessa addirittura di interferire nell’insegnamento della Chiesa sulla dignità umana e nell’esercizio della libertà religiosa. Questo fatto è di una gravità assoluta, come non pensare all’influenza di organizzazioni omosessuali, molto potenti negli Stati Uniti, che premono per veder imposta l’ideologia di genere, il matrimonio e l’adozione per le coppie omosessuali? E’ fin troppo palese l’intento strumentale del rapporto dell’Onu che appare inficiato da un chiaro pregiudizio ideologico anticattolico, infatti l’Onu, così attenta ad intervenire contro la pedofilia , in altre occasioni, non si è comportata allo stesso modo. Si è ben guardata, ad esempio, dal redarguire con analoghi rapporti di fuoco la famigerata Associazione degli Psichiatri Americani (APA) che nell’ultima pubblicazione del suo manuale di riferimento (Statistical Manual of Mental Disorders) ha declassato la pedofilia da "disordine" a “orientamento”. Sarà solo un caso il fatto che tale Associazione è notoriamente controllata dalla lobby gay americana?

venerdì 31 gennaio 2014

Lo scisma donatista

Fino al IV secolo, mentre in Oriente si erano già succedute numerose dispute teologiche suscitate dalle varie eresie, in Occidente la Cristianità non aveva ancora conosciuto delle significative obiezioni all’originaria fede apostolica custodita dalla Chiesa di Roma. Fu solo una questione pratica, diversamente dai bizantinismi tipicamente orientali, a trascinare l’Occidente in una disputa molto profonda che portò addirittura ad uno scisma. 

Tutto ebbe inizio con la vicenda di Donato, da cui il nome “Donatisti” dato a questa setta, vescovo di Casae Nigrae, in Numidia, l’odierna Algeria orientale. Con la persecuzione di Diocleziano del 303, che fu molto violenta in Africa, durante la quale furono vietate le assemblee cristiane ed imposta la consegna delle Sacre Scritture, molti cristiani per non venire uccisi e torturati caddero nell’apostasia. Costoro vennero chiamati traditores, in quanto avevano compiuto una traditio, ossia una consegna dei testi sacri ai pagani. Finita ormai la persecuzione, Donato, che era tra coloro che si opponevano ad un rientro nella Chiesa dei "traditores" e riteneva non validi i sacramenti da loro amministrati, attorno al 312 cominciò a calunniare Ceciliano, il nuovo vescovo di Cartagine, definendolo falsamente come un “traditores” e, appoggiato da una potente matrona di nome Lucilla, oppose a Ceciliano un certo Maiorino, un donatista protetto da Lucilla. Questa opposizione venne fatta da un sinodo di settanta vescovi presieduti dal primate della Numidia, Secondo da Tigisi. Questo fatto provocò un vero e proprio scisma, in quanto era stato eletto un altro vescovo a posto di quello legittimo e legalizzata un’Eucaristia contro un’altra. 

Lo scisma in breve divenne anche un’eresia in quanto per affermare che l’elezione di Ceciliano era invalida, i donatisti considerarono, anche stavolta falsamente, un traditores Felice di Aptungi, uno dei vescovi che consacrarono Ceciliano, facendo valere la teoria eretica che la validità di un sacramento dipende dalla santità del ministro. Ciò provocò una vera spaccatura all’interno della Chiesa cristiana nell’Africa romana tanto che il nuovo imperatore, Costantino, desideroso di portare ordine ed unità, intervenne subito devolvendo la questione al vescovo di Roma del tempo, che era Milziade. Si tenne, così, un Concilio al Laterano che riconobbe la legittimità dell’elezione di Ceciliano e condannò i donatisti. 

Questi, però, non accettarono il responso del Concilio romano e continuarono a compiere sommosse e violenze, per cui Costantino pensò di convocare un grande Concilio più rappresentativo nelle Gallie, lontano da Roma, come volevano i donatisti. Il grande consesso si riunì a Arles nel 314 e confermò la sentenza di Milziade, quindi la condanna dei donatisti e la legittimità di Ceciliano. Le violenze, però, non si fermarono e Costantino giocò un’ultima carta convocando a Milano sia Ceciliano che Donato, senza risolvere nulla. In Africa i donatisti divennero sempre più violenti ed arroganti finché il loro braccio armato, i circoncellioni, costituiti da fanatici senza scrupoli, arrivò a ad attaccare persino l’esercito imperiale accorso per ripristinare l’ordine. Tutto ciò, nel 350, portò ad una repressione dei donatisti da parte dell’imperatore, che all’epoca era Costante, figlio di Costantino, e Donato fu esiliato nelle Gallie dove morì nel 355. 

Nonostante la morte di Donato, in Africa continuarono le violenze dei donatisti contro i cattolici, lo scisma durò per circa un secolo, finché le argomentazioni teologiche di Ottato, vescovo di Milevi e, specialmente, l’opera di Agostino d’Ippona non diedero definitivamente il colpo di grazia al donatismo. Agostino, tra il 394 e il 403, produsse una serie di opere che confutarono completamente il donatismo dimostrando chiaramente come questa setta era stata fondata da traditores, condannata dal papa e dai Concili, e, separata dal mondo, causa di divisioni e violenze. 

In sintesi il Donatismo commise due errori fondamentali che sono quello di ritenere che il peccato escluda dalla Chiesa e, quindi, di concepire una Chiesa fatta solo di puri e l’altro, che non siano validi i sacramenti amministrati da ministri indegni. Ancora oggi questi due errori caratterizzano la perniciosa campagna d’odio e denigrazione perpetrata da molte chiese e sette che rinfacciano alla Chiesa Cattolica di non essere pura e santa. Queste accuse nascono dal fatto di concepire la Chiesa come un fatto puramente umano e prescindono dalla potenza di Cristo nella sua Chiesa che, invece, è l’elemento discriminante rispetto a qualunque altra società. 

Già nell’Antico Testamento in una delle tante confessioni pubbliche (Dn 9, 13-19) Israele si riconosce peccatore davanti a Dio, così anche la Chiesa si riconosce sempre peccatrice e sempre in un cammino di conversione. Lo stesso Gesù (Mt 23, 1-12) riconosce l’autorità degli scribi e farisei anche se la loro vita è in contraddizione con l’insegnamento che non dipende dalla vita e santità personale, ma unicamente dalle Parole del Signore. Gesù, infatti, affida al peccatore Pietro il compito di confermare nella fede i fratelli (Lc 22, 28-34), affida alla Chiesa i Sacramenti che sono il frutto della sua morte e resurrezione e, quindi, dipendono da Lui e non dalla santità o meno del sacerdote (Gv 20, 19-23). Anche Paolo, esplicitamente afferma che la fede è per la Parola del Signore non per la santità di chi l’annuncia (Rm 10, 11-17) e che il corpo mistico di Cristo, cioè la Chiesa, può avere membra deboli e sofferenti, cioè i peccatori (1 Cor 12, 18-27). 

Bibliogafia

Angelo Clemente, "Il libro nero delle eresie", Milano, Mondolibri, 2008
Catholic Encyclopedia, Volume V. New York 1909 Robert Appleton Company.

venerdì 24 gennaio 2014

La persecuzione dei cristiani






Nel IV secolo, quando la Cristianità dovette subire la prova suprema della più dura persecuzione, il vescovo di Milano, Ambrogio, commentando il salmo 18 scrisse: “Il diavolo invia molti suoi ministri per suscitare persecuzioni non soltanto al di fuori, ma anche al di dentro delle anime dei singoli. Di queste persecuzioni è stato detto: “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo, saranno perseguitati” (2 Tm 3,12). Tutti, ha detto, senza eccezione. Infatti chi può essere eccettuato quando il Signore stesso ha sopportato i tormenti delle persecuzioni?”. 

Mai parole furono più profetiche di queste: è di questi giorni la notizia che la coppia di cristiani arrestata l’estate scorsa in Pakistan per blasfemia è stata indotta a “confessare” sotto tortura. In India le cose non vanno meglio. Lo scorso Natale una folla di attivisti del Bajrang Dal, un gruppo estremista indù, ha denunciato con l’accusa di praticare conversioni forzate due donne intente a distribuire volantini sul Cristianesimo. Nel nord della Siria ormai in mano ai ribelli estremisti, che non tollerano la presenza di non musulmani nella regione, il 20 dicembre scorso i capi jihadisti hanno impartito a padre Hanna e padre Dhiya, i due francescani caduti prigionieri assieme ai fedeli di tre villaggi, di far sparire tutte le croci, di non suonare più le campane e alle donne di coprirsi in pubblico la faccia e i capelli. I villaggi cristiani colpiti sono quelli di Knayem, Yacoubieh e Jdeideh, presso il fiume Oronte, luoghi dove la cristianità esiste sin dalle origini. Qui duemila cristiani siriani sono stati circondati e fatti prigionieri, e rischiano di venire sgozzati se non rispettano i dettami islamici. 

Questi tre recenti episodi sono gli ennesimi atti di intolleranza e persecuzione che i cristiani di tutto il mondo subiscono continuamente. E’ stato calcolato che i cristiani uccisi a motivo della loro fede sono circa 105.000 all'anno, uno ogni cinque minuti. In paesi come il Pakistan dove in teoria dovrebbero essere tutelate le minoranze religiose, il noto caso di Asia Bibi, madre di famiglia cristiana condannata nel 2009 all'impiccagione per blasfemia, ha dimostrato come la legge anti blasfemia non sia altro che un pretesto per perseguitare i cristiani e, specialmente, coloro che dall’Islam si convertono al cristianesimo. In questo paese islamico il solo fatto di convertirsi è ritenuto una blasfemia. In India dal 2008 ad oggi si è assistito ad un fortissimo incremento delle violenze contro i cristiani da parte degli Indù al punto che oltre 20.000 persone hanno dovuto cercare rifugio ed abbandonare le loro case e loro abitudini. In ogni parte del mondo le pacifiche comunità cristiane vengono crudelmente perseguitate. In Nigeria la setta islamica Boko Haram, che vuole cacciare i cristiani dal Nord del Paese per imporre un califfato islamico, ha ucciso dal 2010 ad oggi in vari attentati più di 250 cristiani inermi. 


Purtroppo l’intolleranza e la persecuzione nei confronti dei cristiani sono diffuse drammaticamente in ogni parte del mondo, in paesi come l’Algeria, l’Egitto, la Libia, la Somalia dove è stata rasa al suolo la locale cattedrale e ucciso il vescovo di Mogadiscio, il Sudan, l’Afghanistan dove la conversione al cristianesimo è punita con la morte, l’Arabia Saudita dove il cristianesimo è proibito, l’Indonesia dove in questi ultimi 15 anni sono stati uccisi oltre 950.000 cristiani, l’Iran e l’Iraq dove l’apostasia dall’Islam è punita con la morte, essere cristiani e vivere da cristiani significa mettere a repentaglio la propria vita. Il cristianesimo non è solo perseguitato dalle altre religioni, ma anche dai regimi e dalle ideologie comuniste come in Cina, dove è permessa solo una Chiesa cristiana controllata dallo Stato, o in Corea del Nord dove la dittatura comunista proibisce qualsiasi appartenenza a gruppi cristiani. 


Il Cristianesimo è senza alcun dubbio la religione di gran lunga più perseguitata della storia, dai tempi dell’impero romano fino ai nostri giorni ogni potere, sia religioso che laico, ha sempre cercato di sopprimere in ogni modo il messaggio cristiano. L’Islam integralista, che non concepisce altro che sottomissione e prevaricazione, non può sopportare la novità liberante di Cristo, il superamento delle leggi esteriori, la libertà e la pari dignità per le donne, l’Induismo non riesce ad accettare lo sgretolamento di un assurdo sistema di segregazione dell’umanità in caste di fronte all’amore di Cristo per ogni uomo che divengono così tutti uguali di fronte a Dio. 

Ma a distinguersi in questa gara d’odio è certamente l’ideologia laicista dei regimi atei, anticristiani e anticlericali. Non si possono dimenticare le orrende stragi in Vandea durante la Rivoluzione Francese, la repressione in Messico dei Cristeros, fino alle persecuzioni operate da nazisti e stalinisti e quelle dei regimi comunisti in ogni parte del mondo. Dovunque l’atea follia di una massificazione e spersonalizzazione della società ha prodotto la necessità di sopprimere il valore cristiano dato alla persona, il riconoscimento del valore di ogni vita perché proveniente da Dio. Anche nella nostra società d’oggi, sempre più secolarizzata, il Cristianesimo è calunniato, sbeffeggiato, vilipeso e deriso, perché il laicismo, per affermare l’egoismo come il principio base, ha bisogno di eliminare l’ostacolo del Cristianesimo ed imporre la sua visione della morte come la soluzione finale per ogni problema. 

Nel vangelo di Giovanni è rimasta una vivida memoria delle profetiche parole di Gesù: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15, 18-19). La patria di ogni cristiano è il Regno dei Cieli, non certo questo mondo malsano prigioniero dell’odio e della follia dell’uomo, ma la presenza di Cristo nel mondo è quella di una luce che non si può sopprimere, una luce capace di smascherare ogni nefandezza umana e che indica a tutti la Verità. E, questo, attira l’odio del mondo.


martedì 14 gennaio 2014

Il bavaglio alla libertà di stampa


Si susseguono, ormai senza sosta, gli episodi di intolleranza laicista legati al falso “politically correct” in materia di omosessualità e transessualità. Questa volta viene colpita la categoria dei giornalisti, infatti a dicembre scorso il Dipartimento delle Pari opportunità ha pubblicato un documento dall’inquietante titolo: “Linee guida per un'informazione rispettosa delle persone LGBT”. 

Tale documento è rivolto ai giornalisti al fine di assicurare una correttezza e professionalità dell’informazione riguardante il vissuto delle persone omosessuali e transessuali. Ovviamente non voglio mettere in discussione il dovuto rispetto che merita ogni persona, ma tale documento, dietro il paravento della correttezza dell’informazione, intende introdurre una nuova visione dell’omosessualità e della transessualità attraverso la lente distorta della teoria “gender”. Ciò significa che sesso e genere non sono sinonimi e se la biologia decide il sesso, ognuno è comunque libero di decidere di sentirsi uomo o donna. La guida, quindi, considera corretti e professionali solo i giornalisti che faranno proprio il concetto dell’omosessualità vista come una condizione normale, il fatto che tra matrimonio tradizionale e quello gay non c’è alcuna differenza, che la famiglia è unica senza distinzioni tra quella gay e tradizionale, che non esiste alcuna difficoltà per l’adozione di bambini da parte di coppie gay e così via. 

Ma la teoria “gender” è, appunto, una teoria che non poggia su alcuna prova scientifica, eppure viene imposta come una verità conclamata. Basare su una teoria indimostrata un decalogo a cui dovrebbero attenersi i giornalisti è una vera e propria assurdità, un attacco alla libertà di stampa e di pensiero. Di fatto viene impedita al giornalista cattolico, e a qualsiasi professionista di buon senso, la possibilità di esprimere liberamente la sua opinione e all’utenza di accedere ad una informazione che non sia pregiudicata dai diktat delle lobby gay.