giovedì 15 marzo 2018

I miti sulle Crociate: l’Islam pacifico aggredito dai cristiani.

A proposito delle Crociate sono nati tantissimi miti, tra questi molto diffuso è quello che dipinge il mondo musulmano come una grande civiltà barbaramente aggredita dai crociati assetati di dominio e ricchezze. La convinzione ancora molto diffusa è quella di un’Islam pacifico e che le ostilità siano state scatenate dai cristiani. 


L’islamista statunitense John L. Esposito, ad esempio, ritenuto uno dei massimi esperti mondiali di storia delle religioni e dell’Islam in particolare, riesce a fare tali sconcertanti affermazioni: “Trascorsero cinque secoli di coesistenza pacifica prima che gli eventi politici e un gioco di potere tra l’Impero e il Papa portassero alle cosiddette guerre sante, durate secoli, che contrapposero il cristianesimo all’Islam e si lasciarono alle spalle un duraturo retaggio di fraintendimenti e diffidenza” (John Esposito “Islam: The Straight Path” Oxford University Press, Oxford 1998). 

Cinque secoli di coesistenza pacifica? L’Islam fu una civiltà pacifica e tollerante aggredita dai cristiani? Quello che incredibilmente viene sempre sottaciuto è il fatto che il primo contatto che l’Islam ebbe con i cristiani non fu affatto in occasione della prima crociata del 1099, ma molto tempo prima, almeno quattro secoli e mezzo. 
Nel VII secolo l’Islam fuse in un’unica comunità tutte le tribù arabe sparse per la penisola arabica arrivando a formare un’entità compatta dal punto di vista religioso e dalla caratteristica guerriera. In quell'epoca l’Arabia era circondata da paesi in cui l’elemento dominante era cristiano, come l’impero Bizantino e i territori cristiani del nord Africa. Una volta sottomesse con la forza le vicine tribù pagane, i musulmani, spinti dalle parole del profeta che inneggiavano allo Jihād, la prima guerra santa (con buona pace delle corbellerie di John L. Esposito), guidati dal capo guerriero coreiscita Khālid b. al-Walīd, attaccarono l’Impero Bizantino ottenendo, nel 636, una schiacciante vittoria nella campagna militare lungo il fiume Yarmuk che fece cadere in mano musulmana la Siria e la Palestina. Nel 638 venne espugnata la città di Gerusalemme dove si trovano i luoghi più santi della cristianità ed imposta una tassa (la jizya) a tutti gli abitanti ebrei e cristiani. Subito dopo le armate islamiche conquistarono tutta la Mesopotamia bizantina, l’Armenia e l’Egitto (dove distrussero del tutto la famosa biblioteca di Alessandria). Si spinsero lungo tutta la costa africana fino a conquistare la Sicilia e tutta la penisola iberica nel VIII secolo, da dove organizzarono spedizioni volte al saccheggio della Francia meridionale. Già nel 721 il governatore arabo della Spagna musulmana, Al-Samh ibn Malik al-Khawlani, spinse il suo esercito nella marca d’Aquitania per conquistarla ed espugnare la città di Bordeaux nella Francia meridionale, ma fu sconfitto e respinto da un esercito di Franchi. Nel 732 gli arabi, guidati dal generale ʿAbd al-Raḥmān, tornarono all’attacco con forze ben maggiori. Un esercito di Franchi tentò di difendere Bordeaux, ma fu sconfitto e la città saccheggiata, un altro piccolo esercito cristiano guidato da Oddone di Aquitania fu poi massacrato lungo il fiume Garonna. Dove passavano i musulmani devastazione e saccheggio: un contemporaneo, Isidorus Pacensis, nel suo resoconto “Continuatio hispana”, racconta che il comandante delle forze arabe “prese ad incendiare le chiese, immaginando di poter depredare la basilica di San Martino a Tours” (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010, pag. 59). 

Nel giro di quasi un secolo l’Islam, senza che venisse minimamente provocato, mise sotto assedio l’intera Europa cristiana, dovunque ci furono eccidi e violenze, gli eserciti islamici si impadronirono di ricchi bottini e migliaia di schiavi. I “tolleranti” musulmani imposero da subito la loro religione, le cronache di allora riportano l’esortazione del Califfo ibn al-Khattab-Alì, successore di Maometto: “Chiamate gli uomini a Dio: chi risponderà alla vostra chiamata, accettatelo. Ma chi si rifiuterà dovrà pagare la tassa sulla persona in segno di subordinazione e inferiorità. E su coloro che opporranno un ulteriore rifiuto scenderà impietosamente la spada. Temete Dio e assolvete la missione che vi è stata affidata” (“The History of Al-Tabari” vol. XII, State University of New York Press, 1992, pag. 167). 

Attraverso violenze di ogni tipo le armate musulmane spazzarono via le precedenti amministrazioni per imporre le proprie e per costringere le popolazioni assoggettate ad abbracciare l’Islam. In Palestina, la Terrasanta tanto importante per la spiritualità cristiana, i pellegrini e gli abitanti cristiani si trovarono ad affrontare una spirale di persecuzioni sempre più violente. Le cronache riportano un’infinità di nefandezze commesse dai conquistatori che culminarono nel 1004 con le violenze perpetrate dal feroce califfo fatimita 'Abu 'Ali al-Mansur al-Haklm che ordinò la distruzione delle chiese, diede alle fiamme le croci e si impossessò di tutti i dei beni ecclesiastici. E lo stesso fece con gli ebrei. Negli anni successivi furono rase al suolo trentamila chiese e un numero incalcolabile di cristiani si convertì all'Islam solo per avere salva la vita. Nel 1009 al-Haklm arrivò addirittura ad ordinare la distruzione della Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme insieme a quella di molte altre chiese. Venne distrutta la memoria più cara ai cristiani, il luogo più sacro, dove secondo la tradizione, sarebbe situata la tomba di Gesù. (Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” cit. p. 376). 

Poi vennero i Turchi che, abbracciata la fede islamica sunnita, al seguito del capo guerriero Alp Arslan, nel 1063 occuparono le regioni cristiane dell'Armenia e della Georgia, nel 1064 distrussero Ani, l’antica capitale armena, e nel 1066 espugnarono e saccheggiarono Cesarea in Cappadocia. Nel 1068 addentrandosi in pieno territorio bizantino giunsero fino a Neocesarea ed Amorio, arrivando l'anno successivo ad Iconio e a Khonae, occupando così quasi tutta l'Anatolia. Nel 1071 i Turchi, a Manzicerta, affrontarono un’armata bizantina di soccorso con a capo lo stesso imperatore, Romano IV Diogene, distruggendola completamente. Da quel momento i Turchi non ebbero più freni riuscendo a conquistare tutta la Palestina strappando Gerusalemme ai Fatimidi d'Egitto. Nel giro di pochi anni i Turchi controllavano un territorio immenso dall’Egeo alle steppe iraniche. 

L’avanzata araba e poi turca determinò per i bizantini non solo la perdita di buona parte del loro impero, ma si trovarono col nemico alle porte di Costantinopoli, la loro capitale. E’ per questo motivo che i pontefici e la maggior parte dei cristiani erano convinti che la guerra contro i musulmani fosse giustificata. I musulmani avevano proditoriamente occupato con la forza terre che un tempo appartenevano alla cristianità, oltraggiavano i cristiani soggetti al loro dominio riducendo in schiavitù la popolazione, distruggevano ogni luogo ritenuto santo dai cristiani e si abbandonavano al saccheggio esaltati dal puro desiderio di distruzione (Derek W. Lomax “The reconquest of Spain” Longman, Londra 1978, pag. 58-59). 

Uno dei più autorevoli bizantinisti mai esistiti, lo storico George Ostrogorsky (1902-1976), ha definito l’attacco sferrato contro l’impero bizantino come “l’offensiva più minacciosa da parte araba cui il mondo cristiano abbia mai dovuto far fronte. Costantinopoli era l’ultimo argine che si opponeva all’invasione. Il fatto che questo argine abbia retto significò la salvezza non solo dell’impero bizantino, ma di tutta la cultura europea” (George Ostrogorsky “Storia dell’impero bizantino” Einaudi, Torino, 1969, pag. 110). Altri storici affermano chiaramente che: “se [arabi e turchi] avessero conquistato Costantinopoli non nel XV secolo, ma nel VII secolo, oggi tutta l’Europa, e l’America, potrebbe essere musulmana” (Viscont J. J. Norwich “Byzantium: the Early Centuries” Penguin Books, London 1995, p.324). 

Tra il VII e VIII secolo la cristianità si vide aggredita da tutte le parti da un’invasione militare aggressiva e feroce, perfettamente organizzata e volta ad una conquista militare, politica e religiosa. Successivamente nell’XI secolo i Turchi completarono l’opera arrivando fin sotto le mura di Costantinopoli col fermo proposito di cancellare la cristianità dalla faccia della terra. Tutto ciò viene raramente, e comunque brevemente, ricordato nei programmi scolastici e nei manuali storici in uso nelle scuole, mentre si da un’enorme risalto alle Crociate per lo più definite una vergogna cristiana. In realtà furono una reazione troppo a lungo rimandata contro una ingiustificata, se non per sete di potere e ricchezza, vera e propria aggressione. 

Bibliografia

Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010;
Franco Cardini e Marina Montesano "Storia medievale" Firenze, Le Monnier Università, 2006; 
Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate" A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
George Ostrogorsky “Storia dell’impero bizantino” Einaudi, Torino, 1969;
Franco Cardini "Le Crociate tra il mito e la storia" Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971.

mercoledì 7 marzo 2018

Biglino e lo Spirito di Dio

Nell’articolo intitolato “Biglino e l’astronave di Yahwè” ho già trattato dell’assurda pretesa di Biglino di ignorare vocabolari e dizionari di ebraico biblico per poter essere libero di affibbiare ad ogni termine un suo personale ed immaginario significato in modo da poter supportare le sue strampalate teorie. Così come ha fatto con il termine “kevòd”, che ha arbitrariamente tradotto con “pesante”, mentre vuol dire “gloria”, “onore”, ora traduce in modo ancor più fantasioso un altro termine ebraico della Bibbia, “ruàch”. 

Tutte le bibbie più diffuse e prestigiose traducono tale termine con “vento”, “spirito” e tale traduzione è quella fornita dai migliori dizionari di ebraico biblico, tra cui l’autorevole Brown-Driver-Briggs, ma per Biglino, a cui servono appigli per sostenere la folle tesi della presenza di un’astronave aliena nella Bibbia, questa traduzione è sbagliata. Infatti secondo lo studioso piemontese il termine “ruàch” avrebbe a che fare con “un oggetto pesante, metallico, che vola in cielo”. Quando nel primo libro della Bibbia, la Genesi, al secondo versetto del primo capitolo si legge: “… e lo spirito [ruàch] di Dio aleggiava sulle acque” per Biglino siamo di fronte al primo contatto di una astronave aliena con il pianeta Terra!

Ma come fa Biglino ad affermare una cosa del genere? Egli spiega che il termine ebraico “ruàch” avrebbe origini molto più antiche della lingua ebraica e risalirebbe niente meno che alla lingua sumera nella quale il suono “ru-a” veniva reso con un pittogramma, cioè con un’immagine stilizzata, composto da due disegni: un oggetto posto superiormente, che avrebbe il suono “ru”, e una massa d’acqua sottostante, identificabile col suono “a”, ossia l’immagine di una astronave che plana su una superficie d’acqua. Secondo Biglino sarebbe proprio questa la scena descritta nel passo della Genesi 1, 2 (M. Biglino “Il dio alieno nella Bibbia”, Unoeditori 2011, p. 41). Biglino, inoltre, cerca di supportare la propria tesi riportando nel suo libro “Non c’è creazione nella Bibbia”, a pag. 71, la raffigurazione di una stele ritenuta “accadica” o “sumera” conservata nel museo di Cartagine e datata al 1950 a.C, riportante il pittogramma dell’astronave aliena.

      Stele ritenuta "accadica" o "sumera" da Biglino, 
   mentre trattasi di una stele punica conservata 
in Francia presso la collezione Jean H. Spiro 
Quindi secondo Biglino l’autore/i della Genesi, esprimendosi in lingua ebraica, invece di riferirsi allo “spirito” di Dio, avrebbero fatto in realtà riferimento al passaggio di una astronave aliena attraverso la descrizione di un pittogramma sumero. Ora, se fossimo davanti a libri di fantascienza non potrei fare altro che complimentarmi con Biglino per la sua fervida immaginazione, ma purtroppo queste “teorie” vengono spacciate per grandi scoperte scientifiche e presentate con l’enfasi di chi avrebbe scoperto l’inganno della Chiesa (sic) e rivelato una verità tenuta nascosta. 

La “teoria” di Biglino fa acqua da tutte le parti, innanzitutto non esiste alcun termine ebraico che abbia una qualche derivazione dalla lingua sumera e ciò è ovvio perché a differenza di questa l’ebraico è una lingua semitica. Consultando l’autorevole “Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament”, alla voce “ruàch”, si può notare, infatti, che tale termine ha il suo corrispondente in tutte le principali lingue semitiche, mentre non ne ha nessuno con la lingua sumera. Inoltre il pittogramma in questione non ha affatto il suono “ru–a”, ma “Šagan”, e questo lo affermava già nel 1936 l’archeologo e filologo Adam Falkenstein nella sua pubblicazione “Archaische Texte aus Uruk (ATU 1)”. Da allora fino ad oggi in tutte le traduzioni e successive liste dei segni il pittogramma è sempre stato traslitterato col termine “Šagan” (“The University of Chicago Oriental Institute Publications” Vol. 104 (OIP 104) p. 32). Non esiste, quindi, alcuna corrispondenza tra il termine ebraico “ruàch” e il pittogramma sumero a cui si riferisce Biglino, quindi è del tutto arbitrario e sbagliato tradurre il termine “ruàch” in modo diverso da “vento”, “spirito”. 
Con ogni probabilità Biglino si è basato sui lavori di un altro ricercatore autodidatta, un certo Christian O’Brien, un geologo inglese appassionato di archeologia mesopotamica, che si basò su fonti accademiche molto datate e superate. 

Anche la notizia della stele “accadica” o “sumera” conservata nel museo di Cartagine e datata al 1950 a.C, riportante il pittogramma sumero dell’astronave aliena è l’ennesima bufala di Biglino. Infatti la stele in questione non è né accadica, tanto meno sumera, ma punica e non si trova in nessun museo a Cartagine, ma fa parte della collezione privata Jean H. Spiro conservata in Francia. Si tratta di una stele punica di qualche secolo prima di Cristo raffigurante il simbolo della dea Tanit.  

Altra sciocchezza che afferma Biglino è quella secondo la quale il termine “ruàch” si sarebbe sempre riferito ad un qualcosa di reale, materiale, e non spirituale e che avrebbe acquistato il senso di “spirito” solo dopo il III secolo a.C. con la traduzione greca della LXX. Questa convinzione mostra la profonda ignoranza che Biglino ha della Bibbia, infatti in essa sono presenti tante espressioni in cui è usato il termine “ruàch” per designare gli stati d’animo dell’uomo ed in modo figurativo la forza vitale che fa vivere in particolare gli esseri umani. Sono tutti usi in cui questo temine acquista significati astratti perfettamente riconducibili al senso di “spirito” così come si ritrovano anche nella cultura ellenista. 

Esempi di tali espressioni sono molteplici: 

-in Genesi 41, 38: “E il faraone disse ai suoi servitori: "Potremmo noi trovare un uomo pari a questo, in cui sia lo spirito di Dio (ruàch elohim)?";

-in Esodo 28, 3 abbiamo: “Parlerai a tutti gli uomini sapienti, che io ho riempito di spirito di saggezza (ruàch chokhmà)”;

-in Numeri 27,18: “Il Signore disse a Mosè: «Prenditi Giosuè, figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito (ish asher ruàch bo); 

-in Gioele 3:1 “Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo (eshpokh et ruchì ‘al col basar) e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie”;

-in Proverbi 20, 27: "Lo spirito (ruàch) dell'uomo è una fiaccola del Signore che scruta tutti i segreti recessi del cuore".

In tutti questi passi, ma se ne potrebbero citare moltissimi altri ancora, il termine “ruàch” ha chiaramente un significato astratto, spirituale, e questo fatto distrugge in modo definitivo la visione assurda di Biglino. 

Ciò che, sorprendentemente, affascina e cattura l’attenzione di tante persone, convincendole di aver trovato la prova definitiva di immaginari complotti e sotterfugi perpetrati dalla Chiesa cattolica, in realtà si basa su incompetenze, su errori fatti passare per verità certe, sul pressapochismo di dilettanti come O’Brien e lo stesso Biglino. Perché tutto questo? Forse c’è del vero in quella frase attribuita a Gilbert K. Chesterton che recita: “Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto”.

Bibliografia


Stanislav Segert “A Basic Grammar of the Ugaritic Language”, University of California Press, Berkeley and Los Angeles, California 1997; 
Jeremy Black, Andrew George, Nicholas Postgate “A Concise Dictionary of Akkadian”, Edizioni Otto Harrassowitz, 1999)”;
Philippe Reymond “Dizionario di ebraico e aramaico biblici” Ed. Società Biblica Britannica, 2011;
Dizionario “Koehler & Baumgartner" Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament;
Dizionario “Brown-Driver-Briggs” Hebrew and English Lexicon;
- Si segnala un interessante articolo dal blog "Guardopensoedico" che ben illustra l'inconsistenza delle fonti a cui attinge Biglino. 

mercoledì 14 febbraio 2018

"Passato e Presente", quando i pregiudizi storici sono duri a morire.

Sono un appassionato di storia, fin da piccolo. Libri, riviste, trasmissioni televisive, tutto ciò che parla e tratta di storia attira la mia attenzione. Sulla RAI seguo le puntate di "Passato e Presente", una trasmissione di approfondimento sui più disparati temi storici condotta da Paolo Mieli. Generalmente si tratta di un interessante e qualificato contributo, ma ultimamente la puntata sulla "tratta degli schiavi", a cui ha partecipato come esperto il prof. Lucio Villari, è stata particolarmente deludente. 

Nella puntata sono state riproposte le solite sciocchezze tipiche di una analisi storica fortemente ideologizzata e caratterizzata dal consueto pregiudizio anticattolico nato in età illuminista. 
Il prof. Lucio Villari ha sciorinato tutta una serie di falsità storiche come le "responsabilità" della Chiesa Cattolica nella tratta degli schiavi, ma si è "dimenticato" della netta e ferma presa di posizione contro di essa che i papi hanno sempre mostrato, a cominciare da papa Eugenio IV, che con una con una bolla del 1434, la "Sicut Dudum", impose ai Portoghesi di liberare gli schiavi, oppure la condanna della schiavitù operata dalla Chiesa Cattolica nei numerosi documenti papali nel 1434, 1462, 1537, 1591, 1639, 1741, 1839, 1888, 1890 e 1912, la lettera di Pio II, "Rubicensem", del 1462, in cui il papa ricorda al vescovo della Guinea portoghese che la schiavitù dei neri è un “magnum scelus”, cioè un grande crimine, oppure ancora la bolla “Sublimis deus” di papa Paolo III, del 1537, in cui viene affermato che non è lecito a nessuno privare della libertà e delle proprietà gli indiani e tutti gli altri popoli, anche se non appartenenti alla religione cristiana.
Altra "dimenticanza" del prof. Villari è stata quella di non menzionare le responsabilità delle Chiese protestanti che, come è noto, essendo completamente asservite al potere laico furono corresponsabili a tutto tondo delle nefandezze perpetrate dalle principali nazioni schiaviste come l'Inghilterra e l'Olanda, notoriamente non cattoliche. Sono mancati, inoltre, i necessari ed opportuni riferimenti a chi praticava la schiavitù e la tratta degli schiavi molto prima degli europei, cioè gli arabi musulmani. Come è noto, il politically correct impone di ignorare l'Islam. 
Ma la chicca migliore è il riferimento al mito dell'illuminismo "liberatore" che per primo avrebbe denunciato la tratta degli schiavi e che avrebbe determinato la fine dello schiavismo. Villari, però, ignora che Diderot, seppure scrisse contro la schiavitù, fu un convinto razzista assertore della superiorità della razza bianca e che illustri esponenti dell'illuminismo come il grande filosofo Voltaire, Locke, Hume, ecc., investivano i loro risparmi nel commercio degli schiavi (Domenico Losurdo "Hegel, Marx e la tradizione liberale: libertà, uguaglianza, stato" Editori Riuniti, 1988, p.95).

E' un vero scivolone quello in cui è incappato il conduttore Paolo Mieli, la sua trasmissione ha in questa occasione dato sfoggio di parzialità ed incompetenza. La storiografia di Lucio Villari appartiene al passato, ad un modo politicizzato ed ideologico di fare storia. E' ormai tempo di svincolare l'analisi storica da tali lacci per avere sempre più una visione reale e corretta del passato e poter costruire così un futuro veramente migliore.    

martedì 13 febbraio 2018

Le Crociate e le scuse della Chiesa

Il fenomeno delle Crociate, le spedizioni armate che in epoca medioevale la cristianità organizzò per la riconquista e la tenuta dei luoghi santi in Palestina, è sempre stato considerato uno dei più grandi scandali che hanno riguardato la Chiesa e i cristiani, uno dei pezzi forte della odierna cultura laicista dominante utilizzato per denigrare la storia della Chiesa. 


Non sono valse neppure le parole di scuse e rammarico che i vari pontefici hanno speso per chiedere perdono. Al Giubileo del 2000, durante la “giornata del perdono”, anche senza nominare esplicitamente le crociate, papa Wojtyla si riferì ai “cristiani che hanno talvolta accondisceso a metodi di intolleranza”, oppure le parole di papa Ratzinger: “Come cristiano, vorrei dire a questo punto: sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna” pronunciate ad Assisi nel 2011. Ai musulmani tutto ciò non basta, secondo loro la Chiesa avrebbe aggredito l’Islam allo scopo di distruggerlo ed imporre il cristianesimo. Nel 2005, in occasione di incontro tra islamici e cristiani, svoltosi in Vaticano, il portavoce della Commissione per il dialogo tra le religioni di Al-Azhar, un’università islamica egiziana, ha fatto formale richiesta di scuse da parte della Chiesa per quello che aveva fatto. Il noto scrittore e giornalista libanese, Amin Maalouf, ebbe modo di scrivere che: “Il sacco di Gerusalemme avvenuto nel 1099 a opera dei crociati fu il punto di partenza di un’ostilità millenaria tra l’Islam e l’Occidente” (Amin Maalouf “Le crociate viste dagli arabi” SEI, Torino, 1989, p.12).

In effetti, a ben vedere, i papi non hanno chiesto scusa in modo specifico per le Crociate, si sono riferiti in generale all’abuso della violenza perpetrato molte volte dalla Chiesa. Essi hanno condannato la violenza, ma non hanno rinnegato le motivazioni e l’organizzazione di quelle spedizioni. Come mai? Eppure nell’immaginario collettivo odierno le Crociate sono quanto di più lontano possa esserci dal Vangelo, la più grossa macchia nera sulla coscienza della Chiesa ed un motivo per cui i cristiani debbano vergognarsi.

In realtà il motivo di questa mancanza di scuse è molto semplice, si tratta di un tributo alla verità storica. La Chiesa ha commesso molti errori, ma non è pensabile che si accolli anche responsabilità che non gli appartengono. Gli studi storici più moderni ed avanzati stanno definitivamente confermando che l’idea comunemente diffusa dall’odierno politically correct sul fenomeno delle Crociate, non corrisponde affatto alla verità storica. Uno dei massimi esperti a livello mondiale della storia delle Crociate, lo storico Jonathan Riley-Smith, principale esponente della moderna storiografia sul fenomeno, ha chiaramente affermato che: “Nel XVIII secolo, con l'Illuminismo, si arrivò a considerare le crociate come il frutto di un'epoca fanatica e superstiziosa” (J. Riley-Smith “Breve storia delle crociate” Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1994, pp. 329-331). 

In realtà la storia delle Crociate, così come è oggi superficialmente conosciuta, costituisce l’esempio più evidente della mistificazione e della manipolazione della storia operata in senso anticattolico. Scrive Rodney Stark, attento studioso, non cattolico: “…Voltaire, Gibbon e altri scrittori del XVIII secolo, [furono] intenzionati a ritrarre la Chiesa cattolica nella peggiore luce possibile”, (R. Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010). Sulle Crociate è stata costruita una autentica "leggenda nera", piena di menzogne e fantasie che poi ha finito per imporsi come la versione ufficiale di quei fatti. 

Sul finire del X secolo la Cristianità si trovò costretta a reagire all’incredibile pressione esercitata dall’Islam, la Chiesa bandì le Crociate senza nessuna volontà imperialista o colonialista, ma per porre un freno all’aggressività musulmana, per cercare di salvare il Santo Sepolcro e tutelare il pellegrinaggio in Terrasanta. Un dialogo pacifico era impensabile, nella comunità musulmana lo spirituale e il temporale si trovano indissolubilmente legati, non può esserci spazio per altri credi e nessuna tolleranza per le minoranze non islamiche, le differenze gradualmente vengono assorbite nell’unità della civiltà e della lingua araba. Per l’Islam il popolo e la società devono avere il medesimo destino politico e religioso. Il Corano, il libro sacro dell’Islam, è insieme legge civile e religiosa. Per questo l’Islam non può essere né cattolico e né missionario, ma, normalmente, solo conquistatore.
Se il cristianesimo non riesce ad assumere ed esprimere le proprie peculiarità in mezzo al mondo rischia di annacquarsi. Lo spirito delle Crociate fu, quindi, quello di una lotta per la sopravvivenza della fede e della propria identità. 

Troppe falsità si sono dette e scritte sulle Crociate, è tempo che sia diffusa una storia più aderente alla verità dei fatti. 



Bibliografia

L. Gardet “Conoscere l’Islam” Edizioni Paoline, 1961;
Franco Cardini "Le Crociate tra il mito e la storia" Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971; 
Amin Maalouf “Le crociate viste dagli arabi” SEI, Torino, 1989;
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate" A. Mondadori Editore, Milano 1994;
Franco Cardini "Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia" Piemme Casale Mon.to (AL) 1994; 
Jonathan Riley-Smith “Breve storia delle crociate” Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1994;
Luigi Negri "False accuse alla Chiesa" Piemme, Casale Mon.to (AL) 1997;
Luigi Negri "Controstoria. Una rilettura di mille anni di vita della Chiesa" San Paolo, Cinisello B.mo (MI) 2000; 
Thomas F. Madden “Le crociate. Una storia nuova” Lindau, Torino 2005;
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010.

venerdì 26 gennaio 2018

Giovanna d'Arco, violenza e santità?

Tra gli aspetti più controversi della storia della Chiesa bisogna sicuramente annoverare la vicenda di Giovanna D’Arco, la giovinetta francese che in nome di Dio, verso la fine della guerra dei Cent’anni, imbracciò la spada e combatté gli inglesi invasori per liberare la sua patria. Come è noto la ragazza fu, infine, catturata e arsa viva come eretica. Successivamente fu riabilitata fino ad essere proclamata addirittura santa dalla Chiesa di Roma. 

Questa vicenda suscita molti interrogativi: come mai è stata fatta santa una persona dedita alla guerra ed alla violenza? Come mai Giovanna è stata prima considerata un’eretica e poi è stata canonizzata? La Chiesa si è sbagliata? Se la Chiesa esalta la figura di Giovanna vuole forse farci intendere che Dio parteggiava per i francesi contro gli inglesi? Se la Chiesa propone la vita e le opere dei santi come un insegnamento eroico e virtuoso da imitare, come si spiega tutto questo nel caso di Giovanna? 

Per poter rispondere a queste domande bisogna innanzitutto collocare la vicenda di Giovanna nel suo periodo storico. Siamo nel 1428, era in pieno corso la cosiddetta guerra dei Cent’anni tra gli Armagnacchi, partigiani di Carlo VII, un “re” solo sulla carta, e gli Inglesi, con il loro alleato il Ducato di Borgogna. La situazione del regno di Francia era veramente disperata, gli Inglesi occupavano ormai un quinto del territorio nazionale francese, Carlo VII viveva rintanato a Bourges nella completa inattività, gli Armagnacchi incassavano sconfitte su sconfitte, ultima delle quali la disastrosa disfatta di Azincourt del 1415, ed Orléan era sotto assedio degli Inglesi. Questa debolezza dei Francesi denotava anche l’inesistenza di un vero e proprio sentimento nazionale all’inizio del XV secolo. Nata nel 1412, da una povera famiglia di contadini a Domrémy, Giovanna D’Arco si sentì chiamata da Dio a soccorrere il re di Francia e a scacciare gli Inglesi dal suolo francese. Incontra Carlo VII a Chinon e, dopo qualche diffidenza iniziale, lo convince ad affidarle il compito di passare all’offensiva contro gli Inglesi. Col suo entusiasmo Giovanna riesce a rianimare l’ardore degli Armagnacchi e, dopo aver liberato Orléan, fa incoronare Carlo VII re di Francia a Reims, appena liberata dagli Inglesi. Dopo questi successi il re tornò nella sua apatia e decise di trattare con gli Inglesi, ma Giovanna era ormai decisa a portare in fino in fondo la sua missione e continuò la guerra senza l’appoggio della corona. Il 24 maggio del 1430 fu catturata dai Borgognoni, alleati degli Inglesi, e a questi fu venduta. Imprigionata a Rouen vi fu processata per eresia e stregoneria da un falso tribunale dell’Inquisizione con giudici prezzolati dagli Inglesi. Condannata, venne arsa viva il 30 maggio 1431.

Il processo per eresia di Giovanna d’Arco fu una farsa organizzata dagli Inglesi in cui fu commesso un alto numero di irregolarità (ad esempio non fu mai inoltrato l’appello di Giovanna al papa), l’atteggiamento della giovinetta fu molto coraggioso e di grande intelligenza, ma soprattutto di sottomissione alla Chiesa di cui ne riconosceva l’autorità. Il re Carlo VII, che inizialmente aveva abbandonato Giovanna al suo destino, sotto l’autorità di papa Callisto III, aprì un’inchiesta sul processo che la riabilitò completamente nel 1456. Giovanna d’Arco fu beatificata il 1909 da papa san Pio X e canonizzata nel 1920 da papa Benedetto XV.

Perché la Chiesa ha santificato Giovanna? Perché Dio parteggiò per i Francesi contro gli Inglesi? Certamente no, Dio non fa particolarismi. Dio è Giustizia e Verità e a queste virtù ogni uomo ed ogni società devono tendere. Davanti alla situazione in cui erano piombati i Francesi, minacciati dalle pretese egemoniche degli Inglesi sul loro paese e dall’anarchia imperante, Giovanna d’Arco sentì il dovere di assumere i mezzi necessari per liberare la Francia, sino al punto da fare la guerra. L’amor patrio è un valore cristiano, così come bisogna amare la propria famiglia, occorre amare la propria Patria, per il cristiano è un dovere difendere la Patria. Ma ogni impegno politico di questo tipo, fatalmente, esige una scelta e ciò significa anche farsi dei nemici in campo opposto. Tale impegno è buono se non si va alla ricerca del proprio interesse personale o dell’appagamento di un desiderio di potenza, ma se si cerca il bene degli altri. La scelta particolare dell’uno o dell’altro partito è sempre discutibile, ma mentre la Chiesa, in quanto istituzione collettiva, non può e non deve prendere posizione ufficiale su tali problemi, il cristiano singolo, invece, nel proprio e specifico ambito personale, ha il diritto e il dovere di impegnarsi, in proporzione ai mezzi disponibili. 

Giovanna pensò che il benessere dei Francesi fosse la pace e che questa non poteva essere raggiunta senza il riconoscimento del sovrano legittimo da parte di tutti. Così si impegnò nella lotta per assicurare il trono al “delfino” di Francia Carlo VII. Altri cristiani, forse, avrebbero preso un altro atteggiamento. Il merito di Giovanna fu di aver agito non sulla base di preferenze personali, ma sforzandosi di lasciarsi illuminare dalla Sapienza divina nella ricerca del partito migliore, in quella data situazione, allo scopo di portare aiuto ai fratelli in difficoltà. La liberazione del suo popolo è, quindi, un’opera di giustizia umana, che Giovanna compie nella carità, insegnando che la forza può stare al servizio della giustizia e della carità.


Bibliografia

Régine Pernoud, “Il processo di Giovanna d’Arco” Ed. Paoline, 1973;
Franco Cardini "Giovanna d'Arco. La vergine guerriera" Milano, Mondadori, 1999;
Régine Pernoud "Giovanna d'Arco. Una vita in breve" Cinisello Balsamo, San Paolo, 1992;
Procès de Condamnation de Jeanne d'Arc, 3 vol. e Procès en Nullité de la Condamnation de Jeanne d'Arc, 5 vol., ed. Klincksieck, Paris 1960-1989.

martedì 16 gennaio 2018

Biglino e l'astronave di Yahweh

Come sappiamo lo studioso Mauro Biglino è convinto che l’umanità sia il frutto di un lavoro di ingegneria genetica realizzato da una superiore intelligenza aliena e che tale operazione sia stata meticolosamente riportata nella Bibbia. Purtroppo, pur di poter aver di che accusare la Chiesa e i cristiani di complotti e macchinazioni varie, moltissime persone sono disposte anche a credere a tali assurdità.

Per poter puntellare questa sua convinzione, Biglino, nei suoi libri e conferenze, ripete spesso che il termine ebraico “kavòd”, che in tutte le traduzioni più accreditate ha sempre il significato di “gloria”, “onore”, in realtà avrebbe un altro significato, molto più materiale. Tutti i vocabolari riporterebbero, infatti, una traduzione inficiata da una “visione del divino”, che secondo Biglino nella Bibbia non esiste. In uno dei suoi libri scrive: 

Il verbo da cui deriva (il termine kavòd n.d.a.) indica i concetti di: “essere pesante, avere peso, essere onorato, essere duro”. (…) I Greci hanno tradotto questo termine col vocabolo doxa, che viene a sua volta reso nelle lingue moderne con “gloria”. La traduzione di questo termine è sempre stata condizionata dalla visione della divinità che – abbiamo visto – non corrisponde affatto alla rappresentazione degli Elohim presente nell’Antico Testamento: gli Elohim infatti tutto erano tranne che esseri spirituali! (…) Questa variazione di significato deriva esclusivamente dalla necessità avvertita dai teologi di trovare un modo per conciliare il termine kavòd con l’idea di Dio che loro hanno artificiosamente elaborato” (Mauro Biglino “Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia. Gli dei che giunsero dallo spazio?” Uno Editori, 2012, pag. 88).

Quindi per Biglino tutta la comunità accademica, tutti gli esegeti più titolati e tutti i vocabolari più accreditati sono stati soggiogati dal complotto teologico giudaico-cristiano che avrebbe imposto una traduzione sbagliata e di comodo. Ovviamente Biglino non fornisce alcuna informazione su chi avrebbe ordito e quando si sarebbe verificato un tale complotto, ma assicura che lui è il solo in grado di sapere quale possa essere la giusta traduzione e per scoprirla va alla ricerca di tutti i significati associati alla radice consonantica del termine “kavòd”, cioè “KVD”, presenti nelle altre lingue semitiche. Per Biglino nelle antiche lingue semitiche la radice consonantica “KVD” rimanderebbe ai concetti di “pesantezza” e ”potenza” e da questi concetti che deriverebbero i veri significati del termine “kavòd”, che solo successivamente avrebbe preso il significato di gloria e onore. Quindi quando nella Bibbia compare il termine “Yahweh-kevòd”, Biglino lo identifica come sinonimo della “potente” e “pesante” astronave dell’Elohim Yahweh. Ecco così dimostrato che Yahweh non è il Dio d’Israele, ma un essere alieno venuto sulla terra a bordo della sua “pesante” astronave. 
Per provare questa sua “scoperta” Biglino cita frequentemente i capitoli 24 e 33 del libro dell’ Esodo dove si narra, rispettivamente, di Mosé che sale sul monte Sinai per ammirare la “Yahweh-kevòd”, cioè l’astronave di Yahweh, che si è posata sulla cima (Es 24, 15-17) ed assistere al suo passaggio nascosto dietro una roccia (Es 33, 19-23).

L’operazione di Biglino è semplicemente assurda perché la fa dipendere da un pregiudizio inziale: siccome Dio non c’è nella Bibbia, allora il termine “kavòd” non può significare “gloria” o “onore”, quindi Biglino si mette cercare tra le principali lingue semite le vocalizzazioni della radice “KVD” finché non trova quella che gli interessa, cioè “kavéd“ che significa “pesante”, e diviene l’astronave di Yahweh (sic!). Operazione di nessuna validità scientifica che, oltretutto, rinnega l’impostazione iniziale di Biglino di prendere come valida la vocalizzazione masoretica. Ma, come è noto, i termini ebraici e semiti sono solo consonantici e cambiano notevolmente di significato a seconda della loro vocalizzazione, quindi possono assumere molti significati, anche all’interno della stessa vocalizzazione, ad esempio quella “scelta” da Biglino, cioè “kavéd” non significa solo “pesante”, ma anche “fegato”!

La radice consonantica “KVD” può avere, in ebraico, numerosi significati a seconda della vocalizzazione, così da avere: 

KaVoD = onore, gloria
KaVéd = pesante, fegato
KiBeD = per dare onore a
KaVuD = onorevole, distinto
KaVaD = a pesare su
KoVeD = di massa, il peso

E lo stesso vale per le lingue semite antiche come l’ugaritico o l’accadico. In ugaritico la radice KBD significa “fegato”. In accadico il termine “KaBaTu” significa: “essere pesante”, “estinguere (il fuoco)”, “aggravare”, “esagerare”, “essere rispettato, importante”, “essere onorato”. Sempre in accadico il termine “KaBaTTu” significa; “fegato”, “interiora”, “umore”, “mente”, “intenzione”.

Tutto ciò fa ben comprendere che per conoscere con sufficiente certezza il significato di un determinato termine occorre interpretarlo alla luce del contesto di cui il termine fa parte. La traduzione letterale propugnata da Biglino è, quindi, lacunosa ed inadatta. Se analizziamo alcune ricorrenze del termine “kavòd” nel Pentateuco, cioè nella Torah, i primi cinque libri della Bibbia:

A tuo fratello Aronne farai dei paramenti sacri, in segno di dignità e di GLORIA (=kavòd)” (Es 28, 2);
Io avevo detto che ti avrei colmato di ONORI (= kavòd)” (Nm 24, 11);
ONORA (=kavòd) tuo padre e tua madre” (Es 20, 12);
La GLORIA (=kavòd) del Signore riempirà tutta la terra” (Nm 14, 21);
Nel suo tempio tutto esclama: “GLORIA (=kavòd)” (Si 29, 9)




si può notare che se sostituiamo il termine “pesante” a “gloria”, “onore” questi versetti non hanno alcun senso.

Questo esercizio può essere operato anche nel resto della Scrittura ed il risultato non cambierà. Ad esempio in Salmi 8, 6 troviamo: "Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato". Come è possibile coronare una persona con un’astronave? Se, invece, ci si riferisce ad un significato mistico-spirituale tutto ciò diviene intellegibile. In Isaia 60, 1, infatti si può trovare: "Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te". Questa Gloria, questo Corpo di Luce sarà concesso a chi spianerà le valli, cioè a chi favorirà le vie del Signore (Isaia 40, 4-5). Quindi Biglino non solo sceglie arbitrariamente il significato, ma lo utilizza solo nei versetti che a lui fanno comodo. Sulla scorta di tali evidenze appare giusto e corretto, invece, tradurre l’espressione “Yahweh-kevòd”, dove il termine “kevòd” è la forma costrutta dell’assoluto “kavòd”, come: “la Gloria di Yahweh”.


Ma come mai se il termine “kavòd” esprime una qualità di Dio e non qualcosa di materiale, Mosè in Es 33, 19-23 per vedere la “gloria “ di Dio si nasconde dietro una roccia riuscendo a scorgere solo le spalle di Dio e non la sua faccia, cioè elementi materiali? Coerentemente con tutto il resto del Pentateuco anche in questi versetti bisogna tradurre “kavòd” con “gloria”. Ciò è spiegato dal fatto che siamo di fronte ad un antropomorfismo tipico del linguaggio dei primi cinque libri della Bibbia. Per antropomorfismo s’intende l’attribuzione di forme fisiche e di sentimenti umani alle figure divine nelle diverse religioni. Il Pentateuco è pieno di tali antropomorfismi, cioè di espressioni figurate e simboliche quali “braccio del Signore”, “dito di Dio”, “mano di Dio”, ecc., basti pensare alla vicenda di Dio con Adamio ed Eva nella Genesi dove l’uomo e la donna camminano con Dio nel giardino dell’Eden. E così anche in Esodo 33, dove sembra che Dio abbia una faccia e che cammini sulla terra, siamo di fronte ad un linguaggio figurato. Ad esempio quando nel testo ebraico compare il termine “panim” (= faccia), in relazione a Dio, è chiaramente da intendersi in senso figurato, infatti, ad esempio, l’espressione “vedere la faccia di Dio” significa presentarsi al Tempio di Gerusalemme per le festività. Ciò si deduce dal contesto letterario, dalla tecnica di composizione della Bibbia ebraica che utilizza spesso espressioni figurate ed allegorie proprie della tradizione rabbinica e dalle complesse sfumature della lingua ebraica. La traduzione letteraria equivarrebbe ad un travisamento della religiosità di Israele che non ha mai attribuito tratti materiali e terrestri al suo Dio. Per Israele Dio non può essere confinato in uno spazio perché Egli stesso è lo spazio, la Presenza Divina che genera lo spazio. 



Bibliografia 

Stanislav Segert “A Basic Grammar of the Ugaritic Language”, University of California Press, Berkeley and Los Angeles, California 1997; 
Jeremy Black, Andrew George, Nicholas Postgate “A Concise Dictionary of Akkadian”, Edizioni Otto Harrassowitz, 1999)”;
Philippe Reymond “Dizionario di ebraico e aramaico biblici” Ed. Società Biblica Britannica, 2011;
Dizionario “Koehler & Baumgartner" Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament;
Dizionario “Brown-Driver-Briggs” Hebrew and English Lexicon

Per una consulenza sui significati di “kevòd” ho consultato alcune discussioni sul forum di Consulenza Ebraica: http://consulenzaebraica.forumfree.it/?t=63894022

Per una esauriente e qualificata dissertazione sugli antropomorfismi nella Bibbia segnalo un documento presente in rete: 
http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Antropomorfismi%20parte%201.pdf

venerdì 29 dicembre 2017

La Chiesa e la proibizione della lettura della Bibbia

Tra le tante accuse generate dalla malignità del laicismo e da quella di molte confessioni protestanti contro la Chiesa Cattolica, un posto di tutto riguardo spetta certamente al divieto che la Chiesa di Roma avrebbe imposto ai suoi fedeli di leggere autonomamente le Scritture sacre, in special modo i vangeli. Secondo i laicisti tale divieto rappresenterebbe una delle prove più schiaccianti di come la Chiesa Cattolica fosse nient’altro che una organizzazione oscurantista ed affossatrice del “libero” pensiero. Questa sciocchezza è stata talmente ripetuta dalla propaganda laicista che persino un’autorità della cultura mondiale come Indro Montanelli ebbe modo di affermare: “Da quando il Concilio di Trento aveva formalmente ribadito che il credente non aveva affatto il dovere, anzi non aveva il diritto di leggere e d'interpretare le sacre scritture. Di esse era perfino proibita la traduzione in lingua italiana appunto per riservare al prete il compito di decifrarle. Il verbo doveva restare un'esclusiva di casta..." (I. Montanelli “L'Italia giacobina e carbonara (1789-1831)” Rizzoli, 1998, p. 21). 

I protestanti sono particolarmente accaniti nel reiterare tale accusa: per loro la Chiesa romana vietò la lettura della Bibbia al popolo perché temeva che gli abusi e le eresie presenti nella dottrina cattolica venissero scoperti. Per sostenere questa loro tesi viene sempre portato ad esempio il pronunciamento del Concilio di Tolosa che, già nel 1229, avrebbe vietato a tutti i cristiani la lettura della Bibbia. A questo divieto seguì poi il famoso provvedimento di papa Paolo IV che nel 1559, per contrastare l’avanzata del protestantesimo, istituì l'Indice dei libri proibiti nel quale erano vietate ben 45 versioni della Bibbia in lingua volgare, tradotte da autori sospetti, non cattolici o anonimi. 

L’elenco delle “prove” che dimostrerebbero questa volontà della Chiesa Cattolica di proibire la lettura della Bibbia contempla anche un misterioso documento del 1553 conservato nella Biblioteca nazionale di Parigi ed intitolato: “Avvisi sopra i mezzi più opportuni per sostenere la Chiesa romana”. Questo documento che sarebbe stato redatto da tre fantomatici vescovi del tempo consigliavano il papa di allora, Giulio III, a non permettere la lettura dei vangeli affinché il popolo non scopra la falsità e le eresie della dottrina cattolica. 

A detta dei protestanti e dei laicisti tutto ciò dimostrerebbe come la Chiesa sia stata un’organizzazione criminale e truffaldina che abbia sempre impedito e proibito la libera lettura delle Scritture arrivando a condannare e mandare al rogo chiunque si fosse azzardato a tradurre dal latino in lingua volgare la Bibbia.

Quindi, a sentire protestanti, laicisti ed anticattolici vari, sembrerebbero provati l’oscurantismo ed il dispotismo cattolici. Ma anche stavolta ci troviamo di fronte ad una falsità, ad una campagna denigratoria che non ha nulla di vero. Per rendersene immediatamente conto basta riportare la tanto evocata disposizione del Concilio di Tolosa del 1229: “Proibiamo che qualsiasi laico possieda i libri dell'Antico o del Nuovo Testamento tradotti in lingua volgare. Se una persona pia lo desidera, può avere un Salterio o un Breviario... ma in nessun caso dovrà possedere i libri sopra menzionati tradotti in lingua romanza”.

Come si può notare, questa disposizione non vieta affatto la lettura della Bibbia, ma solo quelle tradotte in lingua volgare. La lettura ed il possesso della Bibbia in lingua latina, cioè la versione tradotta da San Girolamo, la cosiddetta “Vulgata”, erano permessi e raccomandati. La Chiesa Cattolica, infatti, anche a causa del diffuso analfabetismo tra il popolo e l’elevato costo dei libri, ha sempre favorito la lettura e la meditazione della Scrittura all’interno di monasteri e biblioteche. I monaci ed il clero secolare erano incoraggiati a leggere le scritture secondo le loro necessità spirituali, come anche testimonia Ireneo di Lione nel II secolo (Adversus haereses 3, 4). 

Ma perché la Chiesa proibì la lettura ed il possesso di Bibbie tradotte in lingua volgare? Per capire le ragioni di un tale provvedimento occorre conoscere il contesto in cui si svolse il Concilio di Tolosa. Nel XIII secolo in Europa, e specialmente nel sud della Francia e nord Italia, si assistette alla comparsa di movimenti ereticali di tipo gnostico che cominciarono a diffondere interpretazioni eterodosse della Scrittura. Queste si basavano su una visione spiritualista del messaggio dei vangeli, in particolare quello di Giovanni, arrivando a negare la bontà della materia e delle sue manifestazioni concrete come il matrimonio e la procreazione, lo Stato e, specialmente, il potere temporale e la Chiesa Cattolica alla quale si negava anche il ruolo di mediatrice tra Dio e gli uomini. Di conseguenza tutti i sacramenti erano visti come frutti malvagi della corruzione del peccato originale, mentre occorreva estraniarsi dal mondo e fuggire dalla corporeità. Tutto ciò diede origine a movimenti sociali di vasta portata che sfociarono ben presto in vere e proprie rivolte. Tra queste molto nota è la vicenda dei Catari francesi, denominati “Albigesi”, dal nome della città di Albi, loro principale centro, che determinò un vero e proprio sconvolgimento della società medioevale. Fu, quindi, in quel periodo in cui l’ortodossia della fede cristiana fu messa gravemente in pericolo, che la Chiesa, dietro anche la pressante richiesta delle autorità politiche, come il re di Francia Roberto II, il conte di Poitiers e duca di Aquitania Guglielmo e l'imperatore Enrico III, vietò la lettura personale della Bibbia in lingua volgare per evitare gli eccessi gnostici (Rino Cammilleri “Storia dell'inquisizione” 1997, p. 16). 

Inoltre è opportuno specificare che il Concilio di Tolosa non fu un Concilio ecumenico, ma solo un sinodo locale, cioè le sue deliberazioni non determinarono una norma per tutta la Chiesa cattolica, ma solo per la comunità locale dove era presente il problema. Ciò significa che i pronunciamenti di tale sinodo avevano un valore limitato al periodo dell’emergenza gnostica e non determinavano un atteggiamento generale. 

La Chiesa, infatti, non si è mai opposta alla diffusione di traduzioni bibliche in lingue moderne, ma solo a quelle che erano mutile, cioè che non riportavano tutti i libri canonici, e che, a suo giudizio, propugnavano interpretazioni eretiche. Ad esempio la Bibbia Alfonsina del 1280 in lingua spagnola, quella a cura di John Rellach del 1450 in lingua tedesca, quella in italiano del 1471 curata dal monaco camaldolese Nicolò Malermi, quella in francese di Jacques Lefèvre d'Étaples del 1528 o la Bibbia di Reims, in inglese, del 1609, furono tutte traduzioni riconosciute dalla Chiesa cattolica la cui lettura e possesso erano permessi. 

Il misterioso documento del 1553, “Avvisi sopra i mezzi più opportuni per sostenere la Chiesa romana”, richiamato spesso dai protestanti, risulta essere un falso. Gli storici hanno ormai accertato da tempo che non si tratta di un documento cattolico, infatti a Parigi è conservato un libello di Pier Paolo Vergerio, un ecclesiastico cattolico divenuto protestante, che in odio alla Chiesa cattolica scrisse quella citazione di parte (A.C.Siegrfied ”La Vita e i lavori di P.P.Vergerio”, Strasbourg, 1857 - in 8°, pag. 39). Questo testo fa parte dei numerosi opuscoli pubblicati anonimamente dal Vergeto all'epoca della sua violenta polemica contro il papato.

Un altro mito che occorre sfatare è quello secondo il quale la Chiesa avrebbe perseguitato ed ucciso chi traduceva la Bibbia. Storicamente non risulta niente di tutto questo, la Chiesa si limitava a distruggere le versioni non riconosciute e a sanzionare i trasgressori solo a livello spirituale. Si ha notizia solo di due casi di condanne capitali di autori di traduzioni non autorizzate, entrambe in Inghilterra, relative a John Wycliffe e William Tyndale. Nel primo caso si trattò di una condanna simbolica, infatti vennero bruciati nel 1415 i resti riesumati del corpo sepolto nel 1384 e per quanto riguarda il secondo caso la condanna fu sancita non da un tribunale cattolico ma inglese, dunque anglicano, nel 1536. 

Infine veniamo alla crisi protestante del XVI secolo. Come è noto Lutero non si limitò a sferzare e condannare i costumi corrotti della Chiesa Cattolica, ma propugnò una vera e propria riforma dottrinaria. Tra le varie innovazioni che vennero introdotte ci fu anche quella della libera lettura ed interpretazione della Bibbia da parte di qualsiasi cristiano. Tutto ciò portò ben presto, com’era naturale, ad una molteplicità di interpretazioni ed infine alla frammentazione della Chiesa riformata. Tale impostazione portò inevitabilmente anche alla produzione di versioni della Bibbia tra le più disparate e senza alcun controllo, prima fra tutte la traduzione in tedesco operata dallo stesso Lutero. Questa sua versione fu utilizzata senza tanti problemi come uno strumento di propaganda anticattolica. Venne rigettata senza alcuna seria motivazione l’autorevole Vulgata Clementina, la versione in uso presso la Chiesa Cattolica tratta integralmente dalla versione greca dei LXX, per adottare le cosiddette traduzioni dai testi originali cioè il discutibile e lacunoso Textus Receptus, infatti questi testi originali, in realtà, non sono i più antichi e sono molto frammentati. E come se non bastasse progressivamente furono eliminati i libri deuterocanonici perché conservati solo nella versione greca dei LXX, perché non accettati dagli ebrei e perché favorevoli ad alcuni insegnamenti cattolici non compatibili con i dogmi protestanti della “predestinazione” e della "salvezza per sola fede".

Come è fin troppo evidente i protestanti imposero una loro dottrina e, come in un letto di Procuste, tagliarono ed aggiunsero per giustificare i loro dogmi. E’ normale che la Chiesa Cattolica non poteva restare inerte di fronte allo scempio della Scrittura, così come fino ad allora era stata tramandata, ed è per questa volontà di preservazione dell’originale tradizione apostolica, le autorità ecclesiastiche proibirono la lettura delle versioni protestanti in quanto ricavate da manoscritti scarsamente attendibili, mutile e spesso segnate da stili polemici ed anticattolici. E’ giusto il caso di ricordare che i vangeli, quindi la tradizione apostolica, poggia sulla versione greca dei LXX. 

Fu esclusivamente per contrastare e prevenire questi pericoli che la Chiesa Cattolica pronunciò ufficialmente con il Concilio di Trento la sua condanna:

Il sacrosanto concilio tridentino ecumenico e generale [...] sa che questa verità e disciplina è contenuta nei libri scritti [della Bibbia] e nelle tradizioni non scritte [...]. Seguendo l'esempio dei padri della vera fede, con uguale pietà e venerazione accoglie e venera tutti i libri, sia dell'Antico che del Nuovo Testamento, essendo Dio autore di entrambi [...]. Lo stesso sacrosanto sinodo [...] stabilisce e dichiara che l'antica edizione della Vulgata, approvata dalla stessa Chiesa da un uso secolare, deve essere ritenuta come autentica nelle lezioni pubbliche, nelle dispute, nella predicazione e spiegazione e che nessuno, per nessuna ragione, può avere l'audacia o la presunzione di respingerla [...] Inoltre stabilisce che nessuno, fidandosi del proprio giudizio [...], deve osare distorcere la Scrittura secondo il proprio modo di pensare” (Concilio di Trento, sessione IV, 8 aprile 1546)

Come si vede, con buona pace di Montanelli e dei protestanti, tale pronunciamento non vieta la lettura della Bibbia, ma solo la limita alla sua traduzione ufficiale latina, non vengono vietate le traduzioni in lingue volgari per uso personale, che infatti continuarono a circolare liberamente, previa approvazione ecclesiastica. Infatti la Bibbia venne integralmente tradotta con approvazione ecclesiastica in lingua inglese verso il 1610 ed anche in lingua italiana verso il 1780. 

Nel frattempo la critica biblica e la ricerca si sono dotate di regole scientifiche comuni validate dalla comunità accademica internazionale cosicché oggi tra le migliori edizioni presenti ce ne sono anche di protestanti come la Riveduta del Luzzi, la Nuova Riveduta, l’American Standard Version, la Revised Standard Version e la New American Standard Bible. Sono fortemente affidabili, risultano frutto di un onesto lavoro di revisione sui testi originali e vengono stampate da autorevoli case editrici. Ma in passato un tale sistema di informazioni e di controlli non esisteva ed era forte il pericolo di manomissioni e contraffazioni che potevano diffondere tra il popolo errori, dubbi ed eresie.

Ciò che impressiona è l’incredibile successo che possono avere questi miti negativi sulla Chiesa Cattolica, in fondo bastava andarsi a leggere i pronunciamenti dei Concili di Tolosa e di Trento, che ho riportato, per capire come stessero effettivamente le cose. Ma se pure una mente eccelsa come quella di Montanelli, si è lasciata trasportare dalla sua ideologia anticattolica, si capisce fin troppo bene che contro l’odio ideologico non si può nulla. 


Bibliografia

A. C. Siegrfied ”La Vita e i lavori di P.P.Vergerio”, Strasbourg, 1857;
R. Cammilleri “Storia dell'inquisizione” 1997.

lunedì 25 dicembre 2017

Buon Natale!!!





A tutti i frequentatori e visitatori del blog auguro
un sereno e felice Natale del Signore!

mercoledì 29 novembre 2017

Biglino e la violenza nella Bibbia

Fra i vari argomenti utilizzati da Biglino per cercare di dimostrare che il Dio d’Israele, Yahweh, non sia altro che un feroce capo militare appartenente alla misteriosa casta degli Elohim, ricorre spesso quello riguardante le atrocità e le violenze presenti nella Bibbia. Secondo Biglino, infatti, tali efferatezze non sarebbero altro che la testimonianza di una guerra in cui gli Ebrei, guidati dal loro capo militare Yahweh, hanno distrutto i loro nemici. Nessun Dio, sostiene Biglino, si comporterebbe in questo modo, comandando ed ordinando assassini, stermini, stragi, stupri, rapine e devastazioni. In libri come il Deuteronomio, ad esempio, Dio ordina lo sterminio di interi popoli abitanti la terra di Canaan (cap. 7), oppure nel libro dei Numeri, dove questo feroce Dio comanda addirittura lo stupro delle giovani Madianite (cap.31).


Biglino sfrutta abilmente la vecchia questione della violenza ordinata da Dio, presente nella Bibbia, per tirare l’acqua al suo mulino. Egli sa bene quanta presa e quale impressione generi questo argomento presso il lettore comune ed infatti l’idea che il dio biblico sia solo un bieco sanguinario è uno degli argomenti più gettonati dai denigratori della religione cristiana. Si tratta di una questione antichissima che si propose già nel II secolo d.C. quando il proto-gnostico Marcione, un vescovo e teologo greco antico, propugnò un primo abbozzo di canone delle scritture da ritenersi vere e sacre, in cui tutto l’Antico Testamento veniva scartato come manifestazione di un Dio cattivo e deteriore. Ma già da allora la Chiesa rifiutò una tale impostazione tenendo sempre in grande considerazione la rivelazione di Dio lungo tutta la storia della salvezza e condannò le tesi marcioniste. Oggi, come un novello Marcione, Biglino denigra l’Antico Testamento, ma in realtà si tratta dell’ennesima visione rozza e primitiva dello studioso piemontese che interpretando letteralmente la Bibbia non riesce, o non vuole, cogliere le vere caratteristiche della rivelazione di Dio che si attua nella Scrittura. Egli sembra non conoscere affatto il metodo storico-critico assolutamente necessario per lo studio scientifico del significato dei testi antichi. La Scrittura riporta il pensiero e l’azione di Dio mediati dall’agiografo e questi sono resi in un linguaggio umano. Ciò che occorre tenere ben presente è il fatto che la Bibbia non è un libro “calato dal cielo”, ma si tratta di una composizione realizzata da autori umani in tutte le sue parti e in tutte le sue fonti. La sua giusta comprensione, quindi, non può che affidarsi, anche e soprattutto, al metodo storico-critico.

Per poter dunque spiegare come sia possibile che Dio ordini queste azioni violente non basta una semplice traduzione letterale, bisogna conoscere la letteratura, la cultura e i costumi attraverso i quali questi autori ci hanno trasmesso questi fatti e la rivelazione con essi veicolata. La Palestina nei secoli XII ed XI prima di Cristo è una terra particolarmente violenta, abitata da popoli sempre in guerra tra di loro. Molti scavi archeologici hanno mostrato la distruzione violenta di diversi insediamenti cananei intorno al 1250-1200, a testimonianza del fatto che l’uso di distruggere le città nemiche ed eliminare tutti i loro abitanti rappresentava l’usuale modo per dirimere le questioni tra fazioni avverse. In quei tempi era anche diffusissima l’usanza di ingraziarsi i favori di dei crudeli e sanguinari attraverso sacrifici umani, anche di bambini. Come, ad esempio, i sacrifici al dio Moloch nei quali i bambini venivano sgozzati e poi bruciati in olocausto. La conquista della Terra di Canaan da parte di Israele, la biblica terra promessa da Dio, è raccontata e presentata come una qualsiasi guerra di conquista di quel tempo, dove era normale e scontato procedere con distruzioni di città ed eccidi dei nemici. Furono atti decisi dai condottieri dell’esercito israelita, Mosè e Giosuè, perché quello era il modo con cui si procedeva ad una conquista bellica. La rivelazione di Dio si presenta, quindi, attraverso la mentalità dell’agiografo di quei tempi dove la possibilità di poter annientare il nemico significa la sopravvivenza per il proprio popolo errante. Dio promette agli israeliti la Palestina e la Bibbia celebra l’avverarsi di tale promessa attraverso la gloria e la potenza di una conquista armata vittoriosa, riflesso, per quegli uomini, della grandiosità del loro Dio.
Gli ordini divini di attuare lo sterminio sono, quindi, un modo enfatico e sacrale per descrivere gli ordini di Mosè o di Giosuè, che secondo l’uso del tempo, adempivano alla volontà divina, perché era Dio che li guidava nella terra a loro promessa. Era un loro comando, ma presentato, secondo l’uso del tempo, come un comando divino, perché essi, come capi, agivano quali intermediari di Dio. 

In questa fase non è possibile ravvisare alcun un giudizio morale da parte della Bibbia, ma solo la rivelazione di un Dio potente che con mano forte guida Israele. La valutazione morale, invece, dev’essere individuata nel progressivo sviluppo etico del popolo ebraico. Quello che Biglino ignora è proprio questa evoluzione e il fatto che la Bibbia trova il suo senso solo in una visione unitaria e progressiva. Non è possibile applicare la nostra visione e la nostra morale contemporanea a vicende puntuali e così distanti nel tempo. La Bibbia espone una progressiva affermazione della morale divina, all’inizio con la vendetta come forma di giustizia: “Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte” (Gen 4,15), per passare alla cosiddetta legge del taglione: “Vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede” (Dt 19,21), fino ad arrivare alle vette del vangelo dove Gesù istituisce la legge dell’Amore: “Avete inteso dire che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5, 43-44). 

Alla luce di tali evidenze il criterio generale di interpretazione deve dev’essere quello di un Dio che si è rivelato servendosi degli uomini, della cultura, dei modi di concepire la santità di Dio e la giustizia tra gli uomini secondo i costumi del tempo. Spiega molto efficacemente il biblista ed ebraista Gianfranco Ravasi: “È stato spiegato a più riprese dagli studiosi che questi limiti dell’Antico Testamento sono legati a un dato fondamentale della Bibbia. Essa non è una collezione di tesi teologiche e morali perfette e atemporali, come sono i teoremi in geometria, bensì è la storia di una manifestazione di Dio all’interno delle vicende umane. È dunque un percorso lento di illuminazione dell’umanità perché esca dalle caverne dell’odio, dell’impurità, della falsità e s’incammini verso l’amore, la coscienza limpida e la verità. Sant’ Agostino definiva appunto la Bibbia come il libro della pazienza di Dio che vuole condurre gli uomini e le donne verso un orizzonte più alto”. (da «Non uccidere!» Il quinto comandamento, Gianfranco Ravasi) 

Illuminante in tal senso è il documento conciliare Dei Verbum, la Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione, che dice: “I libri dell'Antico Testamento, sebbene contengano anche cose imperfette e temporanee, dimostrano tuttavia una vera pedagogia divina […] Dio, ispiratore e autore dei libri dell'uno e dell'altro Testamento, ha sapientemente disposto che il nuovo fosse nascosto nell'antico e l'antico diventasse chiaro nel nuovo" (DV 15-16), 

La Sacra Scrittura, composta in un arco di tempo molto lungo, è un insieme di libri che trova il suo senso generale solo in una visione unitaria. Per comprendere una parte bisogna collegarla a questa visione complessiva, in tutte le sue tappe, dal primo libro dell’Antico Testamento, fino all’ultimo libro del Nuovo. In tale ottica appare chiaro lo sviluppo progressivo della rivelazione divina. Si tratta di un'indicazione preziosa per evitare l’errore di Biglino di affidarci ad una pericolosa interpretazione letterale, che tradisce anziché favorire la comprensione di un dato testo. 



Bibliografia

J. A. Soggin “Storia d’Israele” – Paideia Editrice Bologna 1984;
G. Garbini “Storia e ideologia nell’Israele antico” Paideia, Brescia 1986;
J.M. Miller, J.H. Hayes ”A History of Ancient Israel and Judah” London 1986;
G. Barbaglio “Dio violento? Lettura delle Scritture ebraiche e cristiane” Cittadella, Assisi 1991;
I. Finkelstein, N. A. Silberman ”Le tracce di Mosè. La Bibbia tra storia e mito” Carocci, Roma 2002.