martedì 11 giugno 2019

La Chiesa e il libero pensiero: la vicenda di Giordano Bruno

Il 9 giugno 1889, a Roma, in piazza Campo de Fiori, in un clima fortemente anticlericale, fu inaugurato il famoso monumento a Giordano Bruno, proprio nel punto in cui il 17 febbraio del 1600 fu arso vivo il frate domenicano eretico. Ad ottenere l’autorizzazione alla sua realizzazione furono i massoni italiani, notoriamente feroci nemici del cristianesimo, che ebbero gioco facile nell’individuare in Giordano Bruno un simbolo da opporre al papato. Nella seconda metà del XIX secolo il frate domenicano divenne la bandiera ufficiale della Massoneria che ne fece un simbolo della libertà di pensiero (A. A. Mola “Storia della Massoneria italiana” Bompiani, Milano, 1994, pp. 196-197). Ancora oggi la tragica esecuzione di Giordano Bruno è uno degli argomenti principali di ogni retorica laicista sull’oscurantismo della Chiesa Cattolica e sulla libertà di pensiero da ogni imposizione dogmatica. I massoni, facendo un piccolo guazzabuglio, proprio per sottolineare questi aspetti piazzarono ai piedi della statua le figure, un po’ alla rinfusa, Erasmo da Rotterdam, Vanini, Paleario, Serveto, Wyclif, Huss, Sarpi, tutte vittime dell’intolleranza religiosa. 


Ma, come al solito, siamo di fronte all’ennesima vicenda strumentalizzata dalla propaganda laicista anticristiana che poco ha a che fare con la storia. Giordano Bruno fu una persona profondamente inquieta, che arrivò all’esasperazione dei suoi principi fino all’odio conclamato per il papa, la Chiesa e perfino per il cristianesimo. Non fu semplicemente il portatore di una nuova concezione della realtà, ma incarnò la ferma volontà di sovvertire il messaggio di Cristo che la Chiesa aveva divulgato, per farne una sorta di religione misterica ed ermetica. Si trattava di una vera e propria rivoluzione che minava alle basi l’intero edificio cristiano, e questo rappresentò per la Chiesa della Controriforma un pericolo troppo grave. 

Per capire bene la figura di Giordano Bruno è sicuramente utile ripercorrere brevemente alcune tappe della sua vita. Nato a Nola nel 1548, formatosi a Napoli alla scuola dell’averroismo, la corrente filosofica che sostiene la dottrina della doppia verità, di ragione e di fede, il Bruno si fece domenicano, diventò prete e si laureò in teologia. Cominciò ben presto a dedicarsi a pratiche e letture proibite e questo lo portò a scontrarsi con i superiori che lo sospettarono di eresia. Nel 1576 Giordano Bruno lasciò il convento e fuggì. Da allora fino al 1592 svolse un’esistenza raminga, avventurosa, turbolenta per l’Europa che gli attirerà le ire e le scomuniche da parte dei cattolici, dei calvinisti e dei luterani, sollevando scandalo nel mondo accademico e studentesco. Infatti, dato che è sempre molto ignorato, Giordano Bruno non fu ritenuto un pericolo solo dalla Chiesa Cattolica, ma anche dalle Chiese riformate. Studioso esperto ed originale di mnemotecnica, di cosmologia, di arti magiche, appassionato di problemi morali, politici, filosofici e teologici, fornito di un eloquio immaginoso sia nel solenne latino che nel volgare italiano-napoletano, Giordano Bruno rappresentò sempre un elemento destabilizzante e ciò gli procurò molti nemici. 

Certamente il pensiero del filosofo nolano fu anche originale e lungimirante, fu razionalista, immanentista fino al panteismo, sostenitore della teoria copernicana fino ad una concezione cosmologica che anticipa sotto certi aspetti le teorie astrofisiche moderne, non fu solo un guitto stravagante in cerca di avventure intellettuali, ma un primo segno di quei tempi che vedranno la comparsa del pragmatismo di Bacone, lo sperimentalismo di Galileo e il dubbio metodico di Cartesio. Però tutto ciò gli provocò al massimo delle critiche e non le censure strombazzate dalla vulgata laicista. Le scomuniche, invece, furono provocate dal suo attacco contro la legittimità dell’esistenza stessa della Chiesa e della sua dottrina. 

Nel 1591 venne invitato da un nobile veneziano, il Mocenigo, che voleva imparare da lui la mnemotecnica, e Giordano Bruno, nonostante sapesse che nella Serenissima era attiva l’inquisizione, accettò. Prima di andare a Venezia il nolano aveva scritto in Germania diversi trattati di magia nera ed aveva sviluppato fantasiose capacità di realizzare “legamenti” magici in grado di soggiogare le persone. Secondo alcuni importanti studiosi, come il Corsano e la Yates, Giordano Bruno tornò in Italia per attuare il folle progetto di sfruttare le sue conoscenze “magiche” in modo da costringere il Papa a riformare il cattolicesimo in senso magico-egiziano. La Yates, famosa storica inglese esperta di storia della magia, della cabala e dell’ermetismo rinascimentale, nel suo saggio sul filosofo nolano, non esita a considerarlo ai confini della follia e del delirio conclamato (M. D’Amico “Giordano Bruno”, Il Timone n. 25 - ANNO V - Maggio/Giugno 2003 - pag. 22–23). Il processo si concluse con l’abiura da parte del filosofo di Nola, che ritrattò le sue convinzioni. Ma Il Sant'Uffizio romano decise di avocare a sé la causa e ottenne dalla Repubblica di Venezia il trasferimento dell'imputato. Iniziò così il secondo processo, che si svolse a Roma a partire dal febbraio del 1593 per ben sette anni. Gli vennero sottoposte, perché le abiurasse, otto proposizioni. Due volte si dichiarò disposto a ritrattare e due volte ritornò sulle sue posizioni, ma alla fine rifiutò definitivamente di abiurare. Così si giunse al tragico epilogo della sua esecuzione tramite il rogo, pena prevista a quel tempo per gli eretici impenitenti. 

Tralasciando l’antistorica polemica laicista, per capire bene il perché della tragica vicenda di Giordano Bruno occorre, come vuole ogni analisi storica che si rispetti, operare una adeguata contestualizzazione. Siamo alla fine del 1500, nel primo ventennio di quel secolo si era consumata la tumultuosa vicenda della riforma protestante di Lutero, l’Europa era squassata dalle guerre di religione, la Chiesa cattolica sconvolta per l’ortodossia in pericolo. Si era in piena Controriforma secondo le linee tracciate dal Concilio di Trento che prevedevano una lotta senza quartiere contro l’eresia, in special modo quella luterana, considerata una vera e propria tragedia in grado di minare la vera fede, la Parola di Dio e la salvezza delle anime. E Giordano Bruno, con la sua metafisica che concepisce l'universo come infinito e privo di centro, increato, dove Dio è pensato panteisticamente come coincidente con il mondo e con la natura, dove il cosmo stesso viene divinizzato, un mondo dove non c’è posto per il cristianesimo, la sua morale e la sua concezione dell’uomo considerata povera e decadente, era percepito come un personaggio troppo pericoloso per la salvezza delle anime. La Chiesa tentò tutte le strade possibili per cercare di ricondurre il filosofo nolano su posizioni ortodosse e lo fece con una scrupolosità straordinaria verbalizzando con precisione gli interrogatori, facendo analizzare da teologi esperti tutte le sue opere, sottoponendogli i suoi errori filosofici e teologici che gli chiede di abiurare, fornendo all'inquisito ampi mezzi di difesa. Con Giordano Bruno la Chiesa si comportò in modo molto paziente e ciò è dimostrato dall’insolita lunghezza del processo, e nella parte finale, dall’offerta di molteplici possibilità di abiura, prima accettate e poi rifiutate da Giordano Bruno. All'inizio del 1600 il Tribunale presieduto dal cardinale Bellarmino, cercò in ogni modo di convincere l’ex frate domenicano dei suoi errori, ma dopo le ennesime promesse di abiura non mantenute, decide di consegnarlo al braccio secolare e, quindi, al rogo del 17 febbraio 1600. 

Ovviamente il tragico epilogo della vicenda di Giordano Bruno risulta inaccettabile per la nostra sensibilità moderna, ci appare tutto come una crudeltà inaudita, ma ciò non corrisponde alla considerazione che avevano di tali fatti i contemporanei. Se contestualizzata nel momento e nelle condizioni storiche in cui avvenne, il processo e l’esecuzione di Giordano Bruno non furono affatto atti barbari o crudeli. In realtà, come in genere accadde nei processi per eresia dell’inquisizione, i giudici ebbero un comportamento scrupoloso e corretto, fornendo all’imputato ogni garanzia, una tutela ampiamente sconosciuta nei normali processi cinquecenteschi. La condanna emessa dal tribunale fu coerente con la tradizione giuridica, le leggi e l’usanza di quel tempo. Il rogo per gli eretici era previsto già dal Codice di Giustiniano, nel cinquecento era ancora una pena prevista, considerata molto severa, ma normale. Lo prova il fatto che fu adottata tranquillamente anche in ambito protestante. 

Quando nel 2000 papa Giovanni Paolo II espresse profondo rammarico per la morte atroce di Giordano Bruno condannò il facile ricorso che troppe volte la Chiesa fece della violenza, ma ribadì la condanna delle posizioni del filosofo nolano in netto contrasto con la dottrina cristiana. Anche la Yates ribadì più volte la completa adesione di Giordano Bruno alla "religione degli egizi" scaturita dal suo sapere ermetico nonché l’affermazione che "la religione egiziana ermetica è l'unica religione vera" (Franco Manganelli “La cabala nolana: dialoghi sull'asinità "di" Giordano Bruno” Guida Editori, 2005). 

La condanna di Giordano Bruno, quindi, si può configurare come un atto di difesa della fede da forze avverse che la Chiesa del tempo, sconvolta dall’attacco protestante, avvertiva in modo particolare. Niente a che vedere con la strumentale propaganda laicista, sorta molto tempo dopo, che ha riletto in salsa anticattolica tutta la vicenda. La Chiesa non mise mai in atto un sistema per reprimere il “libero pensiero”, ma per le forze laiciste e liberali di ispirazione massonica la vicenda di Giordano Bruno, svincolata da ogni contestualizzazione storica, divenne un elemento di punta per la battaglia anticlericale e antipapista. Fu in questo clima che nacque il mito di Giordano Bruno come martire del libero pensiero, mentre invece quella condanna va inquadrata unicamente nell’ambito delle misure, peraltro moderate e prudenti, di difesa del cattolicesimo dal pericolo rappresentato dall’eresia protestante. 

Bibliografia

F. Manganelli “La cabala nolana: dialoghi sull'asinità "di" Giordano Bruno” Guida Editori, 2005; 
M. D’Amico “Giordano Bruno”, Il Timone n. 25 - ANNO V - Maggio/Giugno 2003; 
S. Ricci “Giordano Bruno” Salerno editrice, Roma, 2000; 
N. Benazzi - M. D’Amico “Il libro nero dell’Inquisizione” Piemme, Casale Monferrato, 1998; 
A. Prosperi “Tribunali della coscienza” Einaudi, Torino, 1996; 
F. Yates “Giordano Bruno e la tradizione ermetica” Laterza, Bari, 1995; 
A. A. Mola “Storia della Massoneria italiana” Bompiani, Milano, 1994;
L. Firpo “Il processo di Giordano Bruno” Salerno editrice, Roma 1993; 
M. Ciliberto “Giordano Bruno” Laterza, Bari, 1990; 
V. Spampanato “Vita di Giordano Bruno” Gela editrice, Roma, 1988; 
A. Rotondò “Studi e ricerche di storia ereticale italiana del cinquecento” Giappichelli, Torino, 1974; 
F. Papi “Antropologia e civiltà nel pensiero di Giordano Bruno” La Nuova Italia, Firenze, 1968; 
M. Ciardo “Giordano Bruno tra l’umanesimo e lo storicismo” Patron, Bologna, 1960; 
L. Cicuttini “Giordano Bruno, Vita e Pensiero” Milano, 1950.

domenica 21 aprile 2019

sabato 30 marzo 2019

L'intolleranza laicista contro la libertà d'espressione

In questi giorni è in corso a Verona il XIII Congresso mondiale delle famiglie. Un appuntamento importante per manifestare e difendere i valori legati alla famiglia naturale, tra i quali, importantissimo, quello fondamentale del diritto di ogni nascituro di avere un padre ed una madre. Sarà anche ribadito il diritto a considerare l'omosessualità come una distorsione della sessualità e, specialmente, ad affermare con forza il no all'aborto, l'orribile legalizzazione dell'omicidio dell'innocente.

Ma, come al solito, la libera manifestazione di un pensiero non allineato al politically correct laicista non poteva che scatenare la solita reazione isterica e reazionaria.  I laicisti non sopportano che si possa manifestare liberamente il proprio pensiero. Nel nostro paese questa deriva reazionaria laicista sta divenendo sempre più preoccupante. Già a febbraio scorso la senatrice di "Più Europa", Emma Bonino, ha presentato addirittura un’interrogazione parlamentare alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per chiedere spiegazioni sul patrocinio istituzionale. Tutto ciò la dice lunga su come i laicisti intendono la libertà di pensiero. 
Le femministe di "Non una di meno", non ancora paghe dell'indecente gazzarra che hanno inscenato l'8 marzo scorso, culminata con il vergognoso cartello della senatrice Monica Cirinnà,
hanno organizzato sempre a Verona una "contromanifestazione" negli stessi giorni del Congresso delle famiglie. Una manifestazione "contro", quanto di più intollerante ed antidemocratico si possa pensare. Essere "contro" la libera espressione, zittire chi la pensa in modo differente dal loro.

Patetica motivazione per scusare questa onda indegna di proteste sarebbe il carattere offensivo della dialettica contro l'omosessualità che offenderebbe le persone omosessuali ed inciterebbe all'"omofobia". Inconsistente argomentazione: la critica è rivolta alla legittimazione dell'omosessualità come variante naturale del comportamento sessuale umano e alla parificazione della coppia omosessuale con la famiglia naturale. Nessuno si sogna di offendere le persone, che restano degne di rispetto ed intoccabili. Cosa che invece non viene percepita dai laicisti che si lasciano andare ad ogni tipo di insulto e falsità.

Manifestazione di intolleranza anche da parte di parte del mondo accademico. I docenti del dipartimento di Scienze umane dell'Università di Verona hanno promosso un documento che critica la pretesa scientificità delle teorie espresse dal Congresso, come se le loro fossero tesi scientificamente provate. Come se gli studi sul "gender" o l'omosessualità come "variante naturale della sessualità umana" fossero fatti acquisiti scientificamente...

Ma la dittatura laicista è a tutto tondo, non basta solo zittire, ma serve anche discriminare. Così come ha fatto il municipio 3 di Milano che in una delibera per un bando di ristrutturazione di un immobile di proprietà comunale ha escluso chi è contro l'aborto, le DAT e le unioni civili. Altro che progressisti, i laicisti sono più retrivi della peggior regime staliniano. 

Parlano di democrazia, di scienza e sviluppo, danno del medioevale a chiunque li contraddice, ma in realtà sono la prevaricazione e la violenza i tipici metodi d'imporsi dei laicisti.

giovedì 28 febbraio 2019

I miti sulle crociate: il Cristianesimo e L’Islam si diffusero allo stesso modo – Reciprocità tra crociate e jihad

Un altro mito molto diffuso che riguarda le crociate è quello secondo il quale, in fondo, cristiani e musulmani hanno agito secondo i medesimi intenti, ossia quelli della guerra “santa”, cioè l’imposizione violenta del proprio credo. 

Secondo questa visione le crociate non sarebbero altro che l’equivalente del jihad islamico, è la posizione più diffusa tra i laicisti, gli atei militanti contro le religioni. Il loro pensiero è che le religioni sono tutte uguali e che ognuna di esse non ha fatto altro che seminare morte, prevaricazione e terrore. Oggi i mussulmani uccidono inneggiando al jihad, ma in passato anche la chiesa scatenava le crociate. 

Ma è davvero storicamente sostenibile questa analogia? Ovviamente no, si tratta di uno dei tanti miti che ingenuamente si credono sulle crociate. Come è noto l’idea comune che si ha generalmente sulle crociate è quella derivante dall'interpretazione illuminista e protestante che le considera un vergognoso esempio del fanatismo e dell'intolleranza cattolica. Ma è tutta una falsità laicista, le cose stanno in ben altro modo. 

La prima differenza risiede proprio nel dato storico, l’imponente invasione delle armate islamiche che in poche decine di anni assoggettarono tutto il Medio Oriente, l’altopiano iranico, il Nord Africa e la penisola Iberica, furono dovute allo slancio conquistatore che i guerrieri islamici ebbero dalle direttive del Corano, cioè il comando di difendere l’Islam da tutti i suoi nemici ovunque questi si trovino. Nel libro sacro dell’Islam ci sono circa un centinaio di versetti che incitano i fedeli alla lotta contro i miscredenti. Questa “lotta” fu vista come uno “sforzo” (in arabo appunto “jihad”) che la comunità islamica doveva compiere per diffondere il culto islamico. Il Corano è molto chiaro sulla necessità di tale sforzo: “O Profeta, combatti i miscredenti e gli ipocriti, e sii severo con loro. Il loro rifugio sarà l’inferno, qual triste rifugio” (Corano IX, 73). Tale sforzo doveva concretizzarsi sul campo di battaglia “Quando [in combattimento] incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente” (Corano XLVII, 4) e ancora “O voi che credete, combattete i miscredenti che vi stanno attorno, che trovino durezza in voi. Sappiate che Allah è con i timorati” (Corano IX, 123). 

L’Islam, quindi, fu un movimento religioso esclusivista che non ammetteva altri culti. Su questo punto il Corano è categorico: “Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia [reso solo] ad Allah” (Corano II, 193) e ancora: “Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate” (Corano IX, 5). Quindi per le armate musulmane le varie conquiste avevano il preciso scopo di rendere il mondo interamente devoto all’Islam. Certamente la maggioranza dell’Islam moderno intende questi versetti contro l’occupazione straniera o l’oppressione da parte di un governo interno, cioè li considera come fautori di uno jihad difensivo, che nulla ebbe a che vedere con l’espansione islamica. Questa visone appartiene, però, ad un Islam moderno che non corrisponde con quella dei tempi del profeta Maometto. Ma anche se la chiamata allo sforzo bellico, da parte del Corano, sia da intendersi solo come una guerra difensiva, per i seguaci del Profeta un paese non musulmano era sempre considerato un ostacolo alla diffusione dell’Islam, un attacco al Corano, e quindi occorreva conquistarlo. Un concetto di guerra a scopo difensivo molto vago che, di fatto, faceva passare qualsiasi conflitto per difensivo, anche se presupponeva una guerra offensiva. 

Le crociate, invece, come vedremo in dettaglio nei prossimi articoli, non furono un atto di imperialismo religioso con lo scopo della conversione forzata dei musulmani al cristianesimo. La “guerra santa”, a cui papa Urbano II si appellò per poter bandire la crociata, non aveva alcuna intenzione di diffondere la fede cristiana, ma rappresentò la risposta del mondo cristiano, rinviata troppe volte, all'offensiva militare islamica. Fu l'unica reazione possibile alle aggressioni islamiche, il tentativo di arginare la conquista musulmana di terre cristiane, proteggere i pellegrini e tutelare i luoghi santi. 

Altra grossa differenza risiede nel fatto che lo “sforzo”, cioè il jihad, per affermare il culto di Allah come l’unico possibile è specificatamente comandato dal Corano e rappresenta il più nobile dovere dei musulmani: “Metterete sullo stesso piano quelli che danno da bere ai pellegrini e servono il Sacro Tempio e quelli che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno e lottano per la Sua causa? Non sono uguali di fronte ad Allah. Allah non guida gli ingiusti. Coloro che credono, che sono emigrati e che lottano sul sentiero di Allah con i loro beni e le loro vite hanno i più alti gradi presso Allah. Essi sono i vincenti” (Corano IX, 19-20). Per l’Islam il jihad è un elemento costitutivo non legato ad un particolare momento storico, ogni buon musulmano è chiamato al jihad affinché l’Islam si affermi come l’unico culto a Dio in tutto il pianeta. 

Per i cristiani, invece, la crociata fu solamente una necessità, una estrema misura presa per un male estremo, quando la misura era ormai colma. Ha, quindi, un senso solo nel periodo storico in cui si dovettero prendere quelle decisioni. Nei vangeli non c'è alcun invito alla guerra permanente, anzi Gesù dice di amare i propri nemici e pregare per quelli che ci perseguitano (Mt 5, 45). La crociata fu un'espressione storica di un cristianesimo fortemente identitario come fu la Cristianità medioevale ma essa non scaturisce direttamente dall'annuncio evangelico. Se togliamo il jihad dall'Islam finiamo per parlare di un'altra religione, ma eliminando le crociate dalla tradizione cristiana il cuore del messaggio di Cristo non risulta minimamente toccato. 

Contro questa visione di solito c’è l’accusa di molti denigratori della Bibbia secondo la quale anche nel libro sacro del Cristianesimo e dell’Ebraismo esista un richiamo alla violenza esattamente come compare nel Corano. Per supportare tale teoria dell’equivalenza morale tra i due scritti vengono spesso citati passi del Deuteronomio o del libro dei Numeri in cui Dio comanda agli Ebrei lo sterminio dei popoli pagani con cui vennero a contatto. Ma, in realtà, questi passi biblici riguardano solo il popolo ebraico di 3500 anni fa, non hanno assolutamente carattere universale come, invece, hanno i versetti del Corano dove si ha una esortazione dei fedeli a lottare contro i miscredenti senza specificare quali di loro siano da combattere o per quanto tempo. Tutto ciò è talmente vero che in nessun caso ebrei e cristiani abbiano dato vita a gruppi terroristici diffusi in tutto il mondo che si siano rifatti alle Scritture per giustificare attentati e stragi. 

Un altro aspetto da sottolineare è che ebrei e cristiani considerano la Scrittura biblica solo come ispirata da Dio e scritta da agiografi umani con la propria cultura ed il proprio pensiero. Quindi l’immagine di Dio che ne traspare è sempre mediata dall’elemento umano. Per l’Islam, invece, questi versetti violenti del Corano devono essere sempre interpretati alla lettera poiché non si tratta di un libro ispirato da Dio, come nel caso della Bibbia, ma dettato direttamente da Allah a Maometto il suo Profeta. Il Corano secondo i mussulmani è parola di Dio increata, ovvero preesistente alla stessa creazione dell’uomo. Questo, purtroppo, significa che molti musulmani si sentono giustificati dalla propria fede ad uccidere per mettere in pratica il Corano e lo fanno restando tragicamente coerenti col libro sacro dell’Islam. Viceversa cristiani ed ebrei quando leggono la Bibbia non pensano affatto di dover compiere azione violente perché riportate sul loro libro sacro. Per la stragrande maggioranza dei musulmani il Corano è intoccabile e non interpretabile, mentre ebrei e cristiani hanno secoli di critica testuale ed una tradizione interpretativa che ha permesso loro una lettura più matura ed autentica rispetto a quella meramente testuale. 

Per concludere si può dire che tra le crociate e il jihad islamico esiste la sostanziale differenza che le prime furono una difesa contro l’aggressività islamica e che la seconda è una parte costitutiva dell’Islam. Ancora oggi lo testimoniano gli innumerevoli episodi di inaudita violenza da parte musulmana che subiscono tantissimi uomini e donne per il solo fatto di essere cristiani e di testimoniare la propria fede. 



Bibliografia 

J. Schacht “Introduzione al diritto musulmano” Ed. Fondazione G. Agnelli, Torino 1995; 
P. Fregosi “Jihad in the west: muslim conquests from the 7th to the 21st centuries” Prometheus Books, New York 1998; 
R. Spencer “Guida all’Islam e alle crociate” Lindau, Torino 2008;

lunedì 18 febbraio 2019

Biglino e il DNA degli Elohim.

Nelle sue conferenze lo studioso piemontese Mauro Biglino non perde occasione di accusare traduttori, edizioni critiche, esegeti e filologi di essere tutti assoggettati al potere della “teologia”. Questo oscuro mostro, che Biglino non ben identifica, ma che, a suo dire, avrebbe soggiogato e plagiato la mente e le coscienze di milioni di persone durante tutti i secoli della storia umana, avrebbe imposto una traduzione dall’ebraico e dal greco della Bibbia completamente falsa e tendenziosa. Tutto ciò piace ed affascina oltremodo i suoi numerosi appassionati seguaci, che assistono alle sue conferenze e comprano i suoi libri, finalmente soddisfatti di avere qualcosa di tangibile e convincente per poter accusare la Chiesa Cattolica, ed in generale tutte le religioni, di far parte del più grande complotto mai organizzato nella storia dell’umanità. Ovviamente queste persone non hanno alcuna competenza per saggiare la veridicità delle strabilianti affermazioni di Biglino, ma questo, ai loro occhi, è un dettaglio trascurabile. L’importante è svergognare la cricca dei professoroni accademici e, specialmente, la Chiesa Cattolica. 


Per Biglino le versioni ufficiali delle Bibbie cattoliche sarebbero basate su traduzioni infedeli che non corrisponderebbero al vero significato dei vari termini ebraici del testo. Tutto ciò perché devono essere giustificate determinate “visioni” teologiche che, ovviamente, non esisterebbero nella Bibbia. Tra le più sconcertanti accuse di Biglino ci sarebbe l’infedele traduzione del termine ebraico “tselem”. Scrive Biglino in un articolo riportato sul sito della casa editrice “Unoeditori”:

Nelle traduzioni che abbiamo in casa si dice che non siamo stati fatti ad “immagine e somiglianza” degli Elohim. la Bibbia in realtà utilizza un’espressione che indica: che noi siamo stati fatti a somiglianza degli Elohim, ma non ad immagine, bensì con lo tselem degli Elohim. Il termine tselem definisce in modo specifico “un quid di materiale che contiene l’immagine”, ovvero quel qualcosa che contiene l’immagine loro e che è “stata tagliata fuori da loro”. In sintesi, gli Elohim hanno compiuto degli interventi di ingegneria genetica utilizzando due DNA (il loro e quello degli ominidi)”.

Ma non basta, anche la donna, cioè Eva, è stato il frutto di un intervento di ingegneria genetica. Sempre sullo stesso sito si può leggere cosa pensa Biglino del racconto biblico della creazione della donna: “Anche nella Bibbia che abbiamo in casa, senza la necessità di traduzioni particolari, si legge chiaramente che gli Elohim hanno indotto all’Adam, quindi al maschio, un sonno profondo, hanno prelevato qualcosa dalla sua parte laterale ricurva – quella che normalmente viene tradotta con costola – hanno richiuso la carne, nel punto in cui hanno effettuato il prelievo, e con quel quid prelevato hanno formato la femmina”.

Ovviamente questa assurda teoria dell’uomo e della donna fabbricati attraverso interventi di ingegneria genetica deriva dall’altrettanto assurda teoria del cosiddetto “paleocontatto”, cioè quella fantasiosa convinzione, ovviamente non suffragata da alcuna seria prova scientifica, che il nostro pianeta sia stato visitato anticamente da avanzatissime civiltà aliene. Ma in questa sede non voglio soffermarmi sull’assurdità di tale teoria, quanto rimanere al testo della Bibbia e mostrare il goffo e scorretto tentativo di Biglino di piegarlo ai suoi interessi. 

Biglino tiene sempre a precisare come lui si affidi a ciò che indicano i dizionari di ebraico antico e come le bibbie nostrane, in special modo quelle cattoliche, regolarmente ignorano proponendo false traduzioni. In questa fattispecie il termine ebraico preso in considerazione è “tselem”, infatti in Genesi 1, 26 leggiamo: ”Facciamo l’uomo a nostra immagine (tselem) e somiglianza”.
Secondo Biglino questo termine “definisce in modo specifico un quid di materiale che contiene l’immagine”, egli trae tale conclusione dal fatto che il famoso dizionario di ebraico biblico, disponibile in rete, il Brown-Driver-Briggs (BDB), traduce il termine “tselem” con “Something cut off”, cioè qualcosa di “tagliato fuori”, cioè di “prelevato”, il DNA degli Elohim. 

Ma sarà vero tutto questo? Se andiamo a consultare il BDB alla voce “tselem” (in ebraico צֶ֫לֶם) troviamo che come primo e principale significato vi è “image”, cioè “immagine”, proprio come giustamente traducono tutte le versioni più accreditate della Bibbia. Solo dopo, per meglio spiegare il concetto sotteso a “tselem”, il BDB spiega che tale termine significa qualcosa di ritagliato (Something cut off), ma nel senso di intagliare una statua, infatti viene riportato un brano del libro di Ezechiele dove si parla espressamente di immagini realizzate in oro, argento e gioielli: “Con i tuoi splendidi gioielli d’oro e d’argento, che io ti avevo dati, facesti immagini (tselem) umane e te ne servisti per peccare”. (Ez 16, 17). Come si può notare non c’è niente che lasci pensare a qualcosa di tagliato fuori, cioè di prelevato. 

Al fine di rendere ancora più chiaro il senso di tale termine il resto della definizione del BDB propone un confronto con un altro termine ebraico: “Pesel” (in ebraico “מֶּסֶל”) che il BDB traduce con “immagine”, “statua” e l’autorevole orientalista tedesco Theodor Nöldeke, indicato con la sigla “”, traduce con “schnitzbild” che in tedesco significa “scolpito”. Quindi il BDB vuole alludere ad un qualcosa ricavato da un intaglio, un qualcosa di sagomato, una scultura. Tra l’altro tutte le principali lingue semite hanno la radice di tale termine con lo stesso significato di “immagine”, “statua”:

Accadico = salmu = statua, rilievo, disegno, immagine

Ugaritico = şlm = immagine, statua

Fenicio = şlm = statua 

Punico = şlm = immagine, disegno

Siriaco = şalmö = immagine, statua

Tutto ciò è talmente vero che lo stesso termine “tselem” è usato con il significato di “immagine” in altri passi della Genesi dove vengono generati dei figli. Ad esempio Adamo genera suo figlio a sua somiglianza e immagine (tselem) (Gn 5, 3). Come l’uomo è immagine di Dio, così il figlio è immagine del padre. Anche per quanto riguarda il racconto biblico della creazione della donna (Gn 2, 21), dove Biglino affibbia al termine “tsela” (in ebraico “צֶ֫לַע”) il significato di “quid di materiale” per procedere ad una clonazione, il BDB è perentorio nel tradurlo come “costola”, “lato”. Anche qui niente che lasci pensare ad interventi di ingegneria genetica o cose del genere.

E’ ormai palese l’uso strumentale dei dizionari da parte di Biglino che usa in modo altamente scorretto prendendo solo ciò che è producente per le sue tesi fantasiose ed ignorando tutto il resto che lo smentisce. Nel caso della dicitura “something cut out”, questa è inserita in un contesto che va considerato, ma che Biglino tralascia senza tanti problemi, deformando la citazione del dizionario sicuro del fatto che nessuno dei suoi “seguaci” andrà mai a controllare.

Ma oltre ad essere scorretto, Biglino dimostra anche una profonda ignoranza dei più basilari principi di esegesi biblica. Per suffragare la sua strampalata teoria sull’ingegneria genetica, Biglino mischia senza alcun problema citazioni prese da due racconti della creazione dell’uomo molto differenti tra di loro. La creazione riportata in Genesi 1, 26, dove Biglino trova il termine “tselem” distorcendone il significato, è una sintesi teologica che appartiene ad una tradizione, quella “elohista” più recente, risalente all’incirca al 500 a.C., mentre la creazione narrata in Genesi 2, 21, dove Biglino distorce il termine “tsela”, è un racconto molto più antico, risalente all’incirca al 1000 a.C. appartenente ad un’altra tradizione, quella “yahvista”, del tutto differente e dove non compare il termine “tselem”. Ma per la crassa ignoranza di Biglino tutto ciò non fa alcuna differenza, se è producente alla sua teoria non valgono regole grammaticali, competenze filologiche, esami del contesto, niente, l’importante è poter confezionare una storiella falsamente plausibile, ben certo che sarà accolta con entusiasmo dai suoi fans. Con tanti saluti allo studio serio della Bibbia.


Bibliografia 

Stanislav Segert “A Basic Grammar of the Ugaritic Language”, University of California Press, Berkeley and Los Angeles, California 1997; 
Jeremy Black, Andrew George, Nicholas Postgate “A Concise Dictionary of Akkadian”, Edizioni Otto Harrassowitz, 1999)”;
Chicago Assyrian Dictionary (CAD) Volume (tsade) per l’accadico;
Philippe Reymond “Dizionario di ebraico e aramaico biblici” Ed. Società Biblica Britannica, 2011;
Dizionario “Brown-Driver-Briggs” Hebrew and English Lexicon 
Biblehub.com.

martedì 29 gennaio 2019

Il laicismo è distruttore della vita ed adoratore della morte

E’ di questi giorni la notizia che lo Stato di New York, negli USA, ha approvato una legge delirante che facilita in modo criminale l’accesso all’interruzione di gravidanza. Per la falsa idea di libertà e progresso del laicismo, ma soprattutto per la fiorente industria americana degli aborti, non era sufficiente la possibilità di uccidere un bambino solo al sesto mese di gravidanza. 

L’aborto è la soppressione di una vita umana e costituisce sempre un omicidio e, dato ancor più ripugnante, dell’omicidio di un innocente. Quindi non è mai possibile giustificare una legge che, andando contro il principio fondamentale del rispetto della vita umana, legalizzi un abominio del genere. Ma, almeno, pur nella sua ipocrisia, le varie legislazioni sparse nel mondo pongono un limite al ricorso dell’aborto. Ad esempio nel nostro paese l’interruzione di gravidanza non è permessa dopo il terzo mese di gestazione, in Francia dopo il quarto e in Gran Bretagna dopo il sesto. Anche negli USA, prima di questa legge infame, il limite era il sesto mese di gravidanza. Ovviamente di tratta di una follia assoluta, ricordando che un bambino al sesto mese di gravidanza è del tutto formato e in grado addirittura di riconoscere la voce della madre, ma ora nello Stato di New York non esistono, praticamente, più limiti temporali, infatti ora è possibile uccidere legalmente anche oltre il sesto mese, se esiste un pericolo per la “salute” della madre. 

Tutto ad un tratto cadono le miserabili fandonie laiciste sul rispetto di supposti limiti imposti dalla biologia. Limiti del tutto arbitrari, come se un feto divenisse “umano” per il numero di cellule di cui è composto. Ma ora non esiste neppure questo paravento, il laicismo non si ferma davanti a niente, procede ad una eugenetica vera e propria senza tante discussioni. 
Ma i nostri cari laicisti nostrani non sono inorriditi da tale notizia? Macché, davanti all’orrore tutto quello che sanno fare è la caccia alle streghe: se i cattolici protestano bisogna zittirli. Allora parte subito la macchina della menzogna: la legge USA permette l’aborto oltre il sesto mese? Si tratta di una bufala! Scrive il sito “Open” del noto giornalista Mentana: 

“…la notizia è stata rilanciata da numerosi siti pro-life, sia stranieri che italiani, ma è falsa. Il Reproductive Health Act, ratificato dal governatore Cuomo, cancella il reato di aborto dal codice penale e permette a donne in comprovato pericolo di vita di poter abortire anche dopo la 24esima settimana” 

Ci sarebbe da chiedersi se al sito di Mentana lavorino giornalisti pensanti o in cattiva fede. In realtà non c’è nessuna “bufala”, la notizia è drammaticamente vera, la nuova legge americana afferma proprio che l’aborto può essere praticato anche dopo i sei mesi di gestazione se: “there is an absence of fetal viability, or the abortion is necessary to protect the patient’s life or health” che tradotto sarebbe: “c’è l’assenza di vitalità del feto oppure l’aborto è necessario per proteggere la vita della paziente oppure la sua salute”. Quindi, aborto legale non solo per motivazioni legate alla vita della paziente, ma anche alla “salute”. 

Il sito di “Open”, però, nella foga di considerare tutto come una “bufala” si è dimenticato di riportare proprio quest’ultima “parolina”, cioè “salute”. Le motivazioni per cui può essere autorizzato un aborto fino al momento della nascita possono dipendere dalla “salute” della madre. Sotto questo termine si possono far passare anche le più svariate motivazioni psicologiche. L’Organizzazione mondiale della Sanità, d’altronde, nel 1946 ha definito “salute” lo “stato di completo benessere fisico, sociale e mentale e non meramente l’assenza di malattia o infermità” e ciò contempla quindi non solo elementi fisici, ma anche psicologici e perfino economici. Così, adducendo motivazioni riguardanti la “salute”, per effetto di questa legge nello stato di New York sarà possibile abortire legalmente fino all’ultimo giorno di gravidanza. 

Il laicismo non pensa ad altro che alla morte, alla soppressione della vita umana innocente ed indifesa. Ma la cosa veramente drammatica è che spaccia questo orrore per progresso, per un diritto riconosciuto alle donne. Sono distruttori della vita ed adoratori della morte. L’immagine della Freedom tower illuminata da luci color rosa è un simbolo tragico di questa follia.

mercoledì 23 gennaio 2019

I miti sulle crociate: i mussulmani combatterono per difendere la loro fede senza mire espansionistiche

Un altro mito molto diffuso riguardante i rapporti tra l’Islam e la cristianità è quello che vuole i musulmani costretti a difendersi dalla pressione delle forze cristiane europee. Quindi, secondo questa curiosa convinzione, l’espansione dell’Islam non sarebbe altro che una risposta all’aggressività cristiana, i musulmani combattevano senza alcuna volontà di sottomettere e conquistare, ma solo per difendersi. Tutto ciò sarebbe provato dal fatto che l’Islam sarebbe essenzialmente una religione di pace che rifugge la guerra. L’ex presidente degli Stati Uniti d’America, Barak Obama, in un suo discorso assolse completamente l'islam affermando che “coloro che perpetrano la violenza e il terrore sostenendo di farlo nel nome dell'islam, in realtà tradiscono l'islam” (Il Timone N. 97 - ANNO XII - Novembre 2010 - pag. 20).

L'incredibile espansione araba nel I secolo dell'era musulmana
Questa convinzione, però, stride fortemente con le evidenze storiche le quali ci mostrano l’incredibile velocità e grandezza dell’espansione islamica già a partire dal VII secolo. A pochi anni dalla morte di Maometto, avvenuta nel 632 d.C., l’Islam aveva soppiantato il cristianesimo nella maggior parte della regione mediorientale, nel Nord Africa, a Cipro e in buona parte della Spagna. Un secolo dopo cadevano sotto il dominio musulmano anche la Sicilia, la Sardegna, la Corsica e l’Italia meridionale. Fu invasa anche la Persia, l’Armenia, fu occupata la valle dell’Indo, l’odierno Pakistan, da cui le armate musulmane dilagarono poi nel corso dei secoli fino in India (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2010, pag 28). L’incredibile espansione musulmana sembra quanto meno una reazione spropositata, sicuramente un caso di eccesso di legittima difesa. Eppure tutte queste nazioni e tutti i vari popoli conquistati dai musulmani vivevano tranquillamente nei loro territori senza aver mostrato alcuna mira d’espansione e professavano la propria fede senza alcuna intenzione di far del proselitismo. Veramente l’Islam si è solo difeso? 

Secondo un’altra ipotesi le conquiste musulmane sarebbero state determinate da esplosioni demografiche e depressioni del commercio carovaniero. Ma anche tutto ciò non ha basi storiche, infatti le conquiste dei musulmani non avvennero tramite eserciti sterminati, ma anzi con piccole formazioni militari ben organizzate e ben guidate. Quanto al commercio carovaniero, viceversa, aumentò giovandosi di piste rese più sicure dalle conquiste. In realtà la ragione semplice e fondamentale per cui gli Arabi musulmani attaccarono i popoli vicini in quel particolare momento fu che essi erano finalmente in grado di farlo. L’espansione islamica continuò incessantemente per esaurirsi solo quando la potenza islamica non fu più in grado di imporre la sua forza (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, 2010, pag 23).

In realtà fu ben altro che spinse l’Islam ad espandersi e a divenire una potenza imperialista: la volontà di diffusione ed imposizione della fede islamica. Lo storico Hugh Kennedy ha così ben specificato: “combattevano per la loro religione, per la prospettiva di un ricco bottino e perché vedevano andare in guerra amici e uomini appartenenti alla loro stessa tribù” (Hugh Kennedy “L’Esercito dei Califfi” Editrice Goriziana, Gorizia 2009). Dopo la sconfitta patita a Poitiers nel 732 d.C., quando i musulmani subirono una pesante battuta d’arresto al loro espansionismo, il sovrano della Spagna islamica, Hisham, nel 792 d.C. bandì nuovamente una spedizione in Francia e lo fece ricorrendo al Jihād, cioè alla guerra santa. I musulmani di tutto il mondo risposero con entusiasmo e fu organizzata una spedizione che mise a ferro e fuoco i territori controllati dai cristiani. Tale appello di Hisham fu di natura prettamente religiosa, ben tre secoli prima dell’appello alla crociata di papa Urbano II.

Molto probabilmente è anche vero che Maometto vide nell’espansione territoriale l’opportunità di cementare l’unità araba, con la possibilità di un facile bottino e di guadagni con l’imposizione di tributi alle popolazioni conquistate, ma il motivo di fondo di tale imponente espansionismo fu quello di diffondere ed imporre la legge islamica. Il più famoso e autorevole tradizionista musulmano, cioè esperto di storia e diritto islamico, Al –Bukhari, vissuto nel IX secolo, riporta le parole del Profeta il quale disse ai suoi seguaci che Allah avevaordinato loro “di combattere contro gli infedeli finché essi non avessero ammesso che non vi era altro dio al di fuori di Allah e che Maometto era il suo messaggero” (Al Bukhari “Sahih al-Bukhari" vol. I, Libro 2, n.25).

Obbedendo a questo principio l’Islam è sempre stato conquistatore e se dal 1683 non fu più emanata una Jihad su larga scala non fu per effetto di riforme interne o per una più autentica interpretazione o ridefinizione della dottrina, ma perché il mondo islamico non era più in grado di sostenere tale lotta.



Bibliografia

Al Bukhari “Sahih al-Bukhari” vol. I, Libro 2;
Jonathan Riley Smith, “Storia delle Crociate”, A. Mondadori Editore, Milano 1994.
P. Fregosi “Jihad in the west: muslim conquests from the 7th to the 21st centuries” Prometheus Books, New York 1998;
R. Spencer “Guida all’islam e alle crociate” Lindau, Torino, 2008;
H. Kennedy “L’Esercito dei Califfi” Editrice Goriziana, Gorizia 2009;
Rodney Stark “Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate” Lindau, Torino, 2010.

giovedì 10 gennaio 2019

Biglino e gli elohim. Parte seconda.

Ho già affrontato la questione riguardante il termine biblico elohim chiarendo il fatto che per la grammatica ebraica questo termine, che tecnicamente sarebbe un sostantivo plurale, quando è seguito dal verbo al singolare deve essere inteso col significato di “Dio”. Ma pur avendo mostrando una palese ignoranza della grammatica ebraica, Biglino utilizza anche un altro argomento per dimostrare che questi “elohim” siano in realtà delle numerose entità senza alcunché di divino. Secondo lui la Bibbia li presenterebbe tutti uguali, con le stesse prerogative, senza conferire ad uno in particolare caratteri divini. Nelle sue conferenze lo studioso piemontese è solito affermare: 

Nessuno sa cosa significhi il termine “Elohim”, “Elohim” è “Elohim”, punto, finito, lasciamo stare cosa vuol dire. Ma che la Bibbia ci parli di tanti Elohim è chiaramente evidente, e a questi Elohim vengono attribuiti gli stessi poteri, le stesse caratteristiche, le stesse prerogative che vengono attribuiti a Yahweh, che è stato fatto diventare Dio. Sono tutti uguali, una volta che si capisce questo si capisce la Bibbia”. 

La prima affermazione è palesemente falsa, basta solo pensare alla millenaria tradizione ebraica che ha sempre visto in quel termine un preciso riferimento a Dio. Anche tutte le versioni della Bibbia, quando il contesto lo suggerisce, traducono sempre il termine “elohim” con “Dio”. Tali traduzioni sono in copto, greco o latino e sono molto antiche, le più antiche risalgono addirittura al II secolo a.C.. Sulla scorta di tali indicazioni tutti i più autorevoli manuali e vocabolari odierni, quando il contesto e la grammatica lo indicano, traducono il termine “elohim” con “Dio”. E’ divertente constatare come nelle sue conferenze Biglino avverta sempre il suo uditorio di attenersi ai vocabolari ufficiali, quando, invece, ciò avviene solo nei rari casi in cui alcune definizioni sembrano corroborare le sue traduzioni. 

Ma anche la seconda affermazione, quella riguardante una supposta mancanza di supremazia da parte di “Yhaweh” sugli altri “elohim” è completamente falsa. Biglino per provare una tale affermazione riporta alcuni versetti della Bibbia dove sembra che tra i vari “elohim” non ci siano differenze di potenza e prerogative. Ma, come al solito, il nostro non fa altro che estrapolare alcuni versetti strappandoli dal loro contesto per fargli dire quello che a lui interessa. La Bibbia, in realtà, non fa che affermare la potenza e l’unicità di “Yhaweh”, sempre tradotto con “Signore”, di fronte a tutti gli altri dei che non sono altro che idoli. 

Tra i versetti più comunemente utilizzati per cercare di dimostrare tutto ciò abbiamo un passo dal libro dei Giudici, che Biglino usa in modo scorretto ed ossessivo: 

In Giudici 11,24: Iefte, capo delle forze di Israele, dice al re degli Ammoniti: “Il tuo elohim (qualunque cosa significhi) Kamosh ti ha dato quelle terre e tu te le tieni; il mio elohim (qualunque cosa significhi) Yahweh ci ha dato queste terre e noi ce le teniamo”. Tra i due elohim (qualunque cosa significhi) non c’è alcuna differenza, hanno le stesse prerogative, gli stessi diritti e gli stessi poteri: non c’è un Dio superiore e uno inferiore per il capo dell’esercito di Israele”. 

Il versetto del libro dei Giudici a cui fa riferimento Biglino è il seguente: “Non possiedi tu quello che Camos tuo dio ti ha fatto possedere? Così anche noi possiederemo il paese di quelli che il Signore ha scacciati davanti a noi” (Giudici 11, 24). Per Biglino questo versetto dimostrerebbe che tra i due “elohim”, "Kamosh" e "Yhaweh", non ci sarebbe alcuna differenza. Questo modo di leggere la Bibbia è del tutto fuorviante, infatti non ha alcun senso considerare una semplice frase senza collegarla all’intero contesto. Il libro dei Giudici presenta sempre Yahweh che determina la vittoria o la sconfitta d’Israele nello scontro con gli altri popoli in base alla sua osservanza o meno dell'alleanza sinaitica. Gli altri popoli non possono nulla contro Israele se questo è premiato da Yahweh, mentre riescono a prevalere se Yahweh punisce Israele. Iefte, capo dell’esercito israelita, quindi, sta solamente constatando che gli Ammoniti adoravano un idolo, cioè Kamosh. Infatti Iefte manda a dire agli Ammoniti che il Dio d’Israele non potrà essere da loro sconfitto: “Ora il Signore, Dio d'Israele, ha scacciato gli Amorrei davanti a Israele suo popolo e tu vorresti possedere il loro paese?” (Giudici 11, 23). Secondo il libro dei Giudici, Israele, guidato dal vero Dio, ha facilmente ragione degli Ammoniti a dimostrazione che il vero Dio era veramente alleato d’Israele a differenza dei falsi dei che non potevano nulla contro di Lui: “Egli li sconfisse da Aroer fin verso Minnit, prendendo loro venti città, e fino ad Abel-Cheramin. COSÌ GLI AMMONITI FURONO UMILIATI DAVANTI AGLI ISRAELITI” (Giudici 11,33). Kamosh non poté far nulla perché non era simile al vero Dio Yhaweh come pensa Biglino. 

Il libro dei giudici afferma chiaramente che le divinità degli altri popoli erano false proprio perché del tutto impotenti nei confronti di Yhaweh, l’unico vero Dio. Quando Israele cadeva nelle mani dei suoi nemici ciò era voluto da Dio a causa dei suoi peccati: “Ora l'angelo del Signore salì da Gàlgala a Bochim e disse: «Io vi ho fatti uscire dall'Egitto e vi ho condotti nel paese, che avevo giurato ai vostri padri di darvi. Avevo anche detto: Non romperò mai la mia alleanza con voi; voi non farete alleanza con gli abitanti di questo paese; distruggerete i loro altari. Ma voi non avete obbedito alla mia voce. Perché avete fatto questo? Perciò anch'io dico: non li scaccerò dinanzi a voi; ma essi vi staranno ai fianchi e i loro dei saranno per voi un inciampo” (Giudici 2, 1-3). 

Per confermare l’assurdità secondo la quale Yhaweh non sarebbe altro che un “elohim” come tutti gli altri, anzi, pure di livello inferiore, Biglino afferma che nella Bibbia tutti i vari “elohim”, cioè gli dei adorati dai vari popoli con cui Israele viene a contatto, hanno le stesse prerogative e gli stessi poteri. Niente di più falso! La Bibbia proclama sempre la grandezza di Yhaweh rispetto agli altri dei. Si possono citare decine di passi in cui è chiaramente indicata la superiorità del Dio d’Israele e a cui vengono attribuiti potenze e caratteristiche divine. Il condottiero Giosuè che introduce il popolo ebraico nella terra promessa ammonisce i suoi compatrioti: “Allora il popolo rispose e disse: «Lungi da noi l'abbandonare il Signore per servire altri dei! Poiché il Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i padri nostri dal paese d'Egitto, dalla condizione servile, ha compiuto quei grandi miracoli dinanzi agli occhi nostri e ci ha protetti per tutto il viaggio che abbiamo fatto e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Il Signore ha scacciato dinanzi a noi tutti questi popoli e gli Amorrei che abitavano il paese. Perciò anche noi vogliamo servire il Signore, perché Egli è il nostro Dio” (Gs 24, 16). Nel libro dei Salmi, una raccolta di testi di varia origine a partire dal III secolo a.C., un importantissimo compendio della fede d’Israele, troviamo molto ben attestata la grandezza di “Yahweh” rispetto a tutto ciò che esiste: “Il Signore (Yahweh) ha stabilito nel cielo il suo trono e il suo regno abbraccia l'universo” (Salmi 102, 19), “Il Signore (Yahweh) tuonò dal cielo, l'Altissimo (Elyon) fece udire la sua voce” (Salmi 17, 14), “Applaudite, popoli tutti, acclamate Dio (Elohim) con voci di gioia, perché terribile è il Signore (Yahweh), l'Altissimo (Elyon), re grande su tutta la terra (Salmi 46, 1-3), ”Perché tu sei, Signore (Yahweh), l'Altissimo (Elyon) su tutta la terra, tu sei eccelso sopra tutti gli dei” (Salmi 96, 9), “Sappiano che il tuo nome è «Signore (Yahweh)»: tu solo l’Altissimo (Elyon) su tutta la terra” (Salmi 82,19). In quanto "altissimo" (Elyon), Dio "domina sul regno degli uomini e ... lo dà a chi vuole" (Daniele 4, 17-25); "il suo dominio è un dominio eterno e il suo regno dura di generazione in generazione" (Daniele 4, 34; 5, 21); "Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto" (Daniele 7, 14). 

Ovviamente i vari termini, come ad esempio “Yhaweh” tradotto con “Signore” o “Elyon” tradotto con “Altissimo”, non sono, come dice Biglino, i nomi dei vari “elohim”, ma indicano le caratteristiche divine dell’unico Dio d’Israele. Ad esempio nella Genesi possiamo leggere: “Alzo la mano davanti al Signore (Yahweh), il Dio altissimo (El Elyon)!” (Gn 14, 22), oppure nel secondo libro di Samuele: “Il Signore (Yahweh) tuonò nei cieli, l'Altissimo (Elyon) emise la sua voce” (2Sam 22, 14). E’ chiarissimo che i due termini “Yahveh” ed “Elyon” sono riferiti alla stessa entità e non sono due distinti “elohim”. 

Il Signore Dio d’Israele, Yahweh, è celebrato nella Bibbia come l’unico Dio. Il grande re d’Israele Davide confessa: "A te, Signore (Yhaweh), la grandezza, la potenza, la gloria, lo splendore, la maestà, poiché tutto quello che sta in cielo e sulla terra è tuo! A te, Signore (Yhaweh), il regno; a te, che t'innalzi come sovrano al di sopra di tutte le cose!" (1 Cronache 29, 11). 

Chiudo riportando il salmo 113 che esemplifica molto chiaramente come nella Bibbia la figura di “Yahweh” non è affatto quella di un “elohim” come tanti altri, bensì quella del “Signore” di tutto ciò che esiste e come gli altri “elohim” stanno solo ad indicare degli idoli, falsi dei, che sono solo il frutto dell’idolatria degli altri popoli. 

Il nostro Dio è nei cieli: tutto ciò che vuole, egli lo compie. I loro idoli sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Le loro mani non palpano, i loro piedi non camminano; dalla loro gola non escono suoni! Diventi come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida! Israele, confida nel Signore: egli è loro aiuto e loro scudo” (salmo 113). 

E’ ormai palese il modo di fare di Biglino: estrapolare qualche versetto dal contesto conferirgli un significato completamente avulso da quello originario. Biglino si presenta ai suoi accoliti come un semplice lettore della Bibbia ed, invece, opera manipolazioni, censure, che tradiscono il vero senso del testo. E’ veramente rattristante assistere, durante le conferenze di Biglino, ai moti di stupore ed approvazione dei numerosi astanti di fronte alle “rivelazioni” dello studioso piemontese, ignari del tranello di menzogne in cui sono caduti. 

Bibliografia 

G. Garbini “Storia e ideologia nell’Israele antico” Paideia, Brescia 1986; 
J.M. Miller, J.H. Hayes ”A History of Ancient Israel and Judah” London 1986; 
Dizionario “Brown-Driver-Briggs” Hebrew and English Lexicon 
Biblehub.com.

lunedì 31 dicembre 2018

mercoledì 19 dicembre 2018

Valdo e il valdismo, una chiesa di soli poveri



Dopo un po’ di tempo torno ad affrontare il tema delle eresie e del loro confronto con la dottrina della chiesa cattolica. Con questo mio articolo inizio la rassegna dei movimenti eterodossi sorti in età medioevale ed ho scelto di iniziare con quello dei valdesi, un gruppo di religiosi che prese il nome da Valdo, un ricco mercante di Lione, in Francia, vissuto nel XII secolo. Un movimento che, col passare dei secoli, dopo travagliate vicende, divenne una chiesa vera e propria tuttora esistente. 

Si tratta indubbiamente di un tema molto spinoso perché a tale movimento è legata una lunga storia di duri contrasti con la chiesa cattolica e persino di persecuzioni che, a più riprese, sono state condotte contro i valdesi. A motivo di tutto ciò papa Francesco, in occasione della sua visita pastorale a Torino per l’ostensione della Sindone del 2015, mentre rese visita al locale tempio valdese, ebbe parole di comprensione e riconciliazione arrivando a chiedere perdono per il comportamento della chiesa cattolica: “Purtroppo è successo e continua ad accadere che i fratelli non accettino la loro diversità e finiscano per farsi la guerra l’uno contro l’altro. Da parte della chiesa cattolica vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi”.

Anche se è storicamente un grosso errore giudicare fatti del passato con la nostra ottica moderna più cosciente del rispetto di ogni vita umana e che non ravvede più nella diversità delle fedi un pericolo per l’ortodossia cattolica, ed anche se è vero che la chiesa cattolica fu mossa da intenti volti a fin di bene per la difesa della fede, per il ripristino della giustizia e della pace sociale, occorre rimarcare che le atrocità ed i massacri perpetrati sono stati oggettivamente una esagerazione, un errore che la chiesa cattolica, anche se non direttamente, ha indubbiamente sulla coscienza. Fatto questo doveroso inciso, analizziamo il fenomeno valdese dal punto di vista storico e poi da quello teologico.

Come detto il “valdismo” comparve nel XII secolo per opera di un ricco mercante di Lione, Pietro Valdo, che nel 1173 leggendo la Bibbia, tradotta in francese, in quanto non conosceva il latino, rimase fortemente colpito da alcune parole di Gesù sulla necessità di vivere in povertà, in particolare da quelle rivolte al giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Mt 19, 21). Così nel 1179 lasciò tutti i suoi beni alla moglie, affidò le figlie ad un convento e si convertì ad una vita di povertà assoluta dandosi alla predicazione itinerante del vangelo in nome della Chiesa. Il vescovo di Lione riconobbe lecita la sua vocazione alla povertà, ma gli contestò l’attività di predicazione. Non era, infatti, tollerabile che un individuo, senza alcuna preparazione esegetica sufficiente, si potesse improvvisare predicatore in nome ufficiale della Chiesa. Pietro Valdo, che ebbe sempre la volontà di rimanere fedele alla chiesa cattolica, pensò così di sottoporre il suo stile di vita all’esame del Concilio Lateranense III che si stava svolgendo in quell’anno a Roma. Il Concilio lo accolse benevolmente, ma gli fu ribadito il divieto di predicare senza il mandato del vescovo. 

Nonostante questo divieto Valdo e i suoi seguaci continuarono nella loro opera di predicatori, principalmente rivolta contro l’eresia catara che imperversava in Francia in quegli anni e a vivere nella più assoluta povertà, tanto che furono inizialmente chiamati i “Poveri di Lione”. Presi dal fervore dei neofiti, il gruppo di Valdo crebbe e si diffuse rapidamente anche verso il sud della Francia, in Italia, dove furono chiamati i “Poveri Lombardi” e in altri paesi come la Germania e la Svizzera. Siamo negli anni della grande fioritura dei gruppi religiosi “pauperistici”, cioè che praticavano la povertà estrema. Non c’era nulla di eretico in ciò che insegnavano, ma Valdo e i suoi seguaci continuavano a predicare senza autorizzazione in quanto erano privi di un’adeguata istruzione e senza una specifica missione canonica. A lungo andare, il continuo ignorare i ripetuti richiami del vescovo portò inevitabilmente alla scomunica, che fu pronunciata da papa Lucio III nel 1184 al sinodo di Verona. 

La scomunica determinò una frammentazione tra i valdesi che si divisero in tanti gruppi, i principali dei quali furono i “Poveri Lombardi” in Italia e i cosiddetti “d’oltralpe” in Francia. C’erano coloro che volevano restare comunque fedeli a Roma, quelli vicini a Valdo, che accettano i dogmi della fede cattolica e richiedono i sacramenti ai legittimi ministri della Chiesa, ed altri, come i “Piccoli Lombardi”, che vennero a contatto con i tanti gruppi ereticali allora diffusi e finirono per esserne influenzati. Questi “valdesi” italiani, ritengono indegni i preti cattolici, non considerano validi i sacramenti da loro amministrati, ritengono che chiunque possa predicare e celebrare la Cena del Signore senza alcuna autorizzazione, negando così il sacerdozio ministeriale, considerano la Bibbia l’unica regola interpretabile da chiunque secondo la propria convinzione, ed, infine, pretendono la povertà come condizione obbligatoria per tutti e non solamente per coloro che ricevono questa vocazione particolare. Questa profonda differenza tra i due gruppi determinò una grossa divisione in seno al movimento valdese ed una reazione dello stesso Valdo con conseguente scissione dei due gruppi che si ebbe nel 1205. Valdo, soprattutto, non accettava l’idea che il suo movimento potesse determinare la nascita di una contro-chiesa. Tra il 1205 e il 1207 Valdo morì senza essere riuscito a ricomporre lo scisma interno al suo movimento e la frattura con Roma. Così il movimento di Valdo, che era nato per una finalità giusta e santa volta a riformare la Chiesa dal proprio interno, staccandosi da Roma perde il suo contatto con l’originale fede apostolica e, soprattutto, non avendo più un riferimento saldo ed univoco, comincia a frazionarsi in tanti gruppi che iniziano ad allontanarsi sempre più dall'ortodossia cattolica rifiutando le gerarchie ecclesiastiche, giudicate peccatrici e malvagie. 

Quando il Concilio Lateranense IV nel 1215 definì formalmente la dottrina della transustanziazione (cioè l'idea della presenza reale e sostanziale di Cristo nell'eucaristia), questa non trovò consensi tra i valdesi che la rifiutano decisamente, ormai per loro la Chiesa romana è degenerata e non è più la Chiesa di Cristo. A quel tempo l’annuncio della Parola e l’unità religiosa erano considerate un bene primario, molto più che la libertà d’espressione. Così la Chiesa cattolica fece agire l’inquisizione non solo per arginare il fenomeno del Catarismo, ma anche quello caratterizzato dalle molteplici sette dei pauperisti tra cui i valdesi. L’inquisizione, almeno inizialmente, operò con pazienza puntando sul dialogo per riportare in seno alla Chiesa gli eretici. Furono nominati vari inquisitori che operarono con infaticabile zelo percorrendo le valli liguri e piemontesi convincendo molti eretici ad abiurare. I vari gruppi valdesi e di altre sette reagirono perlopiù violentemente uccidendo i vari inquisitori nominati dal papa. Nel 1365 fu assassinato l’inquisitore Pietro da Ruffia, nel 1374 fu trucidato anche il suo successore Antonio Pavonio, nel 1466 fu la volta dell’inquisitore Bartolomeo Cerveri. Ben presto la situazione degenerò e i valdesi cominciarono ad essere perseguitati. Ci fu un’alternanza di persecuzioni e di pace religiosa, i valdesi, comunque, reagiscono sempre con rappresaglie per poi nascondersi tra i monti. Alcuni cercano ancora un contatto esteriore con la Chiesa per i sacramenti, come il Battesimo e l’Eucarestia, altri, invece, cominciano a crearsi un proprio culto clandestino. 

Nel 1532 i valdesi italiani e quelli francesi si uniscono formalmente alla riforma calvinista attraverso il sinodo di Chanforan e, così, i vari gruppi rifugiati nelle valli montane piemontesi, ed altri che erano emigrati in Calabria, si uniscono ai movimenti della riforma calvinista. Tutto ciò comportò la creazione, od il tentativo, di costituire una propria comunità organizzata in chiese dove veniva pubblicamente professata e proclamata le fede calvinista. In Piemonte questa organizzazione dei valdesi impensierì notevolmente il governo sabaudo, retto in quel periodo dalla madre di Carlo Emanuele II, la Duchessa Maria Cristina di Borbone, perché vedeva in questo sviluppo dell’organizzazione valdese il pericolo dell’infiltrazione politica delle potenze protestanti. Anche in Calabria il governo spagnolo del vicereame di Napoli nutriva le stesse paure. Così, sotto l’impulso dell’inquisizione, che attraverso predicazioni si adoperava per arginare lo sviluppo dell’eresia, i governi Piemontesi e Spagnoli sottoposero i valdesi a dure misure volte a limitare il loro sviluppo. I valdesi reagirono in modo deciso e, per niente disposti ad accettare misure restrittive, passarono al contrattacco con agguati, omicidi e distruzioni di simboli e chiese cattoliche. Tutto ciò portò in Piemonte alla dura repressione operata dall’esercito sabaudo, le cosiddette “Pasque piemontesi”, una sorta di guerra sabaudo-valdese che determino la morte di oltre un migliaio di valdesi nel 1654 e in Calabria ad una strage operata dall’esercito spagnolo, con circa 6000 vittime, in risposta ad un agguato dei valdesi che uccisero una cinquantina di soldati spagnoli. 

Questi tristi fatti devono essere inquadrati nell’oscuro periodo delle guerre di religione dove la politicizzazione delle differenze di religione portarono all’esasperazione dei contrasti fino alle estreme conseguenze. Nati come dispute di fede, questi contrasti sfuggirono al controllo della Chiesa per divenire il pretesto usato dai vari governi assolutisti per preservare il loro potere e mantenere il controllo delle masse. La Chiesa, con la sua inquisizione, ha sempre puntato su un approccio non violento, sulla risoluzione dialogata, ma il potere laico, vistosi in pericolo, adottò il sistema violento del tempo, atrocità che noi, con la nostra mentalità moderna, condanniamo, ma che allora era tranquillamente ammesso. Nonostante ciò la Chiesa non doveva approvare quelle atrocità e tali errori restano come un macigno sulla sua coscienza.

Ma perché la Chiesa censurò sempre, senza riserve, l’operato di Valdo e dei suoi seguaci? All’inizio questo movimento fu mosso da un intento più che giustificabile, come fu quello di vivere il vangelo in maniera più coerente, ma poi quando venne meno la comunione con la Chiesa fatalmente finì per perdere di vista la globalità della fede, del messaggio di Cristo. Gesù non istituì un rapporto individualistico della persona con Dio, ma chiamò a sé una comunità, che è la Chiesa, alla quale garantisce l’indefettibilità, nonostante i peccati, le debolezze, le incoerenze dei suoi rappresentanti, anzi è proprio la presenza di tutte queste debolezze nella Chiesa ad essere eccezionale argomento a favore della presenza dello Spirito Santo che guida la Chiesa anche in presenza del peccato degli uomini. Valdo e i suoi seguaci non obbedirono al proprio vescovo e quando si nega il sacerdozio ministeriale e la guida della Chiesa, che Gesù ha affidato a Pietro e agli apostoli, i cui successori sono il Vescovo di Roma e il Collegio Episcopale, fatalmente si prendono strade sbagliate. Successivamente, infatti, il movimento di Valdo si divise al suo interno e finì per accogliere tutta una serie di eresie. Gli odierni valdesi non sono in comunione con la Chiesa cattolica, proprio contro la volontà del loro fondatore Valdo.

Egli pretendeva di predicare il vangelo senza il mandato del vescovo, ma la Scrittura è molto chiara su questo punto. Innanzitutto nessuno deve disprezzare il vescovo perché egli ha in sé il dono spirituale, cioè il carattere ricevuto con l’imposizione delle mani (1Cor 12, 28-31), nessuno può sostituirsi alla Chiesa perché Gesù conferisce solo ai dodici apostoli, che ha personalmente scelto, il potere di predicare e di compiere miracoli. La testimonianza del Vangelo compete a tutti i cristiani, ma la predicazione ufficiale in nome della Chiesa necessita del mandato di Cristo e della Chiesa (Mt 10, 1-15). Valdo ebbe la presunzione di ritenersi nel giusto senza accogliere la correzione della Chiesa (Ebrei 12, 4-13). Così facendo portò il suo movimento, anche senza volerlo, alla separazione con la Chiesa e ciò non solo portò allo scisma, ma anche al venir meno dell’ortodossia. Questo accade perché non è nel singolo fedele la grazia dell’indefettibilità, ma, invece, è concessa e promessa da Gesù alla Chiesa nel suo complesso: “Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16, 18)


Bibliografia

Carlo Novellis "Biografia di illustri saviglianesi" Gianini e Fiore Editori, Torino 1840;
Herbert Grundmann "Movimenti religiosi nel Medioevo" Bologna, Il Mulino, 1980;
Aldo Ponso "Duemila anni di santità in Piemonte e Valle d'Aosta" Effata Editrice, Cantalupa (TO) 2001.