giovedì 31 gennaio 2013

Gesù e Horus

Tra le più bizzarre falsità che si possono leggere nei vari siti anticristiani che riempiono il web, e che la propaganda laicista spaccia per verità storiche, c’è sicuramente l’assurda teoria del parallelismo tra la figura di Gesù di Nazareth e il mito di Horus, l’arcaica divinità egizia. 

Questa teoria, nata nel XIX secolo in ambienti anticristiani britannici, è stata rispolverata, col il libro “The Christ Conspiracy” del 1999, dalla famigerata pseudo-archeologa D. M. Murdock, meglio conosciuta con lo pseudonimo di Acharya S, e replicata in rete nel 2007 dal film Zeitgeist: the movie. Questa storiella, raccontata per abbindolare i creduloni, tratta di un supposto parallelismo tra i due personaggi fin nei più piccoli dettagli. 

Sinteticamente, tra le tante sciocchezze affermate, in particolare si afferma che Horus sarebbe nato il 25 dicembre dalla vergine Isis-Meri in una grotta e che il suo concepimento sarebbe stato annunciato dall’angelo Thoth. Horus, al pari di Gesù, avrebbe avuto un padre putativo, Seb (Joseb), sarebbe stato battezzato nel fiume Eridano (Giordano) da un certo Anup “il battista”, avrebbe avuto 12 discepoli, sarebbe stato chiamato con vari nomi simbolici tipo “la verità”, la “luce”, “il figlio eletto di Dio”, e così via… finché, alla fine, sarebbe stato crocifisso e poi risorto. 

A prima vista tutte queste incredibili coincidenze tra la storia di Gesù dei vangeli ed il mito di Horus lascerebbero pensare che davvero i primi cristiani avessero scopiazzato un mito preesistente e che il cristianesimo sia solo tutta una farsa, ma le cose non stanno così. Se sottoponiamo questa teoria al vaglio della ricerca storica, confrontandola con le conoscenze dell’egittologia, ci si accorge immediatamente che si tratta i una colossale bufala. 

Innanzitutto non esiste un solo mito di Horus, infatti come divinità solare è Haroeris, Harakhthe, Harmakhis, Horo di Behedet. Come figlio di Iside è Arpocrate (Horus bambino), Harsiesi (figlio di Iside), Harendotef (Horus vendicatore del padre). Horus è soprattutto il dio dinastico, è colui che siede sul trono di suo padre Osiride e nel quale ogni sovrano vivente si identifica. Ognuno di tali miti ha una sua storia che differisce l’uno dall’altra. Con quali di tali miti vennero a contatto i cristiani? La Murdock non lo dice. Ma ciò che fa più sorridere è il fatto che al tempo della redazione dei vangeli (I secolo) la religione egiziana non è più quella del mito di Horus del 3000 a. C.. E’ assolutamente improbabile che un mito oscuro, lontanissimo dalla cultura ebraica, non più professato nell’Egitto del I secolo d.C., possa venir rispolverato dai redattori, seppur ritenuti fraudolenti, dei vangeli. Con la lunga dominazione tolemaica, l’Egitto si era totalmente ellenizzato e la religione aveva completamente perso i suoi connotati antichi originari. Nel I secolo d.C. in Egitto non veniva più da tempo adorato Horus, ma Serapide una nuova divinità composita greco-egiziana, che sommava le caratteristiche di Osiride (il dio del Nilo), Asclepio (il dio della guarigione), Giove (il dio supremo dell'Olimpo, Zeus, adattato per l'uso romano) e Plutone (il dio degli inferi). Lo stesso culto di Iside, che si diffuse in tutto l’impero romano, costituisce un tipico esempio di come un nuovo adattamento del mito abbia potuto quasi del tutto perdere le sue caratteristiche originali. Ciò testimonia la tipica tendenza della cultura greca di trasmutare ogni tratto preso in prestito in una espressione del pensiero ellenico (G. Miller, Enciclopedia delle Religioni). 

Ma anche volendo confrontare la storica vicenda gesuana con l’antico mito di Horus ci si accorge immediatamente delle profonde differenze esistenti e delle spudorate invenzioni della Murdock. Infatti, ad esempio, non risulta in nessun punto del mito di Horus una nascita il 25 dicembre. Del resto ciò sarebbe del tutto impossibile essendo il giorno di nascita di Horus contemplato tra i 5 giorni epagomeni, ovvero gli ultimi 5 giorni dell’anno Egizio, che cadono a cavallo tra giugno e luglio (il Capodanno egizio si festeggiava al momento della levata eliaca della stella Sirio, ovvero con l’avvento della piena del Nilo). In realtà Horus, secondo il mito nacque l’ultimo giorno del mese di Kohiak, ovvero il 15 novembre (e non il 25 dicembre). Inoltre la data del 25 dicembre non ha alcuna rilevanza, in quanto non è mai indicata nei vangeli come la data di nascita di Gesù. Secondo il mito, Horus non è nato affatto in una grotta ma nella palude del delta del Nilo. Horus, inoltre, non è nato da una vergine. Infatti un antico rilievo egiziano raffigura questo concepimento mostrando Iside sotto forma di un falco che, negli inferi, “utilizza” il fallo eretto di Osiride morto. In nessun mito di Horus c’è la notizia di un’annunciazione e tantomeno di un angelo di nome Thoth che, infatti, non era affatto un angelo ma il dio della conoscenza dalla testa di ibis. Il nome del dio padre di Osiride e di Horus non è affatto Seb, nome inesistente, ma Geb e non si tratta affatto di un padre putativo, ma secondo la cosmologia eliopolitana, di un padre naturale. E così via tutte le altre affermazioni si rivelano delle vere e proprie falsità: il fiume Eridano non esiste affatto, ma è una costellazione che nella cultura greco-romana, e non quella egiziana, rappresenterebbe il fiume Po; i soli ed unici titoli di Horus erano: Grande Dio, Signore delle Potenze, Signore dei Cieli e Vendicatore di Suo Padre; Horus non fu mai battezzato, tantomeno da Anup, che sarebbe il nome egizio del dio Anubi, il quale, peraltro, non ebbe mai l’appositivo di “battista”; dodici apostoli, crocefissione e resurrezione non fanno parte del mito di Horus, tutte fantasie della Murdock. 

L’aspetto più sconcertante di questa penosa vicenda è che la Murdock, che non è neppure un’egittologa, non cita né fonti e né documenti, ma trae questa teoria quasi interamente dalle opere di uno pseudo egittologo autodidatta della seconda metà del 1800, un certo Gerald Massey, esponente della massoneria, poeta e scrittore. Appassionato di civiltà egizia, lo scrittore apprende da autodidatta l'arte di decifrare i geroglifici. La sua teoria, che vuole instaurare un parallelismo tra la vita di Horus e quella di Gesù, si basa solo su un rilievo, che si troverebbe nel tempio di Luxor, da lui solo interpretato come raffigurante l’annunciazione, la nascita e l’adorazione di Horus, con Thoth che annuncia alla vergine Iside il concepimento di Horus. Ma Massey riguardo a tale raffigurazione non fornisce alcun identificazione di tale rilievo e neppure l’esatta ubicazione nel tempio. A tal riguardo la comunità scientifica è completamente scettica e ha rigettato senza riserve le teorie di Massey criticando aspramente l’“interpretazione” fornita, come ben riassunto dall’intervento dello storico dell’antichità e filosofo ateo, Richard Carrier: "Le opere di Massey, che tentano di stabilire un più generale parallelismo tra la religione giudaico-cristiana e la religione egizia, sono assolutamente disconosciute dalla moderna egittologia e non sono menzionate nell'Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt o in qualche altra opera di riferimento di questa branca accademica. Massey non è infatti nominato né in "Who Was Who in Egyptology" di M. L. Bierbrier (III ed., 1995), attuale lista degli egittologi internazionali di riferimento, né tanto meno nella più estesa bibliografia sull'antico Egitto, stilata da Ida B. Pratt (1925/1942), universalmente riconosciuta dalla comunità internazionale degli egittologi". 

Un professore di Harvard e della Manchester University, W. Ward Gasque ha condotto un sondaggio internazionale tra il Canada, Stati uniti, Regno Unito, Australia, Germania e Austria raccogliendo il parere di venti egittologi tra i più eminenti, tra cui il professor Kenneth Kitchen dell’Università di Liverpool e Ron Leprohan, professore di Egittologia presso l’Università di Toronto, per analizzare scientificamente l’attendibilità delle affermazioni della MurdocK e di Massey. Gli studiosi sono stati unanimi nel respingerle (W. W. Gasque “The Leading Religion Writer in Canada…Does He Know What He’s Talking About?” George Mason University’s History News Network). 

In conclusione si rimane veramente sconsolati dalla pochezza scientifica alla base delle roboanti asserzioni della Murdock. Un’egittologia sgangherata, piena di imprecisioni che ignora gli studi più moderni per riferirsi a documenti datati di un’epoca post-vittoriana dove persino la lettura geroglifica era del tutto approssimativa. La sconcertante diffusione sul web di questa sciocchezza del parallelismo tra Gesù e Horus non è altro che l’ennesima conferma del modo di agire della propaganda laicista. Una semplice teoria fantasiosa, costruita da una persona totalmente incompetente e senza alcuna preparazione accademica, diviene immediatamente una rivelazione storica indiscutibile soltanto perché vuole gettare un’ombra sulla solidità storica delle origini cristiane. 


Bibliografia 

Bud.ERR “Budge” E. Wallis. 1961. 
Meek.DL Meeks, Dimitri. “Daily Life of the Egyptian Gods”. 1996. 
Short.EG -- Shorter, Alan. “Egyptian Gods: A Handbook”. 1937. 


lunedì 14 gennaio 2013

Quando i giudici esagerano

Tre giorni fa una sentenza della Cassazione, nel respingere il ricorso di un padre contro l’affidamento del figlio alla madre convivente con un’altra donna, ha stabilito che sia un mero pregiudizio il fatto che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale. La sentenza ha inoltre stabilito che “non si può dare per scontato ciò che invece è da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto famigliare”. 

Ovviamente non contesto la decisione dei giudici, viste le gravi e conclamate colpe di un padre assente e violento, ma certamente alcune motivazioni della sentenza lasciano molto perplessi. 

Come fanno dei giudici a stabilire cosa sia un mero pregiudizio? Su quali basi scientifiche? Come fanno a stabilire in assoluto che per la crescita e la maturazione psicologica, relazionale e affettiva di un bambino, uno dei due genitori è inutile? Con quali argomenti, con quali certezze giuridiche e scientifiche questi giudici si sono potuti spingere fino a negare scienze come la sociologia, la psicologia e la psichiatria che ribadiscono l’importanza basilare della complementarietà della figura maschile e femminile dei genitori nello corretto sviluppo del bambino? E il diritto naturale completamente ignorato? Il diritto del minore ad avere un padre ed una madre secondo la naturale evoluzione della vita?

Tra l'altro la superficialità dei giudici non sarà senza conseguenze, infatti la sentenza è stata subito strumentalizzata dall'apparato mediatico laicista che l'ha subito utilizzata per cercare di forzare la mano alla politica, con buona pace del diritto naturale dei bambini.   

La sentenza ha ricordato anche che “non si può dare per scontato ciò che invece è da dimostrare”, ciò è certamente giusto, ma è altrettanto giusto e corretto non sbilanciarsi in affermazioni che sono anch’esse tutte da dimostrare. Questa volta i giudici hanno davvero passato il segno, esagerato, si sono inoltrati in una materia in cui erano incompetenti.

sabato 12 gennaio 2013

Mario Tozzi, il geologo tuttologo

Tra i personaggi più o meno noti dell’apparato mediatico italiano che non perde occasione di dar sfoggio del più bieco laicismo c’è senza dubbio il geologo televisivo Mario Tozzi. La sua immagine pacata sul piccolo schermo di competente divulgatore scientifico (anche se non sempre) stride fortemente con le sue consuete apparizioni radiofoniche. Mario Tozzi è ospite fisso in un programma radiofonico di una emittente romana molto seguita “RadioRadio”. 


Forse perché libero dai paletti imposti dalla televisione di stato, in ambiente radiofonico il nostro geologo si scatena inscenando una vera e propria dittatura di pensiero dove qualsiasi voce dissenziente viene coperta da insulti e contumelie. In questo ambito, dove Tozzi si sente il dittatore assoluto, non poteva che farne le spese la Chiesa Cattolica con i suoi sacerdoti, ritenuto il più grosso pericolo per la società contemporanea.
Per Tozzi il periodo storico più invidiabile fu senza dubbio: “La Spagna della guerra civile”, perché “i bacarozzi neri (cioè i sacerdoti) venivano inseguiti nelle Chiese e crocifissi sulle croci al posto di Gesù Cristo, cosa che aveva prodotto in Spagna un periodo di benessere sociale”, sempre dai microfoni dell'emittente radiofonica romana il pacato divulgatore scientifico ha anche informato che lui conosce “qualcuno della camorra che per 500 euro potrebbe far sparire il cardinale Ruini e anche il Tabernacolo”. Ancora il nostro illustre scienziato ha avuto modo di obiettare che “in Italia si continuano a costruire le Chiese, mentre bisognerebbe radere al suolo quelle esistenti con le ruspe o magari con la dinamite...”.

Parole a cui non c'è bisogno di aggiungere alcun commento, si tratta di normali convincimenti di chi, come la maggior parte dei laicisti, è ancora assurdamente imbevuto di retorica vetero comunista, modello URSS, già tanto cara ai celebrati Hack o Odifreddi.     

Ma oltre alla semplice invettiva ed ai propositi “democratici” di rispetto della libertà religiosa il nostro eroe laicista non ha mancato di dispensare alle masse il suo sapiente verbo di tuttologo affermando, sempre dal suo pulpito radiofonico, quanto i cristiani fossero infedeli alla Bibbia e divisi tra di loro mentre i musulmani eccellono nella compattezza coranica, dimenticando però le fazioni in cui sono divisi gli islamici. Oppure quando per denunciare la storica violenza della Chiesa Cattolica non ha esitato a paragonala alla furia ceca del terrorista norvegese Breivik, reputato cattolico pure lui, senza sapere però che il criminale essendo un fondamentalista massone e luterano non aveva niente a che spartire con il cattolicesimo. 

Si potrebbe continuare all’infinito, ma il livello di democrazia e di saccenza del nostro eroe continuerebbero ad essere invariabilmente inversamente proporzionali. Ecco un ottimo ed esplicativo esempio di “illuminato” laicista, scarsamente avezzo alla democrazia, come potrebbe esserlo chiunque guardi di buon occhio i regimi ateistici, ma molto incline alla falsificazione ed alla menzogna.

sabato 5 gennaio 2013

Il Manicheismo, dualismo di materia e spirito.

Nel mio excursus sulle eresie a confronto con la Bibbia, questa è la volta del Manicheismo. Questa religione si originò nel III secolo nella Persia dell’Impero Sasanide per poi diffondersi in tutta l’area mediterranea dell’Impero romano ed ad est fino in India e Cina, sopravvivendo fino al XIV secolo. 

Il Manicheismo prende nome da Mani, un nobile partico affiliato alla setta giudeo-cristiana degli Elcesaiti, un gruppo di Ebioniti gnostici che si riuniva attorno ad un libro di rivelazione di un imminente giudizio. Viaggiò molto per la Persia, l’India ed il Tibet dove ebbe contatti con il buddismo. Tutte queste esperienze influenzarono molto il pensiero di Mani al punto che è possibile considerare il Manicheismo come una sorta di sincretismo religioso tra lo gnosticismo degli Elcesaiti, il cristianesimo, molto diffuso nella Persia del III secolo, il dualismo zoroastriano, la religione degli imperatori sasanidi e l’organizzazione monacale del buddismo. 

Mani raccontava che all’età di dodici anni fu illuminato dal suo alter ego celeste, lo Spirito Santo, che gli avrebbe ordinato di separarsi dagli Elcesaiti e rivelato il significato fondamentale della realtà che è la guerra tra la luce e le tenebre. A 24 anni Mani, sempre sotto l’influsso di questo Spirito Santo, si proclamò apostolo della luce e della salvezza. Durante il regno di Sapore I il Manicheismo trovò protezione e si espanse notevolmente, ma alla morte di questi nel 270 d.C., il successore Bahram I considerò lo zoroastrismo unica religione di stato e perseguitò violentemente ogni altra religione tra cui anche il manicheismo arrivando ad arrestare e far orrendamente uccidere lo stesso Mani. Il manicheismo fu perseguitato non solo dai Sasanidi, ma anche dagli imperatori romani come Diocleziano (l’autore dell’ultima sanguinosa persecuzione dei cristiani) fino a Giustiniano e dagli arabi. 

La dottrina di Mani riguarda la salvezza elaborando tutta una teoria cosmica che risente molto dello gnosticismo, nella divisione tra elemento materiale e elemento spirituale, quindi tra luce e tenebre, nella dualità del dio buono e del dio cattivo. La salvezza si otterrà solo dopo una grandiosa guerra della luce contro le tenebre, quando il bene ed il male saranno definitivamente separati in due regni differenti. In tutta questa storia Mani dice di essere l’ultimo, grande e definitivo profeta (un po’ come Maometto nell’islamismo) che viene a liberare l’uomo attraverso l’illuminazione. 

Il manicheismo, inoltre, divide i propri aderenti in due categorie: gli “eletti” e gli “uditori”. I primi costituivano la classe dirigente con una loro morale molto esigente (preghiera, digiuno, celibato), mentre i secondi erano la massa della comunità con una morale meno rigida, ma basata sul dovere di sostenere gli “eletti” con l’elemosina. 

Questa eresia pretendeva col dualismo, cioè ipotizzando un dio buono “padre delle luci”, signore del bene e un dio cattivo “principe delle tenebre”, signore del male, di dare spiegazione del male che è in noi, ma è una spiegazione falsa. Fu Agostino di Ippona, manicheo in gioventù, a demolire definitivamente la filosofia dualista manichea. Egli obiettò al vescovo manicheo Fausto, nel “Contra Faustum”, che il male non è qualcosa che riguarda l’essere, infatti tutto ciò che Dio ha fatto è buono perché deriva da Lui (Genesi 1, 31). Non esiste, perciò il male metafisico, cioè il male che riguarda l’essere in quanto tale. Quello che si intende per male fisico, perciò, non è male, ma solamente una privazione di bene, una carenza di essere, di perfezione, perché solo Dio è infinito. San Paolo scrive a Timoteo circa l’assurdità del falso rigorismo morale, come quello dualista manicheo, che proibirà ciò che Dio ha creato e che, quindi, è buono perché fatto da Lui (1 Tm 4, 1-5). 

L’unico male che esiste è il male morale, cioè il peccato, la scelta negativa contro la verità, contro l’amore, che non è qualcosa che riguarda l’essere, quindi metafisico, ma è una realtà dell’anima che si macchia di malvagità. 

Infine, nel popolo di Dio non ci sono, come pretendeva Mani, due categorie di serie”A” e di serie “B”, tutti sono chiamati alla santità. Mediante la fede e il battesimo tutti i credenti in Cristo sono insigniti della stessa dignità di figli di Dio (Gv 1, 12-13; 1 Giovanni 5, 1). Tutti sono fatti partecipi della natura divina (2 Pietro 1, 4). Non ci sono, quindi, due morali diverse, ma l’unica morale del Vangelo. 


Bibliografia 

M. Tardieu”Il Manicheismo”, Cosenza 1998 
K. Rudolph “Il Manicheismo”, in Storia delle religioni, a cura di G. Castellani, vol. IV, UTET, Torino 1971 
G. Gnoli “Il Manicheismo”, vol. I e II , Fondazione L. Valla - Mondadori, Milano 2003

giovedì 27 dicembre 2012

Buon 2013!!!!!

E’ già passato un anno da quando il 27 dicembre del 2011 pubblicavo il primo post sul mio neonato blog. Nato per una mia esigenza di portare sul web la mia esperienza di studioso della storia del cristianesimo antico, pian piano, visto l’interesse dei lettori, il blog ha finito per interessarsi di una più vasta gamma di argomenti spaziando dalla storia, la teologia fino alla più disparata attualità. La cosa non ha potuto che farmi piacere, anche se devo scusarmi se su taluni argomenti, come quelli filosofici, non sono molto ferrato, ma per fortuna sono stato aiutato dai cari amici Minstrel e Riccardo.



In un anno il blog è stato visitato da circa 11.600 utenti che hanno lasciato circa 800 commenti. Non sono numeri eccezionali, ma io ne sono comunque contento. Penso che l’importante è esserci e far valere le ragioni della propria fede. Troppe volte ed in modi scorretti, volgari ed offensivi la fede cristiana viene schiacciata e vituperata. Dalla miriade di piccoli siti laicisti speudostorici ai grandi numeri dei frequentatissimi blog anticattolici, come quelli dell’Uaar o di Odifreddi, la critica è sempre maligna e basata su menzogne ed incredibili ignoranze storiche ed esegetiche. Il mio piccolo blog sarà sempre una voce rivolta a stabilire un minimo di verità storica, onesta e basata sulle migliori fonti disponibili, pronto a mettersi al servizio delle fedi più semplici ed impressionabili. 



Non mi resta ora che salutare tutti gli amici che mi seguono, come Minstrel, Felsineus, Riccardo, GG, LG, Ritaroma, Myself, Padre Danilo e tutti gli altri visitatori, ovviamente anche quelli silenti. 



E…. naturalmente saluto anche il terribile Sal :) 



A tutti quanti un augurio di un felice e sereno 2013!!!

lunedì 24 dicembre 2012

Un si che ha salvato il mondo

Noi cristiani siamo abituati a considerare, a ragione, il mese di maggio come quello più tradizionalmente legato alla devozione mariana. E’ stato indubbiamente il forte senso di pietà popolare del mondo contadino a collegare il culto di Maria con il ciclo agrario. Maggio è il mese del risveglio della natura, nel quale si ottengono i primi frutti, sbocciano in tutta la loro bellezza ed armonia i fiori e Maria, primizia della creazione, è certamente il simbolo di tutta questa bellezza ed armonia. 

Ma dal punto di vista propriamente liturgico è dicembre il mese mariano per eccellenza. La lettura liturgica del vangelo propone in questo mese innanzitutto la figura della vergine Maria che, attraverso i vari momenti dell’annunciazione, della visitazione, della presentazione al Tempio, ci accompagna al mistero della nascita di nostro Signore Gesù Cristo. Tutto ciò spiega la profonda e antichissima devozione che i primissimi cristiani e i Padri della Chiesa hanno riservato alla Vergine. E’ il vangelo di Matteo quello che con più forza proclama che le Scritture si compiono in Gesù attraverso Maria: 

Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi” (1, 22-23). 

Viene qui richiamata un’antica profezia del libro di Isaia che possiamo leggere al capitolo 7: 

“In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: “Chiedi un segno dal Signore tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure lassù in alto”. Ma Acaz rispose: “Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore”. Allora Isaia disse: “Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare la pazienza degli uomini, perché ora vogliate stancare anche quella del mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele, cioè Dio-con-noi” (Isaia 7, 10-14). 

C’è, però, chi si oppone a questa visione, infatti la maggior parte degli studiosi laici, insieme a studiosi ebrei ritengono che questo versetto di Isaia faccia invece riferimento a un figlio del Re di Giudea Acaz, piuttosto che alla madre di Gesù, quando il versetto è letto nel contesto del capitolo 7 di Isaia (Howard W. Clarke, "The Gospel of Matthew and its readers: a historical introduction to the First Gospel"). Altri spiegano che la verginità di Maria non sia altro che un’errata traduzione in greco della parola ebraica “almah” (giovane donna) in “parthenos” (vergine) al momento della composizione della Bibbia dei Settanta (Pepe Rodrìguez, “Verità e menzogne della Chiesa Cattolica” Editori Riuniti, Roma 1998). 

Ovviamente sulla scia di tale dissenso tra gli studiosi si insinua la perniciosa subcultura pseudo storica laicista che arriva addirittura ad affermare che il culto della verginità di Maria non sia altro che un retaggio cristiano del culto pagano della dea Madre, quella che secondo loro sarebbe stata la ruach ebraica. (L. Malucelli “Tutto ciò che sai è falso” vol. 2, Ed. Nuovi Mondi Media 2004). I veri cristiani primitivi, ovviamente gli gnostici, si sarebbero scandalizzati di tale culto e di ciò ne sarebbe rimasta traccia nel vangelo detto di Filippo dove leggiamo: 

Taluni hanno detto che Maria ha concepito dallo Spirito Santo. Essi sono in errore. Essi non sanno quello che dicono. Quando mai una donna ha concepito da una donna?" (Vangelo di Filippo, 17, M. Craveri, “I Vangeli Apocrifi” Einaudi, Torino 1969). 

Si possono liquidare brevemente le fantasie laiciste ricordando loro che il vangelo di Filippo non riporta assolutamente l’opinione dei “veri” cristiani primitivi essendo uno scritto valentiniano datato tra il II ed il III secolo d.C. e che il termine ebraico ruach non indica affatto la dea Madre, ma lo Spirito di Dio. Tale termine, però, essendo femminile, ha tratto in errore i valentiniani che lo hanno scambiato per una donna. La verità è che i cristiani primitivi, già quelli del I secolo, quindi molto prima dei valentiniani, credevano nella verginità di Maria. Basta pensare alle lettere di Ignazio di Antiochia, vissuto alla fine del I secolo, dove è proclamata la nascita verginale di Gesù. 

La questione più seria riguarda l’esatta traduzione del termine ebraico “almah” che compare nel capitolo settimo di Isaia. La traduzione “vergine” usata nelle versioni cristiane di Isaia 7,14 è giustificata perché presa dalla versione di Isaia della Septuaginta. Questa, che è stata tradotta da ebrei, usa la parola vergine, quindi anche l'originale doveva essere inteso come vergine. (Rabbi Tovia Singer, "A Christian Defends Matthew by Istinting That the Autor of the First Gospel Used the Septuagint in His Quote of Isaiah to Support theVirgin Birth") . D’altronde è noto che la Septuaginta (risalente al III secolo a.C.) era usata da tutti gli ebrei della diaspora, fino al I secolo dopo Cristo, perché la lingua greca era la lingua comune. Quindi anche Matteo e tutti gli apostoli conoscevano ed usavano quella versione. 

Sarebbe un grosso azzardo sostenere il fatto che i rabbini possano aver sbagliato la traduzione. In effetti il termine “almah” (giovane donna) non esclude il fatto che la giovane non sia vergine. Per esempio, in Gn 24, 16 quando il servo di Abraamo andò a Caran a cercare una sposa per Isacco, il termine ebraico usato per fanciulla, “naarah”, non esclude la sua verginità, infatti leggiamo: "La fanciulla era molto bella d'aspetto, vergine; nessun uomo l'aveva conosciuta...". Più avanti in Gn 24, 43, quando la fanciulla è al pozzo, viene usato il termine “almah” sempre indicando una ragazza vergine. Quando veniva usato il termine “almah” ci si riferiva ad una giovane donna vergine, cioè che non aveva avuto rapporti sessuali con un uomo. 

Ma oltre a questo c’è anche da considerare il senso generale del versetto di Isaia. Che cosa di strano ci sarebbe, tanto da essere considerato un “segno”, nel fatto che una giovane donna partorisca un figlio? Invece il fatto che una vergine partorisca un figlio è cosa degna di essere notata e considerata come qualcosa di speciale. Questo evento, per adempiere tutta la sua funzione di “segno”, deve realizzarsi in tutta la sua dimensione, in tutta la sua perfezione (Laurentin “Le mystère de la naissance virginale”, in " Eph. Mar. " 5 [1955], p. 31, nota 79). 

Anche il nome del bambino, “Emmanuele”, che letteralmente significa “Dio con noi”, lascia pensare ad un fatto eccezionale come solo una nascita verginale può lasciar intendere. Questo nome non compare mai in nessun altro punto della Bibbia, si tratta chiaramente di uno specifico riferimento messianico, come ce ne sono tanti in Isaia e nel resto dell’Antico Testamento. Come è noto “mettere il nome” per il linguaggio biblico equivale a stabilire la missione del nuovo nato e Isaia intravede in questa nascita regale , a prescindere dalle circostanze presenti, un intervento di Dio in vista del regno messianico definitivo. 

In questi giorni assieme alla nascita di nostro Signore Gesù celebriamo la vergine Maria, la primizia della creazione, attraverso la quale la Salvezza è entrata nel mondo. Colgo l’occasione per augurare un sereno e santo Natale a tutti i visitatori del blog. 



Bibliografia 

Laurentin “Le mystère de la naissance virginale”, in " Eph. Mar. " 5 [1955], p. 31, nota 7; 
Del Olmo Lete “La profecia del Emmanuel (Is 7. 10-17)" Estado actual de la interpretacion” in Eph. Mar 22 (1972); 
G.Brunet “Essai surl'Isaie de I'histoire” Paris 1975; 
M. Crispiero “Teologia della sessualità” Ed. Studio Domenicano Bologna 1994

mercoledì 19 dicembre 2012

Il papa, la Kadaga e la disonestà laicista

Il 14 dicembre scorso Papa Benedetto XVI è intervenuto nel dibattito sul rispetto dei valori umani sostenendo energicamente la necessità di riconsiderare e correggere molti aspetti distorti della nostra realtà sociale, come la dittatura di un capitalismo finanziario sregolato, i fondamentalismi e i fanatismi che stravolgono la vera natura della religione, il rifiuto delle responsabilità, atteggiamento che offende la persona umana, e l’uccisione di un essere inerme e innocente. Tutti comportamenti che, dice il papa, non potranno mai produrre felicità o pace.


Ovviamente la propaganda laicista, sempre attenta a non tollerare ogni voce contraria, si è subito scandalizzata di questo messaggio di pace e giustizia e ha pensato bene di distruggerlo, non con argomentazioni pertinenti, ma cercando di delegittimare le parole del pontefice riportando la “notizia” di una benedizione che il papa avrebbe dato al capo della delegazione Ugandese, Rebecca Kadaga, in visita a Roma. Su molti siti laicisti tale supposta “benedizione” è stata fatta passare addirittura come un esplicito appoggio dato dal papa alla proposta di legge, che la Kadaga sostiene nel suo paese, volta a punire gli omosessuali. Il presidente nazionale dell’Arcigay, Flavio Romani, ha dichiarato che con la “benedizione data ieri in Vaticano alla delegazione parlamentare ugandese guidata dalla portavoce Rebecca Kadaga, una delle più forti promotrici della 'Kill the Gay Bill'... Benedetto XVI continua a rappresentarsi come un apostolo di ingiustizia, divisione e discriminazione ai danni delle persone omosessuali, lesbiche e transessuali”.

Come c’era da aspettarsi l’immonda gazzarra tirata su ad arte dalla propaganda laicista si è rivelata ben presto tutta una bufala, infatti il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha spiegato a Vatican Insider che non c’è mai stata alcuna benedizione e che il gruppo di parlamentari ugandesi è passato a salutare il papa “come tutti quelli che partecipano all'udienza” e questo “non è assolutamente un segno di approvazione specifica per le attività svolte o le proposte avanzate da Kadaga”.

E’ anche opportuno ricordare che la Chiesa Cattolica si è sempre opposta a normative discriminatorie contro la persona. Nel dicembre 2009, quando la discussione sul 'Kill the Gay Bill' era all'apice, l'osservatore permanente della Santa Sede all'Onu, monsignor Celestino Migliore, respinse ogni forma di “violenza e ingiusta discriminazione” nei confronti degli omosessuali, mentre poche settimane dopo, l'arcivescovo di Kampala, monsignor Cyprian. K. Lwanga, condannò il disegno di legge perché prendeva di mira “il peccatore e non il peccato” e non rispecchiava un “approccio cristiano” alla questione dell'omosessualità (da Vatican Insider).

Tutta questa penosa vicenda è l’ennesima prova di come la propaganda laicista sia mossa da un intento di odio e menzogna pur di screditare la Chiesa Cattolica e i cristiani.

domenica 9 dicembre 2012

Il non senso del non senso della vita.

In questi giorni ha chiuso i battenti il blog di Odifreddi “il non senso della vita” ospitato sul portale di La Repubblica.it. Certamente quando viene meno uno spazio di confronto, come può esserlo un blog, è sempre un fatto negativo perché si riducono le possibilità per esprimere liberamente le proprie idee.


Eppure ci sono delle eccezioni, casi in cui la ribalta del web serve solo a diffondere offese e bassi livelli di cultura e ragionamento, uno di tali casi è stato proprio il blog di Odifreddi, il famoso matematico noto per il suo laicismo fondamentalista anticristiano. Dalle pagine virtuali del suo blog Odifreddi si è prodotto in una lunga serie di articoli pieni di insulti e sciocchezze anticristiane, finché non è arrivato a fare il passo più lungo della gamba tacciando di nazismo Israele. E questo, ovviamente, ha decretato la fine del suo blog confermando ancora una volta come la libertà di insulto esiste solo per il cristianesimo ed i cattolici in particolare.

Nell’ultimo articolo del suo blog Odifreddi parla di “809 giorni di libertà” alludendo al carattere democratico ed aperto del suo spazio di confronto virtuale, ma si tratta dell’ennesima falsità del nostro matematico. Odifreddi, infatti, non esitava a far escludere dal suo blog, “bannare”, tutte le voci dissenzienti che non riusciva a controbattere validamente. Un esempio è stata proprio la mia esperienza personale: senza insultare e comportandomi correttamente secondo le regole del suo blog, Odifreddi non esitò a bannarmi perché non sapeva più come rispondermi (vedi qui).

La dipartita del blog odifreddiano non può, dunque, che essere una bella notizia, finalmente qualcuno che smette di parlare perché non aveva niente di sensato da dire.

venerdì 30 novembre 2012

Diritti negati? No, sciocchezze laiciste.

Tra le accuse più ricorrenti che i laicisti rivolgono verso il cristianesimo cattolico c’è quella di negare i diritti della donna. Tra questi diritti negati, secondo il loro modo fazioso e ottuso di pensare, ci sarebbe quello alla carriera. Infatti la Chiesa cattolica non concede alle donne l’accesso al sacerdozio e all’episcopato. Un farneticante articolo dell’Uaar (vedi qui) accusa la Chiesa cattolica di non essere al passo con quella più progredita protestante che, invece, ordina sacerdoti e vescovi anche tra la donne. Secondo questa “unione” di atei ed agnostici, che rappresenta una delle espressioni del più miope ed ignorante laicismo in Italia, “Solo in un quadro di laicità delle istituzioni i diritti delle donne trovano riconoscimento”. 

A parte il fatto che tale affermazione è completamente fuori dalla realtà e dalla storia, basta pensare all’emancipazione della figura della donna portata dal cristianesimo (vedi qui), è penoso constatare l’inconsistenza di tale accusa e la desolante ignoranza laicista sulle questioni riguardanti la fede cristiana cattolica e l’organizzazione della Chiesa. Per i laicisti divenire sacerdoti, in un’ottica tipicamente terrena, significa fare carriera, raggiungere posti di comando e potere a cui tutti devono poter aspirare. Ma la Chiesa è ben altro, è la presenza di Cristo sulla terra, laddove incontriamo realmente il Regno di Dio che è profondamente diverso dalla concezione umana del potere e del diritto. 

Prima di lanciarsi in accuse senza senso i laicisti dovrebbero sapere che il sacerdozio non è un diritto, ma una vocazione, cioè una chiamata ad un servizio. Esattamente come Cristo ha chiamato a sé i dodici apostoli, così Dio chiama gli “operai alla sua messe”. Nessuno può pretendere di divenire sacerdote, perché non può dipende né lui e né dalla Chiesa, ma dalla chiamata di Dio. Essere sacerdoti, poi, non significa affatto assumere un ruolo di importanza e potere. Nel vangelo Gesù ammaestra i suoi apostoli: 

Allora Gesù, chiamatili a sé disse loro: " Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10, 42 – 45). 

Appare evidente lo stridente contrasto tra la mentalità puramente utilitaristica ed arrivista del laicismo e la vita nella Chiesa, alla sequela di Cristo, dove la mentalità è quella di porsi al servizio della Parola e degli ultimi, laddove troviamo il Cristo sofferente.

lunedì 19 novembre 2012

Il cristianesimo e la caduta dell'impero romano

Come è potuto succedere che l’impero romano, così potente e organizzato del II secolo, poté crollare nel 476 d.C. lasciando il potere a popoli barbari venuti da oltre il Reno ed il Danubio? Questo interrogativo ha sempre suscitato uno dei più appassionanti temi della ricerca storica: bisogna cercare una causa interna, d’ordine economico, morale o religioso? 

Secondo molta parte della cultura laicista la causa principale della caduta dell’impero romano d’Occidente fu l’affermazione del cristianesimo. Questa idea propagandata da alcuni storici e filosofi, specialmente gli illuministi del XVIII, come Montesquieu, Voltaire, E. Gibbon, ecc., si basa sul fatto che la società romana fattasi cristiana avrebbe progressivamente perso la sua originaria compattezza ed il suo spirito combattivo che gli derivavano dai tradizionali miti e culti pagani. Secondo i laicisti il cristianesimo non fu altro che debolezza, paura, esaltazione di quanto più esecrabile potesse esistere. 

Come già Celso nel II secolo e Porfirio nel III secolo, antichi polemisti pagani, anche il moderno ammiratore di Celso, lo storico ateo L. Rougier, allievo di E. Renan, anticattolico pure lui, accusa violentemente i cristiani di aver portato la rovina nella potente società pagana dell’Impero romano: 

Le vere cause delle persecuzioni furono motivi di ordine sociale. (…) I cristiani furono una genìa esecrabile, formata da una lega di tutti i nemici del genere umano, accozzaglia di schiavi, di poveracci, di scontenti, di gente senz’arte né parte, che contestano l’ordine stabilito, disertano il servizio militare, fuggono gli incarichi pubblici, fanno propaganda per il celibato, maledicono le dolcezze della vita, gettano l’anatema su tutta la cultura pagana, profetizzano la fine del mondo, a dispetto degli auguri che predicevano a Roma un destino eterno”. 

Tale visione ha molto poco di storico ed è chiaramente intaccata dal pregiudizio anticlericale tipico del modo di ragionare dei laicisti. Appare, infatti, del tutto improbabile che una forza che ha indubbiamente agito verso una coesione nella parte orientale dell’impero abbia avuto un effetto opposto per la parte occidentale. In realtà l’errore fondamentale di tale posizione laicista è quella di vagheggiare un paganesimo idealizzato che in realtà non è mai esistito. Il mondo pagano, infatti, era lacerato sul piano sociale, sul piano intellettuale e sul piano religioso. L’ideale greco di ordine , di bellezza e di ragione, così enfatizzato e mitizzato dai laicisti, non era affatto riuscito ad evitare una realtà caratterizzata da espressioni di disprezzo rivolte indistintamente a barbari, donne, schiavi e plebei. Certamente nelle classi superiori ci furono esempi di virtù, ma la normalità fu un grande scetticismo verso il paganesimo della tradizione che portò all’interesse verso le religioni orientali e verso la dissolutezza dei costumi. 

La realtà storica mostra in modo indubitabile come la religione di Roma e di Augusto, come pure il tentativo di Giuliano l’apostata del IV secolo, provarono a sostenere artificialmente l’unità dell’impero, ma non riuscirono ad abolire le divisioni tra i popoli. Invece i cristiani furono capaci di creare una comunità salda ed unita nella fede e nella carità. Il cristianesimo attecchì in tutte le classi e in tutti gli ambienti, non aveva niente di rivoluzionario a livello politico, al punto di professare fedeltà e lealtà nei confronti dell’imperatore (Rm 13, 1), ma portò quel bagaglio di umanità e giustizia sociale di cui la società pagana era drammaticamente carente. Il potere imperiale pensava di risolvere i problemi attraverso la persecuzione di una fede che osava denunciarne il carattere inutile ed illusorio. I cristiani furono perseguitati perché proclamavano una verità sgradevole alle orecchie della gente. 

Bibliografia 

S. Mazzarino, “La fine del mondo antico” Garzanti, Milano 1959. 
J. Vogt “Il declino di Roma” Il Saggiatore, Milano 1966. 
A.H.M. Jones, “Il tramonto del mondo antico”, Laterza, Bari, 1972. 
Paul Kennedy, "Ascesa e declino delle grandi potenze" Garzanti 1993. 
Paul Veyne, “Quando l’Europa è diventata cristiana (312-394)", Collezione storica Garzanti, Milano, 2008.