sabato 28 settembre 2013

La scusa dell'omofobia per distruggere la libertà di espressione

Non faremo pubblicità con gli omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale” E’ questa la frase considerata “omofoba” che Guido Barilla, rappresentante della nota industria italiana, ha pronunciato mercoledì scorso durante la trasmissione “La zanzara” di Radio24 e che ha scatenato un vero e proprio putiferio da parte di certa parte del mondo politico e delle associazioni omosessuali.

La Barilla ha semplicemente dichiarato quale sia il suo target commerciale, cioè la famiglia composta da un padre, una madre e dei figli senza offendere in alcun modo le unioni omosessuali. Cosa c’è di sbagliato in questa affermazione? Non sono forse le famiglie tradizionali ad essere composte da un uomo e una donna? E’ la famiglia italiana tipica e dal punto di vista industriale è a questo tipo di consumatore che la Barilla si rivolge. Per questo un’industria ed un imprenditore devono essere letteralmente criminalizzati? Cosa avrebbe fatto di male la Barilla per meritarsi la vergognosa gogna mediatica che è stata scatenata dalle associazioni gay e dai soliti politici sempre pronti ad alimentare la polemica per i loro interessi elettorali? Guida Barilla ha anche aggiunto che se la sua pasta non piace, i gay possono sempre mangiarsi un altro tipo di pasta. Si è assunto il rischio d’impresa, si è sentito libero di scegliere che tipo di prodotto realizzare e quale tipo di mercato puntare. Si è omofobi per questo? 

Ciò che ritengo maggiormente scandaloso in questa vicenda è che in nome di un falso polically correct nei confronti dell’omosessualità, viene di fatto negato il basilare diritto alla libertà di espressione. Tali manifestazioni di cieca intolleranza non possono non evocare i forti rischi di antidemocraticità connessi all’approvazione di una legge contro l’omofobia. Non ci resta che sperare che la disavventura della Barilla metta in guardia l’opinione pubblica.

lunedì 23 settembre 2013

L'arianesimo: negazione del cristianesimo.


Nella cristianità del terzo secolo impazzavano le discussioni teologiche sulla natura dei rapporti trinitari tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Come abbiamo già visto la Chiesa di Roma intervenne decisamente per portare chiarezza e, nella persona del papa Callisto, condannò decisamente i patripassiani e Sabellio che propugnavano quel monarchianesimo modalista in cui veniva esaltata l’unicità di Dio a scapito delle tre persone della Trinità. Questa azione, però, non escludeva il pericolo opposto, il monarchianesimo adozionista, cioè la concezione che Dio avesse solo adottato l’uomo Gesù come suo figlio. Come abbiamo già notato questa fede semplice dell’adozionismo si sviluppò enormemente e diede la stura a tutta una serie di visioni teologiche che ebbero la tendenza di sminuire l’importanza di Cristo, la sua dignità e di farne un dio minore o, addirittura, una semplice creatura. 


Tutte queste visioni confluirono in qualche modo in Luciano di Antiochia, un presbitero che raggiunse una posizione di spicco come capo della scuola teologica di Antiochia e morì martire nel 312 sotto la persecuzione di Massimino Daia. Egli insegnava una sorta di compromesso tra modalismo e adozionismo affermando che il Verbo, nonostante egli stesso fosse il creatore di tutti gli esseri, era una creatura, anche se superiore a tutte le altre. In sostanza anche il Verbo era una creatura di Dio ed è stato tratto dal nulla. Qui sono le radici dell’arianesimo. 

L’arianesimo prese il nome da Ario che, insieme ad Eusebio di Nicomedia, un suo sostenitore, fu discepolo di Luciano di Antiochia. Egli trasse le conclusioni dalle premesse di Luciano e diffuse questa nuova dottrina avendo grande capacità di comunicatore. Ario era un berbero di origine libica, nato probabilmente nel 256, che nel 311 fu ordinato presbitero da Achilla, vescovo di Alessandria d’Egitto. Nel 318 iniziò ad accusare Alessandro, il patriarca di Alessandria successore di Achilla, di essere sabellianista in quanto insegnava l’uguaglianza di dignità tra il Figlio e il Padre, mentre Dio non può che essere uno. Era questa la visione di Ario: solo il Padre è Dio, solo lui è eterno, il Verbo non è che una creatura, anche se la prima di tutte le creature di Dio, ma fatto dal nulla. Ario interpretava in senso negativo la teologia del più grande maestro della scuola alessandrina, Origene, che divideva in due momenti la rivelazione del Logos: cioè prima della creazione quando è una sola cosa con il Padre e dopo la creazione quando il Logos diviene un’entità distinta. Ma mentre per Origene il Logos è comunque generato da Dio e della stessa sostanza di Dio, in Ario diviene una creatura di Dio. 

La teologia di Ario costituì la prima grande rottura con la fede cristiana fino a quel tempo professata. Veniva messo in discussione ciò che i cristiani avevano sempre creduto, che il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Per l’arianesimo solo il Padre è senza inizio: se il Figlio è stato originato, vuol dire che ci fu un tempo che non esisteva, perché tutto ciò che ha un’origine deve iniziare ad essere. 

La reazione non si fece attendere, così nel 321 il patriarca Alessandro convocò un sinodo ad Alessandria con diversi vescovi, sia egiziani che libici, che si concluse con la scomunica di Ario che riparò in Palestina assieme al suo condiscepolo Eusebio di Nicomedia. Ma l’arianesimo, nel frattempo, si era diffuso notevolmente venendo sempre più in contatto con l’opposizione del cristianesimo ortodosso. A quel tempo le controversie non si limitavano ai teologi rimanendo discussioni accademiche, ma coinvolgevano veramente tutto il popolo cosicché sorsero molta confusione e dubbi su quale fosse la vera fede apostolica. 

L’imperatore di allora era Costantino che aveva appena assunto il pieno controllo dell’impero avendo nel 324 eliminato l’ultimo competitore Licinio. Egli si propose di pacificare l’impero ed essendo anche affascinato dalla fede cristiana, non capendo nulla di teologia, costrinse i vescovi a mettersi d’accordo e a precisare esattamente come stavano le cose. Per questo nel 325 convocò un concilio a Nicea, vicino a Costantinopoli. Il concilio fu accettato dal vescovo di Roma, Silvestro, il quale si fece rappresentare dal vescovo spagnolo Osio di Cordova e mandò due delegati, i preti di Roma Vito e Vincenzo. Questi, assieme al vescovo Osio risultarono essere i primi firmatari delle conclusioni del concilio: venne coniata la formula dell’”homoousios”, cioè della “stessa sostanza” che punto per punto ribatté le tesi di Ario. Il Concilio, con una schiacciane superiorità di 200 vescovi contro 4 proclamò che “il Verbo è Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”. 

L’espressione tipica dell’arianesimo che il Verbo non è Dio, ma è una creatura e che ci fu un tempo in cui il Verbo non era, è inaudita e contrasta frontalmente con la fede cattolica. La fede semplice del popolo cristiano in Gesù come Dio rimase sbalordita dalle assurdità ariane. Tutta la Scrittura dimostra chiaramente che l’affermazione ariana è sbagliata. Gesù è veramente il Figlio di Dio, Egli stesso dice: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio, nessuno conosce il Figlio se non il Padre…” (MT 11, 27), nella polemica contro i Giudei dice: “Voi mi accusate di bestemmia perché ho detto che sono il Figlio di Dio” (Gv 10, 36). Gesù davanti al Sinedrio afferma di essere il Figlio di Dio. Tutti gridano alla bestemmia e Gesù viene condannato a morte per questo (Mt 26, 59-66). Ario diceva che il Verbo non era eterno, ma il vangelo di Giovanni afferma: “In principio era il Verbo…” quindi il Verbo è da sempre, non ha avuto un inizio. Gesù stesso afferma la sua eternità insieme con il Padre: “Prima che Abramo fosse Io Sono” (Gv 8, 48-59). A questa affermazione i giudei vogliono lapidarlo come bestemmiatore, avevano capito bene che si proclamava Dio e, in quanto tale, eterno. 

Anche le lettere di Paolo esaltano Cristo come Dio. Ad esempio nella lettera ai Romani viene detto apertamente che Cristo è Dio benedetto nei secoli (Rm 9, 5) e nella lettera ai Colossesi che in Gesù risiede corporalmente la pienezza della divinità (Col 2, 6-15). 

L’eresia ariana è talmente lontana dalla verità del vangelo che c’è da rimanere stupiti della sua enorme diffusione. Ma c’è da considerare che dopo la morte di Costantino, suo figlio, l’imperatore Costanzo II, di fede ariana, tentò di affossare l’ortodossia per affermare l’arianesimo attraverso ben quattro sinodi di sapore ariano, svolti presso la sede imperiale di Sirmio, che esiliarono tutti i vescovi cattolici. Ma nel 361 muore Costanzo e gli succede il pagano Giuliano, che disinteressandosi delle vicende cristiane fa tornare a casa tutti i vescovi esiliati. Il cristianesimo ortodosso riprenderà così quota, rafforzato anche dalla teologia raffinata dei grandi Padri Cappadoci fino alle definizioni del concilio di Costantinopoli del 381. L’arianesimo era definitivamente sconfitto. 

I cristiani vengono definiti in questo modo perché riconoscono in Cristo il Figlio del Dio vivente. La discriminante della fede cristiana è, dunque, che cosa pensiamo di Cristo. E’ lui stesso che lo ha chiesto ai suoi discepoli a Cesarea di Filippo. Pietro risponderà semplicemente che lui è il Cristo, il Figlio di Dio. Chi non riconosce questa verità del vangelo non può dirsi cristiano. Ma l’eresia ha anche avuto un aspetto positivo di approfondimento della riflessione per purificare la fede da ogni scoria, da ogni aspetto meno chiaro. 

Bibliografia 

Catholic Encyclopedia, Volume I. New York 1907, Robert Appleton Company 
Giovanni Filoramo, D. Menozzi (a cura di), "Storia del Cristianesimo", I, Roma-Bari 1997. 
Angelo Clemente, "Il libro nero delle eresie", Milano, Mondolibri, 2008

lunedì 16 settembre 2013

La Chiesa e l'antisemitismo

La storia della Chiesa è costellata da diversi momenti oscuri in cui la luce del vangelo è stata oscurata da comportamenti superficiali e da valutazioni errate. Tra questi ci sono certamente quelli riguardanti la questione dell’antisemitismo. Come è noto questa forma di discriminazione non ha aspettato l’avvento del cristianesimo per manifestarsi, infatti esisteva già nei grandi centri urbani, come Roma o Alessandria d’Egitto, dove gli ebrei formavano una comunità numerosa, invidiata e sovente turbolenta, eppure la maligna e perniciosa propaganda laicista va oltre ad una corretta analisi storica per criminalizzare la Chiesa Cattolica e i cristiani il cui antigiudaismo sarebbe stato il il fondamento storico-popolare su cui è cresciuto ogni antisemitismo (P.R. Sabbadini “Lettera ai gentili”, Il Minotauro, 1994). 

Questa pesante accusa non ha, però, fondamento essendo l’antisemitismo, inteso come una forma di razzismo, una dottrina del tutto laica, come testimoniano le illuminate teorie di Voltaire (“Si guardano gli Ebrei con lo stesso occhio con cui guardiamo i Negri, come una specie d’uomini inferiori”, Essai sur les moeurs - cap VIII) o la ferocia della follia nazista. Ma, indubbiamente, nella storia della Chiesa Cattolica è sempre esistito uno strisciante antigiudaismo, non, quindi, un razzismo, ma una sorta di antipatia storico-culturale nei confronti degli ebrei. Tutto ciò ha radici lontane, nei primi secoli di storia della Chiesa furono soprattutto i cristiani a dover subire persecuzioni da parte giudaica. Per testimoniare il proprio lealismo nei confronti del potere romano, gli ebrei non esitavano a sconfessare i cristiani e ad aizzare contro di loro la repressione pagana. Quando il cristianesimo ottiene la libertà e viene proclamato religione di stato i cristiani assumono una posizione di forza e ciò non fa migliorare le relazioni tra ebrei e cristiani. Però, nonostante tutto ciò, la Chiesa Cattolica, applicando i precetti del vangelo, con innegabili errori e difficoltà, ha fatto sempre in modo che venisse rispettata l’identità ebraica, senza pervenire, sia materialmente che ideologicamente, alle aberrazioni laiciste. 

Ma i laicisti non demordono, accusano il cristianesimo per il supposto antisemitismo di Paolo di Tarso e dei padri apologisti dei primi secoli, accusano la Chiesa Cattolica per le interdizioni antigiudaiche della legislazione medievale, per i pogrom dei crociati del 1096, per il crescere delle leggende contro gli ebrei (la profanazione dell'ostia, l'infanticidio rituale, ecc.), per la cacciata degli ebrei dalla Francia, dall'Inghilterra e dalla Spagna, per la creazione dei ghetti e dei segni di riconoscimento. Come al solito la sub-cultura laicista anticristiana fonda le sue accuse su una visione distorta della realtà storica. Come altrimenti considerare le accuse di antisemitismo rivolte a Paolo di Tarso che in realtà riconosce ad Israele il suo ruolo nel piano universale di salvezza e la sua riconciliazione futura con Dio nel Cristo? Paolo non è affatto antigiudaico, nella sua lettera ai Romani mette in risalto l'imparzialità di Dio sia verso Giudei che verso i Gentili evidenziando un cristianesimo imparziale e tollerante (Romani 13, 10). Ed anche l’accusa contro i padri apologisti risente di una mancanza di contestualizzazione storica di quelle polemiche antigiudaiche motivate principalmente dalla necessità di ben distinguere tra cristiani ed ebrei e di evidenziare come i Padri della Chiesa e tutto l'Alto Medioevo siano invece tornati alla piena coscienza della continuità tra il Vecchio e il Nuovo Israele. 

Ma di queste analisi storiche non c’è traccia nelle accuse alla Chiesa Cattolica, si preferisce gridare allo scandalo dei pogrom antiebraici che precedettero la prima crociata senza, però, evidenziare il fatto che la Chiesa Cattolica non autorizzò mai quei massacri di ebrei e non bandì mai alcuna crociata contro di essi. Anzi, la Chiesa, attraverso i vescovi delle città tedesche attraversate alla massa fanatica, si adoperarono per difendere gli ebrei rimettendoci, il più delle volte, la vita stessa. E’ il caso, nel 1096, dei vescovi di Worms, Magonza, Treviri, Colonia che persero la vita per cercare di difendere gli ebrei dalle violenze dell’armata crociata di Emich di Leiningen ospitandoli nei loro palazzi episcopali che furono espugnati e dati alle fiamme. Oppure il coraggio del vescovo di Spira, che durante il passaggio attraverso la città dell’armata crociata fece arrestare gli assassini di undici ebrei mozzando loro le mani per punizione (J. Lehmann “I Crociati”, Garzanti 1983). Il vescovo di Magonza per cercare di trattenere in qualche modo la ferocia dell’orda crociata arriverà anche a proclamare che la crociata di chi uccide un ebreo è invalida, cioè che non ha alcuna virtù espiatrice (Joseph Lortz Storia della Chiesa”, vol. I, Paoline, Roma 1980, p. 628, 630-631). La seconda crociata vide il ripetersi dei medesimi disordini e in quell’occasione san Bernardo di Chiaravalle, portando la voce ufficiale della Chiesa, dichiarò esplicitamente che “chiunque metterà mani su un ebreo per ucciderlo farà un peccato tanto enorme come se oltraggiasse la persona stessa di Gesù” (AAVV Gli ebrei nella cristianità”, p.149, in “100 punti caldi della storia della Chiesa”, Paoline, Cinisello Balsamo - Milano, 1986). 

Si accusa la Chiesa delle violenze sugli ebrei che si ebbero in epoca medioevale, ma difficilmente si evidenziano le radici profonde dell’antisemitismo popolare che nulla hanno a che fare con la Chiesa. A partire dal XII secolo gli ebrei vengono accusati di compiere omicidi rituali e profanazioni eucaristiche, ma la Chiesa si oppone sempre a tali dicerie prendendo le difese degli ebrei, come, ad esempio attraverso la bolla papale del 1247 di Innocenzo IV. Anche altri papi come Gregorio IX, Gregorio X, Martino V e Niccolò V si oppongono espressamente alla falsa credenza nell’omicidio rituale perpetrato dagli ebrei, ma nonostante ciò questo non impedisce, purtroppo, il diffondersi di questo mito e non impedisce le conseguenti sollevazioni popolari le quali portano spesso alla espulsione degli ebrei per motivi di ordine pubblico. E così anche nel XIV secolo quando gli ebrei vengono falsamente accusati di aver diffuso la peste nera in Europa, sarà papa Clemente VI l’unica voce contro queste accuse. Scrive la storica ebrea Anna Foa ("Storia degli Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all'emancipazione. XIV-XIX secolo”, Laterza, Bari-Roma 1999") che gli ebrei, da secoli, erano abituati a vedere nel papato un protettore contro arbitri e violenze e per questo si rivolgevano spesso al Papa per chiedere aiuto e protezione. 

I laicisti accusano ancora la Chiesa Cattolica di aver benedetto le espulsioni in massa degli ebrei dalla Spagna nel 1942, ma in realtà si guardano bene dal dire che gli espulsi furono accolti con grande generosità proprio negli Stati Pontifici da Papa Alessandro VI (Dumont “L’espulsione degli ebrei” in Cristianità, 32 (2004) luglio-agosto, n. 324, p. 21s) e che le espulsioni non furono dettate da motivi di ostilità verso gli ebrei, ma fu una misura estrema, presa dai sovrani spagnoli, per mantenere l’omogeneità e l’unità del regno dopo il fallimento della campagna di evangelizzazione. La storica di origine ebraica Anna Foa conferma tale circostanza affermando che l'espulsione fu l'esito, imprevedibile e non necessario, dell'oscillazione del sovrano fra due politiche, quella volta alla conservazione della tradizionale tolleranza nei confronti delle minoranze religiose e quella legata alla difesa dell'omogeneità religiosa e politica del Paese (“Storia degli Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all'emancipazione. XIV-XIX secolo”, Laterza, Bari-Roma 1999). 

Altra accusa molto frequente che viene rivolta alla Chiesa Cattolica è quella di aver, con la creazione dei ghetti, dove vennero rinchiusi gli ebrei, e l’apposizione dei segni di riconoscimento, addirittura anticipato le abominevoli misure razziste messe in atto dai nazisti nel secolo scorso. Niente di più falso, la Chiesa non prese affatto quei provvedimenti per motivi razziali, ma, come al solito, per avere una visione corretta dei fatti occorre contestualizzarli nell’epoca storica a cui si riferiscono. Come abbiamo visto nella società medioevale vi era da tempo un diffuso sentimento antisemita che esisteva già dall’epoca della società pagana, vigeva una incomprensione totale tra cristiani ed ebrei. Erano all’ordine del giorno violenze e tumulti cosicchè, alla fine, si giunse ad una legislazione pontificia restrittiva, stabilita in particolare dal concilio lateranense, che fu motivata essenzialmente dal desiderio di sorvegliare e prevenire le violenze e reprimere le finte conversioni. L'istituzione del ghetto fu vista dagli ebrei anche come una difesa della loro autonomia e della loro identità. Infatti lo stesso Talmud (art. II) comandava agli ebrei di evitare i cristiani perché immondi. A Mantova e a Verona, per esempio, l'anniversario della creazione del ghetto era celebrato dagli ebrei con feste e preghiere di ringraziamento. Anche i segni di riconoscimento sono da inquadrarsi in questa logica: già diffusi in ambiente musulmano, furono ripresi nel 1215 ed introdotti, in accordo con i Rabbini, per evitare illeciti contatti sessuali tra ebrei e cristiani. Tale provvedimento, tra l’altro, fu largamente disatteso in Europa e applicato sporadicamente solo in Francia e in Inghilterra. 

Ovviamente tutto questo può ferire la nostra sensibilità moderna, ma se ci lasciamo influenzare da tali sentimenti viene compromessa ogni seria analisi storica. Onestamente occorre anche aggiungere che non è possibile escludere che tali metodi non abbiano invece fatto altro che aumentare lo scatenamento delle passioni popolari. Occorre anche constatare che le guide spirituali della cristianità non riuscirono sempre a prevedere le conseguenze dei loro atti legislativi, né misurare l’esistenza profonda delle animosità antisemite. Ma da questo addirittura vedere la Chiesa Cattolica il fondamento storico dell’antisemitismo europeo è pura e semplice follia e segno indubbio di totale ignoranza storica o di preconcetto ideologico. 

La Chiesa Cattolica, invece è sempre stata convinta ed assertrice del fatto che l’Incarnazione del Cristo gettò una nuova luce sull’Antica Alleanza e la estese a tutti gli uomini, ma non cancellò affatto il destino eccezionale del popolo giudaico, primo beneficiario dell’Alleanza stessa. 

La Chiesa, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli ebrei, e spinta non da motivi politici, ma religiosa carità evangelica, deplora gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei di ogni tempo e da chiunque” (Dalla dichiarazione “Nostra aetate” sulle religioni non cristiane, emanata dal Concilio Vaticano II il 28 ottobre 1965). 

Bibliografia 

A. FOA “Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all'emancipazione. XIV-XIX secolo” (Laterza, Bari-Roma 1999); 
DUMONT “L’espulsione degli ebrei Cristianità", 32 (2004) luglio-agosto, n. 324, p. 21s; 
P.R. SABBADINI “Lettera ai gentili”, Il Minotauro, 1994; 
J. LEHMANN “I Crociati”, Garzanti 1983; 
AAVV “Gli ebrei nella cristianità”, p.149, in “100 punti caldi della storia della Chiesa”, Paoline, Cinisello Balsamo - Milano, 1986; 
P.DEMANN “Fede e destino degli ebrei”, Ed. Paoline, 1962;

martedì 27 agosto 2013

La legge contro l'omofobia: una nuova discriminazione?


Di questi tempi, in Italia, imperversa la discussione sull’opportunità o meno dell’approvazione di una legge speciale che condanni unicamente la discriminazione basata sull’orientamento sessuale, la cosiddetta legge contro l’omofobia. Ma come potrebbe funzionare una legge simile? Diverrebbe reato anche considerare l’omosessualità come un’anomalia, cioè potrebbe essere inserito il reato d’opinione? Ovviamente le associazioni gay assicurano di no ed anche un rappresentante del Parlamento, l’on. Michela Marzano, ha pesantemente criticato chi teme che dalla legge sull’omofobia derivino limitazioni per la libertà di espressione dei credenti. C’è da fidarsi? 

Per avere un’idea di come potrebbe funzionare una legge del genere ho fatto una piccola ricerca su quello che succede all’estero, in paesi dove la legge contro l’omofobia è già in vigore da alcuni anni. In Canada, ad esempio, dove sono permessi i matrimoni gay e vige una rigida legge contro l’omofobia, la Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Legge canadesi ha fatto pressione affinché gli Ordini degli Avvocati non ammettano alla pratica forense i laureati in legge della Trinity West University. Questa università, infatti, ha fatto sottoscrivere ai suoi studenti un codice comportamentale che prevede la rinuncia a rapporti prematrimoniali per onorare “la sacralità del matrimonio tra un uomo e una donna”. Ma tale pronunciamento è stato considerato omofobo perché ritiene “sacro” solo il matrimonio eterosessuale. Così i laureati cristiani dovranno rinunciare al loro credo se vorranno in futuro lavorare. Per approfondire qui

Altri illuminanti esempi ci giungono dagli States. Nello stato dell’Oregon, ad esempio, due coniugi cristiani che gestiscono una pasticceria specializzata in torte nuziali sono finiti sotto inchiesta perché, per motivi religiosi, si sarebbero rifiutati di confezionare una torta per un matrimonio gay. Nello stato dell’Iowa, invece, un’altra coppia di cristiani è stata incriminata in quanto si è rifiutata, per motivi religiosi, di affittare un locale per lo svolgimento della cerimonia del matrimonio tra due persone omosessuali. Per approfondire qui

Non sembra proprio, dove è stata applicata questa legge, che ci si limiti a condannare la discriminazione sessuale, ma si nota piuttosto una certa tendenza ad imporre una nuova visione della realtà ed a criminalizzare le opinioni e le convinzioni di coloro che hanno il coraggio di professare e difendere la proprie idee. Che succederà in Italia con la legge contro l’omofobia? Si potrà ancora dire “padre” e “madre” o sarà discriminazione verso le coppie gay? Si potrà ancora festeggiare la festa della mamma o del papà senza essere considerati violenti omofobi? Si potrà ancora dire che l’omosessualità è un disturbo comportamentale? Si potrà ancora affermare che l’omosessualità è divenuta normale solo in seguito ad una votazione senza che sia stata fornita uno straccio di motivazione scientifica? Si potrà ancora leggere in pubblico la lettera ai Romani di San Paolo? 

Paure e fobie ingiustificate o l'avvento di una nuova forma di discriminazione? 

mercoledì 14 agosto 2013

A che serve una legge contro l'omofobia?

Ci risiamo, la propaganda laicista è tornata all’attacco con il suo pezzo forte: la strumentalizzazione dei fatti di cronaca. Mi riferisco al dramma avvenuto a Roma del suicidio di un ragazzo di 14 anni perché, così affermano la maggior parte dei media, discriminato in quanto omosessuale. Subito si è levato lo sciacallaggio di tutte le associazioni gay italiane che non hanno perso occasione per speculare su una tragedia pur di usarla per forzare la mano al Parlamento sulla legge contro l’omofobia. Addirittura il presidente della Camera, Laura Boldrini, ha tuonato indignata per i “ritardi” nell’approvazione di questa legge.   
Ma, invece di urlare tanto per accaparrarsi notorietà e vantaggi, perché nessuno dice che questa legge non servirà a niente? Se ci fosse stata questa legge il ragazzo non si sarebbe suicidato? Il reato di omofobia o l’aggravante specifica in realtà non servono perché il nostro codice penale già persegue l’istigazione al suicidio (art. 580), anche se questo non dovesse avvenire, con pene fino a cinque anni di reclusione. E’ già previsto dal nostro codice penale anche il reato di ingiuria che sanziona chi lede l’onore e il decoro di una persona (art 594), la diffamazione (art 595), la diffamazione per mezzo stampa (art. 596 bis) e l’aggravante comune per aver agito per motivi abietti o futili (art. 61).
Ma, poi, perché il bullismo verso gli omosessuali dovrebbe essere più condannato di quello verso gli eterosessuali? Perché fare una legge ad hoc solo per alcuni casi isolatissimi di discriminazione? In Italia, infatti, le persone con tendenze omosessuali sono veramente poche: appena poco più dell’1% (cfr. R. Marchesini, Omosessualità, in T. Scandroglio, Questioni di vita & di morte, Ares, p. 154), e che sicuramente non tutto questo 1% subirà discriminazioni. Ripeto: abbiamo già il codice penale, a che serve una nuova legge?
La paura è che anche in Italia la lobby gay internazionale sta avendo la meglio cercando di accaparrarsi vantaggi sociali di ogni sorta a scapito della tutela giuridica degli eterosessuali destinata ad essere sempre più meno efficace. Sto esagerando? Con questa nuova legge sarà ancora garantita la libertà di espressione? La libertà di considerare innaturale ciò che è innaturale?

giovedì 1 agosto 2013

L'uomo, l'evoluzione e lo spirito

Leggendo gli ultimi commenti al post precedente ho notato un certo interesse, tra alcuni frequentatori del mio blog, per le questioni riguardanti la teoria dell'evoluzione delle specie secondo la quale l'uomo non sarebbe altro che il prodotto finale di un lungo processo di adattamento all'ambiente.

Come è noto il maggior esponente e divulgatore di tale teoria è stato il famoso sceinziato inglese Charles Darwin che con la sua opera "L'origine della specie", del 1859, illustrò in modo ordinato e circostanziato, corredata da una gran mole di evidenze scientifiche, una teoria sull'evoluzione che ancora oggi è un cardine della scienza moderna. In pratica Darwin fu il primo a codificare delle regole ben precise secondo le quali spiegò scientificamente come le specie vegetali ed animali non sono caraterizzate da una fissità ed immutabilità, ma sono il risultato di un continuo processo di adattamento alle condizioni ambientali che eserciterebbero una pressione selettiva esistente tra le forme viventi. La pubblicazione di tale teoria causò un vero e proprio terremoto nella società inglese puritana di allora in quanto contraddiceva apertamente le diffuse teorie "scientifiche" di un intervento divino diretto sulla natura e contrastava con l'interpretazione letterale della Creazione secondo il libro della Genesi.

Nonostante si trattasse semplicemente di una teoria, proprio per questa forzosa contrapposizione tra Bibbia e scienza, nel corso degli anni, Darwin  la sua teoria divennero un vero e proprio manifesto ateista ed agnostico. Ancora oggi i laicisti, strumentalizzando l'opera di Darwin, ne hanno fatto un vessillo di anticristianesimo ignorando quanto sia sbagliato porre la Bibbia e la scienza sullo stesso piano. Non è la Bibbia a sbagliare, ma la sua interpretazione letterale.

Personalmente sono un uomo di scienza (sono laureato in scienze agrarie e svolgo una attività lavorativa in campo scientifico) e questa mia formazione scientifica mi porta a considerare la teoria dell'evoluzione come quella più probabile e che, anche essendo cristiano, non ho alcuna difficoltà ad accettare. Come, allora, conciliare l'origine divina dell'uomo e la sua evoluzione? L'uomo è solo un animale oppure possiede quella scientilla divina che i credenti chiamano anima?

Il mio ragionamento è semplice: se l'evoluzione, grazie alle sue rigide regole, cioé la pressione selettiva esercitata dall'ambiente, l'innato istinto di sopravvivenza delle specie viventi, l'esistenza di una grande varietà genetica ereditabile, è stata in grado di "costruire" l'organismo che meglio si adatta ad ogni ambiente, come mai con la specie "Homo sapiens" questo fenomeno non ha avuto la stessa efficacia? Tutti gli organismi viventi esistenti, dai protozoi alle piante, fino ai primati, costituiscono l'espressione del migliore adattamento possibile all'ambiente attuale, non ci sono errori, un meccansmo perfetto. Ma, purtroppo, nell'uomo tutto ciò non si è verificato, infatti la complessità eccessiva del suo cervello, apicale risultato dell'evoluzione, lo svincola dalle stesse leggi evolutive. L'uomo, infatti, in virtù di questa sua complessità cerebrale è una testimonianza vivente del fallimento del fenomeno evolutivo.

L'uomo, infatti, con la sua complessità cerebrale sa curarsi sempre meglio, sottraendosi alla selezione naturale; con la sua complessità cerebrale può decidere autonomamente di suicidarsi contravvenendo all'istinto di sopravvivenza; oppure con la sua complessità cerebrale può decidere di non riprodursi, ponendo un freno al meccanismo della perpetuazione della specie, addirittura è in grado di distruggere lo stesso ambiente in cui vive, cioé il fattore primario che ha determinato la sua stessa evoluzione e, quindi, la complessità del suo cervello. Una vera e propria implosione del sistema evolutivo.
Bisogna, quindi, ammettere che fino alla comparsa delle scimmie l'evoluzione ha ben funzionato, poi il meccanismo perfetto si è inceppato. Ma se calcoliamo che sul nostro pianeta ci saranno milioni e milioni di organismi viventi, come mai l'evoluzione ha prodotto solo una specie sbagliata cioé l'uomo "Homo sapiens"? E come mai una regola ferrea, scientificamente ineccepibile, possa, all'improvviso, non esser più valida?

Secondo il mio modesto avviso le probabilità che l'evoluzione abbia funzionato male solo nel caso della specie umana sono infinitamente poche. Allora, perché l'uomo può agire contro le regole dell'evoluzione? Ma l'uomo è veramente costituito dalla sola materia?

martedì 9 luglio 2013

Il male e il cristianesimo

Uno dei misteri più profondi che caratterizzano la nostra esperienza di vita è certamente l’esistenza del male, cioè della scelta dell’uomo di non operare il bene, e del dolore ad esso associato. Ho scoperto che per molte persone non credenti gran parte di questo “male” sia in realtà solo un artificio della Chiesa creato allo scopo di esercitare potere e dominio su tutti gli uomini. 

Mi capita spesso di frequentare blog in cui viene aspramente criticata la visione cristiana ed addirittura accusata la Chiesa di aver ordito un immenso inganno per soggiogare l’umanità con la paura del peccato e dell’inferno. Secondo quest’accusa con l’invenzione biblica di Adamo e Eva, che colgono "il frutto proibito" macchiandosi del primo peccato, la Chiesa avrebbe inventato una sorta di contagio del male che avrebbe determinato un’umanità peccatrice. Con la paura dell’inferno, reputato luogo appositamente costituito per punire i peccatori, la Chiesa eserciterebbe un potere immenso decretando chi deve essere punito e chi salvato. 

Secondo questa parte del pensiero ateo, quindi, viviamo tutti in un grande inganno, eppure chiunque è in grado di accorgersi che il mondo è pieno di male e malvagità. E questa condizione è sperimentabile in ogni ambiente umano, in ogni società, non solo in quelle dove è presente l’influenza del cristianesimo e della Chiesa cattolica. E’ un dato di fatto che il male, purtroppo, è una caratteristica distintiva di ogni società umana, proprio come un’epidemia che affligge l’uomo fin dalla sua comparsa su questo pianeta. Il Cristianesimo, contrariamente ad una visione atea ed agnostica che semplicemente rimuove il problema, affronta il tema del male, e dalla sofferenza associata, cercando di trovare una motivazione.

Il Cristianesimo non inventa alcunché, non fa altro che proporre una visione di questa realtà e presentare Cristo come l’unica via di salvezza. La si può accettare o meno, tutti sono liberi, nessuno è costretto. Chi è cristiano ritiene che aderire a Cristo comporti gioia e una vita realizzata, cioè una vita felice. Di conseguenza chi è lontano da tale gioia non può che essere triste. Non esiste alcuna punizione, nessuna Chiesa punitrice, né un Dio vendicativo. 

L’idea dell’inferno che hanno molti atei è, francamente, ingenua ed infantile. Potrebbe Dio, che è eterno Amore, quindi eterna Misericordia, e vuole che tutti gli uomini siano salvi (1 Tm 2, 4), creare un luogo di punizione? Il Catechismo della Chiesa Cattolica è molto chiaro su questo punto: 

Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da Lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva autoesclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola «inferno»”. 

e ancora: 

Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno; questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine”. 

(Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte I, sez. II, cap. III, art. 12, commi 1033 e 10379). 

La Chiesa professa chiaramente che l’inferno e il male non sono affatto una punizione, ma una tragica possibilità dovuta alla mancanza di una scelta verso il bene dell’uomo. Le ridicole accuse degli atei laicisti non sono altro che menzogne generate dal loro odio verso il cristianesimo e la Chiesa. 

Ciò non toglie, molto più seriamente, che il tema della presenza del male nel mondo e del suo rapporto con la giustizia di Dio, resta un argomento molto importante sul quale addirittura una vera e propria branca della teologia, chiamata teodicea, è chiamata continuamente a confrontarsi.

martedì 4 giugno 2013

L'influenza del cristianesimo sulle leggi romane


"Il mio concetto di religione è simile a quello di Lucrezio: la considero una specie di malattia, frutto della paura e fonte di indicibile sofferenza per l'umanità". 

Così si esprime il famoso filosofo britannico Bertrand Russell nel suo saggio “Perché non sono cristiano” del 1930, osannato punto di riferimento per il pensiero laicista. La religione, specialmente quella cristiana, avrebbe introdotto la paura e la superstizione determinando una arretratezza, quasi un freno, alla crescita della nostra cultura. 

Questa posizione così estrema si ritrova frequentemente alla base di molta parte del pensiero laicista che reputa la Chiesa cristiana, in special modo quella cattolica, come un vero e proprio cancro che si è propagato contro ogni progresso intellettuale. Solo con l’illuminismo e l’affermazione delle idee laiche di progresso e civiltà si sarebbe formata la società odierna. 

Ma quale base storica hanno tali prese di posizione? Siamo di fronte ad una denuncia che ha un valore storico o alla solita accusa gratuita? Io penso che questo sia uno dei luoghi comuni più diffusi tra i laicisti e che sia il frutto di una profonda ignoranza della storia. Se invece di farsi prendere dalle proprie ideologie si avesse una maggiore onestà intellettuale, ci si accorgerebbe che le cose non stanno proprio in questo modo. 

Nel IV secolo l’Europa conosce una delle più grandi trasformazioni della civiltà umana, il cristianesimo diviene la religione ufficiale dell’impero romano e ciò determinò l’inizio di un cambiamento sociale dapprima sfumato, poi sempre più profondo. I cristiani inizialmente non cominciarono col tentare la legislazione romana, ma la loro influenza comincia a farsi sentire soprattutto sui costumi e sui comportamenti sociali. Le lettere di Paolo, rifacendosi agli insegnamenti di Cristo, definiscono in maniera matrimoniale alcuni principi nuovi, come l’indissolubilità del vincolo, gli obblighi del capo di famiglia, il valore della verginità, i valori della procreazione, del sacramento e della fedeltà. Questa nuova dottrina introduce gradualmente nella società romana il valore ontologico della vita umana precedentemente totalmente sconosciuto. Ciò portò immediatamente all’interdizione di pratiche normalmente in uso presso la società pagana di allora come l’esposizione dei neonati, il commercio dei bambini, l’aborto. I combattimenti dei gladiatori vengono progressivamente sostituiti da spettacoli meno cruenti. La morale cristiana incoraggia il riconoscimento di certi doveri, così nascono le prime istituzioni caritative da parte delle comunità cristiane come le elemosine per i poveri e l’ospitalità per stranieri e viandanti. 

E’ in questo contesto, ad esempio, che nasce l’istituzione dei luoghi di cura che oggi chiamiamo ospedali, proprio nel 372 san Basilio inizia la costruzione di “ospizi dei poveri”. La Chiesa sostenendo nella società romana del IV secolo la “fede operosa mediante la carità” non fa altro che esercitare una pressione morale sugli individui determinando la nascita del senso di solidarietà fra gli uomini. Tutto ciò destò perfino ammirazione in un contesto dominato da una religiosità vuota e formalista che non conosceva alcuna tensione verso la solidarietà. A riprova di ciò si inserisce l’opera dell’imperatore Giuliano l’Apostata (331-363) che, volendo restaurare il paganesimo, si ispirò ampiamente al cristianesimo prendendo come modello le sue istituzioni caritative. In una delle sue lettere scrisse appunto che pur disprezzandolo, l’unico aspetto del cristianesimo che lo colpiva era l’attività caritativa della Chiesa (“L’Empereur Julien" Ep. 83” J. Bidez). 

Da quando il cristianesimo divenne tollerato sotto Costantino e poi religione di stato sotto Teodosio I un numero sempre più crescente di cittadini cominciò a far riferimento ai principi evangelici, specialmente tra le classi dirigenti, così cominciò a divenire possibile una iniziativa sulla legislazione. Le leggi romane, progressivamente, cominciarono ad essere trasformate nel senso di una liberazione dell’uomo, della comunicazione tra le classi all’interno della società ed il rispetto della persona. Nel 320 risale la promulgazione delle prime leggi con modifiche che rendono più umano dei regime carcerario romano (Codice di Teodosio II), nel 374 si hanno le prime leggi che proibiscono l’infanticidio, nel 434 si ha definitiva proibizione dei combattimenti gladiatori, ecc. 

Nasce un nuovo diritto romano, profondamente trasformato dall’avvento del Cristianesimo che sicuramente rimane al di sotto delle esigenze della morale cristiana, ma ciò non toglie nulla al fatto che la traduzione legislativa dei principi cristiani, che plasmerà i nostri attuali codici civile e penale, è uno dei grandi servizi che la Chiesa ha reso all’umanità. 


Bibliografia 
B. Biondi, “Il diritto romano cristiano” Giuffré, Milano, 1954; 
C. Leppeley, “L’impero romano e il cristianesimo” Mursia, Milano, 1970;
W. Thomas E. jr., “Come la Chiesa Cattolica ha costruito la Civiltà Occidentale” Cantagalli 2007; 
 F. Agnoli, “Indagine sul Cristianesimo” Ed. Piemme, Milano, 2010;

lunedì 27 maggio 2013

La Francia insorge


Il 18 maggio scorso in Francia è stata promulgata dal presidente della Repubblica, Hollande, la famigerata legge denominata «Mariage pour tous» (Matrimonio per tutti). 
Questa legge in pratica abolisce il principio fondamentale del matrimonio uomo-donna e, concedendo la possibilità a tutti di adottare dei bambini, stabilisce il nuovo principio che un bambino possa nascere da due uomini o da due donne. Una legge che stravolge la stessa natura umana a scapito del carattere universale delle identità sessuali femminile e maschile. 

Tradendo la fiducia della maggioranza dei Francesi, il Presidente della Repubblica, il Governo e i Parlamentari, con il solo appoggio di una lobby ultraminoritaria, con un colpo di mano, hanno imposto una legge assurda che dietro il paravento della concessione del matrimonio a tutti, hanno introdotto il criminale principio del “diritto al figlio” e dell’adozione per tutti. 
Questa legge, in pratica, sancisce che possa esistere la “generazione spontanea” negando a tutti i futuri cittadini il sacrosanto diritto di avere un padre ed una madre e a coloro che verranno adottati impone la violenta privazione o della madre o del padre. Si tratta di una legge che letteralmente crea degli orfani di padre o madre. 

Tutto ciò non poteva passare senza sollevare un’onda gigantesca d’indignazione nell’opinione pubblica francese che si è espressa ieri a Parigi nella colossale manifestazione di protesta con circa un milione di partecipanti. Scrivo questo post per diffondere nel web un’altra voce a favore ed informazione della grandiosa azione di protesta del popolo francese, a fronte del penoso e sconfortante silenzio dei media italiani succubi del potere della lobby laicista.

martedì 14 maggio 2013

La Trinità negata: l'eresia modalista


Abbiamo già visto come alla fine del II secolo il discorso teologico sui rapporti tra la natura e le persone di Dio portò ad una forte opposizione da parte di alcuni movimenti che reagirono proclamando l’assoluta unicità di Dio. Tali movimenti degenerarono in una eresia a cui Tertulliano, per primo, mise il nome di “monarchianismo”. Questa eresia sottolineò l’unità divina fino a negare la distinzione delle persone, ma ciò avvenne in due forme differenti: l’adozionismo, che abbiamo già visto, cioè un monarchianismo dinamico in cui Dio subisce un cambiamento per poter essere “ospitato” dall’uomo Gesù e un monarchianismo “modale” in cui si afferma che le tre persone non sono altro che tre modi di manifestazione dell’unico Dio. 

Mentre l’adozionismo nacque in un ambiente non molto acculturato, il monarchianismo “modale” trae tradizionalmente origine dalla teologia di Noeto, vescovo di Smirne, e dal suo discepolo Prassea, persone di grande cultura. I due, all’inizio del III secolo, vennero a Roma per ottenere il favore di papa Zefirino (199 – 217) e poter divulgare e diffondere la loro dottrina “modalista”. Nonostante Tertulliano si scagliò contro di loro scrivendo la sua opera “Adversus Praxean”, papa Zefirino e il suo successore Callisto (217 – 222) videro inizialmente di buon occhio questa forma di monarchianismo come una teologia semplice che affermava l’unicità di Dio e per la fiera opposizione dei modalisti al montanismo. A Roma il seguace di Prassea, Epigono, e successivamente il suo seguace Cleomene, arrivano a fondare una vera e propria scuola di cui ben presto ne divenne il leader Sabellio un presbitero di Tolamide, in Cirenaica, che nel 217 si era recato a Roma. 

Mentre a Roma è salda la fede in un’unica sostanza in tre persone (Tertulliano diceva tres personae, una substantia), Sabellio arriva a sostenere che le tre persone non sono altro che dei modi di manifestarsi dell’unico Dio che, invece, è una sola persona, cioè un’unica hypostatis (Novaziano De Trinitate, 12) che agisce attraverso le modalità del Figlio e dello Spirito Santo. Quindi il Padre come tale crea, come Figlio s’incarna e patisce e come Spirito Santo discende sugli apostoli, ma è sempre l’unica persona e l’unica sostanza che compie tutto ciò. Questa teologia discende dal termine latino persona che corrisponde al greco prosopon, cioè la maschera del teatro che indicava il ruolo che quell’attore svolgeva, quindi lo stesso attore che a seconda della maschera indossata esercitava il ruolo che la maschera rappresentava: un’unica persona, il Padre, che si mette diverse maschere, cioè esercita diversi ruoli nella storia della salvezza. Come conseguenza di questo ragionamento, anche Sabellio traeva conclusioni patripassiane: il Padre, in realtà, si era incarnato, aveva vissuto e patito la Passione. 

L’eresia di Sabellio è evidente, se è sempre il solo Padre che agisce, allora la Trinità è inutile. Questo, fatalmente, procurò a Sabellio la scomunica del papa, Callisto, attorno al 220. Su questo punto la Scrittura è molto chiara, la formula battesimale che Cristo consegna agli apostoli, con molta chiarezza e semplicità, ci parla dell’unità di sostanza. Un solo nome, un solo Dio, ma in tre persone che sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Così Paolo saluta i corinzi parlando di grazia, amore e comunione che sono ognuna proprietà delle tre persone divine (2 Cor 13, 11-13). 

La preoccupazione maggiore della Chiesa, nel suo sforzo di preservare l’autenticità della fede trasmessa dagli apostoli, fu quindi quella di fare attenzione a non esagerare con l’unità di Dio fino a negare la distinzione delle persone, né ad esagerare con la Trinità, cioè la distinzione delle persone negando l’unicità della natura divina e cadendo, in sostanza, nel politeismo. 

Bibliografia 

Catholic Encyclopedia, Volume I. New York 1907, Robert Appleton Company