venerdì 30 maggio 2014

E se abolissimo il matrimonio?


Ieri, con un voto trasversale, è arrivato il via libera della Camera dei Deputati alla proposta di legge sul "divorzio breve" una riforma che ora attende solo l'approvazione del Senato per divenire una legge. 
Praticamente, dopo la separazione, una coppia può ottenere il divorzio "giudiziale" dopo solo un anno e non più tre, e quello "consensuale" in appena 6 mesi, indipendentemente dalla presenza o meno di figli.

Questa volta non parlerò di prevaricazioni ed abusi laicisti, il divorzio è una pratica antichissima che appartiene alla natura umana e la società ha tutto il diritto di adottarla. La sacralità del matrimonio appartiene solo ai cristiani che, indegnamente, beneficiano di quell'amore perfetto che gli proviene da Dio. Un Amore vero, non una pagliacciata umana, che è il senso dell'indissolubilità del legame tra l'uomo e la donna.

Ciò che voglio esprimere è solo una profonda tristezza nel constatare a quale basso livello di civiltà è sprofondato il nostro paese. In Parlamento, ieri, si è esultato per questa votazione, tutti assieme, come se non esistessero più i diversi schieramenti, come se fosse stata raggiunto un risultato importante. E, invece, è stata data l'ulteriore stangata all'istituto del matrimonio ridotto ormai ad una patetica farsetta, un ambito del vivere umano svuotato di ogni importanza. Eppure la Costituzione stessa, il nostro vanto di civiltà, vi fonda la società naturale della famiglia, la prima cellula della società. Ma i nostri deputati lo considerano poco più di un reperto archeologico. Chissà se i giudici della Corte Costituzionale, sempre così pronti a castigare l'arbitraria volontà del Parlamento, interverranno anche stavolta a far valere i nobili significati della Magna Carta. Ho i miei dubbi.

Divorzio veloce, indipendentemente dalla presenza o meno di figli. Orpelli, soprammobili, inutili accessori questi figli, come elementi disturbatori  e non parte integrante della famiglia. Nessuna pietà per loro, nessuna speranza di un riavvicinamento dei genitori, nessun diritto di desiderare un ripensamento, di credere al sacrificio per amore. Niente, conta solo la volontà dei genitori, sono sempre i più deboli che ci rimettono. Ecco servito il matrimonio fast food, le unioni modaiole, senza assunzione di impegni e di valori. Del "finché c'è l'amore", come se l'amore fosse una mozzarella con la scadenza. Ma se ci siamo ridotti a questo, non sarebbe meglio abolire il matrimonio? 

Mi fanno ridere, piuttosto, quelli che pensano l'Italia come un paese succube della Chiesa, che vaneggiano di una "Vaticalia", considerazioni di un "laicismo estremo" che ancora agita il fantasma di un non ben identificato potere della Chiesa per giustificare le sue nefandezze.   

    

martedì 27 maggio 2014

La censura laicista in Italia

Nel 2011 è uscito nelle sale americane il film storico “Cristiada” diretto da Dean Wright, con attori del calibro di Andy Garcia, Peter O’Toole e Eva Longoria, basato sulla Guerra dei Cristeros (o Cristiada, da cui il titolo) combattuta negli anni ’30 dai cattolici Messicani contro il governo massonico ed anticlericale del presidente Plutarco Elías Calles che perseguitava la Chiesa Cattolica. Sono passati ormai tre anni e non vi è ancora traccia, e penso mai ce ne sarà, di questo film nelle sale italiane.

Un fatto veramente strano vista la larga diffusione che nel nostro paese hanno avuto le pellicole a carattere storico come, ad esempio, “Le Crociate” di Ridley Scott (2005), “Agorà” di Alejandro Amenábar (2009), Il “Codice da Vinci” di Ron Howard (2006), “Il nome della Rosa” di Jean-Jacques Annaud (1986) e così via. Come mai il film “Cristiada”, invece, non ha avuto lo stesso trattamento?

Se analizziamo queste pellicole ci si accorge immediatamente che sono tutte legate da un comune denominatore che è quello di essere pesantemente anticristiane, ed anticattoliche in particolare. I cristiani vi compaiono sempre come delle persone violente, assetate di sangue e di potere e la Chiesa Cattolica, invariabilmente, una losca associazione a delinquere che ha falsificato, ucciso, oppresso ogni anelito di libertà e progresso.
Ovviamente è perfettamente inutile sottolineare il fatto che la storia propugnata da questi film è per lo più falsa, piena di errori madornali, volta unicamente a calunniare per alimentare un ormai diffuso pregiudizio anticattolico. Convinzioni come la falsità storica dei vangeli canonici, la brutale persecuzione dei pagani, l’efferatezza dell’inquisizione, delle crociate, le trame segrete del vaticano, ecc., sono ormai entrate, dopo anni ed anni di falsità laiciste, nell’immaginario collettivo.

Un film come “Cristiada” che denuncia l’orrendo massacro di preti, vescovi e semplici fedeli, colpevoli solo di essere cristiani, da parte di un governo anticlericale e laicista, è troppo scomodo da far vedere. Si correrebbe il pericolo di rovinare l’enorme lavoro di condizionamento delle menti e delle coscienze che ha pazientemente esercitato la lobby laicista. Troppo scomodo mostrare un’aspetto della storia così distante dalla vulgata laicista ancora imperante nella cultura italica. In nessun libro di storia nelle nostre scuole si troverà mai traccia del vergognoso operato del laicista e massonico presidente messicano Plutarco Elías Calles, fanatico robespierriano emulatore della Rivoluzione francese. Nessuno parlerà mai ai ragazzi delle stragi laiciste in Vandea nel 1796, delle leggi laiciste anticristiane nella Spagna del 1931, di quelle laiciste cinesi degli anni ’50 o Sovietiche degli anni ’30.

Il fatto che in Italia non si sa potuto vedere questo film rappresenta un fatto gravissimo che dimostra come nel nostro paese la cultura, ad ogni livello, è controllata da una lobby laicista che condiziona pesantemente la libertà personale.

giovedì 22 maggio 2014

La violenza laicista sui bambini


Dopo il Belgio, la Francia, i Paesi Bassi ecco che anche dalla Gran Bretagna giungono notizie dell’avanzata del “progresso” laicista. Il Servizio sanitario britannico offrirà a spese dello Stato un trattamento farmacologico per ritardare la comparsa della pubertà ai bambini fin dall’età di 9 anni. Tutto ciò allo scopo di iniziare precocemente la terapia per un cambio di sesso. Il trattamento sarà riservato ai soggetti che si sentono a disagio con la propria identità sessuale e che potrebbero aver desiderio di sottoporsi ad un intervento chirurgico dopo l’adolescenza. La terapia consiste in iniezioni mensili di farmaci capaci di bloccare lo sviluppo degli organi sessuali del bambino inibendo la produzione di testosterone ed estrogeni. L’eventuale iniziativa del Servizio sanitario britannico ha suscitato anche molte proteste e ha dato vita ad un dibattito sulla liceità di somministrare farmaci così pesanti ed invasivi, capaci di sconvolgere lo sviluppo normale e naturale del bambino. 


A mio modo di vedere si tratta dell’ennesima sopraffazione della mentalità laicista che nega il valore della complementarietà dei sessi, della famiglia, della genitorialità proponendo il falso dogma della teoria “gender” dove ogni organizzazione e strutturazione della natura è disprezzata e rifiutata, un incrocio fra una dottrina pseudo-scientifica e un bisogno politico, che ha finito col tramutarsi in una ideologia. 

L’aspetto più grave è che tale ideologia viene progressivamente imposta in modo falso e subdolo, spacciata per “progresso”, per “civiltà” e, come al solito, a farne le spese sono sempre i soggetti più deboli, cioè i bambini. A loro, ancora non in grado di poter prendere autonomamente decisioni di tale portata, vengono purtroppo propinati, secondo falsi modelli non scientificamente provati, pesanti sconvolgimenti del corpo ed indicibili sofferenze, invece di fornire cure veramente appropriate secondo lo sviluppo naturale e rispettose della dignità del corpo umano.

giovedì 8 maggio 2014

Soldi si e soldi no, a seconda dei casi.


Tanto per riportare alla realtà i laicisti che, cadendo dalle nuvole, ritengono non giustificate le rimostranze dei cristiani per la deriva laicista fortemente anticristiana che va imponendosi nel nostro paese, segnalo l'ennesimo episodio discriminatorio verso le ragioni dei cristiani, che in questi giorni si sta consumando a Roma.

Il 4 maggio scorso, tra la puntuale e totale indifferenza delle principali testate giornalistiche, circa 40.000 persone hanno dato vita a "Marcia per la vita - 2014", annuale appuntamento per ribadire con forza il valore universale del diritto alla vita. Il corteo ha percorso le vie del centro per giungere a piazza San Pietro in tempo per la preghiera dell' Angelus con il Papa. L'iniziativa non ha avuto alcun patrocinio da parte del sindaco Ignazio Marino, che, con la motivazione della mancanza di fondi, non solo non ha fornito alcuna assistenza ai marciatori (bottigliette d'acqua, WC chimici, ecc.), ma non ha nemmeno ritenuto opportuno fare una fugace apparizione, comportamento alquanto strano visto che si reputa pure cattolico.

Il nostro caro sindaco avrà lo stesso comportamento con il gay pride del prossimo 7 giugno? Ma neanche per sogno! Il Comune di Roma ha fatto sapere che darà il suo patrocinio all'iniziativa fornendo ogni supporto e che il sindaco stesso parteciperà alla manifestazione. Quindi, i soldi per le iniziative pro-life dei cristiani non ci sono, ma, sorprendentemente, spuntano fuori per le manifestazioni dell'orgoglio omosessuale. Ecco un'altra dimostrazione di come in Italia si stia imponendo un regime laicista che, con la politica dei due pesi e due misure, fa aperto ostruzionismo nei confronti dei cristiani.

mercoledì 30 aprile 2014

La Chiesa e i regimi totalitari.

Domenica scorsa, in San Pietro a Roma, si è celebrata la canonizzazione dei due papi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, che maggiormente hanno inciso sulla vita della Chiesa del XX secolo. L’evento è stato senza precedenti ed ha richiamato nella città eterna oltre ottocentomila fedeli da ogni parte del mondo. In un’atmosfera magica di felicità e raccoglimento, la Chiesa cattolica ha celebrato e ringraziato la Provvidenza divina per aver donato al suo popolo questi due umili, ma portentosi, strumenti di pace e giustizia.


Ovviamente questa manifestazione di fede e di gioia dei cristiani ha dato molto fastidio alla propaganda laicista che non ha esitato, su siti di informazione, blog e social, a spruzzare tutto il suo veleno per cercare in ogni modo di offuscare la figura dei due papi. In questa corsa al discredito il più colpito è stato senza dubbio il papa polacco a cui, rigorosamente senza alcuna prova reale e verificabile, è stato addebitato ogni sorta di nefandezza, dalla pedofilia all’omicidio/suicidio di Roberto Calvi. 


Ma l’accusa più ricorrente è stata sicuramente quella di aver appoggiato i regimi di destra sudamericani, quindi di aver approvato l’uccisione di migliaia di innocenti. Ovviamente il tutto senza produrre uno straccio di prova convincente che non sia altro che qualche foto di papa Wojtyła in compagnia del dittatore cileno Pinochet. Questa visita ufficiale del papa polacco è quindi la pietra dello scandalo che ha fatto stracciare le vesti a tutti i benpensanti laicisti. Stranamente, però, la stessa reazione non si è avuta per la visita del 1998 del papa a Cuba, quando si faceva fotografare in compagnia del dittatore locale Fidel Castro. E’ evidente che per i laicisti i soprusi dittatoriali si differenziano per il loro colore politico.



C’è scritto nel vangelo di Matteo: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Mt 9, 9-13) e quale anima più malata di Pinochet poteva trovare il papa? La sua visita pastorale in Cile nel 1987 ebbe proprio questo significato: denunciare la mancanza di democrazia nel paese. Il papa in quell’occasione invitò esplicitamente i cattolici cileni a "muoversi verso la democrazia". Certamente egli abbracciò pubblicamente il dittatore, ma fece lo stesso con alcuni oppositori del regime (R. Suro. “John Paul Calls for Chileans to Move Toward Democracy”. New York Times, 3 aprile 1987). Il papa non prese le parti di nessuno, ma richiamò tutti alla pace ed alla giustizia. E, così, anche per il regime militare di Videla in Argentina, i laicisti accusano il locale nunzio apostolico, rappresentante del papa, Pio Laghi, di appoggio al dittatore, ma pochi sanno delle lettere da lui indirizzate ai dittatori argentini per chiedere chiarimenti circa la sorte dei desaparecidos. Ingerenze di Laghi nella politica interna del regime che lo fecero dichiarare nel 1980 "persona non gradita" con relativa espulsione dal Paese (Bruno Passarelli e Fernando Elenberg,”Il Cardinale e i desaparecidos. L'opera del Nunzio Apostolico Pio Laghi in Argentina”, EDI 1999, pp.304-305).


L’operare della Chiesa ha una sua logica ben precisa: fermezza nel condannare i principii criminali, ma anche scendere a compromessi nel trattare con i regimi già oggetto di totale deplorazione. Anche la Chiesa, infatti, ha una sua politica, che non è certo quella, come falsamente sostiene la propaganda laicista, di ambire ad un qualche potere, ma di vigilare che i cristiani usufruiscano della libertà religiosa negli Stati dove si trovano a vivere. La politica della Chiesa, dato che non è possibile condizionare né essenzialmente, né durevolmente alcun regime, è di necessità una politica di compromesso e di ricerca del male minore, suppone un certo opportunismo e non pretende di essere infallibile.


Esempi eclatanti sono stati gli accordi concordatari con i regimi totalitari, che la Chiesa stipulò pur non mancando di condannare, a livello dei principii, le ideologie fasciste, naziste e comuniste. Nel 1929 vennero firmati i Patti lateranensi con l’Italia fascista per preservare l’indipendenza del Vaticano e tutelare i cristiani, ma nel 1931 Pio XI pubblica l’enciclica “Non abbiamo bisogno” con cui viene condannata l’ideologia fascista e dopo che il concordato viene ripetutamente violato proprio tra i cattolici nascono numerosi movimenti antifascisti. La Chiesa stipulò un concordato anche con la Germania nazista nel 1933 proprio per difendere e tutelare la comunità cattolica locale, ma ciò non impedì a Pio XI di pubblicare l’enciclica “Mit brennender Sorge” dove viene condannato il nazionalsocialismo hitleriano. Purtroppo i cattolici poterono fare ben poco per impedire i crimini del nazismo, che considerava il cristianesimo come un vero e proprio nemico. 

La Chiesa non ebbe nessuna ostilità preconcetta nei confronti della repubblica instauratasi in Spagna nell’aprile 1931, ma la guerra civile che ne seguì vide gli anarco-sindacalisti e comunisti lasciarsi andare ad orrende esecuzioni sommarie di sacerdoti, religiosi e religiose. Giocoforza la difesa della religione si identificò con la causa franchista. Nel 1971, però, verso la fine del franchismo, la nuova Chiesa cattolica spagnola, con la nomina dei vescovi che non dipendeva più dall’approvazione del Caudillo, arrivò a deplorare pubblicamente certi atteggiamenti assunti durante la guerra civile. Infine, i rapporti con la Russia sovietica, primo paese al mondo a fare aperta professione di ateismo e a prefiggersi ufficialmente la distruzione di ogni tipo di vita religiosa. La Chiesa, con papa Pio XI, condannò il comunismo come “intrinsecamente perverso” (n°58 della “Divini Redemptoris”), ma negli anni sessanta, dopo lo stalinismo, Giovanni XXIII, che distinse tra la dottrina comunista e i governi comunisti al potere, e Paolo VI, procedettero ad un riavvicinamento mirando all’interesse dei cattolici dei paesi orientali, pur non ottenendo sempre grandi risultati.

Gli accordi stipulati con i regimi totalitari non furono affatto iniziative infelici, essi sopravvissero sia la nazismo che al fascismo e i cristiani tedeschi e italiani ne hanno indubbiamente beneficiato. E con loro centinaia di poveri ebrei perseguitati che hanno potuto usufruire della protezione loro offerta da tantissime chiese e famiglie cristiane. D’altra parte, però, quale che sia la sua politica, la Chiesa, grazie alla luce della Rivelazione, alla fedeltà alla Tradizione ed alle promesse di Cristo, non può mai tacere sugli errori che incontra. Pio XI denunciò i crimini di Stalin trentacinque anni prima di Solzenicyn. 

Considerazioni di prudenza politica influirono sicuramente negli interventi dei papi, ma la Chiesa non ha timore di sembrare in contraddizione, se questo è necessario per non mancare al proprio compito.

Bibliografia

R.A. Graham “Il Vaticano e il nazismo” Cinque Lune, Roma, 1975;
P. Scoppola, F. Trianello “I cattolici tra fascismo e democrazia” Il Mulino, Bologna, 1975;
G. Von Rauch “Lenin. Alle origini del sistema sovietico" Edzioni Paoline, 1971;
G. Hilger “Stalin. Ascesa dell’URSS a Potenza mondiale” Edizioni Paoline 1973;
W. Gorlitz, “Adolf Hitler” Edizioni Paoline, 1973;
I.R. Safarevic, “La legislazione religiosa nell’URSS” Edizioni Paoline, 1977.           

mercoledì 23 aprile 2014

Il nuovo ratto delle sabine

Nell’indifferenza più totale dei media nostrani, la coraggiosa voce cattolica asiatica dell’UCA news ha denunciato il vergognoso “traffico” di donne cambogiane e vietnamite che con la falsa promessa di un lavoro vengono portate in Cina e costrette a sposare uomini cinesi. Molte famiglie di questi due paesi si sono rivolte a organizzazioni non governative per denunciare questa spaventosa violazione dei diritti umani. 

Questa violenza non è altro che l’ennesimo frutto delle criminali politiche sociali tipiche dei governi laicisti come quello cinese. Ben trentacinque anni di applicazione della folle legge del figlio unico, imposta nel 1979 dal regime di Deng Xiao Ping, il successore del “grande timoniere” Mao Tse-tung, unitamente al fatto che la maggior parte delle coppie cinesi abbia cercato di avere un figlio maschio, potendo abortire liberamente i feti femmina, hanno determinato uno squilibrio tra i due sessi con le donne che cominciano ad essere poche rispetto ai maschi.

Ecco un ottimo esempio di cosa può determinare la disperata visione laicista della vita, la distruzione del valore individuale della persona e l'illusione di poter disporre di tutto senza tener conto alcuna morale naturale. Squilibri che inevitabilmente danno luogo a violenze e prevaricazioni, proprio quello che sta accadendo in Cina, tragico esempio della visione laicista della realtà. 

Fonte:
http://www.leggo.it/NEWS/ESTERI/uomini_donne_cina_tratta/notizie/647578.shtml

venerdì 18 aprile 2014

Il Pelagianesimo, la negazione della grazia di Dio.

Nel mio servizio di catechista battesimale un tema che suscita sempre molto interesse, relativo alla pratica sacramentale del Battesimo cristiano, è quello che riguarda la responsabilità comune di tutti gli uomini per la presenza del male nel mondo, in altre parole il peccato originale. Molte persone non capiscono come mai dei bambini così piccoli devono farsi perdonare un peccato che non hanno mai commesso. 

Anticamente questo tema fu al centro di una polemica sorta nella Chiesa del V secolo da parte di Pelagio, da cui prende il nome il relativo movimento, un asceta laico, cioè una sorta di monaco non facente parte di alcun ordine, proveniente dalla Bretagna. Secondo questo predicatore il peccato originale non macchiò affatto la natura umana, quindi l’uomo sarebbe ancora in grado di scegliere il bene o il male senza uno speciale aiuto divino. Per il pelagianesimo il peccato di Adamo fu solo quello di aver portato un "cattivo esempio" alla sua progenie, senza che le sue azioni abbiano avuto altra conseguenza.

Pelagio predicò liberamente in Italia fino al 410 e assieme al suo discepolo Celestio, un avvocato romano, fu molto attivo a Roma. Presto, però, i due predicatori dovettero rifugiarsi in Africa per sfuggire alle violenze dei Visigoti guidati da Alarico e da lì Pelagio proseguì la sua fuga verso Oriente, mentre Celestio restò a Cartagine. Celestio è colui che conferì al movimento pelagiano una sistematizzazione razionale e che perfezionò le tesi contro la trasmissione del peccato originale e la morte dovuta al peccato. La predicazione di queste tesi suscitarono la reazione della Chiesa locale che, nel 411, si riunì in un sinodo e condannò Celestio e la sue tesi. Diversamente da Celestio, Pelagio in Oriente, per riguardo alla sua alta statura morale, ricevette un'accoglienza favorevole e addirittura un sinodo, a Diospoli in Palestina nel 415, lo assolse dall’accusa di eresia. Questa assoluzione, però, non fu mai accettata dalla Chiesa africana e la questione portata a Roma determinò la definitiva condanna delle tesi pelagiane dapprima da parte di papa Innocenzo I nel 417 e poi da papa Zosimo, nel 418, che scrisse una lettera di condanna, passata alla storia come “Epistola tractoria” (cioè enciclica), indirizzata a tutti i vescovi.

L’impegno ascetico personale ed il risalto dato alla libertà dell’uomo, da parte del Pelagianesimo, che arrivò perfino a considerare il ruolo di Gesù solo come la presentazione di un "buon esempio" in grado esclusivamente di bilanciare quello di Adamo, portò a negare la radicale debolezza dell’uomo e l’inclinazione alla concupiscenza, come poi definirà il Concilio di Trento, cioè che l’uomo, come dice San Paolo, sperimenta nelle sue membra una legge che è contraria a quella dello spirito: fa il male che non vuole e non fa il bene che vuole. La Scrittura insegna chiaramente la realtà del peccato originale e le sue conseguenze catastrofiche nell’uomo (Genesi 3, 14-19), negare tali conseguenze porta anche a negare il bisogna della redenzione di Cristo.

Il Pelagianesimo si appellava alla libertà umana per arrivare a negare la necessità della grazia di Dio, ma tale impostazione è totalmente contraria alla Scrittura. La trasmissione della colpa dei primi uomini a tutta l’umanità è chiaramente sottolineata dalle parole di San Paolo nella sua lettera ai Romani dove afferma che Adamo ha riversato su tutti i discendenti il peccato e la condanna. Solo con la redenzione di Gesù, il nuovo Adamo, l’umanità può rinascere di nuovo a vita eterna (Rm 5, 12-21). Sempre nella lettera ai Romani San Paolo ci parla delle conseguenze del peccato, cioè della concupiscienza, l’inclinazione al male, che è il frutto del peccato originale (Rm 7, 15-25). Solo attraverso Cristo, quindi, è possibile vincere il peccato, perché senza di Lui, noi non possiamo fare nulla (Gv 15, 1-8) e siccome non c’è salvezza se non in Cristo è necessario aderire a Lui attraverso la fede e ricevere il Battesimo per la remissione dei peccati (Atti 2, 37-41).

Bibliografia 

Catholic Encyclopedia, Volume I. New York 1907, Robert Appleton Company 
Giovanni Filoramo, D. Menozzi (a cura di), "Storia del Cristianesimo", I, Roma-Bari 1997. 
Angelo Clemente, "Il libro nero delle eresie", Milano, Mondolibri, 2008
http://www.treccani.it/enciclopedia/pelagianesimo/
http://it.wikipedia.org/wiki/Pelagianesimo
http://it.cathopedia.org/wiki/Pelagianesimo

giovedì 10 aprile 2014

Quale progresso con la fecondazione eterologa?

La Corte Costituzionale ha bocciato il divieto di fecondazione eterologa previsto dalla legge 40 del 2004, ancora una volta la Consulta è intervenuta per sancire l’incostituzionalità di questa martoriata legge. A questo punto sarebbe molto interessante sapere dove sia tale incostituzionalità, quale diritto della Carta Costituzionale sarebbe stato violato. 

Tutto lascia supporre che la Consulta, organismo ormai succube dell’imperante mentalità laicista, abbia voluto tutelare il diritto di autodeterminazione della coppia e, quindi, il diritto a volere un figlio, a tutti i costi. Ma esiste veramente un diritto ad avere per forza un figlio? Una coppia che si ama veramente desidera, non pretende, un figlio e lo si accoglie come un frutto di amore reciproco e donazione, non cerca di ottenerlo a tutti i costi con chiunque. Non esiste un diritto ad avere figli, perché non sono “cose” che si possono pretendere, così come facciamo col prosciutto dal salumiere. I figli, in quanto persone umane, si possono solo desiderare ed accogliere avendo l’attenzione di rispettare i loro diritti, quelli veri, di essere amati per quello che sono naturalmente, e non perché scelti in una banca del seme. 

Purtroppo si sta assistendo ad una preoccupante deriva morale per cui tutto ciò che è possibile diviene lecito. L’unica cosa che conta è ciò che la scienza ci permette di fare, come se ciò giustificasse ogni mezzo per realizzare ogni nostro volere. La scienza e il progresso, vero o falso che sia, divengono l’unico criterio morale accettato, generando così una costante confusione su ciò che bene e benessere. Nella fattispecie la Consulta ha accolto il ricorso di una coppia divenuta sterile per delle cure anti tumorali, ma pochi hanno accennato all’età avanzata della madre, come se affrontare una gravidanza a 54 anni fosse una cosa normale. 

Ovviamente il vuoto legislativo creato da tale sentenza dovrà essere colmato, ma i pericoli connessi con la liberalizzazione della fecondazione eterologa sono tanti e gravi. Si potrà evitare il commercio dei gameti? Studentelli che per pochi spiccioli lasciano il loro seme? Tra le donne in poche sanno che la “donazione” degli ovuli richiede un intervento chirurgico, preceduto da un pesante trattamento ormonale che sarà fonte di squilibri per tutta la vita. Si potrà evitare l’affitto degli uteri? Povere donne, in genere indiane, che vengono trattate come animali di allevamento per soddisfare i desideri di danarosi occidentali? Si potrà evitare la realizzazione di banche del seme dove scegliere il patrimonio genetico preferito? E il diritto del nascituro a conoscere il suo genitore naturale, sancito dall’ art. 7.1 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza? Si scontrerà inevitabilmente con quello dei genitori e del donatore di restare anonimi. Siamo sicuri che il tutto sarà a costo zero (psicologici) per il figlio? Ma, oltre alle remore morali, c’è anche una motivazione scientifica per le perplessità sulla fecondazione eterologa. Se il figlio nato con tale fecondazione scopre di avere una malattia genetica e serve il riscontro nei genitori e nei fratelli, in quanti sanno che sarà impossibile rintracciarli? 

A questo porta la mentalità laicista: soddisfare sempre i propri desideri spacciandoli per diritti, calpestando i veri diritti degli altri. Si pensa sempre, egoisticamente, ad ottenere tutto ad ogni costo, quando se si vuole amare davvero esiste l’istituto dell’adozione che permette veramente di offrire amore a coloro che ne sono drammaticamente privi.

lunedì 31 marzo 2014

I guasti del laicismo: il caso della Francia


Come è stato per la Spagna, anche in Francia assistiamo agli effetti deleteri che accompagnano l’avanzata del laicismo. Il governo ultralaicista di Hollande sta superando ogni immaginazione demolendo i cardini di una democrazia pluralista e smantellando sistematicamente secoli di cultura cristiana. In poco tempo, nonostante il paese avesse bisogno di affrontare problemi ben più urgenti, è stato introdotto il matrimonio per le coppie omosessuali che ha distrutto il valore della famiglia naturale come cellula fondamentale della società umana, i cui diritti sono esclusivi e da tutelare in modo particolare. 

Nel 2013 il ministro dell’istruzione, Vincent Peillon, una persona piena di preconcetti noti a tutti avendo, infatti, dichiarato che: "non si potrà mai costruire un paese libero con la religione cattolica", ha imposto in tutte le scuole pubbliche la “Carta della laicità”, un documento che limita fortemente la libertà personale vietando di indossare qualsiasi simbolo religioso e di professare qualsiasi convinzione religiosa. Ciò in modo da imprimere nei giovani l’idea che esista una netta separazione tra religione e libertà e che ci sia la necessità di sopprimere la religione escludendola da ogni percorso formativo. 
Il ministro degli affari sociali e della Salute, Najat-Belkacem, ha addirittura attivato un sito internet governativo per promozionare l’interruzione di gravidanza di fatto derubricandola ad un mero sistema contraccettivo. 
L’Alto consiglio francese per l’uguaglianza tra uomini e donne (Hcefh) ha promesso l’imminente abolizione della legge che permette l’obiezione di coscienza per i medici nel caso dell’effettuazione di un’interruzione di gravidanza. In tema di limitazione della libertà personale non bisogna dimenticare che la Francia vieta l’esposizione di simboli religiosi in tutti gli uffici pubblici. Alle donne musulmane, ad esempio, è vietato di portare il velo in pubblico così come i cristiani non possono indossare catenine con il crocifisso. 

Il governo francese ed il suo laicismo hanno avuto anche un “riconoscimento” nel rapporto annuale sulla libertà religiosa stilato dagli Stati Uniti che per la prima volta hanno inserito un paese dell’Europa occidentale nella lista nera dei paesi che negano la libertà religiosa. La Francia, in compagnia di paesi come la Corea del Nord, la Cina, l’India, il Pakistan, ecc., ha una laicità troppo “aggressiva” che non permette alle persone religiose di esprimere a pieno la propria fede. 

In Francia si sta assistendo allo sfacelo determinato dall’imposizione del laicismo, lo Stato che diviene l’unica autorità educativa, l’unico soggetto autorizzato a trasmettere valori “neutrali” ai cittadini, non sono ammessi pluralismi, tutto deve essere omologato, le differenze non vanno valorizzate, ma combattute ed eliminate. Il famigerato Peillon, in pieno delirio mistico-laicista, ha chiaramente tracciato la strada intrapresa dal governo transalpino dichiarando che: “La rivoluzione implica l’oblio per tutto ciò che precede la rivoluzione. E quindi la scuola gioca un ruolo fondamentale, perché la scuola deve strappare il bambino da tutti i suoi legami pre-repubblicani per insegnargli a diventare un cittadino. È come una nuova nascita, una transustanziazione (sic) che opera nella scuola e per la scuola, la nuova chiesa con i suoi nuovi ministri, la sua nuova liturgia e le sue nuove tavole della legge”. Una logica aberrante che sembra aver riportato la Francia ai tempi degli orrori della rivoluzione, quando nella follia illuminista veniva considerato un delitto credere in Dio. In questo programma il cristianesimo, e tutte le religioni, divengono dei nemici perché portatrici di una visione della realtà contraria a quella disperatamente relativista ed immanentista del laicismo. Inevitabilmente, come nel caso della Spagna e della Francia, è questo il destino di ogni società che rinnega le sue origini cristiane, una guerra contro Cristo condotta in nome di un falso e distorto valore della laicità che produce solo arretratezza morale, sopraffazione dei più deboli, limitazioni della libertà personale. 

Sono di queste ore le notizie della clamorosa sconfitta elettorale di Hollande alla seconda tornata delle consultazioni municipali che hanno avuto il valore di un vero e proprio referendum sull’operato del primo ministro. I francesi hanno fatto chiaramente intendere che sono insoddisfatti delle false battaglie di Hollande per diritti inesistenti e la repressione di quelli esistenti, mentre la disoccupazione aumenta e l’economia non decolla. Speriamo che la Francia, faro indiscusso di democrazia e libertà, ritorni presto sui suoi passi.

giovedì 20 marzo 2014

La Chiesa e la violenza


La Chiesa, il sacro bordello. La storia della chiesa è piena di violenza e complotti, infiltrazioni e tradimenti”. Così riassume la storia della Chiesa il famoso giornalista e scrittore laicista Corrado Augias. La sua è la tipica posizione della falsa storiografia laicista che, tra le altre cose, accusa la Chiesa di aver portato e fomentato la violenza nella società umana durante i secoli in cui esercitava indiscusso il suo potere morale e politico. Per i laicisti la Chiesa avrebbe scatenato guerre per il proprio tornaconto, suscitato le crociate per la sua smania di proselitismo, sterminato intere popolazioni per il solo fatto di essere pagane o eretiche.

Come si può rispondere ad un’accusa così pesante? Possibile che la Chiesa di Cristo, chiamata a portare e a vivere in prima persona il suo messaggio di pace, possa essersi macchiata di un tale elenco di nefandezze? L’unica risposta possibile è lo studio della storia, libero e senza preconcetti, il quale mostra come sia strumentale e falsa la storiografia laicista. 

Dopo l’età antica, in cui la violenza era parte integrale della vita della società, e dopo le spaventose violenze dovute alle invasioni barbariche ed alle guerre che si susseguirono senza sosta fino al IX secolo, anche nell’Europa, ormai divenuta un impero cristiano, in cui sta affermandosi il feudalesimo, una società fondata essenzialmente su legami di vassallaggio tra il signore e il suo vassallo, la violenza è sempre presente. Infatti, nonostante il signore concedesse un beneficio feudale in cambio di servizi resi dal vassallo, questi legami sono spesso alquanto precari e la pace è difficile da mantenere. Capitava frequentemente che il signore tendesse a farsi giustizia per conto proprio muovendo guerra ai suoi nemici. La guerra privata era, quindi, un fenomeno quotidiano che portava insicurezza sociale per tutta la popolazione disarmata che viveva in quelle terre. I vari eserciti delle innumerevoli signorie tendevano a diventare una vera e propria casta ereditaria specializzata nel campo militare. 

Dalla fine del X secolo e fino al XII, la Chiesa lungi dall’essere promotrice di violenza, come afferma falsamente la storiografia laicista, cerca piuttosto, di mettere un freno alla violenza e “codificare” la guerra attraverso le istituzioni della “Pace di Dio” e della cavalleria. Già nel 989 e 980 i concili regionali di Charroux e di Narbona denunciarono la violenza diffusa e lanciarono il movimento della “Pace di Dio”. Con tale istituzione la Chiesa trovò il modo di imporre ai combattenti professionali, i milites romani che vanno trasformandosi in cavalieri, alcune regole: portare rispetto verso i poveri, le vedove, ecc., non portare armi in determinati periodi, né in determinati luoghi. Il combattente s’impegna a seguire queste regole e a prestare giuramento sul Vangelo. Nel 1016 il concilio di Verdun-sur-Doubs chiese a tutti i cavalieri di giurare sul Vangelo di difendere i deboli e di non abbandonarsi ad atti di violenza. Sotto l’ispirazione della Chiesa la cavalleria, da banda armata senza controllo, orienta la propria funzione verso la difesa del popolo e il mantenimento dell’ordine e della pace. Nacquero, così, per un’esigenza di difesa della pace le famose virtù cavalleresche che divengono un modello per tutta l’aristocrazia europea. Icona tipica di tale fenomeno è, nel XII secolo, la Canzone di Orlando, dove si delinea la figura tipo del cavaliere cristiano ”senza macchia e senza paura”. 

Nel XI secolo il movimento della “Pace di Dio” si estende alla Spagna, all’Italia, alla Germania in modo che in tutta l’Europa cristiana le forze originariamente violente vengono convogliate nella difesa del popolo e la tutela della pace. Nasce anche il movimento della “Tregua di Dio”, codificato nei concili di Arles (1037-1041), per ottenere l’interruzione dei conflitti almeno in certi periodi dell’anno (tempi liturgici maggiori e nelle domeniche). 

Oltre a tutto ciò bisogna anche ricordare la figura del “cavaliere di Cristo”, la “nova militia” costituita dai nascenti ordini militari o cavallereschi nati espressamente per proteggere i pellegrini. L’esempio più significativo è costituito dalle crociate che prendevano l’avvio proprio in quel periodo per un’oggettiva necessità di ripristino del diritto. Niente a che vedere con azioni di proselitismo o conquiste imperialiste, ma veri e propri pellegrinaggi armati per l’autodifesa. La Chiesa favorì anche la formazione di coalizioni armate per difendere gli inermi e proteggere la pace, come nella battaglia di Civitate del 1053. In quegli anni l’Europa cristiana era interessata dalle frequenti invasioni degli eserciti pagani come i normanni, provenienti dal nord, gli ungheresi dall’est e le incursioni dei mussulmani saraceni dal sud. L’attività degli eserciti chiamati sotto le insegne di Pietro e dei cavalieri degli ordini militari monastici, benché, talvolta deviata in vere e proprie operazioni di guerre di conquista e saccheggi, come lo scandalo della IV crociata o la barbarie dei cavalieri teutonici, episodi condannati dagli stessi papi del tempo, presentano la formula tipicamente medioevale del combattente cristiano che consacra la propria esistenza alla difesa dei fratelli e alla gloria di Cristo. 

Purtroppo la violenza è un fenomeno insito in ogni società umana e i diritti individuali e comunitari non si possono far valere senza ricorrere ad una certa violenza (guerre, scioperi, ecc.). Dare, quindi, la colpa alla Chiesa perché nel periodo storico in cui esercitava un'influenza diretta sulla società esisteva la violenza e la guerra è un’operazione chiaramente strumentale. D’altra parte lasciare che si propaghi l’abuso senza cercare di porre un rimedio può costituire un danno al bene comune. Se la violenza non può essere soppressa occorre almeno cercare di limitarla con tutti i mezzi. Invece di enunciare pii desideri, la Chiesa cercò di limitare la violenza attraverso l’educazione delle coscienze, esigendo che si rinunci ad imporre il proprio diritto con qualsiasi mezzo e restringendo il più possibile il campo della violenza legale. 

Oggi la Chiesa ha perso la sua influenza diretta sulla società e, in una società secolarizzata come la nostra, sembra difficile che possa ricondurre l’attività militare e la violenza in genere, in un contesto ecclesiale, attraverso un giuramento sul Vangelo. Ma non per questo i moniti della Chiesa sono mancati, in ogni tempo le condanne della violenza dei papi e dei vescovi, l'attività di molti membri della Chiesa in favore dei movimenti per la pace e per i diritti dell’uomo sono i segni di un’attenzione sempre presente per l’affermazione della pace. 

Bibliografia 

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