sabato 30 giugno 2012

Aria nuova per l'I.O.R.

Tra gli argomenti più imbarazzanti per la storia recente della Chiesa e per tutti i cristiani c’è sicuramente quello che riguarda tutto ciò che ruota attorno all'IOR, cioè l’Istituto per le Opere della Religione, ossia la Banca Vaticana.

Certamente il nome dell'IOR è stato accostato a moltissimi scandali e la recente destituzione del suo direttore Gotti Tedeschi ha scatenato una vera e propria selva di sospetti e maldicenze. In questa situazione ovviamente sguazza felice la propaganda laicista che, incurante del fatto di basarsi solo su sospetti, non esita a definire la Chiesa una sorta di associazione criminosa. Abbiamo così dovuto assistere ad una vera e propria campagna diffamatoria, ad un attacco pesantissimo che coinvolge non solo i vertici vaticani, ma tutti i cristiani.

Ma la situazione è veramente così grave? Possibile che la Chiesa Cattolica non riesca a togliersi da tale scomoda posizione? A rompere questa cappa scura, in questi giorni, però, si è assistito ad una importante novità: per la prima volta la stampa è sono stata ammessa all’interno del Torrione di Niccolò V, sede dell'IOR, Il direttore generale dell’istituto, Paolo Cipriani, ex braccio destro di Gotti Tedeschi, ha dichiarato, per dimostrare che nello IOR non ci sono legami con la criminalità, che i controlli effettuati sono sistematici e rispettano precise regole internazionali, che tutto è tracciabile, individuabile e che non esiste più niente di anonimo. In Vaticano ora si aspetta con fiducia il responso di Strasburgo e si saprà se la Santa Sede sarà ammessa nella lista dei paesi virtuosi, trasparenti e anti riciclaggio (da il messaggero.it). 


Finalmente lo stesso pontefice Benedetto XVI ha deciso di sfatare le troppe leggende che si raccontano sulla Banca Vaticana per farla finita, una volta per tutte, con scandali e sospetti. In occasione della festività, celebrata nella giornata di ieri, dei SS Pietro e Paolo, patroni di Roma, il papa ha ricordato che la Chiesa non è una comunità di “perfetti”, ma principalmente di peccatori che hanno bisogno della Grazia di Dio, quella stessa che Gesù ha promesso a Pietro affinché la Chiesa non venisse mai meno.

martedì 26 giugno 2012

Cecchi Paone e la ricerca dello scontro

In questi giorni sta balzando all’attenzione dei media le sconcertanti dichiarazioni del popolare giornalista e conduttore televisivo Alessandro Cecchi Paone sulla diffusione dell’omosessualità anche tra i giocatori della nazionale italiana di calcio. 

Ovviamente si tratta di un’operazione di puro marketing promozionale in occasione dell’uscita di un suo libro. E’ da tempo che questo personaggio, una volta fatto coming out circa la sua omosessualità, non fa altro che sbandierare ai quattro venti i suoi gusti sessuali invitando chi si sente omosessuale o potenzialmente tale (sarebbero i cosiddetti metrosexual) a fare altrettanto. A parte un certo cattivo gusto di tale ostentazione esasperata, che a parer mio è più una ricerca di visibilità personale che non un’operazione di denuncia sociale, tutto sommato il buon Cecchi Paone non fa altro che fare la sua onesta parte per spingere il carrozzone del pettegolezzo mediatico, il tanto amato/odiato gossip così importante per il raggiungimento ed il mantenimento della notorietà per personaggi del genere. 

Ciò, che, invece, non approvo nel comportamento di Cecchi Paone sono i suoi gratuiti attacchi alla Chiesa Cattolica accusata più volte, nella sua presa di posizione contro il matrimonio omosessuale, di esercitare un’operazione politica. Per Cecchi Paone la Chiesa opererebbe un’ingerenza negli affari interni italiani. Su tale argomento sono memorabili i suoi scontri con il critico d’arte ed opinionista Vittorio Sgarbi, il quale, attraverso modi di fare sicuramente censurabili, pur essendo un laico non cattolico riconosce giustamente alla Chiesa la sua indiscussa statura morale ed il diritto alla parola. 

Non è, infatti, ragionevolmente credibile che il diritto/dovere della Chiesa di essere guida e discernimento per tutti i cristiani, debba ritenersi una indebita ingerenza. Questa accusa di prevaricazione ed intolleranza ritorna puntuale ogni volta che la voce cristiana mette all’indice la voglia di relativismo di questo paese che sembra voler abbandonare ogni valore sociale. Il punto, infatti, è proprio questo. Quello che non si vuole capire è che la Chiesa non impone una visione religiosa, ma cerca di tutelare i preziosi valori sociali messi in pericolo. Per questo l’appello è rivolto a tutti e non solo ai cristiani. A proposito del matrimonio omosessuale o dei suoi surrogati, come ad esempio i “Dico”, la Chiesa non oppone la sua visione religiosa basata sull’insegnamento di Gesù che ogni unione nasce e si fonda sull’amore reciproco senza compromessi prolungandosi nel suo frutto più bello, cioè i figli. Ella si limita ad invitare la società a non demolire la famiglia fondata sulle solide basi del matrimonio dove è garantito un minimo di responsabilità verso i figli e la società. Esistono molti altri strumenti per la tutela degli interessi economici dei conviventi, non serve certo una legge per questo. Nei confronti della legittimazione del matrimonio anche per le convivenze omosessuali la posizione della Chiesa è nota da tempo. Per tutti i cristiani l’uomo creato da Dio, sua immagine e somiglianza, è maschio e femmina: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creo, maschio e femmina li creò” (Genesi 1, 27). L’unione di un uomo e di una donna rappresenta, quindi, l’umanità creata da Dio che è partecipe della Sua creazione generando il frutto di questo amore, cioè i figli. Lungi dal voler imporre tali sublimità (le classiche perle ai porci), la Chiesa richiama l’attenzione sulla pericolosità di considerare come un fatto normale l’omosessualità. Questo non significa operare una discriminazione verso gli omosessuali, persone degne di ogni rispetto (solita accusa di chi non ha altri argomenti), ma ribadire che tali riconoscimenti possono aprire la strada ad una totale parificazione della coppia omosessuale con quella eterosessuale (pari accesso ai benefici per le famiglie, possibilità di adozione, ecc…). Non solo, legittimare un unione omosessuale può essere il primo passo verso la perdita di fondamentali punti di riferimento imposti, si badi bene, non dalla Chiesa, ma dalla natura umana. Come potrà essere considerata immorale, in futuro, pratiche come la poligamia o, perfino, la pedofilia? 

Penso che la campagna mediatica di odio e rancore verso la Chiesa operata da personaggi come Cecchi Paone, improntata più sul pregiudizio che non ad una autentica volontà di dialogo, sia una delle cause che concorre a rendere sempre più difficile il confronto sui grandi temi sociali nel nostro paese

mercoledì 20 giugno 2012

L'eresia giudaizzante, la schiavitù della legge.


Con questa eresia torniamo indietro nel tempo fino alle origini stesse del cristianesimo. La solita propaganda laicista travestita da ricerca storica tenta vanamente di accreditare un’originaria lotta tra molte forme di “cristianesimi”, ognuno dei quali sosteneva di seguire gli insegnamenti di Gesù e dei suoi apostoli fondandosi sugli scritti che convalidavano le loro affermazioni (ad esempio si veda“I cristianesimi perduti. Apocrifi, sette ed eretici nella battaglia per le sacre scritture” di Bart D. Ehrman, Carocci, 2005). Secondo questa tesi il cristianesimo che alla fine prevalse fu quello di Paolo, una religione sincretista che non aveva più nulla della radice ebraica e costituita dai soli pagani convertiti. L’odierno cristianesimo è, quindi, solo il frutto di una scelta politica operata dal potere, così come afferma l’improbabile Corrado Augias nel suo “Inchiesta sul cristianesimo. Come si costruisce una religione” scritto con lo storico del cristianesimo Remo Cacitti, dove afferma: “in particolare il cattolicesimo, è prevalentemente l’erede, la conseguenza, del “costantinismo”. 

Ho già affrontato il tema del supposto sincretismo col paganesimo di alcuni riti cristiani, come ad esempio per l’Eucaristia, e della supposta dipendenza della costituzione della Chiesa da Costantino, quindi non mi dilungherò oltre su tali argomenti, ciò che invece cercherò di mostrare sarà come all’origine del messaggio cristiano ci sia stato Gesù e il gruppo dei dodici, la Chiesa di Gerusalemme e come questa si sia immediatamente opposta alle tendenze giudaizzanti di alcuni dei suoi componenti. 

La fonte storica principale per conoscere gli eventi dei primi decenni dopo la morte e resurrezione di Gesù sono indubbiamente gli Atti degli Apostoli (così fanno importanti testi come R. Geftman “La Chiesa primitiva di Gerusalemme”, Jerusalem, 1985; J. Lenzenweger et al. “Storia della Chiesa Cattolica”, EP Cinisello Balsamo, 1989, ecc.). Da tale fonte vediamo subito che l’originaria Chiesa di Gerusalemme nasce il giorno di Pentecoste, è la comunità dei credenti, di coloro che credono in Gesù, Figlio di Dio. E’ questa comunità la prima chiesa cristiana in assoluto costituita dai Dodici, dai discepoli e dai parenti di Gesù (Atti 1, 15). Questo primo gruppo di cristiani vede al vertice Pietro come autorità universale e Giacomo come autorità locale, è la Chiesa primitiva che non rompe affatto con la Sinagoga, i discepoli frequentano il Tempio, osservano la Legge di Mosè, l’iniziazione si limita al battesimo, la frazione del pane avviene secondo l’usanza giudaica, si leggono i rotoli sacri (Atti 2, 47-48). L’elemento veramente nuovo è l’insistenza che solo in Gesù c’è la salvezza. Gli studiosi chiamano questi primi membri della Chiesa cristiana locale “Giudeocristiani” e costituiscono la grande maggioranza dei credenti che presiede autorevolmente alla compilazione dei Vangeli (F. Rossi de Gasperis, “Israele o la radice santa della nostra fede”, in “Rassegna di Teologia”, 1, 1980). 

Le cose iniziarono a cambiare quando i discepoli cominciano a lasciare Gerusalemme per la prima ondata missionaria venendo così a contatto con il paganesimo e, soprattutto, con le comunità degli ebrei ellenizzati. Il primo caso che fa problema è il battesimo del centurione Cornelio (Atti 10) quando Pietro viene rimproverato ed invitato a spiegare perché avesse frequentato la casa di un pagano e l’apostolo spiega di non aver potuto rifiutare il battesimo a coloro che avevano ricevuto lo Spirito Santo al pari di loro. La situazione precipita con la conversione dell’ebreo Saulo di Tarso, fariseo, della tribù di Beniamino e cittadino romano, per anni persecutore dei cristiani, il quale cambia il nome in Paolo e diventa strumento per portare il Nome di Gesù presso le Nazioni (Atti 9, 15). Paolo, accompagnato da Barnaba, diffonde la Parola di Dio e fonda Chiese presso i Gentili, cioè i pagani, senza imporre loro il preliminare rispetto della legge mosaica, in primo luogo la circoncisione. Tutto ciò porta ad un conflitto con parte dei cristiani di Gerusalemme ancora tenacemente attaccati al rispetto della legge mosaica, i cosiddetti giudaizzanti. Per affrontare tali difficoltà viene convocato il primo concilio ecumenico della Chiesa, il Concilio di Gerusalemme dell’anno 49 d.C. In quella occasione Pietro, riconosciuto capo della Chiesa, approva quello che Paolo e Barnaba avevano fatto (Atti 15, 7). Paolo, quindi, non fonda alcuna nuova dottrina contraria alla originaria fede apostolica, come non chiede ai pagani di diventare giudei prima di aderire a Cristo, così non chiede ai giudei di abbandonare le tradizioni e farsi pagani. Il suo vero intento è quello di proclamare che la vera novità viene da Cristo, non dalla legge mosaica e, per questo, vuole garantire alla Chiesa nascente una sua autonomia e non di farne una semplice appendice del giudaismo (D. Flusser “Il cristianesimo, una religione ebraica”, E.P., Cinisello Balsamo, 1992). Il gruppo più rigidamente giudaico esce, quindi, perdente proprio sul piano dei contenuti, in quanto chiedendo il passaggio attraverso la circoncisione finisce per rappresentare Cristo come subordinato alla Legge. 

La narrazione degli Atti si ferma attorno all’anno 63 d.C., a ridosso della grande rivolta giudaica che determinerà la distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio nel 70 d.C. I giudeocristiani non partecipano alla guerra e lasciano Gerusalemme per riparare a Pella, una città della Decapoli (Eusebio, H.E. 1, 5). La posizione estremista giudaizzante continuò per un certo periodo tanto che leggiamo nella lettera ai Magnesi (9, 2) di Ignazio di Antiochia, del 107 d.C., la raccomandazione di non vivere più secondo il sabato, cioè alla maniera giudaica, ma secondo la domenica, cioè nella nuova legge del Signore. 

La salvaguardia della fede di Israele passa attraverso una stretta ortodossia e i farisei, l’unico gruppo organizzato di giudei ancora esistente, impongono un irrigidimento delle posizioni nei confronti di chi crede che Gesù sia il Messia. I giudeocristiani vengono così esclusi dalla Sinagoga e dal 90 d.C. i nazareni, così vengono chiamati allora i cristiani dagli ebrei, vengono inseriti nell’elenco delle maledizioni riservate ai minim, cioè gli eretici, nella recita dello sh’moné es’ré, la preghiera mattutina quotidiana. Nascono così gruppi eterodossi che ritengono Gesù solo un profeta e non più il Figlio di Dio, i cosiddetti Ebioniti. 

Questi gruppi credevano in un Gesù visto solo come un semplice uomo e addirittura usavano una versione manipolata del vangelo di Matteo (Ireneo, A. H., 3,11,7; Epifanio, Panarion 13,2 e 14,3). Tertulliano ci informa che tale denominazione proviene da “Ebion”, cioè “povero”, in quanto avevano un pensiero “povero” riguardo a Cristo (De prescriptione haereticorum, 4, 8) ed Epifanio riporta che tali Ebioniti credessero che Gesù apparisse periodicamente sulla terra, evitavano ogni contatto con i pagani e rispettassero ogni purificazione rituale (Panarion, cap. 30). 

L’eresia dei giudaizzanti e degli Ebioniti riguarda proprio il rapporto tra l’Antico ed il Nuovo Testamento. Occorre capire che la Scrittura antica è come un pedagogo a Cristo, la minore età della fede, un pedagogo che, come nell’antichità, insegnava piuttosto a colpi di bastone che con la convinzione. Viceversa il Nuovo Testamento è l’ingresso nella maggiore età della fede, cioè nell’età dell’interiorità e della responsabilità. Cristo è il liberatore e ci da la gioia di sentirci veramente liberi da tutte le pastoie di pratiche esteriori. Gesù smaschera l’ipocrisia dei farisei, richiamando l’interiorità e l’amore che sono alla base della nuova legge (Mt 23, 1-39), supera ogni tabù della legge dichiarando che l’impurità non viene dal di fuori, ma dal cuore (Mc 7, 1-23). L’apertura della Chiesa agli stranieri, ai pagani, sottolinea quella universalità già tracciata dal profeta del trito Isaia, il quale proclama che non ci sono più stranieri nel Regno del Signore (Is 56, 1-7). Una universalità che non può più essere costretta da una circoncisione della carne, ma da una circoncisione del cuore (Rm 2, 25-29). 

Il vangelo è la novità portata da Cristo. Paolo nella lettera ai Romani parla del rapporto con il giudaismo sottolineando che la radice è santa e che noi siamo innestati sulla pianta dell’ebraismo come oleastri. Quindi, se la radice è santa anche i rami saranno santi (Rm 11, 16-17). 

Bibliografia 


G. Acquaviva, “La Chiesa madre di Gerusalemme”, Piemme Casale Monferrato 1994; 
M. Simon e A. Benoît, “Le Judaïsme et le christianisme antique, d'Antiochus Épiphane à Constantin”, Parigi, PUF, 1998; 
R. Diprose, “Il libro degli Atti”, IBE, Roma 1982.

giovedì 14 giugno 2012

Il primato di Pietro nei Vangeli

Vero e proprio punto di scontro per ogni confronto ecumenico tra le varie chiese riformate e quella cattolica è la questione del primato petrino e del ruolo primaziale della Chiesa di Roma. Secondo i non cattolici l’apostolo Pietro non ricevette alcun specifico mandato da Gesù e, conseguentemente, alla Chiesa di Roma, la Chiesa Cattolica, non può essere riconosciuto alcun ruolo preminente di guida dell’intera comunità cristiana. In sostanza viene affermato che non esiste alcuna base scritturale del ruolo primaziale della Chiesa Cattolica. In questo mio articolo riporterò i passi evangelici più noti che, a differenza di quanto affermato dai non cattolici, dimostrano chiaramente come Gesù abbia voluto affidare a Pietro il ruolo specifico di guida dell’intero collegio apostolico. 

Cominciamo col dire che da uno sguardo d’insieme dei vangeli appare subito chiaro che Pietro tra gli apostoli, che compongono un collegio di uguali, è il leader riconosciuto. E’ questo non per le qualità umane di Pietro, ma per le continue indicazioni di Gesù che instaura con lui un rapporto speciale, di tipo pubblico ed ufficiale dandogli autorità nei confronti degli altri apostoli. 

Dai vangeli traspare chiaramente tale ruolo preminente di Pietro, infatti l’apostolo è quello di gran lunga più menzionato (195 volte tra i vangeli e gli Atti, Giovanni, il secondo, solo 29 volte) e compare sempre al primo posto in tutti gli elenchi degli apostoli. Tali elenchi si trovano in Matteo (10, 2-4), dove addirittura è chiamato il “primo”, Marco (3, 16-19), Luca (6, 13-16) e negli Atti (1, 13). 

Il brano classico del primato petrino è certamente Matteo 16, 17-19 che riporto: 

Gesù, replicando, disse: «Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch'io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell'Ades non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli»”. (ED. Nuova Riveduta). 

La chiarezza di queste parole sono tali che molti hanno provato a contestarle in ogni modo arrivando perfino ad ipotizzare un’interpolazione nel II secolo (A. Resch, J. Schnitzer, J. Grill, A. Harnack, ecc.). Questa tesi è però del tutto insostenibile in quanto il brano è contenuto in tutti i codici più antichi ed in tantissime citazioni ed allusioni in scritti precedenti, come il Vangelo degli Ebrei (100 d.C.), il Pastore di Erma (140 d.C.), in Giustino (150 d.C.) ed Origene (200 d.C.). 

Una critica diffusa dai non cattolici e ripresa dai Testimoni di Geova si basa su una assurda interpretazione secondo la quale la “roccia” di cui qui si parla sarebbe Gesù, non Pietro. Certamente Gesù, in molti passi biblici viene detto “fondamento” (1 Cor 3, 11) e “pietra angolare” (Mt 21, 42 e altri), ma ciò non toglie che lo stesso Gesù possa costituire come roccia della sua Chiesa in senso secondario e vicario Pietro. Ma ciò che non convince di tale interpretazione è la mancanza di logica nelle parole di Gesù. Che senso avrebbe cambiare il nome a Simone in Pietro (Kephas, cioè roccia) se poi Pietro non avrebbe dovuto svolgere la missione significata dal nome? Per la mentalità ebraica il nome di una persona ne indica la missione, infatti anche in altre parti della Scrittura assistiamo a cambiamenti di nome proprio per significare una specifica missione. Ad esempio Abram viene chiamato Abraham, cioè da “padre eccelso” a “padre dei popoli” perché da lui avrebbero avuto origine molti popoli, oppure Giacobbe che viene chiamato Israele, cioè da “soppiantatore” a “colui che lotta con Dio” per indicare il coraggio e la forza che doveva dimostrare nelle grandi difficoltà della vita. E poi è assurdo pensare che Gesù si sia rivolto a Pietro per indicargli una missione per poi riferirsi a se stesso. Non avrebbe alcun senso! 

In realtà questo passo di Matteo usa tre metafore di stile tipicamente semitico: la roccia, le chiavi e l’azione del legare e sciogliere. 

Pietro è roccia (infatti Kephas significa proprio roccia da fondamento) perché è il fondamento della Chiesa. Come le fondamenta sono il principio dell’unità e della stabilità di un edificio, così Pietro è il principio dell’unità e della stabilità della Chiesa. 

A Pietro vengono date le chiavi in quanto simbolo di potere ed autorità, Gesù affida all’apostolo un compito, quello di guidare la Sua Chiesa. Da notare la frase al futuro “A te darò…”, cioè il compito di Pietro inizia da quando Gesù lascerà questa terra per salire al Padre. 

Infine, ancora più precisa è la promessa contenuta nelle parole “legare e sciogliere”. Questa espressione (in ebraico “hasàr” e “scherà”) è tipicamente rabbinica ed indica l’azione di dichiarare proibito o lecito con autorità magisteriale, di imporre o togliere un obbligo. “Sciogliere” significa dichiarare “lecito” e “legare” dichiarare “illecito” (Strack – Billerbeck, “Kommentar zum N.T. aus Talmud und Midrash, I, Das Evangelium nach Matthäus"). 

Gesù, quindi, ha voluto dare a Pietro e a tutti gli apostoli collegialmente (Mt 18, 18) l’autorità di dichiarare se una cosa è lecita o illecita e tale sentenza viene ratificata nei cieli, cioè da Dio stesso che assiste il suo servo in modo che non siano mai in contrasto con la verità e con il bene. 

Un altro passo proprio del vangelo di Luca è strettamente legato al primato di Pietro ed è ambientato nei discorsi profetici che Gesù pronuncia alla fine dell’ultima Cena e che riguardano la sua imminente passione e la defezione degli apostoli: 

Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31, ED. CEI). 

Nonostante la sua debolezza umana e la caduta di fronte alla tentazione di Satana, Pietro avrà il compito di “confermare” i fratelli nella Chiesa. Questo testo si colloca tra la promessa di Cesarea di Filippo, vista prima, e il conferimento del primato che avverrà dopo la Resurrezione sulle sponde del lago di Gennesaret. Pietro come uomo potrà anche vacillare e sbagliare, potrà anche vigliaccamente rinnegare Gesù, ma la sua fede, quella espressa a Cesarea di Filippo, non potrà mai venire meno. Tutto ciò per espressa volontà di Gesù, della sua preghiera di efficacia infallibile. Pietro dovrà “confermare” (in greco “στηρισον”, stèrison, la forma verbale è attivo, imperativo aoristo I°, cioè dare inizio ad una nuova azione), cioè rendere saldi nella fede tutti i fratelli, ossia il ruolo del capo della Chiesa. 

Infine un terzo passo, riportato dal vangelo di Giovanni, dove abbiamo il conferimento, direi “ufficiale”, del primato a Pietro: 

Quand'ebbero fatto colazione, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami più di questi?» Egli rispose: «Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, una seconda volta: «Simone di Giovanni, mi ami?» Egli rispose: «Sì, Signore; tu sai che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pastura le mie pecore». Gli disse la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?» Pietro fu rattristato che egli avesse detto la terza volta: «Mi vuoi bene?» E gli rispose: «Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pasci le mie pecore»” (Gv 21, 15-17, ED. Nuova Riveduta). 

E’ il compimento della promessa che Gesù aveva fatto a Cesarea di Filippo (Mt 16, 17-19) di conferire a Pietro l’ufficio di “pastore” (“pasci le mie pecore”) del gregge di Cristo. Tale ufficio equivale a governare e, siccome il gregge indica la Chiesa di Cristo, come indica Paolo agli anziani di Efeso (Atti 20, 28), è chiaro che viene conferito a Pietro l’ufficio di governare la Chiesa. 

La triplice ripetizione di tale conferimento certamente rimanda al triplice rinnegamento di Pietro, ma è soprattutto una formula tutta orientale per indicare solennemente il diritto conferito, tale formula si usava per dare solidità e valore assoluto a ciò che si pronuncia (P. Gaechter, “Das dreifache Pasce oves meas” in: Zeitschrift fur katholische Theologie, 69, 1947). 

I vangeli riportano altre importanti indicazioni su come Pietro fosse considerato la guida del gruppo dei dodici apostoli, ma credo che i tre passi che ho riportato tolgano ogni dubbio sulla volontà di Gesù di voler affidare alla fede professata da Pietro il ruolo, sulla terra, di roccia stabile affinché la Sua Chiesa resti per sempre salda nella Verità. 


Bibliografia 

G. Falbo, “Il primato della Chiesa di Roma alla luce dei primi quattro secoli” Coletti, Roma 1989; 
P. Touilleux, “La Chiesa nella Bibbia”, ED. Paoline, 1971; 
R. Martinelli, “Primato a Pietro. Come e quando Cristo glielo affida?”, 2011.

domenica 27 maggio 2012

Il Catarismo e la nascita dell'Inquisizione

È opinione comune presso i laicisti che il tribunale dell'Inquisizione cattolica sia stato lo strumento ordinario utilizzato dalla Chiesa Cattolica per combattere il cosiddetto “libero pensiero” ed imporre il suo potere oscurantista. Questo luogo comune è stato così diffuso dalla propaganda laicista al punto che moltissimi cattolici hanno quasi paura di affrontare tali argomenti convinti di avere chissà quali peccati da doversi vergognare.

Per esperienza so che qualsiasi affermazione ed accusa fatta dai laicisti alla storia della Chiesa Cattolica è artefatta e pretestuosa e si basa inesorabilmente su una sconcertante ignoranza di fondo. Col termine di “Inquisizione” i laicisti ignoranti confondono la cosiddetta Inquisizione medioevale, sorta come risposta alle eresie, con l'Inquisizione spagnola, creata da Papa Sisto IV, nel 1478, su sollecitazione della regina Isabella di Castiglia e di re Ferdinando d'Aragona e sorta per scopi principalmente politici. In ogni caso nessuna rappresentò un istituto volto a combattere il “libero pensiero”. In realtà l’Inquisizione nasce nel secolo XIII, verso la fine del Medioevo, come risposta della Chiesa agli eccessi dei movimenti ereticali, che non si limitavano a propugnare deviazioni di contenuto esclusivamente teologico, che vennero contrastati fino ad allora sul piano dottrinale e solo con mezzi spirituali, ma insidiavano mortalmente la società civile. Le proteste dei civili contro le vessazioni degli eretici costrinsero le autorità ecclesiastiche ad intervenire per controllare e per frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con il necessario discernimento, dai tribunali laici, che si illudevano di risolvere il problema inviando con disinvoltura gli eretici al rogo.

La causa prima che diede inizio al processo di formazione dell’Inquisizione fu il nascere ed il diffondersi dell’eresia catara. Oggi è difficile immaginare il profondo malessere suscitato nella Cristianità dalla diffusione del catarismo, che, sotto il fascino esercitato dall'apparente austerità di vita dei suoi proseliti, nascondeva un'ideologia sovversiva. Il pericolo era rappresentato soprattutto dalla condanna del mondo materiale, che implicava il divieto assoluto di procreare e, come culmine della perfezione, il suicidio rituale, e dal rifiuto di prestare giuramento, che comportava il dissolvimento del legame feudale, uno dei capisaldi della società medievale. Dunque, considerata l'omogeneità religiosa della società del tempo, l'eresia costituiva un attentato non solo all'ortodossia ma anche all'ordine sociale e politico. L’eresia catara (dal greco katharos = puro) fu la crisi più grave ed importante con cui la cristianità dovette confrontarsi dopo l’arianesimo. Gli appartenenti a questa setta, tra i secoli XI e XIII, diedero origine a proprie comunità in quasi tutta Europa, specialmente nei Balcani, nella Francia meridionale e Aragona, in Italia settentrionale e persino in Sicilia. Non fu un fenomeno circoscritto e limitato, ma costituì un vero e proprio sistema socio-religioso alternativo a quello esistente allora in gran parte dell’Europa. I Catari costituirono un vero e proprio “cancro” che rose dal di dentro le istituzioni ufficiali e la base della vita sociale di allora. La dottrina catara, infatti, rifiutava ogni autorità per proporre una visione deteriore della realtà. Possiamo, infatti, far comprendere l’eresia catara nel grande gruppo delle eresie gnostiche e manichee.

Per la dottrina catara tutto ciò che esiste, cioè il mondo materiale, è opera del demonio o di un dio malvagio che si oppone al dio del bene che, invece, è creatore del mondo buono, cioè quello spirituale. Per questo i Catari disprezzavano il dio dell’Antico Testamento, autore del malvagio mondo materiale, per esaltare il dio buono, autore di quello spirituale, del Nuovo Testamento. Ovviamente un Nuovo Testamento completamente reinterpretato secondo la loro aberrante visione. Non poteva, infatti, esistere alcun punto di contatto tra i due “mondi”, cosicché negavano l’incarnazione di Gesù e la resurrezione della carne. Essi ritenevano che il suo Corpo fosse solo spirituale, con una apparenza di materialità. 

L’anima umana non è sempre considerata creazione del dio buono, lo sono solo quelle dei “Puri” o “Perfetti”, cioè una ristretta cerchia di persone che sarebbero degli angeli imprigionati da satana in corpi umani. Attraverso una serie di reincarnazioni (credevano anche a questo, sic!) queste anime arrivavano ad essere “pure”, cioè catare, e si ponevano come guida spirituale della setta per poi liberarsi dal corpo. In quest’ottica l’auspicato fine ultimo dell’umanità per i “Puri” era il suicidio generale. Si sottoponevano a regole durissime, non lavoravano, non partecipavano alla vita sociale, non riconoscevano alcuna autorità, ogni attività sessuale era proibita, se qualcuno veniva meno, allora la sua caduta era dovuta alla sua anima ritenuta ancora non sufficientemente pronta. I “perfetti” erano considerati come dio stesso e venivano letteralmente adorati dagli altri componenti della setta che avevano anche l’obbligo di mantenerli. 

Oltre ai “perfetti”, infatti, c’era tutta la moltitudine dei seguaci ritenuta impura e peccaminosa. I Catari, infatti, non credevano nel libero arbitrio, così chi era ritenuto un’emanazione del male non aveva altro destino che perire. La loro unica speranza era quella di ricevere dai “perfetti”, alla fine della vita, il “consolamentum”, una sorta di purificazione spirituale. Per ottenerla, però, occorreva esserne degni e, quindi, vivere distaccandosi progressivamente dalla vita materiale, oppure la si poteva ottenere subito se poi, però, si era disposti a suicidarsi. Questa pratica era diffusissima presso i Catari, si chiamava “endura”, secondo loro se praticata subito dopo il “consolamentum” garantiva il paradiso. Esistevano diverse forme di “endura”, la più diffusa era l’inedia, riservata ai lattanti, ma anche il dissanguamento, realizzato anche con bevande mescolate a frammenti di vetro, o lo strangolamento. Molte volte l’”endura” veniva applicata a vecchi e bambini, cosicché il suicidio diveniva omicidio. Uno studioso tedesco del XIX secolo, Dollinger, studiando gli archivi dell’inquisizione a Tolosa e Carcassonne notò con raccapriccio che furono molto più le vittime dell’”endura” che dell’inquisizione stessa. 

Questa dottrina, considerando intrinsecamente cattivo e peccaminoso tutto ciò che lega l’anima alla materia, odiava ed aborriva le attività procreative, la perpetuazione della specie era vista come un’opera satanica, le donne incinte e i neonati erano disprezzati perché visti sotto l’influenza del demonio. Presso le comunità catare, per limitare l’azione del “male”, veniva largamente praticato l’aborto. Il matrimonio veniva considerato un generatore di male, tutte le autorità terrene erano considerate creature del dio malvagio, quindi non bisognava riconoscerle, venivano aborriti i tribunali, erano considerate azioni sataniche prestare giuramento ed impugnare le armi. Tutte le sette catare avevano una accesissima ostilità verso la Chiesa Cattolica che vedevano come la grande meretrice Babilonia. Non potevano accettare il suo ruolo di intermediaria dell’amore di Dio verso gli uomini nella loro vita sulla terra. Per questo non accettavano i sacramenti che ritenevano segni del demonio.

Tutto ciò portò centinaia di migliaia di persone in tutta Europa a ritirarsi dalla vita sociale, era messa in grave pericolo non solo l’unità della fede e la dignità umana, ma anche la stessa aggregazione sociale. Questo modo di vedere la società era suicida, tutto ciò non poteva essere accettato né dalle autorità costituite, tantomeno dalla Chiesa. C’è da aggiungere che il catarismo non era un semplice movimento ideologico. Soprattutto nella Francia meridionale, una parte dell’aristocrazia approfittava della nuova dottrina per giustificare esazioni e saccheggi sugli infedeli e sui beni della Chiesa. Nel 1167 a Saint Felix de Caraman (Tolosa) si tenne un vero e proprio concilio eretico dove le comunità catare si diedero un’organizzazione. Essi rifiutavano la gerarchia cattolica, ma ne avevano una propria costituita da un clero, i “perfetti”, con ogni sorta di privilegi, e dai credenti, cioè tutti gli altri. Da quel momento il movimento cataro cominciò a diventare minaccioso. Alcune ramificazioni secondarie dei Catari (i catarelli e i rotari) cominciarono a saccheggiare regolarmente le chiese; attorno all’anno mille, nella regione dello Chàlon, un certo Leutardo incitava a distruggere croci ed immagini sacre; tra il 1143 e il 1148 un “perfetto”, Eon de l’Etoile, a capo di una comunità catara si autoproclamò figlio di Dio, signore di tutto il creato, e in virtù del suo potere ordinò ai suoi seguaci di distruggere ogni chiesa. Nel 1225 i Catari incendiarono una chiesa cattolica a Brescia; nel 1235 uccisero il vescovo di Mantova.

Di fronte a questi atti di violenza ed al proliferare dell’eresia la Chiesa, per molti anni, fu in difficoltà su come agire. A Verona, nel 1184 un sinodo vide il papa Lucio III e l’imperatore Federico I Barbarossa costretti ad istituire misure di controllo per contrastare la propaganda eretica, ma senza grandi successi. Nel 1206 il nuovo papa Innocenzo III incaricò i Cistercensi e i Domenicani ad operare un’intensa predicazione senza ottenere risultati soddisfacenti. L’eresia si diffondeva ovunque con velocità, nel 1012 si ha notizia di una setta a Magonza, nel 1018; nel 1200 ne compaiono numerose in Aquitania (sud ovest della Francia), nel 1028 a Orléans; nel 1025 ad Arras; nel 1028 a Monforte (presso Torino); nel 1030 in Borgogna. Il vescovo cattolico di Milano affermava che nel 1166 nella sua diocesi c’erano più eretici che cristiani. La zona, però, dove l’eresia catara proliferò maggiormente fu la Linguadoca dove furono inviate numerose missioni per cercare di convertire gli eretici, tra queste quella di San Bernardo di Chiaravalle il quale racconta che le chiese erano deserte e nessuno più si comunicava e faceva battezzare i figli. I missionari e il clero cattolico locale venivano malmenati, minacciati ed insultati. In Linguadoca fu ucciso dagli eretici persino il legato papale Pietro di Calstelnau. Inoltre la nobiltà locale prese a sostenere attivamente la setta, intravedendo la possibilità di appropriarsi dei beni e delle terre della Chiesa. Raimondo VI di Tolosa arrivò persino ad ospitare alcuni catari nel suo seguito per poter ricevere la loro benedizione in caso di morte improvvisa. Il pericolo cataro non fu affatto una leggenda e la solidità del suo insediamento si poté misurare dalla resistenza violenta incontrata in seguito dagli inquisitori, nonostante l’appoggio dei poteri pubblici e il sostegno della popolazione.

Tra il XI e il XIII secolo per porre un freno deciso all’eresia si susseguirono tre crociate conosciute come le crociate albigesi (gli albigesi erano i catari francesi, n.d.r.). Furono una risposta violenta e disperata contro un male che minava le fondamenta dello stato e della fede. Le istituzioni, cioè il braccio secolare (Simone di Monfort, il re di Francia Luigi VIII) in associazione con i mezzi ecclesiastici ripresero i controllo delle regioni meridionali francesi e repressero nel sangue l’eresia. Nel 1224 l’Imperatore Federico II istituì la pena del rogo per gli eretici. Tutte queste drastiche misure furono dapprima tollerate, poi apertamente approvate dalla Chiesa che, però, successivamente, fu veloce a mitigare le forme repressive. 

Contrariamente alle sciocchezze propinate dall’ignorante propaganda laicista l’Inquisizione quindi, non fu affatto un istituto con cui la Chiesa si servì per mantenere il “potere” e soggiogare le menti, ma rappresentò il caso estremo della collaborazione tra l’autorità civile e quella religiosa. Lo storico protestante Henry Charles Lea, certamente non ben disposto verso l'Inquisizione, scrive che, in quei tempi, "[...] la causa dell'ortodossia non era altro che la causa della civiltà e del progresso". L'autorità temporale e quella spirituale, dopo aver agito a lungo separatamente, la prima con i suoi tribunali, l'impiccagione e il rogo, la seconda con la scomunica e le censure ecclesiastiche, finiscono per unire i loro sforzi in un'azione comune contro l'eresia. L'Inquisizione medioevale, dunque, è definita dallo storico francese Jean-Baptiste Guiraud, come "[...] un sistema di misure repressive, le une di ordine spirituale, le altre di ordine temporale, emanate simultaneamente dall'autorità ecclesiastica e dal potere civile per la difesa dell'ortodossia religiosa e dell'ordine sociale, ugualmente minacciati dalle dottrine teologiche e sociali dell'eresia". 


Bibliografia

R. Manselli, “L’eresia del male”, ESI Napoli 1963.
C. Capitani, “L’eresia medievale”, Il Mulino, Bologna, 1971.
H. Grundmann, “Movimenti religiosi del Medioevo”, Il Mulino, Bologna, 1974.
I. Savarevic “Il Socialismo come fenomeno storico mondiale”, La Casa Matriona, Milano 1980.

mercoledì 16 maggio 2012

Contro l'omofobia , ma anche contro i diritti dei genitori

Domani, 17 maggio, si celebra la Giornata internazionale contro l'omofobia e la transfobia (o IDAHO, acronimo di International Day Against Homophobia and Transphobia), una ricorrenza istituita nel 2007 dall’Unione Europea.

Il ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo, attraverso una circolare, ha rivolto un appello agli istituti italiani affinché partecipino attivamente alla Giornata. Secondo il ministro occorre parlare ed operare attivamente con gli studenti a proposito dei temi riguardanti la discriminazione e l’intolleranza per contrastare, tra l’altro, anche il fenomeno del bullismo. Secondo la nota inviata la Giornata serve a richiamare il principio di uguaglianza fra tutti i cittadini sancito dalla Costituzione.

Fin qui, certamente, nulla da eccepire, la circolare appare un’iniziativa più che lodevole, i problemi sorgono quando il ministro si fa prendere la mano e scrive: “Le scuole favoriscono la costruzione dell’identità sociale e personale da parte dei bambini e dei ragazzi, il che comporta anche la scoperta del proprio orientamento sessuale”. Ciò che a mio modo di vedere non va bene è la commistione tra il rispetto della “diversità” e la legittimazione della stessa. Secondo Il ministro quanti orientamenti sessuali esisterebbero? Penso che ognuno abbia il diritto di educare i propri figli secondo ciò che ritiene sia il meglio per loro, in questo caso vivere la sua propria normale sessualità. Per quanto mi riguarda, infatti, l’omosessualità, non avendo alcunché di organico, è e resta una deviazione, un disturbo psicologico, checché ne dicano decisioni prese a tavolino sulla cui scientificità non ho la certezza assoluta.
Non trovo affatto giusto, quindi, che menti in formazione debbano essere raggiunte da un messaggio fuorviante che lede il diritto all'educazione dei genitori.

lunedì 14 maggio 2012

Le parole del Papa e le strumentali critiche dei laicisti

Ieri ad Arezzo, in occasione di una sua visita pastorale, il Papa ha lanciato un importante messaggio basato sul risveglio morale: “occorre, ha detto, riprendere con decisione la via del rinnovamento spirituale ed etico”. In un periodo in cui domina la subcultura del relativismo e dell’effimero le parole del Papa risuonano quanto mai utilmente a spronare i cristiani ad impegnarsi maggiormente per contrastare la superficialità dell’agire, specialmente dei politici, con una visione responsabile.

Il Papa, ad Arezzo, si è incontrato anche con il Primo Ministro Mario Monti esortandolo ad avere più attenzione per i giovani e le categorie più deboli. A fare le parti del padrone di casa è stato il sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani (nipote di Amintore) che si è detto molto compiaciuto dell’evento sottolineandone l’importanza con parole entusiastiche: "Quella di oggi e' una giornata straordinaria che resterà nella storia della nostra città perché mai prima si erano visti contemporaneamente ad Arezzo il Papa e il Presidente del Consiglio. E' un segno di grande attenzione, rispetto e stima verso la nostra città. Gli aretini, ed io per primo, non scorderemo mai questa giornata storica

A guastare il tutto la presenza dei soliti anticlericali, alcune decine in tutto, che hanno organizzato un sit in di protesta contro i costi, giudicati troppo alti, della visita di Benedetto XVI. A smorzare subito le polemiche è intervenuto il sindaco che ha giustamente replicato: “Abbiamo pagato alcuni servizi ma pensiamo che siano soldi spesi bene perché la visita del Papa non solo ha catapultato la nostra città in tutto il mondo, ma ha dato una iniezione di fiducia alla gente”.

Non si può che applaudire alle parole del sindaco Fanfani quanto mai precise ed opportune. La protesta anticlericale contro il Papa si è dimostrata ancora una volta strumentale ed ipocrita, chiara dimostrazione della malafede del pensiero laicista. Per la cronaca le spese del Comune di Arezzo si sono limitate al noleggio delle transenne e delle navette dei pellegrini, meno di un terzo dell’intero costo della visita quasi interamente a carico della Curia vaticana (da ilmessaggero.it).

domenica 6 maggio 2012

La Chiesa Cattolica, dagli apostoli ai vescovi.

Una delle maggiori critiche che vengono rivolte alla Chiesa Cattolica, specialmente dai rappresentanti delle Chiese protestanti e dalle congregazioni religiose, come i Testimoni di Geova o i Mormoni, è quella di contestare la sua origine apostolica. Secondo tali critiche il Cristianesimo rimase per circa 280 anni nascosto per paura delle persecuzioni, e disorganizzato, cioè senza alcuna struttura ecclesiastica, finché l’imperatore romano Costantino, nel 313, “legalizzò” il cristianesimo e nel 325, convocando il concilio di Nicea, per opportunità politica, fondò la Chiesa Cattolica.

Queste critiche sono palesemente antistoriche, infatti è notorio che le persecuzioni contro i cristiani non furono continue, ma diversi imperatori, disinteressandosi della nuova religione, permisero periodi di tranquillità in cui i cristiani poterono operare, organizzarsi e professare liberamente il loro credo. Quando Costantino convocò il Concilio di Nicea, infatti, non si trovò a confrontarsi con un Cristianesimo embrionale e disorganizzato, ma con una vera e propria “Grande Chiesa”, cioè l’insieme delle comunità derivate dall’attività e dalla testimonianza degli apostoli.

Nelle comunità cristiane dei primi tempi, i fedeli si ritrovavano uniti attorno agli apostoli. Testimoni della vita di Cristo, erano costoro che dovevano annunciare ciò che avevano visto ed udito. A loro era stato anche comandato da Gesù di riattualizzare l'ultima cena
(Lc 22, 19-20), rimettere i peccati (Gv 20, 22-23), insegnare il Suo messaggio e di battezzare tutti gli uomini: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20).

Immediatamente, a Gerusalemme, attorno al 30-33 d.C., il gruppo dei dodici apostoli da origine ad una comunità, quella descritta negli Atti degli Apostoli, che assume il carattere di una vera e propria Chiesa, cioè una “ekklesia”, una comunità di chiamati, con una sua organizzazione gerarchica. Innanzitutto la guida, l’apostolo Pietro, che sarà sostituito da Giacomo (il minore), l’associazione di “presbiteri” (Atti 20, 17-28) cioè “anziani” chiamati al ruolo di governo della comunità nascente e l’istituzione di “diaconi” (Atti 6, 1-7) per delegare loro certe funzioni di servizio. San Paolo stesso, nelle chiese da lui fondate attorno il 46-48 d.C., costituisce, con l’imposizione delle mani, dei “vescovi” cioè dei “sorveglianti” a cui affida il compito di governare, insegnare la fede, celebrare il culto.

Verso la fine del I secolo la morte degli apostoli lascia spazio ad una nuova gerarchia, negli ultimi anni della sua vita, verso il 65 d.C., Paolo designa, in ogni chiesa, mediante ordinazione, un vescovo come capo e guida. E’ il caso di Timoteo e di Tito a cui l’apostolo indirizza le tre lettere “pastorali” per istruirli sui doveri e sulle attribuzioni dell’ufficio. Nelle chiesa fondate da San Giovanni si può avvertire, mentre l’apostolo è ancora in vita, il passaggio dalla fase apostolico-missionaria alla fase gerarchica locale stabile. Nel 95 d.C. l’apostolo, esiliato sull’isola di Patmos, con la sua Apocalisse, scrive agli “angeli” delle chiese dell’Asia minore da lui dipendenti che sono, se non vescovi veri e propri, almeno personificazioni di chiese la cui unità s’incarna nel vescovo.

Il legame tra apostoli e vescovi appare dunque assicurato e la continuità chiaramente sentita. Clemente romano, quarto vescovo di Roma, ancora assai prossimo ai tempi apostolici, nel 92 d.C. scrive: “Gli apostoli, ricevuto il loro mandato , resi sicuri dalla risurrezione del Signore nostro Gesù Cristo e fiduciosi nella parola di Dio, con l’assicurazione dello Spirito Santo, andarono ad annunziare la buona novella, l’avvicinarsi del Regno di Dio. Predicando per le campagne e per le città, essi provavano nello Spirito Santo le loro primizie e lì costituivano vescovi e diaconi dei futuri credenti” (Lettera ai Corinti XLII, 1 – 4). E ancora: “I vescovi dagli apostoli stabiliti o dopo da altri illustri uomini con il consenso della Chiesa tutta, che avevano servito rettamente il gregge di Cristo con umiltà, calma e gentilezza e che hanno avuto testimonianza da tutti e per molto tempo, riteniamo che non debbano essere allontanati dal ministero. Sarebbe per noi colpa non lieve se esonerassimo dall’episcopato coloro che hanno presentato le offerte in maniera ineccepibile e santa” (Lettera ai Corinti XLIV, 1 – 4).

All’inizio del II secolo, 107 d.C., Ignazio, successore di Pietro alla sede episcopale di Antiochia, in Siria, sottolinea nelle sue lettere l’importanza del vescovo e testimonia come la Chiesa sia già chiaramente formata. Ad esempio nella sua lettera ai cristiani di Smirne, leggiamo: “Seguite tutti il vescovo, come Gesù Cristo segue il Padre, e il collegio dei presbiteri come gli apostoli; quanto ai diaconi venerateli come la legge di Dio. Nessuno faccia, senza il vescovo, alcuna di quelle cose che riguardano la Chiesa. Sia ritenuta valida quell’Eucaristia che si celebra dal vescovo o da chi ne ha ricevuto l’incarico da lui. Dove appare il vescovo, ivi è la comunità, come dov’è Gesù Cristo, ivi è la Chiesa Cattolica” (Lettera agli Smirnesi 8, 2)

I vangeli, le lettere paoline e giovannee , questi documenti dei successori degli apostoli, dimostrano che in età apostolica (I secolo), ben due secoli prima di Costantino, esiste già una Chiesa formata, strutturata in vescovi, presbiteri, diaconi e fedeli, chiamata da Ignazio “Cattolica”, il vescovo è ritenuto il successore degli apostoli, è ben delineato il suo rapporto sponsale con la sede per cui è stato scelto, concetto sancito poi nel 325 dal Concilio di Nicea. Inoltre appare già, nell’intervento di Clemente presso i corinti, la prima manifestazione del primato del vescovo di Roma.
L’istituzione e la derivazione dei vescovi dagli apostoli risulta anche dalle liste episcopali redatte a partire dal II secolo. Ireneo di Lione nel 202 d.C. scriveva che in tutte le comunità che compongono la Chiesa è possibile risalire dal vescovo allora vivente fino a quelli istituiti dagli apostoli (Adversus Haereses III, 3,1-3).

Attraverso l'imposizione delle mani e l'istituzione del sacramento dell'ordine, gli apostoli hanno trasmesso ai loro successori il depositum fidei. In questo modo la successione apostolica unisce la chiesa Cattolica e i vescovi di ogni tempo e di ogni luogo con la primitiva comunità cristiana di Gerusalemme e con il suo fondatore, Gesù
.

Bibliografia
Il ministero e i ministeri secondo il Nuovo Testamento. Documentazione esegetica e riflessione teologica. Edizioni Paoline, 1979.
Y. Congar, La tradizione e le tradizioni. Edizioni Paoline, 1965.
Y. Congar, L'Episcopato e la Chiesa Universale. Edizioni Paoline, 1965.
G. Falbo, Il Primato della Chiesa di Roma alla luce dei primi quattro secoli. Coletti 1989.
O. Kuss, Paolo, la funzione dell'apostolo nellosviluppo teologico della Chiesa primitiva. Edizioni Paoline, 1974.

sabato 28 aprile 2012

Chiesa solo spirituale o istituzione ecclesiastica?

Frequentando l’interessante blog del vaticanista Tornielli, “Sacri Palazzi”, mi capita spesso di dovermi confrontare con altri blogger accesi oppositori della Chiesa come istituzione ecclesiastica. Per loro il Cristianesimo dovrebbe essere solo una faccenda privata, spirituale, interiore, da viversi individualmente al di fuori di una organizzazione costituita.

Già nel XIII secolo, nell’Europa cristiana, si assistette al fiorire di gruppi di monaci e di laici che predicavano la povertà di Cristo, rinunciando all’ambiente ordinario di vita ecclesiale. Erano persone chiamate fraticelli, beghine, flagellanti, ecc. Tra loro erano anche, seppure con caratteristiche un po’ differenti, i cosiddetti valdesi. Questi gruppi nacquero per la maggior parte come rifiuto degli aspetti istituzionali della Chiesa, della sua organizzazione. Il Regno dello Spirito Santo, secondo costoro, era prossimo e avrebbe dovuto condurre al vangelo e al suo insegnamento, perché ciascuno potesse vivere la povertà e la santità volute da Cristo.

La nascita di questi ordini mendicanti determinò un sentimento diffuso contro la Chiesa romana come istituzione, troppo spesso invischiata nelle ricchezze e nel potere. Tanto ribollimento, tanta agitazione generale salì fino alla Curia romana. E così, morto Niccolò IV, dopo più di due anni di sede vacante i cardinali, sensibili al richiamo di una maggiore spiritualità ed austerità, andarono a cercare Pietro da Morrone, eremita nella zona della Maiella, e gli proposero di salire sul soglio pontificio. Finalmente un’asceta al vertice della cristianità. Ma tale scelta, alla prova dei fatti, si rivelò un fallimento. Eletto il 5 luglio 1294, Pietro da Morrone, assunto il nome di Celestino V, abdica il 13 dicembre successivo, giudicando troppo gravoso per se il peso delle responsabilità papali.

Il sogno di una Chiesa solo spirituale è una contraffazione della vera e propria “Chiesa dei Santi”, che è il termine biblico e paolino utilizzato fin dai primi secoli. I padri della Chiesa non pensarono affatto ad un concetto superbo di Chiesa, comprendente soltanto puri, così come, parlando di “Chiesa celeste”, non misconoscevano le condizione della sua esistenza sulla terra. La Chiesa gerarchica è la “Chiesa vera” che è insieme ideale e concreta, altrimenti sarebbe messo in pericolo il fondamento stesso della Redenzione, il suo carattere universale della salvezza.

Nel 1170 a partire da Lione, in Francia, comincia a predicare la povertà assoluta un certo Valdo. E’ l’inizio del movimento dei valdesi, chiamati anche “umiliati” o “poveri di Lione”. Questo gruppo comincia a predicare un vangelo solo spirituale senza alcuna autorizzazione, al punto che il vescovo di Lione gli intima di smettere di predicare. Valdo, non contento, nel 1179 si rivolge al papa, Alessandro III, che gli approva la pratica della povertà, ma gli chiede di sottostare all’autorità ecclesiastica locale per quanto riguarda la predicazione. Ribelli alle disposizioni ecclesiastiche, nel 1184 i valdesi vengono scomunicati da papa Lucio III.

In questa vicenda non possiamo non cogliere un’impressionante somiglianza con quella di San Francesco. Anche il poverello di Assisi vide approvata, nel 1210, la sua regola di povertà da papa Innocenzo III. Tuttavia, Valdo conclude la sua vicenda nell’eresia, mentre San Francesco nella santità. La differenza tra l’uno e l’altro è quella di essere nella Chiesa o meno, non solo quando il vescovo approva, accoglie e benedice, ma anche quando disapprova. E’ Gesù che da ai dodici apostoli il potere di predicare e di compiere i miracoli, la testimonianza compete a tutti i cristiani, ma la predicazione vera e propria necessita del mandato di Cristo e della Chiesa (Mt 10, 1-15), così Paolo insegna ai corinzi i vari ruoli del Corpo Mistico di Cristo, che è la Chiesa, senza che qualcuna voglia sostituirsi all’altro (1 Cor 12, 28-31) e che nessuno deve disprezzare il vescovo perché ha in sé il dono spirituale, cioè il carattere ricevuto coll’imposizione delle mani (1 Timoteo 4, 12-16).

San Francesco rimette la sua scelta nelle mani del vescovo di Assisi e agisce in totale sintonia con lui, riconoscendolo come il successore degli apostoli, colui che guida la Chiesa locale in nome di Dio. Se si comincia a separarsi dalla Chiesa, oltre allo scisma, finisce per venir meno anche l’ortodossia, perché non c’è nel singolo fedele la grazia dell’indefettibilità che, invece, è concessa e promessa da Cristo alla Chiesa nel suo complesso: “Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”.

Il genio del poverello di Assisi fu appunto di amare appassionatamente la Chiesa concreta, per quanto deformata potesse sembrare, e di ubbidire umilmente al Vicario di Cristo.

Bibliografia

O. Capitani, “Medioevo ereticale”, il Mulino, Bologna, 1977.
M. Beonio-Brocchieri-Fumagalli, “La Chiesa invisibile. Riforme politiche-religiose nel basso Medioevo”, Feltrinelli, Milano, 1978.
D. Maselli, “Breve storia dell’altra Chiesa in Italia” Ed. Centro biblico, Napoli, 1972.
G. Falbo “Le eresie a confronto con la Bibbia”, Gruppo Biblico, Roma, 2009-2010.

mercoledì 25 aprile 2012

La Chiesa e la donna

Tra le accuse più diffuse rivolte dai laicisti anticristiani al Cristianesimo ed alla Chiesa Cattolica c’è sicuramente quella di oscurantismo nei confronti della figura della donna. Tra i luoghi comuni laicisti c’è sempre il ritornello del Cristianesimo che avrebbe considerato la donna un essere inferiore sottraendole un’antica e importante considerazione che aveva nel paganesimo e della Chiesa Cristiana che l’avrebbe relegata a ruoli secondari negandole ogni libertà ed emancipazione. 

Frutto della più becera ignoranza, queste accuse sono dei patetici stravolgimenti della verità storica. Prima dell’avvento del Cristianesimo, infatti, la donna era una figura assolutamente secondaria e marginale nel mondo greco, quasi un oggetto sotto la perpetua tutela del padre e del marito nell’antica Roma, essere inferiore presso le culture barbariche, giuridicamente inferiore per l’ebraismo, vittima di ogni abuso per le culture orientali, forma inferiore d’incarnazione per l’induismo e sottoposta all’umiliazione della poligamia per l’Islam.

In realtà è solo col Cristianesimo che la donna diviene una creatura di Dio al pari dell’uomo. I vangeli, che sono il frutto della fede dei primi cristiani, pongono sullo stesso piano sia l’elemento femminile che maschile: Gesù spazza via ogni “tradizione” ebraica contraria alla volontà divina, come quella della purità facendosi toccare dall’emorroissa (Mt 9, 20-22), ci sono le donne ai piedi della croce durante la passione e, sempre a loro, Gesù affida il primo annuncio della resurrezione, l’apostolo degli apostoli Maria Maddalena (Mt 28, 1-10). Nel suo vangelo, Luca parla apertamente del seguito femminile di Gesù (Luca 8, 1-3), riporta il rivoluzionario insegnamento di Gesù di perdonare il meretricio (Luca 7, 36-50) e di lodare la scelta di Maria di Betania di anteporre l’ascolto della Parola alle faccende casalinghe (Luca 10, 38-42).

La nuova storia cristiana, fin dai tempi della Chiesa nascente, ha sempre posto in luce la donna in pienezza e profondità, prima sul piano spirituale, poi su quello dei costumi facendola uscire dall’isolamento in cui si trovava nel mondo pagano. La donna cristiana è “compartecipe della grazia” (1 Pt 3, 7) alla stessa maniera dell’uomo e, superando i condizionamenti dei rapporti di sesso e dei rapporti sociali legati all’ambiente, si vede riconosciuta l’uguaglianza con l’uomo per il fatto stesso che nel Regno dei Cieli non c’è più distinzione fra uomo e donna, così come scrive San Paolo nella sua lettera ai Galati (Gal 3, 28). Spesso l’apostolo delle genti è accusato di misoginia per il fatto di aver ordinato alle donne di stare “sottomesse ai mariti” (Ef 5, 22), ma occorre tener presente che viene ordinato anche ai mariti di amare le proprie mogli “come Cristo ha amato la Chiesa” (Ef 5, 25). La lettera agli Efesini, come molte altre sue lettere, sono letteratura d’occasione, cioè si trattava di evitare alle nuove convertite una infatuazione per la libertà proveniente dalla riconosciuta uguaglianza con gli uomini e una confusione di funzioni con i ministeri propriamente sacerdotali. Uguaglianza di dignità, ma non di funzioni. L’accusa di misoginia a San Paolo è, dunque, del tutto gratuita anche alla luce della sua ammirazione per alcune di esse (Febe, Priscilla…) per il loro impegno apostolico e l’attività caritativa. Fin dall’inizio la donna appare, nella Chiesa, associata all’uomo: operante (diaconessa), orante (vergine o vedova), testimoniante (martire).

Il Cristianesimo determina una nuova fisionomia della donna che trova il suo completamento in un più profondo rispetto del suo ruolo nel matrimonio. Presso le società greche, romane e giudaiche la donna nel matrimonio non aveva alcun diritto, aveva un ruolo del tutto subordinato al marito che poteva tradirla e ripudiarla quando voleva. Col Cristianesimo il rapporto diviene paritario, l’adulterio è condannato per ambo le parti. Esempi di questa nuova dirittura morale e di giustizia sono molteplici, basta pensare ai Re di Francia come Roberto il Pio (sec XI) o Filippo Augusto (sec XII) costretti a lasciare le loro seconde mogli per non essere considerati dei bigami, oppure l’esempio più illuminante della ferma opposizione di papa Clemente VII alla prepotenza di Enrico VIII. Il papa preferì perdere l’Inghilterra piuttosto che derogare dal principio evangelico.

Il Cristianesimo determina anche il rispetto per le vedove, attraverso azioni di assistenza e riconoscendo la loro dignità senza imporre loro di porsi immediatamente sotto il dominio di un nuovo marito, come invece volevano le leggi romane. Cambia anche l’atteggiamento nei confronti delle prostitute. Queste presso i giudei venivano sommariamente lapidate e nel mondo greco e romano sono considerate irrevocabilmente delle persone “ignobili” a cui era negato il diritto al matrimonio legittimo e della possibilità di trasmette i pieni diritti civili. Per i cristiani le prostitute restano, ovviamente, delle peccatrici, ma vengono riconosciute le attenuanti dovute al loro stato di bisogno e povertà e la necessità di una redenzione. Nasce così il culto della Maddalena stimolato da papa Leone IX per la riabilitazione delle prostitute, Innocenzo II concede l’indulgenza a chi ne prende in sposa, Gregorio IX nel 1227 approva l’ordine di S. Maria Maddalena e così si diffondono conventi per il loro riscatto.

Il 23 ottobre 585 al Concilio di Mâcon, promulgazione dei canoni 12 e 16, viene posta da un vescovo la questione se il termine “homo” indichi nella Bibbia anche la donna. Nasce così la leggenda laicista che la Chiesa nel medioevo abbia negato l’esistenza dell’anima nel sesso femminile. Purtroppo la critica alla considerazione della donna da parte della Chiesa Cattolica si fonda spesso su tali falsità e non si vuole aprire gli occhi sul fatto che l’avvento del Cristianesimo e l’azione della Chiesa abbia portato ad una vera e propria emancipazione attraverso il riconoscimento sempre maggiore della sua personalità. Tale crescita si realizza anche attraverso i monasteri, come l’opera della badessa di Las Huelgas in Spagna, della badessa di Fontevrault nell’ordine istituito da Roberto di Abrissel. Nel corso dei secoli le donne seppero usare l’ascendente personale e unire il proprio impegno a quello dei vescovi per condurre al Cristianesimo un mondo ancora pagano, così, ad esempio, Genoveffa, Clotilde, Radegonda oppure Batilde accanto a Clodoveo II. Questa funzione iniziale si prolungherà nell’attività educatrice riconosciuta alla donna: all’epoca carolingia, il primo trattato di educazione viene scritto da una donna, Dhuoda, per i propri figli. Nel XIII secolo sarà un’altra donna, Bianca di Castiglia, a preparare suo figlio, san Luigi, alla missione di re cristiano. Nella società cristiana sono innumerevoli le figure di donne importanti che hanno avuto il loro peso nella storia. Molte di queste sono portate ad esempio come i dottori della Chiesa Santa Caterina da Siena e Santa Teresa d’Avila, S. Monica, la madre di S. Agostino, modello di mitezza e perseveranza, S. Teresa del Bambin Gesù, che, monaca di clausura, con la sua preghiera sorreggeva le missioni in terre lontane, S. Teresa di Calcutta, l’angelo della carità per milioni di diseredati, e così via…

Tutto ciò finché nel secolo XVIII non si verifica un netto declino del progresso femminile collegato al declino della fede cristiana determinato dalla rivoluzione francese e dall’impero napoleonico. Un’immagine stereotipata della donna che la vuole nettamente subordinata all’uomo anche in rapporto alla vita pubblica. Nell’Ottocento sarà il positivismo materialista e ateizzante ad arrivare ad aberrazioni, presentate come verità scientifiche, che fanno ripiombare la donna nelle oscurità precristiane. E’ il caso della cranometria di Paul Boca, che teorizzava la superiorità dell’uomo bianco e l’inferiorità della donna, concetto ripreso ed affermato con forza da Charles Darwin nel suo “L’origine dell’uomo”, oppure la teoria di Cesare Lombroso, violento anticristiano, che spiegava come la donna fosse del tutto inferiore all’uomo, menzognera, cattiva e stupida.

La Chiesa Cattolica, invece, ha sempre onorato la donna nella madre di Gesù, Maria, spingendosi molto oltre a qualsiasi altra confessione cristiana riconoscendo dogmaticamente il suo status di Madre di Dio e la sua Immacolata Concezione. Papa Luciani nel 1978, e successivamente anche il suo successore Giovanni Paolo II, dichiararono che Dio è Padre, ma anche Madre, perché a Dio non può mancare l’amore materno, unico nelle donne. Infatti, l’uomo, maschio e femmina, creato da Dio, è a sua immagine e somiglianza. Questa affermazione è presente da tempo nella Chiesa. Addirittura nel II secolo d.C. il vescovo di Alessandria d’Egitto, Clemente, scriveva a proposito dell’amore, e della sollecitudine di Dio, qui presentato come la Trinità, verso l’uomo: «…non sapendo quale “tesoro” portiamo in un “vaso di creta”, difesa da ogni parte dalla potenza di Dio Padre e dal sangue di Dio il Figlio e della rugiada dello Spirito Santo. Infatti, che cosa ancora manca? Guarda i misteri dell’amore e allora contemplerai il seno del Padre che soltanto l’unigenito Figlio di Dio ha manifestato. È anche lui stesso il Dio d’amore e da amore per noi fu catturato. E, mentre l’ineffabilità di lui è Padre, la compassione verso di noi è divenuta madre. Il Padre per aver amato si fece femminile, e di questo è grande segno colui che egli generò da se stesso: anche il frutto generato da amore è amore» (
Quaquarelli "Quis dives salvetur?" Città Nuova, 1999 ).


Bibliografia

Autori vari, “Le donne hanno un posto nella Chiesa?”, Cittadella, Assisi, 1968.
P. Bargellini, “Donne come sante”, Vallecchi, Firenze 1968.
Francesco Agnoli, “Indagine sul Cristianesimo”, Piemme, 2010.