domenica 27 maggio 2012

Il Catarismo e la nascita dell'Inquisizione

È opinione comune presso i laicisti che il tribunale dell'Inquisizione cattolica sia stato lo strumento ordinario utilizzato dalla Chiesa Cattolica per combattere il cosiddetto “libero pensiero” ed imporre il suo potere oscurantista. Questo luogo comune è stato così diffuso dalla propaganda laicista al punto che moltissimi cattolici hanno quasi paura di affrontare tali argomenti convinti di avere chissà quali peccati da doversi vergognare.

Per esperienza so che qualsiasi affermazione ed accusa fatta dai laicisti alla storia della Chiesa Cattolica è artefatta e pretestuosa e si basa inesorabilmente su una sconcertante ignoranza di fondo. Col termine di “Inquisizione” i laicisti ignoranti confondono la cosiddetta Inquisizione medioevale, sorta come risposta alle eresie, con l'Inquisizione spagnola, creata da Papa Sisto IV, nel 1478, su sollecitazione della regina Isabella di Castiglia e di re Ferdinando d'Aragona e sorta per scopi principalmente politici. In ogni caso nessuna rappresentò un istituto volto a combattere il “libero pensiero”. In realtà l’Inquisizione nasce nel secolo XIII, verso la fine del Medioevo, come risposta della Chiesa agli eccessi dei movimenti ereticali, che non si limitavano a propugnare deviazioni di contenuto esclusivamente teologico, che vennero contrastati fino ad allora sul piano dottrinale e solo con mezzi spirituali, ma insidiavano mortalmente la società civile. Le proteste dei civili contro le vessazioni degli eretici costrinsero le autorità ecclesiastiche ad intervenire per controllare e per frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con il necessario discernimento, dai tribunali laici, che si illudevano di risolvere il problema inviando con disinvoltura gli eretici al rogo.

La causa prima che diede inizio al processo di formazione dell’Inquisizione fu il nascere ed il diffondersi dell’eresia catara. Oggi è difficile immaginare il profondo malessere suscitato nella Cristianità dalla diffusione del catarismo, che, sotto il fascino esercitato dall'apparente austerità di vita dei suoi proseliti, nascondeva un'ideologia sovversiva. Il pericolo era rappresentato soprattutto dalla condanna del mondo materiale, che implicava il divieto assoluto di procreare e, come culmine della perfezione, il suicidio rituale, e dal rifiuto di prestare giuramento, che comportava il dissolvimento del legame feudale, uno dei capisaldi della società medievale. Dunque, considerata l'omogeneità religiosa della società del tempo, l'eresia costituiva un attentato non solo all'ortodossia ma anche all'ordine sociale e politico. L’eresia catara (dal greco katharos = puro) fu la crisi più grave ed importante con cui la cristianità dovette confrontarsi dopo l’arianesimo. Gli appartenenti a questa setta, tra i secoli XI e XIII, diedero origine a proprie comunità in quasi tutta Europa, specialmente nei Balcani, nella Francia meridionale e Aragona, in Italia settentrionale e persino in Sicilia. Non fu un fenomeno circoscritto e limitato, ma costituì un vero e proprio sistema socio-religioso alternativo a quello esistente allora in gran parte dell’Europa. I Catari costituirono un vero e proprio “cancro” che rose dal di dentro le istituzioni ufficiali e la base della vita sociale di allora. La dottrina catara, infatti, rifiutava ogni autorità per proporre una visione deteriore della realtà. Possiamo, infatti, far comprendere l’eresia catara nel grande gruppo delle eresie gnostiche e manichee.

Per la dottrina catara tutto ciò che esiste, cioè il mondo materiale, è opera del demonio o di un dio malvagio che si oppone al dio del bene che, invece, è creatore del mondo buono, cioè quello spirituale. Per questo i Catari disprezzavano il dio dell’Antico Testamento, autore del malvagio mondo materiale, per esaltare il dio buono, autore di quello spirituale, del Nuovo Testamento. Ovviamente un Nuovo Testamento completamente reinterpretato secondo la loro aberrante visione. Non poteva, infatti, esistere alcun punto di contatto tra i due “mondi”, cosicché negavano l’incarnazione di Gesù e la resurrezione della carne. Essi ritenevano che il suo Corpo fosse solo spirituale, con una apparenza di materialità. 

L’anima umana non è sempre considerata creazione del dio buono, lo sono solo quelle dei “Puri” o “Perfetti”, cioè una ristretta cerchia di persone che sarebbero degli angeli imprigionati da satana in corpi umani. Attraverso una serie di reincarnazioni (credevano anche a questo, sic!) queste anime arrivavano ad essere “pure”, cioè catare, e si ponevano come guida spirituale della setta per poi liberarsi dal corpo. In quest’ottica l’auspicato fine ultimo dell’umanità per i “Puri” era il suicidio generale. Si sottoponevano a regole durissime, non lavoravano, non partecipavano alla vita sociale, non riconoscevano alcuna autorità, ogni attività sessuale era proibita, se qualcuno veniva meno, allora la sua caduta era dovuta alla sua anima ritenuta ancora non sufficientemente pronta. I “perfetti” erano considerati come dio stesso e venivano letteralmente adorati dagli altri componenti della setta che avevano anche l’obbligo di mantenerli. 

Oltre ai “perfetti”, infatti, c’era tutta la moltitudine dei seguaci ritenuta impura e peccaminosa. I Catari, infatti, non credevano nel libero arbitrio, così chi era ritenuto un’emanazione del male non aveva altro destino che perire. La loro unica speranza era quella di ricevere dai “perfetti”, alla fine della vita, il “consolamentum”, una sorta di purificazione spirituale. Per ottenerla, però, occorreva esserne degni e, quindi, vivere distaccandosi progressivamente dalla vita materiale, oppure la si poteva ottenere subito se poi, però, si era disposti a suicidarsi. Questa pratica era diffusissima presso i Catari, si chiamava “endura”, secondo loro se praticata subito dopo il “consolamentum” garantiva il paradiso. Esistevano diverse forme di “endura”, la più diffusa era l’inedia, riservata ai lattanti, ma anche il dissanguamento, realizzato anche con bevande mescolate a frammenti di vetro, o lo strangolamento. Molte volte l’”endura” veniva applicata a vecchi e bambini, cosicché il suicidio diveniva omicidio. Uno studioso tedesco del XIX secolo, Dollinger, studiando gli archivi dell’inquisizione a Tolosa e Carcassonne notò con raccapriccio che furono molto più le vittime dell’”endura” che dell’inquisizione stessa. 

Questa dottrina, considerando intrinsecamente cattivo e peccaminoso tutto ciò che lega l’anima alla materia, odiava ed aborriva le attività procreative, la perpetuazione della specie era vista come un’opera satanica, le donne incinte e i neonati erano disprezzati perché visti sotto l’influenza del demonio. Presso le comunità catare, per limitare l’azione del “male”, veniva largamente praticato l’aborto. Il matrimonio veniva considerato un generatore di male, tutte le autorità terrene erano considerate creature del dio malvagio, quindi non bisognava riconoscerle, venivano aborriti i tribunali, erano considerate azioni sataniche prestare giuramento ed impugnare le armi. Tutte le sette catare avevano una accesissima ostilità verso la Chiesa Cattolica che vedevano come la grande meretrice Babilonia. Non potevano accettare il suo ruolo di intermediaria dell’amore di Dio verso gli uomini nella loro vita sulla terra. Per questo non accettavano i sacramenti che ritenevano segni del demonio.

Tutto ciò portò centinaia di migliaia di persone in tutta Europa a ritirarsi dalla vita sociale, era messa in grave pericolo non solo l’unità della fede e la dignità umana, ma anche la stessa aggregazione sociale. Questo modo di vedere la società era suicida, tutto ciò non poteva essere accettato né dalle autorità costituite, tantomeno dalla Chiesa. C’è da aggiungere che il catarismo non era un semplice movimento ideologico. Soprattutto nella Francia meridionale, una parte dell’aristocrazia approfittava della nuova dottrina per giustificare esazioni e saccheggi sugli infedeli e sui beni della Chiesa. Nel 1167 a Saint Felix de Caraman (Tolosa) si tenne un vero e proprio concilio eretico dove le comunità catare si diedero un’organizzazione. Essi rifiutavano la gerarchia cattolica, ma ne avevano una propria costituita da un clero, i “perfetti”, con ogni sorta di privilegi, e dai credenti, cioè tutti gli altri. Da quel momento il movimento cataro cominciò a diventare minaccioso. Alcune ramificazioni secondarie dei Catari (i catarelli e i rotari) cominciarono a saccheggiare regolarmente le chiese; attorno all’anno mille, nella regione dello Chàlon, un certo Leutardo incitava a distruggere croci ed immagini sacre; tra il 1143 e il 1148 un “perfetto”, Eon de l’Etoile, a capo di una comunità catara si autoproclamò figlio di Dio, signore di tutto il creato, e in virtù del suo potere ordinò ai suoi seguaci di distruggere ogni chiesa. Nel 1225 i Catari incendiarono una chiesa cattolica a Brescia; nel 1235 uccisero il vescovo di Mantova.

Di fronte a questi atti di violenza ed al proliferare dell’eresia la Chiesa, per molti anni, fu in difficoltà su come agire. A Verona, nel 1184 un sinodo vide il papa Lucio III e l’imperatore Federico I Barbarossa costretti ad istituire misure di controllo per contrastare la propaganda eretica, ma senza grandi successi. Nel 1206 il nuovo papa Innocenzo III incaricò i Cistercensi e i Domenicani ad operare un’intensa predicazione senza ottenere risultati soddisfacenti. L’eresia si diffondeva ovunque con velocità, nel 1012 si ha notizia di una setta a Magonza, nel 1018; nel 1200 ne compaiono numerose in Aquitania (sud ovest della Francia), nel 1028 a Orléans; nel 1025 ad Arras; nel 1028 a Monforte (presso Torino); nel 1030 in Borgogna. Il vescovo cattolico di Milano affermava che nel 1166 nella sua diocesi c’erano più eretici che cristiani. La zona, però, dove l’eresia catara proliferò maggiormente fu la Linguadoca dove furono inviate numerose missioni per cercare di convertire gli eretici, tra queste quella di San Bernardo di Chiaravalle il quale racconta che le chiese erano deserte e nessuno più si comunicava e faceva battezzare i figli. I missionari e il clero cattolico locale venivano malmenati, minacciati ed insultati. In Linguadoca fu ucciso dagli eretici persino il legato papale Pietro di Calstelnau. Inoltre la nobiltà locale prese a sostenere attivamente la setta, intravedendo la possibilità di appropriarsi dei beni e delle terre della Chiesa. Raimondo VI di Tolosa arrivò persino ad ospitare alcuni catari nel suo seguito per poter ricevere la loro benedizione in caso di morte improvvisa. Il pericolo cataro non fu affatto una leggenda e la solidità del suo insediamento si poté misurare dalla resistenza violenta incontrata in seguito dagli inquisitori, nonostante l’appoggio dei poteri pubblici e il sostegno della popolazione.

Tra il XI e il XIII secolo per porre un freno deciso all’eresia si susseguirono tre crociate conosciute come le crociate albigesi (gli albigesi erano i catari francesi, n.d.r.). Furono una risposta violenta e disperata contro un male che minava le fondamenta dello stato e della fede. Le istituzioni, cioè il braccio secolare (Simone di Monfort, il re di Francia Luigi VIII) in associazione con i mezzi ecclesiastici ripresero i controllo delle regioni meridionali francesi e repressero nel sangue l’eresia. Nel 1224 l’Imperatore Federico II istituì la pena del rogo per gli eretici. Tutte queste drastiche misure furono dapprima tollerate, poi apertamente approvate dalla Chiesa che, però, successivamente, fu veloce a mitigare le forme repressive. 

Contrariamente alle sciocchezze propinate dall’ignorante propaganda laicista l’Inquisizione quindi, non fu affatto un istituto con cui la Chiesa si servì per mantenere il “potere” e soggiogare le menti, ma rappresentò il caso estremo della collaborazione tra l’autorità civile e quella religiosa. Lo storico protestante Henry Charles Lea, certamente non ben disposto verso l'Inquisizione, scrive che, in quei tempi, "[...] la causa dell'ortodossia non era altro che la causa della civiltà e del progresso". L'autorità temporale e quella spirituale, dopo aver agito a lungo separatamente, la prima con i suoi tribunali, l'impiccagione e il rogo, la seconda con la scomunica e le censure ecclesiastiche, finiscono per unire i loro sforzi in un'azione comune contro l'eresia. L'Inquisizione medioevale, dunque, è definita dallo storico francese Jean-Baptiste Guiraud, come "[...] un sistema di misure repressive, le une di ordine spirituale, le altre di ordine temporale, emanate simultaneamente dall'autorità ecclesiastica e dal potere civile per la difesa dell'ortodossia religiosa e dell'ordine sociale, ugualmente minacciati dalle dottrine teologiche e sociali dell'eresia". 


Bibliografia

R. Manselli, “L’eresia del male”, ESI Napoli 1963.
C. Capitani, “L’eresia medievale”, Il Mulino, Bologna, 1971.
H. Grundmann, “Movimenti religiosi del Medioevo”, Il Mulino, Bologna, 1974.
I. Savarevic “Il Socialismo come fenomeno storico mondiale”, La Casa Matriona, Milano 1980.

mercoledì 16 maggio 2012

Contro l'omofobia , ma anche contro i diritti dei genitori

Domani, 17 maggio, si celebra la Giornata internazionale contro l'omofobia e la transfobia (o IDAHO, acronimo di International Day Against Homophobia and Transphobia), una ricorrenza istituita nel 2007 dall’Unione Europea.

Il ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo, attraverso una circolare, ha rivolto un appello agli istituti italiani affinché partecipino attivamente alla Giornata. Secondo il ministro occorre parlare ed operare attivamente con gli studenti a proposito dei temi riguardanti la discriminazione e l’intolleranza per contrastare, tra l’altro, anche il fenomeno del bullismo. Secondo la nota inviata la Giornata serve a richiamare il principio di uguaglianza fra tutti i cittadini sancito dalla Costituzione.

Fin qui, certamente, nulla da eccepire, la circolare appare un’iniziativa più che lodevole, i problemi sorgono quando il ministro si fa prendere la mano e scrive: “Le scuole favoriscono la costruzione dell’identità sociale e personale da parte dei bambini e dei ragazzi, il che comporta anche la scoperta del proprio orientamento sessuale”. Ciò che a mio modo di vedere non va bene è la commistione tra il rispetto della “diversità” e la legittimazione della stessa. Secondo Il ministro quanti orientamenti sessuali esisterebbero? Penso che ognuno abbia il diritto di educare i propri figli secondo ciò che ritiene sia il meglio per loro, in questo caso vivere la sua propria normale sessualità. Per quanto mi riguarda, infatti, l’omosessualità, non avendo alcunché di organico, è e resta una deviazione, un disturbo psicologico, checché ne dicano decisioni prese a tavolino sulla cui scientificità non ho la certezza assoluta.
Non trovo affatto giusto, quindi, che menti in formazione debbano essere raggiunte da un messaggio fuorviante che lede il diritto all'educazione dei genitori.

lunedì 14 maggio 2012

Le parole del Papa e le strumentali critiche dei laicisti

Ieri ad Arezzo, in occasione di una sua visita pastorale, il Papa ha lanciato un importante messaggio basato sul risveglio morale: “occorre, ha detto, riprendere con decisione la via del rinnovamento spirituale ed etico”. In un periodo in cui domina la subcultura del relativismo e dell’effimero le parole del Papa risuonano quanto mai utilmente a spronare i cristiani ad impegnarsi maggiormente per contrastare la superficialità dell’agire, specialmente dei politici, con una visione responsabile.

Il Papa, ad Arezzo, si è incontrato anche con il Primo Ministro Mario Monti esortandolo ad avere più attenzione per i giovani e le categorie più deboli. A fare le parti del padrone di casa è stato il sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani (nipote di Amintore) che si è detto molto compiaciuto dell’evento sottolineandone l’importanza con parole entusiastiche: "Quella di oggi e' una giornata straordinaria che resterà nella storia della nostra città perché mai prima si erano visti contemporaneamente ad Arezzo il Papa e il Presidente del Consiglio. E' un segno di grande attenzione, rispetto e stima verso la nostra città. Gli aretini, ed io per primo, non scorderemo mai questa giornata storica

A guastare il tutto la presenza dei soliti anticlericali, alcune decine in tutto, che hanno organizzato un sit in di protesta contro i costi, giudicati troppo alti, della visita di Benedetto XVI. A smorzare subito le polemiche è intervenuto il sindaco che ha giustamente replicato: “Abbiamo pagato alcuni servizi ma pensiamo che siano soldi spesi bene perché la visita del Papa non solo ha catapultato la nostra città in tutto il mondo, ma ha dato una iniezione di fiducia alla gente”.

Non si può che applaudire alle parole del sindaco Fanfani quanto mai precise ed opportune. La protesta anticlericale contro il Papa si è dimostrata ancora una volta strumentale ed ipocrita, chiara dimostrazione della malafede del pensiero laicista. Per la cronaca le spese del Comune di Arezzo si sono limitate al noleggio delle transenne e delle navette dei pellegrini, meno di un terzo dell’intero costo della visita quasi interamente a carico della Curia vaticana (da ilmessaggero.it).

domenica 6 maggio 2012

La Chiesa Cattolica, dagli apostoli ai vescovi.

Una delle maggiori critiche che vengono rivolte alla Chiesa Cattolica, specialmente dai rappresentanti delle Chiese protestanti e dalle congregazioni religiose, come i Testimoni di Geova o i Mormoni, è quella di contestare la sua origine apostolica. Secondo tali critiche il Cristianesimo rimase per circa 280 anni nascosto per paura delle persecuzioni, e disorganizzato, cioè senza alcuna struttura ecclesiastica, finché l’imperatore romano Costantino, nel 313, “legalizzò” il cristianesimo e nel 325, convocando il concilio di Nicea, per opportunità politica, fondò la Chiesa Cattolica.

Queste critiche sono palesemente antistoriche, infatti è notorio che le persecuzioni contro i cristiani non furono continue, ma diversi imperatori, disinteressandosi della nuova religione, permisero periodi di tranquillità in cui i cristiani poterono operare, organizzarsi e professare liberamente il loro credo. Quando Costantino convocò il Concilio di Nicea, infatti, non si trovò a confrontarsi con un Cristianesimo embrionale e disorganizzato, ma con una vera e propria “Grande Chiesa”, cioè l’insieme delle comunità derivate dall’attività e dalla testimonianza degli apostoli.

Nelle comunità cristiane dei primi tempi, i fedeli si ritrovavano uniti attorno agli apostoli. Testimoni della vita di Cristo, erano costoro che dovevano annunciare ciò che avevano visto ed udito. A loro era stato anche comandato da Gesù di riattualizzare l'ultima cena
(Lc 22, 19-20), rimettere i peccati (Gv 20, 22-23), insegnare il Suo messaggio e di battezzare tutti gli uomini: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20).

Immediatamente, a Gerusalemme, attorno al 30-33 d.C., il gruppo dei dodici apostoli da origine ad una comunità, quella descritta negli Atti degli Apostoli, che assume il carattere di una vera e propria Chiesa, cioè una “ekklesia”, una comunità di chiamati, con una sua organizzazione gerarchica. Innanzitutto la guida, l’apostolo Pietro, che sarà sostituito da Giacomo (il minore), l’associazione di “presbiteri” (Atti 20, 17-28) cioè “anziani” chiamati al ruolo di governo della comunità nascente e l’istituzione di “diaconi” (Atti 6, 1-7) per delegare loro certe funzioni di servizio. San Paolo stesso, nelle chiese da lui fondate attorno il 46-48 d.C., costituisce, con l’imposizione delle mani, dei “vescovi” cioè dei “sorveglianti” a cui affida il compito di governare, insegnare la fede, celebrare il culto.

Verso la fine del I secolo la morte degli apostoli lascia spazio ad una nuova gerarchia, negli ultimi anni della sua vita, verso il 65 d.C., Paolo designa, in ogni chiesa, mediante ordinazione, un vescovo come capo e guida. E’ il caso di Timoteo e di Tito a cui l’apostolo indirizza le tre lettere “pastorali” per istruirli sui doveri e sulle attribuzioni dell’ufficio. Nelle chiesa fondate da San Giovanni si può avvertire, mentre l’apostolo è ancora in vita, il passaggio dalla fase apostolico-missionaria alla fase gerarchica locale stabile. Nel 95 d.C. l’apostolo, esiliato sull’isola di Patmos, con la sua Apocalisse, scrive agli “angeli” delle chiese dell’Asia minore da lui dipendenti che sono, se non vescovi veri e propri, almeno personificazioni di chiese la cui unità s’incarna nel vescovo.

Il legame tra apostoli e vescovi appare dunque assicurato e la continuità chiaramente sentita. Clemente romano, quarto vescovo di Roma, ancora assai prossimo ai tempi apostolici, nel 92 d.C. scrive: “Gli apostoli, ricevuto il loro mandato , resi sicuri dalla risurrezione del Signore nostro Gesù Cristo e fiduciosi nella parola di Dio, con l’assicurazione dello Spirito Santo, andarono ad annunziare la buona novella, l’avvicinarsi del Regno di Dio. Predicando per le campagne e per le città, essi provavano nello Spirito Santo le loro primizie e lì costituivano vescovi e diaconi dei futuri credenti” (Lettera ai Corinti XLII, 1 – 4). E ancora: “I vescovi dagli apostoli stabiliti o dopo da altri illustri uomini con il consenso della Chiesa tutta, che avevano servito rettamente il gregge di Cristo con umiltà, calma e gentilezza e che hanno avuto testimonianza da tutti e per molto tempo, riteniamo che non debbano essere allontanati dal ministero. Sarebbe per noi colpa non lieve se esonerassimo dall’episcopato coloro che hanno presentato le offerte in maniera ineccepibile e santa” (Lettera ai Corinti XLIV, 1 – 4).

All’inizio del II secolo, 107 d.C., Ignazio, successore di Pietro alla sede episcopale di Antiochia, in Siria, sottolinea nelle sue lettere l’importanza del vescovo e testimonia come la Chiesa sia già chiaramente formata. Ad esempio nella sua lettera ai cristiani di Smirne, leggiamo: “Seguite tutti il vescovo, come Gesù Cristo segue il Padre, e il collegio dei presbiteri come gli apostoli; quanto ai diaconi venerateli come la legge di Dio. Nessuno faccia, senza il vescovo, alcuna di quelle cose che riguardano la Chiesa. Sia ritenuta valida quell’Eucaristia che si celebra dal vescovo o da chi ne ha ricevuto l’incarico da lui. Dove appare il vescovo, ivi è la comunità, come dov’è Gesù Cristo, ivi è la Chiesa Cattolica” (Lettera agli Smirnesi 8, 2)

I vangeli, le lettere paoline e giovannee , questi documenti dei successori degli apostoli, dimostrano che in età apostolica (I secolo), ben due secoli prima di Costantino, esiste già una Chiesa formata, strutturata in vescovi, presbiteri, diaconi e fedeli, chiamata da Ignazio “Cattolica”, il vescovo è ritenuto il successore degli apostoli, è ben delineato il suo rapporto sponsale con la sede per cui è stato scelto, concetto sancito poi nel 325 dal Concilio di Nicea. Inoltre appare già, nell’intervento di Clemente presso i corinti, la prima manifestazione del primato del vescovo di Roma.
L’istituzione e la derivazione dei vescovi dagli apostoli risulta anche dalle liste episcopali redatte a partire dal II secolo. Ireneo di Lione nel 202 d.C. scriveva che in tutte le comunità che compongono la Chiesa è possibile risalire dal vescovo allora vivente fino a quelli istituiti dagli apostoli (Adversus Haereses III, 3,1-3).

Attraverso l'imposizione delle mani e l'istituzione del sacramento dell'ordine, gli apostoli hanno trasmesso ai loro successori il depositum fidei. In questo modo la successione apostolica unisce la chiesa Cattolica e i vescovi di ogni tempo e di ogni luogo con la primitiva comunità cristiana di Gerusalemme e con il suo fondatore, Gesù
.

Bibliografia
Il ministero e i ministeri secondo il Nuovo Testamento. Documentazione esegetica e riflessione teologica. Edizioni Paoline, 1979.
Y. Congar, La tradizione e le tradizioni. Edizioni Paoline, 1965.
Y. Congar, L'Episcopato e la Chiesa Universale. Edizioni Paoline, 1965.
G. Falbo, Il Primato della Chiesa di Roma alla luce dei primi quattro secoli. Coletti 1989.
O. Kuss, Paolo, la funzione dell'apostolo nellosviluppo teologico della Chiesa primitiva. Edizioni Paoline, 1974.

sabato 28 aprile 2012

Chiesa solo spirituale o istituzione ecclesiastica?

Frequentando l’interessante blog del vaticanista Tornielli, “Sacri Palazzi”, mi capita spesso di dovermi confrontare con altri blogger accesi oppositori della Chiesa come istituzione ecclesiastica. Per loro il Cristianesimo dovrebbe essere solo una faccenda privata, spirituale, interiore, da viversi individualmente al di fuori di una organizzazione costituita.

Già nel XIII secolo, nell’Europa cristiana, si assistette al fiorire di gruppi di monaci e di laici che predicavano la povertà di Cristo, rinunciando all’ambiente ordinario di vita ecclesiale. Erano persone chiamate fraticelli, beghine, flagellanti, ecc. Tra loro erano anche, seppure con caratteristiche un po’ differenti, i cosiddetti valdesi. Questi gruppi nacquero per la maggior parte come rifiuto degli aspetti istituzionali della Chiesa, della sua organizzazione. Il Regno dello Spirito Santo, secondo costoro, era prossimo e avrebbe dovuto condurre al vangelo e al suo insegnamento, perché ciascuno potesse vivere la povertà e la santità volute da Cristo.

La nascita di questi ordini mendicanti determinò un sentimento diffuso contro la Chiesa romana come istituzione, troppo spesso invischiata nelle ricchezze e nel potere. Tanto ribollimento, tanta agitazione generale salì fino alla Curia romana. E così, morto Niccolò IV, dopo più di due anni di sede vacante i cardinali, sensibili al richiamo di una maggiore spiritualità ed austerità, andarono a cercare Pietro da Morrone, eremita nella zona della Maiella, e gli proposero di salire sul soglio pontificio. Finalmente un’asceta al vertice della cristianità. Ma tale scelta, alla prova dei fatti, si rivelò un fallimento. Eletto il 5 luglio 1294, Pietro da Morrone, assunto il nome di Celestino V, abdica il 13 dicembre successivo, giudicando troppo gravoso per se il peso delle responsabilità papali.

Il sogno di una Chiesa solo spirituale è una contraffazione della vera e propria “Chiesa dei Santi”, che è il termine biblico e paolino utilizzato fin dai primi secoli. I padri della Chiesa non pensarono affatto ad un concetto superbo di Chiesa, comprendente soltanto puri, così come, parlando di “Chiesa celeste”, non misconoscevano le condizione della sua esistenza sulla terra. La Chiesa gerarchica è la “Chiesa vera” che è insieme ideale e concreta, altrimenti sarebbe messo in pericolo il fondamento stesso della Redenzione, il suo carattere universale della salvezza.

Nel 1170 a partire da Lione, in Francia, comincia a predicare la povertà assoluta un certo Valdo. E’ l’inizio del movimento dei valdesi, chiamati anche “umiliati” o “poveri di Lione”. Questo gruppo comincia a predicare un vangelo solo spirituale senza alcuna autorizzazione, al punto che il vescovo di Lione gli intima di smettere di predicare. Valdo, non contento, nel 1179 si rivolge al papa, Alessandro III, che gli approva la pratica della povertà, ma gli chiede di sottostare all’autorità ecclesiastica locale per quanto riguarda la predicazione. Ribelli alle disposizioni ecclesiastiche, nel 1184 i valdesi vengono scomunicati da papa Lucio III.

In questa vicenda non possiamo non cogliere un’impressionante somiglianza con quella di San Francesco. Anche il poverello di Assisi vide approvata, nel 1210, la sua regola di povertà da papa Innocenzo III. Tuttavia, Valdo conclude la sua vicenda nell’eresia, mentre San Francesco nella santità. La differenza tra l’uno e l’altro è quella di essere nella Chiesa o meno, non solo quando il vescovo approva, accoglie e benedice, ma anche quando disapprova. E’ Gesù che da ai dodici apostoli il potere di predicare e di compiere i miracoli, la testimonianza compete a tutti i cristiani, ma la predicazione vera e propria necessita del mandato di Cristo e della Chiesa (Mt 10, 1-15), così Paolo insegna ai corinzi i vari ruoli del Corpo Mistico di Cristo, che è la Chiesa, senza che qualcuna voglia sostituirsi all’altro (1 Cor 12, 28-31) e che nessuno deve disprezzare il vescovo perché ha in sé il dono spirituale, cioè il carattere ricevuto coll’imposizione delle mani (1 Timoteo 4, 12-16).

San Francesco rimette la sua scelta nelle mani del vescovo di Assisi e agisce in totale sintonia con lui, riconoscendolo come il successore degli apostoli, colui che guida la Chiesa locale in nome di Dio. Se si comincia a separarsi dalla Chiesa, oltre allo scisma, finisce per venir meno anche l’ortodossia, perché non c’è nel singolo fedele la grazia dell’indefettibilità che, invece, è concessa e promessa da Cristo alla Chiesa nel suo complesso: “Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”.

Il genio del poverello di Assisi fu appunto di amare appassionatamente la Chiesa concreta, per quanto deformata potesse sembrare, e di ubbidire umilmente al Vicario di Cristo.

Bibliografia

O. Capitani, “Medioevo ereticale”, il Mulino, Bologna, 1977.
M. Beonio-Brocchieri-Fumagalli, “La Chiesa invisibile. Riforme politiche-religiose nel basso Medioevo”, Feltrinelli, Milano, 1978.
D. Maselli, “Breve storia dell’altra Chiesa in Italia” Ed. Centro biblico, Napoli, 1972.
G. Falbo “Le eresie a confronto con la Bibbia”, Gruppo Biblico, Roma, 2009-2010.

mercoledì 25 aprile 2012

La Chiesa e la donna

Tra le accuse più diffuse rivolte dai laicisti anticristiani al Cristianesimo ed alla Chiesa Cattolica c’è sicuramente quella di oscurantismo nei confronti della figura della donna. Tra i luoghi comuni laicisti c’è sempre il ritornello del Cristianesimo che avrebbe considerato la donna un essere inferiore sottraendole un’antica e importante considerazione che aveva nel paganesimo e della Chiesa Cristiana che l’avrebbe relegata a ruoli secondari negandole ogni libertà ed emancipazione. 

Frutto della più becera ignoranza, queste accuse sono dei patetici stravolgimenti della verità storica. Prima dell’avvento del Cristianesimo, infatti, la donna era una figura assolutamente secondaria e marginale nel mondo greco, quasi un oggetto sotto la perpetua tutela del padre e del marito nell’antica Roma, essere inferiore presso le culture barbariche, giuridicamente inferiore per l’ebraismo, vittima di ogni abuso per le culture orientali, forma inferiore d’incarnazione per l’induismo e sottoposta all’umiliazione della poligamia per l’Islam.

In realtà è solo col Cristianesimo che la donna diviene una creatura di Dio al pari dell’uomo. I vangeli, che sono il frutto della fede dei primi cristiani, pongono sullo stesso piano sia l’elemento femminile che maschile: Gesù spazza via ogni “tradizione” ebraica contraria alla volontà divina, come quella della purità facendosi toccare dall’emorroissa (Mt 9, 20-22), ci sono le donne ai piedi della croce durante la passione e, sempre a loro, Gesù affida il primo annuncio della resurrezione, l’apostolo degli apostoli Maria Maddalena (Mt 28, 1-10). Nel suo vangelo, Luca parla apertamente del seguito femminile di Gesù (Luca 8, 1-3), riporta il rivoluzionario insegnamento di Gesù di perdonare il meretricio (Luca 7, 36-50) e di lodare la scelta di Maria di Betania di anteporre l’ascolto della Parola alle faccende casalinghe (Luca 10, 38-42).

La nuova storia cristiana, fin dai tempi della Chiesa nascente, ha sempre posto in luce la donna in pienezza e profondità, prima sul piano spirituale, poi su quello dei costumi facendola uscire dall’isolamento in cui si trovava nel mondo pagano. La donna cristiana è “compartecipe della grazia” (1 Pt 3, 7) alla stessa maniera dell’uomo e, superando i condizionamenti dei rapporti di sesso e dei rapporti sociali legati all’ambiente, si vede riconosciuta l’uguaglianza con l’uomo per il fatto stesso che nel Regno dei Cieli non c’è più distinzione fra uomo e donna, così come scrive San Paolo nella sua lettera ai Galati (Gal 3, 28). Spesso l’apostolo delle genti è accusato di misoginia per il fatto di aver ordinato alle donne di stare “sottomesse ai mariti” (Ef 5, 22), ma occorre tener presente che viene ordinato anche ai mariti di amare le proprie mogli “come Cristo ha amato la Chiesa” (Ef 5, 25). La lettera agli Efesini, come molte altre sue lettere, sono letteratura d’occasione, cioè si trattava di evitare alle nuove convertite una infatuazione per la libertà proveniente dalla riconosciuta uguaglianza con gli uomini e una confusione di funzioni con i ministeri propriamente sacerdotali. Uguaglianza di dignità, ma non di funzioni. L’accusa di misoginia a San Paolo è, dunque, del tutto gratuita anche alla luce della sua ammirazione per alcune di esse (Febe, Priscilla…) per il loro impegno apostolico e l’attività caritativa. Fin dall’inizio la donna appare, nella Chiesa, associata all’uomo: operante (diaconessa), orante (vergine o vedova), testimoniante (martire).

Il Cristianesimo determina una nuova fisionomia della donna che trova il suo completamento in un più profondo rispetto del suo ruolo nel matrimonio. Presso le società greche, romane e giudaiche la donna nel matrimonio non aveva alcun diritto, aveva un ruolo del tutto subordinato al marito che poteva tradirla e ripudiarla quando voleva. Col Cristianesimo il rapporto diviene paritario, l’adulterio è condannato per ambo le parti. Esempi di questa nuova dirittura morale e di giustizia sono molteplici, basta pensare ai Re di Francia come Roberto il Pio (sec XI) o Filippo Augusto (sec XII) costretti a lasciare le loro seconde mogli per non essere considerati dei bigami, oppure l’esempio più illuminante della ferma opposizione di papa Clemente VII alla prepotenza di Enrico VIII. Il papa preferì perdere l’Inghilterra piuttosto che derogare dal principio evangelico.

Il Cristianesimo determina anche il rispetto per le vedove, attraverso azioni di assistenza e riconoscendo la loro dignità senza imporre loro di porsi immediatamente sotto il dominio di un nuovo marito, come invece volevano le leggi romane. Cambia anche l’atteggiamento nei confronti delle prostitute. Queste presso i giudei venivano sommariamente lapidate e nel mondo greco e romano sono considerate irrevocabilmente delle persone “ignobili” a cui era negato il diritto al matrimonio legittimo e della possibilità di trasmette i pieni diritti civili. Per i cristiani le prostitute restano, ovviamente, delle peccatrici, ma vengono riconosciute le attenuanti dovute al loro stato di bisogno e povertà e la necessità di una redenzione. Nasce così il culto della Maddalena stimolato da papa Leone IX per la riabilitazione delle prostitute, Innocenzo II concede l’indulgenza a chi ne prende in sposa, Gregorio IX nel 1227 approva l’ordine di S. Maria Maddalena e così si diffondono conventi per il loro riscatto.

Il 23 ottobre 585 al Concilio di Mâcon, promulgazione dei canoni 12 e 16, viene posta da un vescovo la questione se il termine “homo” indichi nella Bibbia anche la donna. Nasce così la leggenda laicista che la Chiesa nel medioevo abbia negato l’esistenza dell’anima nel sesso femminile. Purtroppo la critica alla considerazione della donna da parte della Chiesa Cattolica si fonda spesso su tali falsità e non si vuole aprire gli occhi sul fatto che l’avvento del Cristianesimo e l’azione della Chiesa abbia portato ad una vera e propria emancipazione attraverso il riconoscimento sempre maggiore della sua personalità. Tale crescita si realizza anche attraverso i monasteri, come l’opera della badessa di Las Huelgas in Spagna, della badessa di Fontevrault nell’ordine istituito da Roberto di Abrissel. Nel corso dei secoli le donne seppero usare l’ascendente personale e unire il proprio impegno a quello dei vescovi per condurre al Cristianesimo un mondo ancora pagano, così, ad esempio, Genoveffa, Clotilde, Radegonda oppure Batilde accanto a Clodoveo II. Questa funzione iniziale si prolungherà nell’attività educatrice riconosciuta alla donna: all’epoca carolingia, il primo trattato di educazione viene scritto da una donna, Dhuoda, per i propri figli. Nel XIII secolo sarà un’altra donna, Bianca di Castiglia, a preparare suo figlio, san Luigi, alla missione di re cristiano. Nella società cristiana sono innumerevoli le figure di donne importanti che hanno avuto il loro peso nella storia. Molte di queste sono portate ad esempio come i dottori della Chiesa Santa Caterina da Siena e Santa Teresa d’Avila, S. Monica, la madre di S. Agostino, modello di mitezza e perseveranza, S. Teresa del Bambin Gesù, che, monaca di clausura, con la sua preghiera sorreggeva le missioni in terre lontane, S. Teresa di Calcutta, l’angelo della carità per milioni di diseredati, e così via…

Tutto ciò finché nel secolo XVIII non si verifica un netto declino del progresso femminile collegato al declino della fede cristiana determinato dalla rivoluzione francese e dall’impero napoleonico. Un’immagine stereotipata della donna che la vuole nettamente subordinata all’uomo anche in rapporto alla vita pubblica. Nell’Ottocento sarà il positivismo materialista e ateizzante ad arrivare ad aberrazioni, presentate come verità scientifiche, che fanno ripiombare la donna nelle oscurità precristiane. E’ il caso della cranometria di Paul Boca, che teorizzava la superiorità dell’uomo bianco e l’inferiorità della donna, concetto ripreso ed affermato con forza da Charles Darwin nel suo “L’origine dell’uomo”, oppure la teoria di Cesare Lombroso, violento anticristiano, che spiegava come la donna fosse del tutto inferiore all’uomo, menzognera, cattiva e stupida.

La Chiesa Cattolica, invece, ha sempre onorato la donna nella madre di Gesù, Maria, spingendosi molto oltre a qualsiasi altra confessione cristiana riconoscendo dogmaticamente il suo status di Madre di Dio e la sua Immacolata Concezione. Papa Luciani nel 1978, e successivamente anche il suo successore Giovanni Paolo II, dichiararono che Dio è Padre, ma anche Madre, perché a Dio non può mancare l’amore materno, unico nelle donne. Infatti, l’uomo, maschio e femmina, creato da Dio, è a sua immagine e somiglianza. Questa affermazione è presente da tempo nella Chiesa. Addirittura nel II secolo d.C. il vescovo di Alessandria d’Egitto, Clemente, scriveva a proposito dell’amore, e della sollecitudine di Dio, qui presentato come la Trinità, verso l’uomo: «…non sapendo quale “tesoro” portiamo in un “vaso di creta”, difesa da ogni parte dalla potenza di Dio Padre e dal sangue di Dio il Figlio e della rugiada dello Spirito Santo. Infatti, che cosa ancora manca? Guarda i misteri dell’amore e allora contemplerai il seno del Padre che soltanto l’unigenito Figlio di Dio ha manifestato. È anche lui stesso il Dio d’amore e da amore per noi fu catturato. E, mentre l’ineffabilità di lui è Padre, la compassione verso di noi è divenuta madre. Il Padre per aver amato si fece femminile, e di questo è grande segno colui che egli generò da se stesso: anche il frutto generato da amore è amore» (
Quaquarelli "Quis dives salvetur?" Città Nuova, 1999 ).


Bibliografia

Autori vari, “Le donne hanno un posto nella Chiesa?”, Cittadella, Assisi, 1968.
P. Bargellini, “Donne come sante”, Vallecchi, Firenze 1968.
Francesco Agnoli, “Indagine sul Cristianesimo”, Piemme, 2010.

venerdì 20 aprile 2012

Le eresie a confronto con la Bibbia

Dedico una nuova sezione del blog alla trattazione delle principali Eresie che nei secoli hanno tentato di minare l’insegnamento tradizionale della Chiesa di Gerusalemme, la Chiesa fondata da Cristo, quella stessa che attraverso l’ininterrotta successione apostolica è giunta fino ai giorni d’oggi. 

Cercherò di affrontare tali temi facendo articolare attenzione al confronto con la Bibbia in modo da capire perché tali scelte (il termine eresia deriva proprio dal greco “αίρέω”, “aireo”, cioè “scegliere”) siano in contraddizione con la Scrittura. 
Certamente in questa mia ricerca terrò conto anche della complessità storica e delle ragioni che hanno determinato il sorgere dell’eresia, non senza sottolineare anche gli aspetti positivi. Alla base di ogni eresia c’è sempre un’esigenza di comprensione che, però, volendo privilegiare la ragione umana, conduce inevitabilmente all’errore. 

Il sorgere delle eresie è stato anche un fattore positivo in quanto ha costretto la Chiesa alla riflessione. Se non ci fossero state le eresie non si sarebbero chiariti e approfonditi tanti aspetti della fede, arrivando anche alle definizioni conciliari, la massima espressione del Magistero della Chiesa. I dogmi proclamati dai Concili, infatti, non sono stati un’esigenza intrinseca di definire i vari aspetti della fede, quanto una risposta alle eresie che avrebbe trascinato il popolo di Dio nell’errore. Quindi il dogma, lungi dall’essere un esercizio di manipolazione, come afferma la più ignorante propaganda laicista anticlericale, è in realtà una chiarificazione, un approfondimento di quella che è sempre stata la fede della Chiesa rispetto a delle novità che l’hanno messa in dubbio.

martedì 17 aprile 2012

Il Canone delle Scritture cristiane

       
Gran parte della più deteriore propaganda laicista anticristiana ed anticattolica, dagli pseudo storici come K. Deschner (Storia criminale del Cristianesimo) al romanziere D. Brown (Il Codice da Vinci), è assurdamente convinta che il Nuovo Testamento non sia altro che il frutto di una scelta operata a tavolino di testi funzionali ad un inganno perpetrato dalla Chiesa e di una soppressione di testi scomodi (apocrifi). Secondo questa folle teoria tale manipolazione sarebbe giunta a compimento nel Concilio di Trento del 1546 o, addirittura, opera nientemeno che dell’imperatore romano Costantino ritenuto il vero fondatore della Chiesa Cattolica.

     In realtà il Concilio di Trento, con il decreto ”De canonicis Scripturis”, non fece altro che riaffermare un elenco di libri canonici già riportata dal Concilio di Firenze del 1441. Questo decreto non fu altro che l’ufficializzazione di una scelta ormai consolidata che si formalizzò nei concili africani di Ippona (393 d.C.) e di Cartagine (397 d.C. e 419 d.C.). Il processo di formazione del Canone inizia e, sostanzialmente, si chiude molto tempo prima del Concilio di Nicea e, quindi, dell’avvento di Costantino. Nel II sec. d.C. esistevano diversi testi che riportavano i fatti della vita di Gesù e le sue parole, questi circolavano tra le nascenti comunità cristiane e venivano letti durante le celebrazioni liturgiche (Giustino Martire, Apologia - 150 d.C.). Nessuna autorità aveva ancora stabilito quale tra questi scritti poteva essere considerato degno di fede o meno. La situazione precipitò quando un certo Marcione, figlio del vescovo di Sinope, nel Ponto, nel 144 d.C., giunto a Roma, propose, per avvalorare le sue tesi, una rigida selezione degli scritti che dovevano essere reputati veritieri. Siccome rifiutava tutto l’Antico Testamento, perché espressione di un dio inferiore, accettava solo gli scritti cristiani meno influenzati dalla tradizione ebraica, quindi diverse lettere di Paolo e il solo vangelo di Luca, in quanto discepolo di Paolo. Considerato eretico e scomunicato, fonderà una chiesa che sopravvisse fino al V secolo. La sua iniziativa, però, ebbe l’effetto di suscitare la questione riguardante la selezione dei testi da ritenere sacri.
     Un documento della seconda metà del II secolo di eccezionale importanza che ci documenta la primissima scelta dei quattro vangeli canonici ed il rifiuto di tutti gli altri è il Frammento Muratoriano. Questo documento, risalente all’VIII secolo d.C., fa riferimento ad una  prima lista ufficiale scritta in latino (forse una traduzione dal greco) e approvata da Pio, vescovo di Roma, morto nel 157 d.C. In quell’epoca, si legge nel documento, vengono considerati sacri i quattro vangeli canonici, gli Atti degli Apostoli, attribuiti a Luca, e tredici lettere paoline. Inoltre vengono già rifiutati alcuni scritti, tra cui quelli gnostici, ritenuti falsi e non ispirati: “Non conviene che il fiele sia mescolato con il miele”. Interessante è notare in tale documento anche la condanna dello gnostico Valentino. Quindi già verso la metà del II secolo d.C. è unanime, da parte della Chiesa Cristiana degli inizi, l’esclusione totale degli scritti gnostici, e questo a circa 150 anni dal Concilio di Nicea.
Tutti gli scritti che oggi fanno parte del canone sono menzionati nel complesso dai Padri apostolici, cioè contemporanei o immediatamente successivi agli apostoli. Verso il 180 d.C., Ireneo, Vescovo di Lione, riconosce come “Scrittura Sacra” i quattro Vangeli del Nuovo Testamento (dice che il vangelo è unico, ma tetramorfo), le 13 lettere di Paolo, gli Atti degli Apostoli e alcune lettere cattoliche (la prima di Pietro e le prime due di Giovanni). Gli stessi vangeli sono riconosciuti “ispirati” e veritieri anche dall’apologista Tertulliano (150 – 222 d.C.) che a proposito afferma: «…costituiamo innanzitutto [il Nuovo Testamento] come strumento evangelico e apostolico…» (Adversus Marcionem, IV). Clemente (150 – 215 d.C.), vescovo di Alessandria, in Egitto, conosce questi testi e li accetta come canonici.
Un quadro preciso della situazione di quel tempo ce lo fornisce Origene, il famoso teologo-filosofo cristiano nato nel 185 d.C. ad Alessandria e morto nel 254 d.C. Per sfuggire alle varie persecuzioni (quelle di Settimio Severo del 202 d.C e di suo figlio Caracalla nel 215 d.C.) Origene è costretto a spostarsi dall’Egitto verso la Palestina e venire, così, in contatto con molte comunità cristiane. Egli divide il Canone in scritti accettati da tutti e dovunque, cioè i quattro vangeli del nuovo Testamento, le 13 lettere paoline, gli Atti degli Apostoli, la prima lettera di Pietro, la prima di Giovanni con la sua Apocalisse, e scritti discussi, cioè la seconda lettera di Pietro, la lettera di Giacomo e la seconda e terza lettera di Giovanni (In Eusebio, Historia ecclesiastica VI, 25, 3-14).
        Tenendo conto di tutte queste testimonianze dei Padri Apostolici si può affermare con certezza che verso il 200 d.C., quindi oltre un secolo prima dell’avvento di Costantino, è ormai formato il nucleo centrale del canone ed è costituito dai quattro vangeli, da 13 lettere paoline, dagli Atti degli Apostoli e dall’Apocalisse di Giovanni.
Anche Eusebio, come Origene, divide gli scritti in “accettati” (il testo greco riporta il vocabolo “homologoúmena” cioè “sui quali vi è accordo”), “discussi” (nel testo greco “antilegómena”) e, aggiunge, “apocrifi”, cioè da rigettare. I quattro vangeli, anche qui denominati “la tetrade”, sono i primi ad essere universalmente accettati assieme agli Atti ed alle lettere di Paolo. Tra gli scritti rifiutati, è interessante notare, ci sono i vangeli provenienti dagli ambienti eretici (come quelli gnostici) che, per darsi autorità, si presentano sotto il nome degli apostoli. Tra questi c’è pure il famoso vangelo gnostico detto “di Tommaso”. Gli altri testi gnostici, tanto cari a D. Brown, non sono neppure menzionati singolarmente, ma respinti in blocco come “costruzioni di eretici…del tutto assurdi ed empi” (Historia Ecclesiastica III, 25, 1-7). 
Eusebio ci spiega anche il motivo di queste scelte: sono accettati solo quelli temporalmente più vicini al tempo di Gesù, che hanno un legame diretto con la predicazione apostolica come garanzia di fedeltà ai fatti narrati e che sono unanimemente accettati dalle comunità cristiane. Non è stata, quindi, una eliminazione di testi “scomodi” non allineati con la dottrina prevalente, tanto è vero che moltissimi testi in linea con la dottrina cristiana, ma che non rispondevano pienamente ai requisiti richiesti, non sono entrati nel canone. Questo è il caso, ad esempio, dell’Apocalisse di Pietro, del Pastore di Erma o della Didachè.
Quando, nel 367, il vescovo di Alessandria Atanasio stila una lista dei testi da ritenersi canonici non fa altro che riportare 27 scritti già da tempo largamente accettati ed approvati dalle comunità cristiane. Questa medesima lista sarà sottoposta alle decisioni conciliari di Ippona (393 d.C.) e Cartagine (397 e 419 d.C.) divenendo così, assieme a secondarie aggiunte successive, il Canone delle Scritture della Chiesa Cattolica. Quindi nessuna confisca e distruzione di testi scomodi, la formazione del Canone è stato un processo lungo ed articolato che si svolse nell’arco di tre secoli e che si concluse, sostanzialmente, molto tempo prima dell’avvento di Costantino.

Il nuovo Testamento è il prodotto della Testimonianza e della Tradizione della Grande Chiesa Cattolica, quella originatasi dalla primitiva comunità dei Dodici di Gerusalemme. Alla luce di ciò appare assurda la pretesa di alcune comunità di fratelli separati, e vari “liberi battitori”, adoratori della “dea ragione” piuttosto che del Signore, di poter criticare la Chiesa Cattolica circa l’interpretazione autentica dei vangeli e le definizioni di Fede dei primi Concili Ecumenici.

Bibliografia

Falbo G. “Il primato della Chiesa di Roma alla luce dei primi quattro secoli” Coletti 1989
Mazzucco C., Nicolotti A. “La formazione del Nuovo Testamento e la questione del Canone” – www.christianismus.it
Moraldi L. “Apocrifi del Nuovo Testamento” 4° Vol, Casale Monferrato 1994
Norelli E. “Apocrifi cristiani antichi” – www.christianismus.it


giovedì 12 aprile 2012

Gesù e Mitra


Molti esponenti dell’ateismo sono convinti che la teologia del Cristianesimo trarrebbe origine dai culti pagani, in particolare da quello di Mitra dal quale i cristiani avrebbero attinto la figura di Cristo (Luigi Cascioli, “La favola di Cristo”, autopubblicato, 2002). 

Il testo principale su cui si basa questa teoria, spacciata come certezza assoluta dalla propaganda laicista anticristiana, è l’ormai conosciuto “The Christ Conspiracy” del 1991, della studiosa statunitense Acharya S., al secolo D. M. Murdock. 

Secondo questo testo esisterebbero così tante e precise convergenze tra le due religioni da provare senza alcun dubbio che il Cristianesimo dipenda dal Mitraismo. Per confermare tale conclusione Acharya S. riporta una serie di somiglianze come il comune battesimo di iniziazione, la comune nascita di Gesù e Mitra il 25 dicembre da una vergine in una grotta alla presenza dei pastori, il comune seguito di dodici discepoli, l’identica promessa di immortalità e salvezza ottenuta attraverso il sacrificio ed il sangue.

Per capire se tali analogie rivelino effettivamente una dipendenza del Cristianesimo dal Mitraismo occorre innanzitutto stabilire con quale culto mitraico bisogna confrontarci. Il culto di Mitra, infatti, ha origini molto antiche (circa 1400 a.C.), ma occorre distinguere le forme indo-persiane (presente nei testi Veda e nell’Avesta) dalla versione romana che ebbe il suo apogeo nel II-III secolo d.C. Il confronto con il culto persiano è praticamente impossibile, infatti il testo dell’Avesta andò perduto in età alessandrina e fu ricostruito in seguito tramite la tradizione orale solo dal III secolo quando, ormai, il Cristianesimo si era già saldamente affermato. Inoltre il Mitraismo persiano è privo di molte delle supposte analogie col Cristianesimo, come il battesimo, la figura di Mitra come dio principale, il riferimento al suo sangue purificatore (rituale della tauroctonia) dell’umanità, ecc. Tutto ciò crea notevoli problemi ai sostenitori del plagio, che devono postdatare di molto le credenze oggetto di culto del mitraismo e collocarle quasi a ridosso del Cristianesimo, se non addirittura ad esso posteriori. C’è anche da aggiungere che le poche somiglianze col culto iranico come la credenza in un giudizio finale e in una successiva punizione o ricompensa (Inferno e Paradiso), sono comuni a moltissime religioni e la loro presenza in entrambi non dimostra affatto influenze reciproche fra Mitraismo e Cristianesimo.

Il confronto, quindi, deve svolgersi con la versione romana del culto mitraico, ma indagando in profondità ci si accorge subito delle profonde differenze tra i due culti. Il cosiddetto “battesimo mitraico” era in realtà un bagno di sangue che inondava il fedele disposto al di sotto di una grata dove un toro era condotto e sgozzato. Di tale rito abbiamo solo riferimenti iconografici e non conosciamo né il significato teologico, né l’effettivo svolgimento. Mentre il battesimo cristiano consisteva in una immersione in acqua, segno di purificazione e appartenenza alla Chiesa, ed avveniva fin dalle origini (I secolo). Se consideriamo il fatto che non c’è traccia di un battesimo mitraico iranico è logico supporre su questo aspetto una dipendenza del Mitraismo romano (III secolo) dal Cristianesimo (David Ulansey, "The Origins of the Mithraic Mysteries", Oxford University Press, 1991).

Fa letteralmente sorridere la supposta coincidenza della nascita il 25 dicembre quando è risaputo che i vangeli non indicano alcuna data per la nascita di Gesù, così come è del tutto falso che il mito di Mitra prevedesse la nascita da una vergine, in una grotta. Secondo tale mito, infatti, Mitra nacque da una roccia, la petra genetrix, all’inizio del mondo e già adulto. Anche il comune seguito dei dodici apostoli è pura invenzione, infatti sappiamo che il Mitra iranico aveva un solo compagno, Varuna. Il Mitra romano invece aveva due aiutanti, due piccole creature simili a lui, Cautes e Cautopates, che forse simboleggiavano l'alba e il tramonto, o la vita e la morte. In realtà tutti questi presunti "paralleli cristiani" presenti nel mitraismo romano, sono nati almeno un secolo dopo la stesura dei vangeli, dunque troppo tardi per affermare una dipendenza del Cristianesimo dal Mitraismo, mentre è estremamente probabile che sia vero il contrario.

La promessa di immortalità e salvezza attraverso il sacrificio ed il sangue sono concetti nel Mitraismo totalmente diversi che nel Cristianesimo. Innanzitutto Mitra non sacrificò se stesso e non abbiamo alcuna resurrezione, ma piuttosto compì il gesto eroico di uccidere il "grande toro del Sole" per donare al mondo una generica pace. Non esiste, nel mito di Mitra, nessuna morte, nessun sacrificio e redenzione dai peccati. L’idea della “salvezza” si deduce solamente da un affresco del 200 d.C. su cui è scritto che Mitra avrebbe salvato gli uomini versando il sangue del toro che, secondo il mito, Mitra avrebbe ucciso. Questa "salvezza", secondo l'interpretazione mitraica "astrologica", non indica l'immortalità ma solo un livello di iniziazione più elevato. Anche qui, si tratta di un'idea di ben due secoli successiva al Cristianesimo, segno evidente della dipendenza del mitraismo romano dal Cristianesimo.

Ma al di là di queste ipotetiche coincidenze, peraltro inesistenti, è proprio la dottrina stessa delle due religioni ad essere differente. Il Mitraismo propone l’idea di un dio superuomo che con la forza sconfigge il male, l'eroe che si batte col toro e lo vince, concetto che ha successo principalmente presso l’esercito, dove assume una forza di condizionamento psicologico offrendo la garanzia della vittoria. Gli imperatori, da Nerone a Giuliano l'Apostata, se ne servono per assicurarsi la fedeltà dei militari. Tutto il contrario del pacifico Cristianesimo dove la figura centrale è un dio-uomo che vince in forza della sua debolezza e della sua morte. 

Il Mitraismo, inoltre, resta una religione misterica, riservata a pochi iniziati, che praticano un culto esteriore, mentre il cristianesimo è anzitutto adesione ad una persona, un evento storico di salvezza che viene offerto a tutti.


Bibliografia


Mithraic Studies. Proceedings of the "First International Congress of Mithraic Studies", Manchester University Press, 1975. 
Franz Cumont, The Mysteria of Mithra, New York: Dover, 1956
Enciclopedia delle Religioni, Vallecchi editore, Vol VI, Firenze, 1978.
David Ulansey, I Misteri di Mithra, ed. Mediterranee, Roma, 2001

lunedì 2 aprile 2012

Perdita o strage?

L’ospedale San Filippo Neri di Roma ha fatto sapere che per un guasto all’impianto di azoto liquido, che alimenta il servizio di criobiologia per la conservazione di materiale biologico, sono andati perduti 94 embrioni, 130 ovociti e 5 campioni di liquido seminale. Prima della sentenza della Consulta, che riformò la legge 40, questo rischio di perdere embrioni era scongiurato in quanto, seppure generati artificialmente, era vietato il loro congelamento ed obbligatorio il loro ricovero nell’ambiente naturale del seno materno. 

Ecco a cosa conduce il prevalere dell’egoismo umano in nome di un distorto valore della “libertà di scelta”: la distruzione e morte di vita umana. Come è possibile che non sia obbligatorio garantire ad ogni embrione umano ogni possibile accorgimento per evitare tali elevati rischi? A cosa poteva servire il congelamento degli embrioni se non ad una manipolazione eticamente inaccettabile o ad una terribile apertura all’eugenetica?

Letteralmente agghiaccianti sono state le dichiarazioni del Prof. Lorenzo d’Avack, docente di Filosofia del diritto all’Università Roma Tre e vice presidente del Comitato di bioetica, il quale, parlando di risarcimento del danno, ha precisato che la morte degli embrioni non equivale ad una perdita di persone, ma di materiale genetico. 

Dal punto di vista del diritto niente da eccepire, ma da quello umano il profondo dolore ed orrore per la follia di una umanità così lontana da Dio.