martedì 18 luglio 2017

I cristiani e la distruzione della biblioteca di Alessandria

Tra i miti più diffusi sui presunti crimini che avrebbero commesso i cristiani durante la storia dell’umanità, un posto di indubbia importanza ha certamente la vicenda riguardante la distruzione della famosa biblioteca di Alessandria, in Egitto. Questa mastodontica raccolta di scritti, pergamene e libri fu costituita intorno al III secolo a.C. durante il regno di Tolomeo II Filadelfo e rappresentò uno dei principali poli culturali ellenistici dell’antichità. Nell’immaginario collettivo laicista ed anticristiano la distruzione della biblioteca di Alessandria rappresenta l’immagine più emblematica dell’insidia portata dalla barbarie cristiana repressiva ed oscurantista contro la cultura classica. Il fatto di poter addebitare ai cristiani la responsabilità di questa distruzione, seppure, come vedremo, non ne esiste alcuna prova storica, rappresenta per i laicisti una tentazione a cui è difficilissimo poter resistere. 

Un esponente di questo modo distorto di vedere la storia è stato il matematico statunitense Morris Kline, infaticabile divulgatore dei temi riguardanti la matematica. Nel suo libro “Mathematical Thought from Ancient to Modern Times” arriva a scrivere: “Dal punto di vista della storia della matematica l'avvento del cristianesimo ebbe conseguenze sfortunate […] Ai cristiani era vietato contaminarsi con la cultura greca. Nonostante la crudele persecuzione dei Romani, il cristianesimo si diffuse e diventò così potente che l'imperatore Costantino (272-337) fu costretto ad adottarlo come religione ufficiale dell'impero romano [...] I libri greci venivano bruciati a migliaia. Nell'anno in cui Teodosio bandì le religioni pagane i cristiani distrussero il tempio di Serapide che racchiudeva ancora l'unica grande raccolta esistente di opere greche. Si ritiene che siano stati distrutti 300.000 manoscritti” (Morris Kline “Mathematical Thought from Ancient to Modern Times” Oxford University Press, 1972, pp 211-213).

A parte l’evidente errore storico di considerare l’editto di Milano, a cui Kline allude, il riconoscimento del Cristianesimo come la religione ufficiale dell’impero, mentre fu solamente un editto di tolleranza, ciò che viene affermato non ha alcuna giustificazione storica. Si tratta di uno dei tanti miti anticristiani. 

Il famoso editto di Tessalonica del 380 e i decreti attuativi del 391, con cui l’imperatore Teodosio fece distruggere i templi pagani, avevano lo scopo di rendere il cristianesimo l’unica religione di Stato al solo fine di rendere compatto ed unito l’Impero. In questi decreti non ci sono direttive per la distruzione della civiltà classica, ma vi è stabilito che i culti ariani e pagani dovevano finire. La distruzione del Serapeum di Alessandria, quindi, non era affatto volta alla demolizione della famosa biblioteca, ma all’interruzione del culto pagano di Serapide, antica divinità greco-egizia. Il Serapeum, inoltre, non è assolutamente da identificare con la famosa biblioteca, infatti all’interno del Tempio di Serapide vi era conservata una piccola raccolta di libri, solo qualche migliaio, che non aveva trovato posto nella biblioteca vera e propria (Casson Lionel “Biblioteche del mondo antico”, Sylvestre Bonnard Editore 2003). Nessuna fonte storiografica cita la distruzione di una qualsiasi libreria in quel periodo. In definitiva, non vi è alcuna prova che i cristiani del quarto secolo, distrussero la Biblioteca di Alessandria. In realtà le fonti storiche disponibili ci informano che la biblioteca era stata in buona parte già distrutta in seguito ai combattimenti avvenuti ad Alessandria al tempo della guerra tra l’imperatore Aureliano e la regina Zenobia di Palmira, verso il 270, nel corso dei quali fu distrutto il quartiere della città dove si trovavano la reggia e, al suo interno, la biblioteca (Luciano Canfora “La biblioteca scomparsa” Sellerio Editore, Palermo 1986). 

Una vera e propria congiura del silenzio, portata avanti da una certa storiografia laicista, ha poi glissato tranquillamente sul fatto che nel 642 d.C. ciò che ancora esisteva della biblioteca, che si era intanto ricostituita nel IV secolo attorno alla celebre scuola filosofico-matematica alessandrina, fu distrutta e dispersa dai conquistatori arabi. Le fonti storiche che riportano tale notizia sono in verità piuttosto tarde, ma hanno la caratteristica molto importante di essere concordi e di provenire da ambienti musulmani. Il primo a parlarne fu lo storico ed egittologo arabo ʿAbd al-Laṭīf al-Baghdādī, vissuto nel XII secolo, il quale afferma che la biblioteca fu distrutta dal generale ʿAmr, su ordine del secondo Califfo, cioè ʿOmar (De Sacy “Relation de l'Egypte par Abd al-Latif” Paris, 1810). La notizia è riportata anche dallo storico arabo al-Qifti (1172-1248) nella sua “Storia degli Uomini Dotti”. Sempre nel XII secolo anche lo storico siriano Abū l-Faraj, nella sua “Historia Compendiosa Dynastiarum” riporta l’avvenimento sotto forma di un aneddoto: dopo la conquista di Alessandria il comandante delle forze arabe chiese al califfo Omar a Damasco che cosa dovessero fare dell’enorme biblioteca della città, che ancora conteneva centinaia di migliaia di rotoli di pergamena. Sembra che Omar si sia limitato a rispondere quanto segue: “Se ciò che in essi è scritto è concorde con il libro di Dio (il Corano), sono superflui; se è in disaccordo non sono graditi. Pertanto, distruggeteli” (R. S. Mackensen “Background of the History of Moslem Library” American Journal of Semitic Languages and Literature, n.52, 1936 pag. 106).

Ovviamente queste fonti sono state ampiamente criticate e respinte come inattendibili dai vari storici anticristiani a cominciare dal famoso illuminista Edward Gibbon, ma, come rivela lo storico Franco Cardini, le raccolte librarie greche presenti in Alessandria scomparvero proprio verso la metà del VII secolo, all’epoca della conquista musulmana dell’Egitto, e che proprio da allora tutto il bacino mediterraneo conobbe una drastica interruzione dell’arrivo di scritti greci dall’Egitto (Franco Cardini su Avvenire, 26 luglio 2009). Tutto ciò appare segno inequivocabile che dopo la conquista musulmana Alessandria aveva cessato di essere un polo di cultura. Ciò che viene completamente ignorato dalla storiografia laicista è il fatto che solo a partire dal IX secolo, cioè da quando il mondo arabo-musulmano venne a contatto con le culture cristiano-siriane, iraniche ed hindu, l’Islam recuperò appieno la tradizione ellenica, il suo studio e trasmissione all’Occidente nel corso del XII secolo. Nei tre secoli precedenti l’Islam si preoccupò esclusivamente di distruggere ogni cultura preesistente.

La distruzione definitiva della biblioteca di Alessandria in quanto centro di cultura e di sapienza non può essere addossata in alcun modo alla Chiesa cattolica ed ai cristiani. E’ un fatto certo che i cristiani non hanno distrutto la biblioteca di Alessandria. Nel IV secolo non fu emanata alcuna istruzione o decreto che spinse i cristiani a distruggere la cultura greca. La distruzione del Serapeo fu un episodio che va collocato storicamente nella sua epoca, un periodo confuso di lotta per la sopravvivenza tra il cristianesimo, l’ebraismo ed il paganesimo in quel crogiuolo di popoli che era l’Egitto tardo imperiale, in cui la violenza era normalmente praticata e non esistevano margini di tolleranza. 

In realtà fu proprio la Chiesa cristiana l'unica istituzione che conservò il pensiero classico in Europa quando ogni istituzione civile fu spazzata via dalla furia dei barbari. Proprio in quel periodo tra i cristiani copti dell’Egitto “ogni monastero e probabilmente ogni chiesa possedeva un tempo la propria biblioteca di manoscritti” (Alfred Butler “Ancient Coptic Churches in Egypt” Oxford University Press, Oxford 1884, vol. II, pag 239”. In tutto l’Impero romano la Chiesa era impegnata nella conservazione delle biblioteche, nei loro grandi centri di studio i cristiani disponevano di vaste raccolte di libri ed era prassi comune lo studio e la memorizzazione dei testi (“Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010, pag 91).

Dobbiamo proprio all’opera instancabile di monaci e chierici che fu salvata e tramandata la civiltà occidentale, nei monasteri furono copiati a mano migliaia di opere classiche di ogni genere, dalla matematica alla geometria, dalla filosofia alla letteratura, fino all’architettura, la medicina, l’astronomia e l’agricoltura. Contrariamente alle accuse di oscurantismo degli storici laicisti, i cristiani e la Chiesa si comportarono proprio nel modo opposto, esaltando la conoscenza e perseguendo la ricerca. Essi si sforzarono di salvaguardare tutto quello che poteva concorrere all’approfondimento e all’espressione della fede. Il Cristianesimo presuppone il fatto che ogni vera conoscenza contribuisce alla gloria di Dio e che raccogliere i frammenti sparsi del sapere umano, da qualsiasi parte vengano, significhi andare alla ricerca delle tracce di Dio.

Bibliografia

De Sacy “Relation de l'Egypte par Abd al-Latif” Paris, 1810;
Alfred Butler “Ancient Coptic Churches in Egypt” Oxford University Press, Oxford 1884;
R. S. Mackensen “Background of the History of Moslem Library” American Journal of Semitic Languages and Literature, n.52, 1936;
Morris Kline “Mathematical Thought from Ancient to Modern Times” Oxford University Press, 1972; 
Luciano Canfora “La biblioteca scomparsa” Sellerio Editore, Palermo 1986;
Casson Lionel “Biblioteche del mondo antico”, Sylvestre Bonnard Editore 2003;
Franco Cardini su Avvenire, 26 luglio 2009;
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010:
Francesco Agnoli “Indagine sul Cristianesimo” Ed. Piemme spa, Milano 2010.

mercoledì 28 giugno 2017

Mancuso, i cristiani e l'omosessualità

Nella nostra società moderna appare ormai del tutto accettata l’idea che l’omosessualità sia un attributo normale e naturale della condizione umana. Il fitto bombardamento mediatico in tal senso, eventi come la cancellazione dell’omosessualità dall'elenco delle malattie da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’istituzione di festival e parate in ogni città, il lavaggio dei cervelli sui socials, ecc. stanno lentamente, ma inesorabilmente, facendo passare come realtà del tutto logiche e legittime alcuni istituti come il matrimonio tra due persone dello stesso sesso o la possibilità di adottare dei bambini da parte di tali coppie. Non ultimi gli studi sul cosiddetto “gender”, che non devono essere definiti una “teoria”, sono, infatti, ormai considerati una acquisizione scientifica certa, cioè che si è maschi e femmine solo se ci si sente come tali a prescindere totalmente dal fatto di avere la coppia dei cromosomi sessuali nelle forme “XX” o “XY”.

Tutti d’accordo, quindi, finora l’umanità si era completamente sbagliata, non esistono solo due sessi, ma un’infinità, basta “sentircisi” e si può essere di qualunque sesso con relativo riconoscimento pubblico e diritto ad ogni eventuale tutela legata al sesso scelto, o scusate, in cui ci si “sente”.

C’è, però, qualcosa che stona in tutto questo: la religione. In tutto il mondo le religioni si oppongono a tale processo, restano ancorate al vecchio tradizionale mantra che si è solo maschi o femmine e che le unioni tra tali individui siano primariamente destinate a perpetuare la presenza dell’umanità su questo pianeta. Purtroppo in molti paesi, come quelli dove vige la teocrazia islamica, il rispetto della tradizione sconfina nella violenza contro la persona e questo atteggiamento è sicuramente un fatto vergognoso da condannare senza riserve. Sfortunatamente, però, la stessa condanna senza riserve viene applicata anche contro quelle religioni che senza violenze e nel rispetto della dignità di ogni persona, in quanto creatura di Dio, difendono valori come la necessità della complementarietà dei sessi o il diritto dei bambini di avere una mamma ed un papà. Da noi, in Italia, sono principalmente i cattolici a costituire l’ultimo baluardo di tale tradizione e ciò genera contro di loro una generica accusa di arretratezza culturale ed oscurantismo. 

Qualche anno fa, però, esattamente nel maggio del 2015, in un convegno tenutosi al Senato della Repubblica, il popolare scrittore (ex teologo?), Vito Mancuso, ha esposto delle critiche precise alle posizioni cattoliche sull’omosessualità e, così, finalmente, sono venuto a conoscenza del perché la condanna cattolica dell’omosessualità sia da ritenersi sbagliata. L’intervento è reperibile per intero qui
Per Mancuso gli argomenti cattolici e cristiani contro l’amore omosessuale riguardano due ambiti: La Bibbia e la natura. Riguardo al primo ambito Mancuso scrive: “Il primo si basa su alcuni testi biblici che condannano esplicitamente l'omosessualità, in particolare Levitico 18,22-23 e 1Corinzi 6,9-10 […] L'argomento scritturistico è molto debole, non solo perché Gesù non ha detto una sola parola al riguardo, ma soprattutto perché nella Bibbia si trovano testi di ogni tipo, tra cui alcuni oggi avvertiti come eticamente insostenibili. I testi biblici che condannano le persone omosessuali io ritengo siano da collocare tra questi, accanto a quelli che incitano alla violenza o che sostengono la subordinazione della donna. E in quanto tali sono da superare”.

Quindi per Mancuso tutto ciò che non si trova nei Vangeli, ovvero tutto ciò che non ha detto Gesù non avrebbe valore, cioè non sarebbe vincolante per la fede cristiana. Seguendo il ragionamento di Mancuso, allora, solo i Vangeli sono Parola di Dio ispirata, il resto solo una aggiunta senza valore. Ma se così fosse, come fa Mancuso a stabilire che solo i Vangeli sono la Parola di Dio ispirata? Da dove trae tale sicurezza? E siccome tutto il Nuovo Testamento è stato dichiarato Parola di Dio dalla Chiesa, come mai nel caso dei Vangeli la Chiesa ha ragione e, invece, si è sbagliata nel caso delle lettere di Paolo, Pietro, Giacomo, ecc. Sarebbe anche molto interessante sapere come ha fatto Mancuso a capire dove c’è stata l’ispirazione e dove questa è mancata. Un vero mistero! 

Mancuso ritiene i passi biblici che condannano l’omosessualità come disposizioni che non hanno alcun valore e in quanto tali sono da superare, come quelli che narrano le violenze dell’Antico Testamento o la subordinazione della donna del Nuovo Testamento. In realtà Mancuso fa confusione, infatti commette l’errore di considerare tutti questi passi come se fossero uguali, cioè con le stesse caratteristiche esegetiche. In realtà la critica biblica ha da tempo capito che le violenze dell’Antico Testamento sono una forma d'espressione tipica di quei tempi antichi che utilizzando il linguaggio della vittoria in battaglia e della violenza sui vinti vuole esaltare la potenza di Dio. Allo stesso modo la subordinazione della donna, che ritroviamo nelle lettere di Paolo, appartengono ad una "catechesi d’occasione" legata a quei tempi in cui il ruolo della donna, ormai liberata dall’oppressione del paganesimo, doveva essere irregimentato. Del tutto diversi sono i passi che riguardano l’omosessualità che non sono in alcun modo legati ad un preciso periodo storico, ma che conservano il loro senso e la loro efficacia in ogni epoca, in quanto l’omosessualità si oppone sempre al progetto creativo di Dio, sia ieri, oggi che domani. 

Poi Mancuso passa al secondo argomento, quello basato sulla natura e scrive: “personalmente non ho dubbi sul fatto che la relazione fisiologicamente corretta sia la complementarità dei sessi maschile e femminile, vi è l'attestazione della natura al riguardo, tutti noi siamo venuti al mondo così. Neppure vi sono dubbi però che anche il fenomeno omosessualità in natura si dà e si è sempre dato. Occorre quindi tenere insieme i due dati: una fisiologia di fondo e una variante rispetto a essa. Come definire tale variante? Le interpretazioni tradizionali di malattia o peccato non sono più convincenti: l'omosessualità non è una malattia da cui si possa guarire, né è un peccato a cui si accondiscende deliberatamente. Come interpretare allora tale variante: è un handicap, una ricchezza, o semplicemente un'altra versione della normalità? Questo lo deve stabilire per se stesso ogni omosessuale. Quanto io posso affermare è che questo stato si impone al soggetto, non è oggetto di scelta, e quindi si tratta di un fenomeno naturale. E con ciò anche l'argomento contro l'amore omosessuale basato sulla natura viene a cadere”.

Mancuso riconosce, bontà sua, che la complementarità dei sessi maschile e femminile sia la relazione corretta. Però, poco dopo, facendo un po’ confusione e considerando l’omosessualità una variante naturale imposta al soggetto, finisce col dire che si tratta di un fenomeno naturale e che, quindi, l’argomento basato sulla natura viene a cadere. Ma se, come lo stesso Mancuso ammette, è la relazione tra i sessi maschile e femminile ad essere quella corretta, ne consegue che la relazione omosessuale è naturalmente sbagliata, da questo non si scappa, delle due, una. L’argomento della natura è, quindi, molto forte e non può temere l’obiezione del fatto che la condizione omosessuale non sia una scelta. Quello è un fatto che implica il giudizio morale e non ha niente a che fare col dato naturale. La bulimia e l’anoressia sono delle disfunzioni della funzione alimentare, la dispepsia di quella digestiva, l’artrosi di quella locomotoria, l’autismo di quella relazionale, e così via, nessuna di queste sono condizioni frutto di una scelta, ma nessuno pensa che per questo si trattino di condizioni normali. L’omosessualità è oggettivamente una disfunzione della funzione procreativa, però, per Mancuso diviene come per incanto una condizione “normale”, o meglio, un’altra versione della normalità, come se al di fuori del dato naturale fosse chiara la nozione di “normalità”. L’assurdità e l’incoerenza di tale ragionamento è palese. 

Per Mancuso i cristiani sbagliano perché non riconoscono: “il diritto alla piena integrazione sociale di ogni essere umano a prescindere dagli orientamenti sessuali, così come si prescinde da età, ricchezza, istruzione, religione, colore della pelle. Accettare una persona significa accettarla anche nel suo orientamento omosessuale. Non si può dire, come fa la dottrina cattolica attuale, di voler accettare le persone ma non il loro orientamento affettivo e sessuale, perché una persona è anche la sua affettività e la sua sessualità”. 

Belle parole, ogni persona ha il diritto alla piena integrazione sociale, sempre che non si debba, per questo, “integrare” ogni convinzione personale spacciandole per diritti. Avere a tutti i costi un figlio con l’uso di un utero affittato o prestato non è un diritto, così come non è un diritto adottare un bambino negandogli la presenza di una mamma e di un papà o l’equiparazione del matrimonio tra due persone dello stesso sesso con quello naturale tutelato dalla Costituzione. 

Caro Mancuso se il nostro orientamento affettivo e sessuale si oppone al progetto di Dio, siamo noi a dover cambiare e porre un rimedio, non Lui.

giovedì 22 giugno 2017

Parte XXI - Il Priorato di Sion

Penso valga la pena spendere qualche riga per analizzare brevemente gli sviluppi di questa incredibile fesseria della nascita e della diffusione della discendenza di Gesù. Abbiamo già visto come questi testi, dal punto di vista storico, siano una vera e propria spazzatura, ebbene si confermano come tali fino alla fine. Con una leggerezza disarmante questi testi citano luoghi, fatti e personaggi storici facendosi letteralmente beffe della realtà storica. Eppure il periodo storico evocato non è poi così distante dai nostri giorni, stiamo parlando dei primi secoli del secondo millennio, abbiamo a disposizione una gran quantità di documenti, ma, nonostante ciò, vengono propinate, e spacciate come fatti realmente accaduti, delle assurdità pazzesche che farebbero impallidire anche lo studente più fuori corso della facoltà di lettere. 

Secondo questi “autori” la discendenza di Gesù sarebbe stata accudita e preservata dalle angherie della Chiesa Cattolica da una misteriosa confraternita nota col nome di Priorato di Sion. A conoscenza di questo “segreto” ci sarebbero stati anche altre persone ossia il famoso ordine di cavalieri dei Templari e la setta eretica dei Catari, che, proprio per questa loro “conoscenza” sono stati impietosamente annientati da una inflessibile e sanguinaria Chiesa Cattolica. Purtroppo ci troviamo di fronte all’ennesima stupidaggine, intrisa di anticlericalismo, fatta passare per vera che sfrutta, penosamente, alcuni delicati momenti della storia della Chiesa per catturare l’attenzione degli sprovveduti. Come vedremo la “veridicità” delle fonti storiche presentate da D. Brown è una tale bufala da lasciare sbigottiti. 

Vera e propria rivelazione, propinata da D. Brown nel suo libro, è l’esistenza della società segreta nota come Priorato di Sion. A pag 189 de “Il Codice da Vinci” si può leggere: «… Il Priorato di Sion fu fondato a Gerusalemme nel 1099 da un re francese chiamato Goffredo di Buglione, immediatamente dopo la conquista della città. Si diceva che re Goffredo fosse il depositario di un importantissimo segreto, un segreto conservato dalla sua famiglia fin dai tempi di Cristo. Temendo che il segreto potesse andare perso alla sua morte, fondò una fratellanza occulta, il Priorato di Sion, e la incaricò di proteggere il segreto passandolo tacitamente da una generazione all’altra. Nel corso degli anni in cui ebbe sede a Gerusalemme, il Priorato aveva appreso di alcuni documenti segreti sepolti sotto le rovine del tempio di Erode, che era stato costruito sulle vestigie del tempio di Salomone. Quei documenti rafforzavano il grande segreto di Goffedo e avevano una natura così esplosiva che la Chiesa non si sarebbe fermata davanti a nulla, pur di impadronirsene. […] Per recuperare i documenti dalle rovine, il Priorato creò un proprio braccio militare, un gruppo di nove cavalieri chiamato l’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone. Più noto come i templari». Per conferire un minimo di veridicità a questa stupidaggine D. Brown, trionfalmente, ci fa sapere che le “prove” di tutto quello che dice esistono e si trovano a Parigi presso la Biblioteca Nazionale. Leggiamo a pag. 242 de “Il Codice da Vinci”: «… i Gran Maestri precedenti erano figure famose e apprezzate con propensione per l’arte. La prova era stata scoperta anni prima nella Bibliothèque Nazionale di Parigi, nelle carte note come “Les Dossier Secrets”, i dossier segreti. Tutti gli storici del Priorato e tutti gli appassionati del Graal li avevano letti. Catalogati al numero 4°-lm1-249, la loro autenticità era stata stabilita da molti esperti; confermavano in modo incontrovertibile quello che gli storici sospettavano da molto tempo, ossia che tra i Gran Maestri del Priorato fossero compresi Leonardo, Botticelli, Newton, Victor Hugo e, più recentemente, Jean Cocteau, il famoso artista parigino…». 

D. Brown copia tutta questa storia da “The Holy Blood and the Holy Graal” di M. Baigent, R. Leigth ed H. Lincoln, i quali a loro volta riprendono un’invenzione elaborata da un gruppetto di esoteristi che opponendosi alla borghesizzazione dello Stato favoleggiavano un ritorno della monarchia in Francia. A guidarli c’era un certo Plantard che si riteneva il legittimo pretendente al trono di Francia (sic). Tutta questa vicenda nacque, quindi, dalla mente disturbata di un visionario come Plantard, il quale, per costruirsi la prova di quello che andava affermando fondò nel 1956 ad Annemasse, cittadina francese vicino alla Svizzera, una società che chiamò, appunto, “Priorato di Sion”. Ovviamente in questo nome non c’era alcun riferimento alla famosa altura gerosolimitana, ma ad una vicina montagna della zona. Plantard, successivamente, manipolò una vecchia storia di un curato di campagna, un certo Sauniére, che a Rennes-le-Château, un paesino francese vicino ai Pirenei, si diceva avesse trovato un tesoro. Cominciò a scrivere un manoscritto e a fabbricare delle false pergamene che mostravano la sopravvivenza di una linea Merovingia di re Franchi. Fece intendere che tali documenti fossero il tesoro ritrovato da Sauniére nella cripta della sua chiesetta, e li depositò alla Biblioteca Nazionale di Parigi. L’autore materiale delle false pergamene fu un certo Philippe de Chérisey che confessò tutto, lamentandosi perfino di non aver percepito il compenso pattuito. Esistono tuttora le lettere del suo avvocato (“Il Codice da Vinci”: ma la storia è un’altra cosa” di Massimo Introvigne – www.cesnur.org – L’autore visitando il sito www.priory-of-sion.com ha riportato la lettera dell’avv. B. Boccon-Gibod a Philippe de Chérisey, dell’8 ottobre 1967, in cui parla di documenti : «de votre fabrication et déposés à mon étude»). Successivamente Plantard, avendoci provato gusto, inventò un origine mitica a questo suo Priorato spargendo voce che sarebbe stato fondato da Goffredo di Buglione durante la prima crociata nel 1099. 

Questa storia attirò, così, l’attenzione del magnifico trio, M. Baigent, R. Leigth ed H. Lincoln, che inserirono tutto nel loro “The Holy Blood and the Holy Graal” riscuotendo un grande successo. La comunità scientifica, però, bocciò severamente il lavoro dei tre definendolo, con dovizia di particolari, un’autentica falsità. Vistosi così pubblicamente screditato, Plantard tentò, nel 1989, di ridarsi un minimo di credibilità e salvare il suo folle programma affermando che in realtà il Priorato sarebbe stato fondato nel 1681 a Rennes-le-Château. Sostenne, inoltre, che ad essere stato Gran Maestro del Priorato era stato anche un certo Roger-Patrice Pelat. Quest’ultimo era un amico dell’allora presidente francese François Mitterrand ed era al centro di uno scandalo che coinvolgeva il Primo Ministro francese Pierre Bérégovoy. Plantard fu inquisito dalla magistratura francese e la sua abitazione sottoposta a perquisizione che rinvenne una gran quantità di documenti falsi che proclamavano Plantard come il vero re di Francia. A questo punto Plantard confessò che si era inventato tutto, anche il coinvolgimento del Pelat, si ritirò a vita privata rinunciando per sempre alle sue maniacali fantasie finché non morì a Parigi il 3 febbraio del 2000.

I documenti citati da D. Brown a pag. 242 del suo libro sono, quindi, falsi; tutta la storia del Priorato di Sion, che è il filo conduttore de “Il Codice da Vinci”, è falsa; Goffredo di Buglione (che per quell’asino di D. Brown sarebbe stato un re, mentre fu solo il Duca della Bassa Lorena, n.d.r.) non ha mai fondato una società del genere e la storia che personaggi del calibro di Leonardo da Vinci, Isaac Newton o Victor Hugo ne abbiano fatto parte è una bufala vera e propria. 

Purtroppo siamo di fronte ad una squallida storia di falsità, plagi e meschinità varie, basate sulle farneticazioni di un folle e trasformate in best-seller letterari e cinematografici da una pletora di profittatori senza scrupoli.

Ne “Il Codice da Vinci” uno degli efferati omicidi del monaco dell’Opus Dei, Silas, avviene nella chiesa parigina di Saint Sulpice. Secondo D. Brown questa chiesa sarebbe stata la sede del Priorato di Sion. La chiesa, come tributo segreto al femminino sacro, sarebbe stata costruita su un antico tempio egizio dedicato alla dea Iside. Ad attestarlo sarebbero l’obelisco e la linea di ottone sul pavimento dove passava la cosiddetta linea della rosa, presenti al suo interno. Inoltre nella chiesa campeggiano ben visibili le lettere “P” e “S”, cioè Priorato di Sion. 

Non c’è che dire, bella trovata, ma la realtà è diversa. Innanzitutto nessun tempio egizio, la chiesa di Saint Sulpice è stata fondata nel medioevo dall’abbazia di S. Germain des Près per servire i contadini di quella zona di campagna. Obelisco e linea di ottone non sono rimandi ad antiche vestigia egizie, ma le componenti di un comunissimo “gnomone” astronomico del XVIII secolo che serviva a calcolare la data della Pasqua. Infine, le lettere “P” e “S” riscontrabili all’interno della chiesa non stanno per “Priorato di Sion”, ma indicano i santi a cui è stata intitolata cioè San Pietro e San Sulpizio, quest’ultimo l’arcivescovo di Bourges nel VI secolo.

mercoledì 14 giugno 2017

Biglino e l’onnipotenza di Dio

Una delle questioni che Biglino continuamente solleva è quella relativa al fatto che la Bibbia non parli di Dio. Per dimostrare questa sua asserzione lo studioso piemontese afferma che la Bibbia non fa alcun riferimento agli attributi propri di Dio, come la sua onniscienza, onnipotenza, ineffabilità, eternità, ecc., ma che tali termini sarebbero delle traduzioni sbagliate. Quindi la Bibbia non descriverebbe affatto un essere divino che assommi delle caratteristiche eccezionali, ma queste sono state create ad arte durante i secoli a seguito dello sviluppo teologico che ha caratterizzato l’ebraismo e il cristianesimo. Quindi si tratterebbe di una enorme mistificazione che avrebbe scientemente tradotto erroneamente questi termini al fine di creare il mito di Dio. 

Quindi sarebbe stata la solita Chiesa truffaldina che per inventarsi un Dio ha tradotto il termine ebraico “El Shaddai”, che si ritrova nel testo biblico masoretico fissato nella Biblia Hebraica Stuttgartensia, nel termine “onnipotente” introducendo un’idea metafisica di Dio, concetto sconosciuto presso l’ebraismo. Biglino ci informa che il termine “El Shaddai” ha il significato di “Dio del deserto” o “Dio della steppa”, ma certamente non “onnipotente” così come raccomandato nelle note della Bibbia di Gerusalemme.

In effetti il termine “El Shaddai” non ha il significato letterale di “onnipotente”, ma ipotizzare un fine ingannevole e strumentale nella scelta di tale traduzione appare operazione del tutto fantasiosa. Come al solito Biglino ritorna sempre sullo stesso ritornello, caro a tanta parte della propaganda laicista contro la Chiesa e i cristiani, del complotto universale delle religioni. Ma si tratta di un’azione di tipo scandalistico, più che una cosa seria.

Il termine “El Shaddai” è un appellativo attribuito al dio dell'Antico Testamento nell'epoca patriarcale (Genesi 28,3; 35,11; 43,14; 48,3; 49,25) e non si conosce con esattezza il suo significato letterale. Esistono diverse teorie, ma nessuna può essere preferita rispetto alle altre. Nonostante ciò importanti dizionari di Ebraico biblico, come il “Koehler & Baumgartner” o il “Brown-Driver-Briggs”, propendono per la traduzione “onnipotente” in quanto nel testo biblico la parola “Shaddai” è sempre collegata ad “El”. Quest’ultimo termine rappresenta la divinità, ossia “Dio”, l’Essere caratterizzato da potenza e forza illimitate. E' il Dio incomparabile ed inesauribile descritto in Isaia (cap. 40), che non ha solo creato questo vasto universo, ma sostiene e fortifica tutta la sua creazione. Quando troviamo insieme “El” e “Shaddai”, il contesto suggerisce sempre la caratteristica di Dio di essere potente per nutrire, soddisfare e provvedere il suo popolo, un Dio che riversa abbondanti benedizioni e che è una fonte inesauribile di pienezza e di fertilità. Per esempio possiamo prendere proprio il passo di Genesi 17, 1-8, dove in nota la Bibbia di Gerusalemme avverte che letteralmente il termine “El Shaddai” non significa “Dio onnipotente”, ma viene tradotto in quel modo per esprimere nel miglior modo possibile la caratteristica di Dio di potere tutto in favore del suo popolo: “Io sono Dio onnipotente: cammina davanti a me e sii integro. Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò numeroso molto, molto». Subito Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui: «Eccomi: la mia alleanza è con te e sarai padre di una moltitudine di popoli. Non ti chiamerai più Abram ma ti chiamerai Abraham perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò. E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. Darò a te e alla tua discendenza dopo di te il paese dove sei straniero, tutto il paese di Canaan in possesso perenne; sarò il vostro Dio».

Molto importante è il fatto che anche la versione greca dell’antico testamento, cioè la Septuaginta, che affonda le sue origini nella tradizione ebraica alessandrina del II secolo a.C. e che era una versione diffusa ed apprezzata anche nell’Israele palestinese, traduce con “onnipotente”. Tale traduzione, quindi, interpreta il concetto pre-mosaico della divinità come “Dio che è sufficiente”, sotteso al termine “El Shaddai”, intendendo con “onnipotente” la caratteristica di Dio di essere in grado di soddisfare tutte le esigenze del suo popolo. Tradurre, quindi, in questo modo non è affatto un abuso e neppure un tradimento, ma un’interpretazione del tutto lecita in grado di racchiudere in un solo termine, in modo efficace e convincente, i concetti espressi dal contesto.

Già molto tempo prima di Gesù gli ebrei leggevano “onnipotente”, molto tempo prima di qualsiasi sviluppo teologico cristiano. Non esiste alcun complotto teologico, nessuna macchinazione cristiana, ma una normale evoluzione dei modi di espressione che necessariamente variano ed evolvono col tempo. Ciò che resta è invece la sostanza di un Dio, qualsiasi sia il suo nome, che è patrimonio radicato della tradizione ebraica e cristiana che affondano le loro radici nella notte dei tempi. 

Biglino ignora tutto questo, non ha un metodo scientificamente accettabile, traduce letteralmente senza tener conto dei contesti e dell'esegesi. Le sue conferenze e i suoi libri non hanno e non possono avere una valenza scientifica, ma solo scandalistica, lasciando il tempo che trovano ed, infatti, non riscuotono alcun credito dalla comunità accademica internazionale.


Bibliografia

Dizionario “Koehler & Baumgartner" Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament.;
Dizionario “Brown-Driver-Briggs” Hebrew and English Lexicon;
"Gesenius' Hebrew Grammar" da William Gesenius;
Ernst Würthwein “The Text of the Old Testament” trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich. Eerdmans, 1995;
Daniele Salamone "La Bibbia non è un mito - gli speculatori ci raccontano un'altra storia", Arezzo, La Pietra Angolare, 2016.

giovedì 25 maggio 2017

Parte XX – Leonardo da Vinci

Il romanzo di D. Brown deriva il suo titolo dal famoso artista e scienziato italiano del Rinascimento Leonardo da Vinci (in realtà dal posto in cui è nato, visto che quell’ignorante di D. Brown pensa sia il suo cognome, n. d. r.). Ci si potrebbe chiedere (giustamente) cosa centri in tutta questa storia Leonardo da Vinci, eppure D. Brown riesce a raccontare una assurdità tale che, paradossalmente, diviene il filo conduttore del suo romanzo, nonché l’idea vincente per le illustrazioni della copertina del suo libro (ma anche per le locandine del film e per le scatole del videogioco al libro ispirati). 

A pag 285 de il “Codice da Vinci” si può leggere la seguente assurdità: «…Langdon sorrise. “In effetti, il Santo Graal comparve davvero nell’Ultima Cena. Leonardo l’ha messo in un posto molto visibile”…Sophie esaminò la figura alla destra di Gesù. A mano mano che studiava la sua faccia e il suo corpo era sempre più stupita. La persona raffigurata aveva lunghi capelli rossi, delicate mani giunte e il seno appena accennato. Era senza dubbio femmina. “Ma è una donna!” esclamò. Teabing rideva. “Sorpresa, sorpresa. Mi creda non si tratta di un errore. Leonardo era abilissimo nel ritrarre le differenze tra i sessi” […] ”Nessuno se ne accorge mai” disse Teabing. “I nostri preconcetti su quella scena sono talmente forti che la nostra mente cancella l’incongruenza e ci fa vedere quello che non c’è”…Sophie si avvicinò ancor più all’immagine. La donna alla destra di Gesù era giovane e aveva l’aspetto pio, un viso dall’espressione piena di discrezione, bellissimi capelli rossi e mani tranquillamente giunte. “Questa è la donna che da sola poteva far crollare la Chiesa? Chi è?” chiese. “Quella donna, mia cara” rispose Teabing “è Maria Maddalena” […] ”L’Ultima Cena grida praticamente a tutti che Gesù e Maria Maddalena erano una coppia di sposi” […] ”osservi come Gesù e la sua sposa sembrano uniti in corrispondenza del fianco e si allontanano l’uno dall’altra per creare uno spazio vuoto ben delineato tra loro”…il segno “femminile”: V. […] “se osserviamo Gesù e Maddalena come elementi compositivi e non come persone, vediamo balzare fuori un’altra forma. Una lettera dell’alfabeto”…In centro all’affresco c’era l’inconfondibile profilo di una enorme, precisa lettera “M”…”I teorici dei complotti le diranno che sta per matrimonio o per Maria Maddalena” […] disse Langdon, indicando l’Ultima cena. “Questo è Pietro. Vedi che Leonardo sapeva come la pensasse a proposito di Maria Maddalena?” Anche ora, Sophie rimase senza parole. Nell’affresco, Pietro era piegato minacciosamente verso la donna e la sua mano simile ad una lama faceva il gesto di tagliarle il collo. Lo stesso gesto di minaccia che si poteva vedere nella Vergine delle Rocce!...».

Senza dubbio un’ottima operazione di promozione del proprio romanzo, tirare in ballo un’opera così nota per dire che vi è nascosto un riferimento segreto di cui nessuno se ne era mai accorto è sicuramente un colpo di genio. Ovviamente non c’è niente di vero, ma se serve per fare effetto, D. Brown non si fa scrupoli coinvolgendo Gesù e gli apostoli in una gazzarra d’osteria banalizzando un momento della vita di Gesù così sacro per la fede cristiana.

Per confutare la lettura di D. Brown non occorre essere un critico d’arte, basta aprire una enciclopedia, visitare qualche sito web sull’argomento oppure, semplicemente, guardare il dipinto.

Leonardo dipinse l’”Ultima cena” tra il 1494 ed il 1497 per decorare un lato corto del refettorio della comunità dei padri domenicani di S. Maria delle Grazie, a Milano. Contrariamente a quello che comunemente si pensa l'opera non è un affresco, infatti Leonardo dipinse l’intonaco asciutto, come se fosse un tela, per avere a disposizione tempi realizzativi più lunghi. Come è noto la tecnica dell’affresco prevede la pittura sull’intonaco ancora fresco in modo che questo, asciugandosi, incorpori saldamente il colore garantendo una lunghissima tenuta. Per questo motivo l’”Ultima cena” è giunta sino a noi molto deteriorata. Leonardo fu ingaggiato per quel lavoro dal Duca della città, Ludovico il Moro, molto amico della comunità, tanto che il convento divenne il mausoleo della sua famiglia. Leonardo, quindi, non dipinse in un luogo appartato o di scarsa importanza dove non avrebbe corso il pericolo di vedere scoperto il suo “segreto”, bensì, realizzò la sua opera pittorica dalle dimensioni più grandi in una delle strutture più grandi e per una delle autorità italiane più importanti del tempo. Infatti nessuno considerò blasfemo o apertamente anticattolico il dipinto. Non i frati, non il Priore, padre Vincenzo Bandello, il cui nipote, novizio domenicano, addirittura, nelle sue novelle descrisse in modo dettagliato il modo di lavorare di Leonardo alle Grazie, senza riportare alcunché di anomalo. Persino la soldataglia napoleonica, nel 1800, considerò il refettorio un luogo così cattolico da trasformarlo, per sfregio, in stalla per ben tre anni.

L'Ultima Cena di Leonardo

Per tradizione tutti i refettori conventuali dei vari ordini religiosi cattolici sono decorati con la scena dell’ultima cena dove Gesù trasforma il pane e l’acqua nel suo corpo e sangue gloriosi, ma stavolta Leonardo vuole riprodurre il momento in cui Gesù annuncia agli apostoli che uno di loro lo tradirà. Viene rappresentato l’attimo appena precedente la rivelazione dell’identità del traditore. «Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà» (Gv 13, 21). Il dipinto va, quindi, interpretato alla luce dei versetti dal 21 al 27 del capitolo 13 del vangelo di Giovanni. Per questo motivo non compaiono sulla tavola, davanti a Gesù, i classici simboli eucaristici del pane e del calice. Si può notare, invece, che conformemente al versetto 22: «I discepoli si guardarono gli uni e gli altri, non sapendo di chi parlasse», gli apostoli sono raffigurati scandalizzati, ognuno nell’atto di domandarsi chi possa essere il traditore. Subito alla sinistra di Gesù c’è Tommaso che si protende verso il Signore alzando il dito, che poi metterà nel suo costato una settimana dopo. Seduto vicino a Gesù c’è, però, Giacomo il maggiore che appare inorridito dalla notizia. Egli e suo fratello, Giovanni, sono seduti uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, immagine che richiama il passo di Marco 10, 37, cioè la richiesta di poter sedere nel regno dei cieli, alla destra ed alla sinistra del Signore. Subito dopo c’è Filippo che si porta le mani al petto. Leonardo attribuisce a lui la frase di Matteo 26, 22: «Sono forse io?». Parimenti anche i terzetti posti agli estremi della tavola, alla sinistra di Gesù, Matteo, Taddeo e Simone, ed alla destra, Andrea, Giacomo il minore e Bartolomeo, sono raffigurati come sconvolti ed increduli, pieni di amara sorpresa. 

Il terzetto subito alla destra di Gesù è formato da Giovanni, Pietro e Giuda, anch’esso è raffigurato da Leonardo nell’attimo appena precedente la rivelazione dell’identità del traditore. Leggiamo Giovanni 13, 23-25: «Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Di’, chi è colui a cui si riferisce?” Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù , gli disse: “Signore chi è?”». Leonardo traduce in immagini questi versetti, infatti Pietro con un cenno si avvicina a Giovanni per potergli parlare e lui si piega verso di lui per poterlo ascoltare. E’ per questo motivo che si forma lo spazio vuoto tra Giovanni e Gesù, e siccome sono seduti vicino, tale spazio ha una vaga forma a “V”. Solo un eccitato farneticante come D. Brown poteva vederci una vagina stilizzata.
Giovanni, Giuda e Pietro
Coerentemente con il racconto evangelico Pietro ha l’espressione infuriata perché vuole sapere subito chi è il traditore e il coltello che tiene nell’altra mano tradisce le sue drastiche intenzioni. Più tardi, infatti, non esiterà, nell’orto del Getsemani, a tagliare l’orecchio al servo del Sommo Sacerdote, Malco (Mt 26, 1). Egli non ha nulla contro la figura a cui si rivolge, questa, infatti ha un’espressione tranquilla ed abbandonata. E’ Giovanni, efebico, raffigurato secondo la classica iconografia del tempo, è l’unico senza barba ed ha lunghi capelli perché è solo un giovinetto (dove poi, D. Brown, riesca a vedere un seno femminile rimane un mistero, n.d.r.). L’unico apostolo non visibile in viso è Giuda, il traditore, egli, pur essendo seduto alla stessa tavola, appare come separato da tutti gli altri apostoli è ormai una presenza aliena, non fa più parte della comunità degli apostoli, «E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui» (Gv 13, 27).

Al centro del dipinto c’è Gesù, Egli è fisicamente separato da tutti gli apostoli, siamo in un momento solenne in cui il Figlio di Dio è solo di fronte al male assoluto, la sua figura è iscritta in un triangolo equilatero perfetto, Egli è il centro di tutto, la salvezza dell’uomo si compie attraverso il dono della sua vita, tutte le linee di prospettiva del dipinto partono da questo triangolo. Con la mano destra Gesù sta per prendere il boccone che indicherà in Giuda il traditore, mentre la sinistra è aperta in segno di abbandono alla volontà del Padre. E’ il simbolo dell’offerta perfetta di Gesù che si lascia travolgere dal male supremo per trasformarlo in salvezza, è la prefigurazione della sua morte e resurrezione. 

Di fronte a temi così importanti e profondi della fede cristiana, magistralmente espressi dal genio leonardesco, è difficile mantenere la calma nel leggere, e saper universalmente divulgate, le cretinate di quel mentecatto di D. Brown. Questo ignorante completo vede vagine e falli stilizzati, inesistenti misteriose “M”, toglie Giovanni dall’”Ultima cena” per inserirci la Maddalena quando, invece, gli apostoli presenti erano dodici, crede di vedere un gesto minaccioso nel dito dell’angelo che indica S. Giovannino in la “Vergine delle rocce”, altro dipinto leonardesco. 

Purtroppo chiunque ha letto il “Codice da Vinci” non è poi riuscito a resistere alla tentazione di analizzare l’”Ultima cena” di Leonardo. Quante persone si saranno rese conto delle assurdità sparate da D. Brown? E quante no? Queste domande mi fanno rabbrividire.

Inevitabilmente D. Brown tira in ballo anche altre opere di Leonardo, tra queste il famoso dipinto della “Gioconda”. A pag. 145 de “Il Codice da Vinci” si legge: «…la sua Monna Lisa non è né maschio, né femmina, contiene un sottile messaggio di androginia. E’ una fusione dei due sessi […] non solo la faccia di Monna Lisa ha un aspetto androgino, ma il suo nome è un anagramma della divina unione tra maschio e femmina. E quello, amici, è il piccolo segreto di Leonardo, e la ragione del sorriso saputo di Monna Lisa». Secondo D. Brown l’anagramma nascosto nel nome della Monna Lisa sarebbe un riferimento al dio egizio Amon, ritenuto il dio maschile della fertilità, e la dea egizia Iside, ritenuta la versione femminile di Amon. 

Questa stupidaggine colossale D. Brown la copia di sana pianta da “La rivelazione dei Templari: i Guardiani della vera identità di Cristo” di L. Picknett e C. Prince, un testo universalmente ritenuto di nessuna validità storica. Basta pensare che i suoi autori affermano come un fatto certo che la Sacra Sindone di Torino sia un autoritratto fotografico di Leonardo da Vinci (sic!). Si tratta, invece, solo di un giochetto con termini che vagamente si assomigliano tra loro: “Monna” con “Amon e “Lisa” con “Iside”. Inoltre, contrariamente alle corbellerie che scrive Brown, Amon non è il dio egizio della fertilità, bensì la versione tebana del dio di Eliopoli Atun, cioè il dio primordiale. Queste divinità assumono, semmai, i connotati di creatori solo in associazione con il disco solare, cioè Ra, così abbiamo Amon-Ra e Atun-RaIn realtà non c’è alcun mistero, infatti è risaputo, come ci informa il Vasari, che la “Gioconda” è il ritratto di una donna realmente esistita, cioè Madonna Lisa, moglie di Francesco di Bartolomeo del Giocondo che lo commissionò a Leonardo nel 1503. 

lunedì 15 maggio 2017

Il primo gnosticismo, Cerinto.

In questo articolo prendo in considerazione un altro personaggio legato alla corrente del cristianesimo gnostico di tipo docetista sviluppatasi tra la fine del primo e l’inizio del secondo secolo. Si tratta di un certo Cerinto, un teologo e filosofo siriano di lingua greca originario di Antiochia, o secondo altre fonti di Efeso, che fu, in base alle poche fonti a disposizione, addirittura contemporaneo dell’evangelista Giovanni. 

A parlarci di questo Cerinto sono il vescovo di Lione, Ireneo (130 – 202), nel suo Adversus Haereses, e lo scrittore Eusebio di Cesarea, del III secolo. Ireneo, fiero oppositore dello gnosticismo, ci narra come Cerinto fosse uno dei capostipiti della corrente gnostico-docetista del primo cristianesimo. Sempre secondo Ireneo Cerinto venne a contatto con la comunità giovannea di Efeso, ma si scontrò con la tradizione apostolica trasmessa dall’apostolo e fu decisamente respinto. Secondo Ireneo il Vangelo secondo Giovanni fu addirittura scritto proprio per confutare la sua dottrina gnostica. Eusebio di Cesarea riporta persino un diverbio pubblico tra l’apostolo e Cerinto, incontrato alle terme di Efeso (Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, IV, 14, 6). L’opposizione verso Cerinto da parte della Chiesa fu subito netta e decisa, a tal punto che, narrano nei loro scritti Ippolito di Roma ed Eusebio di Cesarea, a Roma un prete dotto ed ortodosso di nome Gaio, vissuto sotto papa Zefirino (199-217), arrivò a ripudiare il Vangelo secondo Giovanni in quanto lo riteneva opera di Cerinto. Questo deciso rifiuto di Cerinto, e della sua teologia, testimonia come già nei primi periodi della vita della Chiesa è presente una fede già ben formata che deriva dalla tradizione apostolica. Già nel secondo secolo, a Roma ed ad Efeso, cioè sia nella Chiesa occidentale che orientale, è presente un’ortodossia che si oppone alle infiltrazioni gnostiche. 

La teologia di Cerinto è quella tipicamente gnostica-docetista, infinitamente lontana da quella tradizionale apostolica nata dalla prima testimonianza. Secondo la sua visione Dio, in quanto essere perfetto per eccellenza, non poteva aver creato il mondo perché imperfetto e malvagio e che tale creazione fu opera di un essere inferiore, un demiurgo oppure degli angeli. A divergere decisamente dal nucleo originale dell’annuncio cristiano delle origine è la convinzione che Gesù fosse un semplice uomo, nato da Giuseppe e Maria, e che solo successivamente discese su di lui l’essere superiore chiamato Cristo sotto forma di colomba, al momento del battesimo per insegnargli la via verso il Padre sconosciuto. Cristo, poi, prima della crocifissione abbandonò l’uomo Gesù al suo destino. Quest’ultima tesi caratterizza il docetismo di Cerinto come adozionista. Infine Cerinto attendeva, dopo la resurrezione, l'avvento di un regno terreno di Cristo.

Una visione che, come abbiamo visto, si opponeva all’originalità dell’annuncio cristiano, al Kerigma professato dai primi cristiani, nel quale è primario il riferimento alla divinità del Cristo-uomo e alla salvezza operata dalla sua sofferenza sulla croce (Col 1, 21-24). 

Bibliografia

Catholic Encyclopedia, Volume III New York 1908, Robert Appleton Company;
R.M.Grant, “Gnosticismo e Cristianesimo primitivo”, il Mulino, Bologna 1976;
H. Jonas, “Lo Gnosticismo”, SEI, Torino, 1973;
J.N.D. Kelly, “Il pensiero cristiano delle origini”, il Mulino, Bologna, 1972.

domenica 30 aprile 2017

Biglino e gli Elohim

Lo studioso Mauro Biglino arringa i suoi fedelissimi ed avverte il mondo intero che le religioni ebraica e cristiana sono solo una solenne truffa. Infatti, secondo Biglino, alcuni loschi personaggi si sarebbero appropriati della Bibbia leggendovi l’immaginaria esistenza di un Dio che si sarebbe costruito un popolo, Israele il popolo eletto, e che poi avrebbe salvato l’umanità dal peccato originale mandando il suo figlio unigenito sulla terra. Per Biglino, invece, la Bibbia non parla affatto di Dio, ma di alcuni esseri, non ben precisati, forse degli alieni, ma che comunque non avevano niente di divino e soprannaturale, denominati col termine ebraico di “Elohim”.

Biglino, credendosi il maggior conoscitore esistente sulla faccia della terra dell’ebraico biblico, ricava questa sua convinzione principalmente dal fatto che, secondo lui, nessuno conosce il vero significato del termine “Elohim” e, cadendo in palese contraddizione, sostiene che, senza alcun dubbio (sic), il termine “Elohim” certamente non significa “Dio”. Gli “Elohim” biblici sono molteplici, non sono esseri divini, ma personaggi in carne ed ossa e ciò sarebbe principalmente provato dal fatto che il termine “Elohim” in ebraico è un plurale (plurale di "El" che significa "Dio"), quindi non si può letteralmente applicare al concetto monoteistico di un Dio unico. 

In realtà in tutte le bibbie in uso presso qualunque confessione cristiana ed anche nel testo del Tanakh, cioè la raccolta di tutti i libri sacri dell’ebraismo, il termine “Elohim” viene sempre tradotto con “Dio”. Come mai? E’ la tradizione che insegna questo. Tecnicamente Biglino ha ragione, il termine ebraico “Elohim” è grammaticalmente un plurale, ma tutte le versioni, cioè le traduzioni, più antiche dall’ebraico, dalla Septuaginta alla Peshitta siriaca fino alla versione aramaica e alla Vetus latina, cioè testi del II secolo a.C. fino al IV secolo d.C., che tanta parte hanno avuto nella costituzione del testo delle bibbie moderne, hanno sempre tradotto il termine “Elohim” con “Dio”. Tutto ciò è ovviamente spiegato dal contesto, cioè dal senso generale della narrazione che presuppone chiaramente l’esistenza di un Dio unico. 

Ma a Biglino ciò non convince, asserisce che la lettura letterale è l’unica giusta e, comunque, la sola che può essere “libera” da false interpretazioni teologiche. Affermazioni semplicemente assurde, l’interpretazione del testo biblico non può basarsi solo ed esclusivamente su una lettura letterale, occorre necessariamente un approccio multidisciplinare per studiare il significato di un testo che è una collazione di scritti molto differenti tra loro, occorre conoscere i periodi della loro redazione e le tradizioni in cui si sono formati. La tesi ridicola del “complotto” può andar bene ai creduloni sempre pronti a dar credito ad ogni voce anticristiana ed anticattolica, ma se vogliamo riferirci ad uno studio serio della Scrittura il dilettante Biglino fa una ben magra figura.

Personalmente non conosco l’ebraico, quindi mi sono documentato consultando il forum di Consulenza Ebraica dove esperti di ebraico biblico hanno da tempo affrontato a livello grammaticale la questione del plurale “Elohim” riferito al termine singolare di “Dio”. La regola grammaticale imporrebbe che quando il termine “Elohim” non ha l’articolo determinativo e i verbi ad esso collegati sono al singolare, deve ritenersi a tutti gli effetti un singolare in quanto si riferisce alla maestà divina (Joel S. Burnett “A Reassessment of Biblical Elohim” SBL Dissertation Series, Atlanta 2001, pag. 15.). Tale spiegazione, però, presenta delle difficoltà, che Biglino sfrutta immediatamente per avvalorare la sua tesi. Esistono, infatti, dei passi della Bibbia dove il temine “Elohim”, che secondo il contesto dovrebbe riferirsi a Dio, è invece seguito dal verbo al plurale. Ad esempio in Genesi 20,13 abbiamo: “Allora, quando Dio mi ha fatto errare lungi dalla casa di mio padre”, in realtà nel testo ebraico il verbo collegato a Dio è un plurale, quindi bisognerebbe tradurre con “Allora, quando gli “Elohim” mi fecero errare lungi dalla casa di mio padre”. Per Biglino tutto ciò prova che Abramo fu chiamato da questi misteriosi Elohim e non da Dio. Altro passo invocato da Biglino a sostegno della sua critica è Genesi 35, 7 dove di Giacobbe viene detto: “Qui egli costruì un altare e chiamò quel luogo "El-Betel", perché là Dio gli si era rivelato, quando sfuggiva al fratello”. Anche in questo caso il testo ebraico originale riporta il verbo “rivelare” al plurale. Quindi, anche qui la traduzione migliore sarebbe “…ed edificò là un altare e chiamò il luogo El-Betel poiché là si erano fatti vedere a lui gli Elohim”. Non di Dio parlerebbe dunque la Bibbia, ma degli “Elohim”. 

Ciò che però Biglino non dice è che tali passi, in cui il termine “Elohim” che dovrebbe riferirsi a “Dio” è invece seguito dal verbo al plurale, sono una netta minoranza rispetto a quelli che rispettano la regola grammaticale, solo un centinaio su circa 2600 ricorrenze del termine “Elohim” nella Scrittura. Il più importante di tutti si trova proprio nel primo versetto della Genesi dove tutto ha avuto inizio con la creazione di Dio. In Genesi 1, 1 abbiamo: “In principio Dio creò”, che in ebraico è: "Bereshit barà Elohim". Il testo riporta “Barà”=“creò” cioè al singolare, non “Barù” al plurale e il termine “Elohim” è senza l'articolo determinativo. E’, quindi, Dio che crea, all’inizio non c’è nessun misterioso “Elohim”. Per spiegare perché è giusto tradurre “Elohim” con “Dio” in quei passi richiamati da Biglino non bisogna riferirsi solo ad una traduzione letterale, ma occorre considerare il contesto in cui sono posti quei versetti e la tradizione delle versioni più antiche. In Genesi 20, 13 ci si riferisce alla promessa di Dio ad Abramo che troviamo nel capitolo 12: “Il Signore DISSE ad Abram: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che IO TI INDICHERÒ. FARÒ di te un grande popolo e TI BENEDIRÒ, RENDERÒ grande il tuo nome e diventerai una benedizione. BENEDIRÒ coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno MALEDIRÒ e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra". Allora Abram partì, come GLI AVEVA ORDINATO il Signore”. Tutti i verbi che si riferiscono a Dio sono al singolare, quindi il contesto suggerisce che anche il termine “Elohim” di Genesi 20, 13 debba essere tradotto con “Dio”. E lo stesso vale per Genesi 35, 7 dove il contesto si riferisce chiaramente a Dio. Ad esempio pochi versetti prima abbiamo: “Dio DISSE a Giacobbe: Alzati va’ a Bethel, e costruisci in quel luogo un altare al Dio che TI APPARVE allorché fuggivi Esaù tuo fratello” (Gn 35, 1). Anche qui, il termine “Elohim” è collegato a verbi al singolare. 

D’altronde in questi due passi della Genesi tutte le più antiche versioni, che ricordo si spingono fino al II secolo a.C., come ad esempio la Septuaginta, traducono il termine “Elohim” sempre con “Dio”, al singolare. La Septuaginta, cioè la versione greca degli scritti sacri ebraici, era tenuta in grande considerazione dagli ebrei prima dell’era cristiana. Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio, il famoso filosofo e storico ebraici del tempo di Gesù, sostenevano che i suoi autori erano stati ispirati divinamente. Oltre alle vecchie versioni latine, la Septuaginta è stata anche la base per le versioni dell'Antico Testamento nel vecchio linguaggio slavonico della Chiesa, in siriaco, per quella nell'antica lingua armena, nell'antica lingua georgiana e in lingua copta (Ernst Würthwein “The Text of the Old Testament” trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich. Eerdmans, 1995). Se consideriamo che la Septuaginta riflette indubbiamente il pensiero e le convinzioni maggiormente presenti in Israele nei tempi più antichi da noi conosciuti, credo che tale traduzione, per la sua importanza ed antichità, possa essere considerata senza dubbio molto più affidabile di quella di Biglino. 

Se la logica e le evidenze che ho appena esposto giustificano ampiamente una traduzione al singolare del termine plurale “Elohim”, quando questo si riferisce a Dio, che significato possono avere le eccezioni in cui compaiono al plurale anche i verbi collegati al termine “Elohim”? La questione è stata ed è molto dibattuta, ma la spiegazione più accreditata dagli studiosi e dalla tradizione ebraica fa riferimento ad una sorta di plurale “deliberativo” cioè una maestosità che vuole descrivere una dimensione di pluralità, di relazionalità, tipica del Dio ebraico (J. Skinner ”Genesis (ICC)” Edinburgh 1932, pag. 31; G. von Rad “Genesi (Antico Testamento 2/4)” Brescia 1978, pag. 69). Tale caratteristica di Dio sarà nota dominante nella creazione dell’uomo, infatti secondo la cosiddetta tradizione Elohista la creazione dell’uomo viene descritta attraverso un colloquio che Dio intrattiene con la sua corte celeste: “E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza…” (Gn 1, 26). Già anticamente Filone e vari commentatori rabbinici erano convinti di questa dimensione pluralistica di Dio, nel Targum Jonathan, cioè una traduzione in aramaico della Bibbia ebraica, databile tra il I secolo a.C. ed il II secolo d.C., ad esempio, è riportato un colloquio di Dio con gli angeli proprio al momento della creazione dell’uomo. 

E’ per questi motivi che giustamente il termine “Elohim” quando si riferisce a Dio viene sempre tradotto con “Dio”, anche quando i verbi sono al plurale. Per la ricorrenza di Genesi 35, 7 la Bibbia di Gerusalemme, ad esempio, in nota, motiva il plurale con un riferimento agli angeli, la corte celeste, che precede la comparsa di Dio: “Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Ecco il Signore gli stava davanti e disse: “Io sono…” (Gn 28, 12-13). E’ riportata una corte celeste, ma Dio è considerato come unico.

La tradizione ebraico-cristiana ha una storia antichissima e si fonda su documenti di eccezionale valore storico ed esegetico. Come è possibile dar credito ad un personaggio come Biglino, sprovvisto di titoli accademici, che ci viene a raccontare dopo migliaia di anni dai fatti che, senza avere alcuna prova, tutta l’interpretazione della Bibbia non sarebbe altro che il frutto di un complotto? Ecco a cosa sono disposti a credere gli anticristiani, i laicisti che si vantano di essere razionalisti. E invece sono loro ad essere senza apertura mentale, ma disposti a credere solo ai propri pregiudizi.


Bibliografia

C. Westermann "Genesi", Casale Monferrato (AL), 1989;
P.E. Dion "Ressemblance et Image de Dieu" in DBSup, X;
J. Skinner ”Genesis (ICC)” Edinburgh 1932; 

G. von Rad “Genesi (Antico Testamento 2/4)” Brescia 1978;
F. Zorell, Lexicon Hebraicum Veteris Testamenti, Roma, 1984
Ernst Würthwein “The Text of the Old Testament” trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich. Eerdmans, 1995;
Joel S. Burnett “A Reassessment of Biblical Elohim” SBL Dissertation Series, Atlanta 2001;

http://consulenzaebraica.forumfree.it/

giovedì 20 aprile 2017

Parte XIX – Maria Maddalena e i Merovingi

Un punto cruciale dell’assurda storia della discendenza di Gesù, che si può ritrovare in questi testi spazzatura, è incentrato sulla leggenda medioevale di un fantastico viaggio in Francia di Maria Maddalena per dare luogo ad una discendenza che esisterebbe tuttora. Ovviamente si tratta di una stupidaggine colossale a cui non mi sembra serio dedicare troppo spazio. Mi limiterò, dunque, a riportare qualche brano sull’argomento per contrapporre una breve risposta. Dal “Il Codice da Vinci”, da pag. 297 a pag. 299, si legge: «…Poiché il suo nome era proibito dalla Chiesa, Maria Maddalena divenne nota sotto vari pseudonimi: il Calice, il Santo Graal, la Rosa […] La Chiesa per difendersi dal potere di Maria Maddalena, l’ha etichettata come prostituta […] ”Secondo il Priorato”, proseguì Teabing: “Maria Maddalena era incinta all’epoca della crocifissione. Per proteggere il figlio che doveva ancora nascere, non ebbe altra scelta che lasciare la Terrasanta. Con l’aiuto di Giuseppe d’Arimatea, zio di Gesù e suo fedelissimo, Maria Maddalena raggiunse segretamente la Francia, allora nota come Gallia, dove trovò un rifugio sicuro nella comunità ebraica. E fu in Francia che diede alla luce una figlia a cui venne dato il nome di Sarah” […] La Chiesa delle origini temeva che se si fosse permesso alla discendenza di crescere, il segreto di Gesù e Maria Maddalena sarebbe infine affiorato e avrebbe sfidato la dottrina cattolica fondamentale […] Tuttavia, la discendenza di Cristo è stata allevata tranquillamente in Francia, finchè nel V secolo non ha fatto una mossa ardita, sposandosi con i re di Francia e creando la dinastia dei Merovingi” […] In Francia tutti gli studenti conoscevano la storia dei Merovingi. “I Merovingi hanno fondato Parigi”. […] “Ha sentito parlare di re Dagoberto?” […] “Era uno dei re Merovingi, vero? Pugnalato in un occhio mentre dormiva?” “Esatto. Assassinato dal Vaticano in combutta con Pipino d’Heristal. Fine del settimo secolo. Con l’assassinio di Dagoberto, la dinastia dei Merovingi venne quasi sterminata. Fortunatamente, il figlio di Dagoberto, Sigisberto, sfuggì all’attacco e proseguì la dinastia, di cui fece parte più tardi Goffredo di Buglione, il fondatore del Priorato di Sion”. “Lo stesso uomo […] che ordinò ai Cavalieri del Tempio di recuperare i documenti del Sangreal dalle rovine del tempio di Salomone, in modo da fornire ai Merovingi la prova del loro legame ereditario con Gesù Cristo”. […] [Il Priorato] deve sostenere e proteggere la discendenza di Cristo, quei pochi discendenti dei Merovingi che sono sopravvissuti fino ad oggi”.»

Anche L. Gardner, pescando nella selva di leggende fiorite sull’argomento, cerca di dare una veridicità storica alla vicenda. Nel suo libro, tra le pagine 114 e 211, si può leggere: «Oltre a Maria, fra gli emigrati in Gallia nel 44 d.C. c’erano Marta e la sua serva Marcella. C’erano anche l’apostolo Filippo, Maria Iacopa (moglie di Cleofa) e Maria-Salomè (Elena). Il luogo dove sbarcarono in Provenza era Ratis, divenuto poi noto come Les Saintes Maries de la Mer […] durante il secolo V [gli eserciti Franchi] invasero la Gallia romana e dilagarono nell’attuale Belgio e Francia settentrionale. Fu a questo punto che la figlia di Génobaude, Argotta, sposò il re pescatore Faramundo (o Faramondo, 419-413), che viene spesso citato come il vero patriarca della monarchia francese. Faramondo era nipote di Boaz (Anfortas), discendente in linea diretta dal figlio di Giosué, Aminadab [che sarebbe il bis-nipote di Gesù] […] Nel 655 Roma era ormai in grado di smantellare la successione merovingia in Gallia […] Il Maestro di Palazzo Grimoaldo aveva posto il proprio figlio sul trono d’Austrasia mandando in esilio il legittimo re merovingio Dagoberto II, ma Vilfrido di York e altri sparsero la notizia del tradimento del Maestro di Palazzo e la casa di Grimoaldo fu giustamente screditata […] Avendo sposato Giselle de Razés […] Dagoberto fu rimesso al suo posto nel 674, dopo un’assenza di quasi vent’anni, e l’intrigo romano fu sventato, ma non per molto tempo. […] il movimento cattolico fece di tutto per negare la sua eredità messianica perché oscurava la supremazia del papa […] Fra i nemici gelosi di Dagoberto c’era il suo potente Maestro di Palazzo, Pipino il grosso di Heristal. Nel 679, due giorni prima di Natale, Dagoberto stava cacciando vicino a Stenay nelle Ardenne, quando venne assalito da uno degli uomini di Pipino e impalato ad un albero con una lancia. La Chiesa di Roma si affrettò ad approvare l’omicidio e passò immediatamente l’amministrazione Merovingia in Austrasia all’ambizioso Maestro di Palazzo…».

Come dicevo non c’è niente di serio, non esiste un solo documento storico che accerti questa versione, è solo un cumulo di inesattezze e falsità che hanno come unica base una leggenda medioevale. 

Innanzitutto non è vero che la Chiesa abbia cambiato il nome a Maria Maddalena, tantomeno che la etichettò come una prostituta. Ne è prova il fatto che esistono almeno quattordici sante canonizzate che portano questo nome. Fu solo Papa Gregorio Magno (560 – 604) che, facendo confusione, identificò nella stessa persona Maria Maddalena e Maria di Betania ritenendola una peccatrice in quanto Gesù la liberò da sette demoni (Luca 8, 1-3). In realtà i vangeli distinguono chiaramente le due donne e la Chiesa Cattolica ha riconosciuto, nel 1969, il suo errore. Il Concilio Vaticano II, nella revisione del Messale romano rettificò l'immagine della peccatrice ribadendo che il giorno a lei dedicato, il 22 giugno: «Celebra solo colei a cui Cristo apparve dopo la rissurezione e in nessun modo la sorella di santa Marta, né la peccatrice alla quale il Signore perdonò i peccati» (Calendarium Romanum generale, Roma, pp. 97-98 e p. 131). Anche in oriente la tradizione cristiana ortodossa ha sempre mantenuto separate le due donne, affermando che la Maddalena, divenuta una seguace degli apostoli, morì ad Efeso.

E’ infatti solo una leggenda non anteriore al IX secolo, quella che vuole la Maddalena, dopo un lungo e periglioso viaggio, sbarcare in Provenza per dare luogo ad una comunità cristiana. L. Gardner per supportare la sua teoria allude ad un’opera letteraria del XIII secolo, la “Legenda Aurea”, scritta da un monaco domenicano tra il 1255 e il 1266, Jacopo da Varazze che divenne anche vescovo di Genova nel 1292. Questo frate fu un infaticabile evangelizzatore che per efficacemente divulgare il credo cristiano (la maggior parte della gente di allora era analfabeta, n.d.r.) si mise a scrivere vite di santi da presentare ai fedeli come modelli di virtù cristiana. Questi scritti non devono, però, essere considerati dei testi storici, infatti sono pieni di incongruenze cronologiche, storiche e geografiche. Frate Jacopo raccoglie tutte le tradizioni popolari di allora attingendo anche alla letteratura apocrifa, egli non controlla le sue fonti, non verifica i dati, a lui interessa solo dimostrare come tutti possono accedere alla santità. Ogni storia è raccontata con uno stile semplice ed in modo fantasioso per poter catturare l’interesse della gente. Esempi molto famosi sono l’episodio di S. Giorgio che uccide il drago, S. Cristoforo che porta Gesù bambino sulle spalle, S. Girolamo che estrae la spina della zampa del leone, ecc…, immagini letterarie che ebbero un gran successo e che condizionarono tutta la pittura medioevale. A proposito della Maddalena frate Jacopo racconta di angeli che sette volte al giorno scendono in Egitto, dove si era rifugiata, per trasportarla in cielo e, successivamente, del suo arrivo in Provenza dopo un improbabile lunghissimo viaggio. Chiaramente siamo di fronte ad una leggenda che vuole insegnare come la fede in Gesù permette il superamento di ogni avversità e l’affermazione della pace e della giustizia anche in terre lontane.

La “Legenda Aurea” di Jacopo da Varazze, oltre al fatto che non può essere considerata una fonte storica attendibile, comunque non riporta alcuna notizia di comunità ebraiche residenti in Provenza. Secondo L. Gardner la comunità ebraica che accolse i supposti discendenti di Gesù e Maria Maddalena costituì un regno ebraico vero e proprio chiamato “Settimania”. Niente di più falso, questo territorio era una regione della Gallia antica chiamata così perché vi era di stanza la Legione VII dell’esercito romano d’occupazione (Legio septima). Più tardi prenderà il nome di Gallia Narbonese. Dopo la fine dell’impero romano la regione cadde in mano ai Visigoti che la tennero fino alla conquista araba (719 d.C.). Successivamente fu riconquistata da Pipino il Breve e da Carlo Magno che l’annessero al loro impero. Nessuna notizia di fantomatici regni “ebraici”. Nella “Legenda Aurea” non è neppure riportato che Maria Maddalena fosse incinta, né che avesse avuto in Gallia una figlia di nome Sarah e tanto meno che fosse stata accompagnata da Giuseppe d’Arimatea. Quest’utimo, infatti, appartiene ad un altro ciclo di leggende che lo vorrebbe arrivato in Inghilterra dove vi avrebbe nascosto il santo Graal, questa volta una coppa vera e propria e non la Maddalena. Appare chiaro che questi cialtroni di D. Brown e compagnia, non sapendo distinguere tra documenti storici e leggende, facendo un enorme guazzabuglio, confezionano una storia totalmente immaginaria.

Veniamo ora alla storia della dinastia Merovingia. Secondo D. Brown (che in realtà ha copiato tutto da “Holy blood, Holy Graal” di M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln, n.d.r.) la discendenza di Gesù si sarebbe fusa con quella dei Merovingi attraverso il matrimonio del re Dagoberto II con una certa Giselle de Razès, mentre per L. Gardner tale fusione si ebbe con le nozze tra il re Faramondo ed Argotta. Successivamente la Chiesa di Roma uccise tutti perché aveva paura di una affermazione della dinastia di Gesù.

A questo punto mi chiedo: come è possibile che una tale cretinata non possa, da sola, aver dimostrato ai lettori, anche quelli più sprovveduti, il livello da barzelletta che caratterizza questi testi?

Siamo di fronte ad una dimostrazione di ignoranza senza precedenti, non c’è una sola affermazione che sia corretta dal punto di vista storico. Innanzitutto i vari Giselle de Razés, Faramondo ed Argotta non sono personaggi storici. Non esistono documenti che dimostrino la loro esistenza, si tratta di leggende. Nel caso di Faramondo, ad esempio, ritenuto da L. Gardner il patriarca della monarchia francese e discendente di Gesù (sic!), siamo di fronte ad una vera e propria figura mitologica creata dalla fantasia di Gregorio da Tours nella sua storia dei Franchi per individuare un ipotetico progenitore del popolo germano. Gregorio fu vescovo di Tours nel 573, scrisse una “Historia Francorum” in cui descrisse l’avvento del regno Franco come un segno della Provvidenza divina. Si tratta di un’opera che mescola dati storici e fantastici, specie nella prima parte in cui è descritta la storia universale da Adamo all’arrivo dei Franchi in Gallia. Esiste, inoltre, un’altra leggenda che farebbe discendere Meroveo, un discendente di Faramondo, nientemeno che da Anchise, il padre di Enea. E’ questo, purtroppo, il livello di attendibilità delle “fonti storiche” di Gardner e soci. 

Non è affatto vero, inoltre, che la Chiesa di Roma fosse nemica dei Merovingi, in realtà è vero il contrario. Nel 493 d.C. il re merovingio Clodoveo, fondatore dello stato franco, dopo il suo matrimonio con la principessa cristiana burgunda Clotilde, fece convertire tutti i Franchi al Cristianesimo e stabilì una forte alleanza con il papato. Questo fatto fu decisivo per la rapida integrazione dell’elemento franco con la popolazione romano-gallica cristiana che risiedeva in Gallia a discapito degli altri popoli invasori come i Visigoti, i Vandali e i Burgundi che, invece, erano di religione ariana. L’aiuto che il clero locale fornì nell’amministrazione regia concorse a formare un regno stabile e di successo. Nel 507, addirittura, Clodoveo, per rispondere alle richieste di aiuto dei vescovi cattolici contro l’oppressione ariana del regno visigoto di Alarico II, lo affronta in battaglia e lo sconfigge duramente a Vouillè nel Poitou aprendo così la Gallia meridionale alla penetrazione franco-burgunda. Per gli aiuti prestati ai cristiani cattolici, nel 511, il concilio di Orlèans proclamò Clodoveo protettore della Chiesa.

Anche la versione dell’omicidio di Dagoberto II è del tutto travisata. Non esiste niente che lasci supporre un coinvolgimento del papato, né tantomeno l’esistenza di un suo complotto. Giova ricordare, infatti, che questo re Merovingio è venerato come santo e martire dalla Chiesa cattolica (festeggiato il 23 dicembre). In realtà le uniche notizie certe che si hanno lasciano pensare a tutt’altro. Vilfrido di York, che aiutò Dagoberto a riprendersi il trono d’Austrasia, era un protetto del papa di allora, Agatone. Questi, infatti, nel 679 d.C. lo rimise sul suo legittimo seggio essendo stato ingiustamente deposto da Teodoro di Canterbury. Appare, quindi, molto più probabile che papa Agatone, approvando pienamente l’operato di Vilfrido, non abbia avuto parte con l’uccisone di Dagoberto. Tra l’altro l’immagine di perfido complottista e sanguinario che viene riservata ad Agatone stride fortemente con le notizie storiche che abbiamo su di lui. Papa Agatone, infatti, è venerato come santo dalla Chiesa Cattolica, si distinse per profondità di dottrina e spirito caritativo verso i poveri e, dopo aver servito la Chiesa, si ritirò a vita monastica a Palermo. L’uccisione di Dagoberto II è, molto probabilmente, da attribuire ad una congiura guidata da Ebroino, maggiordomo di palazzo della Neustria e della Burgundia, che voleva riunire tutti i regni Franchi sotto il suo protetto Teodorico III (Ex vita S. Wulfridi episcopi eboracensis , pag 605)

Infine, non è vero che la dinastia merovingia si estinse con la morte di Dagoberto II, tantomeno che l’amministrazione passò immediatamente ai Carolingi. A Dagoberto, infatti, successero altri re merovingi che passarono alla storia come i “re fannulloni”, in quanto non partecipavano attivamente alla vita politica del paese delegando le questioni di governo ai maggiordomi di palazzo che professarono sempre rispetto e obbedienza al loro re. Fu solo nel 743, durante il regno del merovingio Childerico III, che Pipino II, detto il Breve, riuscì a convincere i Franchi a mandare al pontefice un’ambasceria per consultarlo su chi era più meritevole di reggere le sorti del regno.

Il papa di allora, Zaccaria, oppresso dall’aggressività dei Longobardi di Astolfo auspicò l’affermarsi di una monarchia forte e potente che potesse costituire un valido aiuto per la Chiesa. Childerico fu così deposto e Pipino divenne re, senza, però, essere ancora riconosciuto come tale dal papato. Il successore di Zaccaria, Stefano II, infatti, nel 753, tentò inutilmente di trovare un accordo con l’imperatore d’Oriente. Così di fronte al reiterarsi del pericolo longobardo, che ormai minacciava la stessa Roma, il papa strinse un’alleanza con i Franchi e acconsentì di incoronare Pipino. La cerimonia si svolse nell’abbazia di Saint-Denis il 28 luglio del 754.
Quindi non ci fu nessun complotto del papa, tantomeno una eredità messianica da distruggere, c’è solo una abissale ignoranza di D. Brown e soci.

Vorrei anche segnalare l’ennesima bestialità che D. Brown fa dire al sempre più maltrattato Teabing. Secondo l’anziano “scienziato”, come tutti gli studenti francesi sanno, la città di Parigi è stata fondata dai Merovingi. Non credo proprio che i testi storici in dotazione nelle scuole francesi siano così scadenti. In realtà i Merovingi compaiono nella storia di Parigi solo dopo il 451 d.C., scampato il pericolo unno. La città esisteva da moltissimo tempo prima e si originò da un insediamento romano posto proprio dove vi era la presenza di due isolotti sulla Senna che ne facilitavano l’attraversamento. E’ Cesare, nel De Bello Gallico, che c’informa della presenza in quella zona, attorno al 53 a.C., di tribù celtiche chiamate Parisii . La zona era paludosa, quindi la città fondata dai romani assunse il nome di Lutetia Parisiorum che significa “la palude dei Parisii”.