martedì 27 agosto 2013

La legge contro l'omofobia: una nuova discriminazione?


Di questi tempi, in Italia, imperversa la discussione sull’opportunità o meno dell’approvazione di una legge speciale che condanni unicamente la discriminazione basata sull’orientamento sessuale, la cosiddetta legge contro l’omofobia. Ma come potrebbe funzionare una legge simile? Diverrebbe reato anche considerare l’omosessualità come un’anomalia, cioè potrebbe essere inserito il reato d’opinione? Ovviamente le associazioni gay assicurano di no ed anche un rappresentante del Parlamento, l’on. Michela Marzano, ha pesantemente criticato chi teme che dalla legge sull’omofobia derivino limitazioni per la libertà di espressione dei credenti. C’è da fidarsi? 

Per avere un’idea di come potrebbe funzionare una legge del genere ho fatto una piccola ricerca su quello che succede all’estero, in paesi dove la legge contro l’omofobia è già in vigore da alcuni anni. In Canada, ad esempio, dove sono permessi i matrimoni gay e vige una rigida legge contro l’omofobia, la Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Legge canadesi ha fatto pressione affinché gli Ordini degli Avvocati non ammettano alla pratica forense i laureati in legge della Trinity West University. Questa università, infatti, ha fatto sottoscrivere ai suoi studenti un codice comportamentale che prevede la rinuncia a rapporti prematrimoniali per onorare “la sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna”. Ma tale pronunciamento è stato considerato omofobo perché ritiene “sacro” solo il matrimonio eterosessuale. Così i laureati cristiani dovranno rinunciare al loro credo se vorranno in futuro lavorare. Per approfondire qui

Altri illuminanti esempi ci giungono dagli States. Nello stato dell’Oregon, ad esempio, due coniugi cristiani che gestiscono una pasticceria specializzata in torte nuziali sono finiti sotto inchiesta perché, per motivi religiosi, si sarebbero rifiutati di confezionare una torta per un matrimonio gay. Nello stato dell’Iowa, invece, un’altra coppia di cristiani è stata incriminata in quanto si è rifiutata, per motivi religiosi, di affittare un locale per lo svolgimento della cerimonia del matrimonio tra due persone omosessuali. Per approfondire qui

Non sembra proprio, dove è stata applicata questa legge, che ci si limiti a condannare la discriminazione sessuale, ma si nota piuttosto una certa tendenza ad imporre una nuova visione della realtà ed a criminalizzare le opinioni e le convinzioni di coloro che hanno il coraggio di professare e difendere la proprie idee. Che succederà in Italia con la legge contro l’omofobia? Si potrà ancora dire “padre” e “madre” o sarà discriminazione verso le coppie gay? Si potrà ancora festeggiare la festa della mamma o del papà senza essere considerati violenti omofobi? Si potrà ancora dire che l’omosessualità è un disturbo comportamentale? Si potrà ancora affermare che l’omosessualità è divenuta normale solo in seguito ad una votazione senza che sia stata fornita uno straccio di motivazione scientifica? Si potrà ancora leggere in pubblico la lettera ai Romani di San Paolo? 

Paure e fobie ingiustificate o l'avvento di una nuova forma di discriminazione? 

mercoledì 14 agosto 2013

A che serve una legge contro l'omofobia?

Ci risiamo, la propaganda laicista è tornata all’attacco con il suo pezzo forte: la strumentalizzazione dei fatti di cronaca. Mi riferisco al dramma avvenuto a Roma del suicidio di un ragazzo di 14 anni perché, così affermano la maggior parte dei media, discriminato in quanto omosessuale. Subito si è levato lo sciacallaggio di tutte le associazioni gay italiane che non hanno perso occasione per speculare su una tragedia pur di usarla per forzare la mano al Parlamento sulla legge contro l’omofobia. Addirittura il presidente della Camera, Laura Boldrini, ha tuonato indignata per i “ritardi” nell’approvazione di questa legge.   
Ma, invece di urlare tanto per accaparrarsi notorietà e vantaggi, perché nessuno dice che questa legge non servirà a niente? Se ci fosse stata questa legge il ragazzo non si sarebbe suicidato? Il reato di omofobia o l’aggravante specifica in realtà non servono perché il nostro codice penale già persegue l’istigazione al suicidio (art. 580), anche se questo non dovesse avvenire, con pene fino a cinque anni di reclusione. E’ già previsto dal nostro codice penale anche il reato di ingiuria che sanziona chi lede l’onore e il decoro di una persona (art 594), la diffamazione (art 595), la diffamazione per mezzo stampa (art. 596 bis) e l’aggravante comune per aver agito per motivi abietti o futili (art. 61).
Ma, poi, perché il bullismo verso gli omosessuali dovrebbe essere più condannato di quello verso gli eterosessuali? Perché fare una legge ad hoc solo per alcuni casi isolatissimi di discriminazione? In Italia, infatti, le persone con tendenze omosessuali sono veramente poche: appena poco più dell’1% (cfr. R. Marchesini, Omosessualità, in T. Scandroglio, Questioni di vita & di morte, Ares, p. 154), e che sicuramente non tutto questo 1% subirà discriminazioni. Ripeto: abbiamo già il codice penale, a che serve una nuova legge?
La paura è che anche in Italia la lobby gay internazionale sta avendo la meglio cercando di accaparrarsi vantaggi sociali di ogni sorta a scapito della tutela giuridica degli eterosessuali destinata ad essere sempre più meno efficace. Sto esagerando? Con questa nuova legge sarà ancora garantita la libertà di espressione? La libertà di considerare innaturale ciò che è innaturale?

giovedì 1 agosto 2013

L'uomo, l'evoluzione e lo spirito

Leggendo gli ultimi commenti al post precedente ho notato un certo interesse, tra alcuni frequentatori del mio blog, per le questioni riguardanti la teoria dell'evoluzione delle specie secondo la quale l'uomo non sarebbe altro che il prodotto finale di un lungo processo di adattamento all'ambiente.

Come è noto il maggior esponente e divulgatore di tale teoria è stato il famoso sceinziato inglese Charles Darwin che con la sua opera "L'origine della specie", del 1859, illustrò in modo ordinato e circostanziato, corredata da una gran mole di evidenze scientifiche, una teoria sull'evoluzione che ancora oggi è un cardine della scienza moderna. In pratica Darwin fu il primo a codificare delle regole ben precise secondo le quali spiegò scientificamente come le specie vegetali ed animali non sono caraterizzate da una fissità ed immutabilità, ma sono il risultato di un continuo processo di adattamento alle condizioni ambientali che eserciterebbero una pressione selettiva esistente tra le forme viventi. La pubblicazione di tale teoria causò un vero e proprio terremoto nella società inglese puritana di allora in quanto contraddiceva apertamente le diffuse teorie "scientifiche" di un intervento divino diretto sulla natura e contrastava con l'interpretazione letterale della Creazione secondo il libro della Genesi.

Nonostante si trattasse semplicemente di una teoria, proprio per questa forzosa contrapposizione tra Bibbia e scienza, nel corso degli anni, Darwin  la sua teoria divennero un vero e proprio manifesto ateista ed agnostico. Ancora oggi i laicisti, strumentalizzando l'opera di Darwin, ne hanno fatto un vessillo di anticristianesimo ignorando quanto sia sbagliato porre la Bibbia e la scienza sullo stesso piano. Non è la Bibbia a sbagliare, ma la sua interpretazione letterale.

Personalmente sono un uomo di scienza (sono laureato in scienze agrarie e svolgo una attività lavorativa in campo scientifico) e questa mia formazione scientifica mi porta a considerare la teoria dell'evoluzione come quella più probabile e che, anche essendo cristiano, non ho alcuna difficoltà ad accettare. Come, allora, conciliare l'origine divina dell'uomo e la sua evoluzione? L'uomo è solo un animale oppure possiede quella scientilla divina che i credenti chiamano anima?

Il mio ragionamento è semplice: se l'evoluzione, grazie alle sue rigide regole, cioé la pressione selettiva esercitata dall'ambiente, l'innato istinto di sopravvivenza delle specie viventi, l'esistenza di una grande varietà genetica ereditabile, è stata in grado di "costruire" l'organismo che meglio si adatta ad ogni ambiente, come mai con la specie "Homo sapiens" questo fenomeno non ha avuto la stessa efficacia? Tutti gli organismi viventi esistenti, dai protozoi alle piante, fino ai primati, costituiscono l'espressione del migliore adattamento possibile all'ambiente attuale, non ci sono errori, un meccansmo perfetto. Ma, purtroppo, nell'uomo tutto ciò non si è verificato, infatti la complessità eccessiva del suo cervello, apicale risultato dell'evoluzione, lo svincola dalle stesse leggi evolutive. L'uomo, infatti, in virtù di questa sua complessità cerebrale è una testimonianza vivente del fallimento del fenomeno evolutivo.

L'uomo, infatti, con la sua complessità cerebrale sa curarsi sempre meglio, sottraendosi alla selezione naturale; con la sua complessità cerebrale può decidere autonomamente di suicidarsi contravvenendo all'istinto di sopravvivenza; oppure con la sua complessità cerebrale può decidere di non riprodursi, ponendo un freno al meccanismo della perpetuazione della specie, addirittura è in grado di distruggere lo stesso ambiente in cui vive, cioé il fattore primario che ha determinato la sua stessa evoluzione e, quindi, la complessità del suo cervello. Una vera e propria implosione del sistema evolutivo.
Bisogna, quindi, ammettere che fino alla comparsa delle scimmie l'evoluzione ha ben funzionato, poi il meccanismo perfetto si è inceppato. Ma se calcoliamo che sul nostro pianeta ci saranno milioni e milioni di organismi viventi, come mai l'evoluzione ha prodotto solo una specie sbagliata cioé l'uomo "Homo sapiens"? E come mai una regola ferrea, scientificamente ineccepibile, possa, all'improvviso, non esser più valida?

Secondo il mio modesto avviso le probabilità che l'evoluzione abbia funzionato male solo nel caso della specie umana sono infinitamente poche. Allora, perché l'uomo può agire contro le regole dell'evoluzione? Ma l'uomo è veramente costituito dalla sola materia?

martedì 9 luglio 2013

Il male e il cristianesimo

Uno dei misteri più profondi che caratterizzano la nostra esperienza di vita è certamente l’esistenza del male, cioè della scelta dell’uomo di non operare il bene, e del dolore ad esso associato. Ho scoperto che per molte persone non credenti gran parte di questo “male” sia in realtà solo un artificio della Chiesa creato allo scopo di esercitare potere e dominio su tutti gli uomini. 

Mi capita spesso di frequentare blog in cui viene aspramente criticata la visione cristiana ed addirittura accusata la Chiesa di aver ordito un immenso inganno per soggiogare l’umanità con la paura del peccato e dell’inferno. Secondo quest’accusa con l’invenzione biblica di Adamo e Eva, che colgono "il frutto proibito" macchiandosi del primo peccato, la Chiesa avrebbe inventato una sorta di contagio del male che avrebbe determinato un’umanità peccatrice. Con la paura dell’inferno, reputato luogo appositamente costituito per punire i peccatori, la Chiesa eserciterebbe un potere immenso decretando chi deve essere punito e chi salvato. 

Secondo questa parte del pensiero ateo, quindi, viviamo tutti in un grande inganno, eppure chiunque è in grado di accorgersi che il mondo è pieno di male e malvagità. E questa condizione è sperimentabile in ogni ambiente umano, in ogni società, non solo in quelle dove è presente l’influenza del cristianesimo e della Chiesa cattolica. E’ un dato di fatto che il male, purtroppo, è una caratteristica distintiva di ogni società umana, proprio come un’epidemia che affligge l’uomo fin dalla sua comparsa su questo pianeta. Il Cristianesimo, contrariamente ad una visione atea ed agnostica che semplicemente rimuove il problema, affronta il tema del male, e dalla sofferenza associata, cercando di trovare una motivazione.

Il Cristianesimo non inventa alcunché, non fa altro che proporre una visione di questa realtà e presentare Cristo come l’unica via di salvezza. La si può accettare o meno, tutti sono liberi, nessuno è costretto. Chi è cristiano ritiene che aderire a Cristo comporti gioia e una vita realizzata, cioè una vita felice. Di conseguenza chi è lontano da tale gioia non può che essere triste. Non esiste alcuna punizione, nessuna Chiesa punitrice, né un Dio vendicativo. 

L’idea dell’inferno che hanno molti atei è, francamente, ingenua ed infantile. Potrebbe Dio, che è eterno Amore, quindi eterna Misericordia, e vuole che tutti gli uomini siano salvi (1 Tm 2, 4), creare un luogo di punizione? Il Catechismo della Chiesa Cattolica è molto chiaro su questo punto: 

Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da Lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva autoesclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola «inferno»”. 

e ancora: 

Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno; questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine”. 

(Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte I, sez. II, cap. III, art. 12, commi 1033 e 10379). 

La Chiesa professa chiaramente che l’inferno e il male non sono affatto una punizione, ma una tragica possibilità dovuta alla mancanza di una scelta verso il bene dell’uomo. Le ridicole accuse degli atei laicisti non sono altro che menzogne generate dal loro odio verso il cristianesimo e la Chiesa. 

Ciò non toglie, molto più seriamente, che il tema della presenza del male nel mondo e del suo rapporto con la giustizia di Dio, resta un argomento molto importante sul quale addirittura una vera e propria branca della teologia, chiamata teodicea, è chiamata continuamente a confrontarsi.

martedì 4 giugno 2013

L'influenza del cristianesimo sulle leggi romane


"Il mio concetto di religione è simile a quello di Lucrezio: la considero una specie di malattia, frutto della paura e fonte di indicibile sofferenza per l'umanità". 

Così si esprime il famoso filosofo britannico Bertrand Russell nel suo saggio “Perché non sono cristiano” del 1930, osannato punto di riferimento per il pensiero laicista. La religione, specialmente quella cristiana, avrebbe introdotto la paura e la superstizione determinando una arretratezza, quasi un freno, alla crescita della nostra cultura. 

Questa posizione così estrema si ritrova frequentemente alla base di molta parte del pensiero laicista che reputa la Chiesa cristiana, in special modo quella cattolica, come un vero e proprio cancro che si è propagato contro ogni progresso intellettuale. Solo con l’illuminismo e l’affermazione delle idee laiche di progresso e civiltà si sarebbe formata la società odierna. 

Ma quale base storica hanno tali prese di posizione? Siamo di fronte ad una denuncia che ha un valore storico o alla solita accusa gratuita? Io penso che questo sia uno dei luoghi comuni più diffusi tra i laicisti e che sia il frutto di una profonda ignoranza della storia. Se invece di farsi prendere dalle proprie ideologie si avesse una maggiore onestà intellettuale, ci si accorgerebbe che le cose non stanno proprio in questo modo. 

Nel IV secolo l’Europa conosce una delle più grandi trasformazioni della civiltà umana, il cristianesimo diviene la religione ufficiale dell’impero romano e ciò determinò l’inizio di un cambiamento sociale dapprima sfumato, poi sempre più profondo. I cristiani inizialmente non cominciarono col tentare la legislazione romana, ma la loro influenza comincia a farsi sentire soprattutto sui costumi e sui comportamenti sociali. Le lettere di Paolo, rifacendosi agli insegnamenti di Cristo, definiscono in maniera matrimoniale alcuni principi nuovi, come l’indissolubilità del vincolo, gli obblighi del capo di famiglia, il valore della verginità, i valori della procreazione, del sacramento e della fedeltà. Questa nuova dottrina introduce gradualmente nella società romana il valore ontologico della vita umana precedentemente totalmente sconosciuto. Ciò portò immediatamente all’interdizione di pratiche normalmente in uso presso la società pagana di allora come l’esposizione dei neonati, il commercio dei bambini, l’aborto. I combattimenti dei gladiatori vengono progressivamente sostituiti da spettacoli meno cruenti. La morale cristiana incoraggia il riconoscimento di certi doveri, così nascono le prime istituzioni caritative da parte delle comunità cristiane come le elemosine per i poveri e l’ospitalità per stranieri e viandanti. 

E’ in questo contesto, ad esempio, che nasce l’istituzione dei luoghi di cura che oggi chiamiamo ospedali, proprio nel 372 san Basilio inizia la costruzione di “ospizi dei poveri”. La Chiesa sostenendo nella società romana del IV secolo la “fede operosa mediante la carità” non fa altro che esercitare una pressione morale sugli individui determinando la nascita del senso di solidarietà fra gli uomini. Tutto ciò destò perfino ammirazione in un contesto dominato da una religiosità vuota e formalista che non conosceva alcuna tensione verso la solidarietà. A riprova di ciò si inserisce l’opera dell’imperatore Giuliano l’Apostata (331-363) che, volendo restaurare il paganesimo, si ispirò ampiamente al cristianesimo prendendo come modello le sue istituzioni caritative. In una delle sue lettere scrisse appunto che pur disprezzandolo, l’unico aspetto del cristianesimo che lo colpiva era l’attività caritativa della Chiesa (“L’Empereur Julien" Ep. 83” J. Bidez). 

Da quando il cristianesimo divenne tollerato sotto Costantino e poi religione di stato sotto Teodosio I un numero sempre più crescente di cittadini cominciò a far riferimento ai principi evangelici, specialmente tra le classi dirigenti, così cominciò a divenire possibile una iniziativa sulla legislazione. Le leggi romane, progressivamente, cominciarono ad essere trasformate nel senso di una liberazione dell’uomo, della comunicazione tra le classi all’interno della società ed il rispetto della persona. Nel 320 risale la promulgazione delle prime leggi con modifiche che rendono più umano dei regime carcerario romano (Codice di Teodosio II), nel 374 si hanno le prime leggi che proibiscono l’infanticidio, nel 434 si ha definitiva proibizione dei combattimenti gladiatori, ecc. 

Nasce un nuovo diritto romano, profondamente trasformato dall’avvento del Cristianesimo che sicuramente rimane al di sotto delle esigenze della morale cristiana, ma ciò non toglie nulla al fatto che la traduzione legislativa dei principi cristiani, che plasmerà i nostri attuali codici civile e penale, è uno dei grandi servizi che la Chiesa ha reso all’umanità. 


Bibliografia 
B. Biondi, “Il diritto romano cristiano” Giuffré, Milano, 1954; 
C. Leppeley, “L’impero romano e il cristianesimo” Mursia, Milano, 1970;
W. Thomas E. jr., “Come la Chiesa Cattolica ha costruito la Civiltà Occidentale” Cantagalli 2007; 
 F. Agnoli, “Indagine sul Cristianesimo” Ed. Piemme, Milano, 2010;

lunedì 27 maggio 2013

La Francia insorge


Il 18 maggio scorso in Francia è stata promulgata dal presidente della Repubblica, Hollande, la famigerata legge denominata «Mariage pour tous» (Matrimonio per tutti). 
Questa legge in pratica abolisce il principio fondamentale del matrimonio uomo-donna e, concedendo la possibilità a tutti di adottare dei bambini, stabilisce il nuovo principio che un bambino possa nascere da due uomini o da due donne. Una legge che stravolge la stessa natura umana a scapito del carattere universale delle identità sessuali femminile e maschile. 

Tradendo la fiducia della maggioranza dei Francesi, il Presidente della Repubblica, il Governo e i Parlamentari, con il solo appoggio di una lobby ultraminoritaria, con un colpo di mano, hanno imposto una legge assurda che dietro il paravento della concessione del matrimonio a tutti, hanno introdotto il criminale principio del “diritto al figlio” e dell’adozione per tutti. 
Questa legge, in pratica, sancisce che possa esistere la “generazione spontanea” negando a tutti i futuri cittadini il sacrosanto diritto di avere un padre ed una madre e a coloro che verranno adottati impone la violenta privazione o della madre o del padre. Si tratta di una legge che letteralmente crea degli orfani di padre o madre. 

Tutto ciò non poteva passare senza sollevare un’onda gigantesca d’indignazione nell’opinione pubblica francese che si è espressa ieri a Parigi nella colossale manifestazione di protesta con circa un milione di partecipanti. Scrivo questo post per diffondere nel web un’altra voce a favore ed informazione della grandiosa azione di protesta del popolo francese, a fronte del penoso e sconfortante silenzio dei media italiani succubi del potere della lobby laicista.

martedì 14 maggio 2013

La Trinità negata: l'eresia modalista


Abbiamo già visto come alla fine del II secolo il discorso teologico sui rapporti tra la natura e le persone di Dio portò ad una forte opposizione da parte di alcuni movimenti che reagirono proclamando l’assoluta unicità di Dio. Tali movimenti degenerarono in una eresia a cui Tertulliano, per primo, mise il nome di “monarchianismo”. Questa eresia sottolineò l’unità divina fino a negare la distinzione delle persone, ma ciò avvenne in due forme differenti: l’adozionismo, che abbiamo già visto, cioè un monarchianismo dinamico in cui Dio subisce un cambiamento per poter essere “ospitato” dall’uomo Gesù e un monarchianismo “modale” in cui si afferma che le tre persone non sono altro che tre modi di manifestazione dell’unico Dio. 

Mentre l’adozionismo nacque in un ambiente non molto acculturato, il monarchianismo “modale” trae tradizionalmente origine dalla teologia di Noeto, vescovo di Smirne, e dal suo discepolo Prassea, persone di grande cultura. I due, all’inizio del III secolo, vennero a Roma per ottenere il favore di papa Zefirino (199 – 217) e poter divulgare e diffondere la loro dottrina “modalista”. Nonostante Tertulliano si scagliò contro di loro scrivendo la sua opera “Adversus Praxean”, papa Zefirino e il suo successore Callisto (217 – 222) videro inizialmente di buon occhio questa forma di monarchianismo come una teologia semplice che affermava l’unicità di Dio e per la fiera opposizione dei modalisti al montanismo. A Roma il seguace di Prassea, Epigono, e successivamente il suo seguace Cleomene, arrivano a fondare una vera e propria scuola di cui ben presto ne divenne il leader Sabellio un presbitero di Tolamide, in Cirenaica, che nel 217 si era recato a Roma. 

Mentre a Roma è salda la fede in un’unica sostanza in tre persone (Tertulliano diceva tres personae, una substantia), Sabellio arriva a sostenere che le tre persone non sono altro che dei modi di manifestarsi dell’unico Dio che, invece, è una sola persona, cioè un’unica hypostatis (Novaziano De Trinitate, 12) che agisce attraverso le modalità del Figlio e dello Spirito Santo. Quindi il Padre come tale crea, come Figlio s’incarna e patisce e come Spirito Santo discende sugli apostoli, ma è sempre l’unica persona e l’unica sostanza che compie tutto ciò. Questa teologia discende dal termine latino persona che corrisponde al greco prosopon, cioè la maschera del teatro che indicava il ruolo che quell’attore svolgeva, quindi lo stesso attore che a seconda della maschera indossata esercitava il ruolo che la maschera rappresentava: un’unica persona, il Padre, che si mette diverse maschere, cioè esercita diversi ruoli nella storia della salvezza. Come conseguenza di questo ragionamento, anche Sabellio traeva conclusioni patripassiane: il Padre, in realtà, si era incarnato, aveva vissuto e patito la Passione. 

L’eresia di Sabellio è evidente, se è sempre il solo Padre che agisce, allora la Trinità è inutile. Questo, fatalmente, procurò a Sabellio la scomunica del papa, Callisto, attorno al 220. Su questo punto la Scrittura è molto chiara, la formula battesimale che Cristo consegna agli apostoli, con molta chiarezza e semplicità, ci parla dell’unità di sostanza. Un solo nome, un solo Dio, ma in tre persone che sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Così Paolo saluta i corinzi parlando di grazia, amore e comunione che sono ognuna proprietà delle tre persone divine (2 Cor 13, 11-13). 

La preoccupazione maggiore della Chiesa, nel suo sforzo di preservare l’autenticità della fede trasmessa dagli apostoli, fu quindi quella di fare attenzione a non esagerare con l’unità di Dio fino a negare la distinzione delle persone, né ad esagerare con la Trinità, cioè la distinzione delle persone negando l’unicità della natura divina e cadendo, in sostanza, nel politeismo. 

Bibliografia 

Catholic Encyclopedia, Volume I. New York 1907, Robert Appleton Company

venerdì 3 maggio 2013

Il rispetto laicista verso il credo altrui 2



Ci risiamo, ormai l'appuntamento del concertone del primo maggio, che ha perso totalmente il suo significato originario, non è altro che un penoso palcoscenico per ogni sorta di volgarità ed insulto contro il cristianesimo e la Chiesa Cattolica.

Stavolta gli sconosciuti appartenenti ad una band giovanile, altrettanto sconosciuta, hanno pensato bene di farsi un po' di pubblicità scimmiottando l'Eucaristia mimando la consacrazione dell'ostia con un profilattico. Ennesima triste dimostrazione di come sia inesistente, da parte laicista, il rispetto dei credenti e della fede altrui. Questo episodio non è altro che la conferma di cosa è caratterizzato il modo d’espressione laicista: ignoranza, volgarità, incapacità di rispettare le convinzioni altrui. Siamo alle solite: dalle oscene vignette del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, le sodomizzazioni della Guzzanti, fino al bombardamento escrementizio di Castellucci, tutto viene posto nel loro tritacarne d’intolleranza e dileggio. Per il laicismo l’insulto e l’invettiva sono la propria normale forma espressiva.

Io mi domando: con quale coraggio il laicismo può permettersi di criticare il cristianesimo e l'azione stessa della Chiesa Cattolica? Come possono i laicisti accusare i cristiani di prevaricazione ed intolleranza? Questa ipocrisia è insopportabile, il laicismo ha abbondantemente dimostrato come sia una ideologia violenta e contraria ad ogni più elementare forma di democrazia.

domenica 14 aprile 2013

Diritti dei gay, si ma quali?


Mentre in Francia il presidente François Hollande, temendo le ripercussioni mediatiche della grande manifestazione del 26 maggio prossimo in favore della famiglia naturale, gioca d'anticipo anticipando i tempi per l'approvazione della legge sulla legalizzazione del matrimonio e dell'adozione per le coppie omosessuali, in Italia dobbiamo registrare anche il rimprovero del presidente della Consulta, Franco Gallo, che ha redarguito le Camere sul loro mancato intervento in materia di diritti delle coppie omosessuali.

Il magistrato ha parlato di un problema di mancato rispetto di tali diritti, ma non ha specificato a quali diritti allude. Il riconoscimento giuridico di una stabile unione oppure la legalizzazione di un vero e proprio matrimonio con tanto di possibilità di adozione? Tale ambiguità non poteva fare altro che generare confusione e avvelenare ancor di più il dibattito. Infatti le varie associazioni omosessuali già parlano di apertura al matrimonio omosessuale come se questo fosse il diritto negato alle persone omosessuali, mentre la sentenza 138/2010, richiamata proprio dal presidente della Consulta, ha escluso l’illegittimità costituzionale delle norme che limitano l’applicazione dell’istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna.

Ovviamente i diritti di due persone omosessuali che costituiscono una coppia devono essere difesi e riconosciuti, ma da qui ipotizzare di poter togliere alla famiglia naturale le prerogative assicurate dalla Costituzione ce ne corre. La natura del matrimonio è quella di fare figli e di poter adottare, perché composta da una donna e da un uomo. Tutto ciò non può essere trasformato in un diritto per una coppia di persone omosessuali.

giovedì 28 marzo 2013

Sola Scriptura? Il difficile dialogo con i protestanti.

Tra i più irriducibili e spietati avversari della Chiesa Cattolica che mi è capitato di conoscere ci sono stati alcuni appartenenti ad un gruppo religioso di origine protestante appartenente all’universo delle cosiddette “Chiese Evangeliche”. Anche in rete è facile imbattersi in siti dove gruppi di cristiani riformati si producono in invettive e contumelie verso i cristiani cattolici, considerati delle povere vittime della Chiesa Cattolica Romana, ritenuta la Grande Babilonia evocata dall’Apocalisse di Giovanni.

L’origine di tutte le critiche risiede nel fatto che gli Evangelisti adottano in modo integralista i cosiddetti “Cinque sola” della Riforma Protestante:

-Sola fide, cioè solo attraverso la Fede l'Uomo viene giustificato, 
non dalle buone opere;

-Sola gratia – cioè solo attraverso la Grazia di Dio l'uomo viene salvato, non dalle sue azioni;

-Solus Christus – cioè solo Cristo
, non la Chiesa, ha autorità sui fedeli;

- Sola scriptura
– solo le Scritture stanno alla base della fede cristiana, non la tradizione della Chiesa

-Soli Deo Gloria – cioè solo Dio è degno di ogni gloria ed onore.

Tra queste cinque formule quella che viene più frequentemente utilizzata per rimproverare la Chiesa Cattolica è certamente la “Sola Scriptura”. Il Cattolicesimo avrebbe aggiunto alla Rivelazione tutta una serie di false dottrine che non essendo giustificabili con la sola Scrittura costituirebbero un allontanamento dall’originale fede apostolica. Questa impostazione ha, però, un grosso punto debole, infatti, come è noto, è stata la Tradizione della Grande Chiesa Cattolica, nel corso dei primi due secoli dell’era cristiana, che ha individuato un canone degli scritti apostolici distinguendo quelli da ritenersi ispirati e costituenti così la Parola di Dio. Tutto ciò implica necessariamente il fatto che la sola Scrittura non può essere il solo locus theologicus, ma che occorre anche considerare come tale la Tradizione della Chiesa da cui il primo locus dipende.

Forte di tale convincimento ho sentito il bisogno di confrontarmi con gli amministratori di un sito web d’ispirazione evangelica, scelto a caso tra quelli più fortemente critici con la Chiesa Cattolica (nella fattispecie un sito di Pentecostali), con l’intento di capire su quali basi storico-teologiche possano fondare tanta sicurezza delle proprie tesi e giustificare tanto livore nei confronti del credo cattolico.

Cominciai, così, per suscitare il dibattito, a porre un quesito: come si può essere sicuri che i veri vangeli siano quelli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni e non invece quelli di Tommaso, Filippo o di Giacomo? Mi fu risposto che è stato lo Spirito Santo ad illuminare gli uomini guidandoli a capire ed individuare i vangeli come la vera Parola di Dio. Risposta alquanto laconica, allora insistetti: ma chi furono questi uomini illuminati dallo Spirito? Feci notare che il Canone delle Scritture, cioè quello che i cristiani riconoscono come Parola di Dio, è stato definito da vari Concili. Innanzitutto il Concilio di Trento del 1546 che ha riaffermato un elenco di libri canonici già riportato dal Concilio di Firenze del 1441. Fu, in pratica, l’ufficializzazione di una scelta ormai consolidata che si formalizzò nei concili africani di Ippona (393 d.C.) e di Cartagine (397 d.C. e 419 d.C.). Ma prima di questi Concili sappiamo che già nel II secolo papa Pio, morto nel 157, aveva approvato una prima lista ufficiale di testi da ritenersi ispirati (Canone Muratoriano). Fatta questa premessa feci notare ai Pentecostali che se ritengono come ispirati solo i vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, cioè quelli scelti dalla Chiesa Cattolica, riconoscendo così implicitamente che in tale Chiesa ha operato lo Spirito Santo, su quali basi poi negano il resto della sua dottrina? In pratica non si capisce come fanno i Pentecostali a stabilire, e con quali strumenti, quando la dottrina cattolica sbaglia e quando, invece, è giusta.

L’interlocutore pentecostale ammise che furono dei vescovi cattolici a proclamare ufficialmente quali fossero i libri ispirati e quelli non ispirati, cioè quelli che dovevano essere considerati Scrittura e quali non dovevano esserlo, ma precisò che tali vescovi non erano cattolici romani perché allora non esisteva il papato come lo intendiamo oggi. Secondo loro, a quel tempo al vescovo di Roma non era affatto riconosciuto il primato di giurisdizione sopra tutti gli altri vescovi, come invece avviene oggi. Il vescovo di Roma, per quanto godesse di prestigio perché vescovo di una delle chiese più antiche, non avrebbe avuto il potere che ha oggi.

Quindi per i pentecostali, quelli che ho potuto contattare, occorre dividere la Chiesa Cattolica Romana dal resto della Chiesa Universale e fu solo quest’ultima a riconoscere (non a stabilire) il canone del Nuovo Testamento. Secondo loro questa fantomatica Chiesa Cattolica Romana, il cui vescovo, a quei tempi, non era affatto considerato come capo universale della Chiesa Cattolica, non avrebbe avuto parte nel processo di formazione del Canone delle Scritture ispirate. Inoltre, sempre secondo ciò che mi fu riferito, il Canone non avrebbe preso la sua autorità dai Concili della Chiesa Antica in quanto questa possedeva già la Scrittura. Secondo i pentecostali i Concili si limitarono a proclamare in maniera pubblica e solenne quello che la Chiesa per secoli aveva già accettato.

Queste risposte hanno una qualche giustificazione storica? I vescovi che nel 397 al Concilio di Cartagine non appartenevano forse ad un’unica Chiesa? Nel IV secolo non c’era ancora stato alcuno scisma all’interno della Chiesa cristiana, quindi replicai ai pentecostali che non è giustificabile pensare che i vescovi che hanno partecipato al Concilio non fossero tutti in comunione tra loro e, quindi, anche con la Chiesa di Dio a Roma.

Anche l’idea che la Chiesa di Roma nel IV secolo non avesse ancora un riconosciuto ruolo di guida della cristianità si scontra con molte evidenze storiche: nel I secolo, a soli 60 anni dalla morte di Gesù il vescovo di Roma, Clemente I, manda lettere pastorali alla Chiesa di Corinto; Ignazio di Antiochia, agli inizi del II secolo, scrivendo ai romani, riconosce nella Chiesa di Roma quella che può insegnare alle altre per i meriti di Pietro e Paolo; Policarpo, vescovo di Smirne, martirizzato nel 167, va a Roma per consultare il papa Aniceto sulla questione della datazione della Pasqua; Policarpo, vescovo di Smirne, martirizzato nel 167, va a Roma per consultare il papa Aniceto sulla questione della Pasqua; Ireneo, vescovo di Lione, nel II secolo, nel suo "Adversus haereres", indica nella comunione con la Chiesa di Roma il criterio sicuro per conoscere l'autentica regola della fede, trasmessa dalla tradizione apostolica; nel II secolo i vescovi eretici, come Marcione, Valentino, ecc., vanno proprio a Roma per tentare di vedersi validare le loro dottrine; nel III secolo papa Stefano riesce ad imporre a tutta la Chiesa cristiana il riconoscimento della validità del battesimo amministrato dagli eretici e scismatici; il vescovo di Cartagine Cipriano nel suo "De Cath.Eccl.unitate" afferma che "non c'è che una sola Chiesa e una sola Cattedra" cioè quella di Pietro, di Roma; ecc.

Ma è ingiustificata anche la teoria che il Canone non dipenderebbe la sua autorità dai Concili perché la Chiesa avrebbe posseduto già la Scrittura. Certamente nei primi tre secoli esisteva già un corpus iniziale della Scrittura, formato dai quattro vangeli e da pochi altri scritti, ma non era affatto chiaro e universalmente riconosciuto cosa fosse o meno ispirato. Quindi di fronte alla confusione portata dagli eretici (gnostici, montanisti, marcionisti, ecc.) la Chiesa, attraverso i Concili, ha stabilito ufficialmente, guidata dallo Spirito Santo, quale Scrittura fosse veramente ispirata. Non ha senso, quindi, affermare che il Canone non ha preso la sua autorità dai Concili, senza questi che lo fissarono, un Canone non sarebbe potuto neppure esistere.

A questa mia ultima replica non ottenni più risposta, ma solo un messaggio sulla mia posta privata che recitava:

Ho visto che scrivi sul blog, ma cosa ti interessa la storia? Non dovresti piuttosto ravvederti e credere all'Evangelo, invece di sapere come sono andate le cose tantissimo tempo fa? Ho deciso di non perdere tanto tempo con questa questione inutile

Curioso l’atteggiamento di questi Pentecostali, condannano senza riserve la Chiesa Cattolica per la sua storia, ma mi invitano a tralasciarla per potermi ravvedere.