martedì 23 ottobre 2012

Il vangelo della moglie di Gesù una bufala?

Circa un mese fa è comparsa sul web la notizia della scoperta di un antichissimo papiro nel quale vi era la rivelazione che Gesù avesse una moglie. La professoressa Karen King dell’Università di Harvard ha presentato il testo del papiro, del IV secolo, in un convegno internazionale di studi copti che si è tenuto a Roma. 

Subito la notizia è stata ripresa da numerosi siti atei ed agnostici che, pronti a negare qualsiasi attendibilità storica alle fonti cristiane, non hanno disdegnato il papiro cristiano copto replicando enormemente la notizia felici e contenti di avere una “prova” che la tradizione della Chiesa sia solo il frutto di un’oscura manipolazione. 

Ovviamente tale notizia poteva sbalordire solo chi non è esperto di Cristianesimo antico. Il ritrovamento in Egitto di un testo scritto in copto risalente al IV secolo è chiaramente da attribuire alla tradizione gnostica profondamente presente in quel paese a quell’epoca. E', infatti, tipico degli gnostici usare l’unione sponsale come metafora dei legami tra Cristo e la personificazione di entità astratte come la sapienza o la fede per indicarne l'intima unione. Con ogni probabilità il papiro non parla di alcunché di reale, ma solo di situazioni astratte. Quindi facendo riferimento alle comunità gnostiche egiziane non ha senso parlare di una questione sullo stato civile di Gesù. Lo gnosticismo deplora il matrimonio carnale perché legato alla materia peccaminosa e Gesù, per loro, era solo un "eone", cioè un'entità spirituale (per approfondire vedere qui). 

Ma la notizia più interessante è che su tale papiro cominciano ad essere espressi molti dubbi circa la sua autenticità da parte di eminenti studiosi (per saperne di più vedere qui) al punto che il Comitato redazionale dell’“Harvard Theological Review” ha deciso di rimandare la pubblicazione del contributo ufficiale della Karen King sulla scoperta del papiro, inizialmente prevista per gennaio 2013, fino a quando non vi saranno elementi sufficienti per stabilirne l’autenticità. 

Poveri atei ed agnostici l’attesa per provare le “menzogne” della Chiesa si allunga…

mercoledì 17 ottobre 2012

I cristiani e la coerenza


Una delle tante accuse che il laicismo rivolge contro i cristiani è quella di non avere convinzioni politiche personali, di essere dei “succubi del Vaticano”, organizzazione “malefica” che tutto controlla e manovra. 

Ovviamente tale accusa nasce solo dall’ignoranza e dall’abitudine alla prevaricazione ed alla menzogna del laicismo, ma è pur vero che per molti cristiani esiste la questione, mai completamente risolta, riguardante la liceità di sostenere schieramenti politici palesemente contrari al proprio credo. E' opportuno, da parte di un cristiano, far valere il suo punto di vista sempre e comunque, specialmente nel segreto dell'urna elettorale? Non sarebbe più giusto lasciare ad ognuno la possibilità di agire come crede? Voler imporre il proprio punto di vista non è una violenza a chi non crede in Dio? 

Devo dire che tra noi cristiani, questo modo di pensare è abbastanza diffuso. Mi è capitato spesso durante le riunioni della catechesi di palazzo o al catechismo per la Cresima degli adulti, accorgermi di come la fede sia considerata innanzitutto una questione "personale", un rapporto privato che ognuno di noi ha con Dio. La Chiesa e i cristiani hanno un loro modo di vedere le cose e non è giusto che lo propagandino a chi non interessa, interferendo così nella vita sociale ed attirandosi antipatie ed ostilità. 

Può essere condivisibile questa presa di posizione? Quando mi trovo di fronte a queste considerazioni mi vengono in mente le parole di Gesù nel Vangelo "... se hanno odiato me, odieranno anche voi..." e mi chiedo, perché hanno odiato Gesù? Certo non credo perché se ne stava a casa a fare il falegname! Con il suo ministero Gesù ha inciso profondamente nella società ebraica che lo circondava. Ha denunciato i suoi errori, le sue ipocrisie e ha posto i suoi insegnamenti come punto di riferimento per tutti coloro che erano alla ricerca della Verità. Ma non solo questo! Gesù ci invita a mettere in pratica questi insegnamenti, a diffonderli, a renderli pubblici (Mt 10, 27). Quindi un cristiano che sta in "buoni rapporti" con tutti ha qualcosa che non va, purtroppo occorre essere anche "odiati", Gesù ce lo ha detto chiaramente "...non pensate che sia venuto a portare la pace..." (Lc 2, 34). 

I cristiani hanno una missione da compiere: quella di essere sale, lanterna e lievito così da incidere nella società in cui vivono ed edificare il Regno di Dio, una realtà operante già da questa vita terrena (Lc 17, 20-21). Questo non significa prevaricazione e disprezzo delle idee degli altri, ma costituire un esempio, la presenza di Cristo nella società. 

I cristiani se sono convinti di questo, e si sentono coinvolti in questa missione, devono necessariamente manifestare questo credo in ogni momento della loro vita e quindi anche nelle loro scelte politiche, consci di operare per il bene collettivo.

martedì 9 ottobre 2012

Babilonia o Roma?

Come è noto gli avversari del primato petrino e del ruolo primaziale della Chiesa di Roma, tra cui spicca con la sua insistenza la setta dei Testimoni di Geova, sono alla continua ricerca di cavilli e pretesti per demolirne la discendenza apostolica. 

Tra gli argomenti che portano a supporto delle loro tesi, in risposta al papa che si proclama successore di Pietro, c’è la negazione della venuta ed attività a Roma del principe degli apostoli. Secondo loro Pietro non andò mai a Roma, bensì a Babilonia, l’antica città mesopotamica, dove nel I secolo d.C. sarebbe esistita addirittura una comunità cristiana. Questa idea nasce dall’ormai abusato versetto della prima lettera di Pietro che recita: “Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia” (1 Pt 5, 13) 

Per poter affermare che la prima lettera di Pietro si riferisca effettivamente alla città mesopotamica, i protestanti ed i Testimoni di Geova devono dimostrare che al tempo in cui fu attivo Pietro la città di Babilonia fosse un attivo centro cittadino con una comunità cristiana già formata. A tal fine viene comunemente citata l’enciclopedia giudaica che suffragherebbe tale affermazione facendo riferimento a due documenti: una citazione del bibliotecario orientalista del XVI secolo, Giuseppe Simone Assemani ed un brano di Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio. 

L’enciclopedia giudaica riporta che: “Una chiesa cristiana a Babilonia fu distrutta dagli ebrei durante il regno di Sapore II” (Assemani, "Bibl. Orientalis" III. 2, 61). Ovviamente, essendo Sapore II del IV secolo d.C., questo non dimostra affatto che a Babilonia nel I secolo ci fosse una comunità cristiana. Molto più pertinente appare il riferimento di Giuseppe Flavio in Antichità Giudaiche dove si legge: “Quando Ircano fu portato là, Fraate, re dei Parti, lo trattò in modo cortese, perché aveva saputo che si trattava di una persona distinta e di nobile stirpe. Perciò lo sciolse dalle catene e gli consentì di abitare in Babilonia, ove vi era ancora un gran numero di Giudei” (Ant. Giud. Libro XV. 14–2). 

Ma anche questo brano non dice affatto che nel I secolo d.C. vi fosse una comunità cristiana a Babilonia, parrebbe solo confermare che almeno la città esistesse e che vi risiedesse una grossa comunità ebraica. Ma anche qui non ci si riferisce al tempo in cui fu attivo Pietro, cioè la seconda metà del I secolo, perché Giuseppe Flavio, parlando della sorte di Ircano, pone tutta la vicenda negli in cui anni in cui Erode viene nominato prima governatore e poi re della Giudea (Ant. Giud. XV. 11-1), cioè il 41-40 a.C., circa un secolo prima della compilazione della prima lettera di Pietro. Ai tempi di Pietro Babilonia non ospitava più alcuna grande comunità ebraica. I re seleucidi Seleuco I (304-280 a.C.) ed Antioco I (280-261 a.C.), infatti, costruirono una nuova città, Seleucia (sul fiume Tigri), che soppiantò la vecchia Babilonia sull’Eufrate. Nel 275 a.C. fu quindi emanato un editto in base al quale tutti i babilonesi avrebbero dovuto lasciare Babilonia per recarsi a Seleucia: le mura e le fortezze di Babilonia furono smantellate e la sua vita economica e politica venne ridotta ai minimi termini. Successivamente, verso il 120 a.C., durante la guerra con i Parti, i seleucidi abbandonarono definitivamente la città ed i resti di quella che era stata una grande città furono stati rasi al suolo dal satrapo partico Euemero (anche detto Evemero).

Abbiamo molti riferimenti storici che confermano tutto ciò, ad esempio lo storico e geografo Strabone, contemporaneo di Pietro, scrive: “Che cosa è più, Seleucia al momento attuale è diventata più grande di Babilonia, mentre la maggior parte di Babilonia è così deserta che non si esiterebbe a dire come ha fatto un poeta comico in riferimento alle grandi città d’Arcadia: “La grande città è un grande deserto”. (Strabone, “Geografia” XVI, 1,5). 

Dello stesso tono sono anche tante altre importanti testimonianze storiche (Pausania, VIII 33, 3; Plinio il vecchio “Historia naturalis” VI, 120; Luciano “Caronte”, 23). All’epoca di Pietro (seconda metà del primo secolo), quindi, Babilonia era solo un cumulo di rovine deserte, quei pochi ebrei che erano rimasti se ne erano andati tutti a Seleucia. 
Tra l’altro Giuseppe Flavio, in antichità giudaiche scrive: ”… gli consentì di abitare in Babilonia, ove vi era ancora un gran numero di Giudei” (Ant. Giud. XV, 14, 2). Giuseppe Flavio usa la parola “ancora” confermando il declino della comunità ebraica di Babilonia, in pieno svolgimento, già un secolo prima della composizione della lettera di Pietro. Successivamente, nel I secolo, al tempo di Pietro, scoppiò una persecuzione di tutti i Giudei di Babilonia che dovettero lasciare Babilonia per trasferirsi a Seleucia (Ant. Giud. XVIII, 3, 8). 

Ma perché Pietro chiama Roma col nome di Babilonia? Ciò è spiegato dal fatto che Pietro era probabilmente braccato dalla polizia imperiale di Nerone e quindi usa il nome in codice di “Babilonia” per indicare in modo criptico che si trova a Roma. Ogni ebreo o cristiano presente a Roma e proveniente dalla diaspora ebraica (a Roma ce ne erano più di 50000, cfr J. Juster, “Les Juif dans l’empire romain”, Parigi 1914; J. Leopold e W. Grundmann “Umwelt des Urchristentum” Berlino 1982) viveva nell’ammonimento contenuto in Michea 4, 10, dove “Babilonia” è la sede del nemico (a quel tempo Roma ed i romani) e avrebbe sicuramente considerato i persistenti segni di decadenza morale e dell’oppressione dei poteri politi alla luce di Isaia 13, 14; 43, 13-21 e Geremia 51, 52, come riguardanti le turbolente vicende dei vari imperatori della dinastia Giulio-Caludia. D’altronde è storicamente accertato che l’epiteto “Babilonia” aveva acquistato, nel I secolo a Roma, un significato metaforico che affianca quello meramente geografico. Basta pensare alle commedie di Terenzio (Adelphoe), di Menandro (ne abbiamo notizia addirittura da Paolo, 1 Cor 15, 33) e Petronio (Satyricon), ecc… dove il lusso decadente della vita romana di quel periodo veniva identificato utilizzando proprio il termine di “Babilonia”. 

L’uso di questo termine, quindi, non poteva avere che un senso metaforico, anche nel Nuovo Testamento il nome di "Babilonia" designa la Roma pagana (Apocalisse capp 17 e 18) e così l'interpretarono, oltretutto, gli scrittori antichi, quali Papia, Clemente Alessandrino, Eusebio di Cesarea, S. Girolamo. In tal senso lo prendono tutti gli esegeti cattolici moderni insieme anche a molti protestanti. Lo stesso filosofo e storico francese Ernest Renan asserisce: “In questo passo Babilonia designa evidentemente Roma; è in tal modo che si chiama, nelle comunità primitive, la capitale dell'impero” (E. Renan “L'Antichrist”, p. 122). D’altronde Pietro usa spesso un linguaggio metaforico (1 Pt 2, 2; 2, 4; 3, 18; 3, 8), quindi non poteva scegliere un nome “in codice” più adatto per designare la capitale dell’impero romano, una città che a detta degli stessi storici romani: “confluiva da ogni parte e veniva celebrato tutto ciò che sa d'atroce e di vergognoso” (Tacito, “Annali”, 15, 44). 

Tornando alla lettera di Pietro leggiamo che l’apostolo porta il saluto di un’intera comunità cristiana: “Vi saluta la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia” (1 Pt 5, 13). Non esiste alcuna notizia storica di comunità cristiane a Babilonia nel I secolo, ed il Talmud babilonese riporta una presenza cristiana solo a partire dal III sec. Nel saluto della lettera di Pietro non si può, dunque, trattare di questa Babilonia di Mesopotamia. A Roma, invece, è certo che nel I secolo esisteva una tale comunità. Ancora, al versetto precedente leggiamo: “Per mezzo di Silvano fratello fedele come lo considero, vi ho scritto in poche parole per dare incoraggiamento….”. Questo Silvano è Sila, il fedele compagno di Paolo (Atti 15, 27) che lo accompagnerà fino a Roma (1 Tess. 1, 1). Pietro detta la sua lettera a Silvano e ciò è possibile perché insieme con Paolo si trovano tutti a Roma. 


Bibliografia 

O. Cullmann, “Saint Pierre”, Neuchatel 1962, 
G. Falbo, “Il primato della Chiesa di Roma alla luce dei primi quattro secoli” Coletti, Roma 1989. 
A. Beni, “La nostra Chiesa”, Firenze: LEF, 1976, pp. 477-491

martedì 2 ottobre 2012

Margherita Hack, stelle, pianeti e fantasie laiciste

Margherita Hack, astrofisica, è nota a livello nazionale per le sue ricerche nel campo della spettroscopia stellare e della radioastronomia. Ma lo spazio interstellare non è il suo solo campo d’attività, infatti l’astronoma fiorentina è molto nota anche per il suo impegno politico di “atea” militante. 



Ovviamente niente da obiettare sulla liceità delle convinzioni della Hack e sulla legittimità del suo impegno politico, ma quando questo diviene un vero e proprio attacco alle idee altrui, sconfinando in una sorta di dileggio dei credenti e della Chiesa Cattolica, allora si abbandonano gli ambiti di un onesto confronto per una contrapposizione tipicamente laicistica. 

Più volte la Hack, imitando il suo “collega” matematico Odifreddi, non esita a reputare i credenti dei semplici creduloni che ancora sperano nelle favole. Ultimamente a Porto Cervo, invitata dall’Istituto religioso Euromediterraneo, la santa patrona dello scientismo ha sentenziato beffarda: 

L’idea di Dio nasce per spiegare ciò che la scienza non sa spiegare. La scienza dice cosa sono le stelle, come funzionano. Sappiamo ricostruire un album di famiglia dell’universo ma non sappiamo dire perché sia fatto così. Ed ecco che è stato inventato Dio. Dio è comodo, troppo comodo. Ma è un’idea infantile, come Babbo Natale” 

Ecco lo scientismo semplice, semplice della Hack, è il “caos” il vero creatore dell’ordine, con buona pace della seconda legge della termodinamica. Quelle dei cristiani sono favole infantili, mentre credere che tutto provenga dal niente è intelligente? Cos’è più assurdo: pensare tutto provenga da una mente superiore o dal niente? 

Eppure la Hack è divenuta una vera e propria icona del laicismo in Italia. La scienziata, infatti, non perde occasione di dare sfoggio di livore contro i cristiani e la Chiesa Cattolica. In occasione dell’apertura del meeting dell’UAAR (Unione degli Atei, Agnostici, Razionalisti) “Liberi di non credere”, il 19 settembre 2009, la Hack nel suo saluto introduttivo (che si può ascoltare qui) ha dato vita a tutto il suo repertorio di accuse: 

Però in Italia, se è veramente uno stato laico, ci sono casi che sono veramente vergognosi: penso, ad esempio, al fatto che in tutti gli edifici pubblici c’è il crocifisso, quando un giudice si è permesso di pretendere che il crocifisso fosse tolto per rispetto anche ai non credenti ed ai seguaci di altre religioni, questo giudice è stato condannato e gli è stato addirittura sospeso lo stipendio. Questo è un segno di laicità?... 

La Hack cerca segni di laicità, ma s’imbatte nei crocifissi senza sapere, però, che lei reputa “vergognoso” ciò che è stabilito da tribunali laici, che hanno applicato leggi laiche. Il giudice si è rifiutato di tenere l’udienza infischiandosene del diritto, ben più importante, di giustizia delle parti coinvolte. La Corte di Cassazione, infatti, nella sentenza del 15 marzo del 2011 ha stabilito che l’esposizione del crocifisso negli edifici pubblici “può non costituire necessariamente minaccia ai propri diritti di libertà religiosa” e pertanto il giudice era tenuto all’adempimento del proprio dovere nonostante la presenza del simbolo. 
Tra l’altro per la magistratura italiana il crocifisso non è solamente un simbolo cattolico, ma un segno della nostra civiltà, patrimonio storico-culturale italiano. E’ a tale principi che il Consiglio di Stato, massimo organo amministrativo, si è ispirato per pronunciarsi a favore della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche con un parere del 1988 e uno del 2006. 

La Hack continua nel suo attacco alla Chiesa Cattolica parlando di fantasiose ingerenze: 

Poi ci sono tanti casi clamorosi, penso all’orrenda legge 40 in cui le ingerenze della chiesa sono tremende e violano la libertà dei cittadini e impediscono la ricerca scientifica. Per esempio sulle cellule staminali embrionali perché l’embrione avrebbe l’anima… 

La Chiesa è contro ogni tipo di procreazione assistita, quindi pensare ad una legge 40 “dettata” dalla Chiesa è quanto di più assurdo si possa affermare. Questa legge è stata approvata dal parlamento, quindi rispecchia la volontà del popolo italiano, non è stata violata alcuna libertà dei cittadini. La Hack commette il solito errore dei laicisti: Chiesa oscurantista che pensa a salvare le anime, ma quando mai? I cattolici sono sempre stati a favore della ricerca scientifica, ma che deve avvenire nel rispetto dei diritti dell’uomo. Si parla della vita umana dell’embrione, non della sua anima. L’embrione umano è vita, distruggendolo si elimina una vita umana. Eppure la Hack dovrebbe capire una cosa così semplice. 

Continua la nostra astronoma: 

Penso ai favoritismi di cui godono le organizzazioni religiose, gli edifici religiosi, non solo quelli addetti al culto, ma anche tanti alberghi, ostelli di religiosi che non pagano l’ICI e quindi fanno concorrenza illegale agli edifici pubblici non religiosi…” 

Qui il laicismo della Hack raggiunge vertici parossistici, imbevuta com’è del più bieco anticlericalismo. La nostra astronoma, evidentemente, si è dimenticata, o ignora, della legislazione che regola le agevolazioni statali alle organizzazioni non-profit. Il decreto legislativo 504 del 30 dicembre 1992, infatti, esenta dal pagamento dell'imposta gli immobili utilizzati da enti non commerciali e destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive, nonché di attività di religione e di culto (articolo 7, comma 1, lettera i). E’ evidente, quindi, che l’esenzione non riguarda solamente la Chiesa Cattolica, ma anche numerosi altri enti religiosi, e non, impegnati in tanti servizi utili che lo Stato altrimenti non sarebbe stato in grado di assicurare. 

Alberghi ed ostelli religiosi non possono fare alcuna concorrenza, proprio perché non sono esenti dal pagamento dell’imposta. 

Il delirio, poi, continua imperterrito tra vagheggiamenti di libertà violate ed incitamenti alla lotta (?!) degni del più ridicolo degli “arruffapopolo”: 

…sono tutti casi di uno smaccato favoritismo a favore della Chiesa Cattolica e soprattutto oggi che in Italia ci sono tante persone di altre religioni, si sente ancora di più l’offesa di questa mancanza di rispetto della laicità dello Stato…” 

Quindi è necessario combattere contro questo andazzo, combattere contro l’invadenza della Chiesa, l’invadenza del Vaticano…” 

Quindi tutti noi cittadini abbiamo il diritto di credere o non credere, di seguire una religione piuttosto che un’altra, di dichiararsi atei o agnostici, questo è un diritto inalienabile che purtroppo viene violato…” 

La Hack rappresenta il paradigma del laicista, intollerante e prevaricatore, che non rispetta le convinzioni altrui e non esita a manipolare la realtà delle cose per attaccare ogni voce dissenziente.