mercoledì 15 novembre 2017

Lo scisma d'Oriente

I concili ecumenici di Nicea del 325 d.C. e di Costantinopoli del 381 d.C. pervennero alla composizione del famoso simbolo della fede cristiana, “il Credo”, una formula che noi cristiani recitiamo ancora oggi durante la Messa. Tra le verità di fede espresse da quel dettato c’è la proclamazione dell’unità della Chiesa. La Chiesa è “una”, perché è una la sua origine, è uno il suo Fondatore, Gesù Cristo, ed è una la sua “anima”, lo Spirito Santo. 

Purtroppo, come sappiamo, questa solenne verità di fede è stata più volte ferita dai cristiani che con i loro peccati hanno diviso invece che unire il popolo di Dio. Durante i secoli eresie, scismi, apostasie, hanno portato ad una frammentazione che rappresenta un vero e proprio scandalo. Questo stato di cose non può che portare discredito alla Chiesa di Cristo, nonché sconcerto tra le anime più semplici. Oltre a ciò si è aggiunto anche lo scherno dei nemici di Cristo e della Chiesa, come quello dei laicisti, anche di quelli più beceri ed ignoranti. Ad esempio il pittoresco opinionista, matematico a tempo perso, Piergiorgio Odifreddi, pur essendo notoriamente a digiuno dei temi riguardanti la storia della Chiesa, non esita a rigirare il coltello nella piaga: “Il Cristianesimo […] si divide in varie sette: i Cattolici nell'Europa e nell'America del Sud, i Protestanti nell'Europa e nell'America del Nord, gli Ortodossi nell'Europa dell'Est, e gli Anglicani in Inghilterra. In questa cacofonia di voci discordanti molti sostengono di parlare in nome e per conto di Gesù, in maniera più o meno istituzionale, e qualcuno pretende addirittura di esserne il vicario in terra, con gran confusione dei poveri di spirito” (www.piergiorgioodifreddi.it/wp-content/uploads/2010/10/gesu.pdf). 

In realtà è un errore pensare, come fa Odifreddi, che esistano cristianesimi diversi, dove ognuno pretende di essere quello autentico, piuttosto occorre riflettere sul fatto che tali fratture sono state principalmente causate da motivazioni storico-politiche. Ad esempio, nel caso del grande scisma d’Oriente del 1050 tra la cosiddetta Chiesa Occidentale e quella Orientale, una grossa ferita che ancora sanguina in seno alla Chiesa cristiana, la separazione fu causata primariamente da motivi politici e da una serie di incomprensioni ed oggettive ed inevitabili difficoltà delle comunicazione e delle relazioni tra popoli molto differenti culturalmente e distanti geograficamente. 

Già la separazione politica tra l’impero romano d’Occidente e quello d’Oriente, nel V secolo, conferma non solo l’impossibilità politica di mantenere unito un così grande territorio, ma anche il processo di allontanamento, già in atto, tra le due parti dell’impero, quella sorta dal mondo latino e quella nata dal mondo greco-ellenistico. Nel corso del V secolo comincia a manifestarsi un’ignoranza reciproca già sul piano linguistico, Agostino di Ippona, per esempio, ignora il greco, che in Oriente sta per sostituire completamente il latino come lingua ufficiale. Perfino le eresie sono differenti, mentre in Oriente imperversa la polemica con Pelagio sulla problematica riguardante la natura umana e la grazia divina, in Occidente si affrontano le questioni cristologiche. 

Occorre anche ricordare le invasioni barbariche in Occidente che accentuano le differenze. Dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente nel 476, la maggioranza dei cristiani occidentali sono barbari o barbarizzati, mentre gli orientali si sentono orgogliosi di essere rimasti romani civili e raffinati. Per di più le invasioni slave ed arabe nei secoli seguenti, provocando un’interruzione temporanea delle comunicazioni tra Oriente ed Occidente, accelerano l’evoluzione divergente delle due aree culturali. E’ inevitabile, quindi, che quando si ristabiliscono le comunicazioni esistano da entrambe le parti delle gravi incomprensioni delle differenze reciproche. 

Già la crisi iconoclasta dell’VIII secolo rappresentò una fase iniziale dello scontro, non solo religioso, ma principalmente politico, tra Roma e Costantinopoli, per arrivare alla prima crisi vera e propria con il caso di Fozio. Questo personaggio, che non apparteneva al clero, assai colto e uomo politico di notevole rilievo, venne eletto patriarca di Costantinopoli nell’858, dopo le forzate dimissioni del suo predecessore Ignazio. Il papa Niccolò I, ovviamente, rifiutò di riconoscere tale elezione, ritenendo Ignazio il patriarca legittimo, e scomunicò Fozio. Ciò portò alla rottura, aggravata anche da rivalità di giurisdizione ecclesiastica sulla Bulgaria. Fozio venne a sua volta destituito nell’867 e tornò patriarca Ignazio. Morto costui nell’887, Fozio gli successe una seconda volta ottenendo il riconoscimento da papa Giovanni VIII. Quando le cose sembrano essersi risolte, a testimonianza di un processo di rottura ormai giunto al suo apice, riprese la contesa che andrà sempre più gonfiandosi attorno ad importanti questioni politico-religiose come il primato del papa e la dottrina del “Filioque” (Lo Spirito Santo, secondo la Chiesa latina, procede dal Padre “e dal Figlio”), ma anche per motivazioni molto meno serie come l’opportunità dell’uso del pane azzimo per l’Eucarestia, il celibato dei preti, la disciplina del digiuno, la soppressione dell’ “alleluia” durante la quaresima, la barba degli ecclesiastici, ecc. Quando nel 1050 un vescovo orientale, Leone di Ochrida, solleva una polemica di carattere liturgico, una sua lettera di condanna di diverse usanze latine divenne la goccia che fece traboccare il vaso e decenni di incomprensioni reciproche presero il sopravvento. Papa Leone IX inviò a Costantinopoli una legazione diretta dal fedele cardinale Umberto di Silva Candida che andò scontrandosi col patriarca Michele Cerulario. Due avversari di scarsa buona volontà e senza mezze misure. Il 16 luglio, proprio mentre la morte di papa Leone IX, avvenuta nel frattempo, faceva decadere la validità dell’ambasciata di Umberto, si verifica la frattura e la scomunica reciproca. 

La separazione tra il cristianesimo orientale e quello occidentale fu, quindi, il frutto di malintesi e di atteggiamenti malintenzionati. Era inevitabile che maturassero diversità di interessi politici e differenze nell’espressione della fede tra popoli così distanti tra loro. Ma nonostante tutto ciò la fede cristiana era e rimase sempre la stessa, le due confessioni possiedono una fede comune. Tra le due confessioni cristiane esistono ben poche divergenze teologiche, e tutto oggi lascia credere che si tratti di una faccenda di formule. Ciò è confermato dal fatto che nel 1965, papa Paolo VI e il patriarca Atenagora abolirono le rispettive scomuniche, che nel 1979 l’incontro tra papa Giovanni Paolo II e il patriarca Dimitrios I diede vita alla Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. Fino ad arrivare all’odierno papato di Francesco caratterizzato da un forte percorso ecumenico, spiegato in dettaglio nell’enciclica Evangelii Gaudium, dove l’unità passa attraverso la diversità e dove vengono promossi rapporti più orizzontali sia con gli altri credo religiosi che con la Chiesa ortodossa. 

La Chiesa è una e deve tendere all’unità. Questa verità e questo impegno devono costituire una necessità primaria e insopprimibile. A mio avviso è fondamentale convincersi che il messaggio cristiano può essere recepito da culture diverse e che la teologia non è fatta per giustificare rivalità politiche o ideologiche. 


Bibliografia 

F. Dvornik “Lo scisma di Fozio” Edizioni Paoline, 1952;
S. Runciman “La civiltà bizantina” Sansoni, Firenze 1960;
D. Obolensky “La Chiesa bizantina” in M. D. Knowles, D. Onolensky “Il Medio Evo” Marietti Torino, 1971;
C. Dhiel, C. Capizzi “Storia dell’impero bizantino” Pontificio Istituto Orientale, Roma 1977;
A. P. Kazhdan “Bisanzio e la sua civiltà” Roma-Bari, Laterza, 1994;
G. Ravegnani ”La storia di Bisanzio” Roma, Jouvence, 2004.

lunedì 30 ottobre 2017

I terrori dell'anno mille.

Tra i più diffusi miti riguardanti la storia della Chiesa c’è sicuramente quello della paura per l’avvento dell’anno mille. Secondo questo mito le “rozze” ed “arretrate” popolazioni dell’Europa medioevale, soggiogate dall’oscurantismo della religione cristiana, avrebbero atteso con terrore il compiersi della fatidica data perché vi sarebbe stata la fine del mondo. 

Ovviamente, come al solito, non c’è niente di vero, non esiste alcunché nelle cronache di quei tempi che autorizzi a vedere nell’anno mille una società angosciata per l’approssimarsi della fine del mondo. Siamo di fronte all’ennesimo mito creato dalla storiografia laicista di stampo illuminista, anche se in questo caso è più corretto parlare di un mito nato già in epoca rinascimentale. Agli occhi dei letterati e degli uomini di cultura del XIV secolo, e successivamente degli illuministi del XVIII secolo, il medioevo ha ideologicamente sempre rappresentato l’antitesi oscura e notturna del loro ideale di chiarezza e di luce. Nacque così l’idea, senza che questa sia minimamente suffragata da un riscontro delle fonti storiche, che il medioevo fosse solamente un’età in cui la mente degli uomini era ottenebrata dall’ignoranza e dalla superstizione e che grande parte di tale situazione fosse responsabilità del supposto oscurantismo della Chiesa cattolica. L’attesa della fine del mondo fu concepita, così, quasi come una sorta di antitesi al Rinascimento, prima, e all’Illuminismo dopo, con gente oppressa dal senso della morte e da numerose ed immotivate paure.

Questa accusa di oscurantismo alla religione cristiana trae origine dalle leggende riguardanti la fine del mondo nell’anno mille sorte sull’errata interpretazione di alcuni passi del Nuovo Testamento come quelli che troviamo nell’Apocalisse di Giovanni. Ad esempio, al capitolo 20 troviamo il noto passo: “Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra” (Ap. 20, 7-8). Esprimendosi in un linguaggio tipicamente simbolico, proprio della cultura ebraica, l’Apocalisse non vuole indicare un periodo di tempo esattamente di mille anni, ma semplicemente un periodo molto lungo di cui nessuno è a conoscenza della sua durata. Già nel IV secolo Agostino d’Ippona interpreta questo passo dell’Apocalisse in chiave simbolica e nel “De Civitate Dei“ sostiene che i mille anni dell’Apocalisse non sono altro che un modo simbolico per indicare il lungo periodo storico aperto dalla venuta di Cristo e destinato a concludersi con la fine del mondo.

In realtà esiste un documento d’età medioevale che fa riferimento ad eventi eccezionali e terribili connessi con l’avvento dell’anno mille. Si tratta della cronaca di Sigeberto di Gembloux, un monaco benedettino che fu cronista medievale, dove si può leggere: “Si videro in quei giorni molti prodigi, uno spaventoso terremoto e una cometa dalla coda folgorante: la sua luce accesa e intensa giunse fin dentro le case e nel cielo si formò l’immagine di un serpente”. Ma Sigeberto, essendo nato nel 1030, non fu testimone oculare dei fatti narrati e riporta racconti di cui non si conoscono le fonti. In ogni caso Sigeberto non fa alcuna menzione di terrori, ansie o paure.

Viceversa abbiamo una testimonianza molto importante di un abate di Saint-Bonoit-sur-Loiìre, un certo Abbone, che nel suo “Liber Apologeticus”, scritto nel 998, ricordando un episodio della sua giovinezza databile attorno al 975, riporta: ”A proposito della fine del mondo, sentii predicare al popolo in una chiesa di Parigi che l’anticristo sarebbe venuto alla fine dell’anno mille e che il giudizio universale sarebbe seguito di poco […] Questi preti sono pazzi. Basta aprire il testo sacro, la Bibbia, per constatare come Gesù abbia detto che mai si sarebbe saputo il giorno, né l’ora” (Duby- Frugoni “Mille e non più Mille”, Rizzoli, 1999). Questa testimonianza oculare toglie ogni dubbio sul fatto che non ci fu alcun panico collettivo e a questa conclusione sono giunti molti storici illustri come Marc Bloch, Henri Focillon, Edmond Dognon, Jacques Le Goff e George Duby. Quest’ultimo ha affermato: “…è in stretto rapporto con il disprezzo manifestato dalla giovane cultura occidentale nei confronti dei secoli cupi e rozzi dai quali era uscita, e che essa rinnegava per mirare, di là da questo abisso barbarico, all’antichità, suo modello. Posto al centro delle tenebre medioevali, l’anno mille, antitesi del Rinascimento, offriva lo spettacolo della morte e del più ottuso avvilimento” (G. Duby, “L’Anno Mille. Storia religiosa e psicologia collettiva”, Einaudi, Torino 1977, pag. 117). 

I terrori dell’anno mille sono frutto di una leggenda. Gli storici illuministi del XIX secolo hanno ideologicamente ricostruito l’attesa dell’anno mille in termini di panico collettivo per enfatizzare l’idea di un medioevo cupo e retrogrado sotto il tallone oscurantista della Chiesa, ma hanno falsato la realtà delle cose. Ciò che c’è di vero in tutta questa vicenda è l’innegabile interesse che i cristiani hanno sempre avuto per i calcoli e le previsioni della fine del mondo. Nonostante gli avvertimenti del Cristo, molti hanno sovente ritenuto di intuire i segni premonitori della fine del mondo. Il minimo fenomeno cosmico viene interpretato come se fosse il preludio della fine.

Certo, il cristianesimo poggia sull’attesa escatologica. Con la morte e la risurrezione di Gesù sono arrivati gli ultimi tempi, ma non è stabilito sapere quanto questi debbano durare. Si tratta di un “rinvio” che permette all’umanità di convertirsi. Il cristiano, come la Chiesa, è un pellegrino che vive in funzione dell’incontro decisivo col suo Signore, senza farsi sommergere da un panico che nascerebbe da motivi puramente umani.


Bibliografia

H. Focillon “L’an Mil” Colin, Paris, 1952;
G. Duby, “L’Anno Mille. Storia religiosa e psicologia collettiva”, Einaudi, Torino 1977;
G. Duby- Frugoni “Mille e non più Mille”, Rizzoli, 1999.

venerdì 6 ottobre 2017

Biglino e l’eternità di Dio

Altro argomento che Biglino propone incessantemente nelle sue conferenze è la questione riguardante l’esatta traduzione del termine ebraico “olam”, in lingua ebraica “עולם”. Tutte le bibbie più accreditate traducono questo termine con “eternità”, ma per lo studioso piemontese questo modo di tradurre è un abuso perché quel termine non avrebbe quel significato. Per provare quello che dice Biglino tira fuori sempre un estratto del dizionario di ebraico ed aramaico biblici della Società Britannica dove alla voce “olam” viene espressamente riportata l’indicazione di non tradurre con “eternità”. Per Biglino tutto ciò costituisce l’ennesima prova che le bibbie che leggiamo non sono altro che un’impostura, dei testi manipolati e falsati nel loro reale significato. Secondo Biglino nella Bibbia non c’è il concetto di eternità e, quindi, neppure quello di un Dio eterno, anzi, secondo lui la Bibbia non parlerebbe affatto di Dio. La Bibbia sarebbe solamente un testo che racconta l’epopea di una famiglia in cui, successivamente, è stata inserita la figura di Dio con le sue prerogative tra cui anche l’eternità. Ovviamente quando e da chi sarebbe stata operata questa manipolazione Biglino non lo dice, o non lo sa, ma al suo uditorio questo interessa molto poco, è troppo affascinato dall’idea del solito complotto della Chiesa.

Come al solito Biglino parte da un dato che è oggettivamente vero per poi sfruttarlo al fine di abbindolare i creduloni ignoranti e proporre la sua visione complottistica. Da un punto di vista strettamente tecnico il termine ebraico “olam” non ha il significato di “eternità”, inteso secondo la nostra visione, ossia l’assenza di tempo. Ma Biglino nelle sue conferenze fa leggere solo una parte della nota del dizionario d’ebraico ed aramaico britannico. A pagina 304 di tale dizionario la nota per intero recita: “Non tradurre come eternità, si tratta di un tempo molto lungo” (Philippe Reymond “Dizionario di ebraico e aramaico biblici” Ed. Società Biblica Britannica, 2011, pag. 304). Abbiamo, quindi, specificata anche la nozione di un “tempo molto lungo”, cioè un tempo lunghissimo, praticamente indefinibile. Come è possibile riscontrare in qualsiasi dizionario di ebraico, il termine “olam” è usato anche per indicare qualcosa di lontanissimo, sia nello spazio, che nel tempo, quindi per indicare un qualcosa che non è possibile definire in modo preciso. Infatti altro significato di “olam” è "mondo", proprio perché è grande, oppure ”universo” perché è immenso, indefinibile, nel senso che i suoi confini sono talmente lontani da non poter essere visti. Il termine “olam”, quindi, è perfettamente compatibile con il concetto di Dio ebraico: immenso, indefinibile, inconoscibile, nella Bibbia il termine ebraico “El 'Olam” significa proprio “Potente indefinibile” (G. Brin “The Concept of Time in the Bible and the Dead Sea Scrolls: Studies on the Texts of the Desert of Judah” Brill: Leiden 2001).

Essendo Dio indefinibile, perché inconoscibile, per poterlo definire si può solo indicare cosa non è, cioè “in-determinato”, “in-finito”, ecc. Lo stesso nome di Dio, il sacro tetragramma YHWH, in realtà non definisce niente e lascia la figura di Dio totalmente “nascosta”, “inarrivabile”. Infatti la stessa radice del termine “olam” implica il senso di "scomparire", di “nascosto”. Per la Bibbia, quindi, Dio è inconoscibile e non può essere rappresentato con le categorie umane, quindi Dio è al di fuori anche del tempo. Ad esempio nel Salmo 145 al versetto 13, nella traduzione della maggior parte delle bibbie, è scritto: “Il tuo regno è un regno eterno (malkut kol-`olamim) e il tuo dominio dura per ogni età”, e nella Bibbia di Gerusalemme (salmo 144, secondo la differente numerazione) si ha: “Il tuo regno è regno di tutti i secoli (malkut kol-`olamim), il tuo dominio si estende ad ogni generazione”. La traduzione grammaticalmente più giusta sarebbe “un regno lontanissimo nel tempo” che, però, in italiano non ha senso e non rende il vero significato del versetto. Quindi per rendere in italiano il concetto di un Dio inconoscibile ed indefinito, fuori dalle categorie umane come il tempo, molte bibbie traducono giustamente con “regno eterno”, “regno di tutti i secoli”. Il salmista ha ben presente che il regno di Dio sarà per tutte le generazioni e che nessuna di queste resterà esclusa, quindi questo regno non sarà destinato a finire, perché quando si esauriranno le generazioni si esaurirà anche il tempo. E il tempo non può limitare Dio in quanto ne è il creatore e pertanto ne è al di fuori. Il salmo, infatti, indica chiaramente, al verso 3, che la grandezza di Dio non può essere misurata. 

Alla luce di tutto ciò è profondamente sbagliato, come fa Biglino, affermare che siccome non esiste il concetto di eternità nella Bibbia, allora il Dio che vi è rappresentato è solo una costruzione teologica successiva. Questo perché la Bibbia tratteggia chiaramente l’immensità di Dio e lo fa sottolineando la sua caratteristica di essere inconoscibile dall’uomo. Una immensità che lo pone al di sopra di tutto, quindi anche del tempo. E’ per questo che è del tutto lecito tradurre “olam” con “eternità”.

Bibliografia



Philippe Reymond “Dizionario di ebraico e aramaico biblici” Ed. Società Biblica Britannica, 2011;
G. Brin “The Concept of Time in the Bible and the Dead Sea Scrolls: Studies on the Texts of the Desert of Judah” Brill: Leiden 2001;
Dizionario “Koehler & Baumgartner" Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament;
Dizionario “Brown-Driver-Briggs” Hebrew and English Lexicon;
Consulenza Ebraica - ForumFree

venerdì 29 settembre 2017

Conclusioni

Come abbiamo visto tutte le incredibili scoperte e le sconvolgenti rivelazioni che propugnano questi testi sono basate sul nulla. Senza dover avere una competenza specifica o possedere particolari mezzi di indagine è facilissimo rendersi conto autonomamente dell’inconsistenza di tali argomentazioni. Non è mai esistito un Priorato di Sion, se non quello del secolo scorso inventato da uno spostato come Plantard, i famosi vangeli gnostici non riportano alcuna notizia di matrimoni di Gesù, la chiesa Cattolica non ha nascosto o trafugato alcunché di scomodo, i famosi “documenti segreti” nascosti nella Biblioteca Nazionale di Parigi sono un’autentica bufala, la nascita e la scomparsa dei Templari o le crociate albigesi sono state determinate da motivazioni storiche serie e dimostrate, non certo dalle buffonate sparate da D. Brown e soci.

Si potrebbe obiettare che D. Brown, avendo scritto solo un romanzo, aveva legittimamente la licenza di inventare per piegare la storia ai propri fini. Certo, ma allora perché inserire, a pag. 9 del suo libro, una nota con cui si assicura che tutti i documenti, rituali e rivelazioni varie rispecchiano la realtà? Perché ne “Il Codice da Vinci” sono riportati pari pari contenuti e teorie di altri testi che romanzi non sono, ma che, anzi, hanno il coraggio di reputarsi dei libri storici? Prova di ciò è stata l’azione legale di M. Baigent, R. Leigth ed H. Lincoln contro D. Brown per il presunto plagio del loro “The Holy Blood and the Holy Graal”. Disputa legale vinta poi da D. Brown (il film prodotto dalla Sony era pronto ad uscire…). Appare, comunque, troppo comodo lanciare il sasso nello stagno e nascondere poi la mano. E’ come se qualcuno scrivesse e divulgasse universalmente, mentendo spudoratamente, peste e corna di persone a noi care giustificandosi poi che si tratta solo di un romanzo. Nei suoi precedenti libri, come ad esempio “Angeli e demoni”, D. Brown ugualmente attacca i cristiani e la Chiesa Cattolica, ma almeno ha il buon gusto di non offendere la loro fede. Questi libri, infatti, non suscitarono alcun scandalo, tanto è vero che prima de “Il Codice da Vinci” pochissimi sapevano dell’esistenza di tali romanzi. Per riuscire a conferire fascino ed attrazione ai suoi libri, D. Brown ha avuto bisogno di offendere e denigrare le basi della fede cristiana ammantando la sua storia di un alone di falsa veridicità. D. Brown non si è fatto alcun scrupolo di avvertire il lettore che stava leggendo una falsità, calpestando ed infamando, così, la Chiesa Cattolica e la fede cristiana di milioni di credenti.

Resta, infine, una domanda: come mai questa letteratura ha avuto tutto questo successo? Perché l’opinione pubblica gli ha tributato un tale trionfo? 
Anche se palesemente falso ed inverosimile, tutto ciò che può screditare la chiesa ed i cristiani è bene accetto. Nessuno si fece troppi problemi a credere al falso di Morton Smith, il vangelo segreto di Marco, era troppo allettante poter ritrovare l’omosessualità tra i primi cristiani, provare la disonestà della chiesa e decretare l’inaffidabilità della tradizione apostolica. Passare sopra la dignità religiosa e la mancanza di rispetto verso il credo cristiano è la peculiare caratteristica della nostra società secolarizzata. I cristiani costituiscono, oggi, l’unica voce a difesa dei valori della vita, della famiglia, della dignità umana. Al contrario dell’imperante “Politically correct”, la voce cristiana ha il coraggio e la fermezza per ribadire e difendere i nostri valori fondamentali. Ella richiama ad una seria e responsabile valutazione degli aspetti della nostra vita, dei nostri costumi, delle nostre abitudini. Tutto ciò disturba le coscienze obnubilate, il commercio dei profilattici, l’industria dell’aborto, la manipolazione genetica umana, ecc… Tutto ciò è visto come indebita ingerenza in uno stato laico, mentre la nostra società è fatta a pezzi dal degrado morale, è dominata dalla pubblicità che impone i suoi modelli consumistici, è ingannata da scelte politiche di morte. Una società falsa ed ipocrita dove imperversa la dittatura del politicamente corretto, che sta attenta alla pagliuzza di condannare l’insulto “frocio”, ma ingoia tranquillamente il cammello dell’aborto, dove è giustamente condannato il disprezzo, sempre che non si sia fumatori, obesi, pedofili, nazisti o cristiani. Una simile società non può essere altro che l’ambiente perfetto per accogliere trionfalmente un’immondizia come Il Codice da Vinci”, che, deleggittimando la Chiesa, demolisce il rispetto di Dio fornendo falsi alibi. Questa china pericolosa intrapresa dalla nostra società ha origini antiche, è il frutto del progressivo abbandono dei valori, dell’inculturazione religiosa. Già papa Giovanni Paolo II, avvertendo questo pericolo, prima di morire, profeticamente esortava con questa parole la società contemporanea: «Nell’impiego e nella recezione degli strumenti di comunicazione urgono sia un’opera educativa al senso critico, animato dalla passione per la verità, sia un’opera dì difesa della libertà, del rispetto alla dignità personale, dell’elevazione dell’autentica cultura dei popoli, mediante il rifiuto fermo e coraggioso di ogni forma dì monopolizzazione e di manipolazione. Né a quest’opera di difesa si ferma la responsabilità pastorale dei fedeli laici: su tutte le strade del mondo, anche su quelle maestre della stampa, del cinema, della radio, della televisione e del teatro, dev’essere annunciato il Vangelo che salva». (Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Christifideles laici n. 44).

Eppure da tutta questa vicenda è possibile scorgere un lato positivo. Il libro di D. Brown ha indubbiamente portato all’attenzione di milioni di persone argomenti che normalmente sono riservati alle ristrette cerchie degli esperti del settore. Moltissima gente avrà cominciato a farsi delle domande e, magari, iniziato un cammino di ricerca. Una chiave di lettura del successo di D. Brown può anche essere quella di aver stimolato l’innata esigenza presente in ognuno di noi di ricercare la verità. Curiosamente, di tutto il Nuovo Testamento, lo scritto più antico giunto sino a noi, il papiro Rylands P52, riporta proprio le parole di Pilato davanti a Gesù: «Che cos’è la Verità?». 

Ringrazio il lettore per la scelta accordata e la pazienza dimostrata nel seguire le varie puntate di questa analisi storica su uno dei più famosi best sellers librari di questi ultimi anni.
La speranza è quella di non aver annoiato. 


FONTI 
-EUSEBIO DI CESAREA “Storia Ecclesiastica”
-GIUSEPPE FLAVIO “Antichità Giudaiche”
-GIUSEPPE FLAVIO “Guerra Giudaica”
-PAPIA di GERAPOLI “Esposizione dei loghia del Signore”
-S. GIROLAMO “Epistolario”
-S. GIUSTINO “Apologia”
-S. IRENEO DI LIONE “ Adversus haereses”



BIBLIOGRAFIA

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-SERGI G. “L’Europa Carolingia” - (vol. IV) La Storia – UTET.
-SOGGIN J. A. “Storia d’Israele” – Paideia Editrice Bologna.
-THIEDE C. P. “Il papiro Magdalen, la comunità di Qumràn e le origini del vangelo” – Piemme 1997.
-TORNIELLI A. “Processo al Codice da Vinci” - Gribaudi 2006.

venerdì 22 settembre 2017

Pietro Grasso e i suoi appelli: quando è meglio tacere.

Ieri sera stavo tranquillamente preparando la cena ascoltando di sottofondo il telegiornale delle 20, quando compare in video il volto contrito del presidente del Senato Pietro Grasso. Sorpreso da tale apparizione improvvisa ascolto il suo "messaggio agli italiani" rimanendone stupefatto ed allibito. Riferendosi all'atroce vicenda della morte di Nicolina, la quindicenne uccisa a Ischitella, in provincia di Foggia, dall'ex compagno della madre, la seconda carica dello Stato ha pensato bene di diffondere il seguente messaggio: "A nome di tutti gli uomini ti chiedo scusa. Finché tutto questo verrà considerato un problema delle donne, non c'è speranza. Scusateci tutte, è colpa nostra, è colpa degli uomini, non abbiamo ancora imparato che siamo noi uomini a dover evitare questo problema, a dover sempre rispettarvi, a dover sradicare quel diffuso sentire che vi costringe a stare attente a come vestite, a non poter tornare a casa da sole la sera. E' un problema che parte dagli uomini e solo noi uomini possiamo porvi rimedio".

Pietro Grasso chiede scusa a nome di tutti gli uomini e, quindi, lo farebbe anche a nome mio. E che significa questo? Cosa potevo fare per evitare la morte della povera ragazza? Sarà stata responsabilità delle forze dell'ordine o dell'apparato giudiziario che non sono stati in grado di evitare questa violenza. Cosa c'entrano gli "uomini"? O, forse, si parla di una responsabilità morale degli "uomini". Quindi io, in quanto "uomo", avrei parte di tale responsabilità, come se ogni uomo sia potenzialmente un violentatore ed un assassino di donne. Il presidente del Senato, infatti, dice apertamente che è colpa degli "uomini". E quali? Tutti? Quindi è anche colpa mia. 

Mi chiedo se Pietro Grasso è veramente cosciente di quello che va dicendo, perché mai dovrebbe essere anche colpa mia? Cosa ne sa Pietro Grasso della mia vita, della mia integrità morale, del mio rispetto profondissimo per tutte le persone e la loro dignità. Cosa ne sa Pietro Grasso del mio sconforto, rabbia, angoscia, per l'uccisione di ogni persona? Ma, soprattutto, cosa ne sa Pietro Grasso della rettitudine morale di milioni di persone che vivono in questo paese? Persone per bene, che, come me, inorridiscono e sono scandalizzate da tali violenze.

A differenza di Pietro Grasso, parlo di persone, non di "uomini" o "donne", "maschi" o "femmine". Queste distinzioni le lascio a Pietro Grasso e alla sua visione sessista, al suo dividere la società tra "uomini" e "donne". Che senso ha tale distinzione? Esiste per caso una comunità degli "uomini" ed una delle "donne", o non siamo forse un'unica società? La responsabilità di non aver saputo proteggere quella ragazza è solo degli "uomini", oppure dell'intera società? L'insegnamento morale scadente impartito ai ragazzi, gli esempi ed i modelli che la società propone loro, che generano o favoriscono la mentalità aberrante che porta a tali omicidi, è responsabilità dei soli "uomini" oppure è un problema che investe l'intera società? 

La società umana non è come la descrive Pietro Grasso, non è dividendo la figura maschile da quella femminile che si costruisce una società più giusta. Non sono le assurdità delle "quote rosa", la storpiatura della lingua italiana, con termini orribili come "sindaca" o "ingegnera", oppure la criminalizzazione del genere maschile, ad educare e prevenire la cosiddetta violenza di "genere". Servono i valori veri sul rispetto della persona e della vita, bisognerebbe considerare le persone per le loro competenze, le loro capacità, affidabilità, capacità di relazionarsi, per il loro pensiero, senza stare a distinguere se sono maschi o femmine. L'uomo è maschio e femmina, un'unica "entità" che caratterizza la grandezza dell'umanità.        

giovedì 31 agosto 2017

Parte XXIII– I Catari

Stranamente ne “Il Codice da Vinci” non c’è traccia di questa setta che, invece è abbondantemente evocata sia da M. Baigent, R. Leigth ed H. Lincoln, in “The Holy Blood and the Holy Graal”, che da L. Gardner nel suo “La linea di sangue del santo Graal”. Secondo loro il massacro dei Catari del 1244 è la prova che questi fossero a conoscenza del “segreto”, cioè dell’esistenza di una discendenza terrena di Gesù, e che per questo siano stati sterminati. In particolare scrive L. Gardner a pag. 252: «A ovest-nord-ovest di Marsiglia, sul golfo del Leone, si stende l’antica provincia della Linguadoca i cui abitanti, nel 1208, vennero ammoniti da papa Innocenzo III per la loro condotta poco cristiana. L’anno successivo, un esercito papale di 30.000 soldati al comando di Simone di Monfort calò sulla regione. […] erano stati mandati a sterminare la setta ascetica dei catari (i Puri) […] che secondo il papa e re Filippo II di Francia, erano eretici […] il timore del papa in realtà era causato da qualcosa di molto più minaccioso. Si diceva che i Catari fossero i custodi di un grande e sacro tesoro, associato ad un’antica e fantastica conoscenza […] la regione della Linguadoca corrispondeva sostanzialmente a quello che era stato il regno ebraico di Septimania nell’VIII secolo, sotto il merovingio Guglielmo de Gellone […] al pari dei Templari, i Catari erano apertamente tolleranti verso la cultura ebraica e musulmana e sostenevano anche l’uguaglianza dei sessi […] contrariamente alle accuse, i testimoni chiamati a deporre parlavano soltanto della Chiesa dell’Amore dei Catari e della tenace devozione al ministero di Gesù […] chi non apparteneva alla setta beneficiava ugualmente delle sue opere benefiche […] sebbene il loro rituale non fosse minaccioso di per sé, si riteneva che la setta possedesse sufficienti informazioni attendibili per smentire clamorosamente il concetto fondamentale della Chiesa romana ortodossa. C’era soltanto una soluzione per un regime fanatico e disperato e fu impartito l’ordine: “Uccideteli tutti!”».

L. Gardner lavora abbondantemente di fantasia, lo stravolgimento della storia è totale, un vero manipolatore. Vagheggia, ancora, dell’esistenza di un fantomatico regno ebraico di Settimania che, secondo lui, sarebbe stata la comunità ebraica che accolse i supposti discendenti di Gesù e Maria Maddalena. Ovviamente niente di più falso, la Settimania era una regione della Gallia antica chiamata così perché vi era di stanza la Legione VII dell’esercito romano d’occupazione (Legio septima). Più tardi prenderà il nome di Gallia Narbonese, dalla città principale Narbona. Dopo la fine dell’impero romano la regione cadde in mano ai Visigoti che la tennero fino alla conquista araba (719 d.C.). Successivamente fu riconquistata da Pipino il Breve e da Carlo Magno che l’annessero al loro impero. Guglielmo de Gellone, citato da L. Gardner, secondo notizie storiche certe, non era un governante merovingio, ma un personaggio molto influente alla corte di Carlo Magno, il suo nome completo era Guglielmo d’Orange, Conte d’Aquitania. Nel 787 d.C. fu nominato conte proprio dal sovrano carolingio, di cui era pure cugino, ricevette l’abito monastico benedettino da San Benedetto d’Amiane e fondò nell’804 d.C. un monastero molto famoso a Gellone presso Amiane in Francia (“Vita Hludowici Imperatoris” di Eginardo). Questo monastero derivò la sua importanza dalla presenza della reliquia della scheggia della Santa Croce donata da Carlo Magno. Attirava, per questo, i pellegrini diretti a Santiago de Compostela e, nel XI secolo, fu importante luogo di raduno per tutti i sovrani crociati in procinto di recarsi in Terrasanta. Oggi Guglielmo d’Orange è ricordato dalla Chiesa Cattolica come santo il 28 maggio. Famosi sono gli affreschi di Giotto e Niccolò di Tommaso che raffigurano la sua vita in una cappella del Maschio Angioino di Napoli. 

Affermare, poi, che la Chiesa Cattolica fosse preoccupata del proliferare dell’eresia catara perché questa possedeva una “conoscenza” particolare è una solenne stupidaggine. L. Gardner descrive i Catari come gente pacifica, parla di una società modello dove vigevano l’amore e la tolleranza, ma, come al solito, L. Gardner dice fesserie, egli non ha la minima conoscenza di quello che afferma. Mi sembra importante, a questo punto, fare chiarezza dal punto di vista storico, cioè attenendosi a documenti certi, su chi erano veramente i Catari e sulle crociate avvenute contro di loro. 

L’eresia catara (dal greco katharos = puro) fu la crisi più grave ed importante con cui la cristianità dovette confrontarsi dopo l’arianesimo. Gli appartenenti a questa setta, tra i secoli XI e XIII, diedero origine a proprie comunità in quasi tutta Europa, specialmente nei Balcani, nella Francia meridionale e Aragona, in Italia settentrionale e persino in Sicilia. Non fu, quindi, come lascia intendere L. Gardner, un fenomeno tipico della Francia meridionale, ma costituì un vero e proprio sistema socio-religioso alternativo a quello esistente allora in gran parte dell’Europa. Ben lungi dalle fantasiose affermazioni di L. Gardner, i Catari costituirono un vero e proprio “cancro” che rose dal di dentro le istituzioni ufficiali e la base della vita sociale di allora. La dottrina catara, infatti, rifiutava ogni autorità per proporre una visione deteriore della realtà. Possiamo, infatti, far comprendere l’eresia catara nel grande gruppo delle eresie gnostiche e manichee.
Per la dottrina catara tutto ciò che esiste, cioè il mondo materiale, è opera del demonio o di un dio malvagio che si oppone al dio del bene che, invece, è creatore del mondo buono, cioè quello spirituale. Per questo i Catari disprezzavano il dio dell’Antico Testamento, autore del malvagio mondo materiale, per esaltare il dio buono, autore di quello spirituale, del Nuovo Testamento. Ovviamente un Nuovo Testamento completamente reinterpretato secondo la loro aberrante visione. Non poteva, infatti, esistere alcun punto di contatto tra i due “mondi”, cosicché negavano l’incarnazione di Gesù e la resurrezione della carne. Essi ritenevano che il suo Corpo fosse solo spirituale, con una apparenza di materialità. 
L’anima umana non è sempre considerata creazione del dio buono, lo sono solo quelle dei “Puri” o “Perfetti”, cioè una ristretta cerchia di persone che sarebbero degli angeli imprigionati da satana in corpi umani. Attraverso una serie di reincarnazioni (credevano anche a questo, sic!) queste anime arrivavano ad essere “pure”, cioè catare, e si ponevano come guida spirituale della setta per poi liberarsi dal corpo. In quest’ottica l’auspicato fine ultimo dell’umanità per i “Puri” era il suicidio generale. Si sottoponevano a regole durissime, non lavoravano, non partecipavano alla vita sociale, non riconoscevano alcuna autorità, ogni attività sessuale era proibita, se qualcuno veniva meno, allora la sua caduta era dovuta alla sua anima ritenuta ancora non sufficientemente pronta. I “perfetti” erano considerati come dio stesso e venivano letteralmente adorati dagli altri componenti della setta che avevano anche l’obbligo di mantenerli. 

Oltre ai “perfetti”, infatti, c’era tutta la moltitudine dei seguaci ritenuta impura e peccaminosa. I Catari, infatti, non credevano nel libero arbitrio, così chi era ritenuto un’emanazione del male non aveva altro destino che perire. La loro unica speranza era quella di ricevere dai “perfetti”, alla fine della vita, il “consolamentum”, una sorta di purificazione spirituale. Per ottenerla, però, occorreva esserne degni e, quindi, vivere distaccandosi progressivamente dalla vita materiale, oppure la si poteva ottenere subito se poi, però, si era disposti a suicidarsi. Questa pratica era diffusissima presso i Catari, si chiamava “endura”, secondo loro se praticata subito dopo il “consolamentum” garantiva il paradiso. Esistevano diverse forme di “endura”, la più diffusa era l’inedia, riservata ai lattanti, ma anche il dissanguamento, realizzato anche con bevande mescolate a frammenti di vetro, o lo strangolamento. Molte volte l’”endura” veniva applicata a vecchi e bambini, cosicché il suicidio diveniva omicidio. Uno studioso tedesco del XIX secolo, Dollinger, studiando gli archivi dell’inquisizione a Tolosa e Carcassonne notò con raccapriccio che furono molto più le vittime dell’”endura” che dell’inquisizione stessa. 

Questa dottrina, considerando intrinsecamente cattivo e peccaminoso tutto ciò che lega l’anima alla materia, odiava ed aborriva le attività procreative, la perpetuazione della specie era vista come un’opera satanica, le donne incinte e i neonati erano disprezzati perché visti sotto l’influenza del demonio. Presso le comunità catare, per limitare l’azione del “male”, veniva largamente praticato l’aborto. Il matrimonio veniva considerato un generatore di male, tutte le autorità terrene erano considerate creature del dio malvagio, quindi non bisognava riconoscerle, venivano aborriti i tribunali, erano considerate azioni sataniche prestare giuramento ed impugnare le armi. L. Gardner parla di persone aperte anche a chi non faceva parte della setta, falso! Ai Catari era severamente proibito anche solo parlare con estranei alla setta, perché “gente del mondo”, eccettuando i tentativi di conversione.
Tutte le sette catare avevano una accesissima ostilità verso la Chiesa Cattolica che vedevano come la grande meretrice Babilonia. Non potevano accettare il suo ruolo di intermediaria dell’amore di Dio verso gli uomini nella loro vita sulla terra. Per questo non accettavano i sacramenti che ritenevano segni del demonio.
Tutto ciò portò centinaia di migliaia di persone in tutta Europa a ritirarsi dalla vita sociale, era messa in grave pericolo non solo l’unità della fede e la dignità umana, ma anche la stessa aggregazione sociale. Questo modo di vedere la società era suicida, tutto ciò non poteva essere accettato né dalle autorità costituite, tantomeno dalla Chiesa.
Nel 1167 a Saint Felix de Caraman (Tolosa) si tenne un vero e proprio concilio eretico dove le comunità catare si diedero un’organizzazione. Essi rifiutavano la gerarchia cattolica, ma ne avevano una propria costituita da un clero, i “perfetti”, con ogni sorta di privilegi, e dai credenti, cioè tutti gli altri. Da quel momento il movimento cataro cominciò a diventare minaccioso.
Alcune ramificazioni secondarie dei Catari (i catarelli e i rotari) cominciarono a saccheggiare regolarmente le chiese; attorno all’anno mille, nella regione dello Chàlon, un certo Leutardo incitava a distruggere croci ed immagini sacre; tra il 1143 e il 1148 un “perfetto”, Eon de l’Etoile, a capo di una comunità catara si autoproclamò figlio di Dio, signore di tutto il creato, e in virtù del suo potere ordinò ai suoi seguaci di distruggere ogni chiesa. Nel 1225 i Catari incendiarono una chiesa cattolica a Brescia; nel 1235 uccisero il vescovo di Mantova.
Di fronte a questi atti di violenza ed al proliferare dell’eresia la Chiesa, per molti anni, fu in difficoltà su come agire. A Verona, nel 1184 un sinodo vide il papa Lucio III e l’imperatore Federico I Barbarossa costretti ad istituire misure di controllo per contrastare la propaganda eretica, ma senza grandi successi. Nel 1206 il nuovo papa Innocenzo III incaricò i Cistercensi e i Domenicani ad operare un’intensa predicazione senza ottenere risultati soddisfacenti. L’eresia si diffondeva ovunque con velocità, nel 1012 si ha notizia di una setta a Magonza, nel 1018; nel 1200 ne compaiono numerose in Aquitania (sud ovest della Francia), nel 1028 a Orléans; nel 1025 ad Arras; nel 1028 a Monforte (presso Torino); nel 1030 in Borgogna. Il vescovo cattolico di Milano affermava che nel 1166 nella sua diocesi c’erano più eretici che cristiani. La zona, però, dove l’eresia catara proliferò maggiormente fu la Linguadoca dove furono inviate numerose missioni per cercare di convertire gli eretici, tra queste quella di San Bernardo di Chiaravalle il quale racconta che le chiese erano deserte e nessuno più si comunicava e faceva battezzare i figli. I missionari e il clero cattolico locale venivano malmenati, minacciati ed insultati. In Linguadoca fu ucciso dagli eretici persino il legato papale Pietro di Calstelnau. Inoltre la nobiltà locale prese a sostenere attivamente la setta, intravedendo la possibilità di appropriarsi dei beni e delle terre della Chiesa. Raimondo VI di Tolosa arrivò persino ad ospitare alcuni catari nel suo seguito per poter ricevere la loro benedizione in caso di morte improvvisa.
Tra il XI e il XIII secolo per porre un freno deciso all’eresia si susseguirono tre crociate conosciute come le crociate albigesi (gli albigesi erano i catari francesi, n.d.r.). Furono una risposta violenta e disperata contro un male che minava le fondamenta dello stato e della fede. Le istituzioni, cioè il braccio secolare (Simone di Monfort, il re di Francia Luigi VIII) in associazione con i mezzi ecclesiastici ripresero i controllo delle regioni meridionali francesi e repressero nel sangue l’eresia. Nel 1224 l’Imperatore Federico II istituì la pena del rogo per gli eretici. 
Tutte queste drastiche misure furono dapprima tollerate, poi apertamente approvate dalla Chiesa che, però, successivamente, fu veloce a mitigare le forme repressive. 

Alla luce di tutto ciò le affermazioni di L. Gardner e di tutti coloro che hanno fantasticato sul massacro degli albigesi appaiono delle misere manipolazioni della storia. Eppure a noi, osservatori del XXI secolo, resta forte lo sgomento per le terribili responsabilità della Chiesa nella vicenda. Così come ho spiegato a proposito della caccia alle streghe, per poter avere una visione corretta dei fatti occorre calarci nella mentalità del tempo. L’inquisizione e la crociata furono mezzi estremi per estremi rimedi, la cristianità e la stessa società civile reagì violentemente di fronte ad un pericolo reale laddove il dialogo e la pazienza non funzionarono. Fu nel 1053, alla battaglia di Civitate, in cui l’esercito raccolto da papa Leone IX fu sconfitto dai Normanni di Roberto il Guiscardo, che comparirono per la prima volta in battaglia le insegne di S. Pietro (vexilia sancti Pietri). Tutte le popolazioni dell’Italia meridionale, infatti, si appellarono al papa per trovare un aiuto contro le scorrerie dei Normanni, che dalla Sicilia imperversavano devastando e distruggendo campagne e città. Neppure la scomunica aveva fermato le violenze, quindi risultò inevitabile la guerra. Nacque così il concetto della guerra giusta, l’estremo rimedio per ristabilire la giustizia e la salvezza delle anime, valori che per la società laica odierna non hanno più importanza, ma fondamentali nel medioevo. La guerra giusta fu considerato un atto sacro in cui parteciparvi non comportava il peccato. Tutte le sue successive manifestazioni evocate dalla Chiesa, dalle crociate in Terrasanta a quelle contro le eresie, costituirono uno slancio di fede autentica che, sebbene violento e con spargimento di sangue, ha sempre avuto un carattere difensivo a vantaggio della giustizia. Non bisogna, infatti, confonderla con la guerra santa islamica. Il “Jihad” musulmano non aveva carattere difensivo, ma essenzialmente imperialista e caratterizzata da un forte intento di proselitismo, caratteristiche totalmente assenti nelle crociate cristiane.

giovedì 24 agosto 2017

Dall'eutanasia all'eugenetica, l'evoluzione laicista della società europea

Dopo le tristissime vicende che pochi mesi fa hanno riguardato il piccolo Charlie Gard ed i suoi genitori, costretti a dover lasciare uccidere il loro bambino da una folle sentenza dei giudici inglesi e, per la prima volta in Europa, della Corte europea dei diritti (sic) umani, ora una nuova notizia, che ha avuto una scarsissima rilevanza sui media, documenta il profondo abisso in cui sta sprofondando l'Europa laicista.


L'Islanda si sta avviando ad essere il primo paese europeo senza nascite di persone con sindrome di Down. Infatti la maggioranza delle donne che ricevono risposta positiva al test prenatale circa la presenza di anomalie cromosomiche nel feto, mettono fine alla gravidanza. Le stime indicano una percentuale ormai vicina al 100 per cento. Tutto ciò è favorito ed incoraggiato dalla legge islandese che permette il ricorso all'aborto anche dopo sedici settimane in caso di anomalie nel feto e la sindrome di Down è inclusa fra queste. In Islanda, poi, le diagnosi prenatali sono molto diffuse e facilitate anche dalla semplicità dei nuovi screening, sempre meno invasivi.

Ma c'è di più, l'Islanda ha un competitore eccezionale nella Danimarca, anche in questo paese si è deciso che le persone portatrici della sindrome di Down non devono nascere. Anche per il paese scandinavo è preminente il diritto di scelta dei genitori e lo Stato mette a loro disposizione ogni possibilità per un facile accesso a screening prenatali ed un agevole ricorso all'aborto.

Ecco a cosa porta la non-morale laicista che pone sempre la morte come la soluzione di ogni problema. Per eliminare la malattia si eliminano i malati, siamo proprio alla base dell'eugenetica. Perché è proprio di questo che stiamo parlando. Non valgono le patetiche ragioni laiciste secondo le quali la decisione di evitare di far nascere una persona con sindrome di Down sia solo una questione personale che attiene al diritto di autodeterminazione. Lo Stato islandese e quello danese incoraggiano i test prenatali ed il ricorso all'aborto per eliminare le persone portatrici di handicap perché non gradite, perché considera quelle vite indegne di essere vissute e tutto ciò si configura esattamente come eugenetica. I bambini che nascono malati non appartengono al modello della vita perfetta laicista, generano pena e sofferenza e, soprattutto, fanno spendere un sacco di soldi allo Stato per cure ed assistenza. Come non tornare col pensiero ad una settantina di anni fa, all'Aktion T4, il programma nazista di eutanasia che sotto responsabilità medica prevedeva la soppressione di persone affette da malattie genetiche e portatrici di handicap? Anche lì si eliminavano le vite indegne di essere vissute, solo che lo facevano senza il paravento dell'aborto, ma mentre quel programma arrivò ad uccidere circa 200.000 individui, la moderna, evoluta e democratica Europa contemporanea laicista è arrivata a sterminare milioni di bambini. 

Il relativismo etico laicista è sempre lo stesso, si ha diritto a nascere solo se si rientra nel modello di vita imposto dal politicamente corretto, altrimenti non si vale niente. La vita umana è niente, non ha alcun valore intrinseco, lo acquista solo per una scelta personale. E' questo l'orizzonte di morte del laicismo.

lunedì 31 luglio 2017

Parte XXII - I Templari

Credo non sia mai esistito un ordine religioso che abbia suscitato tanto interesse e curiosità come quello dei Templari. Sul conto di questi monaci sono fiorite innumerevoli leggende e storie fantastiche. Sono stati considerati come depositari di conoscenza aliene, come i primi esploratori europei del Nord America, come i precursori delle logge massoniche, ecc… 

Fatalmente anche D. Brown e compagnia li tirano in ballo per piegare la storia alle loro assurde teorie. Ne “Il Codice da Vinci”, da pag. 190 si possono leggere simili scempiaggini: "…Intendi dire che i templari sono stati fondati dal Priorato di Sion per recuperare una raccolta di documenti segreti? Pensavo che fossero stati creati per proteggere i luoghi santi”. “Un equivoco comune. L’idea di proteggere i pellegrini era la scusa scelta dai templari per compiere la loro missione. Il loro vero scopo in Terrasanta consisteva nel recuperare i documenti dalle rovine del tempio […] ma c’è un particolare su cui tutti gli studiosi concordano: i cavalieri hanno di certo scoperto qualcosa fra le rovine, e questa scoperta li ha resi ricchi e potenti al di là di ogni immaginazione […] I cavalieri pensavano che i documenti cercati dal Priorato fossero sepolti in profondità sotto le rovine, e in particolare sotto il sancta sanctorum […] Per quasi un decennio i nove cavalieri erano vissuti nelle rovine e avevano scavato in totale segretezza nella roccia. […] avevano poi portato via il tesoro ed erano tornati in europa, dove in breve erano diventati potentissimi […] [la Chiesa ha cercato] di comprare il loro silenzio, ma il papa Innocenzo II aveva immediatamente emanato una bolla papale senza precedenti, che attribuiva ai templari un potere illimitato e li dichiarava “una legge in se stessi”, un esercito autonomo, sottratto a qualsiasi interferenza di re e prelati, di religione e politica.[…] Verso il 1300, la bolla papale aveva permesso ai Templari di ottenere un tale potere che il Papa Clemente V aveva deciso di prendere provvedimenti. Operando di concerto con il re di Francia Filippo IV, il papa aveva studiato un'ingegnosa operazione lampo per eliminare i Templari e impadronirsi del loro tesoro, impossessandosi così del segreto che minacciava la Chiesa. Con un'operazione militare degna della CIA, il Papa Clemente aveva inviato ordini segreti sigillati che dovevano essere aperti contemporaneamente dai suoi soldati in tutta Europa il venerdì 13 ottobre del 1307…». 



Anche L. Gardner, in quanto a corbellerie non è da meno, secondo la sua ricostruzione “storica” il compito di proteggere i pellegrini e i luoghi santi dagli infedeli era solo una copertura, anzi, i Templari furono tolleranti ed amichevoli con ebrei e musulmani. In realtà la loro presenza in Terrasanta serviva solo per svolgere la missione di recuperare il tesoro degli Ebrei tra cui c’erano i misteriosi documenti del sangréal e, addirittura, la biblica Arca dell’alleanza, miracolosamente rimasta intatta fino ad allora! A pag. 301 del suo libro afferma: «Sebbene i primi Templari avessero un’affiliazione cristiana, erano noti fautori della tolleranza religiosa, il che permetteva loro di essere diplomatici influenti sia nella comunità ebraica che in quella islamica. Tuttavia, questa associazione liberale con ebrei e mussulmani fu denunciata come “eresia” dai vescovi cattolici e contribuì non poco alla scomunica dei Cavalieri da parte della chiesa di Roma nel 1306».



Quindi tutti gli studi storici sulla religiosità medioevale, sullo spirito crociato, sulla spiritualità degli ordini monastici, sulla guerra santa, ecc… sono tutte sciocchezze! L’istituzione dell’Ordine dei Templari fu tutta una montatura per coprire il vero obiettivo: proteggere la discendenza e recuperare il tesoro del sangréal

Ma allora, molto probabilmente, il Gran Maestro dei Templari, Girardo di Riderford, doveva aver bevuto un po’ troppo se, nel 1187, prima della battaglia di Cresson, arringava così i suoi monaci guerrieri: «Miei carissimi fratelli e compagni d’armi, vi siete sempre opposti a queste genti mendaci e vane, avete reclamato da loro vendetta e ogni volta le avete sconfitte…», oppure il Saladino fu veramente irriconoscente se dopo la battaglia di Hattin, 4 luglio 1187, la più disastrosa sconfitta dei crociati in Terrasanta, fece scannare tutti i Templari caduti prigionieri, tra cui lo stesso Girardo di Riderford, lasciando inaspettatamente in vita il re cristiano di Gerusalemme Guido da Lusingano. Forse non aveva una gran simpatia verso i Templari visto che erano i più irriducibili avversari dell’Islam e che, poco prima della battaglia, si divertirono a bruciare vive tutte le donne musulmane dei paraggi ritenendole streghe e spie. La stessa antipatia devono averla suscitata anche nel sultano mamelucco Baibars, se nel 1250, durante la settima crociata, organizzò a Mansura, in Egitto, una mattanza in cui perirono tutti i Templari al seguito di re Luigi IX di Francia. Oppure i Templari al seguito di re Riccardo “Cuor di Leone”, l’eroe crociato per eccellenza, non dovevano essere stati di buon umore se dopo la caduta di Acri, nel 1191, trucidarono circa 2700 prigionieri islamici. 

Potrei continuare ancora per molto, ma è inutile. La realtà è ben evidente: i cavalieri Templari erano un ordine religioso militare nato per difendere i luoghi santi dagli infedeli e i pellegrini che vi si recavano, mentre D. Brown, L. Gardner e compagnia sono una massa di manipolatori che si diverte a scrivere panzane in barba all’evidenza storica.
I cavalieri Templari costituirono principalmente una organizzazione militare, con le loro ricchezze costruirono diverze fortezze in Terrasanta addestrando quelle che, con ogni probabilità, furono le migliori unità militari del tempo.

Secondo D. Brown i Templari costituivano il cosiddetto braccio armato del “Priorato di Sion”, ma in realtà, come abbiamo visto, questo priorato non è mai esistito, fu solo un parto della fantasia di Plantard. Le uniche notizie certe che abbiamo ci parlano di un Goffredo di Buglione fondatore, all’indomani della conquista di Gerusalemme, nel 1099, di una abbazia di “Nostra Signora del Monte Sion”. Tra l'altro, essendo questa comunità di monaci un'abbazia, era retta da un abate e non da un Priore e, quindi, non può essere chiamata “Priorato”. Questa comunità sopravvisse in Palestina fino alla riconquista musulmana del 1291, i pochi monaci superstiti si trasferirono in Sicilia dove la loro comunità si estinse nel XIV secolo. Fu una semplice comunità monastica, come tante in quel periodo, senza alcun collegamento con i Templari, la Maddalena e Santi Graal di sorta. 

I Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone, meglio noti come Templari, furono un ordine monastico militare cristiano. L’origine di tale ordine si colloca attorno all’anno 1118, quando, subito dopo la prima crociata, nove cavalieri, tra cui anche Andrea di Montbard, zio di S. Bernardo di Chiaravalle, fanno voto di proteggere i luoghi santi ed i pellegrini dai musulmani. Si trattò, quindi, di un fenomeno figlio della spiritualità crociata tipico della Chiesa medioevale. Nove anni dopo la fondazione dell’ordine, il re di Gerusalemme di allora, Baldovino II, così scriveva a S. Bernardo di Chiaravalle, la guida religiosa più prestigiosa dell’epoca: «Baldovino II, per grazia di Gesù Cristo, re di Gerusalemme e principe d’Antiochia, porge il suo deferente ossequio al degno padre Bernardo, abate di Chiaravalle. I frati Templari, da Dio chiamati alla difesa della Nostra Terra […] desiderano ricevere approvazione apostolica e una regola specifica per il loro ordine […] La regola dell’Ordine dei Templari dovrebbe essere tale che s’adatti a uomini viventi fra i torbidi della guerra…». Appare chiaro, quindi, l’intento di conferire ai Templari l’incarico di proteggere militarmente i luoghi santi e i pellegrini. L’ordine fu poi ufficializzato nel 1139 dal papa Innocenzo II con la Bolla “Omne datum optimum” in cui veniva accettata la Regola dei Templari. Tale regola, ispirata dallo stesso S. Bernardo di Chiaravalle, si caratterizzava dalla totale obbedienza alla Chiesa Cattolica, alla sua gerarchia ed al Papa, dall’amore verso i santi e la Madonna e dalla difesa dei luoghi santi e dei pellegrini. Come qualsiasi altro ordine monastico medioevale i Templari conducevano una vita immersa nella preghiera liturgica quotidiana con molte privazioni facendo voto di povertà e castità. S. Bernardo di Chiaravalle esaltò le virtù cristiane e cattoliche dei Templari nella sua opera "De Laude Novae Militiae" dove, tra i vari compiti dell’Ordine, spiccava quello della difesa dei luoghi santi e dei pellegrini.

Il testo ufficiale della Regola dei Templari fu approvato nel 1128 al Concilio di Troyes, in Francia, e in quell’occasione il papa decretò anche l’esenzione dell’ordine. Lungi dall’essere, come afferma quel somaro di D. Brown, un tentativo del papa di comprare il loro silenzio (sic!), l’esenzione degli ordini monastici era una pratica comunissima. Il papa stesso garantiva la loro santità e cattolicità per cui erano esentati dall’autorità episcopale per rendere conto direttamente a lui. Ciò serviva a garantire una maggiore mobilità missionaria e libertà interna, si trattava di un servizio particolare alla Chiesa attraverso la pronta obbedienza al papa. Stessa esenzione fu accordata anche agli Ospitalieri, cioè i cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni Battista e ai cavalieri Teutonici. 

I cavalieri Templari derivano il proprio nome dal fatto che nel 1118 il re di Gerusalemme, Baldovino II, gli assegnò come residenza alcuni locali del palazzo reale situato nelle vicinanze del Tempio di Salomone. E’ quindi totalmente inventata la storia secondo la quale i Templari risedettero all’interno del Tempio per scavare nel Sancta Santorum. Secondo tutta la letteratura-spazzatura fiorita attorno ai cavalieri Templari, questi avrebbero trovato un tesoro nascosto che li avrebbe resi ricchissimi. Ovviamente si tratta di una grossa sciocchezza se non altro perché tra le rovine del tempio non c’era più nulla da trovare. Il primo tempio, quello di Salomone, che doveva contenere la famosa Arca dell’Alleanza, fu saccheggiato e raso al suolo dai Babilonesi di Nabucodonosor nel 598 a.C., a cui seguì la deportazione di parte della popolazione (cattività babilonese). Il secondo tempio, quello fatto costruire da Erode il Grande, da dove Gesù scacciò i mercanti, fu distrutto dai Romani di Tito nel 70 d.C.
Di questa distruzione conserviamo un'eccezionale testimonianza oculare di Giuseppe Flavio nella sua “Guerra giudaica” di cui riporto qualche brano: «Cesare (cioè Tito, n.d.r.) nell’impossibilità di arginare la furia dei soldati, mentre d’altro canto l’incendio si sviluppava inesorabilmente, accompagnato dai suoi generali entrò nel tempio per vedere il luogo sacro e gli oggetti in esso contenuti, che superavano di gran lunga la fama che ne correva fra gli stranieri e non erano inferiori al vanto e alla gloria che se facevano i giudei […] Mentre il tempio bruciava, gli assalitori saccheggiarono qualunque cosa capitava […] l’altezza del colle e la grandezza dell’edificio in fiamme davano l’impressione che bruciasse l’intera città, […] Incendiarono inoltre le stanze del tesoro, in cui erano riposti un’infinità di denaro, di vesti preziose e altri oggetti di valore: in una parola tutta la ricchezza dei giudei, avendovi i signori trasferito tutto ciò che tenevano nelle loro case. […] Tutti i soldati avevano fatto tanto di quel bottino, che in tutta la Siria l’oro scese alla metà del valore di prima […] Per i capi e le loro bande l’ultima speranza era rappresentata dalle gallerie sotterranee; rifugiatisi la dentro pensavano di non essere ricercati, e quando poi, completata l’espugnazione della città, i romani se ne sarebbero andati, essi contavano di venir fuori e di svignarsela. Ma questo non era che un sogno, perché erano destinati a non sfuggire né al dio né ai romani […] In quei giorni un sacerdote di nome Gesù, figlio di Thebuthi, ottenuta da Cesare la promessa della grazia se avesse consegnato qualcuno dei preziosi oggetti sacri, venne fuori portando due candelabri che erano stati nascosti nel muro del tempio, e inoltre tavole e vasi e coppe, tutto d’oro massiccio; per di più consegnò i veli e i paramenti dei sommi sacerdoti con le gemme preziose e molti arredi per le cerimonie di culto. Fu poi anche catturato il tesoriere del tempio, di nome Finea, che tirò fuori le tuniche e le cinture dei sacerdoti, e gran quantità di stoffe colorate di porpora e di rosso conservate per riparare il velario del tempio, e un’infinità di cinnamomo, di cassia e di ogni altro profumo, che venivano mescolati e bruciati quotidianamente per incensare il dio. Egli consegnò anche molti altri oggetti preziosi e non pochi paramenti sacri, e così si guadagnò il perdono riservato ai disertori sebbene fosse stato catturato con le armi…» Giuseppe Flavio – (Guerra giudaica VI, 4-8).

Il tempio fu, quindi, letteralmente spogliato di tutto e completamente distrutto. I Romani s’impossessarono di un tesoro enorme tanto che a Roma ne è rimasta una memoria famosissima. Nel foro, tra il tempio dedicato alla dea “Roma” e i primi palazzi imperiali del Palatino, all’inizio della via Sacra, sorge il celebre arco di trionfo in onore della vittoria di Tito sui Giudei. In una delle due pareti interne è raffigurato il corteo che sfila in trionfo ed è chiaramente visibile il tesoro trafugato dal tempio da cui svetta una enorme menorah (uno dei grandi candelabri d’oro a sette bracci che ornavano il Sancta Santorum, n.d.r.). Successivamente, dopo la seconda ribellione giudaica del 135 d.C., soffocata nel sangue dall’Imperatore Adriano, Gerusalemme fu romanizzata e ribattezzata Aelia Capitolina. Sul luogo dove sorgeva il tempio di Erode ne fu innalzato uno nuovo in onore a Giove Ottimo Massimo Capitolino. Nel 638 d.C., durante la prima fase dell’espansione islamica, Gerusalemme fu conquistata dal califfo Omar e sottoposta a saccheggi e distruzioni. Su ciò che restava del tempio i musulmani costruirono due moschee ancora oggi visibili, la grande moschea di Omar con la sua cupola dorata e la moschea di Al Aqsa

La balzana idea di poter ancora trovare un tesoro favoloso in un luogo noto come il tempio di Gerusalemme dopo il passaggio di Babilonesi, Persiani, Seleucidi, Romani, Omayyadi, Abbasidi, Fatimidi, Turchi Selgiuchidi e Ottomani poteva venire solo ad ignoranti come D. Brown e i suoi accoliti.
L’enorme ricchezza posseduta da questo ordine monastico derivò, invece, proprio dall’esenzione di cui godette. Questo status permise ai Templari di sottrarsi al pagamento di tasse e gabelle del potere temporale e di esigere le decime. Successivamente, per oltre due secoli, l’ordine fu abbondantemente gratificato da lasciti e donazioni. Possedevano in tutta Europa terre, castelli, casali, aziende agricole, che organizzarono in modo tale da costituire un sistema di rifornimento per i loro eserciti in Terrasanta. L’Ordine dei Templari ebbe le sue più importanti basi in Sicilia, ma specialmente in Puglia, per via della sua posizione strategica, tanto che si può parlare di una vera e propria provincia templare dell’Apulia (XII secolo). Trani, Molfetta, Barletta, Brindisi, Matera, Bari, Andria e Foggia ospitarono insediamenti dell’ordine. Altra importantissima attività dell’ordine fu il controllo economico dei traffici mercantili e militari con l’oltremare, attraverso lo sviluppo di vere e proprie attività bancarie.

Fu proprio questa sua enorme ricchezza che decretò, paradossalmente, la fine dell’Ordine dei Templari. Bisogna, infatti, precisare che le affermazioni di D. Brown e dei suoi compari circa una feroce persecuzione dei Templari perpetrata dalla Chiesa volta a distruggere il famoso “segreto”, sono del tutto false, senza alcun fondamento storico. Il problema di questa letteratura da quattro soldi è proprio la mancanza della più elementare nozione storica, sono tutte indegne panzane date a bere ad un esercito di creduloni. Basta consultare un qualsiasi testo storico sull’argomento per scoprire che, in realtà, fu il re di Francia, Filippo IV, detto “il Bello”, oppresso dai debiti e desideroso d’impadronirsi dell’immenso tesoro dei Templari, ad organizzare una vera e propria azione di polizia arrestando, contemporaneamente, il 14 settembre 1307, tutti i monaci templari del suo regno e confiscando i loro beni.

Per capire bene come andarono le cose occorre ripercorrere brevemente la storia di quegli anni. Nel XIII secolo il re di Francia, Filippo IV, “il Bello”, dopo aver abbandonato la politica di pace con l’Inghilterra dell’illuminato regno del santo re Luigi IX, attaccò, nel 1294, il feudo di Guascogna, sotto sovranità inglese, venendosi a trovare ben presto nell’assoluta necessità di reperire i fondi necessari per sostenere lo sforzo bellico. Per poter attuare questo duplice disegno, libertà d’azione e reperimento dei fondi, il re di Francia ebbe la necessità avere la Chiesa sotto il suo assoluto controllo. A questo progetto si oppose fieramente papa Bonifacio VIII che condannò aspramente, con la bolla “Unam Sanctam”, le sempre più pressanti ingerenze del re negli affari della Chiesa. Iniziò, così, un vero e proprio braccio di ferro tra la Chiesa ed il regno francese. A motivo della guerra, Filippo IV impose la tassazione del clero passando sopra ad ogni ostacolo, come la condanna a morte del vescovo di Pamiers che si era opposto. La diplomazia del re prese a sostenere la famiglia nobiliare dei Colonna, che erano i principali avversari del papa. Ritenendo che le dimissioni del precedente papa, Celestino V, non erano canonicamente accettabili, il re e i Colonna, contestavano la legittimità dell’elezione di Bonifacio VIII. La crisi s’inasprì talmente che il re, appoggiato dai Colonna, cercò perfino di catturare il papa per poterlo processare e condannare. E’ il famoso episodio passato alla storia come lo “schiaffo di Anagni”. Il papa fu subito liberato, ma, forse, a causa degli stenti e stremato dagli eventi, morì poco dopo senza aver avuto il tempo di pronunciare la scomunica di Filippo IV, che aveva già preparato.
Avendo finalmente il campo libero e reputandosi al di sopra di ogni potere, dopo il brevissimo pontificato di Benedetto XI (1303-1304), Filippo IV riuscì a condizionare, attraverso i cardinali suoi sudditi, il lunghissimo conclave che si tenne a Perugia fino ad imporre l’elezione al soglio pontificio di Clemente V, il debole e malato arcivescovo di Bordeaux, che fu incoronato papa nel 1305 a Lione alla sua presenza. Il controllo esercitato dal re era divenuto così potente che la sede papale fu trasferita da Roma ad Avignone, ritenuta città più sicura. 
A questo proposito è penoso constatare l’ennesima figura da somaro che l’impietoso D. Brown riserva al suo “storico” Teabing. A pag. 397 de “Il Codice da Vinci” si legge: «…Langdon pensò alla famosa cattura dei templari nel 1307, lo sfortunato venerdì 13, allorché il papa Clemente aveva ucciso e sepolto centinaia di templari. “Ma ci evono essere centinaia di tombe di cavalieri uccisi dai papi”. “Aha, niente affatto!” rispose Teabing. “Molti di loro vennero bruciati sul rogo e i loro resti gettati nel Tevere senza tante preoccupazioni….». Essendo il papa ad Avignone, piuttosto di Tevere bisognerebbe parlare di Rodano… 

L’ultimo ostacolo per la realizzazione del progetto del re di assumere il totale controllo della Chiesa fu proprio l’ordine dei Templari. Questi monaci, avendo fatto il voto dell’assoluta obbedienza al papa, ne avevano preso le parti e lo avevano sostenuto, anche e soprattutto, finanziariamente, nella lotta contro il re. Contrariamente alle farneticazioni di D. Brown e soci, l’arresto e la condanna dei Templari è un episodio che deve essere inserito nel disegno di Filippo IV di costituire una chiesa di stato che fosse conforme alle sue direttive i cui beni, tra i quali quelli innumerevoli dei Templari, fossero a sua completa disposizione.

Così, il 22 novembre 1307, il re mise il papa Clemente V di fronte al fatto compiuto. Davanti alle accuse di empietà, come lo sputo sulla croce e la sodomia, e a confessioni, non proprio “spontanee”, dei monaci arrestati, il pontefice non ebbe la forza di opporsi e, pur di mantenere i rapporti con la corona francese, fu costretto, con la bolla “Pastoralis præminentiæ”, a porre in arresto tutti i Templari. Successivamente, il 12 agosto 1308, Clemente V sciolse l’Ordine con la bolla “Faciens misericordam” affermando che i Templari erano ormai inutili, in quanto la Terrasanta irrimediabilmente in mano ai musulmani, e invisi al re di Francia.


Ma ciò che D. Brown si guarda bene dal dire è che, qualche anno dopo, nel 1314, il papa Clemente V, resosi conto di essere stato ingannato dal re, perdonò e revocò la scomunica a tutti i Templari assolvendo da tutte le accuse il Gran Maestro Jacques de Molay che era stato arso vivo a Parigi (B. Frale, “I Templari” il Mulino, Bologna, 2004)
Questo fatto è stato confermato dai recenti studi della studiosa Barbara Frale che, potendo accedere agli archivi Vaticani, ha rivisitato i verbali dei processi e scoperto documenti da cui si evince la riabilitazione dell’ordine. Tra questi l'importantissima pergamena di Chinon un documento scoperto nel 2001 dalla Frale presso l'Archivio Segreto Vaticano. Questo documento dimostra che nel 1308 papa Clemente V concesse l'assoluzione sacramentale al Gran Maestro Jacques de Molay e ai restanti cavalieri templari che erano stati accusati e condannati. Il papa tolse loro ogni scomunica e censura riammettendoli nella comunione della Chiesa cattolica. (B. Frale "Il Papato e il processo ai Templari" Viella, Roma, 2003).

Non ci fu, quindi, alcun complotto o persecuzione, ma solo una triste storia di ingerenza e prevaricazione del potere temporale su quello religioso. L’aspetto più paradossale di tutta questa storia è che D. Brown e i suoi accoliti sono talmente ignoranti da non sapere che esaltare i Templari equivale a rivalutare le tanto bistrattate crociate ed approvare l’operato la Chiesa medioevale.



Puro folclore sono, poi, da considerare le fesserie che D. Brown scrive sul conto dei Templari. Egli, infatti, afferma come questi, in possesso dell’arcana sapienza della “geometria sacra”, riuscirono ad edificare le famose cattedrali gotiche in cui gli elementi architettonici riproducevano la vagina femminile. Oppure le chiese costruite dai Templari dalla caratteristica pianta rotonda, vero e proprio tributo al “sacro femminino”. E’ inutile dilungarsi su tali sciocchezze, sono tutte stupidaggini senza alcun riscontro storico. Infatti i Templari non ebbero nulla a che fare con le cattedrali gotiche del loro tempo che, invece, furono commissionate dal clero cattolico e realizzate da maestranze laiche. La rotondità delle chiese templari non sono un tributo segreto al “sacro femminino”, prima di tutto perché la rotondità di per se non fu mai un oltraggio alla chiesa Cattolica, ma, piuttosto, perché riproducevano la pianta circolare della cupola della roccia (la moschea di Omar, n.d.r.) posta sulla spianata del Tempio di Gerusalemme che i Templari, nella loro ignoranza, pensavano fossero le vestigia dell’antico santuario di Salomone. Quanto alle vagine femminili nascoste nell’architettura gotica penso sia un fenomeno da imputare all’alto tasso di testosterone di D. Brown.

Ne “Il Codice da Vinci” le ultime pagine sono dedicate al mistero che sarebbe celato nella cripta della Rosslyn chapel , una chiesetta situata in Scozia nel paesino di Rosslyn. Secondo D. Brown questa cappella sarebbe un vero e proprio tempio templare dove i monaci guerrieri avrebbero nascosto il loro favoloso tesoro. Ovviamente si tratta di una trovata per dare al romanzo una spruzzata di mistero delle Highlands scozzesi. Costruita nel 1447, questa cappella è la tomba di famiglia della famiglia dei Sinclair, mentre gli ultimi Templari attestati in Scozia sono del 1307, circa 140 anni prima. Al suo interno non è riscontrabile alcuna simbologia tipica dei templari e nella cripta non è mai stato trovato un tesoro. Nella cripta i Sinclair hanno da sempre tumulato tutti i loro antenati senza mai accorgersi di alcunché di anomalo.