sabato 28 aprile 2012

Chiesa solo spirituale o istituzione ecclesiastica?

Frequentando l’interessante blog del vaticanista Tornielli, “Sacri Palazzi”, mi capita spesso di dovermi confrontare con altri blogger accesi oppositori della Chiesa come istituzione ecclesiastica. Per loro il Cristianesimo dovrebbe essere solo una faccenda privata, spirituale, interiore, da viversi individualmente al di fuori di una organizzazione costituita.

Già nel XIII secolo, nell’Europa cristiana, si assistette al fiorire di gruppi di monaci e di laici che predicavano la povertà di Cristo, rinunciando all’ambiente ordinario di vita ecclesiale. Erano persone chiamate fraticelli, beghine, flagellanti, ecc. Tra loro erano anche, seppure con caratteristiche un po’ differenti, i cosiddetti valdesi. Questi gruppi nacquero per la maggior parte come rifiuto degli aspetti istituzionali della Chiesa, della sua organizzazione. Il Regno dello Spirito Santo, secondo costoro, era prossimo e avrebbe dovuto condurre al vangelo e al suo insegnamento, perché ciascuno potesse vivere la povertà e la santità volute da Cristo.

La nascita di questi ordini mendicanti determinò un sentimento diffuso contro la Chiesa romana come istituzione, troppo spesso invischiata nelle ricchezze e nel potere. Tanto ribollimento, tanta agitazione generale salì fino alla Curia romana. E così, morto Niccolò IV, dopo più di due anni di sede vacante i cardinali, sensibili al richiamo di una maggiore spiritualità ed austerità, andarono a cercare Pietro da Morrone, eremita nella zona della Maiella, e gli proposero di salire sul soglio pontificio. Finalmente un’asceta al vertice della cristianità. Ma tale scelta, alla prova dei fatti, si rivelò un fallimento. Eletto il 5 luglio 1294, Pietro da Morrone, assunto il nome di Celestino V, abdica il 13 dicembre successivo, giudicando troppo gravoso per se il peso delle responsabilità papali.

Il sogno di una Chiesa solo spirituale è una contraffazione della vera e propria “Chiesa dei Santi”, che è il termine biblico e paolino utilizzato fin dai primi secoli. I padri della Chiesa non pensarono affatto ad un concetto superbo di Chiesa, comprendente soltanto puri, così come, parlando di “Chiesa celeste”, non misconoscevano le condizione della sua esistenza sulla terra. La Chiesa gerarchica è la “Chiesa vera” che è insieme ideale e concreta, altrimenti sarebbe messo in pericolo il fondamento stesso della Redenzione, il suo carattere universale della salvezza.

Nel 1170 a partire da Lione, in Francia, comincia a predicare la povertà assoluta un certo Valdo. E’ l’inizio del movimento dei valdesi, chiamati anche “umiliati” o “poveri di Lione”. Questo gruppo comincia a predicare un vangelo solo spirituale senza alcuna autorizzazione, al punto che il vescovo di Lione gli intima di smettere di predicare. Valdo, non contento, nel 1179 si rivolge al papa, Alessandro III, che gli approva la pratica della povertà, ma gli chiede di sottostare all’autorità ecclesiastica locale per quanto riguarda la predicazione. Ribelli alle disposizioni ecclesiastiche, nel 1184 i valdesi vengono scomunicati da papa Lucio III.

In questa vicenda non possiamo non cogliere un’impressionante somiglianza con quella di San Francesco. Anche il poverello di Assisi vide approvata, nel 1210, la sua regola di povertà da papa Innocenzo III. Tuttavia, Valdo conclude la sua vicenda nell’eresia, mentre San Francesco nella santità. La differenza tra l’uno e l’altro è quella di essere nella Chiesa o meno, non solo quando il vescovo approva, accoglie e benedice, ma anche quando disapprova. E’ Gesù che da ai dodici apostoli il potere di predicare e di compiere i miracoli, la testimonianza compete a tutti i cristiani, ma la predicazione vera e propria necessita del mandato di Cristo e della Chiesa (Mt 10, 1-15), così Paolo insegna ai corinzi i vari ruoli del Corpo Mistico di Cristo, che è la Chiesa, senza che qualcuna voglia sostituirsi all’altro (1 Cor 12, 28-31) e che nessuno deve disprezzare il vescovo perché ha in sé il dono spirituale, cioè il carattere ricevuto coll’imposizione delle mani (1 Timoteo 4, 12-16).

San Francesco rimette la sua scelta nelle mani del vescovo di Assisi e agisce in totale sintonia con lui, riconoscendolo come il successore degli apostoli, colui che guida la Chiesa locale in nome di Dio. Se si comincia a separarsi dalla Chiesa, oltre allo scisma, finisce per venir meno anche l’ortodossia, perché non c’è nel singolo fedele la grazia dell’indefettibilità che, invece, è concessa e promessa da Cristo alla Chiesa nel suo complesso: “Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”.

Il genio del poverello di Assisi fu appunto di amare appassionatamente la Chiesa concreta, per quanto deformata potesse sembrare, e di ubbidire umilmente al Vicario di Cristo.

Bibliografia

O. Capitani, “Medioevo ereticale”, il Mulino, Bologna, 1977.
M. Beonio-Brocchieri-Fumagalli, “La Chiesa invisibile. Riforme politiche-religiose nel basso Medioevo”, Feltrinelli, Milano, 1978.
D. Maselli, “Breve storia dell’altra Chiesa in Italia” Ed. Centro biblico, Napoli, 1972.
G. Falbo “Le eresie a confronto con la Bibbia”, Gruppo Biblico, Roma, 2009-2010.

mercoledì 25 aprile 2012

La Chiesa e la donna

Tra le accuse più diffuse rivolte dai laicisti anticristiani al Cristianesimo ed alla Chiesa Cattolica c’è sicuramente quella di oscurantismo nei confronti della figura della donna. Tra i luoghi comuni laicisti c’è sempre il ritornello del Cristianesimo che avrebbe considerato la donna un essere inferiore sottraendole un’antica e importante considerazione che aveva nel paganesimo e della Chiesa Cristiana che l’avrebbe relegata a ruoli secondari negandole ogni libertà ed emancipazione. 

Frutto della più becera ignoranza, queste accuse sono dei patetici stravolgimenti della verità storica. Prima dell’avvento del Cristianesimo, infatti, la donna era una figura assolutamente secondaria e marginale nel mondo greco, quasi un oggetto sotto la perpetua tutela del padre e del marito nell’antica Roma, essere inferiore presso le culture barbariche, giuridicamente inferiore per l’ebraismo, vittima di ogni abuso per le culture orientali, forma inferiore d’incarnazione per l’induismo e sottoposta all’umiliazione della poligamia per l’Islam.

In realtà è solo col Cristianesimo che la donna diviene una creatura di Dio al pari dell’uomo. I vangeli, che sono il frutto della fede dei primi cristiani, pongono sullo stesso piano sia l’elemento femminile che maschile: Gesù spazza via ogni “tradizione” ebraica contraria alla volontà divina, come quella della purità facendosi toccare dall’emorroissa (Mt 9, 20-22), ci sono le donne ai piedi della croce durante la passione e, sempre a loro, Gesù affida il primo annuncio della resurrezione, l’apostolo degli apostoli Maria Maddalena (Mt 28, 1-10). Nel suo vangelo, Luca parla apertamente del seguito femminile di Gesù (Luca 8, 1-3), riporta il rivoluzionario insegnamento di Gesù di perdonare il meretricio (Luca 7, 36-50) e di lodare la scelta di Maria di Betania di anteporre l’ascolto della Parola alle faccende casalinghe (Luca 10, 38-42).

La nuova storia cristiana, fin dai tempi della Chiesa nascente, ha sempre posto in luce la donna in pienezza e profondità, prima sul piano spirituale, poi su quello dei costumi facendola uscire dall’isolamento in cui si trovava nel mondo pagano. La donna cristiana è “compartecipe della grazia” (1 Pt 3, 7) alla stessa maniera dell’uomo e, superando i condizionamenti dei rapporti di sesso e dei rapporti sociali legati all’ambiente, si vede riconosciuta l’uguaglianza con l’uomo per il fatto stesso che nel Regno dei Cieli non c’è più distinzione fra uomo e donna, così come scrive San Paolo nella sua lettera ai Galati (Gal 3, 28). Spesso l’apostolo delle genti è accusato di misoginia per il fatto di aver ordinato alle donne di stare “sottomesse ai mariti” (Ef 5, 22), ma occorre tener presente che viene ordinato anche ai mariti di amare le proprie mogli “come Cristo ha amato la Chiesa” (Ef 5, 25). La lettera agli Efesini, come molte altre sue lettere, sono letteratura d’occasione, cioè si trattava di evitare alle nuove convertite una infatuazione per la libertà proveniente dalla riconosciuta uguaglianza con gli uomini e una confusione di funzioni con i ministeri propriamente sacerdotali. Uguaglianza di dignità, ma non di funzioni. L’accusa di misoginia a San Paolo è, dunque, del tutto gratuita anche alla luce della sua ammirazione per alcune di esse (Febe, Priscilla…) per il loro impegno apostolico e l’attività caritativa. Fin dall’inizio la donna appare, nella Chiesa, associata all’uomo: operante (diaconessa), orante (vergine o vedova), testimoniante (martire).

Il Cristianesimo determina una nuova fisionomia della donna che trova il suo completamento in un più profondo rispetto del suo ruolo nel matrimonio. Presso le società greche, romane e giudaiche la donna nel matrimonio non aveva alcun diritto, aveva un ruolo del tutto subordinato al marito che poteva tradirla e ripudiarla quando voleva. Col Cristianesimo il rapporto diviene paritario, l’adulterio è condannato per ambo le parti. Esempi di questa nuova dirittura morale e di giustizia sono molteplici, basta pensare ai Re di Francia come Roberto il Pio (sec XI) o Filippo Augusto (sec XII) costretti a lasciare le loro seconde mogli per non essere considerati dei bigami, oppure l’esempio più illuminante della ferma opposizione di papa Clemente VII alla prepotenza di Enrico VIII. Il papa preferì perdere l’Inghilterra piuttosto che derogare dal principio evangelico.

Il Cristianesimo determina anche il rispetto per le vedove, attraverso azioni di assistenza e riconoscendo la loro dignità senza imporre loro di porsi immediatamente sotto il dominio di un nuovo marito, come invece volevano le leggi romane. Cambia anche l’atteggiamento nei confronti delle prostitute. Queste presso i giudei venivano sommariamente lapidate e nel mondo greco e romano sono considerate irrevocabilmente delle persone “ignobili” a cui era negato il diritto al matrimonio legittimo e della possibilità di trasmette i pieni diritti civili. Per i cristiani le prostitute restano, ovviamente, delle peccatrici, ma vengono riconosciute le attenuanti dovute al loro stato di bisogno e povertà e la necessità di una redenzione. Nasce così il culto della Maddalena stimolato da papa Leone IX per la riabilitazione delle prostitute, Innocenzo II concede l’indulgenza a chi ne prende in sposa, Gregorio IX nel 1227 approva l’ordine di S. Maria Maddalena e così si diffondono conventi per il loro riscatto.

Il 23 ottobre 585 al Concilio di Mâcon, promulgazione dei canoni 12 e 16, viene posta da un vescovo la questione se il termine “homo” indichi nella Bibbia anche la donna. Nasce così la leggenda laicista che la Chiesa nel medioevo abbia negato l’esistenza dell’anima nel sesso femminile. Purtroppo la critica alla considerazione della donna da parte della Chiesa Cattolica si fonda spesso su tali falsità e non si vuole aprire gli occhi sul fatto che l’avvento del Cristianesimo e l’azione della Chiesa abbia portato ad una vera e propria emancipazione attraverso il riconoscimento sempre maggiore della sua personalità. Tale crescita si realizza anche attraverso i monasteri, come l’opera della badessa di Las Huelgas in Spagna, della badessa di Fontevrault nell’ordine istituito da Roberto di Abrissel. Nel corso dei secoli le donne seppero usare l’ascendente personale e unire il proprio impegno a quello dei vescovi per condurre al Cristianesimo un mondo ancora pagano, così, ad esempio, Genoveffa, Clotilde, Radegonda oppure Batilde accanto a Clodoveo II. Questa funzione iniziale si prolungherà nell’attività educatrice riconosciuta alla donna: all’epoca carolingia, il primo trattato di educazione viene scritto da una donna, Dhuoda, per i propri figli. Nel XIII secolo sarà un’altra donna, Bianca di Castiglia, a preparare suo figlio, san Luigi, alla missione di re cristiano. Nella società cristiana sono innumerevoli le figure di donne importanti che hanno avuto il loro peso nella storia. Molte di queste sono portate ad esempio come i dottori della Chiesa Santa Caterina da Siena e Santa Teresa d’Avila, S. Monica, la madre di S. Agostino, modello di mitezza e perseveranza, S. Teresa del Bambin Gesù, che, monaca di clausura, con la sua preghiera sorreggeva le missioni in terre lontane, S. Teresa di Calcutta, l’angelo della carità per milioni di diseredati, e così via…

Tutto ciò finché nel secolo XVIII non si verifica un netto declino del progresso femminile collegato al declino della fede cristiana determinato dalla rivoluzione francese e dall’impero napoleonico. Un’immagine stereotipata della donna che la vuole nettamente subordinata all’uomo anche in rapporto alla vita pubblica. Nell’Ottocento sarà il positivismo materialista e ateizzante ad arrivare ad aberrazioni, presentate come verità scientifiche, che fanno ripiombare la donna nelle oscurità precristiane. E’ il caso della cranometria di Paul Boca, che teorizzava la superiorità dell’uomo bianco e l’inferiorità della donna, concetto ripreso ed affermato con forza da Charles Darwin nel suo “L’origine dell’uomo”, oppure la teoria di Cesare Lombroso, violento anticristiano, che spiegava come la donna fosse del tutto inferiore all’uomo, menzognera, cattiva e stupida.

La Chiesa Cattolica, invece, ha sempre onorato la donna nella madre di Gesù, Maria, spingendosi molto oltre a qualsiasi altra confessione cristiana riconoscendo dogmaticamente il suo status di Madre di Dio e la sua Immacolata Concezione. Papa Luciani nel 1978, e successivamente anche il suo successore Giovanni Paolo II, dichiararono che Dio è Padre, ma anche Madre, perché a Dio non può mancare l’amore materno, unico nelle donne. Infatti, l’uomo, maschio e femmina, creato da Dio, è a sua immagine e somiglianza. Questa affermazione è presente da tempo nella Chiesa. Addirittura nel II secolo d.C. il vescovo di Alessandria d’Egitto, Clemente, scriveva a proposito dell’amore, e della sollecitudine di Dio, qui presentato come la Trinità, verso l’uomo: «…non sapendo quale “tesoro” portiamo in un “vaso di creta”, difesa da ogni parte dalla potenza di Dio Padre e dal sangue di Dio il Figlio e della rugiada dello Spirito Santo. Infatti, che cosa ancora manca? Guarda i misteri dell’amore e allora contemplerai il seno del Padre che soltanto l’unigenito Figlio di Dio ha manifestato. È anche lui stesso il Dio d’amore e da amore per noi fu catturato. E, mentre l’ineffabilità di lui è Padre, la compassione verso di noi è divenuta madre. Il Padre per aver amato si fece femminile, e di questo è grande segno colui che egli generò da se stesso: anche il frutto generato da amore è amore» (
Quaquarelli "Quis dives salvetur?" Città Nuova, 1999 ).


Bibliografia

Autori vari, “Le donne hanno un posto nella Chiesa?”, Cittadella, Assisi, 1968.
P. Bargellini, “Donne come sante”, Vallecchi, Firenze 1968.
Francesco Agnoli, “Indagine sul Cristianesimo”, Piemme, 2010.

venerdì 20 aprile 2012

Le eresie a confronto con la Bibbia

Dedico una nuova sezione del blog alla trattazione delle principali Eresie che nei secoli hanno tentato di minare l’insegnamento tradizionale della Chiesa di Gerusalemme, la Chiesa fondata da Cristo, quella stessa che attraverso l’ininterrotta successione apostolica è giunta fino ai giorni d’oggi. 

Cercherò di affrontare tali temi facendo articolare attenzione al confronto con la Bibbia in modo da capire perché tali scelte (il termine eresia deriva proprio dal greco “αίρέω”, “aireo”, cioè “scegliere”) siano in contraddizione con la Scrittura. 
Certamente in questa mia ricerca terrò conto anche della complessità storica e delle ragioni che hanno determinato il sorgere dell’eresia, non senza sottolineare anche gli aspetti positivi. Alla base di ogni eresia c’è sempre un’esigenza di comprensione che, però, volendo privilegiare la ragione umana, conduce inevitabilmente all’errore. 

Il sorgere delle eresie è stato anche un fattore positivo in quanto ha costretto la Chiesa alla riflessione. Se non ci fossero state le eresie non si sarebbero chiariti e approfonditi tanti aspetti della fede, arrivando anche alle definizioni conciliari, la massima espressione del Magistero della Chiesa. I dogmi proclamati dai Concili, infatti, non sono stati un’esigenza intrinseca di definire i vari aspetti della fede, quanto una risposta alle eresie che avrebbe trascinato il popolo di Dio nell’errore. Quindi il dogma, lungi dall’essere un esercizio di manipolazione, come afferma la più ignorante propaganda laicista anticlericale, è in realtà una chiarificazione, un approfondimento di quella che è sempre stata la fede della Chiesa rispetto a delle novità che l’hanno messa in dubbio.

martedì 17 aprile 2012

Il Canone delle Scritture cristiane

       
Gran parte della più deteriore propaganda laicista anticristiana ed anticattolica, dagli pseudo storici come K. Deschner (Storia criminale del Cristianesimo) al romanziere D. Brown (Il Codice da Vinci), è assurdamente convinta che il Nuovo Testamento non sia altro che il frutto di una scelta operata a tavolino di testi funzionali ad un inganno perpetrato dalla Chiesa e di una soppressione di testi scomodi (apocrifi). Secondo questa folle teoria tale manipolazione sarebbe giunta a compimento nel Concilio di Trento del 1546 o, addirittura, opera nientemeno che dell’imperatore romano Costantino ritenuto il vero fondatore della Chiesa Cattolica.

     In realtà il Concilio di Trento, con il decreto ”De canonicis Scripturis”, non fece altro che riaffermare un elenco di libri canonici già riportata dal Concilio di Firenze del 1441. Questo decreto non fu altro che l’ufficializzazione di una scelta ormai consolidata che si formalizzò nei concili africani di Ippona (393 d.C.) e di Cartagine (397 d.C. e 419 d.C.). Il processo di formazione del Canone inizia e, sostanzialmente, si chiude molto tempo prima del Concilio di Nicea e, quindi, dell’avvento di Costantino. Nel II sec. d.C. esistevano diversi testi che riportavano i fatti della vita di Gesù e le sue parole, questi circolavano tra le nascenti comunità cristiane e venivano letti durante le celebrazioni liturgiche (Giustino Martire, Apologia - 150 d.C.). Nessuna autorità aveva ancora stabilito quale tra questi scritti poteva essere considerato degno di fede o meno. La situazione precipitò quando un certo Marcione, figlio del vescovo di Sinope, nel Ponto, nel 144 d.C., giunto a Roma, propose, per avvalorare le sue tesi, una rigida selezione degli scritti che dovevano essere reputati veritieri. Siccome rifiutava tutto l’Antico Testamento, perché espressione di un dio inferiore, accettava solo gli scritti cristiani meno influenzati dalla tradizione ebraica, quindi diverse lettere di Paolo e il solo vangelo di Luca, in quanto discepolo di Paolo. Considerato eretico e scomunicato, fonderà una chiesa che sopravvisse fino al V secolo. La sua iniziativa, però, ebbe l’effetto di suscitare la questione riguardante la selezione dei testi da ritenere sacri.
     Un documento della seconda metà del II secolo di eccezionale importanza che ci documenta la primissima scelta dei quattro vangeli canonici ed il rifiuto di tutti gli altri è il Frammento Muratoriano. Questo documento, risalente all’VIII secolo d.C., fa riferimento ad una  prima lista ufficiale scritta in latino (forse una traduzione dal greco) e approvata da Pio, vescovo di Roma, morto nel 157 d.C. In quell’epoca, si legge nel documento, vengono considerati sacri i quattro vangeli canonici, gli Atti degli Apostoli, attribuiti a Luca, e tredici lettere paoline. Inoltre vengono già rifiutati alcuni scritti, tra cui quelli gnostici, ritenuti falsi e non ispirati: “Non conviene che il fiele sia mescolato con il miele”. Interessante è notare in tale documento anche la condanna dello gnostico Valentino. Quindi già verso la metà del II secolo d.C. è unanime, da parte della Chiesa Cristiana degli inizi, l’esclusione totale degli scritti gnostici, e questo a circa 150 anni dal Concilio di Nicea.
Tutti gli scritti che oggi fanno parte del canone sono menzionati nel complesso dai Padri apostolici, cioè contemporanei o immediatamente successivi agli apostoli. Verso il 180 d.C., Ireneo, Vescovo di Lione, riconosce come “Scrittura Sacra” i quattro Vangeli del Nuovo Testamento (dice che il vangelo è unico, ma tetramorfo), le 13 lettere di Paolo, gli Atti degli Apostoli e alcune lettere cattoliche (la prima di Pietro e le prime due di Giovanni). Gli stessi vangeli sono riconosciuti “ispirati” e veritieri anche dall’apologista Tertulliano (150 – 222 d.C.) che a proposito afferma: «…costituiamo innanzitutto [il Nuovo Testamento] come strumento evangelico e apostolico…» (Adversus Marcionem, IV). Clemente (150 – 215 d.C.), vescovo di Alessandria, in Egitto, conosce questi testi e li accetta come canonici.
Un quadro preciso della situazione di quel tempo ce lo fornisce Origene, il famoso teologo-filosofo cristiano nato nel 185 d.C. ad Alessandria e morto nel 254 d.C. Per sfuggire alle varie persecuzioni (quelle di Settimio Severo del 202 d.C e di suo figlio Caracalla nel 215 d.C.) Origene è costretto a spostarsi dall’Egitto verso la Palestina e venire, così, in contatto con molte comunità cristiane. Egli divide il Canone in scritti accettati da tutti e dovunque, cioè i quattro vangeli del nuovo Testamento, le 13 lettere paoline, gli Atti degli Apostoli, la prima lettera di Pietro, la prima di Giovanni con la sua Apocalisse, e scritti discussi, cioè la seconda lettera di Pietro, la lettera di Giacomo e la seconda e terza lettera di Giovanni (In Eusebio, Historia ecclesiastica VI, 25, 3-14).
        Tenendo conto di tutte queste testimonianze dei Padri Apostolici si può affermare con certezza che verso il 200 d.C., quindi oltre un secolo prima dell’avvento di Costantino, è ormai formato il nucleo centrale del canone ed è costituito dai quattro vangeli, da 13 lettere paoline, dagli Atti degli Apostoli e dall’Apocalisse di Giovanni.
Anche Eusebio, come Origene, divide gli scritti in “accettati” (il testo greco riporta il vocabolo “homologoúmena” cioè “sui quali vi è accordo”), “discussi” (nel testo greco “antilegómena”) e, aggiunge, “apocrifi”, cioè da rigettare. I quattro vangeli, anche qui denominati “la tetrade”, sono i primi ad essere universalmente accettati assieme agli Atti ed alle lettere di Paolo. Tra gli scritti rifiutati, è interessante notare, ci sono i vangeli provenienti dagli ambienti eretici (come quelli gnostici) che, per darsi autorità, si presentano sotto il nome degli apostoli. Tra questi c’è pure il famoso vangelo gnostico detto “di Tommaso”. Gli altri testi gnostici, tanto cari a D. Brown, non sono neppure menzionati singolarmente, ma respinti in blocco come “costruzioni di eretici…del tutto assurdi ed empi” (Historia Ecclesiastica III, 25, 1-7). 
Eusebio ci spiega anche il motivo di queste scelte: sono accettati solo quelli temporalmente più vicini al tempo di Gesù, che hanno un legame diretto con la predicazione apostolica come garanzia di fedeltà ai fatti narrati e che sono unanimemente accettati dalle comunità cristiane. Non è stata, quindi, una eliminazione di testi “scomodi” non allineati con la dottrina prevalente, tanto è vero che moltissimi testi in linea con la dottrina cristiana, ma che non rispondevano pienamente ai requisiti richiesti, non sono entrati nel canone. Questo è il caso, ad esempio, dell’Apocalisse di Pietro, del Pastore di Erma o della Didachè.
Quando, nel 367, il vescovo di Alessandria Atanasio stila una lista dei testi da ritenersi canonici non fa altro che riportare 27 scritti già da tempo largamente accettati ed approvati dalle comunità cristiane. Questa medesima lista sarà sottoposta alle decisioni conciliari di Ippona (393 d.C.) e Cartagine (397 e 419 d.C.) divenendo così, assieme a secondarie aggiunte successive, il Canone delle Scritture della Chiesa Cattolica. Quindi nessuna confisca e distruzione di testi scomodi, la formazione del Canone è stato un processo lungo ed articolato che si svolse nell’arco di tre secoli e che si concluse, sostanzialmente, molto tempo prima dell’avvento di Costantino.

Il nuovo Testamento è il prodotto della Testimonianza e della Tradizione della Grande Chiesa Cattolica, quella originatasi dalla primitiva comunità dei Dodici di Gerusalemme. Alla luce di ciò appare assurda la pretesa di alcune comunità di fratelli separati, e vari “liberi battitori”, adoratori della “dea ragione” piuttosto che del Signore, di poter criticare la Chiesa Cattolica circa l’interpretazione autentica dei vangeli e le definizioni di Fede dei primi Concili Ecumenici.

Bibliografia

Falbo G. “Il primato della Chiesa di Roma alla luce dei primi quattro secoli” Coletti 1989
Mazzucco C., Nicolotti A. “La formazione del Nuovo Testamento e la questione del Canone” – www.christianismus.it
Moraldi L. “Apocrifi del Nuovo Testamento” 4° Vol, Casale Monferrato 1994
Norelli E. “Apocrifi cristiani antichi” – www.christianismus.it


giovedì 12 aprile 2012

Gesù e Mitra


Molti esponenti dell’ateismo sono convinti che la teologia del Cristianesimo trarrebbe origine dai culti pagani, in particolare da quello di Mitra dal quale i cristiani avrebbero attinto la figura di Cristo (Luigi Cascioli, “La favola di Cristo”, autopubblicato, 2002). 

Il testo principale su cui si basa questa teoria, spacciata come certezza assoluta dalla propaganda laicista anticristiana, è l’ormai conosciuto “The Christ Conspiracy” del 1991, della studiosa statunitense Acharya S., al secolo D. M. Murdock. 

Secondo questo testo esisterebbero così tante e precise convergenze tra le due religioni da provare senza alcun dubbio che il Cristianesimo dipenda dal Mitraismo. Per confermare tale conclusione Acharya S. riporta una serie di somiglianze come il comune battesimo di iniziazione, la comune nascita di Gesù e Mitra il 25 dicembre da una vergine in una grotta alla presenza dei pastori, il comune seguito di dodici discepoli, l’identica promessa di immortalità e salvezza ottenuta attraverso il sacrificio ed il sangue.

Per capire se tali analogie rivelino effettivamente una dipendenza del Cristianesimo dal Mitraismo occorre innanzitutto stabilire con quale culto mitraico bisogna confrontarci. Il culto di Mitra, infatti, ha origini molto antiche (circa 1400 a.C.), ma occorre distinguere le forme indo-persiane (presente nei testi Veda e nell’Avesta) dalla versione romana che ebbe il suo apogeo nel II-III secolo d.C. Il confronto con il culto persiano è praticamente impossibile, infatti il testo dell’Avesta andò perduto in età alessandrina e fu ricostruito in seguito tramite la tradizione orale solo dal III secolo quando, ormai, il Cristianesimo si era già saldamente affermato. Inoltre il Mitraismo persiano è privo di molte delle supposte analogie col Cristianesimo, come il battesimo, la figura di Mitra come dio principale, il riferimento al suo sangue purificatore (rituale della tauroctonia) dell’umanità, ecc. Tutto ciò crea notevoli problemi ai sostenitori del plagio, che devono postdatare di molto le credenze oggetto di culto del mitraismo e collocarle quasi a ridosso del Cristianesimo, se non addirittura ad esso posteriori. C’è anche da aggiungere che le poche somiglianze col culto iranico come la credenza in un giudizio finale e in una successiva punizione o ricompensa (Inferno e Paradiso), sono comuni a moltissime religioni e la loro presenza in entrambi non dimostra affatto influenze reciproche fra Mitraismo e Cristianesimo.

Il confronto, quindi, deve svolgersi con la versione romana del culto mitraico, ma indagando in profondità ci si accorge subito delle profonde differenze tra i due culti. Il cosiddetto “battesimo mitraico” era in realtà un bagno di sangue che inondava il fedele disposto al di sotto di una grata dove un toro era condotto e sgozzato. Di tale rito abbiamo solo riferimenti iconografici e non conosciamo né il significato teologico, né l’effettivo svolgimento. Mentre il battesimo cristiano consisteva in una immersione in acqua, segno di purificazione e appartenenza alla Chiesa, ed avveniva fin dalle origini (I secolo). Se consideriamo il fatto che non c’è traccia di un battesimo mitraico iranico è logico supporre su questo aspetto una dipendenza del Mitraismo romano (III secolo) dal Cristianesimo (David Ulansey, "The Origins of the Mithraic Mysteries", Oxford University Press, 1991).

Fa letteralmente sorridere la supposta coincidenza della nascita il 25 dicembre quando è risaputo che i vangeli non indicano alcuna data per la nascita di Gesù, così come è del tutto falso che il mito di Mitra prevedesse la nascita da una vergine, in una grotta. Secondo tale mito, infatti, Mitra nacque da una roccia, la petra genetrix, all’inizio del mondo e già adulto. Anche il comune seguito dei dodici apostoli è pura invenzione, infatti sappiamo che il Mitra iranico aveva un solo compagno, Varuna. Il Mitra romano invece aveva due aiutanti, due piccole creature simili a lui, Cautes e Cautopates, che forse simboleggiavano l'alba e il tramonto, o la vita e la morte. In realtà tutti questi presunti "paralleli cristiani" presenti nel mitraismo romano, sono nati almeno un secolo dopo la stesura dei vangeli, dunque troppo tardi per affermare una dipendenza del Cristianesimo dal Mitraismo, mentre è estremamente probabile che sia vero il contrario.

La promessa di immortalità e salvezza attraverso il sacrificio ed il sangue sono concetti nel Mitraismo totalmente diversi che nel Cristianesimo. Innanzitutto Mitra non sacrificò se stesso e non abbiamo alcuna resurrezione, ma piuttosto compì il gesto eroico di uccidere il "grande toro del Sole" per donare al mondo una generica pace. Non esiste, nel mito di Mitra, nessuna morte, nessun sacrificio e redenzione dai peccati. L’idea della “salvezza” si deduce solamente da un affresco del 200 d.C. su cui è scritto che Mitra avrebbe salvato gli uomini versando il sangue del toro che, secondo il mito, Mitra avrebbe ucciso. Questa "salvezza", secondo l'interpretazione mitraica "astrologica", non indica l'immortalità ma solo un livello di iniziazione più elevato. Anche qui, si tratta di un'idea di ben due secoli successiva al Cristianesimo, segno evidente della dipendenza del mitraismo romano dal Cristianesimo.

Ma al di là di queste ipotetiche coincidenze, peraltro inesistenti, è proprio la dottrina stessa delle due religioni ad essere differente. Il Mitraismo propone l’idea di un dio superuomo che con la forza sconfigge il male, l'eroe che si batte col toro e lo vince, concetto che ha successo principalmente presso l’esercito, dove assume una forza di condizionamento psicologico offrendo la garanzia della vittoria. Gli imperatori, da Nerone a Giuliano l'Apostata, se ne servono per assicurarsi la fedeltà dei militari. Tutto il contrario del pacifico Cristianesimo dove la figura centrale è un dio-uomo che vince in forza della sua debolezza e della sua morte. 

Il Mitraismo, inoltre, resta una religione misterica, riservata a pochi iniziati, che praticano un culto esteriore, mentre il cristianesimo è anzitutto adesione ad una persona, un evento storico di salvezza che viene offerto a tutti.


Bibliografia


Mithraic Studies. Proceedings of the "First International Congress of Mithraic Studies", Manchester University Press, 1975. 
Franz Cumont, The Mysteria of Mithra, New York: Dover, 1956
Enciclopedia delle Religioni, Vallecchi editore, Vol VI, Firenze, 1978.
David Ulansey, I Misteri di Mithra, ed. Mediterranee, Roma, 2001

lunedì 2 aprile 2012

Perdita o strage?

L’ospedale San Filippo Neri di Roma ha fatto sapere che per un guasto all’impianto di azoto liquido, che alimenta il servizio di criobiologia per la conservazione di materiale biologico, sono andati perduti 94 embrioni, 130 ovociti e 5 campioni di liquido seminale. Prima della sentenza della Consulta, che riformò la legge 40, questo rischio di perdere embrioni era scongiurato in quanto, seppure generati artificialmente, era vietato il loro congelamento ed obbligatorio il loro ricovero nell’ambiente naturale del seno materno. 

Ecco a cosa conduce il prevalere dell’egoismo umano in nome di un distorto valore della “libertà di scelta”: la distruzione e morte di vita umana. Come è possibile che non sia obbligatorio garantire ad ogni embrione umano ogni possibile accorgimento per evitare tali elevati rischi? A cosa poteva servire il congelamento degli embrioni se non ad una manipolazione eticamente inaccettabile o ad una terribile apertura all’eugenetica?

Letteralmente agghiaccianti sono state le dichiarazioni del Prof. Lorenzo d’Avack, docente di Filosofia del diritto all’Università Roma Tre e vice presidente del Comitato di bioetica, il quale, parlando di risarcimento del danno, ha precisato che la morte degli embrioni non equivale ad una perdita di persone, ma di materiale genetico. 

Dal punto di vista del diritto niente da eccepire, ma da quello umano il profondo dolore ed orrore per la follia di una umanità così lontana da Dio.

giovedì 29 marzo 2012

Gesù e i suoi "fratelli"

Una critica molto diffusa che viene rivolta all’esegesi cattolica dei vangeli è l’indicazione che Gesù abbia avuto dei fratelli o dei fratellastri, cioè i figli di un precedente matrimonio di Giuseppe e che, quindi, il dogma della perpetua verginità di Maria non sia giustificato dalla Scrittura. Ad esempio, vero e proprio cavallo di battaglia del laicista Corrado Augias sono i suoi continui riferimenti ad alcuni passi del vangelo in cui apparirebbe chiaro che Gesù avesse avuto dei fratelli e delle sorelle (Mt 13, 55; Mc 6, 3) e che fosse definito un “primogenito” (Mt 1, 25; Lc 2, 7). 

Al contrario della ferma sicurezza di Augias, in realtà la questione è molto dibattuta, esistono diverse interpretazioni, ma alla fine possono essere tutte ricondotte a tre ipotesi. La prima, prevalente presso le Chiese cristiane orientali, considera questi “fratelli” di Gesù come dei fratellastri, cioè dei figli che Giuseppe avrebbe avuto da un precedente matrimonio. Questa convinzione deriva, molto probabilmente, da un versetto del Protovangelo di Giacomo, un testo apocrifo del II secolo d.C., dove vengono messe in bocca a Giuseppe, al momento del matrimonio con Maria, le seguenti parole: «Ho figli e sono vecchio, mentre lei è una ragazza!» (Protovangelo di Giacomo 9,2). Per le Chiese Protestanti, invece, i vangeli farebbero riferimento a figli più giovani avuti da Giuseppe e Maria. In realtà, e siamo alla terza ipotesi, quella cattolica, la lettura più attenta e studiata dei vangeli e di tutta la Scrittura ci presenta un Gesù figlio unico. Tutti e quattro i vangeli canonici, gli Atti degli apostoli e alcune lettere paoline accennano a “fratelli” e, più vagamente, a “sorelle” di Gesù. Presso le prime comunità cristiane questi riferimenti non suscitavano alcun problema, né discussione, infatti in ambiente semita i termini “fratelli” e “sorelle” possono indicare anche i parenti e, in generale, i membri di un clan. Nel 160 d.C. un autore cristiano di origine palestinese, un certo Egesippo, afferma di conoscere alcuni discendenti della famiglia di Gesù. Nelle sue Memorie racconta che alcuni “fratelli” di Gesù erano in realtà dei cugini che furono processati dai Romani sotto l’imperatore Domiziano. Questa tesi fu adottata anche dal famoso traduttore latino della Bibbia, S. Girolamo, che, in una sua opera, “De perpetua virginitate”, scritta contro un certo Elvidio, considerò i “fratelli” e le “sorelle” di Gesù come dei suoi cugini, cioè gli appartenenti al clan familiare di Maria. Anche l’esegesi storico-critica moderna ha ribadito che dietro il termine greco del Nuovo Testamento per fratello, “adelfòs”, c’è l’aramaico “aha” e l’ebraico “ah” e questi termini possono significare sia il fratello, sia il cugino, sia il nipote, sia l’alleato, ma anche il membro della stessa tribù, il discepolo, ed anche il “prossimo” in generale, sempre che appartenente alla stessa città o nazione. Nell’ebraico moderno, ancora oggi, non esiste un termine per distinguere il fratello dal cugino e quindi gli israeliani devono ricorrere ad espressioni del tipo: “figlio della stessa madre” (o dello stesso padre). Nell’Antico Testamento sono innumerevoli i casi in cui la parola fratello, in ebraico “ah”, è usata per indicare le parentele o i legami più svariati. Nella Genesi Abramo chiama il nipote Lot “fratello” (Gn 13, 8) e così anche Labano fa col nipote Giacobbe (Gn 29, 15). Anche Paolo usa spessissimo il termine “fratello” per indicare una comunanza spirituale o un legame che non è quello carnale e familiare. Il noto biblista Gianfranco Ravasi considera l’espressione “fratelli del Signore” che troviamo in Atti 1, 14, oppure in 1 Corinzi 9, 5, come la designazione di un gruppo ben definito, ossia i cristiani di origine giudaica legati al clan nazaretano di Cristo (sarebbe la setta nominata da Paolo in Atti 24, 14 e che Gesù stesso, in Gv 20, 17, avverte della sua risurrezione mandando loro Maria di Magdala). 

Altro esempio di moderna esegesi del testo neotestamentario, che può fare ulteriore chiarezza sull’uso del termine “fratello”, è quello riguardante l’analisi dell’episodio delle nozze di Cana (Gv 2, 1). All’inizio del passo non vengono citati “fratelli” di Gesù, questi, però, compaiono alla fine dell’episodio (Gv 2, 12): “Dopo questo fatto, discese a Cafàrnao insieme con sua madre, i fratelli e [in greco: kai] i suoi discepoli….”. Un noto biblista, Josè Miguel Garcia, esperto di testi in aramaico, fa notare che la particella greca “kai” traduce l’aramaico “waw” che significa, in questo caso, “cioè”, “ossia”. Infatti nei vangeli ricorre spesso il termine “kai” con tale significato. Ad esempio in Luca 22, 26 troviamo: “I sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e [kai] tutto il Sinedrio…”, se kai non traducesse la parola “cioè”, “ossia”, la frase non avrebbe senso visto che quelle tre categorie rappresentavano già “tutto il Sinedrio”. Infatti nell’originale aramaico troviamo anche qui il termine “waw” e, quindi, la frase va letta: “... cioè tutto il Sinedrio”. Si tratta di una precisazione dell’evangelista che vuole indicare anche i componenti dell’illustre consesso. Per analogia, tornando all’episodio delle nozze di Cana, se Gesù è accompagnato da sua madre e i discepoli, come mai ritorna a Cafàrnao con la madre, i fratelli e (kai) i suoi discepoli? Per congruenza narrativa tra l’inizio e la fine del racconto il testo andrebbe letto: “con sua madre e i suoi fratelli, cioè i suoi discepoli”. Se fossero stati veri fratelli di Gesù, allora sarebbe stato più logico un ritorno a Nazaret, loro città natale, invece si dirigono a Cafàrnao, il luogo scelto da Gesù per il suo operato in Galilea, quindi questi “fratelli” sono in realtà i suoi discepoli. Alla luce di tutto ciò i passi dei vangeli a cui si riferisce Augias non dimostrano che Gesù avesse dei fratelli e delle sorelle, bensì dei cugini. In Matteo 13, 55-56 i “fratelli” di Gesù, Giacomo e Giuseppe, cioè Iose, sono in realtà i figli di una Maria discepola di Gesù che ritroviamo in Matteo 27, 55-56: «C’erano anche la molte donne che stavano ad osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe e la madre dei figli di Zebedèo» e in Mc 15, 40-41: «C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salome [probabilmente la madre dei figli di Zebedèo che troviamo in Matteo, n.d.r.], che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme». Questa stessa donna, poco dopo, è designata in modo significativo come “l’altra Maria” in Matteo 28,1. Per Simone e Giuda, la parentela veniva dal loro padre Cleofa, fratello di Giuseppe (come ci informa Egesippo, uno scrittore giudeo-cristiano del II secolo d.C) e come questi discendente di Davide, il nome della loro madre, invece, non è noto. L’espressione che ritroviamo in questo passo “…non è costui il figlio del falegname?” in Mc 6, 3 diviene: “…non è costui il carpentiere?”, evidentemente Marco fa più attenzione alla nascita verginale di Gesù. In realtà, nei vangeli, molto raramente Gesù è chiamato il figlio di Giuseppe, ma solo il figlio di Maria e i cosiddetti “fratelli” e “sorelle” non sono mai chiamati i figli di Maria, ma sempre e solo i “fratelli” di Gesù. In ambiente semita, ed ebraico in particolare, il figlio non è mai chiamato con il nome della madre, a meno che il padre non sia morto o che la vedova non abbia altra prole. Dunque l’appellativo “Il figlio di Maria”, sempre riservato a Gesù, indica chiaramente il suo status di figlio unico. Anche i passi di Luca 2, 7 e Matteo 1, 25, dove Gesù è detto “il primogenito di Maria” non dimostrano che Gesù avesse avuto dei fratelli. In realtà il termine “primogenito” per gli ebrei ha un valore giuridico importante in quanto designa i diritti biblici connessi alla primogenitura. Infatti nella Bibbia questo termine non indica l’origine cronologica di una nascita, ma piuttosto la preminenza, la superiorità. Ad esempio, è famoso l’episodio della Genesi in cui Esaù vende la sua “Primogenitura” a Giacobbe per un piatto di lenticchie, in Deuteronomio 7, 6-8, Israele è chiamato “figlio primogenito” da Jahvè non perché creato prima degli altri popoli, ma per la sua elezione ad essere il “popolo eletto”. Allo stesso modo Davide, benché il più piccolo tra i figli di Jesse, in 1 Sam 16, 10-13, è costituito primogenito perché il più grande tra i re della terra. Così Gesù è detto Primogenito perché superiore a tutti, Egli è: “L’Alfa e l’Omega, il Primo e L’Ultimo, il Principio e Fine” (Ap 22, 13). Anche dal punto di vista archeologico abbiamo numerose conferme sull’importanza del titolo di “Primogenito”. Sono stati ritrovati, infatti, papiri scritti in aramaico del I secolo d.C. e lapidi dove vengono ricordate le morti di madri mentre partoriva

no i loro figli “primogeniti”. Se Gesù fosse stato davvero il primo di tanti fratelli, allora gli episodi di Mc 3, 21 e Gv 7, 5, in cui Gesù viene da loro rimproverato, descrivono situazioni assolutamente improbabili. Dice infatti la Genesi: «Sii padrone dei tuoi fratelli, si inchinino davanti a te i figli tua madre», quindi questi “fratelli”, per potersi permettere di criticare Gesù, devono essere per forza più anziani di Lui e allora non possono essere figli di Maria. 

Per concludere vorrei citare un ultimo episodio dei vangeli, molto toccante, che conserva il suo senso e la sua dolcezza solo nella visione cattolica dello status anagrafico di Gesù: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e li accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19, 25-27). Se Maria avesse avuto altri figli, come è possibile che Gesù morente l’affidi ad un suo discepolo, quello che amava più di tutti, l’unico presente sotto la croce? Tutto ciò si spiega solo con il fatto che Gesù era figlio unico e quindi la stava lasciando veramente da sola.


Bibliografia

V. MESSORI – “Ipotesi su Maria”, Ares Milano 2005.
G. RAVASI - “Gesù e i suoi fratelli” da Avvenire, Agorà, 24/11/2002.
R. REGGI - “I “fratelli” di Gesù, Considerazioni filologiche, ermeneutiche, storiche, statistiche sulla verginità perpetua di Maria” (Edizioni Dehoniane 2010)
J. BLINZER: “I fratelli e le sorelle di Gesù” Ed Paideia 1974

martedì 27 marzo 2012

Claudia Koll, un'emozionante conversione

Durante una delle mie ricerche su internet mi sono imbattuto in un paio di video sulla conversione alla fede cristiana cattolica della nota attrice Claudia Koll (qui e qui). 

Sapevo già di questa conversione, come anche quella di tanti altri personaggi molto noti del cinema, della televisione e dello sport, come Paolo Brosio, Nicola Legrottaglie, Daniela Rosati, ecc., ma non avevo mai approfondito la cosa. Onestamente devo ammettere che pensavo si trattasse più che altro di un atteggiamento un po’ costruito, un modo differente per mettersi in mostra.

In realtà guardando questi video e approfondendo la storia di Claudia Koll, mi sono dovuto ricredere profondamente. Questa persona aveva raggiunto un livello importante nello star system, possedeva tutto ciò che questa società considera un traguardo da raggiungere ad ogni costo, la popolarità, il successo, il denaro, la visibilità. Eppure l’incontro con il Signore l’ha profondamente ed incredibilmente trasformata rendendola un vero e proprio segno della costante presenza di Dio tra di noi. Ciò che sembra impossibile realizzarsi in un mondo dove se non appari non esisti, dove la trasgressione, il libertarismo sono assurti a valori, in lei si è avverato. Oltre a queste sue testimonianze di fede, Claudia Koll è attivamente impegnata in molte opere di bene, non ultimo il suo progetto di fattiva assistenza per i poveri ed i disabili in Burundi, Congo e Birmania, l’associazione Onlus “Le Opere del Padre” fondata nel 2005.
Certo noi cristiani siamo abituati a vedere le persone cambiare dopo l’incontro con il Signore. La chiamata del Padre è irresistibile, Egli ci chiama alla nostra vera natura, che è quella di vivere per gli altri, per essere messaggeri di Dio nella donazione della nostra vita. Ma, devo ammettere, che la conversione di questa donna mi ha emozionato, mi ha toccato la potenza dell’Amore di Dio che traspariva dal suo volto, dalla sua gioia e serenità. 

Brava Claudia e grazie Dio.

domenica 25 marzo 2012

Acharya S, quando prevale il pregiudizio

Vero e proprio testo di riferimento per tutta una miriade di siti anticristiani presenti sul Web è l’ormai celeberrimo “The Christ Conspiracy: The Greatest Story Ever Sold” (La Cospirazione di Cristo: la più grande storia mai venduta) un libro pubblicato nel 1999 che riprende la cosiddetta “teoria mitica”, nata nel XVIII secolo in ambienti libertini ed anticlericali, che vuole la figura di Gesù come quella di un mito. Autrice di questo testo, letteralmente venerato ed osannato dai laicisti anticristiani, è una certa D. M. Murdock meglio conosciuta con lo pseudonimo di Acharya S., una studiosa statunitense. Questo personaggio ritiene che la storia di Gesù raccontata dai vangeli non sia altro che una rivisitazione di vari miti pagani e che, quindi, sia possibile tracciare un parallelo tra Gesù e tante altre divinità “Salvatrici” come Mithra, Horus, Adonis, ecc. tutte derivanti da il mito comune del dio sole. 

La cosiddetta “teoria mitica” circa la figura di Gesù rappresenta per la stragrande maggioranza degli storici contemporanei una teoria di nessun fondamento storico, eppure personaggi come la Murdock sono diventati vere e proprie icone della lotta laicista contro il cristianesimo. Gli studi di questa autrice non sono andati oltre al “Bachelor in Liberal arts” (un diploma universitario), quindi nessuna laurea e specializzazioni in storia, archeologia, storia delle religioni, e nessun studio serio e apprezzato in ambito accademico internazionale sul tema del Gesù storico. I suoi libri sono un’impressionante sequela di imprecisioni ed inesattezze storiche, non controlla le fonti e si affida ad autori completamente screditati dalla comunità scientifica internazionale. La maggior parte dei suoi libri si basano sugli studi di un certo Gerard Massey un poeta satanista inglese senza alcuna reputazione in egittologia. Dal sito web “Eye on the future radio” si apprende che la Murdock sia la fondatrice della Chiesa Internazionale di Astroteologia, ossia la conoscenza di Dio attraverso l’osservazione dei corpi celesti. Questa notizia la dice lunga sulla statura “scientifica” di una persona che si ritiene la cristianità retrograda e mancante di intelletto.

Ci si potrebbe domandare, quindi, il perché di tale pervicace attività anticristiana basata sulla menzogna. I libri della Murdock, infatti hanno avuto tanta popolarità proprio perché disponibili gratuitamente su internet ed hanno ispirato un video che circola liberamente su blog e youtube. E’ impossibile non pensare all’odio verso il cristianesimo degli atei anticlericali come lo è la Murdock che ebbe a dichiarare apertamente: “L’inganno del business della religione è spaventoso, ed è più che ora che venga reso noto” (www.truthbeknown.com). L’unico intento di tali personaggi non è lo studio serio ed onesto della storia, bensì quello di distruggere i vari credi partendo proprio dal fallimentare tentativo di distruggere la figura storica di Gesù.


Bibliografia 

-Icona, Mike (2001). "Una Confutazione di Acharya S libro, Il Cristo Retrieved 2008-08-01 .

martedì 20 marzo 2012

Trinità: astrusità cristiana, politeismo o mistero d’amore?


Il dogma della Trinità è stato per la prima volta implicitamente definito come articolo di fede al primo Concilio di Nicea (325) e sviluppato nel successivo Concilio di Costantinopoli (381). Come ogni altro dogma di fede, non si tratta di un pronunciamento ingiustificato venuto ad aggiungere un elemento di novità alla rivelazione della Scrittura ed alla fede cristiana, ma una specificazione di tale fede per preservare l’originale testimonianza apostolica. La necessità di una tale specificazione si ebbe come risposta alle accuse di “politeismo” avanzate contro la Chiesa dal sacerdote eterodosso Ario.

La fede trinitaria è propria di tutte le confessioni cristiane che si collegano alla tradizione ecumenica dei primi secoli. Fanno eccezione le neoreligioni pseudo cristiane come, ad esempio, i Mormoni o i Testimoni di Geova che, per attaccare questo articolo di fede, non fanno altro che riproporre le vecchie accuse di politeismo dell’arianesimo. Questo atteggiamento pone queste confessioni al di fuori del Cristianesimo perché segna una netta divisione con la fede dei primi cristiani. Nei primi secoli prima dei Concili ecumenici, infatti, sebbene nel Nuovo Testamento non esista la parola “Trinità”, la fede in un Dio unico che manifestava tre “persone” era già presente nella comunità cristiana primitiva. Nel I secolo troviamo espliciti riferimenti a Dio distinto in tre persone in Clemente Romano (Prima lettera di Clemente capp. 58 e 46), agli inizi del II secolo in Ignazio di Antiochia (Lettera agli Efesini, cap. 9) e sempre nel II secolo abbiamo la precisa indicazione del termine “Trinità” in Teofilo di Antiochia (Apologia ad Autolycum, II,15) e Tertulliano (De pudicitia, cap. XXI).

L’accusa di politeismo è del tutto fuori luogo, infatti i cristiani hanno sempre creduto in un solo Dio, quindi è certa la natura monoteistica del loro credo. Il più antico simbolo della fede cristiana, quello apostolico, diceva: “Credo nel Padre Onnipotente e in Gesù Cristo, nostro salvatore e nello Spirito Paraclito” (Denzinger-Schonmetzer, n.1, II secolo d.C.). Per i cristiani Dio è “uno” e “trino”: L’”Uno” si riferisce alla natura o sostanza divina, mentre il “Tre” è relativo alle Persone di Dio, cioè alla sua azione. Non è questione di tre dèi, Dio rimane unico, ma si rivela straordinariamente ricco. 

Un dogma ha sempre la sua base scritturale e, partendo dalla formula battesimale della finale di Matteo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (28, 19) , in cui la forma grammaticale greca indica una personificazione delle tre figure (Joseph Doré. "Trinità in: Dizionario delle religioni" Milano, Mondadori, 2007) vediamo che nella Bibbia ci sono almeno una cinquantina di testi trinitari. Uno di questi, ad esempio, dice: “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti” (1 Cor 12, 4-5). Questo passo indica che l’azione di Dio si esplica in tre modalità: i carismi (i doni) di cui godono i cristiani sono distribuiti dallo Spirito; l’esercizio di tali doni (ministeri) è affidato al Signore (Gesù); la fonte di questi doni-ministeri (le operazioni) è Dio (il Padre). Il disegno di salvezza concepito dal Padre si realizza mediante lo Spirito e il Figlio. Per questo si può dire che Dio (Padre) “opera tutto in tutti”.

La Trinità è attaccata anche dagli atei che ritengono la fede in un Dio “uno e trino” un’autentica astrusità architettata per abbindolare i creduloni. A rappresentare la posizione laica più critica cito un certo Gianfranco Tranfo, novello autodidatta studioso del cristianesimo, che in un blog laico aveva lanciato una “sfida” sollevando un quesito con la malcelata intenzione di mettere in ridicolo gli assunti della teologia cristiana: 

Se Gesù, perfettamente umano e divino (concilio di Calcedonia, 451) è uno con il Padre (concilio di Costantinopoli, 381) e Maria è madre di Dio (concilio di Efeso, 431) e cioè di Gesù, allora è anche madre del Padre (uno con il figlio) e figlia di suo figlio (uno con il Padre) che dunque è figlio di se stesso ed è anche suo padre e che, essendo nato prima dell’inizio dei tempi è nato prima di sua madre. In questo incesto alla rovescia con andata e ritorno nel tempo, siete in grado di fornire un’accettabile spiegazione sul ruolo del povero Giuseppe e su come lo stesso abbia potuto trasmettere la propria discendenza davidica al ‘Re dei Giudei’?” 

Il simpatico sig. Tranfo, però non conosce bene il dogma cristiano della Trinità che, assieme a quello sull’unicità di Dio, definisce anche la relazione esistente tra la persona e la natura divina. Infatti viene affermato che Dio è uno solo, unica e assolutamente semplice è la sua Sostanza, ma comune a tre Persone (o Ipostàsi) uguali (consustanziali) e distinte. Quindi Maria è madre della persona di Gesù e siccome la persona di Gesù ha anche la natura divina, Maria è anche madre di Dio. La persona del Padre, anche essendo di natura divina, in quanto persona è distinta dal Figlio, quindi Maria non può essere madre della persona del Padre.
Ed ecco così risolto il problema del sig. Tranfo. 

Molti atei deridono i cristiani in quanto li considerano dei creduloni, degli stolti disposti a dar credito alle più astruse fantasie, per loro la teologia è solo un esercizio di pura immaginazione. Imbevuti di scientismo, per loro la Trinità resta una concetto senza senso, ma non sanno che secondo la fede cristiana la natura divina è al di là della conoscenza scientifica, ed è incomprensibile e non conoscibile se non fosse per quanto è dato sapere attraverso la rivelazione divina. La loro è solo ignoranza e superbia, quella stessa che permette di ritenere stupido ed illogico ciò che non si conosce e non si capisce.