lunedì 24 ottobre 2016

Parte XIII – Costantino e la Chiesa

Incredibilmente, tra le convinzioni più diffuse riguardanti la storia della Chiesa primitiva, c’è quella che individua nell’imperatore romano Costantino il vero “fondatore” della Chiesa Cattolica. Sarebbe stato proprio il vincitore di Massenzio a Ponte Milvio, attraverso diversi concili da lui voluti ed indetti, a plasmare la forma del credo cattolico e a decidere in prima persona quali dovevano essere i vangeli da inserire nella Bibbia. Ovviamente si tratta di una convinzione totalmente sbagliata, basta aprire un qualsiasi libro di storia per rendersene conto. 

Eppure, facendosi beffe della realtà storica, L. Gardner riesce ad affermare delle assurdità senza precedenti. Nel suo “La linea di sangue del santo Graal” viene presentata una versione “storica” della vita di Costantino e dei suoi rapporti con il Cristianesimo che è un concentrato di inesattezze e falsità. Da pag. 150 a pag.151 si legge: “Nel 312 Costantino divenne imperatore d’Occidente […] [si rese] conto che mentre il suo impero si stava smembrando, poteva convenirgli d’imbrigliare il cristianesimo. Vedeva in esso una forza unificatrice che poteva sicuramente usare a proprio vantaggio […] Al Concilio di Arles nel 314, Costantino conservò il proprio rango divino presentando l’onnipotente Dio dei cristiani come suo patrono personale. Quindi rimediò alle anomalie dottrinarie rimpiazzando alcuni aspetti del rituale cristiano con le consuete tradizioni pagane del culto del sole, insieme ad altri insegnamenti di origine siriana e persiana. In breve, la nuova religione della Chiesa romana fu costruita come un’ ”ibrido” per soddisfare tutte le fazioni influenti. Costantino mirava, così, ad una religione “mondiale” comune e unificata […] capeggiata da lui […] La missione di Gesù di rovesciare il dominio romano era fallita a causa della discordia fra le sette giudaiche. Costantino approfittò di questo fallimento per spargere il seme di un’idea: forse Gesù non era l’atteso Messia come si era creduto! Inoltre, dato che era stato l’imperatore a garantire la libertà ai cristiani all’interno dell’impero, sicuramente il loro vero Salvatore non era Gesù ma Costantino! […] L’imperatore sapeva, naturalmente, che Gesù era stato venerato da Paolo come il “Figlio di Dio”, ma non c’era più posto per un concetto del genere. Gesù e Dio dovevano fondersi in una sola identità in modo che il figlio fosse identificato col Padre. Al Concilio di Nicea […] designando Dio come il Padre e il figlio, Gesù venne opportunamente messo da parte come una figura di nessuna importanza pratica. Adesso spettava all’imperatore di essere considerato il dio messianico: non soltanto da quel momento, ma in virtù di un diritto ereditario a lui riservato “dal principio dei tempi” […] [Nel 331, a Costantinopoli] convocò un Concilio generale […] per ratificare la decisione del precedente concilio di Nicea. In questa occasione la dottrina di Ario […] venne formalmente dichiarata blasfema. L’imperatore governava la Chiesa secondo il suo stile complessivamente autocratico. Il suo era un dominio assoluto e la Chiesa non era altro che un dipartimento dell’impero”.

Un bel fuoco di fila di falsità, stupidaggini e luoghi comuni dovuti ad una disonestà di fondo. Mi sembra, infatti, fin troppo ovvio l’intento di abbindolare gli ignoranti somministrando la solita storiella anticlericale che alla prova dei fatti non può che cadere miseramente. Veniamo, dunque, alla storia, quella vera.

Ai tempi di Costantino I detto “il Grande”, inizio IV secolo d.C., la situazione politica dell’impero romano era alquanto confusa e delicata. Suo padre era Costanzo I Cloro che, assieme a Galerio, nella “tetrarchia” voluta da Diocleziano, costituivano i cosiddetti “cesari”, mentre i due “augusti” erano Massimiano e lo stesso Diocleziano. Quando questi si dimise Costanzo Cloro divenne “augusto” associandosi come “cesare” suo figlio Costantino. Morto improvvisamente Costanzo Cloro, nel 306 d.C., durante una campagna militare in Britannia, i soldati acclamarono come “augusto” suo figlio Costantino. Sbarazzandosi di tutti i suoi nemici, primo fra tutti Massenzio sconfitto ed ucciso a Ponte Milvio il 23 ottobre 312 d.C., Costantino, assieme all’altro “augusto” d’oriente Licinio, dovette rendersi conto che la politica anticristiana perseguita da Diocleziano era fallita totalmente. Nonostante le feroci persecuzioni i cristiani erano sempre più numerosi e la lotta contro di essi rischiava di causare una gravissima crisi sociale all’interno dell’impero. Fu per tali motivi che, già nel 311 d.C., l’”augusto” Galerio, con l’editto di Nicomedia (30 aprile 311 d.C.), concesse per la prima volta ai cristiani la libertà di culto e la possibilità di edificare le chiese. Con l’editto di Milano del 313 d.C., Costantino e Licinio, nell’ambito di un vero e proprio vertice politico sul riassetto dell’impero, non fecero altro che confermare le decisioni, nei confronti dei cristiani, prese da Galerio. Si legge in questo famoso editto: “Noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, felicemente uniti a Milano e trattando di ciò che riguarda la sicurezza e l’utilità pubblica, abbiamo creduto che uno dei primi nostri doveri fosse di regolare ciò che interessa il culto della divinità e di dare ai cristiani, come a tutti gli altri nostri sudditi, la libertà di seguire la religione che ognuno desidera, onde richiamare il favore del Cielo sopra di noi e sopra tutto l’Impero”. Appare chiaro, quindi, che Costantino e Licinio non fanno preferenze, ma pongono sullo stesso piano qualsiasi culto. Costantino, quindi, non rese il Cristianesimo la religione ufficiale dell’impero e pensare ad ipotetici accordi tra Costantino e la Chiesa per superare l’ostilità del Senato e a favoritismi dettati da calcoli politici è una pura ingenuità. Dopo aver liquidato tutti i suoi avversari Costantino si comportò senza alcun riguardo nei confronti del Senato romano, anzi lo spogliò di autorità ed importanza al punto che, trasferendo la capitale da Roma a Costantinopoli, lo emarginò definitivamente. Pensare ad una necessità di Costantino di avere l’appoggio della Chiesa per mantenere il potere appare del tutto improbabile. La Chiesa del IV secolo non rappresentava ancora alcun “centro di potere” e non poteva di certo competere con l’importanza del Senato, seppure in fase di decadenza. Pensare che Costantino abbia dovuto aver bisogno dell’appoggio del vescovo di Roma Silvestro per “legittimare” il suo potere è ipotesi veramente risibile. Anche in considerazione del fatto che a quel tempo gli storici calcolano la consistenza cristiana dell’impero non più del 10% degli abitanti (Paul Veyne, 2008). E’ solo con Teodosio il Grande che la chiesa comincerà ad assumere quell’importanza tale da poter influenzare sensibilmente l’operato degli imperatori. Nonostante una innegabile simpatia ed interesse verso il Cristianesimo, durante il suo imperio, Costantino non ha mai dato segno di favorirlo nei confronti del paganesimo. Lo stesso Editto di Milano (313) è da considerarsi solo come una disposizione di tolleranza, non certo di partigianeria. A questo giunse l’imperatore Teodosio che, durante il suo imperio tra il 379 e il 395 d.C., promulgando una legge che vietò ogni culto sacrificale pagano sia pubblico che privato. L’affermazione del Cristianesimo come l’unica religione ufficiale dell’impero fu un processo lungo ed articolato e non si verificò con un atto di imposizione da parte di Costantino.

Nel suo delirio L. Gardner afferma di una volontà di Costantino di sostituirsi come messia a Gesù (sic!), mentre D. Brown e compari parlano di un Costantino esperto teologo che sceglie quali testi dovranno formare la Bibbia. Niente di vero in tutto questo! In realtà Costantino non era cristiano, tantomeno un teologo, non capiva niente di questioni religiose, era solamente un uomo d’ordine. Nel 325 d.C., siccome le dispute teologiche tra cristiani ed ariani generavano discordie e disordini nell’impero, ritenendo che fosse di sua pertinenza (era pur sempre il “Pontifex maximus”, sommo sacerdote del paganesimo), Costantino convocò il famoso Concilio di Nicea per stabilire una volta per tutte come stavano le cose. Il Concilio condannò l’arianesimo e allora l’imperatore si schierò con i cristiani mandando in esilio Ario e gli ariani. Nonostante ciò l’imperatore restava senza nessuna cognizione religiosa tanto che, ad esempio, nel 332, vinti in battaglia i Goti, li lasciò evangelizzare dal vescovo Ulfila secondo il credo ariano. Successivamente, sotto l’influenza dell’ariano Eusebio di Nicomedia, vescovo di corte, si lasciò convincere dalle tesi ariane e convocò nel 335 d.C. un nuovo Concilio a Tiro dove tutti i vescovi partecipanti si schierarono, per piaggeria, dalla sua parte ed ottenne la condanna di Atanasio, vescovo di Alessandria, l’unico rimasto fedele ai dettami di Nicea. Costantino non si interessò minimamente delle dispute teologiche, non ci capiva niente, a lui interessava solo la condanna di un perturbatore dello stato. Così anche nel 314 d.C. al Concilio di Arles, indetto per risolvere la questione donatista, Costantino non ebbe, come afferma L. Gardner, alcuna velleità teologica, ma intervenne solo per ricomporre una frattura in seno alla Chiesa cristiana d’Africa che stava generando dei disordini.

Che dire, poi, del riferimento al Concilio di Costantinopoli del 331 d.C.?, Che si tratta, fatalmente, di un’altra figura da somaro di L. Gardner. In realtà il Concilio di Costantinopoli si celebrò nel 381 d.C., quando Costantino era già morto da un pezzo, e fu convocato dall’imperatore Teodosio. In quella occasione furono ribadite le decisioni prese a Nicea, cioè la consustanzialità e la coeternità delle tre persone divine, ripristinando così l’ortodossia cristiana che Costantino e, successivamente, i suoi figli, avevano tentato di affossare, con vari concili “farsa”, in favore dell’arianesimo.


Per concludere questo capitolo mi sembra doverosa una precisazione storica come risposta alle falsità che si possono leggere a pag. 273 de “Il Codice da Vinci”. D. Brown afferma che Costantino convocò questo Concilio nel 325 per discutere se Gesù fosse di natura divina e che tale riconoscimento fu, quindi, solo il risultato di una votazione e, per giunta, a maggioranza assai ristretta. D. Brown, ancora una volta, dimostra tutta la sua ignoranza, non ha valide conoscenze né storiche, né religiose. Un Concilio ecumenico, come fu quello di Nicea del 325, non è una semplice “votazione”, ma l’espressione del Magistero della Chiesa Universale. La Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, interpreta e disciplina la materia di fede: “A te darò (a Pietro, cioè la Chiesa) le chiavi del Regno dei Cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16, 19 – 20). Ma l’errore più macroscopico di D. Brown è sostenere che al Concilio di Nicea si stabilì che Gesù fosse Dio, proprio perché da sempre lo si riteneva come tale. Il Concilio si occupò piuttosto di quale fosse l’esatta relazione esistente fra il Figlio e il Padre. Fu, così, pronunciato il dogma della Trinità e giudicata, quindi eretica, una dottrina all’epoca popolare, l’arianesimo, secondo cui il Figlio era una divinità inferiore, creata dal Padre a un certo momento del tempo e non eternamente esistente. Al Concilio vi parteciparono circa 300 vescovi, (alcuni parlano di 220 altri di 318) quasi tutti provenienti dalle sedi della Chiesa in oriente. Il vescovo di Roma di allora era Silvestro che inviò a rappresentarlo Osio, vescovo di Cordova e due presbiteri: Vito e Vincenzo. Fu il primo Concilio ecumenico, cioè era riunita tutta la Chiesa, allora non c’era stato ancora alcuno scisma, ed erano presenti, quindi, sia vescovi che accettavano l’interpretazione di Ario (ad esempio Eusebio di Nicomedia), sia vescovi che la rifiutavano (ad esempio Atanasio di Alessandria). A larghissima maggioranza i vescovi riuniti, costituenti quindi il magistero della Chiesa, votarono contro l’eresia ariana costituendo così il simbolo della fede cristiana conosciuto come il simbolo “niceno”. Nonostante ciò la disputa tra ariani e non ariani non si placò. Neppure i concili di Sardica, l’attuale Sofia in Bulgaria, del 343, indetto dai figli di Costantino, Costante e Costanzo II, di Rimini e Seleucia, entrambi del 359, indetti da Costanzo II, rimasto l’unico imperatore, per proporre una soluzione di compromesso, riuscirono a comporre il profondo dissidio. Soltanto con il concilio di Costantinopoli del 381 la Chiesa, restaurando il credo stabilito a Nicea, decretò definitivamente eretica la dottrina ariana. Questo concilio proclamò la consustanzialità, “homoousios” cioè della stessa sostanza, e la coeternità delle tre persone divine, costituendo così il credo “nicenocostantinopolitano”.

mercoledì 19 ottobre 2016

La trasgressione in Italia: vedere il film "Cristiada"


Domenica sera scorsa ho fatto qualcosa di molto "trasgressivo": grazie ad un passaparola stile "carboneria", ho potuto finalmente vedere il film "Cristiada" sulla guerra dei Cristeros combattuta negli anni ’30 dai cattolici messicani contro il governo massonico ed anticlericale del presidente Plutarco Elías Calles che perseguitava la Chiesa Cattolica. 


Il film è uscito nelle sale americane nel 2011, quindi ci sono voluti ben 5 anni prima che la sua visione fosse resa disponibile al pubblico italiano e, per giunta, attraverso un'emittente poco conosciuta e di "nicchia"come "TV2000". Purtroppo è questa la triste situazione del nostro paese dove vige la dittatura del politicamente corretto. Finché i cristiani stanno calmi e mansueti, accolgono i profughi, venerano i santi, ecc.. allora vanno bene e compaiono su tutti i media, ma appena divengono vittime della brutalità laicista ed atea, allora scompaiono immediatamente, come per incanto. 

Nel nostro paese laicista il politicamente corretto ha le sue rigidissime regole, che non possono essere violate: se i cristiani, meglio se cattolici, uccidono, torturano, opprimono poveri atei ed eretici indifesi allora titoloni a nove colonne, films e documentari a tutto spiano. Ma se, invece, sono i cristiani, peggio se cattolici, a subire la barbarie laicista allora bisogna sperare in qualche miracolo ed aspettare diversi anni prima di poter avere una informazione su tali fatti. 

Senza contare che ciò che viene proposto sulle malefatte della Chiesa e dei cristiani sono per lo più delle falsità fatte passare per verità inconfutabili.         

venerdì 14 ottobre 2016

La Chiesa e l'opportunismo teologico


Come è noto agli storici il potere temporale della Chiesa viene fatto risalire alla cosiddetta Donazione del Castello di Sutri, quando nel 728 il re longobardo Liutprando donò questo castello a papa Gregorio II. Successivamente il potere della Chiesa si sviluppò grazie all’alleanza tra il Papato e i Franchi nei secoli VIII e IX, alleanza che comportò la donazione alla Santa Sede di numerosi territori dell’Italia centrale e la nascita del cosiddetto “Patrimonio di San Pietro”. 


Per la storiografia laicista tutto ciò viene visto come un’autentica sciagura, ossia l’inizio del potere dei papi, del loro controllo sullo Stato laico e l’influenza sulla vita della società. Per i laicisti tutto ciò fu il deprecabile risultato della caduta del grandioso impero romano, ritenuto un faro di civiltà e portatore di benessere. Caduta che, sempre secondo la visione laicista, dev’essere attribuita allo stesso Cristianesimo ed alla Chiesa nascente visti come un cancro che avrebbe roso dal di dentro l’impero, ponendolo così alla mercé dell’invasione dei barbari. Un esempio molto noto è costituito dalla famosa opera “Storia del declino e della caduta dell'impero romano” dell’illuminista anticlericale Edward Gibbon (1737–1794) che riservò al Cristianesimo un’etichetta di mollezza e viltà, cause prime della soppressione dell’età aurea del paganesimo romano che portò l’affermazione dei secoli bui del medioevo cristiano.

Ovviamente la visione del Gibbon è pesantemente condizionata dal suo pregiudizio anticlericale ed anticristiano e questa posizione tipicamente positivista-illuminista della storia del cristianesimo e dei suoi rapporti col mondo pagano ha generato tutta un serie di pensatori che hanno fortemente influenzato in modo negativo il giudizio contemporaneo sulla storia della Chiesa. Basta citare l’antipatia per il cristianesimo di Voltaire, la critica alla sua mansuetudine di Carducci, quelle sottili e profonde di Feuerbach e di Marx, per non parlare dell’odio espresso da Nietzsche, e così via.

Questa teoria rappresenta una delle più grosse fesserie che la propaganda anticlericale ed anticristiana illuminista abbia mai potuto escogitare. In realtà la società pagana dell’impero non riuscì a far fronte alle invasioni barbariche in quanto si era già del tutto disgregata, soprattutto a causa delle sue carenze di giustizia ed equità sociale. Il Cristianesimo, invece, si dimostrò forte e vincente. I cristiani riuscirono a creare una comunità salda ed unita nei valori della fede e della carità. Questo è dimostrato anche dal fatto che le popolazioni barbariche, che dal IV secolo si cominciarono a stanziare all’interno dei territori dell’Impero romano, come i Visigoti, gli Ostrogoti, i Franchi, ecc. abbracciarono quasi immediatamente la fede cristiana, seppur inizialmente nella forma ariana. Nel 498 circa, si arrivò all’importante evento della conversione al cristianesimo cattolico del re dei Franchi Clodoveo I che si fece battezzare. Contrariamente alla società pagana che non riusciva a contrastare validamente l’impatto con le popolazioni barbariche, i cristiani cominciarono a rendersi conto che l’impero romano non fosse il depositario del vangelo e che i barbari non fossero affatto i seguaci di Satana. Mentre l’invasione barbarica diventava sempre più irreversibile, la Chiesa cattolica non arretrò, ma scoprì nuove possibilità. Nella disorganizzazione generale, i vescovi, tra cui molti di gran valore come papa Leone I, Remigio di Reims, Cesario di Arles, Isidoro di Siviglia, ecc. rappresentavano spesso la sola autorità capace di trattare con i capi barbarici. Meno legati dei funzionari imperiali all’antico regime, circondati dal prestigio di un’autorità spirituale, i vescovi riuscirono ad assicurare la transizione, evitarono alle popolazioni romanizzate le brutalità dei nuovi conquistatori e portarono alla corte dei re barbari un tono di civiltà e dignità. Davanti al disastro, alla fine di un sistema che aveva caratterizzato la vita sociale fino ad allora conosciuta, mentre le classi dirigenti pagane scomparirono velocemente, il messaggio cristiano dimostrò la sua universalità e la sua forza cosicché la Chiesa cattolica, attraverso il sistema dei Concili regionali, poté entrare in dialogo con i nuovi Stati barbarici.

Iniziò, così, una nuova era in cui la pratica del Cristianesimo cominciò a permeare molto profondamente la vita quotidiana. Fu un processo che non si verificò istantaneamente, ma progressivamente, grazie alla coerenza mostrata dalla Chiesa cattolica in occidente, alla sua grande organizzazione, basta pensare al ruolo svolto dai monasteri che formavano una rete molto compatta, ed alla capacità mostrata dai cristiani d’occidente di ben distinguere l’irradiazione della fede dalle vicende politiche e militari, una sorta di “opportunismo teologico”. All’epoca delle grandi invasioni i cristiani non considerarono importante una resistenza accanita per salvaguardare la fede, ma grazie al valore del messaggio cristiano ed alla coesione ecclesiale, riuscirono a porsi come ispiratori di un ordine nuovo anziché essere travolti dal crollo dell’impero.

Diversamente l’Oriente cristiano, che si scontrò più tardi con le invasioni barbariche, soprattutto sotto forma delle conquiste musulmane, non riuscì ad attuare questa impostazione ed operare validamente la distinzione tra fede e civiltà finendo per essere spazzato via dall’Islam.



Bibliografia 

C. Dawson “La nascita dell’Europa”, Einaudi, Torino, 1959;
C. Dawson “Religione e formazione della civiltà occidentale” Edizioni Paoline, 1959;
J. M. Wallace-Hadrill “L’Occidente Barbarico”, Mondadori, Milano, 1963;
P. Riché “Educazione e cultura nell’Occidente barbarico”, Armando, Roma, 1965;
R. S. Lopez “La nascita dell’Europa. Secoli V-XIV”, Einaudi, Torino, 1966.

martedì 27 settembre 2016

Parte XII - Scritti apocrifi e vangeli gnostici

Nel patetico sforzo di screditare i vangeli canonici, D. Brown e i suoi degni compari, ricorrono alle maniere subdole instillando i germi del dubbio. Presentandola come una rivelazione, danno notizia dell’esistenza di una testimonianza testuale apocrifa che sarebbe più fedele ed attendibile di quella canonica. Tale testimonianza rappresenterebbe il vero messaggio di Gesù, totalmente diverso da quello tradizionalmente conosciuto e per questo avversato dalla Chiesa Cattolica. Tra tali testimonianze, a parere di D. Brown, quella più attendibile è costituita dagli scritti provenienti dalla tradizione gnostica. A pag. 275 de “Il Codice da Vinci” si legge: "…Costantino commissionò e finanziò una nuova Bibbia, che escludeva i vangeli in cui si parlava dei tratti umani di Cristo e infiorava i vangeli che ne esaltavano gli aspetti divini. I vecchi vangeli vennero messi al bando, sequestrati e bruciati […] Fortunatamente per gli storici alcuni vangeli che Costantino cercò di cancellare riuscirono a sopravvivere. I Rotoli del Mar Morto […] e abbiamo anche i rotoli copti scoperti nel 1945 a Nag Hammadi […] [Questi] parlava[no] dei tratti umani del Cristo […] Oltre a raccontare la vera storia del Graal, questi documenti parlano del ministero di Cristo in termini profondamente umani. Naturalmente, il Vaticano, per non smentire la sua tradizione di disinformazione, ha cercato di impedire la diffusione di questi testi…". 

Anche L. Gardner, per suffragare le sue assurde teorie, deve rigettare i vangeli canonici. Nel suo delirante “La linea di sangue del Santo Graal”, a pag. 45, si legge: "Agli inizi della fede cristiana esistevano numerosi vangeli di Gesù. Tuttavia, fu soltanto nel 367 d.C. che il Nuovo testamento cominciò realmente ad assumere la forma che conosciamo". Come vedremo queste affermazioni sono un concentrato di incredibile ignoranza, ma prima di entrare nel merito della questione e capire bene come stanno realmente le cose, reputo sia importante fare un piccolo accenno su cosa s’intende per scritti “canonici” e scritti “apocrifi”.

Il termine “canone” deriva dal greco “kanôn”, ossia “asta dritta e rigida”, cioè la livella, il regolo, il righello, lo strumento per la verifica che le cose siano dritte. Quindi, in senso lato, “kanôn” rappresenta il criterio attraverso il quale giudicare la dirittura di opinioni ed azioni. In Galati 16, 10, per Paolo il “kanôn” è il comportamento cristiano esemplare. In relazione alle Scritture il termine “canone” ha il significato di “norma di fede e di vita”, quindi per “canone biblico” s’intende la lista ufficiale dei libri che compongono la Bibbia e che la Chiesa ha riconosciuto come ispirati, essi costituiscono la regola della fede e dei costumi del cristiano. Dopo un iniziale periodo di tradizione orale, agli inizi del II secolo d.C., scomparsa la generazione dei testimoni oculari, i cristiani davano inizio all’uso di leggere durante le riunioni liturgiche gli scritti prodotti dalle varie comunità che narravano la vita di Gesù. Giustino martire, nel 150 d.C., riferendosi molto probabilmente agli Atti di Luca o a qualche altro scritto collegato ad essi, scrive che a Roma: "…vengono letti i fatti memorabili degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, per quanto il tempo lo consenta. Poi il lettore si ferma ed il capo istruisce a viva voce, esortando all’imitazione di queste buone cose. Quindi tutti ci alziamo in piedi e leviamo preghiere…" (Giustino, Apologia I, LXVII, 3-5). Sono state, quindi, le comunità cristiane delle origini, nate dalla testimonianza degli apostoli, che con la loro attività liturgica hanno selezionato gli scritti su Gesù che ritenevano veritieri e degni di fede (G. Magnani “Religione e religioni: il monoteismo” 2001, Pontificia università Gregoriana, pag. 148). In quel periodo, infatti, circolavano numerosi altri scritti su Gesù che, però, erano molto più tardi e non avevano una tradizione riconosciuta, un’origine certa o, addirittura, provenivano da ambienti eretici e settari come, ad esempio quello ebionita, quello manicheo, quello gnostico, quello marcionita, ecc… I requisiti che hanno determinato la scelta dell’uso liturgico di tali scritti sono principalmente legati alla loro origine, alla loro antichità ed al loro collegamento diretto con la tradizione apostolica. I quattro vangeli canonici, come abbiamo visto, sono tutti del I sec., essendo i più antichi sono vicinissimi ai fatti narrati (G. Theissen “Il Nuovo Testamento” Carocci, 2003). Fondamentale è il loro legame diretto con la predicazione degli apostoli. Inoltre le prime comunità cristiane avevano imparato a riconoscere gli stili diversi di scrittura e, così, sapevano indicarne gli autori. Ad esempio Paolo rendeva riconoscibili le sue lettere: "Questo saluto è di mia mano, di Paolo; ciò serve come segno di autenticazione per ogni lettera; io scrivo così" (2 Cor. 3, 17). 

Il termine “apocrifo” deriva dal greco “Apòkrufa”, che significa “nascosti”, cioè esclusi dalla pubblica lettura liturgica, in quanto ritenuti falsi e di dubbia origine. Successivamente questo termine venne usato per indicare gli scritti eretici e falsi. Oggi l’accezione più diffusa del termine “apocrifo”, non più dispregiativa, è “non canonico”. Ciò è un fatto positivo perché, dal punto di vista storico, anche questi scritti hanno un grande valore, però non sono mai stati reputati degni di far parte del “canone”. Le testimonianze apocrife su Gesù nascono da elaborazioni postume che cercano di soddisfare varie esigenze delle neoformate comunità di cristiani. Molte di queste avevano la forma di storielle fiabesche o di leggende, essendo influenzate dalle tradizioni popolari dei luoghi presso cui il cristianesimo si andava affermando. Questi scritti si presentano, perlopiù, puerili ed infantili. Nel Protovangelo di Giacomo, ad esempio, Maria bambina viene allevata nel Tempio come una colomba che riceve il cibo dalle mani di un angelo. Oppure l’infanzia di Gesù che, essendo trattata brevemente nei vangeli canonici, suscitava molta curiosità. Nei vangeli arabi dell’infanzia, che si riferiscono al periodo in Egitto, Gesù appare come un bambino capriccioso che ricorre al “miracolo” continuamente ed in modo automatico, sono crudeli ed infantili, senza alcunché di spirituale. Un ragazzo urta Gesù bambino e, per questo, viene incenerito. I genitori del morto si lamentano e Gesù li acceca. Oppure Gesù rompe una brocca, ma porta lo stesso l’acqua a sua madre dentro al mantello. Sono, quindi, scritti pesantemente influenzati dalla cultura araba del tempo che non possono essere accreditati da un minimo di veridicità. Un esempio illuminante, che ho tratto da “Processo al Codice da Vinci” di Andrea Tornielli, casa editrice Gribaudi, spiega ottimamente la profonda differenza tra testi canonici ed apocrifi. Volendo porre a confronto due testi riguardanti lo stesso argomento, uno canonico ed uno apocrifo, senza tener conto, per un istante, delle loro differenze di datazione, storiche, filologiche, ecc…, è possibile ritenerli simili e di uguale valore? E’ possibile dire che i vangeli apocrifi riportano la verità e quelli canonici la mistificano? Poniamo, allora, a confronto un brano del vangelo di Matteo, canonico, e un brano del protovangelo dello Pseudo Matteo, apocrifo, che trattano ambedue della fuga in Egitto di Gesù. Leggiamo dal vangelo di Matteo: "Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio”. Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi" (Matteo 2, 13-16). Lo stesso fatto è così riportato dal testo apocrifo del protovangelo dello Pseudo Matteo: "Giunti a una grotta, decisero di riposare sotto di essa, e Maria scese dalla giumenta e si sedette, tenendo in grembo Gesù. Ora, c’erano tre ragazzi che facevano il viaggio con Giuseppe e una ragazza con Maria. Ed ecco che all’improvviso uscirono dalla grotta molti draghi, vedendo i quali i ragazzi si misero a gridare per il grande spavento. Allora Gesù, sceso dal grembo di sua madre, si fermò ritto in piedi di fronte ai draghi e quelli lo adorarono, e dopo averlo adorato si allontanarono da loro. Così si adempì ciò che era stato preannunciato dal profeta Davide, che aveva detto: “Lodate il Signore della terra, o draghi, e tutti voi, o abissi”. E il piccolo Gesù, camminando davanti a loro, ordinò che non facessero del male a nessuno […] Similmente lo adoravano i leoni e i leopardi e si accompagnavano con essi nel deserto: dovunque andavano Maria e Giuseppe, li precedevano indicando la strada e chinando il capo adoravano Gesù […] Nel terzo giorno dopo la loro partenza accadde che Maria nel deserto si stancò per il troppo ardore del sole, e vedendo un albero di palma disse a Giuseppe: “Vorrei riposare un poco alla sua ombra”. E Giuseppe si affrettò a condurla sotto la palma e la fece scendere dalla giumenta. Appena si fu seduta, guardando la chioma della palma, vide che era carica di frutti e disse a Giuseppe: “Desidererei, se fosse possibile, raccogliere di quei frutti di questa palma” […] Allora il piccolo Gesù, che con il volto sorridente riposava nel grembo di sua madre, disse alla palma: “Piegati, albero, e ristora mia madre con i tuoi frutti!”. E subito, a questa voce, la palma chinò la sua cima fino ai piedi di Maria, e da essa raccolsero frutti con cui tutti si saziarono…". 

Come è facile constatare il testo apocrifo descrive un mondo fantastico popolato di draghi e belve feroci con palme che si piegano e con Gesù descritto come una sorta di “super eroe”. Il testo canonico, invece, si distingue per la sua sobrietà e per un linguaggio più serio e, per questo, più veritiero ed accettabile. Non è stata, quindi, una volontà superiore ad escludere scritti ritenuti scomodi, ma i testi apocrifi vengono scartati proprio perché non possono reggere il confronto con quelli canonici.

D. Brown, che presumibilmente ignora tutto ciò, si affida proprio ad un particolare tipo di letteratura apocrifa per sostenere le sue assurdità, cioè i cosiddetti “vangeli gnostici”. Sempre facendo ricorso all’inganno di tirare in ballo fantomatici storici ed esperti (di cui, però, non cita mai i nomi, n.d.r.) propone come unici testi depositari della verità gli ormai famosi testi gnostici scritti intorno al secondo secolo (tra il 120 e il 200 d.C.) e ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi in Egitto. A suo parere questi testi svelerebbero il vero senso della missione di Gesù, ovviamente diverso da quello rivelato dai vangeli canonici, descrivendo un Cristo profondamente umano che non aveva alcuna intenzione di essere proclamato Dio. 

Immancabilmente siamo di fronte all’ennesima falsità, ma prima di entrare nei particolari penso sia bene spiegare che cosa sia lo gnosticismo, ossia l’ambiente in cui si sono formati questi testi tanto cari a D. Brown (personalmente ho fondati dubbi che D. Brown ne sappia qualcosa, n.d.r.).

Prima della scoperta di questi testi si aveva una conoscenza molto vaga ed imprecisa di questa corrente religioso-filosofica. Tutto quello che si sapeva dello gnosticismo lo si ricavava dalle citazioni e dai commenti, molto spesso ostili, che si ritrovano nelle opere della patristica cristiana. Con i testi rinvenuti a Nag Hammadi nell’alto Egitto, scritti sulla pelle di tali codici in lingua copta, si è oggi in grado di ricostruire con precisione l’origine e le caratteristiche di questo movimento spirituale. Con il termine “gnosticismo” si indicano una serie di sette e scrittori spirituali, attivi nel II e III secolo d.C., che hanno avuto la loro origine nel colto ambiente intellettuale ellenista di Alessandria d’Egitto. Essi propugnarono una visione mistico-filosofica del cristianesimo, una sorta di sistema sincretistico in cui confluirono svariate tradizioni religiose di quel tempo. Si trattò, quindi, di una elaborazione postuma secondo gli schemi della cultura occidentale di stampo ellenista che non aveva niente in comune con la visione semita-ebraica. Leggendo questi scritti gnostici si possono trovare innumerevoli esempi di questa distanza tra l’elaborazione gnostica e la tradizione giudeo-cristiana. Tra questi, curioso, è il versetto 17 del vangelo detto “di Filippo”: “Taluni hanno detto che Maria ha concepito dallo Spirito Santo. Essi sono in errore. Essi non sanno quello che dicono. Quando mai una donna ha concepito da una donna?“. Il senso di questo versetto è dato dal fatto che in ebraico all'espressione “Spirito Santo” corrisponde il termine “Ruah” che è femminile. Punto centrale di questa filosofia è la “gnosi”, dal greco “gnosis”, conoscenza, che viene concessa a piccoli gruppi di eletti ed iniziati dal sommo rivelatore celeste, il vero Dio. Ad esempio, dal Vangelo della Verità, uno scritto dello gnostico Valentino, tra quelli ritrovati in Egitto, si legge: "Questa è la manifestazione e la rivelazione del Padre ai suoi eoni: Egli ha rivelato ciò che di sé era nascosto e l'ha spiegato. Chi è infatti colui che esiste, se non il Padre solo? Tutti i luoghi sono sue emanazioni. Essi hanno conosciuto che sono usciti da Lui. Prima essi lo conoscevano come figli in un uomo perfetto, perché non avevano ancora ricevuto una forma né avevano ancora ricevuto un nome, che il Padre produce per ciascuno. Lo conoscono allorché ricevono una forma dalla gnosi…" (Vangelo della Verità, versetto 18). Quindi per gli gnostici la salvezza dipende solo dal ricevere questa “…forma dalla gnosi…”, cioè la Conoscenza. 

Gli gnostici credevano nell’esistenza di un altro Dio, inferiore e malvagio, chiamato in diversi modi: “Arconte”, “Demiurgo”, “Cosmocreatore”, ecc…, che, per una sua egoistica ed egocentrica fantasia, crea un mondo materiale passionale e peccaminoso per intrappolare l’uomo. Tutto ciò che lo circonda, le passioni, i sentimenti, le pulsioni carnali, è ritenuto demoniaco. Per l’uomo l’unica possibilità di salvezza è, appunto, la “conoscenza”, cioè la “gnosi”, che viene donata da un essere celeste rivelatore, cioè il Cristo. Ma anche questo Cristo non ha niente di terreno, è identificato come un “eone” che appare sulla terra dopo un lungo e complicato processo di emanazioni divine provenienti dal Sommo Essere. Quindi, occorre precisare, per gli gnostici Cristo non si incarna, ma resta sempre al di sopra della realtà carnale umana e questa rivelazione non è per tutti gli uomini, ma solo per coloro capaci o preparati ad accogliere la gnosi. Dal vangelo “gnostico” detto “di Filippo”, si legge: "Il Cristo è venuto a riscattare alcuni, a liberare altri, a salvare altri. Quelli che erano stranieri egli li ha riscattati e li ha fatti suoi. Ed ha separato i suoi, quelli che ha costituito come pegno, secondo la sua volontà. Non solo quando si è manifestato egli ha deposto la sua anima quando ha voluto, ma da che esiste il mondo, egli ha deposto la sua anima. E quando ha voluto, allora è venuto a riprenderla, poiché essa era stata lasciata come pegno. Era in mezzo a ladroni ed era stata tenuta prigioniera: egli l'ha riscattata e ha salvato i buoni nel mondo, e anche i cattivi" (Vangelo di Filippo, versetto 9). Secondo questo “vangelo”, quindi, Cristo si è manifestato solo attraverso la sua anima. Dello stesso tenore anche il Vangelo della Verità: "Dopo che egli fu apparso, istruendoli circa il Padre, l'incomprensibile, dopo che ebbe soffiato in loro ciò che è nel Pensiero, eseguendone il volere, dopo che molti ebbero ricevuto la luce, alcuni si rivolsero contro di lui, perché erano estranei e non vedevano la sua immagine. Gli uomini ilici non avevano capito che egli si era presentato sotto una somiglianza di carne, a cui nessuno poteva impedire il cammino, essendo dotata di incorruttibilità e incoercibilità" (Vangelo della Verità, versetto 21).

Questa concezione deteriore della creazione porta, necessariamente, gli gnostici a ripudiare in blocco l’Antico Testamento, come abbiamo già visto a proposito del viaggio a Roma dello “gnostico” Marciano (Parte VIII). Anzi, la ribellione di Adamo ed Eva, cioè il peccato originale, è vista come l’inizio della salvezza dell’uomo in quanto rappresenterebbe il primo passo verso il totale ripudio della creazione. Lo gnostico si trova così al di sopra delle leggi morali che sono state istituite da un demiurgo inferiore. 

Secondo D. Brown questi testi descriverebbero un Cristo profondamente umano che non si propose mai come Dio. Mi chiedo: ma D. Brown li ha mai letti questi vangeli? Come abbiamo visto la figura del Cristo che traspare da questi scritti è tutto fuorché umana. In una ambientazione fantastica, piena di simbolismi complicati e riferimenti esoterici, Gesù appare come un etereo “eone” che tiene lunghi sermoni su “camere nuziali” e “arconti” rivolgendosi, in un linguaggio misterioso, ad una ristretta èlite intellettuale. Per avere un’idea della complessità e dell’esclusività dell’elaborazione gnostica, riporto alcuni versetti del vangelo detto “di Filippo”: “Ogni pianta che è nei cieli è piantata da mio Padre, che è nei cieli, e non si sradica piú. Coloro che sono separati verranno uniti e verranno resi perfetti. Tutti quelli che entreranno nella camera nuziale genereranno nella luce. Infatti essi non genereranno come i matrimoni che noi vediamo, perché avvengono nella notte: infatti se la luce risplende nella notte, si spegne. Invece i misteri di questo matrimonio si compiono di giorno e alla luce. Quel Giorno e quella Luce non tramontano mai. Se qualcuno diventa figlio della camera nuziale, riceverà la Luce. Se qualcuno non la riceve finché è in questo luogo, non potrà riceverla nell'altro Luogo. Colui che avrà ricevuto quella Luce non potrà essere visto né trattenuto; e nessuno potrà affliggere un simile uomo, anche se egli dimora ancora nel mondo o quando lascia il mondo. Egli ha già ricevuto la Verità attraverso le immagini: il mondo è divenuto come un eone, perché l'eone è per lui il Pleroma, ed è cosí fatto: si è manifestato a lui solo, non nascosto nelle tenebre o nella notte, ma celato in un Giorno perfetto e in una Luce santa” (Vangelo di Filippo, versetti 126-127). E’ chiaro che ci troviamo di fronte ad una elaborata tradizione postuma che non ha alcuna valenza di carattere storico.

In realtà sono proprio i vangeli canonici gli unici a tratteggiare con forza i lati umani di Gesù (per la dottrina cattolica Gesù è vero Dio, ma anche vero uomo, n.d.r.). Come abbiamo già visto, Gesù mangia e beve con gli apostoli, prova fatica, come al pozzo di Giacobbe con la samaritana (Gv 4, 6-7), prova emozioni come il dolore per la scomparsa del suo amico Lazzaro (Gv 11, 33-36), l’angoscia e la paura, come nell’orto del Getsemani (Mc 14, 36) e sulla croce (Mt 27, 46). Volendo calarsi completamente nella condizione umana, Gesù, si lascia tentare dal diavolo nel deserto (Mt 4, 1-11) e, specialmente, si lascia umiliare ed uccidere con il supplizio della croce. La stessa risurrezione è quella della carne a cui tutti sono chiamati alla fine dei tempi. Gli gnostici erano di cultura profondamente ellenizzata, quindi, nella loro postuma elaborazione del cristianesimo (II e III secolo d.C.) la risurrezione è solamente un rinnovamento interiore operato dalla fede. Il corpo è visto come un qualcosa di negativo, un semplice involucro dell’anima. Esattamente il contrario di ciò che hanno testimoniato gli Apostoli. Per gli ebrei e, quindi anche per i cristiani, l’uomo è un composto indissolubile di materia e spirito. Il famoso apologeta del Cristianesimo primitivo, Tertulliano, soleva dire “Caro, cardo est salutis”, ossia “La carne è il cardine della Salvezza”. Tutte le apparizioni di Gesù risorto riportate dai vangeli canonici sono caratterizzate da riferimenti precisi alla coesistenza di anima e corpo. Gesù risorto mangia del pesce e del pane con gli apostoli (Gv 21, 9-15), dice a Tommaso di stendere la sua mano nel suo costato (Gv 20, 27). Nel suo vangelo scritto per i greci che, appunto, consideravano un’assurdità l’idea della risurrezione, Luca riporta chiaramente le parole di Gesù: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Lc 24, 38-39). Il termine “toccatemi” nell’originale greco è l’imperativo del verbo “pselafào” che significa letteralmente “tasto”, “palpo” qualcosa, quindi, di estremamente materiale. 

Conformemente a queste evidenze la Chiesa Cattolica conferisce all’umanità di Gesù un altissimo valore sacramentale. I Sacramenti, infatti, nella liturgia cattolica, rappresentano dei segni esteriori che ci mettono in contatto con le realtà soprannaturali. In quest’ottica, l’umanità di Gesù è il Sacramento di Dio. ”Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre” […] Gli disse Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre […] Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?” (Gv 14, 6-10).

lunedì 19 settembre 2016

L'abominio laicista: l'eutanasia dei minori

Alla fine, fatalmente, ci si è giunti: in Belgio è stato legalmente ucciso il primo minorenne con la "dolce" morte, l'eutanasia. In questo paese, infatti, a differenza dell'Olanda, primo paese europeo a legalizzare l'eutanasia, ma solo dopo i dodici anni, non esiste alcun limite di età. Il ragazzo ucciso aveva presumibilmente diciassette anni e, secondo quanto disposto dalla legge belga, avrebbe autonomamente chiesto di morire, con l'avallo obbligatorio dei genitori.

Certamente la legge belga impone paletti molto restrittivi all'applicazione di questa misura estrema, ma resta il fatto che se ad un minore, cioè ad una persona che per definizione non è in grado di prendere delle decisioni in modo pienamente consapevole, viene concessa una possibilità del genere significa che ai genitori viene praticamente consegnata una sorta di licenza di uccidere. Il minore, infatti, non potendo validamente e pienamente esprimere una sua volontà finisce per essere "propriamente" ucciso, anche considerando la vicenda in termini più strettamente laicistici. Anche a diciassette anni non si è in grado di decidere, un giovane chiede di non sentire più dolore e di guarire, non di morire. E' chiaro che l'eventuale richiesta a favore dell'eutanasia è solamente il frutto di una pressione psicologica dell'ambiente, di genitori disperati che, in quanto tali, non hanno piena cognizione di ciò che fanno e di medici che non sostengono il valore della vita, di qualunque vita e che non sanno fare altro che proporre la morte come soluzione. La prospettano come se fosse un asettico atto medico, una soluzione come tante altre, mentre invece non è affatto così. In realtà accelerare la fine di una vita non è affatto un atto medico (Dichiarazione sull'Eutanasia dell'Associazione Medica Mondiale - 39 Assemblea - Madrid 1987)

La tanto sbandierata "scelta di libertà" che vanno farneticando i laicisti si rivela, quindi, un vero e proprio viatico per l'omicidio legalizzato. Perché la degenerazione belga non è altro che la logica ed inevitabile conclusione del pericoloso cammino intrapreso dal laicismo che con la falsa ideologia della "libertà di scelta" finisce per distruggere il più elementare valore e diritto dell'uomo, cioè quello alla vita. La vita umana costituisce un valore fondamentale in se e, in quanto tale, non può dipendere da una soggettiva interpretazione umana.

Siamo di fronte ad un corto circuito laicista che assoggetta un valore oggettivo ad una valutazione soggettiva che falsamente e criminalmente chiama libertà, mentre è solo un nocivo libertalismo. Per questo l'eutanasia è sempre sbagliata, essa si basa sul misconoscimento della vita come un bene considerandola semplicemente un oggetto, di cui tutti possono disporne.

martedì 6 settembre 2016

L'offesa laicista al senso del sacro.

Faceva ridere la Guzzanti, Sabina Guzzanti, davvero. A me divertiva molto, la seguivo ai tempi di La TV delle ragazze, memorabili certi suoi personaggi, come Moana Pozzi, Massimo D'Alema, Silvio Berlusconi. Poi il virus laicista anticlericale la colpì profondamente e arrivò il suo penoso tramonto. Si rinchiuse in una piccola nicchia di volgarità e violenza da dove lancia le sue invettive facendo del vilipendio e della becera offesa personale le sue armi preferite. 

Se sodomizzazioni e fellatio caratterizzano il livello culturale della Guzzanti, non c'è certo da stupirsi che, contrariamente allo sdegno nazionale, a lei sia piaciuta la vergognosa vignetta del Charlie Hebdo sul terremoto in centro Italia. Del resto è proprio la pornografia il mezzo d'espressione usuale del giornaletto francese. Questo comune retroterra culturale tra la Guzzanti e CH non poteva non portare all'offesa gratuita ed allo sfruttamento del dolore. Così come non ci fu il rispetto del sacro, adesso non c'è stato quello per il dolore. 

La Guzzanti e CH dicono che la satira non deve necessariamente far ridere, bensì far riflettere denunciando le cose che non vanno senza fermarsi davanti a nulla. Ma quella vignetta cosa ha generato? Denuncia, riflessione o unanime sdegno? Ironizzare sui morti, vituperare il dolore dei sopravvissuti, quando ancora ci sono i corpi sotto le macerie, significa fare denuncia o aggiungere dolore a dolore? Se la satira non deve fermarsi davanti a nulla perché si è levato un coro generale di sdegno? Persino la stessa Francia si è dissociata dall'iniziativa del giornaletto pseudosatirico. 

Secondo il mio parere questo schifo deriva dalla perdita del senso del sacro. La vita è sacra, quindi anche il suo ricordo, i defunti, i cari scomparsi. La satira deve fermarsi quando vuole entrare nella sfera del sacro, sia laico che religioso. Perché significa violentare l'intimità della persona, violare il nostro profondo umano e nessuna satira può giustificare tale violenza inaudita. Per fare denunce e suscitare scandali ci sono altri mezzi, ma questo no.      
  

lunedì 22 agosto 2016

Gli Alogi, i negatori del logos

Verso la fine del II secolo la grande disputa sorta intorno alla visione gnostica del messaggio evangelico si arricchì di nuovi elementi che contribuirono a rendere la discussione sull'ortodossia della fede cristiana sempre più tormentata. In Asia Minore, l'odierna Turchia, si era sviluppata l'eresia montanista, un movimento religioso che, partendo da posizioni molto vicine allo gnosticismo, prese ad esaltare la figura dello Spirito Santo e del Logos divino come elementi centrali ed esclusivi del messaggio cristiano. Tutto ciò portò inevitabilmente, nella situazione magmatica delle comunità cristiane del posto, a movimenti di reazione. Tra questi sorse nella penisola anatolica un gruppo religioso che per contrastare le visioni e le pretese profetiche dei montanisti prese a considerare le figure dello Spirito Santo, il Paraclito, e del Logos annunciati del vangelo di Giovanni e nella sua Apocalisse, come false ed ingannevoli. 

I componenti di questo gruppo rifiutavano di considerare Cristo come il Logos, cioé il Verbo, e rinnegavano gli scritti canonici tradizionalmente attribuiti a Giovanni, cioè il IV vangelo e la sua Apocalisse (Ireneo di Lione, Adversus Haereses, III, II 9). Per questo motivo il vescovo Epifanio di Salamina nella sua opera contro tutte le eresie, il Panarion del IV secolo, li chiamò "Alogi", cioè "negatori del Verbo" e riferì anche che consideravano gli scritti giovannei canonici come opera di Cerinto d'Antiochia, un teologo siriano gnostico, ritenuto eretico dalla tradizione giovannea.      

Epifanio fu molto duro con tali prese di posizione e non si fece scrupoli a considerare gli Alogi come un gruppo composto da persone poco intelligenti. Non si spiegava, infatti come fosse possibile che Cerinto abbia potuto scrivere un libro che contraddicesse le sue convinzioni teologiche. Cerinto, infatti, considerava Cristo solamente un uomo che fu successivamente adottato da Dio, mentre il vangelo di Giovanni, e la sua Apocalisse, definiscono chiaramente la divinità preesistente di Gesù.

Così come i Montanisti, anche gli Alogi, nati per reazione, sono ugualmente molto distanti dalla primitiva ed originale tradizione apostolica che ha sempre riconosciuto in Cristo la sua umanità e divinità. Il vangelo di Giovanni, il più tardo tra i vangeli canonici, scritto verso la fine del I secolo, non fa altro che riassumere la fede cristiana apostolica così come si sedimentò nelle primitive comunità cristiane. E' un vangelo che fu subito reputato di eccezionale importanza dalla comunità cristiana e ritenuto autentico fin dagli inizi dell'era cristiana. Ogni lista di testi nell'uso liturgico della Chiesa primitiva contempla questo vangelo che è presente negli importanti codici del IV secolo, come il Vaticano ed il Sinaitico. Senza dimenticare che il più antico frammento oggi esistente di ogni vangelo, risalente ai primi anni del II secolo, riporta proprio quattro versetti di questo vangelo.  

Bibliografia

Catholic Encyclopedia, Volume I. New York 1911, Robert Appleton Company.
M. Craveri “L’eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo“ Mondadori Editore, Milano, 1996;

martedì 9 agosto 2016

Parte XI - Novità ed unicità del messaggio evangelico

Tra le più diffuse critiche al Cristianesimo c’è quella che identifica la fede dei primi cristiani come una religione finta costituita dalla riproposizione di culti preesistenti. Si tratta di una critica insensata, senza alcuna convincente base storica, eppure, fatalmente, anche D. Brown, ripropone le solite stupidaggini. Ne “Il Codice da Vinci”, a pag. 271, uno dei vari personaggi, lo “storico” Teabing, facendo una figura da somaro, afferma: «Nel cristianesimo non c’è nulla di originale. Il dio precristiano Mitra – chiamato ‘Figlio di Dio’ e “Luce del mondo” – era nato il 25 dicembre. Quando morì, fu sepolto in una tomba nella roccia e poi risorse tre giorni più tardi. Tra l’altro il 25 dicembre è anche il compleanno di Osiride, Adone e Dioniso. Al neonato Krishna sono stati offerti oro, incenso e mirra…». 

Veramente una sconcertante dimostrazione di crassa ignoranza! Come è possibile dire che nel Cristianesimo non c’è nulla di originale? Come è possibile paragonare Gesù ed il Cristianesimo con i culti di divinità pagane? Se c’è un punto su cui tutti sono d’accordo, cristiani, non cristiani ed atei, è proprio quello di considerare Gesù come una figura rivoluzionaria, di “rottura”. Egli, ebreo di nascita, dapprima stravolge la mentalità ebraica del suo tempo attuando comportamenti e professando insegnamenti assolutamente originali e impensabili per un giudeo. Poi universalizza il suo messaggio, cosa assolutamente inaudita, coinvolgendo nel suo progetto anche i gentili, cioè i non giudei. Si possono fare innumerevoli esempi di tutto questo: Egli porta a compimento la legge mosaica, la “Thorà”, (Mt. 5, 17), ritenuta sacra ed assolutamente intoccabile per gli ebrei, sostituendo il precetto formale con la legge dell’amore interiore (Mt. 5, 20; Mt. 5, 43-47). Insegna che la purità legale che si ottiene con le abluzioni, ritenute sacre ed imprescindibili, non ha alcun valore, ma è la purificazione del cuore che ci rende degni di Dio (Mt. 15, 1-20). Alla legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente”, ritenuta fondamentale dagli ebrei, sorprendentemente, oppone il perdono (Mt. 5, 38-42; Luca 6, 29-30). Egli ama ed ha compassione per i peccatori (Mt. 9, 10-13; Mc. 2, 15-17; Luca 5, 30-31; Gv. 8, 1-11), misericordia con le prostitute (Luca 7, 36-50). Per gli ebrei le malattie sono punizioni divine per i propri peccati (Gv. 9, 1-2), eppure Gesù ha pietà per gli ammalati guarendoli fisicamente e spiritualmente, cioè rimettendogli i peccati, operazione, per gli ebrei, di esclusiva competenza divina (Mt. 9, 1-8; Mc 2, 1-12; Luca 5, 21). Sconvolgente è il messaggio di uguaglianza di tutti i popoli di fronte a Dio. Distrugge il concetto di popolo eletto da Dio che avevano gli ebrei (Mt. 8, 5-13), pone a modello di fede degli stranieri (Luca 10, 29-37; Luca 17, 11-19) ed afferma che tutti possono far parte del nuovo popolo di Dio e divenire suoi figli, se si convertono e lo amano (Mt. 7, 21; Luca 6, 46). 

Ma tutto questo è niente di fronte alla novità di un Dio che si fa uomo, che si lascia crocifiggere e che, fatto veramente eccezionale, dopo tre giorni risorge. E’ la risurrezione la più grande novità del Cristianesimo! La morte dovuta al peccato non esiste più, l’uomo non è un essere destinato alla distruzione, ma viene accolto con amore da Dio Padre. La risurrezione è il fondamento della fede cristiana (2Cor. 5, 16), non è una credenza sviluppatasi più tardi all’interno della Chiesa. E’ il dato di fatto storico testimoniato dagli apostoli attorno al quale si fonda la comunità cristiana. Quindi niente a che vedere con i miti iranici legati al culto del dio Mitra, in cui la “morte” e la “risurrezione” erano eventi legati al ciclo della natura che alterna le sue stagioni passando dal letargo dell’inverno al rifiorire della primavera. Niente di storico in tutto questo. La data del 25 dicembre, che, tra l’altro, non compare mai in nessun vangelo, era una ricorrenza simbolica della vittoria della luce sulle tenebre (solstizio d’inverno) in cui venivano celebrate divinità “solari” come, appunto, Adone, Osiride, Dioniso e, specialmente, il “Sol invictus”. La risurrezione di Gesù, così come raccontata dagli apostoli, è un fatto del tutto nuovo e sconvolgente, non ha riscontri presso gli ebrei che credevano solo in una risurrezione alla fine dei tempi (Gv. 11, 23-24; 1Cor. 15, 12) e neanche presso i Greci e i Romani. Questi non potevano concepire l’idea di un uomo che risorgesse e, per giunta, nella sua interezza di anima e corpo (1), proprio per questo motivo gli Ateniesi, sulla collina dell’Aeròpago, deridono Paolo quando parla loro della resurrezione di Gesù (Atti 17, 32). 

D. Brown afferma che anche il dio Mitra era chiamato “Figlio di Dio” e “Luce del mondo”, e allora? Anche i Faraoni dell’antico Egitto erano denominati così, i grandi condottieri greci e macedoni si ritenevano figli della divinità, per non parlare, poi, dei vari sovrani orientali o degli imperatori romani. Quello che D. Brown non sa è che il titolo di “Figlio di Dio” ha per gli ebrei un significato del tutto originale e particolare che lo contraddistingue da ogni altra tradizione. Il “Figlio di Dio” è l’atteso annunciato dai profeti, il messia promesso da Dio al suo popolo, una sorta di essere superiore che viene a riscattare Israele dalle sue infermità. Gesù applica a se stesso questa speranza messianica, solo che, altra novità, non si tratta di un riscatto terreno, “politico”, ma di una libertà dal peccato, cioè il “Regno di Dio”, la vita eterna.

Note
(1) per gli ebrei l’uomo è un’unità indivisibile di corpo e di anima, di materia e spirito, quindi l’unica risurrezione possibile è quella di quest’uomo completo. Per i greci, al contrario, l’uomo è il risultato di una addizione: corpo e anima, materia e spirito, dove la parte spirituale è come prigioniera di quella materiale.

venerdì 15 luglio 2016

La Chiesa ed il "secolo oscuro"

Uno dei periodi più oscuri della vita della Chiesa è senza dubbio quello indicato da molti storici col termine di “Secoli bui”, ossia il periodo iniziale del Medioevo, l'Alto medioevo, che orientativamente va dalla caduta dell’impero romano fino all’anno 1000 dopo Cristo. In particolare un secolo, il decimo del primo millennio, è considerato da molti storici come il “secolo oscuro della Chiesa” per antonomasia. In soli 50 anni ben 45 papi ed antipapi guidarono la Chiesa e il mondo cattolico, la maggior parte per pochi anni e qualcuno solo per qualche mese o settimana. In quel periodo vi furono ben sei scismi, 15 papi vennero deposti, 14 morirono in carcere, in esilio o assassinati. Imperversavano la “simonia”, cioè la compra-vendita di beni ecclesiastici, di cose sacre, ed il “nicolaismo”, cioè la vita sregolata degli ecclesiastici. La storiografia laicista ha sempre sottolineato l’estrema decadenza del papato di quel periodo arrivando a parlare di “governo di femmine e prostitute”, di una vera e propria “pornocrazia romana”, termine molto forte coniato in Francia.

In effetti in quegli anni l’intromissione di potenti famiglie laiche romane e del circondario, con alcune figure femminili dispotiche, ma anche dell’autorità imperiale, provocarono alla Chiesa danni incalcolabili. Sono tristemente note le figure di Teodora e, specialmente, della figlia Marozia, la quale detenne per diversi anni il potere di influire sulla nomina del papa, fu amante di papa Sergio III e fece assassinare papa Giovanni X che aveva cercato di sottrarsi al suo dominio. Questa donna contribuì alla nascita della sconcertante leggenda della “papessa Giovanna” che fingendosi uomo sarebbe stata eletta papa per poi partorire un figlio avuto da un amante durante una processione. Una leggenda senza alcun fondamento storico, ma che ben illustra il livello di reputazione a cui era scaduto il soglio pontificio. In quel periodo il potere dei laici era divenuto assoluto, il papato fu in balìa dei duchi di Spoleto che imposero l’assurdità del concilio del cadavere, della potente famiglia dei Crescenzi che imposero ben tre papi, dell’imperatore Ottone I che pretese dal papa di essere consacrato imperatore, della famiglia dei conti di Tuscolo che imposero altri tre papi con l’ultimo dei quali, Benedetto IX, eletto ad una età scandalosamente giovane, tra i dodici e i vent’anni, che arrivò a vendersi la successione pontificia al proprio padrino (che divenne Gregorio VI) cercando poi di sposarsi!

Nonostante queste vicende facciano molta impressione, non bisogna cadere nella facile tentazione di condannare la Chiesa bollandola di immoralità ed indegnità, come fanno i laicisti. Occorre, infatti, considerare che già dal VIII secolo la Chiesa si trova sotto il continuo controllo del potere civile. Appena dopo la caduta dell’impero romano, nel corso dell’Alto Medioevo la Chiesa si trova ad essere al centro di un patrimonio molto esteso (costruzioni, terreni) il cui reddito, a norma del diritto canonico, è destinato a mantenimento del clero e all’assistenza dei poveri. Dal IX secolo questo patrimonio non è più solo appannaggio della Chiesa, ma anche, e soprattutto, del potere laico che esercita un diritto di proprietà a motivo della protezione che assicura alla Chiesa. Tale diritto di protezione appartiene dapprima solo al sovrano, ma poi, con la decadenza del potere regale, viene trasferita ai feudatari del regno. Gradatamente avviene, così, che il signore feudale viene a disporre del beneficio ecclesiastico come cosa propria, sceglie egli stesso la persona che gli conviene e gli affida il beneficio ecclesiastico attraverso una cerimonia di investitura, consegnandogli le chiavi, se è un parroco, o il bastone pastorale, se è un vescovo. Una procedura profondamente equivoca perché in tal modo l’ordine spirituale diveniva subalterno all’ordine temporale, con addirittura il beneficiato, appartenente al clero, che doveva prestare giuramento al proprio signore, anche se laico.

Tutto ciò portò progressivamente agli eccessi del X secolo, ad un papato completamente succube del potere politico e completamente avulso dalla sua missione. Da una situazione del genere, completamente deteriorata, la Chiesa seppe rialzarsi. A diverse riprese, in occasione di Concili, i papi, a cominciare dalla fine del X secolo e agli inizi dell’XI, come Benedetto VII e Silvestro II, cominciarono a manifestare riprovazione per gli abusi del potere laico e tentarono delle riforme. Ma fu solo con papa Leone IX, dal 1049, che iniziò una vera e propria riforma generale della Chiesa che portò papa Niccolò II, dieci anni dopo, a condannare per la prima volta il principio stesso dell’investitura ricevuta dai laici. Con i decreti emanati nel 1059 Niccolò II riserva l’elezione del papa ai soli cardinali e proibiscono l’investitura dei benefici ecclesiastici da parte dei laici. Successivamente, in seguito alla logica reazione del potere laico, nel 1075 ha inizio la lotta per le investiture tra il papa Gregorio VII e l’imperatore e i suoi successori. Gregorio VII seguì con maggiore severità la linea tracciata dai predecessori convinto della necessità di eliminare l’investitura laicale. Tutto ciò condusse al conflitto con l’imperatore Enrico IV che con alterne vicende portò il papa in esilio a Salerno dove morì, mentre a Roma dominava l’antipapa Clemente fedele all’imperatore. Tutto ciò può sembrare una sconfitta, ma in realtà si trattò di una grande vittoria morale che diede la spinta decisiva alle idee riformatrici in Occidente.

Così la pratica dell’investitura laicale decadde progressivamente fino ad arrivare ad una soluzione giuridica con il concordato di Worms nel 1122, tra l’Imperatore Enrico V e papa Callisto II, che fece distinzione tra l’ufficio spirituale e il beneficio temporale. L’autorità ecclesiastica si riservò il conferimento del primo, dando ai prelati l’investitura per mezzo dell’anello e del pastorale. L’imperatore, che poteva presenziare al momento dell’elezione, interveniva poi per conferire nell’ecclesiastico l’investitura riguardante i benefici materiali. 

Ma come è necessario evitare l’intromissione dei laici nella scelta degli ecclesiastici, è altrettanto necessario sottrarre al potere civile ogni ragione di intervento e ciò è possibile solo attraverso la nomina alle cariche ecclesiastiche di persone veramente degne ed irreprensibili. Per questo nel 1074 Gregorio VII iniziò la sua riforma emettendo , in un sinodo riunito a Roma, specifici decreti contro la simonia e il nicolaismo proprio per contrastare il rilassamento dei costumi e della disciplina ecclesiale. E’ in questo periodo che il celibato, già consigliato da molto tempo ai candidati al sacerdozio, finì per diventare una regola generale. Rinunciando al matrimonio e perciò alla possibilità di una trasmissione degli uffici e dei benefici, il clero cattolico in pratica rifiutò di integrarsi nell’ordine feudale e poté più facilmente mantenere in mezzo al mondo una testimonianza stimolante alla santità. 

Le pesanti critiche di indegnità e totale inadeguatezza provenienti da certa storiografia laicista lasciano il tempo che trovano, la Chiesa assoggettata al potere laicale finisce inevitabilmente per tradire il suo mandato e perdere di vista la missione affidatagli da Cristo. Ma la storia insegna che se viene liberata da tale potere la Chiesa diviene capace di recuperare il suo ruolo santificatore della società, un ruolo che comprende anche l’insegnamento della Parola di Dio. Per tali motivi ha diritto ai mezzi materiali che gli permettano di esercitare la propria attività in piena indipendenza. Ciò non impedisce, però, che l’ecclesiastico resti un cittadino di uno Stato temporale, a cui, come persona privata, deve prestare la giusta ubbidienza. 



Bibliografia

L. Genicot “La spiritualità medioevale” Ed. Paoline 1958;
G. Miccoli “Chiesa gregoriana” La Nuova Italia, Firenze 1966;
A. Fliche, A. Vasina “La riforma gregoriana e la riconquista cristiana (1057-1123)" Ed. Paoline, 1972;
E. Amman, A. Dumas, O. Capitani “L’epoca feudale. La chiesa del particolarismo (888-1057)” Ed. Paoline 1973;
R. Morghen “Medioevo cristiano” Laterza, Bari 1974;
F. Cardini e M. Montesano “Storia medievale”, Firenze, Le Monnier Università, 2006

martedì 5 luglio 2016

Parte X - L’autorità testuale del Nuovo Testamento

Una tra le critiche più diffuse che riguardano i vangeli canonici allude alla loro scarsa fedeltà ai testi originali, in quanto le versioni giunte fino a noi avrebbero subito, nel corso dei secoli, manipolazioni e rivisitazioni. Nella scimmiottatura di un libro storico che è “The Holy Blood and The Holy Grail“, gli autori M. Baigent e R. Leigth, muse ispiratrici di D. Brown, riescono a scrivere delle castronerie senza precedenti. Si legge: «… Fu a questo punto che vennero apportate probabilmente quasi tutte le alterazioni decisive al Nuovo Testamento e Gesù assunse la posizione eccezionale che ha avuto da allora […] Delle cinquemila versioni manoscritte più antiche del Nuovo Testamento, nessuna è anteriore al IV secolo. Il Nuovo Testamento nella sua forma attuale è sostanzialmente il prodotto dei revisori e degli scrittori del IV secolo: custodi dell’ortodossia, “seguaci del messaggio” con precisi interessi da difendere». 


Questa affermazione è semplicemente ridicola. Denota la totale ignoranza di cosa sia un documento storico, del fatto che esistano e che servano a dimostrare ciò che si afferma. Gli studiosi sono a conoscenza di almeno 500 manoscritti del Nuovo Testamento anteriori al IV secolo e i vangeli riportati nei grandi codici del IV secolo d.C. si presentano totalmente fedeli a quelli che ritroviamo nei papiri del I secolo d.C. Come riporterò in questo paragrafo, tali documenti sono conosciuti e studiati da moltissimi anni e possono essere visionati da chiunque. Quindi nel IV secolo non si è verificata alcuna revisione, non è stato imposto alcun messaggio adulterato. 

Al contrario di quanto operato dai vari M. Baigent, R. Leigth, H. Lincoln, L. Gardner, B. Thiering, ecc… effettuare una seria analisi storica significa verificare sempre l’affidabilità delle fonti a cui si attinge. Il metodo scientifico ci insegna che per giudicare la storicità di un testo antico occorre anche valutare l’esistenza di una sua valida testimonianza documentale. Di nessun scritto dell’antichità conosciamo il manoscritto originale dell’autore, questo perché il materiale usato, come papiri e pergamene, essendo di origine organica, si sono deteriorati con il tempo. Quindi, al pari di qualsiasi opera letteraria del mondo classico, anche dei vangeli del Nuovo Testamento non abbiamo la prima stesura originale. Però al contrario di ogni altro scritto dell’antichità il Nuovo Testamento è attestato dai manoscritti più antichi e numerosi che esistano. Sono conosciuti attualmente più di 2500 manoscritti contenenti il testo greco del Nuovo Testamento. Il più antico, il papiro Rylands P52, che riporta parti del vangelo di Giovanni, risale circa al 125 d.C., quindi è una copia scritta a meno di 30 anni dall’originale! L’autorità testuale del Nuovo Testamento non ha eguali. Basta pensare che per gli scrittori greci il tempo che intercorre tra l’originale e il primo manoscritto in nostro possesso è almeno di 1200 anni! Per Eschilo, ad esempio, vissuto tra il 525 e il 456 a.C., il primo manoscritto di una sua tragedia è del XI secolo d.C., tra stesura e copia un intervallo di ben 1500 anni! Per le opere di Platone si parla addirittura di 13 secoli. Altro dato importante è la quantità di tali testimonianze scritte. Se consideriamo tutti i codici del Nuovo Testamento, cioè le copie manoscritte prima dell’avvento della stampa, queste sono almeno più di 5000, un numero enorme, specie se confrontato con quello di tutti gli altri testi dell’antichità. Di Orazio abbiamo solo 250 codici, di Virgilio 110, di Platone 11, di Tacito appena 2. 

Il famoso biblista tedesco Rudolf Thiel ha dichiarato: «…nessun libro dell’antichità è stato trasmesso con tanta accuratezza, abbondanza e antichità di manoscritti come il Nuovo testamento» (R. Thiel “Jesus Christus und die Wissenschaft”, Berlin, 1938.). 

Tre sono i generi di scritti che ci hanno trasmesso il testo del Nuovo Testamento: papiri e codici, citazioni e versioni antiche. I papiri e i codici (1) rappresentano gli scritti più antichi. Ai fini della critica testuale sono importanti circa 266 codici onciali (2) e circa 84 papiri. Vediamo ora alcuni dei papiri e i codici più antichi e, quindi, più importanti.

Papiro Rylands P52: è il più antico manoscritto del Nuovo Testamento, risale al 125 d.C. Prende il nome dalla biblioteca in cui è conservato: la John Rylands library di Manchester. Fu trovato in Egitto e con esso fu provato definitivamente che il vangelo di Giovanni non è uno scritto posteriore al 100 d.C. Riporta sulla facciata anteriore i versetti 31-33 del capitolo 18 del vangelo di Giovanni e in quella posteriore i versetti 37-38 dello stesso capitolo (Gesù di fronte a Pilato).



Papiro Bodmer II P66: è del II secolo d.C., prende i nome dal suo possessore Martin Bodmer. E’ conservato presso la biblioteca Bodmeriana a Cologny, vicino a Ginevra, in Svizzera. E’ un vero e proprio codice papiraceo, cioè un libro con fogli di papiro costituito da sei fascicoli per un totale di 104 pagine. Contiene tutto il vangelo di Giovanni scritto in onciale biblico.






Papiro Chester Beatty P45: come tutti gli altri prende in nome dallo studioso inglese che li acquistò nel 1930-31. Attualmente si trovano a Dublino. Risale al 200 d.C. Contiene gran parte dei vangeli di Matteo, Marco e Luca, e degli Atti degli Apostoli.








Papiro Chester Beatty P46: è il più antico manoscritto delle lettere paoline, risale anch’esso al 200 d.C. ed è composto da 86 pagine. Questo papiro dimostra che già verso la metà del II secolo si era completata la raccolta delle 14 lettere paoline, addirittura prima dei 4 vangeli canonici. Tutto ciò è confermato da un brano della seconda lettera di Pietro: «La magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza, come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; così egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficile da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per la loro propria rovina» (2 Pietro 3, 15-17).

Papiro Bodmer VIII (P72): è il più antico manoscritto delle lettere cattoliche, contiene le lettere di Pietro e la lettera di Giuda. Vi sono anche alcuni scritti apocrifi, cioè non ritenuti ispirati, come altra corrispondenza di Paolo con i Corinti, un’omelia di Melitone di Sardi sulla Pasqua, l’Apologia di Filea, ecc… Le due lettere di Pietro, incluse in questo papiro, sono conservate in Vaticano, in quanto furono donate dal Dr. Martin Bodmer alla Santa Sede.




Papiro Bodmer XIV-XV (P75): appartiene alla collezione bodmeriana di Cologny (Ginevra). Anch’esso risale alla fine del II secolo d.C., contiene interamente i vangeli di Luca e Giovanni e, aspetto importantissimo, è pressoché identico al testo del Codice Vaticano o Codice B. Questo dato permette di confutare totalmente la teoria delle “recensioni”, secondo la quale i vangeli sarebbero stati “rielaborati” nel IV secolo.






Codice Vaticano o Codice B: è chiamato così perché fin dal 1475 è riportato nel catalogo della Biblioteca Vaticana con il numero 1209. E’ un codice in pergamena scritto in caratteri onciali ed è ritenuto, risalendo al 300 d.C., la più antica copia integrale della Bibbia.



Codice Sinaitico o Codice S: anch’esso è un codice in pergamena e risale alla metà del IV secolo. Contiene sia l’Antico che il Nuovo Testamento ed altri scritti come le lettere di Barnaba, il Pastore di Erma e testi di Padri Apostolici. Fu scoperto nel 1844 nella biblioteca del monastero di Santa Caterina al monte Sinai dal ricercatore Costantino von Tischendorf . Nel 1933 fu venduto al British Museum di Londra dove è attualmente conservato. 





Codice Alessandrino: è conservato al British museum, e risale al V sec. Contiene tutto il Nuovo Testamento.

Codice di Washington: contiene i vangeli nell’ordine preferito dalle comunità cristiane occidentali cioè: Matteo, Giovanni, Luca e Marco. E’ del V secolo.

Altri scritti importanti cono le citazioni, cioè brani del Nuovo Testamento riportati da scrittori antichi nelle loro opere. Sono molto numerose tanto che se fossero riunite tutte in un solo documento si potrebbe ricostruire tutto il Nuovo Testamento. Questo dato ci dimostra come la conoscenza dei vangeli fosse diffusa in un’area geografica vastissima.

Infine, abbiamo le versioni antiche, cioè le traduzioni dal testo originario greco. Dal punto di vista storico sono molto importanti perché composte in tempi vicinissimi alla redazione degli originali. In alcuni casi talune traduzioni sono addirittura anteriori ai codici più antichi. Ad esempio la “Vetus latina”, prima versione in latino del Nuovo Testamento, composta a partire dal II secolo d.C.

Tutti questi codici, citazioni e versioni antiche del IV-V sec. d.C. possono essere tranquillamente messi a confronto con gli scritti del I sec. d.C. Sono totalmente fedeli, confrontandoli tra di loro non emergono variazioni sostanziali. Ciò indica chiaramente che derivano tutti dalla stessa fonte, ossia gli originali del I sec., in caso contrario avremmo delle redazioni discordi. La teoria “revisionista” dei vari M. Baigent e R. Leigth è una vera e propria fesseria, non c’è stata alcuna revisione nel IV secolo e non c’è traccia di alcun complotto per difendere chissà quali “interessi”. 

Questa abbondanza documentale ha permesso alla moderna critica testuale la ricostruzione del testo più fedele possibile all’originale, il cosiddetto “testo critico”. Questa edizione critica del Nuovo Testamento è, oggi, unanimemente accettata dalla comunità scientifica e da tutte le confessioni cristiane (Cattolici, Protestanti e Ortodossi).

Per concludere vorrei riportare un’autentica cretinata scritta a pag. 299 de “Il Codice da Vinci”: «I testimoni che hanno potuto vedere il tesoro del Sangreal dicono che occupava quattro enormi bauli. Si dice che in quelle casse ci siano i documenti puristi, migliaia di pagine di documenti risalenti a prima di Costantino, scritti dai primi seguaci di Gesù, in cui gli viene reso omaggio come maestro e profeta assolutamente umano. Inoltre si dice faccia parte del tesoro il leggendario Documento Q, un manoscritto la cui esistenza è ammessa persino dal Vaticano. A quanto si dice, è un libro con gli insegnamenti di Gesù, forse scritto da lui stesso».

Già dall’uso abbondante di espressioni del tipo: “si dice”, “forse”, possiamo capire la totale inconsistenza di queste affermazioni. Non esistono e non sono mai esistite migliaia di pagine di documenti, risalenti a prima di Costantino, che affermino la natura umana di Gesù. Le prime affermazioni circa una natura solo umana di Gesù sono l’eresia ariana del IV secolo e poi quella nestoriana del V secolo (3), quindi contemporanee e successive all’epoca di Costantino. Fa sorridere, poi, il riferimento al “leggendario” documento Q che avrebbe scritto lo stesso Gesù (che mi tocca sentire, n.d.r.). Povero D. Brown, è talmente ignorante che le sue puerili panzane fanno quasi tenerezza. In realtà, molto probabilmente, il nostro professoruncolo del New Hampshire lo ha sentito nominare da qualche parte e lo ha infilato nel suo minestrone.

Nell’ambito dello studio sulla formazione dei vangeli, il cosiddetto “documento Q” è una ipotetica fonte testuale (Q deriva dal tedesco “Quelle” cioè fonte) immaginata dagli studiosi che hanno elaborato la teoria delle “due fonti” (in tedesco, Zwei-Quellen-Theorie). Secondo questa teoria il vangelo di Matteo sarebbe stato composto attraverso l’assemblaggio di due fonti primarie, che già circolavano presso la comunità cristiana primitiva. Una di queste sarebbe il vangelo di Marco, reputato il più antico e l’altra, appunto, il “documento Q”, immaginata come una raccolta dei detti di Gesù (i cosiddetti loghia). Tali documenti non dovevano essere necessariamente scritti, ma potevano consistere anche in una tradizione orale tramandata a memoria, fenomeno tipico della cultura ebraica antica. Questa teoria spiegherebbe perché il materiale di Marco si trova, più o meno, in Matteo e Luca, mentre il materiale della fonte “Q”, pur riscontrandosi ugualmente nei vangeli di Matteo e Luca, è assente in quello di Marco.

Come è facile capire la teoria del “documento Q” non può essere usata per i giochetti di D. Brown, ma è un elemento che appartiene allo studio serio e scientifico della Scrittura a cui partecipano anche gli studiosi cattolici e la Chiesa Cattolica. Senza alcun mistero.



Note
(1) nel I secolo d.C. si scriveva su fogli costituiti da lunghe strisce intrecciate di papiro, materiale molto fragile, ma economico, riuniti in lunghe strisce arrotolabili, oppure su pergamene (da Pergamo, la città dove ne venne perfezionato l’uso) costituite dalla pelle degli animali ripulita da peli e carne e, di seguito, trattata con calce e pietra pomice. Risultavano molto più resistenti, ma costose.

(2) cioè scritti in lettere maiuscole, alte un’oncia. Sono i codici più antichi, vanno dal III secolo fino al XI secolo. I più recenti erano scritti in corsivo, vanno dal IX secolo fino all’invenzione della stampa.

(3) l’eresia ariana, che prende il nome da Ario, un prete di Alessandria, negava la divinità di Gesù affermando l’esistenza in Lui della sola natura umana. L’eresia nestoriana, invece, che deriva da Nestorio, Patriarca di Costantinopoli nel 428, affermava che la divinità del verbo di Dio “abitava” nel corpo umano di Gesù come in un tempio. L’ortodossia cattolica ha sempre affermato, invece, che Gesù ha due nature: sia quella umana che quella divina.