venerdì 21 febbraio 2014

Fede e ragione: una storia infinita

L’ateismo contesta alla religione, ed al Cristianesimo in particolare, il fatto di essere un prodotto effimero ed illusorio della mente umana. Dalla critica colta e raffinata di Feuerbach fino all’ateismo sgangherato di Odifreddi, il pensiero ateo nega alla religione ogni contatto con la ragione, ritenendoli completamente incompatibili. 

Il filosofo tedesco, pur essendo lontano dal becero anticlericalismo illuminista, scriveva che: “Essendo Dio e l’uomo in un rapporto antitetico, la ragione deve distruggere l’illusione perniciosa chiamata Dio, che si pone al suo posto dell’Uomo” (L. Feuerbach, "L’essenza del cristianesimo”), intendendo con questo definire la religione come una mero prodotto irrazionale della mente umana in cui proiettare i propri bisogni e le proprie aspirazioni sperando in una loro realizzazione ideale.

Ma anche l’ateismo più semplice ed ingenuo, come quello, per intenderci, del matematico Piergiorgio Odifreddi, che, ad esempio, scrive: “Non possiamo essere Cristiani, e meno che mai Cattolici, se vogliamo allo stesso tempo essere razionali e onesti. La ragione e l’etica sono infatti incompatibili con la teoria e la pratica del Cristianesimo” (Piergiorgio Odifreddi, “Perché non possiamo essere cristiani - e meno che mai cattolici”), ha come denominatore comune la convinzione di ritenere la religione essenzialmente una irrazionalità. 

Nel proporre tale contrapposizione l’ateismo, che, ricordiamo, è un fenomeno recente nella storia dell’umanità, crede di aver introdotto un elemento di novità nel discorso sulla ragione e la fede, ma in realtà la questione ha origine molto antiche. Nei primi secoli dell’era cristiana il pensiero logico razionale in Occidente era costituito essenzialmente dalla filosofia aristotelica e finché questa riguardò discipline come la grammatica o la retorica venne facilmente armonizzata con la religione cristiana. Fu Agostino d’Ippona che si prodigò a trovare questo punto di equilibrio, ma dal XIII secolo in poi cominciarono a diffondersi, tradotte in latino da precedenti versioni arabe, altre opere di Aristotele sulla filosofia della natura, sulla metafisica e sulla morale. Questo aristotelismo, com’era stato interpretato dal filosofo arabo Averroé e tramandato dai commentatori arabi, che ne furono gli intermediari, si presentava già costituito in un sistema chiuso, autosufficiente, in netta opposizione con la fede cristiana, che presentava una visione razionalistica del mondo da cui si trovava esclusa ogni idea di creazione. La cristianità medioevale si trovò costretta ad ammettere l’esistenza di una doppia verità: quella secondo la fede e quella secondo la ragione.

Tutto ciò avrebbe potuto determinare un conflitto insanabile e relegare la religione e la fede in Dio nell’ambito dell’irrazionalità, molto tempo prima dell’avvento dell’ateismo. Ed, infatti nel 1210 il Concilio di Parigi arrivò addirittura a proibire le opere fisiche e metafisiche di Aristotele. Fu il genio di Tommaso d’Aquino a rendere il pensiero aristotelico propedeutico al pensiero cristiano dimostrando per primo che fede e ragione non sono in antitesi, ma che quest’ultima non serve solo per conoscere il mondo sensibile, del divenire, ma può addirittura essere un supporto alla fede. Tommaso dimostrò che la ragione crea i preamboli per la fede, in quanto è in grado di dimostrare l’esistenza di Dio attraverso la conoscenza delle cose sensibili. Da qui le cinque vie di Tommaso che, seguendo il metodo aristotelico della minuziosa analisi razionale della natura (physis), raggiungono induttivamente e caratterizzano il mondo immateriale ed invisibile.

Attraverso l’interpretazione tomista le categorie aristoteliche, nella loro precisione, poterono servire al chiarimento del deposito rivelato fornendo uno strumento apprezzabile per rendere ragione di molte affermazioni della fede. La ragione, quindi, non smentisce affatto la religione e non la fa passare per una irrazionalità, come pensa Feuerbach, ma potendo proporre dei paragoni a difesa della fede può dimostrare l'inefficacia e la falsità di obiezioni avanzate contro la fede stessa. La ragione può arrivare a dimostrare che un Dio può esistere e può porre le basi per la fede. E’ ciò che non accetta l’ottuso ateismo di Odifreddi che concepisce solo una ragione senza la fede. Ma questa condizione finisce fatalmente per ingigantire il valore della ragione fino a ritenerla unico strumento della conoscenza. E’ questa la vera irrazionalità, ritenere la ragione capace di tutto, l’unico strumento in grado di sondare la realtà, mentre, invece, dovrebbe sempre essere consapevole dei suoi limiti per sapersi aprire al Mistero.

Bibliografia

J. Le Goff "Gli intellettuali nel Medioevo", Mondadori, Milano 1959;
J. Leclercq "Cultura umanistica e desiderio di Dio" Sansoni, Firenze 1968;
M. F. Pellegrin "Dio" Garnier-Flammarion, Parigi 2003;
J. Le Goff "Il Dio nel Medioevo" Editori Laterza, Bari 2011.

venerdì 14 febbraio 2014

La notte dell'umanita'

Veramente una bruttissima notizia, cio' che ha fatto inorridire tutto il mondo, e che ho gia' stigmatizzato qui, si e' praticamente concretizzato. In Belgio e' quasi divenuta legale, manca solo la formalita' della firma del re, l'eutanasia anche per i bambini, senza alcun limite d'eta'. Con un vero colpo di mano il laicismo belga, con la chiara intenzione di anticipare la mobilitazione delle forze contrarie, ha completato l'iter di approvazione della legge in tempi rapidissimi.

Ho gia' scritto come tale legge sia una bestialita' senza confronti, una vera e propria legalizzazione dell'omicidio dell'innocente, in quanto impossibile valutare l'effettiva volonta' di un minore. Si tratta di un'assurdita' senza eguali, un feroce atto di barbarie di Stato, ma anche di una contraddizione logica per cui al bambino e' vietato sposarsi o di comprare una casa, mentre puo' chiedere di morire. Per i laicisti la vita umana non vale quanto una casa. 

Una cappa nera si addensata sulle teste degli uomini, l'abisso piu' profondo si aperto sotto i nostri piedi. Dopo la legalizzazione dell'aborto ecco che la vita dei bambini, la personificazione dell'innocenza, subisce un'altra profonda ferita. La notte dell'umanita'.

giovedì 6 febbraio 2014

L'ipocrisia anticattolica dell'Onu

La Commissione sui diritti dell’infanzia, al termine della 65esima sessione del Comitato per i Diritti del Fanciullo, ha pesantemente attaccato il Vaticano e la Chiesa Cattolica accusandola di aver violato la Convenzione Onu del 1989 di cui è firmataria. Le accuse vanno dal non aver riconosciuto la portata dei crimini di pedofilia commessi dai sacerdoti nel periodo considerato, dall’aver coperto i colpevoli fino al non aver previsto misure adeguate per risarcire e sostenere le vittime dei soprusi. Inoltre questo organismo ha anche espresso pesanti dubbi sulle politiche della Chiesa contro l’omosessualità, la contraccezione e l’interruzione volontaria della gravidanza considerandoli segnali di una cultura oscurantista che favorisce la pedofilia nel clero. 


Lo scandalo della pedofilia nella Chiesa Cattolica è stata una vergogna enorme e per quei sacerdoti che si sono macchiati di tali crimini non esiste alcuna scusante ed è giusto che siano consegnati alla giustizia penale affinché siano giudicati e, se colpevoli, condannati. Su questo punto non può esserci discussione, ma il rapporto dell’Onu appare singolarmente troppo duro, non era mai successo che un organismo religioso fosse chiamato a giustificarsi davanti all’Onu. Le accuse si concentrano eccessivamente e solamente nel periodo in cui, colpevolmente, prevalse nella Chiesa l’omertà e il silenzio per non creare scandalo tra i fedeli, senza dare particolare risalto al lungo cammino fatto finora dalla Chiesa Cattolica iniziato con papa Benedetto XVI, che ha fatto rimuovere vescovi e cardinali portando davanti al Tribunale della Dottrina della fede circa 4 mila sacerdoti, e proseguito con l’attuale papa Francesco che ha istituito una Commissione per la protezione dei minori. 

L’Onu ha promosso una vera e propria campagna denigratoria che interessa tutta la presenza sociale ed educativa della Chiesa Cattolica, come se il crimine di pochi possa inficiare il tanto bene operato per i giovani dalle parrocchie e dai gruppi ecclesiali in tutto il mondo e si è permessa addirittura di interferire nell’insegnamento della Chiesa sulla dignità umana e nell’esercizio della libertà religiosa. Questo fatto è di una gravità assoluta, come non pensare all’influenza di organizzazioni omosessuali, molto potenti negli Stati Uniti, che premono per veder imposta l’ideologia di genere, il matrimonio e l’adozione per le coppie omosessuali? E’ fin troppo palese l’intento strumentale del rapporto dell’Onu che appare inficiato da un chiaro pregiudizio ideologico anticattolico, infatti l’Onu, così attenta ad intervenire contro la pedofilia , in altre occasioni, non si è comportata allo stesso modo. Si è ben guardata, ad esempio, dal redarguire con analoghi rapporti di fuoco la famigerata Associazione degli Psichiatri Americani (APA) che nell’ultima pubblicazione del suo manuale di riferimento (Statistical Manual of Mental Disorders) ha declassato la pedofilia da "disordine" a “orientamento”. Sarà solo un caso il fatto che tale Associazione è notoriamente controllata dalla lobby gay americana?

venerdì 31 gennaio 2014

Lo scisma donatista

Fino al IV secolo, mentre in Oriente si erano già succedute numerose dispute teologiche suscitate dalle varie eresie, in Occidente la Cristianità non aveva ancora conosciuto delle significative obiezioni all’originaria fede apostolica custodita dalla Chiesa di Roma. Fu solo una questione pratica, diversamente dai bizantinismi tipicamente orientali, a trascinare l’Occidente in una disputa molto profonda che portò addirittura ad uno scisma. 

Tutto ebbe inizio con la vicenda di Donato, da cui il nome “Donatisti” dato a questa setta, vescovo di Casae Nigrae, in Numidia, l’odierna Algeria orientale. Con la persecuzione di Diocleziano del 303, che fu molto violenta in Africa, durante la quale furono vietate le assemblee cristiane ed imposta la consegna delle Sacre Scritture, molti cristiani per non venire uccisi e torturati caddero nell’apostasia. Costoro vennero chiamati traditores, in quanto avevano compiuto una traditio, ossia una consegna dei testi sacri ai pagani. Finita ormai la persecuzione, Donato, che era tra coloro che si opponevano ad un rientro nella Chiesa dei "traditores" e riteneva non validi i sacramenti da loro amministrati, attorno al 312 cominciò a calunniare Ceciliano, il nuovo vescovo di Cartagine, definendolo falsamente come un “traditores” e, appoggiato da una potente matrona di nome Lucilla, oppose a Ceciliano un certo Maiorino, un donatista protetto da Lucilla. Questa opposizione venne fatta da un sinodo di settanta vescovi presieduti dal primate della Numidia, Secondo da Tigisi. Questo fatto provocò un vero e proprio scisma, in quanto era stato eletto un altro vescovo a posto di quello legittimo e legalizzata un’Eucaristia contro un’altra. 

Lo scisma in breve divenne anche un’eresia in quanto per affermare che l’elezione di Ceciliano era invalida, i donatisti considerarono, anche stavolta falsamente, un traditores Felice di Aptungi, uno dei vescovi che consacrarono Ceciliano, facendo valere la teoria eretica che la validità di un sacramento dipende dalla santità del ministro. Ciò provocò una vera spaccatura all’interno della Chiesa cristiana nell’Africa romana tanto che il nuovo imperatore, Costantino, desideroso di portare ordine ed unità, intervenne subito devolvendo la questione al vescovo di Roma del tempo, che era Milziade. Si tenne, così, un Concilio al Laterano che riconobbe la legittimità dell’elezione di Ceciliano e condannò i donatisti. 

Questi, però, non accettarono il responso del Concilio romano e continuarono a compiere sommosse e violenze, per cui Costantino pensò di convocare un grande Concilio più rappresentativo nelle Gallie, lontano da Roma, come volevano i donatisti. Il grande consesso si riunì a Arles nel 314 e confermò la sentenza di Milziade, quindi la condanna dei donatisti e la legittimità di Ceciliano. Le violenze, però, non si fermarono e Costantino giocò un’ultima carta convocando a Milano sia Ceciliano che Donato, senza risolvere nulla. In Africa i donatisti divennero sempre più violenti ed arroganti finché il loro braccio armato, i circoncellioni, costituiti da fanatici senza scrupoli, arrivò a ad attaccare persino l’esercito imperiale accorso per ripristinare l’ordine. Tutto ciò, nel 350, portò ad una repressione dei donatisti da parte dell’imperatore, che all’epoca era Costante, figlio di Costantino, e Donato fu esiliato nelle Gallie dove morì nel 355. 

Nonostante la morte di Donato, in Africa continuarono le violenze dei donatisti contro i cattolici, lo scisma durò per circa un secolo, finché le argomentazioni teologiche di Ottato, vescovo di Milevi e, specialmente, l’opera di Agostino d’Ippona non diedero definitivamente il colpo di grazia al donatismo. Agostino, tra il 394 e il 403, produsse una serie di opere che confutarono completamente il donatismo dimostrando chiaramente come questa setta era stata fondata da traditores, condannata dal papa e dai Concili, e, separata dal mondo, causa di divisioni e violenze. 

In sintesi il Donatismo commise due errori fondamentali che sono quello di ritenere che il peccato escluda dalla Chiesa e, quindi, di concepire una Chiesa fatta solo di puri e l’altro, che non siano validi i sacramenti amministrati da ministri indegni. Ancora oggi questi due errori caratterizzano la perniciosa campagna d’odio e denigrazione perpetrata da molte chiese e sette che rinfacciano alla Chiesa Cattolica di non essere pura e santa. Queste accuse nascono dal fatto di concepire la Chiesa come un fatto puramente umano e prescindono dalla potenza di Cristo nella sua Chiesa che, invece, è l’elemento discriminante rispetto a qualunque altra società. 

Già nell’Antico Testamento in una delle tante confessioni pubbliche (Dn 9, 13-19) Israele si riconosce peccatore davanti a Dio, così anche la Chiesa si riconosce sempre peccatrice e sempre in un cammino di conversione. Lo stesso Gesù (Mt 23, 1-12) riconosce l’autorità degli scribi e farisei anche se la loro vita è in contraddizione con l’insegnamento che non dipende dalla vita e santità personale, ma unicamente dalle Parole del Signore. Gesù, infatti, affida al peccatore Pietro il compito di confermare nella fede i fratelli (Lc 22, 28-34), affida alla Chiesa i Sacramenti che sono il frutto della sua morte e resurrezione e, quindi, dipendono da Lui e non dalla santità o meno del sacerdote (Gv 20, 19-23). Anche Paolo, esplicitamente afferma che la fede è per la Parola del Signore non per la santità di chi l’annuncia (Rm 10, 11-17) e che il corpo mistico di Cristo, cioè la Chiesa, può avere membra deboli e sofferenti, cioè i peccatori (1 Cor 12, 18-27). 

Bibliogafia

Angelo Clemente, "Il libro nero delle eresie", Milano, Mondolibri, 2008
Catholic Encyclopedia, Volume V. New York 1909 Robert Appleton Company.

venerdì 24 gennaio 2014

La persecuzione dei cristiani






Nel IV secolo, quando la Cristianità dovette subire la prova suprema della più dura persecuzione, il vescovo di Milano, Ambrogio, commentando il salmo 18 scrisse: “Il diavolo invia molti suoi ministri per suscitare persecuzioni non soltanto al di fuori, ma anche al di dentro delle anime dei singoli. Di queste persecuzioni è stato detto: “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo, saranno perseguitati” (2 Tm 3,12). Tutti, ha detto, senza eccezione. Infatti chi può essere eccettuato quando il Signore stesso ha sopportato i tormenti delle persecuzioni?”. 

Mai parole furono più profetiche di queste: è di questi giorni la notizia che la coppia di cristiani arrestata l’estate scorsa in Pakistan per blasfemia è stata indotta a “confessare” sotto tortura. In India le cose non vanno meglio. Lo scorso Natale una folla di attivisti del Bajrang Dal, un gruppo estremista indù, ha denunciato con l’accusa di praticare conversioni forzate due donne intente a distribuire volantini sul Cristianesimo. Nel nord della Siria ormai in mano ai ribelli estremisti, che non tollerano la presenza di non musulmani nella regione, il 20 dicembre scorso i capi jihadisti hanno impartito a padre Hanna e padre Dhiya, i due francescani caduti prigionieri assieme ai fedeli di tre villaggi, di far sparire tutte le croci, di non suonare più le campane e alle donne di coprirsi in pubblico la faccia e i capelli. I villaggi cristiani colpiti sono quelli di Knayem, Yacoubieh e Jdeideh, presso il fiume Oronte, luoghi dove la cristianità esiste sin dalle origini. Qui duemila cristiani siriani sono stati circondati e fatti prigionieri, e rischiano di venire sgozzati se non rispettano i dettami islamici. 

Questi tre recenti episodi sono gli ennesimi atti di intolleranza e persecuzione che i cristiani di tutto il mondo subiscono continuamente. E’ stato calcolato che i cristiani uccisi a motivo della loro fede sono circa 105.000 all'anno, uno ogni cinque minuti. In paesi come il Pakistan dove in teoria dovrebbero essere tutelate le minoranze religiose, il noto caso di Asia Bibi, madre di famiglia cristiana condannata nel 2009 all'impiccagione per blasfemia, ha dimostrato come la legge anti blasfemia non sia altro che un pretesto per perseguitare i cristiani e, specialmente, coloro che dall’Islam si convertono al cristianesimo. In questo paese islamico il solo fatto di convertirsi è ritenuto una blasfemia. In India dal 2008 ad oggi si è assistito ad un fortissimo incremento delle violenze contro i cristiani da parte degli Indù al punto che oltre 20.000 persone hanno dovuto cercare rifugio ed abbandonare le loro case e loro abitudini. In ogni parte del mondo le pacifiche comunità cristiane vengono crudelmente perseguitate. In Nigeria la setta islamica Boko Haram, che vuole cacciare i cristiani dal Nord del Paese per imporre un califfato islamico, ha ucciso dal 2010 ad oggi in vari attentati più di 250 cristiani inermi. 


Purtroppo l’intolleranza e la persecuzione nei confronti dei cristiani sono diffuse drammaticamente in ogni parte del mondo, in paesi come l’Algeria, l’Egitto, la Libia, la Somalia dove è stata rasa al suolo la locale cattedrale e ucciso il vescovo di Mogadiscio, il Sudan, l’Afghanistan dove la conversione al cristianesimo è punita con la morte, l’Arabia Saudita dove il cristianesimo è proibito, l’Indonesia dove in questi ultimi 15 anni sono stati uccisi oltre 950.000 cristiani, l’Iran e l’Iraq dove l’apostasia dall’Islam è punita con la morte, essere cristiani e vivere da cristiani significa mettere a repentaglio la propria vita. Il cristianesimo non è solo perseguitato dalle altre religioni, ma anche dai regimi e dalle ideologie comuniste come in Cina, dove è permessa solo una Chiesa cristiana controllata dallo Stato, o in Corea del Nord dove la dittatura comunista proibisce qualsiasi appartenenza a gruppi cristiani. 


Il Cristianesimo è senza alcun dubbio la religione di gran lunga più perseguitata della storia, dai tempi dell’impero romano fino ai nostri giorni ogni potere, sia religioso che laico, ha sempre cercato di sopprimere in ogni modo il messaggio cristiano. L’Islam integralista, che non concepisce altro che sottomissione e prevaricazione, non può sopportare la novità liberante di Cristo, il superamento delle leggi esteriori, la libertà e la pari dignità per le donne, l’Induismo non riesce ad accettare lo sgretolamento di un assurdo sistema di segregazione dell’umanità in caste di fronte all’amore di Cristo per ogni uomo che divengono così tutti uguali di fronte a Dio. 

Ma a distinguersi in questa gara d’odio è certamente l’ideologia laicista dei regimi atei, anticristiani e anticlericali. Non si possono dimenticare le orrende stragi in Vandea durante la Rivoluzione Francese, la repressione in Messico dei Cristeros, fino alle persecuzioni operate da nazisti e stalinisti e quelle dei regimi comunisti in ogni parte del mondo. Dovunque l’atea follia di una massificazione e spersonalizzazione della società ha prodotto la necessità di sopprimere il valore cristiano dato alla persona, il riconoscimento del valore di ogni vita perché proveniente da Dio. Anche nella nostra società d’oggi, sempre più secolarizzata, il Cristianesimo è calunniato, sbeffeggiato, vilipeso e deriso, perché il laicismo, per affermare l’egoismo come il principio base, ha bisogno di eliminare l’ostacolo del Cristianesimo ed imporre la sua visione della morte come la soluzione finale per ogni problema. 

Nel vangelo di Giovanni è rimasta una vivida memoria delle profetiche parole di Gesù: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15, 18-19). La patria di ogni cristiano è il Regno dei Cieli, non certo questo mondo malsano prigioniero dell’odio e della follia dell’uomo, ma la presenza di Cristo nel mondo è quella di una luce che non si può sopprimere, una luce capace di smascherare ogni nefandezza umana e che indica a tutti la Verità. E, questo, attira l’odio del mondo.


martedì 14 gennaio 2014

Il bavaglio alla libertà di stampa


Si susseguono, ormai senza sosta, gli episodi di intolleranza laicista legati al falso “politically correct” in materia di omosessualità e transessualità. Questa volta viene colpita la categoria dei giornalisti, infatti a dicembre scorso il Dipartimento delle Pari opportunità ha pubblicato un documento dall’inquietante titolo: “Linee guida per un'informazione rispettosa delle persone LGBT”. 

Tale documento è rivolto ai giornalisti al fine di assicurare una correttezza e professionalità dell’informazione riguardante il vissuto delle persone omosessuali e transessuali. Ovviamente non voglio mettere in discussione il dovuto rispetto che merita ogni persona, ma tale documento, dietro il paravento della correttezza dell’informazione, intende introdurre una nuova visione dell’omosessualità e della transessualità attraverso la lente distorta della teoria “gender”. Ciò significa che sesso e genere non sono sinonimi e se la biologia decide il sesso, ognuno è comunque libero di decidere di sentirsi uomo o donna. La guida, quindi, considera corretti e professionali solo i giornalisti che faranno proprio il concetto dell’omosessualità vista come una condizione normale, il fatto che tra matrimonio tradizionale e quello gay non c’è alcuna differenza, che la famiglia è unica senza distinzioni tra quella gay e tradizionale, che non esiste alcuna difficoltà per l’adozione di bambini da parte di coppie gay e così via. 

Ma la teoria “gender” è, appunto, una teoria che non poggia su alcuna prova scientifica, eppure viene imposta come una verità conclamata. Basare su una teoria indimostrata un decalogo a cui dovrebbero attenersi i giornalisti è una vera e propria assurdità, un attacco alla libertà di stampa e di pensiero. Di fatto viene impedita al giornalista cattolico, e a qualsiasi professionista di buon senso, la possibilità di esprimere liberamente la sua opinione e all’utenza di accedere ad una informazione che non sia pregiudicata dai diktat delle lobby gay. 

venerdì 3 gennaio 2014

Il presepe deriso




E' veramente curioso e di difficile lettura il concetto di offesa e vituperio che ha l'Arcigay. Il suo comitato locale di Messina ha pensato bene di "festeggiare" il via libera della Giunta comunale della città siciliana al registro delle unioni civili, imbrattando il pavimento di piazza Municipio. Un graffito raffigurava un presepe in cui nella capanna di Betlemme, con tanto di stella, il bambino Gesù è posto tra due Madonne, in modo da scimmiottare una coppia lesbica. A commento dell'"impresa" una scritta recitava: “Gesù è nato da una coppia di fatto”.


L'Arcigay ha anche dichiarato che il graffito non deve essere considerato un'offesa, ma un "messaggio forte contro le discriminazioni". Ma certo, perché i cristiani si dovrebbero risentire? Non è stata mica offesa la loro fede, non è mica stato deriso e sbeffeggiato un simbolo della loro fede, occorre anche rispettare le esigenze di ironia e sarcasmo di chi lotta per i propri diritti. Peccato, però, che non sono stati proprio questi i comportamenti che hanno caratterizzato la reazione dell'Arcigay dopo le innocue dichiarazioni di Guido Barilla di settembre scorso. Mi ricordo perfettamente, a seguito di normalissime e per niente offensive parole dell'imprenditore, le proteste e le minacce a tutti livelli, anche politico, che costrinsero il povero Barilla ad un'umiliante ritrattazione. Ovviamente è solo l'Arcigay che può stabilire ciò che è offensivo e ciò che, invece, rientra nella normale ironia. Stranamente, però, il tutto verso un solo senso.

Ecco un altro bell'esempio del senso democratico tipico del laicista, l'offesa diretta al cristiano è una satira, la critica verso le assurde pretese delle lobby gay, solo delle discriminazioni.

martedì 31 dicembre 2013

Buon 2014!!!


La fine dell'anno solare quasi coincide anche con il compleanno del mio blog, nato il 27 dicembre del 2011. Due anni in cui nella mia vita quotidiana si è fatto largo questo appuntamento con la condivisione scritta delle mie riflessioni e i miei studi storici. Questa avventura continua a piacermi ancora molto e in special modo perché si è creata una piccola cerchia di persone che ha voglia di condividere i loro pensieri e i loro modi di vedere la realtà. Anche se molte volte è la polemica a caratterizzare le nostre chiacchierate, penso che ognuno, pur rimanendo sulle sue posizioni, non può che giovarsi del confronto, almeno solo per iniziare una riflessione o semplicemente per conoscere posizioni e motivazioni diverse.

Sono contento che il blog venga discretamente letto, o almeno solo visitato, 17400 volte in questo ultimo anno con circa 1000 commenti, ma ciò che mi preme di più è riuscire a far sentire un parere cristiano, con gli argomenti trattati nei miei post e i commenti dei lettori, che sappia essere una voce in più in difesa della Verità del Vangelo. Devo anche ricordare che molta parte delle riflessioni sono ottimamente suscitate dai lettori laici, che avranno sempre la possibilità di partecipare. Per tutto questo devo ringraziare gli amici che mi seguono come il caro amico Minstrel, sempre puntuale con i suoi illuminanti link, la raffinata eloquenza di Felsineus, l'utile puntigliosità di Myself, la competenza di GG, le utili informazioni di Bragadin, le domande di Max e, poi, Fra, Mirko e tutti coloro che hanno lasciato commenti, anche coloro che semplicemente hanno partecipato con la loro silente lettura.

Anche nel prossimo anno tratterò in rassegna temi riguardanti la vita della Chiesa, il Cristianesimo, senza, naturalemnte, tralasciare l'attualità, il piano di confronto preferito dai lettori.

Non mi resta ora che salutare tutti gli amici che mi seguono, ovviamente anche quelli silenti. A tutti quanti un augurio di un felice e sereno 2014!!!

venerdì 27 dicembre 2013

Il Natale un mito pagano?


E’ Natale, i cristiani festeggiano la nascita di nostro Signore, la Chiesa celebra il mistero dell’Incarnazione di Gesù, il Verbo che si è fatto uomo (Gv 1, 14), Egli è il Figlio di Dio, cioè l’Emmanuele (Dio-con-noi) fin dalla sua nascita (Is 7, 14). E’ attraverso questo mistero che la Salvezza è entrata nel mondo, salvezza che si compirà con il sacrificio perfetto della sua Morte e Resurrezione.

Questo è tutto ciò che i cristiani hanno sempre creduto e celebrato nella santa notte di Natale, eppure anche questa manifestazione della fede, tra le più sentite e care al popolo cristiano, viene attaccata e derisa. Dalla falsa storiografia laicista, che immagina fantasiose origini pagane dei vangeli, fino alle malignità della setta dei Testimoni di Geova, ogni anno, all’approssimarsi della festa del Natale i cristiani sono bombardati dall’accusa di essere degli idolatri, di festeggiare una festa pagana, di adorare il “dies natalis solis invict”, il “Sole invitto”, una divinità pagana dell’antica Roma. Secondo queste visioni pseudostoriche la Chiesa avrebbe imposto per la nascita di Gesù la data del 25 dicembre proprio per contrastare e sostituire il già esistente culto del “Sole Invitto” a favore di quello di Cristo.

Riguardo alle assurde accuse dei Testimoni di Geova si può far loro notare che l’adorazione che i cristiani fanno del Bambino nella mangiatoia è perfettamente conforme alla Bibbia. Quel Bambino è veramente nato (Mt 1, 25; Lc 2, 7-11; Gv 1, 14; Gal 4, 4), Egli è l’Unigenito Dio (Gv 1, 18), il Re dei re (Ap 17, 14), Figlio e Signore di Davide (Mt 22, 41-46). I cristiani non fanno altro che seguire l’invito della Scrittura: “Vi annuncio una grande gioia, che sarà per tutto il popolo: Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2, 10-11). Si tratta della stessa gioia con cui la moltitudine celeste ha guidato i pastori da Gesù bambino (Lc 2, 13-14). Conoscere o meno la data esatta della nascita di nostro Signore è del tutto secondario, la Chiesa e i cristiani celebrano un evento salvifico, non certo una data.

I laicisti, invece, farneticano di origini pagane del cristianesimo, di un Gesù imposto come divinità sull’esempio di tantissime altre divinità che sarebbero nate tutte il 25 dicembre, in quanto solstizio d’inverno e quindi per simboleggiare la vittoria della luce sulle tenebre. Questa teoria si basa sul nulla assoluto, non basta fare delle semplici associazioni, occorre trovare riscontri precisi e comprovati per poter fare tali affermazioni. Ma tali riscontri sono inesistenti. I cristiani hanno sempre adorato il Cristo dei vangeli come realizzazione delle promesse di Dio, come il Messia che doveva venire. Il culto cristiano si fonda, infatti, su quello ebraico dove si ritrova il concetto della luce portata dal Messia per sconfiggere l’oscurità del peccato. Il Cristianesimo identifica questa luce con Cristo venuto al mondo per portare la Verità. Già nell’Antico Testamento e, quindi, molti secoli prima dell’avvento del culto del “Sole Invitto”, la figura del Messia che doveva venire è legata al sole. Dal libro di Malachia si può leggere: “la mia giustizia sorgerà come un sole e i suoi raggi porteranno la guarigione...il giorno in cui io manifesterò la mia potenza, voi schiaccerete i malvagi...” (Mal 3, 20-21). L’immagine della Giustizia di Dio come un sole nascente è presente anche in Isaia (30, 26; 60, 1) e nel libro della Sapienza (5, 6). Fino a poco prima della nascita di Gesù, gli Ebrei ritenevano il sole un simbolo messianico. Su un documento ritrovato a Qumram si può leggere: “La sua parola è come parola del cielo; il suo insegnamento è secondo la volontà di Dio. Il suo eterno sole splenderà e il suo fuoco sarà fulgido in tutti i confini della terra; sulla tenebra splenderà. Allora la tenebra sparirà dalla terra, l'oscurità dalla terraferma” (Apocrifo di Levi (4Q541), frammento 9, colonna 1, righe 2-6).

I Vangeli hanno interpretato questi riferimenti dell’antico Testamento come l’annuncio profetico della venuta del Messia, così nel cantico di Zaccaria (Lc 1, 79), questa venuta viene profetizzata: "ci verrà incontro dall'alto come luce che sorge" ed infatti nel capitolo successivo Gesù è presentato come "luce per illuminare le nazioni" (Lc 2, 32). Anche nel Vangelo di Giovanni è presente l’associazione Cristo-Luce (Gv 1, 4-9; 8, 12) come contrapposizione tra salvezza e perdizione. Sulla scorta di tale tradizione scritturale anche i primi cristiani ponevano il sole come simbolo di Gesù. Nel II secolo lo pregavano rivolti verso il sole nascente, come testimonia Tertulliano: “…molti ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perché è un fatto noto che noi preghiamo rivolti verso il Sole sorgente e che nel Giorno del Sole ci diamo alla gioia” (Tertulliano, Ad nationes, apologeticum, de testimonio animae) e la lettera di Plinio il giovane a Traiano: “Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi in un giorno fissato prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio…” (Epist. X, 96, 1-9).

Come è facile notare tutto questo risale a molto tempo prima che l’imperatore romano Eliogabalo, nativo di Emesa in Siria, facesse costruire a Roma, nel 220 d.C., un tempio al dio sole adorato nella sua terra d’origine e che l’imperatore Aureliano, nel 274, ne istituisse il culto. Sebbene per la Chiesa la questione non avesse importanza, infatti nei Vangeli non è riportata la data precisa della nascita di Gesù, tuttavia nella cristianità la discussione su quale doveva essere questa data esisteva da tempo, molto prima di Aureliano e della festa del "Sol Invictus". Attorno al 215, secondo il vescovo di Alessandria Clemente, in Oriente esisteva molta confusione: alcuni fissavano la nascita il 20 di maggio, altri il 20 di aprile, altri ancora il 18 di novembre, cosicché Clemente annota: "che non si contentano di sapere in che anno è nato il Signore, ma con curiosità troppo spinta vanno a cercarne anche il giorno" (Stromata, I,21,146). In Occidente è Ippolito di Roma, attorno al 204, ben 70 anni prima di Aureliano, nel Commentario su Daniele, ad accennare alla data del 25 dicembre: “La prima venuta di nostro Signore, quella nella carne, nella quale egli nacque a Betlemme, ebbe luogo otto giorni prima delle calende di Gennaio, di mercoledì, nel quarantaduesimo anno del regno di Augusto” (IV, 23, 3). Lo studioso Paul de Lagarde ha evidenziato come la data del 25 dicembre era presumibilmente calcolata in Occidente già nel 221, nella Cronografia di Sesto Giulio Africano (S. K. Roll, Toward the Origin of Christmas, Peeters Publishers, 1995). Attorno al 337 Papa Giulio I istituisce il Natale cristiano, cioè il dies natalis Christi, nella data del 25 dicembre, secondo quanto ci confermano il Calendario di Furio Dionisio Filocalo, del 354, che riporta un frammento di calendario liturgico cristiano, “a Roma il 25 dicembre si celebrava la nascita di Cristo” e da Giovanni Crisostomo che ad Antiochia, nel 390 scriveva: “In questo giorno [25 dicembre] anche la natività di Cristo fu ultimamente fissata in Roma”. Tale istituzione giunge alla fine di una discussione in seno alla cristianità completamente indipendente da qualsiasi influenza pagana che nulla ha a che vedere con commistioni col “Sol Invictus” di Aureliano.

Ma perché proprio il 25 dicembre? Gli storici si sono sbizzarriti in un’infinità di ipotesi, c’è chi, come gli storici H. Usener e B. Botte, sostiene la tesi della sostituzione della festa pagana del “Sol Invictus” e chi, come lo storico L. Duchesne, fa derivare quella data da considerazioni di natura astronomica. In quei tempi si credeva che la creazione del mondo fosse avvenuta all’equinozio di primavera, ritenuta allora al 25 marzo, quindi anche il concepimento di Cristo, la nuova creazione, doveva essere avvenuta nella stessa data. Da qui una nascita nove mesi dopo il 25 dicembre. A mio modesto avviso queste teorie, seppur meritevoli di rispetto e suffragate da molti riferimenti, devono cedere il passo agli studi del professor Shemarjahu Talmon, ebreo, dell’Università Ebraica di Gerusalemme. Grazie allo studio del Libro dei Giubilei ritrovato nella biblioteca essena di Qumram lo studioso è riuscito a ricostruire in che ordine cronologico si susseguivano le 24 classi sacerdotali che servivano al Tempio. Sapendo che, secondo il vangelo di Luca, la classe di Zaccaria, il padre di Giovanni il Battista, era quella di Abia e che prestava servizio liturgico al tempio due volte l'anno, come le altre, e una di quelle volte era proprio nell'ultima settimana di settembre, lo studioso israeliano è riuscito a stabilire che la data di nascita di Gesù potrebbe essere proprio il 25 dicembre (S. Talmon, The Calendar Reckoning of the sect from the Judean Desert. Aspects of the Dead Sea Scrolls, in Scripta Hierosolymitana, Vol. 4, Gerusalemme, 1958). Certamente tale ipotesi deve superare alcune difficoltà, ma si tratta indubbiamente di una ricerca condotta su documenti reali e non su interpretazioni di miti e leggende. Così ciò che poteva sembrare solo un mito assume una forte verosomiglianza. Una catena di eventi che si estende su 15 mesi: in settembre l'annuncio a Zaccaria e il giorno dopo il concepimento di Giovanni; in marzo, sei mesi dopo, l'annuncio a Maria; in giugno, tre mesi dopo, la nascita di Giovanni; sei mesi dopo, la nascita di Gesù. Con quest'ultimo evento arriviamo giusto al 25 dicembre. Giorno che, dunque, non fu fissato a caso, per convenienza o per influssi pagani. Il fatto che vi fossero dei pastori con le loro greggi all'aperto nella notte in cui nacque Gesù (Lc 2, 8) non è un motivo per escludere che fosse inverno, infatti, ancor oggi a Betlemme è possibile vedere ovini al pascolo nei freddi giorni natalizi (W. Hendriksen, Exposition of the Gospel according to Matthew. New Testament Commentary, Baker Book House, 1973, vol. I, p. 182). La scoperta di Talmon dimostra come, generalmente, la tradizione cristiana abbia basi molto solide e che sia stata trasmessa fedelmente.

Bibliografia

H. Usener “Das Weihnachtsfest”, Bonn, 1911;
B. Botte “Les origines de la Noël et de l'Epiphanie”, Louvain, 1932;
L. Duchesne “Origines du culte chrétien. Étude sur la liturgie latine avant Charlemagne”, Paris, 1925;
O. Cullmann ”Studi di teologia biblica”, cap. I Editrice A.V.E. Roma 1969;
Grande Enciclopedia Illustrata della Bibbia, Edizioni PIEMME, Casale Monferrato 1997, Vol. II.;
F. Cumont, “Le religioni orientali nel paganesimo romano”, Laterza, Bari, 1967;
W. Hendriksen, “Exposition of the Gospel according to Matthew”. New Testament Commentary, Baker Book House, 1973, vol. I.;
C. P. Thiede “La nascita del cristianesimo”, Milano, Mondadori, 1999;
S. Talmon, “The Calendar Reckoning of the sect from the Judean Desert. Aspects of the Dead Sea Scrolls”, in Scripta Hierosolymitana, Vol. 4, Gerusalemme, 1958;
Enciclopedia Cattolica, vol VIII, Città del Vaticano, 1952;
Enciclopedia Britannica, W. Benton Publisher, Chicago, London 1952;
S. K. Roll “Toward the Origin of Christmas”, Peeters Publishers, 1995;
G. Ibba, Qumran. Correnti del pensiero giudaico (II a.C.-I d.C.), Carocci, Roma-Urbino 2007.

www.Christianismus.it

lunedì 23 dicembre 2013

La falsa Donazione di Costantino



Un pezzo forte della storiografia anticattolica laicista è sicuramente l’accusa rivolta alla Chiesa Cattolica di aver falsificato e mistificato ogni sorta di documento per accaparrarsi e giustificare il suo potere temporale. Secondo questa visione laicista il controllo di un vasto possedimento terriero nell’Italia centrale, il cosiddetto Patrimonio di San Pietro, sarebbe da ricondurre ad una “Donazione di Costantino”, cioè un falso documento, apparso per la prima volta nel IX secolo, che si presentava come un editto dell'anno 324 con il quale l’Imperatore Costantino avrebbe concesso al Papa, all'epoca Silvestro I, e ai suoi successori le insegne imperiali e la sovranità temporale su molti territori del Sacro Romano Impero. Questo documento, in effetti, si rivelò essere un falso sulla base degli studi dell’umanista Lorenzo Valla nel 1440 e per i laicisti costituisce la prova definitiva dell’inganno perpetrato dalla Chiesa di aver fabbricato un falso con cui poter giustificare la nascita e la consistenza dello Stato Pontificio, nonché la liceità del potere temporale dei Papi.

Lasciando da parte visioni ideologiche che nulla hanno a che fare con lo studio della storia, in realtà occorre evidenziare che la nascita di un potere temporale dei Papi e la costituzione di uno stato pontificio sono eventi giustificati da precise motivazioni storiche che nulla hanno a che fare con falsificazioni o mistificazioni e fantomatiche volontà di potere. Al tempo dell’editto di Milano, nel 313 d.C., quando i due padroni dell’impero romano di allora, Costantino e Licinio, resero il cristianesimo una religione lecita, il vescovo di Roma era ancora un’autorità esclusivamente religiosa e restava un suddito dell’Impero senza nessuna autorità giuridica sovrana sui territori della penisola italiana. Una volta divenuto imperatore assoluto, Costantino sposterà la sua residenza nella “Nuova Roma”, Costantinopoli, lasciando la “Vecchia Roma” una città ormai ai margini dell’Impero e ciò rese possibile, in pratica, una certa indipendenza del Papa che andò sempre più aumentando fino ad avere una consacrazione nel “Codice di Giustiniano” del 534 d.C. dove l’imperatore conferma la funzione dei vescovi come giudici, amministratori e protettori delle città a loro soggette, anche se l’autorità civile suprema in Italia resta ufficialmente quella dell’imperatore, esercitata attraverso l’esarca con sede a Ravenna. Nel corso degli anni la progressiva debolezza dell’esarcato ridurrà questa autorità al punto che i suoi interventi diverranno sempre più inefficaci, specialmente nel contrastare militarmente le invasioni barbariche, e carente dei mezzi amministrativi in grado di organizzare politicamente ed economicamente i territori imperiali. Viceversa i Papi, tra cui spicca la figura di san Leone I, godevano di un prestigio considerevole e apparivano l’unica protezione possibile contro la barbarie. Gli imperatori, assenti e inefficienti, capaci solamente di imporre un regime fiscale insopportabile, appartenevano ormai ad un mondo troppo distante. In un’Italia dove regnava incontrastata l’anarchia e sempre più teatro di scorrerie e violenze di ogni tipo, i Papi furono progressivamente indotti ad arruolare truppe per difendere le città italiane ed amministrare la giustizia a tutela dell’ordine pubblico.

Durante il VII secolo la penisola italiana assistette alla sempre più pressante infiltrazione del potente popolo germanico dei Longobardi che, una volta insediatosi nel nord d’Italia, agli inizi del VIII secolo, iniziò la sua espansione verso il centro della penisola muovendo guerra contro l’esercito bizantino. Avvenne così che per contrastare i bizantini ed accaparrarsi le simpatie dei signorotti locali fedeli al Papa ed ostili all’Impero di Bisanzio, il re longobardo Liutprando diede inizio ad una donazione al papato, che all’epoca era retto da Zaccaria, delle terre strappate all’Impero. Nel 741 furono donate Amelia, Orte, Bieda, Bomarzo, nel 728 il castello di Sutri e poi, progressivamente passarono sotto l’amministrazione dei Papi tutto il Lazio, il ducato di Spoleto, l'Esarcato e la Pentapoli. Si era così formato il primo nucleo dello Stato Pontificio.

Ma i rapporti tra la Chiesa e i Longobardi finirono per logorarsi ben presto, infatti il nuovo re longobardo Astolfo abbandonò la politica filopapale del predecessore per farsi sempre più minaccioso contro Roma. Nel 752 Astolfo conquistò definitivamente l’esarcato bizantino e volle estendere il suo dominio anche sull'Italia centrale. Falliti i tentativi di un accordo pacifico col re longobardo, il papa di allora, Stefano II, dopo che il re longobardo attaccò la stessa Roma saccheggiandone il territorio circostante, partì direttamente per la Francia, dove, nei colloqui di Ponthion, sollecitò Pipino il Breve, il re dei Franchi, ad intervenire in Italia. Pipino riportò completa vittoria su Astolfo e restituì al Papa le terre sottratte. Veniva, così, riconosciuta ufficialmente la giurisdizione temporale del Papa su Roma e sull’Italia rendendo di fatto il papato l’erede del potere imperiale in Occidente.

Come ci si può facilmente rendere conto la nascita del potere temporale del papato non è avvenuta per soddisfare una volontà di potere dei vari Papi, né si è realizzato con la forza delle armi, ma per delle donazioni che i vari re barbarici hanno fatto per una precisa esigenza di protezione e sostentamento della Chiesa, riconoscendo in essa l’unica autorità capace di garantire pace e sicurezza sociale in quei territori. Scrivono gli storici Franco Cardini e Marina Montesano: “A conferma di questa tesi, ci sarebbe il fatto storico della nascita della "repubblica di san Pietro" nell'VIII secolo, intesa non solo come "Stato dei Papi" ma anche come entità politica autonoma, dotata di proprie strutture di governo e di un territorio. Il ruolo comunque della donazione è stato ridimensionato, non essendo più considerato l'atto formale di nascita di un potere temporale papale; ma rispetto alle molteplici donazioni avvenute anche prima del 728 a favore della Chiesa romana, va sottolineato che la donazione di Sutri acquista un valore simbolico notevole dato che ciò segna il riconoscimento di una sovranità che di fatto il papato esercitava sui territori romani, a discapito del governatore bizantino” (Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006). In un’epoca che vedeva nella proprietà terriera la condizione necessaria per un qualsiasi riconoscimento sociale, la Chiesa seppe fare di Roma e del Patrimonio di San Pietro un centro di civilizzazione e la sede di una autorità spirituale, proprio nel mezzo di un mondo in sfacelo.

Alla luce di tutto ciò la storiella laicista di una Chiesa truffaldina e manipolatrice cade miseramente, infatti l’autorità temporale papale era largamente riconosciuta e si concretizzò senza il bisogno di manovre e raggiri. Ma, allora, a che servì produrre un documento falso come la “Donazione di Costantino”? Tale documento faceva parte di una raccolta di decretali, cioè di lettere provenienti dalla Curia romana e concernenti il governo della Chiesa, comparse tra l’847 e l’852 d.C., attribuite falsamente a vari papi come Clemente I (del I secolo), Melchiade (IV secolo), Gregorio II (VIII secolo) e altri, che servirono per esaltare l’autorità della Santa Sede in modo da poter difendere meglio i vescovi locali e garantire l’indipendenza della Chiesa contro le pretese dei poteri secolari dell’Imperatore (Sacro Romano Impero Germanico) e dei signorotti locali. Non si trattò, dunque, di una truffa, ma dell’esigenza di mettere nero su bianco ciò che era da tutti già pacificamente riconosciuto e ciò venne fatto secondo l’usanza degli antichi ricorrendo alla pseudoepigrafia. Nel mondo giudaico-cristiano il passato rappresentava un autentico valore normativo e ciò spiega come mai si cercasse di affidare i propri scritti ad un autore prestigioso. Basti pensare, nell’Antico Testamento, al libro della Sapienza attribuito a Salomone o ai carmi del Servo sofferente di Jahvé attribuiti ad Isaia e, nel Nuovo Testamento, alla lettera agli Ebrei attribuita a Paolo di Tarso. Si tratta di una mentalità che si diffuse anche nell’alto medioevo e che cercò di giustificare, sul piano formale, realtà sostanziali già esistenti. Sono documenti che non possono essere giudicati secondo la nostra moderna concezione dell’esattezza storica.

E’, quindi, un errore credere che le false decretali, tra cui la “Donazione di Costantino”, siano all’origine del primato papale e del suo potere temporale. Il primato del Papa nacque dalle parole di Cristo all’apostolo Pietro e il potere temporale dalla volontà dei re barbarici, come Liutprando, Pipino e Carlo Magno, di inserire la Chiesa nella nuova società civile romano-barbarica evitando la sua sottomissione al potere secolare.

Bibliografia

L. Duchesne “I primi tempi dello Stato Pontificio”, Einaudi, Torino 1967;
O. Bertolini “Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi”, Cappelli, Bologna 1961;
J. Fleckstein “Carlo Magno”, Ed. Paoline 1969;
P. De Leo “Ricerche sui falsi medioevali: il Constitutum, Constantini” Ed. Meridionali Riunte, R. Calabria 1974; 
F. Cardini e M. Montesano “Storia medievale”, Firenze, Le Monnier Università, 2006;