Il dogma della Trinità è stato per la prima volta implicitamente definito come articolo di fede al primo Concilio di Nicea (325) e sviluppato nel successivo Concilio di Costantinopoli (381). Come ogni altro dogma di fede, non si tratta di un pronunciamento ingiustificato venuto ad aggiungere un elemento di novità alla rivelazione della Scrittura ed alla fede cristiana, ma una specificazione di tale fede per preservare l’originale testimonianza apostolica. La necessità di una tale specificazione si ebbe come risposta alle accuse di “politeismo” avanzate contro la Chiesa dal sacerdote eterodosso Ario.
La fede trinitaria è propria di tutte le confessioni cristiane che si collegano alla tradizione ecumenica dei primi secoli. Fanno eccezione le neoreligioni pseudo cristiane come, ad esempio, i Mormoni o i Testimoni di Geova che, per attaccare questo articolo di fede, non fanno altro che riproporre le vecchie accuse di politeismo dell’arianesimo. Questo atteggiamento pone queste confessioni al di fuori del Cristianesimo perché segna una netta divisione con la fede dei primi cristiani. Nei primi secoli prima dei Concili ecumenici, infatti, sebbene nel Nuovo Testamento non esista la parola “Trinità”, la fede in un Dio unico che manifestava tre “persone” era già presente nella comunità cristiana primitiva. Nel I secolo troviamo espliciti riferimenti a Dio distinto in tre persone in Clemente Romano (Prima lettera di Clemente capp. 58 e 46), agli inizi del II secolo in Ignazio di Antiochia (Lettera agli Efesini, cap. 9) e sempre nel II secolo abbiamo la precisa indicazione del termine “Trinità” in Teofilo di Antiochia (Apologia ad Autolycum, II,15) e Tertulliano (De pudicitia, cap. XXI).
L’accusa di politeismo è del tutto fuori luogo, infatti i cristiani hanno sempre creduto in un solo Dio, quindi è certa la natura monoteistica del loro credo. Il più antico simbolo della fede cristiana, quello apostolico, diceva: “Credo nel Padre Onnipotente e in Gesù Cristo, nostro salvatore e nello Spirito Paraclito” (Denzinger-Schonmetzer, n.1, II secolo d.C.). Per i cristiani Dio è “uno” e “trino”: L’”Uno” si riferisce alla natura o sostanza divina, mentre il “Tre” è relativo alle Persone di Dio, cioè alla sua azione. Non è questione di tre dèi, Dio rimane unico, ma si rivela straordinariamente ricco.
Un dogma ha sempre la sua base scritturale e, partendo dalla formula battesimale della finale di Matteo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (28, 19) , in cui la forma grammaticale greca indica una personificazione delle tre figure (Joseph Doré. "Trinità in: Dizionario delle religioni" Milano, Mondadori, 2007) vediamo che nella Bibbia ci sono almeno una cinquantina di testi trinitari. Uno di questi, ad esempio, dice: “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti” (1 Cor 12, 4-5). Questo passo indica che l’azione di Dio si esplica in tre modalità: i carismi (i doni) di cui godono i cristiani sono distribuiti dallo Spirito; l’esercizio di tali doni (ministeri) è affidato al Signore (Gesù); la fonte di questi doni-ministeri (le operazioni) è Dio (il Padre). Il disegno di salvezza concepito dal Padre si realizza mediante lo Spirito e il Figlio. Per questo si può dire che Dio (Padre) “opera tutto in tutti”.
La Trinità è attaccata anche dagli atei che ritengono la fede in un Dio “uno e trino” un’autentica astrusità architettata per abbindolare i creduloni. A rappresentare la posizione laica più critica cito un certo Gianfranco Tranfo, novello autodidatta studioso del cristianesimo, che in un blog laico aveva lanciato una “sfida” sollevando un quesito con la malcelata intenzione di mettere in ridicolo gli assunti della teologia cristiana:
“Se Gesù, perfettamente umano e divino (concilio di Calcedonia, 451) è uno con il Padre (concilio di Costantinopoli, 381) e Maria è madre di Dio (concilio di Efeso, 431) e cioè di Gesù, allora è anche madre del Padre (uno con il figlio) e figlia di suo figlio (uno con il Padre) che dunque è figlio di se stesso ed è anche suo padre e che, essendo nato prima dell’inizio dei tempi è nato prima di sua madre. In questo incesto alla rovescia con andata e ritorno nel tempo, siete in grado di fornire un’accettabile spiegazione sul ruolo del povero Giuseppe e su come lo stesso abbia potuto trasmettere la propria discendenza davidica al ‘Re dei Giudei’?”
Il simpatico sig. Tranfo, però non conosce bene il dogma cristiano della Trinità che, assieme a quello sull’unicità di Dio, definisce anche la relazione esistente tra la persona e la natura divina. Infatti viene affermato che Dio è uno solo, unica e assolutamente semplice è la sua Sostanza, ma comune a tre Persone (o Ipostàsi) uguali (consustanziali) e distinte. Quindi Maria è madre della persona di Gesù e siccome la persona di Gesù ha anche la natura divina, Maria è anche madre di Dio. La persona del Padre, anche essendo di natura divina, in quanto persona è distinta dal Figlio, quindi Maria non può essere madre della persona del Padre.
Ed ecco così risolto il problema del sig. Tranfo.
Molti atei deridono i cristiani in quanto li considerano dei creduloni, degli stolti disposti a dar credito alle più astruse fantasie, per loro la teologia è solo un esercizio di pura immaginazione. Imbevuti di scientismo, per loro la Trinità resta una concetto senza senso, ma non sanno che secondo la fede cristiana la natura divina è al di là della conoscenza scientifica, ed è incomprensibile e non conoscibile se non fosse per quanto è dato sapere attraverso la rivelazione divina. La loro è solo ignoranza e superbia, quella stessa che permette di ritenere stupido ed illogico ciò che non si conosce e non si capisce.









