martedì 20 marzo 2012

Trinità: astrusità cristiana, politeismo o mistero d’amore?


Il dogma della Trinità è stato per la prima volta implicitamente definito come articolo di fede al primo Concilio di Nicea (325) e sviluppato nel successivo Concilio di Costantinopoli (381). Come ogni altro dogma di fede, non si tratta di un pronunciamento ingiustificato venuto ad aggiungere un elemento di novità alla rivelazione della Scrittura ed alla fede cristiana, ma una specificazione di tale fede per preservare l’originale testimonianza apostolica. La necessità di una tale specificazione si ebbe come risposta alle accuse di “politeismo” avanzate contro la Chiesa dal sacerdote eterodosso Ario.

La fede trinitaria è propria di tutte le confessioni cristiane che si collegano alla tradizione ecumenica dei primi secoli. Fanno eccezione le neoreligioni pseudo cristiane come, ad esempio, i Mormoni o i Testimoni di Geova che, per attaccare questo articolo di fede, non fanno altro che riproporre le vecchie accuse di politeismo dell’arianesimo. Questo atteggiamento pone queste confessioni al di fuori del Cristianesimo perché segna una netta divisione con la fede dei primi cristiani. Nei primi secoli prima dei Concili ecumenici, infatti, sebbene nel Nuovo Testamento non esista la parola “Trinità”, la fede in un Dio unico che manifestava tre “persone” era già presente nella comunità cristiana primitiva. Nel I secolo troviamo espliciti riferimenti a Dio distinto in tre persone in Clemente Romano (Prima lettera di Clemente capp. 58 e 46), agli inizi del II secolo in Ignazio di Antiochia (Lettera agli Efesini, cap. 9) e sempre nel II secolo abbiamo la precisa indicazione del termine “Trinità” in Teofilo di Antiochia (Apologia ad Autolycum, II,15) e Tertulliano (De pudicitia, cap. XXI).

L’accusa di politeismo è del tutto fuori luogo, infatti i cristiani hanno sempre creduto in un solo Dio, quindi è certa la natura monoteistica del loro credo. Il più antico simbolo della fede cristiana, quello apostolico, diceva: “Credo nel Padre Onnipotente e in Gesù Cristo, nostro salvatore e nello Spirito Paraclito” (Denzinger-Schonmetzer, n.1, II secolo d.C.). Per i cristiani Dio è “uno” e “trino”: L’”Uno” si riferisce alla natura o sostanza divina, mentre il “Tre” è relativo alle Persone di Dio, cioè alla sua azione. Non è questione di tre dèi, Dio rimane unico, ma si rivela straordinariamente ricco. 

Un dogma ha sempre la sua base scritturale e, partendo dalla formula battesimale della finale di Matteo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (28, 19) , in cui la forma grammaticale greca indica una personificazione delle tre figure (Joseph Doré. "Trinità in: Dizionario delle religioni" Milano, Mondadori, 2007) vediamo che nella Bibbia ci sono almeno una cinquantina di testi trinitari. Uno di questi, ad esempio, dice: “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti” (1 Cor 12, 4-5). Questo passo indica che l’azione di Dio si esplica in tre modalità: i carismi (i doni) di cui godono i cristiani sono distribuiti dallo Spirito; l’esercizio di tali doni (ministeri) è affidato al Signore (Gesù); la fonte di questi doni-ministeri (le operazioni) è Dio (il Padre). Il disegno di salvezza concepito dal Padre si realizza mediante lo Spirito e il Figlio. Per questo si può dire che Dio (Padre) “opera tutto in tutti”.

La Trinità è attaccata anche dagli atei che ritengono la fede in un Dio “uno e trino” un’autentica astrusità architettata per abbindolare i creduloni. A rappresentare la posizione laica più critica cito un certo Gianfranco Tranfo, novello autodidatta studioso del cristianesimo, che in un blog laico aveva lanciato una “sfida” sollevando un quesito con la malcelata intenzione di mettere in ridicolo gli assunti della teologia cristiana: 

Se Gesù, perfettamente umano e divino (concilio di Calcedonia, 451) è uno con il Padre (concilio di Costantinopoli, 381) e Maria è madre di Dio (concilio di Efeso, 431) e cioè di Gesù, allora è anche madre del Padre (uno con il figlio) e figlia di suo figlio (uno con il Padre) che dunque è figlio di se stesso ed è anche suo padre e che, essendo nato prima dell’inizio dei tempi è nato prima di sua madre. In questo incesto alla rovescia con andata e ritorno nel tempo, siete in grado di fornire un’accettabile spiegazione sul ruolo del povero Giuseppe e su come lo stesso abbia potuto trasmettere la propria discendenza davidica al ‘Re dei Giudei’?” 

Il simpatico sig. Tranfo, però non conosce bene il dogma cristiano della Trinità che, assieme a quello sull’unicità di Dio, definisce anche la relazione esistente tra la persona e la natura divina. Infatti viene affermato che Dio è uno solo, unica e assolutamente semplice è la sua Sostanza, ma comune a tre Persone (o Ipostàsi) uguali (consustanziali) e distinte. Quindi Maria è madre della persona di Gesù e siccome la persona di Gesù ha anche la natura divina, Maria è anche madre di Dio. La persona del Padre, anche essendo di natura divina, in quanto persona è distinta dal Figlio, quindi Maria non può essere madre della persona del Padre.
Ed ecco così risolto il problema del sig. Tranfo. 

Molti atei deridono i cristiani in quanto li considerano dei creduloni, degli stolti disposti a dar credito alle più astruse fantasie, per loro la teologia è solo un esercizio di pura immaginazione. Imbevuti di scientismo, per loro la Trinità resta una concetto senza senso, ma non sanno che secondo la fede cristiana la natura divina è al di là della conoscenza scientifica, ed è incomprensibile e non conoscibile se non fosse per quanto è dato sapere attraverso la rivelazione divina. La loro è solo ignoranza e superbia, quella stessa che permette di ritenere stupido ed illogico ciò che non si conosce e non si capisce.

mercoledì 14 marzo 2012

La Divina Commedia e il Politically correct.

L’ultima follia dell’imperante “politically correct” che, ormai, domina incontrastato nella nostra società secolarizzata, arriva addirittura a colpire l’opera magna della letteratura italiana e mondiale, la Divina Commedia di Dante Alighieri. L’insigne capolavoro non sarebbe altro che un concentrato di omofobia, razzismo ed antisemitismo e, per questo, deve essere bandita da tutte le scuole.

L’incredibile accusa è stata formulata niente di meno che dal “Gherush92”, un’organizzazione di ricercatori e professionisti che gode dello status di consulente speciale presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite e che svolge progetti di educazione allo sviluppo, diritti umani e risoluzione dei conflitti.  

E’ difficile non vedere in questa assurda vicenda un’indiretta accusa al Cristianesimo ed al Cattolicesimo in particolare. Ora anche l’arte deve cadere sotto la scure del politicamente corretto dove tutto deve essere letto attraverso la lente della più ipocrita ottusità laicista.
Che senso hanno queste critiche? Come si fa a non capire che i capolavori del passato devono essere considerati nel loro contesto storico? Come è possibile pensare di piegare il passato alle proprie convinzioni? Perché, allora, non impedire, ad esempio, lo studio de “Genealogie della morale”, in cui Nietzsche distrugge i valori morali, perché deleterio per i futuri cittadini della società?

Ma Nietzsche è un filosofo laico, mentre Dante è troppo cattolico…    

lunedì 12 marzo 2012

La Chiesa e lo schiavismo

Tra le accuse che ripetitivamente i laicisti anticlericali rinfacciano alla Chiesa Cattolica e al Cristianesimo c’è quella di non aver saputo impedire un fenomeno come lo schiavismo, di non essere stata, quindi, vera portatrice del messaggio evangelico dell'eguaglianza tra gli esseri umani. I più estremisti sostengono addirittura che la Chiesa avrebbe teorizzato la diseguaglianza tra razze, legittimando così l'istituto dello schiavismo (Karlheinz Deschner, “Storia critica della chiesa”).

Ritenendo che Gesù, in sostanza, si disinteressi della schiavitù, le accuse si concentrano principalmente sulla figura di Paolo per quanto afferma nella prima lettera ai Corinzi, al capitolo 7: “Ognuno rimanga in quella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei stato chiamato quando eri schiavo? Non te ne preoccupare…”. Secondo le accuse dei laicisti Paolo non dichiara la schiavitù un’ingiustizia, nonostante conosca esattamente il triste destino degli schiavi, il cui numero era assai notevole nelle sue comunità (Leipoldt, “Der soziale Gedanke” 122).

Tali posizioni sono storicamente inaccettabili in quanto per avere un’analisi il più possibile aderente alla realtà storica occorre preliminarmente una contestualizzazione del problema. Nell’età antica, prima dell’avvento del Cristianesimo, lo schiavismo era un istituto diffuso in tutte le società umane, dall’Egitto dei faraoni e gli imperi mesopotamici fino alle società greche e romana. In Grecia la schiavitù era considerata un fatto naturale, tutti i non greci, i barbari fatti prigionieri in guerra, erano considerati automaticamente schiavi. Sia per Platone che per Aristotele gli stranieri sono schiavi per natura, esseri inferiori al pari della femmina (Olivier Petre Grenouilleau “La tratta degli schiavi”, il Mulino, Bologna 2004). Nell’impero romano, invece, la schiavitù era vista come un istituto di diritto positivo, cioè non si nasce schiavi, ma lo si diventa. Quella romana era una società profondamente schiavista piena di poveretti ridotti allo stato di animali alla continua mercé dei loro padroni (J. A. Raymond Descat, “Gli schiavi nel mondo greco romano”, 2006). 

In questa situazione, dove erano sconosciuto il valore universale della vita umana, irrompe il messaggio cristiano. Paolo di Tarso scrive ai cristiani della Galazia: “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù" (Lettera ai Galati 3, 28). Di fatto il Cristianesimo introduce un principio nuovo e comincia ad affermare che tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio. Per primo il Cristianesimo comincia a considerare gli schiavi depositari del diritto di avere una famiglia, di accedere ai sacramenti, di partecipare alla liturgia allo stesso livello dei loro padroni, di essere trattati con giustizia ed umanità. Man mano che il Cristianesimo, lentamente, andava imponendosi, parimenti veniva attenuata ed "umanizzata" la schiavitù. Testimonianza di questo nuovo principio è la lettera di Paolo a Filemone: l'Apostolo delle Genti non chiede all'amico Filemone di liberare lo schiavo Onesimo, da lui fuggito, ma di trattarlo come un fratello carissimo. 

Fin dal principio la Chiesa non ritenne opportuno combattere contro l’istituto della schiavitù come sistema economico considerando illusoria un’azione sulle strutture in una società non ancora influenzata dal Cristianesimo. Ma ciò non impedì che la cristianizzazione dell’impero facesse regredire rapidamente la schiavitù fino alla sparizione completa, almeno nella sua spietata ed inumana forma antica.

Ma la propaganda laicista non si arrende arrivando ad affermare che la Chiesa nel medioevo, quando poteva influenzare tutta l’Europa, ha tollerato, anzi incoraggiato la schiavitù, con l’istituto della servitù della gleba. Si tratta, anche qui, di pura ignoranza. In realtà nel medioevo l’Europa cristiana fu l’unica società dell’epoca dove la schiavitù non era presente, mentre lo era, diffusissima, tra gli arabi, i cinesi, ecc. La servitù della gleba, infatti, non deve essere confusa con la schiavitù. La servitù rappresentò un contratto all’interno della società feudale dove il servo è addetto ad un appezzamento di terra, paga un canone sotto forma di servizi o beni in natura al signore locale ricevendo da questo protezione, garanzia dell’ordine e della giustizia. Il servo della gleba conserva il godimento dei diritti fondamentali della persona umana. In tempi particolarmente difficili la servitù rappresentò una vera garanzia di sopravvivenza per i contadini in quanto assicura loro un minimo di sicurezza. La servitù perderà la sua ragione d’essere quando la rinascita delle istituzioni pubbliche permetterà una difesa effettiva dei più deboli.

Ma i laicisti insistono: il papato è stato sempre a favore della schiavitù lo testimonierebbe un documento inoppugnabile come la “Instructio 1293” di papa Pio IX del 1866 (Collectanea, Vol. 1, pp. 715-720), dove viene incoraggiato l’istituto della schiavitù. Ma, come al solito, si tratta dell’ennesima falsificazione operata dagli anticattolici, infatti il documento in questione è in latino ed il termine utilizzato nel documento e tradotto male con la parola schiavitù è “servitudo” e quello tradotto con la parola schiavi è “serviti”. Quindi tale documento non parla di schiavitù e di schiavi, ma di coloro i quali si trovano in servitù penale (come ad esempio carcerati che sono costretti al lavoro) e in servitù volontaria, contrattata (chi liberamente per motivi economici mette a disposizione di qualcuno la sua libertà). Si tratta, quindi, di istituti che non sono in contrasto con il vangelo.

In realtà molto tempo prima che il mondo laico abolì lo schiavismo nel XIX secolo la Chiesa fu l’unica voce a levarsi contro lo schiavismo, la “tratta dei negri” e la riduzione in schiavitù degli indios americani. Già nell'anno 1102 un concilio cattolico a Londra severamente vietava il traffico di schiavi che definiva “nefarium negotium” cioè un traffico infame (La Civiltà cattolica, Anno secondo, Volume VII, edizioni La Civiltà cattolica, 1851, p.67), papi come Pio II nel XV secolo, Eugenio IV con la sua bolla “Sicut dudum” del 1435, quella di Paolo III, la “Sublimis Deus” nel 1537, quella di Papa Urbano VIII emessa nel 1639, quella di Papa Benedetto XIV la “Immensa Pastorum principis” nel 1741, la richiesta della proibizione del commercio degli schiavi di papa Pio VII al Congresso di Vienna del 1815, ecc. Purtroppo molto spesso furono appelli che caddero nel vuoto, ma che contribuirono a riformare la società moderna caduta nell’abominio della tratta degli schiavi africani. Un pratica disumana in palese contrasto con la tradizione cristiana cattolica, ma ben tollerata dai più grandi pensatori del laicissimo illuminismo come Voltaire, Marx, Nietzsche, Galton, Hume, Locke, Arthur de Gobineau ecc., che investirono i loro risparmi nel commercio degli schiavi. 


Bibliografia

G. Gliozzi”La scoperta dei selvaggi. Antropologia e colonialismo da Colombo a Diderot” Principato, Milano 1971;
D. Brion Davis “Il problema della schiavitù nella cultura occidentale” SEI, Torino 1971;
Olivier Petre Grenouilleau “La tratta degli schiavi”, il Mulino, Bologna 2004;
J. A. Raymond Descat “Gli schiavi nel mondo greco romano”, 2006.

lunedì 5 marzo 2012

Lucia Annunziata e il Diritto Canonico

"I funerali di Lucio Dalla sono uno degli esempi più forti di quello che significa essere gay in Italia: vai in chiesa, ti concedono i funerali e ti seppelliscono con il rito cattolico, basta che non dici di essere gay. C’è il permissivismo purché ci si volti dall’altra parte".

E’ questa l’accusa che Lucia Annunziata ha lanciato contro la Chiesa durante la sua trasmissione “in mezz’ora” su Rai3, riguardo al ruolo di Marco Alemanno nella vita di Lucio Dalla. Il fatto che sia stato celebrato un funerale cattolico è per la nota giornalista una vera e propria ipocrisia. Quindi la Chiesa Cattolica non è criticata solo quando non celebra i funerali, ma anche quando li concede.

Il problema, a mio avviso, è che troppo spesso ci si avventura in accuse gratuite senza avere la minima cognizione di causa. Da quel che dice appare chiaro che l’Annunziata non conosce il Diritto Canonico. Riguardo alla celebrazione delle esequie cattoliche tale Diritto dice:

Can. 1184 - 1. Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento, devono essere privati delle esequie ecclesiastiche: 1) quelli che sono notoriamente apostati, eretici, scismatici; 2) coloro che scelsero la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana; 3) gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli.
2. Presentandosi qualche dubbio, si consulti l'Ordinario del luogo, al cui giudizio bisogna stare”.

Ora sappiamo che Lucio Dalla non era notoriamente apostata, né eretico, né scismatico, anzi, a detta di tutti desiderava essere un credente in Gesù Cristo e un membro della Chiesa Cattolica, non ha scelto la cremazione per ragioni contrarie alla fede e non esistono evidenze che fosse stato “manifestamente peccatore”, nel senso che la sua vita privata era estremamente riservata e la celebrazione dei funerali non avrebbe dato alcun “pubblico scandalo” tra i fedeli.

L’Annunziata ovviamente non sa che la Chiesa reputa “disordinato” solo l’atto omosessuale, ma non le tendenze. Queste sue accuse alla Chiesa, in un momento in cui è forte l’attenzione pubblica, ha tutta l’aria di essere un’ennesima meschina operazione di “captatio benevolentiae”.

mercoledì 29 febbraio 2012

Cristianesimo e predestinazione

Nel confronto con i laici ricorre spesso un’accusa al Cristianesimo basata sulla contraddizione presente nella Scrittura tra la sovranità di Dio e il libero arbitrio dell’uomo. In sintesi il fatto che tutta la vita di Cristo non è altro che la realizzazione di antiche profezie ebraiche contenute nell'Antico Testamento, precluderebbe la libertà dell’uomo di intervenire negli eventi. In sostanza la Scrittura proporrebbe una sorta di predestinazione e ciò toglierebbe ogni libertà all’uomo causando così una sorta di "fallimento teologico” del Cristianesimo.

Nei vangeli Gesù predice spesso quello che gli accadrà come se tutto fosse già preordinato al punto che arriva a dire: “E quando Gesù ebbe preso l'aceto, disse: tutto è compiuto! E chinato il capo, rese lo spirito" (Gv 19,30). Queste difficoltà nacquero già nel 1300 quando la teologia s’interrogava su come potessero essere libere le scelte umane se sono previste e come potesse Dio essere pienamente sovrano se la Sua volontà è legata in anticipo alle scelte umane. La questione non fu di poco conto, infatti condizionò profondamente la Riforma Protestante agli inizi del 1500, che adottò apertamente la teologia della predestinazione: la vera Chiesa è formata dagli eletti, quindi la necessità della grazia incondizionata per poter essere in grado di scegliere per Dio.

La Chiesa Cattolica si è sempre opposta a tale visione affermando che la sovranità di Dio non è intaccata e non intacca il libero arbitrio dell’uomo, egli può scegliere di fare il bene o non farlo. Sant'Agostino affermava che per i Giudei Cristo fu pietra d’inciampo non perché Dio avesse preveduto che fossero rigettati: “ma essi di propria volontà uscirono, di proprio volere caddero, perché Dio aveva previsto che cadrebbero, perciò non furono predestinati; lo sarebbero stati, se fossero stati per ritornare e rimanere nella verità e nella santità; e per ciò stesso la predestinazione di Dio è per molti un motivo di vivere santamente. La predestinazione non è per nessuno causa di cadere” (Art. XII, in artico sibi falso impositis). 

Gesù afferma chiaramente di essere venuto per dare la Sua vita per la Redenzione del Suo popolo, ma la Sua uccisione è stata una libera scelta degli uomini. Gesù poteva benissimo non farsi crocifiggere, ma ha voluto scegliere la strada più difficile per dimostrare il suo amore per l'uomo: "Non esiste amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15, 16). Quindi l'uccisione di Gesù è stata permessa da Dio Padre agli uomini, in quanto rispetta il loro libero arbitrio, ma la utilizza come via d'accesso alla salvezza attraverso la Resurrezione del Figlio: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà" (Lc 22, 42). La crocefissione di Gesù Cristo, avvenne nell’ambito del progetto di Dio, benché i suoi assassini ne siano totalmente responsabili e condannabili: "...quest'uomo, quando vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, voi, per mano di iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste" (Atti 2:23; 4:27,28; Gv 19:11). La volontà del Padre era proprio quella di rispettare la libertà degli uomini e trarre il bene dal male. 

Le profezie dell'Antico Testamento non tracciano un destino di Gesù, ma costituiscono le promesse messianiche che i Profeti annunciano al popolo d'Israele. Non si tratta di annunciare un destino preordinato, ma di dare uno "sguardo" a quello che succederà. Dio non vive nel nostro tempo, Lui è eterno, quindi non ha tempo. Per l'eternità non esiste un prima e un dopo. Agli occhi di Dio la morte e la resurrezione di Gesù non sono avvenute o dovranno avvenire, avvengono e basta. 

Così l’apostolo Paolo, nelle sue lettere ai Romani ed Efesini, chiaramente mette in evidenza il fatto che, a causa della disubbidienza e della ribellione umana, frutto di una sua libera scelta, Dio progetta di salvarlo attirandolo a Sé avendolo eletto sin dall'eternità, redimendolo e giustificandolo in Gesù Cristo (Rm 10,11; Ef 1, 4). In tutto questo si rivela il mistero della sovranità di Dio e della responsabilità umana (Rm 9, 19; 11,3) ed in ogni cosa si rende manifesta la gloria della giustizia di Dio (Rm 9, 16).

Il tema della predestinazione, dell’esistenza o meno del destino, ha sempre il suo fascino. Il fatto di doversi per forza riconoscere ingabbiati in un destino predeterminato da un dio capriccioso è una idea molto diffusa tra le persone atee. Ma le cose non stanno così. Dio è un padre buono che ci ama e per questo ci lascia liberi, altrimenti il Suo non sarebbe amore e noi non saremmo uomini.

giovedì 23 febbraio 2012

Piergiorgio Odifreddi, il matematico incompetente


In fondo, la critica al Cristianesimo potrebbe dunque ridursi a questo: che essendo una religione per letterali cretini, non si adatta a coloro che, forse per loro sfortuna, sono stati condannati a non esserlo

Con questa frase tratta dal suo libello “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)” il matematico Piergiorgio Odifreddi riassume tutto il suo astio nei confronti della religione e dei credenti, specialmente se cattolici. Questo personaggio, altrimenti un perfetto sconosciuto, è assurto agli onori della cronaca per la sua particolare polemica anticristiana che, per rendere più incisiva e clamorosa, ha infarcito di insulti. Il nostro matematico, che ama definirsi impertinente, non esita a dichiarare che: ”Il Cristianesimo è indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo”, che è “parte integrante del potere capitalista, razzista, sessista”, e che dunque “come tale andrebbe combattuto e abbandonato”.

Di critiche al Cristianesimo ne avevo sentite di ogni tipo, ma un attacco così diretto e becero alle fondamenta della fede cristiana mi ha lasciato letteralmente sorpreso. Odifreddi non si fa alcun problema, discetta di lingue antiche, di filosofia, filologia, teologia, storia, archeologia, esegesi biblica, religioni orientali pur essendo solo un matematico, censurando e bollando la Bibbia e i Vangeli come miti per creduloni. 

Visto che tale genio può permettersi di dare del cretino a gente come Dante, Copernico, Pascal, Pasteur, Leibniz, Maxwell, Mendel, ecc. ed essendo stufo di leggere i suoi continui insulti contro la mia fede, ho voluto saggiare la profonda preparazione storica che permette a tale “intelligenza” di porsi come l’unica mente in grado di illuminare i poveri credenti cretini soggiogati dalla Chiesa. Mi sono, così, iscritto al blog di Odifreddi su Repubblica.it, il “Non-senso della vita”, e ho cominciato ad interrogare il nostro “genio” sull’attendibilità dei Vangeli.

Alla mia affermazione secondo la quale i vangeli sono il frutto di una solida testimonianza il nostro “tuttologo” mi ha severamente ripreso informandomi che “due dei quattro vangeli non sono affatto attribuiti a “testimoni”, ma a gente che riportava ciò che avrebbe sentito da altri”, che “il quarto dei vangeli, appunto attribuito a un “testimone”, dichiara invece esplicitamente che è stato scritto “affinché crediate”: cioè, non come testimonianza, ma come propaganda” e che “le lettere di paolo, sono appunto dovute a una persona che dichiara anche lui di non aver mai incontrato Gesù e che ciò nonostante introduce per primo alcuni degli elementi fondamentali del cristianesimo, a partire dalla resurrezione, solo in seguito recepita nei vangeli e non presente nei manoscritti antichi del vangelo di marco”.

Pur essendo stato beneficiato da cotanta sapienza, rimasi alquanto sbalordito dall’inconsistenza di tali argomentazioni e non potei fare a meno di replicare che, in realtà, Marco riporta la testimonianza di Pietro, testimone oculare ed auricolare. Pietro molto probabilmente era analfabeta e, quindi, non poteva scrivere, ma la sua testimonianza resta. Luca raccoglie tante testimonianze di gente che aveva visto e che erano ancora vive, inoltre era compagno di Paolo che a sua volta ha conosciuto Pietro e Giacomo, testimoni oculari. Il quarto vangelo è il più tardo (circa 95-100 d.C.), la sua composizione è volta a sostenere le comunità cristiane neo formate provate dal pericolo delle persecuzioni. Per questo intento di sostegno e conforto è riportata quell’affermazione, ma questo vangelo poggia sulla testimonianza di Giovanni riportando dettagli che solo un testimone oculare poteva conoscere (piscina di Bethezda, Litostrato, Golgota, ecc.). Paolo divulgò un vangelo perfettamente coerente con quello di Pietro e Giacomo (cfr lettera ai Galati), prova ne è il fatto che NON viene introdotto alcun elemento fondamentale del cristianesimo. Infatti lo strafalcione più grosso di Odifreddi è proprio quello di ritenere l’annuncio della Resurrezione assente nei manoscritti più antichi del vangelo di Marco, infatti il nostro matematico ignora che la parte mancante del vangelo di Marco riguarda solo i versetti dal 9 al 20 del 16° capitolo. La Resurrezione è ben testimoniata da Pietro che Marco riporta: “Ma egli disse loro: "Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto” (Mc 16, 6). 

Accortosi di non stare a confrontarsi con uno sprovveduto in materia, il prode Odifreddi pensò bene di tralasciare tali argomenti per ripartire alla carica con un pezzo forte del suo repertorio: Cristo non è mai esistito, le quattro testimonianze che lo proverebbero sono fasulle. Ma, anche qui, il nostro matematico sposa una causa persa infatti la stragrande maggioranza degli storici è invece convinta della storicità di tale esistenza. A questa notizia, Odifreddi replicò che non è affatto vero, infatti un gruppo di esperti ha da tempo stabilito che Gesù è solo un mito: lo “Jesus Seminar”. Peccato, però, che delle 150 persone che compongono quel gruppo di studio non c’è ne neppure uno che creda all’inesistenza storica di Gesù! A questo punto, visto che tutti gli storici credono all’esistenza storica di Gesù, il buon Odifreddi cominciò ad affermare che questi studiosi sono tutti biblisti e teologi che devono per forza “inventarsi” un Gesù Cristo per poter giustificare la loro fede. Ma anche in questo caso gli obiettai che tra i massimi studiosi del Gesù storico ci sono persone di religione ebraica (Schalom Ben Chorin, David Flusser, Geza Vermes, Paula Fredriksen, ecc.), quindi senza alcun interesse a mentire, e studiosi atei/agnostici (Michael Grant, Gerd Lüdemann, Bart Ehrman, Dale Allison, ecc.). Non sapendo più cosa rispondere il nostro matematico tuttologo sentenziò: “non considero storia la mitologia (religiosa e non), … è ovvio che la comunità dei biblisti creda all’esistenza di Gesù o alla storicità della Bibbia, così come la comunità degli ufologi crede all’esistenza degli UFO: di quello vivono e campano, … Io mi sono stufato, e passo ad altro e ad altri”, con buona pace anche degli storici atei/agnostici. 

La risposta stizzita di Odifreddi è più che comprensibile, è difficile accettare di essere sbugiardati in pubblico. Io gli parlavo di una comunità scientifica di storici, non di biblisti o teologi, quindi niente mitologia, ma il nostro tuttologo, pur non avendo alcuna formazione storica ed esegetica (è un geometra laureato in matematica, n.d.r.), si crede una mente superiore chiamata a dispensare il suo infallibile verbo alla povera massa di sprovveduti che ancora si affanna a studiare questi temi. Quando, però, gli si fanno notare i suoi errori e viene messa allo scoperto la sua sconcertante ignoranza, allora si affretta a considerare inutile lo studio di una materia che considera solo “mitologia”. Un vero esempio di pensiero nonsense.

Odifreddi non ha alcuna competenza storica ed esegetica, il suo panphlet contro il Cristianesimo è una penosa raccolta di strafalcioni storici e se si considera il fatto che è elencato tra i presidenti onorari dell’UAAR (Unione degli Atei Agnostici Razionali) abbiamo un quadro eloquente del livello deprimente dell’ateismo in Italia.

sabato 18 febbraio 2012

L'orrore dell'aborto

Scrivo questo post per manifestare la profonda impressione che mi ha fatto la testimonianza di Gianna Jessen, mandata in onda da Rai2 il 6 febbraio scorso durante il programma “Italia sul Due". Questa donna è una delle tante “sopravvissute all’aborto” riuscendo a restare viva dopo un aborto salino. Oggi gira il mondo, invitata nei Parlamenti e in televisione, per raccontare la sua storia e il terribile crimine che ha subito in nome dei presunti “diritti della donna”. 
La testimonianza di Gianna è veramente toccante: “Mi chiamo Gianna Jessen. Vorrei dirvi grazie per la possibilità di parlare oggi. Non è una piccola cosa dire la verità. Dipende unicamente dalla grazia di Dio il poterlo fare. Ho 23 anni. Sono stata abortita e non sono morta. La mia madre biologica era incinta di sette mesi quando andò da Planned Parenthood nella California del sud e le consigliarono di effettuare un aborto salino tardivo. Un aborto salino consiste nell’iniezione di una soluzione di sale nell’utero della madre. Il bambino inghiottisce la soluzione, che brucia il bambino dentro e fuori, e poi la madre partorisce un bambino morto entro 24 ore. Questo è capitato a me!...” 
(tratto da http://www.postaborto.it/2008/05/io-gianna-jessen-sopravvissuta.html).

Da uno stralcio dell’intervista rilasciata in televisione: 
Intervistatrice:Tu hai avuto modo nel corso degli anni di incontrare la tua mamma biologica, come è stato questo incontro?
Gianna:Voglio premettere che sono cristiana e per via di questo sono in grado di perdonare e ho perdonato la mia mamma biologica, e so che non tutti accettano facilmente quanto sto per dire, ma sono in grado di vivere e camminare grazie a Gesù Cristo”.

La testimonianza di questa coraggiosa donna mi ha molto toccato, per la società la sua vita non valeva niente, solo per un puro caso, per un errore è rimasta in vita, perché qualcosa non ha funzionato. Un puro caso. Come chi per un puro caso si ritrova tra i sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti e comunisti. Anche lì la vita non valeva niente, morire o restare vivi è questione affidata al caso. La cosificazione della vita umana. Solo che tutti condannano ed inorridiscono di fronte alla tragedia dei campi di sterminio, mentre la società di oggi chiude gli occhi di fronte all’abominio dell’aborto, al massacro legalizzato di milioni di bambini. Come è stato possibile perdere fino a questo punto il lume della ragione? Come può l’egoismo arrivare fino al punto di calpestare legalmente un diritto fondamentale come quello alla vita? E’ questo ciò che succede all’uomo quando abbandona la strada di Dio, non è più capace di restare una sua immagine e somiglianza e regredisce ad un livello bestiale. A questo porta ignorare e combattere la voce della Chiesa e dei cristiani gli unici che ancora si battono per il rispetto della dignità della vita umana. La povera Gianna per dichiarare la sua fede in Cristo ha dovuto quasi scusarsi: “so che non tutti accettano facilmente quanto sto per dire…

Mi si obietterà che la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza permette l’aborto solo fino al terzo mese, mentre nella vicenda di Gianna si era al settimo mese. E allora? Cosa cambia? Chi può decidere quando si è persone? Chi può decidere quando si è esseri umani? Quali sono i criteri scientifici che ci fanno con esattezza individuare la formazione di un essere umano? Che differenza c’è tra un feto di 90 giorni ed uno di 91 giorni? Che differenza c’è tra un feto alla nascita e dopo che è nato? 

L’unica differenza è il numero delle cellule che compongono il suo organismo. E’ assurdo pensare che si è esseri umani in base al numero di cellule che formano il proprio corpo! In Svezia si è “umani” solo alla 18esima settimana, ma in Olanda occorre aspettare la 22esima settimana. Per gli Inglesi, invece, Svedesi e Olandesi rispettano solo delle insignificanti cellule perché per loro occorre aspettare la 24esima settimana.

Ecco a cosa porta la scienza quando è dominata dal relativismo. Appartenere alla razza umana non dipende da una quantità, ma è una qualità di quelle cellule. Ogni embrione ed ogni feto hanno cellule caratterizzate da un patrimonio genetico umano, unico ed irripetibile! Il rispetto della vita umana è un valore inviolabile e fondamentale (così come garantito dalla nostra Costituzione) e non può essere dipendente da una mera scelta personale, perché altrimenti non sarebbe più un valore fondamentale.

lunedì 13 febbraio 2012

L'Eucaristia un rito misterico teofagico?


Un’accusa antichissima che viene rivolta ai cristiani riguarda il sacramento dell’Eucaristia. Questo Sacramento non sarebbe altro che una manifestazione di cannibalismo, un rito teofagico retaggio di oscure origine pagane. Già nel II secolo i cristiani erano accusati di ogni sorta di nefandezza, si diceva che praticassero orge incestuose e cannibalismo e che adorassero un dio dalla testa d'asino. 

Da queste accuse è nata la convinzione, che in alcuni autori resiste ancora oggi, secondo la quale il Cristianesimo fosse l’ennesima religione orientale da assimilare ai culti misterici teofagici presenti nelle civiltà ellenistiche (J. Hastings, “Encyclopedia of Religion and Ethics”, 2003). Questa antica convinzione costituì una delle cause che scatenarono le persecuzioni in epoca romana volte a reprimere ogni manifestazione di scelleratezza, magia ed astrologia. Stessa sorte era toccata in precedenza ai Baccanali, al Druidismo e al culto di Iside (W. Liebeschütz, “La religione romana” in AA.VV. Storia di Roma - vol. 2). Una convinzione, però, non supportata da riscontri storici, infatti le fonti ci riportano delle dicerie, dei luoghi comuni come, ad esempio, l’orazione di Marco Cornelio Frontone nell’Octavius (1), del 162 d.C., dove vengono riportate notizie di seconda mano. Diversamente, quando si operano indagini accurate sui cristiani, appare subito chiara la natura incruenta e spirituale del banchetto eucaristico (Plinio il giovane, Epist. X, 96, 1-9) (2). 

Già nel 54-55 d.C. Paolo di Tarso richiama i cristiani di Corinto a spezzare il pane per entrare in comunione col corpo di Cristo (1 Cor 11, 27-30), tale rito non ha nulla a che vedere con cannibalismi o riti misterici teofagici. Paolo era ebreo, di formazione profondamente ebraica, istruitosi alla scuola tradizionalista del rabbino Gamaliele, e diviene cristiano dopo aver ferocemente combattuto la Chiesa di Cristo. La psicologia stessa del convertito di Tarso avrebbe impedito l’adattamento al cristianesimo di qualsiasi rito pagano. Significativi sono i suoi giudizi sprezzanti sui riti pagani (2Cor 6,15; 1Cor 10,20) che rivelano in pieno il suo animo. Del resto la sua posizione di ultimo venuto, di antico persecutore, non gli permetteva di alterare in modo qualunque la tradizione in faccia a coloro che erano stati testimoni oculari dell’opera di Gesù, senza che un coro di proteste elevasse da ogni parte (E. Pinard de la Boullaye, "Gesù Cristo e la storia", Torino 1931). La teoria che vuole Paolo di Tarso “inventore” dell’Eucaristia, fatto che avrebbe poi influenzato i sinottici, non trova riscontro anche in considerazione dell’indipendenza della narrazione di Marco (Mc 14, 22-24) da 1Cor 11,23-25. Se Marco dipendesse da Paolo non avrebbe omesso il comando di ripetere il rito e, inoltre, soltanto Marco conferisce un carattere tipicamente escatologico (14,25) al banchetto eucaristico. Queste particolarità conferiscono una fisionomia inconfondibile alla narrazione marciana, quindi, se Marco non dipende da Paolo, tutte e due rimontano a una fonte più antica e comune: si giunge così all’inizio della predicazione di Pietro e di Matteo e degli altri Apostoli. 

Le narrazioni di Paolo e dei sinottici ripetono la frase del Signore: “Questo è il mio Sangue dell’Allenza”, quest’inciso ha un valore particolare perché allude all’alleanza, che Gesù sostituiva a quella mosaica nel momento stesso in cui celebrava l’Eucaristia. Questa, nei vangeli, si pone, infatti, come il Sacrificio pasquale perfetto, che si sostituisce al sacrificio dell’agnello dell’Antico Testamento che doveva essere ripetuto ogni anno. Il sacrificio di Cristo sulla croce è il sangue versato per il perdono dei nostri peccati (Eb 9, 22), è l’unico ed il solo olocausto: “Egli è morto una volta per tutte” (Eb 7, 27; 9, 28). E’ a questo unico olocausto, che vale per sempre, che si collega l’offerta eucaristica mediante il “memoriale” comandato da Cristo stesso: “Fate questo in memoria di me … Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor 11, 23-26). 

Questi passi sono di una solare evidenza: Gesù si pone come l’agnello immolato che si sostituisce all’antico sacrificio ebraico. Egli è l’agnello senza difetti e senza macchia di biblica memoria (Es 12, 5) e il cibarsi del pane e del vino consacrati rappresenta la salvezza (Gv 6, 51), esattamente secondo l'idea del sacrificio in uso presso gli Ebrei, che mangiavano parte delle vittime immolate al fine di partecipare ai benefici scaturiti dal sacrificio (1Corinzi 10,18).

Appare evidente, quindi, la totale estraneità con i riti misterici teofagici dove il mangiare un cibo ritenuto divino conferiva all’adepto le caratteristiche della divinità. Tutto ciò è lontanissimo dalla cultura ebraica i cui rapporti conflittuali con i culti misterici troviamo traccia nel libro della Sapienza che indica come la nozione di Mistero venga intesa al di fuori dall'ambito ebraico. Considerare il Cristianesimo quale religione misterica significa ignorare l'ambito in cui esso si origina, ossia l'ebraismo, dal quale è certo che non proveniva alcun culto misterico considerata la differenza che l'ebraismo aveva nei confronti delle altre religioni. 

Ma oltre a questo occorre osservare la mancanza della prova che gli dèi salvatori del sincretismo greco-romano siano stati dèi letteralmente morti e resuscitati, che i misteri abbiano voluto commemorare la loro passione, che gli iniziati abbiano attribuito a questa passione e a questa commemorazione un’efficacia salutare, che l’efficacia derivi dall’unione dei fedeli alla passione degli dèi, che quest’unione sia stata effettuata per mezzo di un pasto sacrificale, il cui rito essenziale consistesse nella distribuzione agli iniziati di pane benedetto e di una coppa di vino consacrato, e finalmente che la salvezza cosi ottenuta sia stata salvezza personale e spirituale, assicurata per tutta l’eternità (J. Coppens, Eucharistie, in DBs, II, col. 1206).

Volendo paragonare il cannibalismo con l’Eucaristia ci accorgiamo che esiste una differenza abissale, mangiando e bevendo il pane ed il vino eucaristici i cristiani non mangiano carne o bevono sangue, non consumano un corpo che, quindi, viene distrutto, assimilato ed i resti inutilizzati espulsi. L'atto del cibarsi, del mangiare e bere, nella Eucaristia invece diventa atto di Comunione (1 Cor 14-21), cioè diveniamo un tutt’uno con Lui, non siamo noi che Lo “consumiamo”, ma è Cristo ad assimilare noi, a metterci in comunione, alla sua divinità. “Questo è il mio corpo” e “questo è il mio sangue” significa che il Signore si impadronisce del pane e del vino cambiando il vero, profondo fondamento del loro essere. Il pane ed il vino eucaristici vengono innalzati ad un nuovo ordine diventando la Persona del Risorto.

Navigando nel web è facilissimo imbattersi in decine di siti che affermano la dipendenza dell’Eucaristia da riti pagani, ma si tratta di eccessive fantasticherie basate su apparenti analogie e «quando si giunse al nodo della questione, si presero anche lucciole per lanterne e si affermò che una zanzara è uguale in tutto a un’aquila, dal momento che ambedue hanno le ali e volano e si nutrono di sangue» (G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, IV ed., Milano 1940, p. 670).

Note

(1) Sento dire che venerano la testa consacrata di una bestia sconcia, un asino….non so se il sospetto è falso, ma di certo si sostiene sul carattere dei loro riti occulti e notturni! E chi ci dice che il loro culto riguarda un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio…Altri raccontano che essi venerano e adorano i genitali dello stesso celebrante…Quanto alla iniziazione dei novizi, la diceria è tanto esecrabile quanto risaputa…

(2) “Fatto ciò, avevano la consuetudine di ritirarsi e riunirsi poi nuovamente per prendere un cibo, ad ogni modo comune e innocente” (Epist. X, 96, 1-9) (111 d.C.).


Bibliografia

Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. V, coll. 739-749. 
C. Lepelley “I cristiani e l’Impero romano“ in AA.VV., Storia del Cristianesimo – Vol. 1, 2003, Borla, Città Nuova, Roma

martedì 7 febbraio 2012

Chiesa e pedofilia. Una buona notizia.

La pedofilia è senza dubbio uno dei più vergognosi scandali che abbia mai colpito la Chiesa al punto di costituire oggi l’accusa principale di ogni laicista anticlericale. Come cristiano soffro parecchio di questa situazione e mi sento umiliato. Mi hanno sempre insegnato che come cristiano faccio parte di una grande comunità d’Amore (ekklesia) e che i sacerdoti, i vescovi ed il Papa costituiscono i nostri padri spirituali, le nostre guide. Questo scandalo mi ha profondamente ferito, perché coinvolgono questa mia “famiglia” allargata.

Ma, grazie a Dio, qualcosa sta cambiando, infatti in questi giorni a Roma presso l’ateneo dei Gesuiti è in corso un mega-summit anti-pedofilia a cui partecipano i delegati di ben 110 conferenze episcopali, di trenta ordini religiosi e con l’intervento di medici e psichiatri di fama internazionale. Parteciperà anche una vittima abusata in adolescenza da un sacerdote, prenderà per prima la parola per raccontare l’orrore della sua esperienza drammatica. Si tratta di un incontro fondamentale per affrontare scientificamente una problematica scottante sottovalutata per troppo tempo. E’ divenuta sempre più pressante l’esigenza di applicare nei seminari, a beneficio di vescovi e direttori, anche dei parametri scientifici di valutazione per identificare ed isolare i soggetti che potrebbero dal luogo ad una patologia come la pedofilia. Il convegno, inoltre, sta anche dando importanti segnali verso una importante presa di coscienza del problema al fine di aumentare il numero dei casi denunciati rispetto a quelli verificati.

Non si può che restare piacevolmente colpiti da tali notizie se si pensa che solo un decennio fa la Chiesa tendeva a minimizzare questo grave problema. Grazie alla sterzata imposta da papa Ratzinger assistiamo ora ad un deciso cambio di tendenza e possiamo dire che decisivi passi in avanti sono stati fatti.

Ringraziamo il Signore che assiste sempre la Sua Chiesa
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venerdì 3 febbraio 2012

Vasco Rossi? No grazie!

Inauguro questa nuova sezione del blog dedicato alle mie riflessioni su alcuni personaggi pubblici con il famoso rocker emiliano Vasco Rossi. L’incredibile successo di questo artista ha pochi riscontri in Italia. Vasco Rossi è, infatti, il cantante rock italiano più noto ed amato dal mondo giovanile. Le sue canzoni, le sue musiche, sono le più conosciute e diffuse. Dall’inizio della sua carriera, primi anni 80, a tutt’oggi, milioni di giovani hanno eletto le sue canzoni a vere e proprie colonne sonore della loro adolescenza.
           
Vasco Rossi ha potuto anche beneficiare di una critica entusiastica, peraltro meritata, che ha contribuito non poco al suo successo. I suoi pezzi sono resi famosi dalla pubblicità e l’uscita di ogni suo album conquista in breve tempo i primi posti nella classifica delle vendite discografiche. Si può tranquillamente dire che la nostra società ha eletto l’artista modenese ad icona dell’espressione del mondo giovanile. Non c’è quindi da stupirsi se nel 2005 la Libera Università di Lingue e Comunicazione di Pisa, gli ha conferito la laurea honoris causa in scienze della comunicazione.

Eppure in tutta questa approvazione entusiastica dell’arte di Vasco Rossi percepisco qualcosa che non mi convince. Certamente non mi permetto di criticare la sua musica, non ne sarei in grado, ma i testi delle sue canzoni si. Intendiamoci, ognuno ha il diritto di dire ciò che vuole, la mia critica è rivolta esclusivamente a questa nostra società che stupidamente propone modelli deteriori ai suoi giovani. Una tra le più famose canzoni di Vasco Rossi “Vita spericolata” dell’83 fa l’elogio della vita senza impegni e senza valori indugiando sui piaceri dell’alcolismo. Stesso ritornello in “Vado al massimo” e “Splendida giornata”, entrambe dell’82, dove l’autore propugna un’esistenza sfrenata e senza responsabilità. Abbiamo paura che i nostri figli vengano a contatto con la droga e l’alcool, ma poi esaltiamo certi modelli. Sempre nell’82 Vasco Rossi cantava in “Cosa ti fai”: “Dimmi che cosa ti fai. Non dirmi che non ti droghi mai! Dai!”. Oppure in “Vuoi star ferma: “Vuoi star ferma, vuoi con i pensieri, un altro wisky qui, un altro wisky si…”. Non parliamo della violenza che trasuda da certe canzoni ancora riproposte nei concerti e conosciutissime  dai giovani. E’ il caso di Gli spari sopra dell’93: “Se la guerra poi adesso cominciamo a farla noi, non sorridete… gli spari sopra…”. Vero e proprio inno alla distruzione di ogni valore di una società civile è il testo di “Siamo solo noi”, una canzone famosissima di Vasco Rossi dell’81: “Siamo solo noi che non abbiamo più rispetto per niente neanche per la mente, siamo solo noi che poi muoiono presto, quelli che però è lo stesso. Siamo solo noi che non abbiam più niente da dire dobbiamo solo vomitare, siamo solo noi quelli che ormai non credono più a niente e vi fregano sempre…”. L’unica forza vitale che anima la disperata esistenza dell’uomo è l’istinto sessuale sfrenato, concetto molto ben espresso in “Rewind” del 98, e l’amore per il denaro decantato in “Cosa succede in città” dell’85: “Conta si il denaro…altro che no, me accorgo soprattutto quando, quando non ne ho, egoista certo… perché no? E perché non dovrei esserlo? Quando c’ho il mal di stomaco c’è l’ho io o no?”. Per il resto c’è solo la desolante e triste mancanza assoluta di una speranza nella vita, di un valore da coltivare, tutto è negativo e da buttare. In canzoni come Un senso del 2004, Siamo soli del 2001, C’è chi dice no dell’87, traspare tutta la disperazione di una esistenza senza senso che non può non influenzare negativamente una coscienza ed una personalità in formazione come quella adolescenziale.

In questi ultimi anni, con album tipo “Il Mondo che vorrei” del 2008 e “Vivere o niente” del 2011, Vasco Rossi, ormai alla soglia dei sessant’anni, si fa più cauto e controllato senza più espliciti riferimenti a droga ed alcol. Comunque, a mio modo di vedere, le canzoni di Vasco Rossi rappresentano l’ennesimo modello falso e deteriore che questa società di oggi, incapace di sottrarsi alle logiche del business a tutti i costi, non rinuncia a propugnare.