domenica 28 febbraio 2016

Gli Ebioniti, testimoni della prima fede in Cristo?

Nel primo articolo dedicato alle eresie, quello riguardante i giudaizzanti, ho già fatto un piccolo riferimento agli Ebioniti. Questa corrente eterodossa del primo cristianesimo ha sempre suscitato la fantasia di una certa “storiografia” alternativa, complottistica ed apertamente anticattolica, tipica di tanti “storici” improvvisati di cui è pieno il web. Secondo la loro visione quella degli Ebioniti sarebbe stata la prima vera versione del messaggio di Gesù, successivamente affossato da Paolo di Tarso e poi cristallizzato in una fede “ufficiale”, sincretica e paganizzata, dalla Chiesa di Roma. Come vedremo, si tratta di una visione che ha molto poco di storico, infatti niente lascia pensare ad una eventualità del genere. Degli Ebioniti sappiamo pochissimo e quel poco che ci hanno tramandato i resoconti di alcuni padri della Chiesa, risalenti al massimo al II secolo, non lasciano pensare a niente di tutto questo.


Ciò che storicamente si può affermare è che agli arbori del cristianesimo, negli anni trenta del primo secolo, dopo la morte e resurrezione di Cristo, il gruppo dei dodici apostoli dà origine ad una prima comunità che risiede a Gerusalemme. La fonte che testimonia queste primissime fasi del cristianesimo sono gli Atti degli Apostoli, composti con ogni probabilità tra il 61 e il 63 d.C. (Jean Carmignac “Nascita dei vangeli sinottici” Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1986, pag. 72), che raccolgono la testimonianza dei primi apostoli come Pietro e Paolo. E’ la comunità guidata da Giacomo il Minore, “il fratello del Signore” (Mt 13, 55 e Mc 6, 3), pienamente ortodossa anche se spesso in disaccordo con Paolo, dotata di teologia arcaica, ma con una chiara affermazione della divinità di Gesù (J. Danielou “La teologia del Giudeo-cristianesimo” EDB 1974). 

Tuttavia attorno a questo primo nucleo centrale ebraico, col passare degli anni, quando questa comunità comincia ad aprirsi, con Paolo, al mondo dei gentili, in Palestina, verso la fine del I secolo, si vanno progressivamente formando tutta una serie di movimenti e gruppi che, restando fortemente attaccati alle tradizioni e ai riti ebraici e tendono a modificare l’originaria considerazione su Gesù per assumerne delle nuove profondamente diverse. Ci sono coloro come i Nazareni (da non confondersi con l’analoga denominazione dei primi cristiani in Atti 24, 6) che credono che Gesù sia il Messia promesso e il Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria. Di loro i Padri della Chiesa come Origene, Eusebio, Girolamo ed Epifanio parlano come di “giudei che credono” (Epifanio, Panarion, 29,9,4; Girolamo, De viris illustribus 3; Girolamo, Contra Pelag. 3,2). Ma esistono anche giudei che pur riconoscendo Gesù come un Profeta o il Messia, non lo considerano più il Figlio di Dio. Tra questi abbiamo diversi gruppi come gli Zeloti cristiani di Cerinto, gli Elcesaiti, gli gnostici giudaici di Carpocrate e in particolar modo gli Ebioniti (J. Danielou “La teologia del Giudeo-cristianesimo” EDB 1974).

La denominazione "ebioniti" deriva dal termine ebraico “evionim” che significa “poveri”, questo termine si incontra, per la prima volta, in Ireneo (Adversus Haereses, I, XXVI, 2). Per Origene (Contra Celsum, II, I; De Principii, IV, I, 22) ed Eusebio (Storia ecclesiastica, III, 27) il nome di questa setta derivava dalla limitatezza della loro intelligenza, o dalla povertà della Legge a cui si riferivano, o dalla povertà della loro comprensione di Cristo. Questo gruppo di giudaizzanti viene dapprima considerato scismatico da Giustino di Nablus, nel II secolo, e quindi eretico da diversi padri della Chiesa, come Tertulliano (De Carne Christi, 14-16) e Ippolito di Roma (Philosophumena VII, 22.), per il fatto di rifiutare la predicazione e l'ispirazione divina dell'apostolato di Paolo di Tarso. Gli ebioniti, infatti, consideravano Gesù di Nazareth semplicemente un uomo, nato come tutti gli altri mortali, nel quale è sceso ad abitare il Figlio di Dio. A volte lo consideravano un arcangelo, a volte anche un profeta venuto a riformare la Legge. Manifestavano preferenza per Giovanni e Giacomo rispetto a Pietro e, specialmente, rimproveravano a Paolo il fatto di voler, a loro dire, abolire la Legge. Le maggiori informazioni che abbiamo su questo gruppo di giudaizzanti ci proviene da Epifanio di Salamina, un vescovo e scrittore del IV secolo, il quale, nel suo Panarion, un compendio delle eresie palestinesi, riferisce di una setta molto legata alle prescrizioni della Legge ebraica. La osservavano scrupolosamente, rispettavano il sabato e la circoncisione (Panarion 30,3,2), si purificavano continuamente quando toccavano uno straniero o incontravano una donna. Il lavacro avveniva con gli indumenti addosso (Panarion 30,3,5). Successivamente, col passare degli anni, oltre a questi ebioniti giudaizzanti, si sviluppò un ramo gnostico, anche se la loro teologia differiva ampiamente da quella delle principali scuole gnostiche poiché rifiutavano nella maniera più assoluta qualsiasi distinzione tra il Demiurgo, il dio inferiore creatore della materia ed il Dio Supremo, creatore dello spirito. Epifanio racconta che secondo alcuni di questi Ebioniti Cristo sarebbe identico ad Adamo (Panarion 30,3,3), altri ancora insegnano che Cristo sarebbe stato creato prima di tutto, sarebbe lo Spirito che avrebbe il dominio su tutti gli angeli (Panarion 30,3,4) o Lui stesso addirittura uno degli arcangeli (Panarion 30,16,4) e così via (“Giudeocristiani”, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1948-1954, vol. VI, coll. 705-708). 

La distanza tra le credenze degli Ebioniti e la fede primitiva della comunità dei seguaci di Cristo è enorme. I più antichi scritti cristiani, cioè le lettere paoline databili tra il 50 e il 60 d.C., ci presentano una chiara affermazione della divinità di Gesù. Egli è il Signore, cioé Kyrios (1 Cor 12, 3), il termine in cui viene indicato Dio nella bibbia dei LXX. Queste lettere raccolgono una tradizione orale preesistente che, quindi, deriva dai testimoni oculari della vicenda terrena di Gesù. Sono scritti infinitamente preziosi per la conoscenza del cristianesimo primitivo e permettono in parecchi punti di risalire a uno stadio più antico della stessa predicazione paolina. Paolo, nelle sue lettere, riporta ciò che ha ricevuto dalla Chiesa di Gerusalemme, da Pietro e Giacomo, il “fratello di Gesù” (1 Cor 15, 3-9; Gal 1, 18-19) e cioè che Cristo è resuscitato e che ha la potenza per liberare l’uomo dal peccato, ossia il contenuto del primo annuncio del messaggio di Cristo, il Kerigma. Non è più l'obbedienza formale alla Legge che porta alla salvezza, ma l'adesione a Cristo. E’ questo messaggio che mette in relazione la storia di Gesù con quella della sua comunità. I primi testimoni trasmettono ciò che a loro volta hanno ricevuto, cioè il kerigma, a cui è connessa l’attività missionaria, la comunità apostolica e poi ecclesiale, lungo il corso dei secoli (Piero Coda “Kerigma” in Dizionario di Teologia Fondamentale, a cura di Fisichella e Latourelle, Assisi, Cittadella, 1990, p. 403).

Un’altra prova storica della fede nella natura divina di Gesù da parte della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme è rappresentata dalla veemente ostilità delle autorità ebraiche. Queste presero subito a perseguitare la nascente Chiesa, tra le vittime di queste prime persecuzioni vi furono Stefano, lapidato per blasfemia per aver affermato la divinità di Cristo (Atti 6,8-7,60), l'apostolo Giacomo, fatto giustiziare dal re Erode Agrippa (Atti 12,1-2), mentre Pietro si salvò fuggendo da Gerusalemme. Anche in altre città, dentro e fuori dalla Palestina, le comunità ebraiche si opposero alla diffusione del cristianesimo e Paolo in particolare ne fu spesso il bersaglio: nelle sue lettere racconta di essere stato più volte frustato, bastonato e persino lapidato. Queste persecuzioni si possono spiegare unicamente per la bestemmia di considerare un uomo, Gesù, come se fosse Dio, esattamente il motivo per il quale il sommo sacerdote Caifa arrivò a stracciarsi le vesti (Mt 26, 65). La persecuzione e, quindi, la morte erano le punizioni riservate a chi bestemmiava, cioè apostatava dalla fede nell’unico Dio Jahvè. Significativo al riguardo è un testo dello Šemônê ‘esre, che introduceva la celebrazione sinagogale e che proviene da un frammento della Genizah del Cairo, che riporta l’accusa ai cristiani nella dodicesima benedizione:

Che per gli apostati non vi sia speranza; sradica prontamente ai nostri giorni il dominio dell’usurpazione, e periscano in un istante i Cristiani (nôserîm) e gli eretici (minim): siano cancellati dal libro della vita e non siano iscritti con i giusti. Benedetto sei tu, Signore, che schiacci gli arroganti” (Schürer “Storia del popolo giudaico al tempo di Gesù Cristo”, vol. II, Brescia, 1987, pp. 547-554). 

Alla luce di tali motivazioni molto forti appare assurdo ipotizzare che gli Ebioniti fossero i portatori dell’originale messaggio di Cristo e che i loro scritti da considerare l’unico vero vangelo. Di tali scritti ne parla ancora Epifanio definendoli un vangelo molto simile a quello canonico di Matteo, ma distorto e incompleto, da loro chiamato anche Vangelo degli Ebrei o Vangelo ebraico (Panarion, 30,13,2-8; 30,14,5; 30,16,4; 30,22,4). Due secoli prima anche Ireneo, il vescovo di Lione, nel suo Adversus Haereses, scritto attorno al 180, già sottolineava il carattere eretico degli scritti ebioniti: “Gli Ebioniti, pertanto, seguono unicamente il Vangelo che è secondo Matteo (non quello canonico riconosciuto dalla Chiesa), si affidano solo ad esso e non hanno un'esatta conoscenza del Signore” (Adv. haer. III, 2). 

La divinità del Cristo è insita nell’annuncio della buona novella e ha fatto parte, fin dall’inizio, della fede della prima comunità dei discepoli di Gesù. Solo con tale messaggio rivoluzionario potevano affermarsi la Chiesa e la sua opera di trasformazione del mondo.

Bibliografia 

F. Rossi de Gasperis, “Israele o la radice santa della nostra fede”, in “Rassegna di Teologia” 1, 1980; 
D. Flusser, “Il cristianesimo, una religione ebraica”, E.P., Cinisello Balsamo, 1992;
R. Geftman “La Chiesa primitiva di Gerusalemme”, Jerusalem, 1985; 
J. Lenzenweger et al. “Storia della Chiesa Cattolica”, EP Cinisello Balsamo, 1989;
Jean Carmignac “Nascita dei vangeli sinottici” Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1986;
J. Danielou “La teologia del Giudeo-cristianesimo” EDB 1974;
Giorgio Acquaviva "La chiesa-madre di Gerusalemme" Ed. Piemme, Casale Monferrato (AL) 1994.
http://it.cathopedia.org/wiki/Persecuzioni_dei_cristiani

martedì 16 febbraio 2016

Il sacro fungo e la croce. L'assurdità della storiografia laicista

Tra le tante storie fantasiose che si raccontano sull’origine del Cristianesimo e sulla storicità della figura di Gesù ce n’è una che ha davvero dell’incredibile e che un frequentatore del blog, DevilMax, ha recentemente posto alla mia attenzione. Si tratta di una “teoria” riportata in un libro di un certo John M. Allegro intitolato “The Sacred Mushroom and the cross” (cioè “Il sacro fungo e la croce”) che ebbi la (s)ventura di leggere. 


Secondo J. M. Allegro, Gesù Cristo non sarebbe mai esistito e la sua vicenda un’invenzione frutto dell’allucinazione collettiva degli apostoli, provocata dal fungo psicoattivo, Amanita muscaria. Il Cristianesimo, quindi, sarebbe stato un culto imperniato sugli effetti di tale fungo e deriverebbe da un’antichissima tradizione etnomicologica risalente addirittura ai Sumeri. Per dimostrare la validità della sua teoria Allegro arriva ad ipotizzare che il Nuovo Testamento e tutto il resto della Bibbia derivino i loro termini greci ed ebraici, le lingue in cui è stata scritta la Bibbia, direttamente dal sumero. Ad esempio il nome di Pietro deriverebbe dall'aramaico pztrii che significa "fungo", e così “Cristo crocifisso” significherebbe “fungo eretto unto di sperma” oppure “Giovanni Battista” starebbe per “fungo dalla testa rossa”, ecc. Anche nel Vecchio Testamento Allegro trovò numerosi riferimenti linguistici e metaforici all'antico culto fungino. Ad esempio la “tiara”, cioè il copricapo del grande sacerdote (Es 22, 4), non sarebbe altro che un riferimento iconico del fungo, oppure la pianta che diede ombra e riparo al profeta Giona (Giona 6, 5-8) e che spuntò nell'arco di una notte e nell'arco di una notte scomparve altro non era che un fungo e così via.

Ovviamente la teoria di Allegro fu rifiutata in blocco dalla comunità accademica che criticava il suo metodo linguistico-comparativo e cioè l’assurdità di derivare le lingue ebraica e greca dal sumero. Per qualunque serio linguista si tratta di una autentica sciocchezza. Ma la teoria di Allegro fu stroncata anche dalla seria etnomicologia (la scienza che studia l’uso rituale delle sostanze psicoattive nelle comunità umane). Uno dei più affermati e seri etnomicologi, lo statunitense R. Gordon Wasson, ebbe a dichiarare che Allegro ”giunse frettolosamente a conclusioni ingiustificate basate su scarse evidenze” (G. Samorini, “Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici” Telesterion, Dozza (BO) 2001, pag. 177). Sono, infatti, evidenti agli occhi di un etnobotanico le forzature a cui ricorre Allegro facendo derivare etimologicamente i nomi di piante come la mandragora, la senape, la peonia, l'elleboro, ai termini sumeri che indicano il fungo.

In realtà Allegro, quando nel 1970 pubblicò la sua teoria esponendola ne “Il sacro fungo e la croce”, era ormai da tempo fuori dalla comunità accademica e nessuna rivista specializzata nel campo delle culture mediorientali era ormai disposta a pubblicare i suoi “lavori”. Infatti Allegro vendette il libro ad una casa editrice che produceva testi di carattere sensazionalistico e ricevette una consistente somma di denaro per pubblicare in un settimanale sensazionalistico una serie di estratti del libro con il titolo "Jesus, only a Penis!" (Gesù, solamente un Pene!) (G. Samorini, “Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici” Telesterion, Dozza (BO) 2001, pag. 177). Purtroppo il laicismo può arrivare anche a questo.

Ciò che maggiormente stupisce di questa vicenda resta il fatto che Allegro non era uno sprovveduto qualsiasi, senza alcuna preparazione, ma un filologo formatosi all'Università di Oxford, specializzato nelle lingue mediorientali. Aveva addirittura partecipato alla prima fase della traduzione dei famosi Rotoli del Mar Morto, scoperti a Qumràn nel 1947. Come è stato possibile che uno studioso così preparato possa incappare in un infortunio del genere? Giorgio Samorini, importante etnomicologo italiano, non cristiano, nel suo libro “Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici” riferisce che Allegro era profondamente anticristiano. Se si ripercorre la storia dei suoi lavori accademici ci si accorge immediatamente di come Allegro sia stato ossessionato dal suo odio verso la Chiesa cattolica. Dall’alto della sua posizione di decifratore di documenti inerenti le origini del Cristianesimo non perse tempo di connotare i suoi studi come un attacco al cattolicesimo. Ma la critica accademica bocciò inesorabilmente ogni suo lavoro a partire dai suoi traballanti e sconclusionati studi sui frammenti qumrànici 1QpHab e 4Q285. Non impressionato dai fallimenti conseguiti pensò bene di pubblicare nel 1960, senza l’autorizzazione della commissione internazionale, di cui faceva ancora parte, la trascrizione e la traduzione del Rotolo di Rame, un testo qumrànico. In esso fu rinvenuta una lunga lista di 64 luoghi in Palestina dove sarebbe stato nascosto un tesoro. Mentre tutti gli altri scienziati lo definirono come un esempio del genere letterario popolare che “catalogava tesori immaginari”, Allegro lo ritenne un reale elenco dei luoghi dove gli Zeloti avrebbero nascosto i beni del Tempio nel 68 d.C., poco prima della caduta di Gerusalemme. Si trattava di un tesoro immenso, 65 tonnellate d’argento e 26 d’oro, chiaramente una cifra allegorica, quindi immaginaria. Eppure Allegro era così convinto che organizzò delle campagne di scavi per ritrovare i tesori che, ovviamente, fallirono miseramente. Dopo questo insuccesso, nel 1968, curò il quinto volume della collana “Discoveries in the Judaean Desert” in cui pubblicava una trentina di frammenti. Ma anche questo lavoro risultò molto scadente tanto che fu inesorabilmente stroncato dalla comunità accademica. Questa censura può essere sintetizzata dal giudizio del prof. Karlheinz Müller dell’Università di Würzburg: “Senz’altro la peggiore e la più inaffidabile edizione di Qumràn che il lettore possa aspettarsi dall’inizio dei ritrovamenti” (in J. Schreiner "Einführung in die Methoden der biblischen Exegese", Würzburg, 1971, p. 310). La correzione dei suoi errori, preparata da J. Strugnell, risultò lunga quasi quanto il libro recensito. Diverse le imprecisioni: frammenti non correttamente identificati o mal accostati, letture discutibili e confusa numerazione delle tavole (J. Strugnell "Notes in marge au volume V des «Discoveries in the Judaean Desert of Jordan», in «Revue de Qumràn» VII (1969-71), pp. 163-276). Fu, così, che nel 1970, Allegro, abbandonati definitivamente gli studi sui testi di Qumràn, si dedicò ad argomenti sempre più imbarazzanti arrivando a pubblicare il ”Sacro fungo e la croce". L’opera è sistematicamente demolita dalla critica, al punto che gli editori si scusarono pubblicamente per averla stampata (Times, copia del 19 maggio 1970). In una lettera al Times del 26 maggio 1970 quattordici eminenti studiosi, come avvenuto alcuni anni prima in merito a Qumràn, confutarono le opinioni di Allegro: tra i firmatari, il maestro di Allegro stesso, il prof. Godfrey Driver, colui che lo aveva prescelto per far parte della commissione. Incredibilmente perfino M. Baigent e R. Leigh, autori di molti libri scandalistici su Cristo e la Chiesa cattolica e irriducibili sostenitori di Allegro, dovettero arrendersi ammettendo che “Il sacro fungo e la croce” si basa “su alcune premesse filologiche che noi, come molti altri commentatori, abbiamo difficoltà ad accettare” (M. Baigent – R. Leigh, "Il mistero del Mar Morto. I rotoli di Qumràn: dalla scoperta all’intrigo", Milano, 1997, pp. 75-76).

E’ penoso constatare come l’odio verso il Cristianesimo, e la Chiesa cattolica in particolare, sia all’origine di moltissimi pregiudizi e mistificazioni storiche e come persino uno studioso di fama arrivi per questo a distruggere la sua carriera e reputazione. Questa vicenda ci dà la misura di come il pregiudizio anticristiano possa distruggere l’attendibilità di ogni analisi storica. Esattamente come successe nel XVIII secolo quando nacque la moderna storiografia. 



Bibliografia

John M. Allegro “Il fungo sacro e la croce” Cesco Ciapanna Editore, Roma 1980;
G. Samorini, “Funghi allucinogeni. Studi etnomicologici” Telesterion, Dozza (BO) 2001.
http://www.christianismus.it/

martedì 9 febbraio 2016

Parte VI - Un’incredibile tesi: Gesù e l’Essenismo (1)

In questa parte VI vorrei affrontare la dibattutissima questione riguardante il retaggio culturale di Gesù. Argomento riproposto, con diverse imprecisioni, dal libro “Inchiesta su Gesù”di Augias e Pesce. Certamente il fatto che Gesù fosse ebreo e, quindi, immerso nella tradizionale fede d’Israele in Javhé, a contatto con gli usi e i costumi della Palestina degli inizi del I secolo, ha necessariamente caratterizzato moltissimi aspetti della sua vita terrena. Ma da questo ad ipotizzare, sulla scorta del racconto dei vangeli canonici, una sua totale estraneità alla missione redentrice affidatagli dal Padre, risulta del tutto assurdo. 

Sbalorditiva appare la teoria propugnata in quel pastrocchio de “La linea di sangue del santo Graal” di L. Gardner, secondo la quale i rotoli scoperti a Qumràn, località palestinese vicino alle sponde settentrionali del Mar Morto, sarebbero in realtà un codice segreto per poter decifrare i vangeli. Basandosi sull’uso di termini e brani tradizionali questo codice attribuiva speciali significati comprensibili solo a chi ne era a conoscenza. Ad esempio frasi nei vangeli del tipo: “per coloro che hanno orecchi per intendere”, oppure termini come “Kittim”, nasconderebbero un secondo significato. Allo scopo di risultare incomprensibili per i Romani, spiega L. Gardner, i vangeli erano costruiti in larga misura su due livelli di significato: sacra scrittura evangelica sopra e informazione politica sotto. Il vangelo di Marco, ad esempio, scritto a Roma attorno all’anno 66 d.C., venne pubblicato in un’epoca in cui gli Ebrei della Giudea, essendo in rivolta, erano particolarmente invisi ai Romani, cosicché l’evangelista doveva preoccuparsi della propria incolumità e non poteva presentare un documento apertamente anti-romano. 

Per provare tali asserzioni L. Gardner fa abbondanti riferimenti agli studi di una “teologa” australiana, una certa Barbara Thiering dell’Università di Sydney. Nel suo libro “Jesus the man” anche questa "studiosa" afferma che gran parte delle parole che formano i vangeli hanno un doppio significato. Ad esempio il termine ”molti” sarebbe un titolo usato per il capo della Comunità celibe, oppure ”folla” designerebbe il tetrarca (governatore) della regione e una “moltitudine” sarebbe un consiglio di governo. Secondo L. Gardner e B. Thiering coloro che erano in grado di decifrare tale codice erano proprio i misteriosi esseni, la famosa comunità ebraica cenobitica (cioè che viveva in gruppo) ritiratasi nel deserto di Giuda. 

Con tali assurde argomentazioni L. Gardner arriva ad immaginare una fantasiosa storia parallela dove Gesù è visto come un “Cristo” dinastico latore dalla speranza messianica di abbattere il dominio romano su Israele. Nel suo delirio, L. Gardner immagina Gesù come il capo della fazione degli ebrei “ellenisti” (sic), mentre Giacomo quello della fazione degli ebrei “tradizionali”. Le due fazioni si sarebbero confrontate su quale condotta tenere per la liberazione di Israele dai Romani. Ma per svolgere tale ruolo politico Gesù non poteva morire, infatti dalla croce Giuseppe d’Arimatea con Giovanni, l’apostolo, e la Madonna avrebbero deposto un corpo drogato, quindi vivo, assieme a quello degli altri due crocifissi, con le gambe spezzate, ma vivi anche loro. I due “gambizzati” sarebbero, ci dice L. Gardner, nientemeno che Simon mago e Giuda lo Zelota. Ma l’aspetto più sorprendente di tutta questa storia è la notizia che tali avvenimenti: l’ultima cena, la finta crocifissione, la sepoltura e la risurrezione accaddero tutti a Qumràn, assurta a centro della vita d’Israele! Ovviamente una risurrezione finta con Gesù ridestato, dalla grotta n°7, con erbe terapeutiche. Per dare un minimo di credibilità alla sua teoria L. Gardner cita lo storico giudaico Giuseppe Flavio, il quale descrivendo degli esseni li considera come esperti nell’arte di guarire e che traevano la loro conoscenza delle virtù terapeutiche di radici e pietre dagli antichi. Secondo L. Gardner il termine “esseni” si riferirsce a questa loro particolare competenza, in quanto la parola aramaica “asayya” significava “medico” e corrispondeva al greco “essenoi”. 

Come già detto tutte queste pazzesche assurdità L. Gardner le ha tratte di sana pianta dal testo, “Jesus the man”, di B. Thiering. Questa “teologa”, oltre alla storia del codice, crede che i manoscritti del Mar Morto rivelino che Gesù fosse un esseno e che vivesse a Qumràn. Senza alcuna prova, che non sia la sua fantascientifica lettura dei manoscritti di Qumràm, la Thiering, arriva ad affermare bellamente che Gesù all’età di 30 anni sposò la Maddalena, poi un’altra donna e all’età di 60 anni andò a Roma dove vi morì a 70 anni. Riporto queste assurdità per far capire il livello delle fonti storiche a cui attingono i vari L. Gardner, D. Brown, M. Baigent, R. Leigth, H. Lincoln e compagnia.

Si resta sbigottiti di fronte a tante assurdità, questa teoria della stesura in codice dei vangeli affinché il loro messaggio resti nascosto per i Romani è semplicemente ridicola. E' ben noto, infatti, che alle autorità romane non importava un bel nulla delle beghe socio-religiose degli ebrei. Ciò che a loro realmente premeva era mantenere l’ordine, impedendo sommosse e tumulti. Sappiamo che mentre Gesù non costituì mai una seria minaccia per l’ordine costituito, in quel periodo sorsero diversi sobillatori che, proclamandosi dei “messia”, diedero vita a disordini e tumulti. Ad esempio la rivolta scatenata da un egiziano e dai suoi 4000 seguaci che fu soffocata nel sangue dalle truppe romane di cui ne parla Atti 21, 38 e Giuseppe Flavio (G. Giud. II, 13.5 e Ant. Giud. 20, 8.6). Giuseppe Flavio riporta anche altre rivolte che si succedettero nei primi tre decenni del primo secolo, ma nessun accenno a Gesù e ai suoi seguaci. In realtà Roma non dovette mai scomodare l’esercito per causa di Gesù, ai suoi occhi il suo movimento appariva del tutto innocuo. Quando Gesù fu giustiziato, per le autorità romane non fu altro che uno dei tanti criminali che venivano continuamente crocifissi. 

Quanto alla teoria della chiave di lettura dei vangeli nascosta nei manoscritti di Qumràn, occorre ribadire che si tratta di pura follia. Gesù non era esseno, come non lo erano i quattro evangelisti, dei quattro vangeli solo quello di Matteo fu scritto in Palestina, quindi si può escludere con assoluta certezza che potessero esistere legami così stretti tra Qumràn e i redattori dei vangeli tali da giustificare simili connessioni. Prova ne è anche il fatto che a Qumràn, se si vuole escludere il famoso papiro 7Q5, su cui non c’è il comune accordo degli studiosi, non esiste un solo scritto cristiano. 

Molti studiosi ritengono che la comunità di Qumràn facesse parte del gruppo religioso degli esseni. Il termine “esseno” ci è stato tramandato in greco proprio da Giuseppe Flavio ed indica i discendenti degli “Assidei” o “Hasidim”, cioè i “Pii”. Comparsi nella prima metà del secolo II a.C., al tempo dei Maccabei (1 Macc. 2,29-42), gli Assidei, in seguito ad una crisi, si divisero in Farisei ed Esseni. Furono un gruppo non omogeneo, formato da sacerdoti e laici ispiratisi ad Isaia 60,21: "Il tuo popolo sarà un popolo di giusti che possederanno in eterno la terra, germogli delle piantagioni del Signore, opera delle sue mani, fatta per glorificarsi". I laici diedero luogo al Fariseismo ed i sacerdoti confluirono nell'Essenismo. Quindi il temine “esseni” deriva dall’aramaico “hassaya”, plurale “hasin”, e, diversamente da quanto riportato da L. Gardner, ha il significato di “Pii”, soprannome dato loro dai farisei. Infatti gli esseni avevano regole severissime, molto più di quelle farisaiche, ed accentuavano l’aspetto legalistico della legge. Avevano un grande scetticismo verso il Tempio di Gerusalemme, reputato sconsacrato e servito da sacerdoti da loro ritenuti indegni. Proprio per questo la comunità di Qumràn aveva scelto di vivere lontano, non solo dagli influssi del paganesimo, ma anche dall’ebraismo ufficiale di Gerusalemme, cioè quello dei farisei e dei sadducei, che ritenevano non conforme alla Torah, cioè la legge di Dio. La loro vita era caratterizzata da forti privazioni, non avevano denaro, non era permesso sposarsi, anzi l’accesso alla comunità era severamente vietato a donne e bambini. La visione della realtà era tutta proiettata in senso escatologico, cioè nella divisione dualistica del mondo in buoni, i “figli della Luce” (quelli della loro comunità) e cattivi, i “figli delle Tenebre” (tutti gli altri), i primi destinati alla resurrezione gloriosa e i secondi alla dannazione. Tutto ciò si traduceva in una attesa di due messia: uno davidico (il messia d’Israele) che avrebbe liberato Israele dai romani e restaurato la monarchia e un altro, il sacerdote sadocita (1), (il messia d’Aronne) che avrebbe restaurato l’ortodossia religiosa. La comunità veniva retta da un “maestro di Giustizia” il quale si riteneva ispirato da Dio e solo la sua ispirazione valeva. Esisteva anche un cosiddetto “Sacerdote empio” che presiedeva alla vita religiosa. Per provare le sue assurde asserzioni la Thiering afferma che la notizia secondo cui il Sacerdote empio avrebbe regnato su Israele, riportata dal rotolo 1QpHab 8,9 ss. (2), faccia esplicito riferimento a Gesù, così da accreditare la tesi che i testi qumrànici trattano di Gesù svelandone la vera vita. Secondo la “traduzione” della Thiering, questo Sacerdote empio (Gesù) fece da “guida” per i laici della comunità di Qumràn. L’originale termine “regnare” diviene “guidare” e “Israele” diventa una parte degli abitanti di Qumràn. Rigettando l’ipotesi prevalente tra gli studiosi, cioè che il sacerdote empio del manoscritto citato non è altri che un membro della stirpe asmonea (derivata dai Maccabei, i coraggiosi fratelli che si opposero alla tirannia dei Seleucidi) che assunse in sé il sacerdozio ed il regno, la Thiering, per dar credito alla sua tesi, affermò che in nessun rotolo manoscritto esiste alcun sommo sacerdote asmoneo. In realtà quella della Thiering è un’ipotesi insostenibile, innanzitutto perché le datazioni paleografiche, archeologiche e radiocarboniche del manoscritto lo collocano attorno al II secolo a. C., in pieno periodo asmoneo, ma soprattutto perché in alcuni frammenti della grotta 4 vengono esplicitamente citati alcuni sommi sacerdoti asmonei. Oltre ad essere del tutto inverosimile, il libro della Thiering è pieno di errori storici, come, ad esempio, lo spostamento di un secolo di avvenimenti certi. Viene attribuita a Pilato la crocifissione di 800 farisei, mentre questa è stata comandata da Alessandro Janneo nell’88 a. C. (Giuseppe Flavio, Ant. Giud., XVIII, 55-59 e G. Giud. II 169-174). Nonostante che le tesi della Thiering siano state diffuse dai mezzi di comunicazione di massa, queste hanno avuto subito la censura di tutta la comunità scientifica. La recensione del suo libro sulla Biblical Archaeology Review veniva intitolata “Recensione ad un libro insensato”. L’autore della recensione, l’ebreo H. Shanks, scrisse: "Il vero mistero è come abbia potuto decidersi l’Harper di San Francisco, nota generalmente per libri seriamente scientifici, a pubblicare questo pesante volumone. Senza dubbio la risposta ha qualcosa a che fare con ciò che stava sui tavoli rovesciati da Gesù".

Questa erronea convinzione di ritenere Gesù un esseno ed in genere il Cristianesimo primitivo come un movimento molto affine agli esseni, non è una novità. Già nell’ottocento il famoso filosofo e scrittore francese E. Renan diceva: "Il cristianesimo non è che un essenismo che ha avuto successo". In realtà a Qumràn il nome di Gesù non è mai citato espressamente e non sono mai stati trovati riferimenti al Cristianesimo. Eppure i testi trovati e decifrati sono tantissimi (solo nella grotta 4 sono stati trovati 15.000 frammenti!). Certamente esistono delle somiglianze tra alcune caratteristiche delle comunità degli esseni e il Cristianesimo, ad esempio i 12 membri dell’assemblea di Qumràn che richiamano i 12 apostoli di Gesù, alcune forme di culto simili come il battesimo, l’uso di mettere in comune i beni di ciascuno, ecc… Ma tutto ciò dimostra solamente che il Cristianesimo ha un’origine in comune con l’essenismo, cioè il Giudaismo in Israele. Gesù e i suoi seguaci non avevano niente a che fare con gli esseni e il loro modo di vivere. Gli esseni si ritiravano nel deserto perdendo il contatto col mondo chiusi nella rigidità della loro legge. In questo modo realizzavano l’ideale perfetto dell’asceta secondo la tradizione ebraica. Gesù, invece, conduce una vita totalmente differente, sebbene considerato un “rabbi”, cioè un maestro, s’intrattiene pubblicamente indifferentemente con uomini e donne (Giovanni 4, 1), mangia e beve in compagnia (è sovente rimproverato per questo) (Luca 5, 27-32), partecipa a feste e matrimoni (Giovanni 2, 1). Lo accusano, assieme ai suoi discepoli, di non digiunare rinfacciandogli l’esempio opposto del suo amico Giovanni battista che, con i suoi seguaci, vive nel deserto facendo spesso digiuni ed orazioni (Luca 5, 33-35). Esemplificativo è il passo di Luca 7, 36-50. Gesù partecipa ai banchetti e riceve l’omaggio intimo di una donna, per giunta peccatrice, suscitando lo scandalo generale, anche quello del padrone di casa che per questo, viene da Gesù redarguito. La comunità di Qumràn era rigorosamente vietata a donne e bambini, non vi potevano far parte neppure disabili o persone malate. Nel rotolo chiamato “Regola della comunità”, ritrovato a Qumràn, che riporta appunto le norme di comportamento con cui era organizzata la locale comunità essena, si legge: "…soltanto Santi angeli stanno nella comunità […] stolti, pazzi, deficienti, alienati, ciechi, storpi, zoppi, sordi e minorati, nessuno di questi può far parte della comunità…". Nelle comunità cristiane, invece, sono accolti tutti a prescindere dal sesso, dall’età, dalle condizioni fisiche e dalla nazionalità (Luca 14, 21). Gli esseni avevano un rispetto maniacale del comandamento del riposo del sabato. Non si muovevano, non parlavano, non facevano niente, avevano anche il dubbio se fosse permesso o meno espletare le proprie necessità fisiologiche reputandole un “lavoro”. Nel dubbio si astenevano. In Mc 2, 27-28, Gesù, suscitando lo scandalo generale, afferma: “Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato”. Così anche per le rituali e minuziose prescrizioni per la purificazione di cibi e persone, rispettate rigorosamente dagli esseni, che avevano una lunga lista di cibi considerati “puri” ed “impuri”, Gesù afferma: “Ascoltatemi tutti e capite. Fuori dell’uomo non c’è nulla che, entrando in lui, possa contaminarlo, ma quello che esce dall’uomo è ciò che contamina l’uomo”. Questa affermazione di Gesù è, per un ebreo, e figuriamoci per un esseno, semplicemente inaudita. Non solo ripudia la lunga tradizione ebraica, ma mette in discussione addirittura la legge mosaica. 

Abbiamo visto quanto possa essere sbagliato identificare Gesù come un esseno e, parimenti, la comunità cristiana come una diretta emanazione della comunità di Qumràn. Ma anche soprassedendo a queste assurdità, come si può arrivare ad affermare che eventi come il processo e la crocifissione siano avvenuti a Qumràn e che, addirittura, Gesù possa essere sopravvissuto, e con Lui i due ladroni, al supplizio della croce? Gesù è stato condannato per blasfemia dal Sinedrio. Questo era il supremo consiglio politico, amministrativo, giudiziario e religioso ebraico e le sue riunioni avvenivano in un’aula attigua al Tempio di Gerusalemme. Ponzio Pilato, l’allora procuratore romano della Giudea, risiedeva a Cesarea marittima, capitale politica della Giudea, nel palazzo di Erode il “grande” e a Gerusalemme, capitale religiosa, in un altro palazzo fatto costruire da Erode oppure presso la fortezza Antonia, attigua al Tempio, fatta costruire anch’essa da Erode (G. Flavio, Ant. Giud. XVIII, 60-62, G. Giud. II, 175-177; Filone 4 Legatio ad Caium CCXCIX-CCCVI). In ogni caso non esiste alcun documento che riferisca di una presenza fissa del procuratore romano a Qumràn. Comunque la stupidaggine maggiore è, senza dubbio, quella di credere ad una sopravvivenza di Gesù e dei due ladroni ad una crocifissione eseguita dalle truppe romane. Affermare scempiaggini simili dimostra non solo l’ignoranza totale circa le usanze di quei tempi, ma anche di qualsiasi elementare nozione di medicina. Innanzitutto, dopo il verdetto di morte attraverso la crocifissione, era usanza sottoporre il condannato alla flagellazione. Subito dopo il film “The Passion” di Mel Gibson, l’opinione pubblica si meravigliò dell’efferatezza e dell’abbondante versamento di sangue nelle scene del supplizio di Gesù. Beata ignoranza! La pellicola americana ha, in realtà, ritratto solo una versione edulcorata della flagellazione eseguita sui condannati a morte dalle truppe romane. Non era un’esperienza “divertente”, alcune volte l’impeto dei soldati portava a morte il poveretto prima del supplizio finale. La frusta, chiamata appunto "flagello", aveva un robusto manico al quale erano fissate lunghe strisce di cuoio di diversa lunghezza, alla quale venivano attaccati ossicini e sfere di piombo. La legge giudaica permetteva un massimo di 40 colpi, ma i Romani non avevano tale limitazione, se spinti dall'ira, potevano ignorare totalmente questa regola. Il condannato sottoposto a tale supplizio, legato ad un palo e denudato, veniva praticamente scuoiato vivo, ma senza procurare la morte. Un professore della University of Tennessee, College of Medicine, il Dr. C. Truman Davis che ha studiato la crocifissione dal punto di vista medico, descrive in questo modo gli effetti della flagellazione operata dai soldati romani: "La pesante frusta veniva battuta con forza e ripetutamente contro la schiena, i fianchi e le gambe del condannato. All'inizio le pesanti cinghie ferivano solo la pelle; poi, man mano che i colpi venivano inflitti, essi tagliavano sempre più in profondità, producendo ferite sempre più gravi". Tutto ciò è confermato da Eusebio di Cesarea, uno storico del III secolo d.C., che a proposito della flagellazione scriveva: "…le vene della vittima erano aperte, e si potevano vedere gli stessi muscoli, i nervi e le viscere…", oppure da Giuseppe Flavio, storico ebraico del I secolo d.C., contemporaneo di Gesù, che riguardo al supplizio di un certo Gesù (un’omonimia), poco prima dell’assedio di Gerusalemme del 70 d.C., scrive: "…Allora i capi […] lo trascinarono dinanzi al governatore romano. Quivi, sebbene fosse flagellato fino a mettere allo scoperto le ossa…" (G. Giud. VI, 5, 303). Poi c’era la crocifissione. Di norma i Romani costringevano il condannato a portare sulle spalle il palo orizzontale, detto “patibulum”, da cui l’italiano “patibolo”, che veniva infisso su un palo verticale, già presente nel luogo dell’esecuzione, a formare una “T”. Successivamente si procedeva ad inchiodare gli arti superiori. I chiodi non venivano conficcati, come erroneamente si crede, nei palmi delle mani, il peso del corpo le avrebbe lacerate, ma nei polsi, dove la struttura dell’articolazione è in grado di sostenere a lungo tale peso. In questo modo, però, si laceravano i nervi che governano il movimento dei pollici, causando dolori atroci ad ogni movimento. La morte sopravveniva per asfissia o per collasso cardiocircolatorio dovuto allo stress. Infatti il condannato, essendo oppresso dal peso, non aveva la possibilità di respirare normalmente. Per evitare una morte troppo veloce, i romani inchiodavano anche gli arti inferiori in modo che, facendo leva sulle gambe, il suppliziato poteva respirare e vivere più a lungo. In questo modo l’agonia era abbastanza lenta, poteva durare più di dodici ore. Per questo Pilato si stupì nel sapere che Gesù era già morto ed ordinò che fossero spezzate le gambe agli altri due condannati in modo che non restassero appesi durante la pasqua ebraica. Infatti quando si voleva che il supplizio terminasse, si spezzavano le gambe del condannato, di solito con un bastone o una mazza, e in breve si aveva il soffocamento (Crurifragium). Nel caso di Gesù, le gambe non furono spezzate, perché i carnefici notarono che era già morto. Per esserne certo, un soldato gli conficcò la punta della lancia nel fianco e subito dalla ferita uscì sangue e acqua (Giovanni 19, 34). La fuoriuscita di questi elementi dimostra che la morte di Gesù non fu per soffocamento, ma per avvenuto arresto cardiaco. Tutta questa violenza ed efferatezza è confermata da diverse testimonianze storiche. Ad esempio Seneca (1–65 d.C.), contemporaneo di Gesù, scriveva: "Vedo costì croci e non di un solo genere, ma costruite da chi in un modo da chi in un altro; certuni appesero con la testa volta verso terra, altri spinsero un tronco per le parti oscene del corpo, altri stirarono le braccia sul patibolo". (Dialogo 6 “De consolatione ad Marciam” 20, 3). Ancora, parlando degli eventi che seguirono la caduta di Gerusalemme nel 70 d.C., Giuseppe Flavio scriveva: "Spinti dall'odio e dal furore, i soldati si divertivano a crocifiggere i prigionieri in varie posizioni, e tale era il loro numero che mancavano lo spazio per le croci e le croci per le vittime". (G. Giud., V,11,1). Inoltre, c’è da considerare un ulteriore elemento, presso l’esercito romano la disciplina era ferrea, un ordine mal eseguito comportava sempre la comminazione di pene severissime, tra cui anche la morte.

Note

(1) deriva da Zadok, che dal tempo di Salomone era stato designato unico sacerdote in capo della monarchia.
(2) tutti i manoscritti trovati a Qumràn sono stati classificati con tali sigle. Il numero “1” che precede la lettera “Q”, che indica Qumran, indica la prima grotta, la “p” che si tratta di un “pesher”, cioè un “commento” e Hab sta per “Abacuc”, similmente la sigla 1QIsA indica il primo testo “A”, di Isaia “Is”, trovato a Qumran “Q”, nella grotta “1”, cioè la prima.

giovedì 4 febbraio 2016

Il bigottismo laicista



Qualche giorno fa c'è stato il "Family day", la grande manifestazione a favore della famiglia "tradizionale", cioè quella naturale, formata da un uomo e una donna. Da ogni parte d'Italia migliaia e migliaia di persone sono convenute a Roma per affermare e ribadire la cosa più naturale che possa esistere: tutti i bambini hanno il diritto di amare ed essere amati dalla propria mamma e dal proprio papà. 

La manifestazione, com'era da aspettarsi, ha sollevato un coro variegato di contumelie laiciste, dagli insulti del presidente di "gaynet" Franco Grillini: "Manifestazione estremista ed omofoba", fino alle "paure" (sic) di Bobo Craxi. Ma ciò che mi ha fatto più impressione sono state le reazioni alle dichiarazioni della leader dei "Fratelli d'Italia" Giorgia Meloni. L'esponente politico, forse un po' ingenuamente, si è gettata in pasto ai leoni affermando pubblicamente di aspettare un figlio. Non l'avesse mai fatto, uno stuolo di menti "illuminate", tipo Luxuria o Litizzetto, hanno subito pensato bene di ricoprire la povera Meloni di insulti sessisti e volgari. Un attacco così impietoso da suscitare addirittura la difesa della Boldrini, notoria paladina delle ragioni laiciste. 

A me non piace il partito della Meloni, non sono d'accordo con molte delle loro posizioni. Non mi piace neppure il modo di far politica della Meloni stessa. Eppure ho trovato simpatica la sua uscita al Family day, mi ha dato l'impressione che non sia stata una sparata buttata lì per racimolare qualche voto. Mi è sembrato, invece, di vedere una gioia autentica per la maternità, una voglia di mettere in comune un suo sentimento. Molto probabilmente sapeva di andare incontro a scherni e lazzi, ma l'ha fatto lo stesso.

Gli scherni e i lazzi sono immancabilmente arrivati, ma stavolta mi sembrano ingiusti, mi danno l'impressione di un certo bigottismo del laicismo quando questo si trova in polemica sui temi sociali difesi dai cattolici, ma che cattolici non sono. Al Family day si difendeva la famiglia tradizionale formata da un uomo e da una donna, mica quella cattolica. Non bisogna essere per forza cattolici per reputare giusto il fatto che ogni bambino dovrebbe avere sempre un padre ed una madre.

Eppure, per i laicisti se una donna rivendica la felicità di poter amare assieme al suo uomo una nuova vita in arrivo, solo perché si trova al Family day, diviene una poco di buono perché non ha indossato prima l'abito bianco. Che tristezza.

sabato 30 gennaio 2016

Il culto mariano: mito cattolico o verità storica?

Un tratto caratteristico della fede cristiana cattolica è certamente la devozione a Maria di Nazareth, la fanciulla ebrea che i vangeli indicano come la madre di Gesù. Questo profondissimo rispetto tributato dai cristiani cattolici ha, quindi, le sue basi nella Scrittura, nelle memorie degli apostoli dove è stata messa per iscritto una tradizione di origini antichissime che risale ai primi momenti della vita della Chiesa. Eppure nonostante ciò la devozione mariana della Chiesa Cattolica è criticata ed attaccata da ogni parte.


Pur avendo sempre avuto il carattere di una venerazione, cioè di una iperdulia, e mai di una adorazione, ossia una latria, che invece è attribuita ed attribuibile solo a Dio, la devozione mariana dei cattolici è stata ed è fortemente criticata da molti cristiani riformati ed da altre congregazioni pseudo cristiane che, nel loro astio verso la Chiesa Cattolica, hanno spesso definito il culto mariano cattolico come una mariolatria, cioè un culto idolatrico che non ha niente a che vedere con l’autentica fede cristiana e con i vangeli.

Ma le critiche non provengono solo dai credenti di altre confessioni religiose, anche la storiografia laicista ha tradizionalmente accusato la Chiesa cattolica di essersi costruita un mito o di averlo importato dal paganesimo. Già nel XVIII secolo autori famosi come Voltaire, Paine ed altri, che incarnarono lo spirito anticattolico illuminista, diedero vita al preconcetto storiografico secondo il quale i vangeli fossero tutta una truffa, cioè racconti inventati che non avevano niente di storico. Sorse, così, la convinzione che i dogmi mariani della Chiesa cattolica non avessero alcun legame con la cristianità delle origini e che tutto ciò che circonda la figura della madre di Gesù sia solamente un appesantimento storicamente immotivato. Secondo l’opinione dei laicisti la figura di Maria non aveva una grande importanza per i primi cristiani, solo col Concilio di Costantinopoli del 381, cioè dopo più di tre secoli dalla morte di Gesù, appare ufficialmente la figura di Maria nel credo, ma non c’è traccia di lei nelle tradizioni più antiche.

Il giornalista Corrado Augias, sempre attento alle questioni riguardanti la fede cristiana, pur non essendo uno storico di professione, censura decisamente la storicità e l’antichità del culto mariano e può ben rappresentare quale sia l’opinione più diffusa dei laicisti. Nel suo ultimo libro sul tema, “Inchiesta su Maria”, Augias scrive: “Così, la fanciulla povera, umile e sottomessa descritta nei vangeli canonici, serva di Dio e a servizio del Figlio, diventa la ricca figlia di Gioacchino ed Anna negli apocrifi, poi ancora una regina (Salve Regina) e, ancora, una Madonna e Nostra signora nel Medioevo feudale latino; si trasforma in una “dama” nel Rinascimento” (“Inchiesta su Maria” Rizzoli, Bergamo 2014, pag. 144). Per Augias, quindi, nei vangeli non ci sarebbe nulla che giustifichi la devozione mariana cattolica e che, in realtà, tale culto sia andato progressivamente a formarsi nel tempo. Egli afferma infatti: “In ogni caso mi sembra di poter dire che il culto va intensificandosi col passare del tempo diventando a un certo punto una costruzione che si autoalimenta, per cui sempre nuove qualità e funzioni si aggiungono alle precedenti” (ss pag. 145). Per Augias, quindi, la figura di Maria è poco più di un mito costruito ad arte dalla Chiesa cattolica. Nel suo libro afferma ancora: “Insomma, se dovessimo fermarci ai 27 testi del cosiddetto Nuovo Testamento su Maria non ci sarebbe quasi nulla da sapere o da dire […] Se all’inizio di lei si sapeva poco, oggi si sa probabilmente troppo. Troppe qualità, troppe prerogative, troppi eventi, e grazie per le quali non esistono fonti autentiche. Tutto ciò che su e intorno a lei è stato costruito lo dobbiamo ad una serie di decisioni prese dai vertici della gerarchia cristiana prima, cattolica poi …” (ss pag 333).

Decisamente una posizione molto netta che non concede nulla all’originalità del culto mariano, ma Augias, e con lui una larga parte della storiografia laicista, ha una conoscenza molto approssimativa della primitiva fede cristiana. Innanzitutto non è affatto vero che i vangeli siano poveri o addirittura privi di riferimenti alle qualità soprannaturali della madre di Gesù. I vangeli di Matteo (1, 18-25) e Luca (1, 26-38) affermano chiaramente che Maria concepì Gesù per opera dello Spirito Santo senza che conoscesse uomo. Quando nel 381 i vescovi riuniti nel Concilio di Costantinopoli fondarono il dogma della verginità di Maria non "inventarono” nulla di nuovo, non fecero altro che rifarsi al vangelo e, come vedremo, ad una tradizione antichissima presente da sempre nella Chiesa. Anche il culto che viene tributato oggi a Maria dalla Chiesa cattolica è ben lungi dall’avere chissà quali oscure origini pagane, essendo ben fondato anch’esso nel vangelo. Riportando una tradizione molto più antica il vangelo di Luca chiama la Vergine “piena di grazia” e in un versetto del Magnificat si dice: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata” (Lc 1, 48). L’essere “piena di grazia”significa appartenere completamente con stabilità, forza e pienezza ad un amore che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16). Per questo Maria è beata e celebrata da tutte le generazioni. 

Il culto mariano è, quindi, molto ben giustificato dal vangelo, ma i detrattori non si arrendono. Secondo loro tale culto nacque solo nel IV secolo, prima i cristiani non pensavano a Maria. Tale convinzione è alquanto sorprendente, viste le innumerevoli testimonianze storiche che attestano l’esistenza di tale culto molto prima del Concilio di Costantinopoli.

Un eccezionale documento storico è rappresentato da un papiro copto ritrovato ad Alessandria d'Egitto e risalente al III secolo che venne acquistato dalla John Rylands Library di Manchester nel 1917 e pubblicato per la prima volta nel 1938. Questo papiro riporta un antichissimo inno devozionale a Maria: il Sub tuum praesidium (cioè: sotto la tua protezione). Si tratta di un'invocazione collettiva che testimonia la consuetudine, da parte della comunità cristiana, di rivolgersi direttamente alla Madonna, chiamata Θεοτόκos, Dei Genetrix, Madre di Dio, per invocare il suo aiuto nelle ore difficili. Un testo antichissimo che esprime con efficacia la fede nell'intercessione della Vergine, nella sua maternità divina, nella sua verginità perpetua nonché nella sua immacolata concezione, proclamando la Santa Vergine come la "sola pura" e la "sola casta e benedetta". Ma già nel II secolo, almeno 100 anni prima del Concilio di Costantinopoli, i Padri della Chiesa, nei loro scritti, danno ampia testimonianza di una teologia mariana già ampiamente sviluppata. Il vescovo di Antiochia, Ignazio, morto martire sotto Traiano nel 107, è il primo a testimoniare ciò che si credeva all’alba del II secolo su Maria. Durante il suo viaggio verso Roma per subire il martirio, al fine di contrastare le credenze gnostiche, scrive agli Smirnesi, ai Tralliani, agli Efesini che Gesù è “Nato realmente da una vergine” (Smirnesi 1, 1; Tralliani9, 1; Efesini 7, 2; 18, 2; 19, 1). Attorno al 155 Giustino di Nablus spiega il significato messianico della vergine che partorirà un figlio (Isaia 7, 14) riportando una riflessione teologica su Maria partendo dal parallelismo Eva-Maria: la prima concepì la parola del serpente e partorì disobbedienza e morte, l’altra concepì fede e gioia. (Dial. 43, 66-68; Apol. 1, 33). Ireneo di Lione, sempre nel II secolo, definisce perfettamente il ruolo mariano di “Avvocata” (Adv. haer. 111, 21). Ciò dimostra che la dottrina attuale circa la collaborazione di Maria alla redenzione degli uomini e la mediazione della grazia divina non è affatto una costruzione teologica posteriore, ma trae le sue radici nella tradizione patristica del II secolo.

Anche l'archeologia conferma il ruolo particolare di Maria sin dai primi tempi della vita della Chiesa cattolica. Si può ricordare il famoso dipinto della Madonna con bambino nelle catacombe di Priscilla, a Roma, databile secondo la studiosa Margherita Guarducci alla fine del II secolo, oppure i graffiti in lingua greca rinvenuti nel santuario dell'Annunciazione a Nazareth, risalenti al II secolo, nei quali è scritto: "Luogo sacro a Maria" e "Kaire Maria" (Bellarmino Bagatti, "Nazaret nell'archeologia", Rizzoli, volume 1, p.79). Queste scoperte attestano come il particolare culto prestato alla Vergine fosse già vivo nei primi cristiani, ben prima del concilio di Efeso del 431, in cui veniva definitivamente riconosciuta da un dogma la maternità divina di Maria. 

Nonostante queste evidenze l’idea che la figura di Maria, e le prerogative a lei riconosciute, siano comunque una costruzione successiva riportata poi dai vangeli, cioè testi scritti almeno un 40-50 anni dopo la morte di Gesù, e che non faceva parte della fede dei primi cristiani, non è solo convinzione di una dilettantistica storiografia laicista, ma riscuote consensi anche tra alcuni addetti ai lavori. Ad esempio lo storico e biblista ateo Bart Ehrman, professore del Dipartimento di studi religiosi dell’Università del North Carolina, così liquida il culto mariano: “Sono visioni teologiche, motivate da interessi teologici che non hanno nulla a che vedere con le primitive tradizioni su Gesù e la sua famiglia” (B. Ehrman, “Gesù è davvero esistito?” A. Mondatori Ed. Milano 2013, pag. 148). Quindi, secondo B. Ehrman, i vangeli avrebbero raccolto una tradizione tardiva che non aveva niente a che fare con la primitiva comunità cristiana, quella palestinese, quella composta dai primissimi membri della comunità che si raccolse attorno a Gesù. 

In realtà anche spingendosi così indietro nel tempo fino a pochi anni dai fatti raccontati nei vangeli le evidenze documentali a nostra disposizione fanno chiaramente emergere una precisa mariologia che già si intreccia ad un’altrettanta sviluppata cristologia. Ovviamente non abbiamo una testimonianza scritta che risalga ai primi anni, quelli subito dopo la conclusione della vicenda terrena di Gesù. Siamo ancora in una fase caratterizzata da un annuncio orale del vangelo, cioè della buona notizia della morte e resurrezione del Cristo, il Kerigma. Il primo riferimento a Maria negli scritti cristiani compare negli anni cinquanta del primo secolo, è Paolo di Tarso che ricorda alla comunità cristiana della Galatia che Cristo “nacque da donna”. In questa prima fase della vita della Chiesa Maria non viene mai nominata, ma ciò non significa che non esistesse alcuna cognizione e convinzione su di lei. Questo silenzio rientra in quello più vasto circa l’intero arco della vicenda storica di Cristo che, invece, sarà oggetto di considerazione accurata da parte degli evangelisti. Ora il centro d’interesse degli apostoli era l’annuncio del mistero pasquale. 

La testimonianza di Paolo in Gal 4, 4, che risale al 49 o al massimo al 57 dopo Cristo, cioè una ventina d’anni dopo l’Ascensione, rappresenta una importantissima prova di una teologia già molto sviluppata su Maria. In un contesto polemico contro i giudaizzanti galati, Paolo rimarca l’importanza dell’incarnazione del Figlio di Dio, come nato da “donna”: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4), (Francesco Bianchini, "Lettera ai Galati", Città Nuova, 2009). Nonostante la sua brevità, tale testo costituisce una mariologia già ben elaborata che Paolo trae dalla precedente tradizione giudeocristiana palestinese, risalente, quindi, ai primi momenti della comunità di Gerusalemme (F. Manzi,”Tratti mariologici” nel "Vangelo" di Paolo, in Theotokos, VIII, 2000).

Tale precedente tradizione affiora potentemente in tutti gli scritti giudeocristiani che da essa si sono originati, i quali, pur non essendo entrati nel canone delle Scritture cristiane, restano una importante testimonianza dell’antichità del culto mariano. Ad esempio un apocrifo cristiano del I secolo, l’Ascensione di Isaia, riporta antiche tradizioni sulla concezione e nascita verginale di Gesù che non dipenderebbero dal vangelo di Matteo, ma da un racconto più antico che è servito come fonte comune ai due testi. Le stesse dottrine si ricavano da altri testi apocrifi, come gli atti di Pietro e Simone, in cui viene usata tutta una serie di citazioni della letteratura giudaica. Nel caso del racconto della nascita verginale di Gesù, Matteo fa uso di una sola citazione (Is 7, 14 ), l' Ascensione d'lsaia ne utilizza tre, gli Atti di Pietro e Simone ricorrono a ben undici citazioni, di cui sette dai libri canonici dell' AT e quattro da testi apocrifi sconosciuti. Di qui la conclusione che già nel I sec. esisteva una raccolta di profezie sia canoniche sia apocrife relative alla nascita di Gesù da una vergine (E. Norelli "Avant le canonique et l'apocryphe: auxoriginesdesrè'cits de la naissance de Jèsus", in «Revue de Theol. et de Phil.» 126 - 1994). 

Molto interessante è l’apocrifo della Dormizione di Maria, un testo del II secolo, in cui il racconto dell'assunzione di Maria al cielo è molto simile a quello tipico degli altri apocrifi dell' AT come la Vita di Adamo e di Eva, il Testamento di Abramo e il Testamento di Giobbe. Secondo lo studioso F. Manns, biblista francese, uno dei massimi esperti mondiali di giudeocristianesimo, tutto ciò farebbe pensare all'apocrifo della Dormizione di Maria come a un testo ispirato alla testimonianza di Giovanni (Gv 19,27). Per Manns l'ambiente delle “comunità giovannee in Palestina, ha conservato un vivo interesse per la sorte finale di Maria, fino a metterne per iscritto il racconto, approfondendo le Scritture alla maniera dei midrashim e ricorrendo a motivi apocalittici propri della letteratura giudaica” (F. Manns "Le recit de la Dormition de Marie" (Vatican grec 1982) (= SBP, CollectioMaior 33), Jerusalem 1989.

Il culto mariano, la devozione a Maria, hanno una profonda radice nel giudaismo, l’esaltazione della figura di Maria rientra nella tradizione giudaica, come, ad esempio la sua Verginità che richiama l’intervento straordinario di Dio tracciato nel Vecchio Testamento dove il piano di salvezza di Dio si sviluppa attraverso una serie di nascite miracolose, come quella di Isacco da Sara vecchia e sterile, la nascita dei dodici capostipiti delle tribù d’Israele dalle sterili Lia e Rachele, ed ancora la nascita di Samuele dalla sterile Anna, ecc. 

Tutti i racconti della nascita e infanzia di Gesù e Maria, della vita e morte di Giuseppe, sia apocrifi che canonici, evidenziano caratteristiche giudaiche. Tutto ciò ci autorizza a pensare che tali racconti riflettono la tradizione conservatasi nell'ambiente della famiglia di Gesù. Molti di essi sono misti a materiale fiabesco e gnostico, ma il fatto che la Chiesa, pur non accogliendoli nel canone, ne abbia conservato vari elementi nella liturgia e nella pietà popolare indica indubbiamente che essi avevano in se la garanzia di autenticità tramandata da coloro che li avevano ereditati sin dall'inizio, cioè dai cristiani di ceppo giudaico. La devozione mariana non è un mito cattolico, ma si origina dalla testimonianza degli apostoli, cioè di coloro che l’hanno conosciuta ed hanno assistito alla sua vicenda.


Bibliografia

C. Augias, M. Vannini, "Inchiesta su Maria” Rizzoli, Bergamo 2014
B. Ehrman, “Gesù è davvero esistito?” A. Mondatori Ed. Milano 2013
B. Bagatti “Alle origini della chiesa – Le comunità giudeo-cristiane” LEV, Città del Vaticano 1981.
Francesco Bianchini, "Lettera ai Galati", Città Nuova, 2009
F. Manzi”Tratti mariologici” nel "Vangelo" di Paolo, in Theotokos, VIII, 2000
L. Cerfaux “Il Cristo nella teologia di san Paolo” AVE, Roma 1969.
R. Penna “I ritratti originali di Gesù il Cristo. Inizi e viluppi della cristologia neotestamentaria – 2. Gli sviluppi, San Paolo” Cinisello Balsamo 2011.
F. Manns ”Le recit de la Dormition de Marie” (Vatican grec 1982) (= SBP, CollectioMaior 33), Jerusalem 1989
E. Norelli, “Avant le canonique et l'apocryphe: auxoriginesdesrè'cits de la naissance de Jèsus” in «Revue de Theol. et de Phil.» 126 – 1994.

lunedì 25 gennaio 2016

Quando lo Stato (laicista) è di parte.


Mentre in questo ultimo fine settimana le piazze laiche, dai numeri ingenuamente enfatizzati, fantasticano di inesistenti diritti negati, senza accorgersi (si spera) di stare a negare quelli esistenti, e in attesa del Family day del prossimo sabato 30 gennaio, si assiste al consueto schieramento dei politici: c'è chi sostiene le ragioni del ddl Cirinnà sulle unioni civili, come stanno facendo alcuni esponenti del Governo, ed altri che si sentono vicini alle ragioni di chi difende la famiglia tradizionale.

Comportamenti sicuramente legittimi, che credo di poter ritenere corretti, sempre se il confronto si mantenga su binari di correttezza e rispetto. I parlamentari sono espressione del loro elettorato ed è loro dovere restare fedeli al mandato loro affidato. Ciò che ritengo, invece, inaccettabile, è il comportamento delle più alte cariche dello Stato. E precisamente della seconda e della terza, i presidenti delle due Camere. 

Ritengo, infatti, scandaloso che la Boldrini, presidente della Camera, così come aveva fatto l'anno scorso il presidente del Senato Pietro Grasso, assuma atteggiamenti così faziosi. Senza aver la minima cognizione delle responsabilità che derivano dalla sua carica istituzionale, la Boldrini è intervenuta sulla questione affermando che la "stepchild adoption" sarebbe addirittura un "dovere morale".

La questione del riconoscimento delle unioni civili e della possibilità di adozione da parte del convivente omosessuale è il tema del DDL Cirinnà attualmente in discussione al Parlamento. I presidenti della Camera e del Senato rappresentano gli arbitri della discussione, quindi dovrebbero mantenersi in una posizione "super partes", senza intervenire con le loro posizioni palesemente ideologiche. E' il tipico modo di fare antidemocratico del laicismo, che per imporre il proprio credo non ha rispetto neppure per le istituzioni.

Non vale neppure invocare la foglia di fico della difesa dei "diritti civili" o del "dovere morale". Atteggiamento subdolo ed ingannevole. Il DDL Cirinnà non è affatto un provvedimento di "civiltà", ma un vero e proprio attacco alla famiglia e la negazione legalizzata dei diritti dei bambini di crescere con un padre ed una madre. Infatti legalizzare la cosiddetta "stepchild adoption" non è affatto un dovere morale, ma un passo estremamente pericoloso che può portare alla adottabilità completa da parte delle coppie omosessuali ed aprire la strada pericolosissima all'odiosa pratica dell'utero in affitto.

             

lunedì 11 gennaio 2016

Parte V - La Chiesa cristiana primitiva

Ne “Il Codice da Vinci” si possono leggere anche sconcertanti fesserie riguardo alcuni aspetti della vita e della liturgia della Chiesa cristiana delle origini. Per brevità mi limito ad esaminarne solo due, quelle, a mio parere, più aberranti.

Secondo D. Brown l’imperatore romano Costantino avrebbe spostato la festa ebraica del sabato per farla coincidere con quella pagana del dio sole. Tra le pagine 271-275, de “Il Codice da Vinci”, si legge: «Anche il giorno di festa dei cristiani è stato rubato ai pagani […] Costantino ha spostato la festa ebraica del sabato per farla coincidere con il giorno che i pagani dedicavano al Sole. Oggi la gente va in chiesa la domenica senza neppure immaginare che lo fanno per rendere omaggio al dio Sole: del resto, in inglese, la domenica, Sunday, è letteralmente Sun day, giorno del sole». Dovrei essere abituato a leggere tali enormità, eppure non riesco a non sbalordirmi di fronte a cretinate del genere! Ma come si fa a scrivere certe cose! Quando vado in Chiesa alla Messa, sono consapevole di riunirmi alla mia comunità per ascoltare le memorie degli apostoli, la Parola di Dio, e partecipare, assieme ai fratelli, alla mensa eucaristica di Gesù Cristo risorto. Dov’è in tutto questo il culto al dio sole? In realtà siamo di fronte all’ennesima dimostrazione della sbalorditiva ignoranza di D. Brown.

E’ certamente vero che nel 325 un decreto dell’imperatore Costantino rese la domenica, cioè il primo giorno della settimana per gli ebrei, un giorno di riposo, ma non fu “spostata” alcuna festa. Per i cristiani la domenica è sempre stata un giorno di festa, molto tempo prima di Costantino. Il termine italiano “domenica” deriva dal latino “dies domini” che significa: il “Giorno del Signore”. La domenica è il giorno in cui è risorto Gesù, cioè il primo giorno dopo il sabato, così come dicono i vangeli (Mt 28, 1; Mc 16, 1; Lc 24, 1; Gv. 20, 1). Per questo motivo la domenica è sempre stata la festa primordiale dei cristiani e l’unica che veniva festeggiata agli inizi dell’era cristiana, infatti la Pasqua annuale fu introdotta solo dal secondo secolo ed il Natale addirittura nel quarto secolo. E’ nell’Apocalisse di Giovanni (Ap 1, 10) che compare per la prima volta l’espressione “giorno del Signore”: è il giorno in cui tutta la chiesa si riuniva per celebrare l’Eucarestia. Il centro della festa cristiana era, allora come adesso, la celebrazione della Cena del Signore. Si può leggere negli Atti degli apostoli, composti attorno agli anni 80 del primo secolo: "Il primo giorno della settimana ci riunimmo per la celebrazione della Cena del Signore, e Paolo rimase a parlare con i discepoli…” (Atti, cap. 20). La Chiesa deriva i ritmi della sua vita liturgica direttamente da Gesù che risorge la domenica ed appare agli apostoli la sera di quello stesso giorno e poi otto giorni dopo quando c’era anche Tommaso, quindi la domenica seguente, iniziando così a scandire il tempo cristiano secondo il ritmo domenicale. Di tutto ciò abbiamo numerose testimonianze storiche, ad esempio nella Didachè, un documento indirizzato ai cristiani della Siria negli anni intorno al 100-150 d.C., secolo, si legge «…di domenica in domenica convenendo insieme, spezzate il pane,…», oppure si può leggere nella lettera del governatore della Bitinia, Plinio il giovane, all’imperatore Traiano dell’anno 112 d.C., come, già agli inizi del secondo secolo, i cristiani si riunivano in un giorno stabilito, cioè la domenica, per celebrare l’Eucarestia: «Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi in un giorno stabilito prima dell’alba per mangiare un cibo normale e comune e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio» (Plinio, Epistole X,96). Nel 150 d.C. Giustino martire, famoso apologista del II secolo, nella sua Apologia, scrive: «Ci raduniamo tutti insieme nel giorno del sole, poiché questo è il primo giorno nel quale Dio, trasformate le tenebre e la materia, creò il mondo; sempre in questo giorno Gesù Cristo, nostro Salvatore, risuscitò dai morti» (Apologia, cap. 67). Da notare che i pagani chiamavano “giorno del sole” il primo della settimana (per questo, e non per altro, in inglese per tale giorno è rimasto questo nome, n.d.r.), ma non era un giorno di festa e di riposo come per noi oggi, ma un semplice giorno lavorativo. Infatti per questo motivo Plinio ci dice che i cristiani si radunavano all’alba, perché, conclusa la celebrazione dell’Eucarestia, andavano a lavorare. 

Dagli Atti dei Martiri dell’8° e 9° libro della Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, abbiamo una stupefacente notizia dell’enorme importanza che ha sempre avuto per i cristiani la festa della domenica. Nell’anno 304 d.C., durante la persecuzione di Diocleziano (sempre prima dell’avvento di Costantino, n.d.r.), ad Abitene, città della provincia romana dell’Africa proconsolare, più o meno l’odierna Tunisia, la locale comunità cristiana si ribellò all’editto imperiale che vietava le riunioni e le celebrazioni di riti cristiani. Sorpresi durante una loro riunione in casa di un certo Ottavio Felice, 49 cristiani di Abitene vengono arrestati e condotti a Cartagine, capitale della provincia, davanti al proconsole Anulino per essere interrogati. Alla domanda del proconsole: «Perché hai accolto nella tua casa i cristiani, contravvenendo così alle disposizioni imperiali?», un cristiano di nome Emerito rispose: «Sine dominico non possumus», cioè: «Senza domenica non possiamo vivere», intendendo non solo il giorno di festa, ma la riunione dell’assemblea del popolo di Dio per celebrare l’Eucarestia. Per la loro fede quei 49 pagarono con la loro vita, furono tutti uccisi scarnificati vivi. 

Costantino non c’entra assolutamente nulla con la festa cristiana della domenica, né esiste alcuna commistione con la festa pagana del “Sol invictus”. In realtà la sostituzione della festa del sabato con la celebrazione domenicale nelle prime comunità cristiane è un processo che si svolge e si realizza già molto tempo prima dell’avvento di Costantino. I primi cristiani, la comunità attorno agli apostoli, essendo comunque formata da ebrei, ha continuato, assieme alla celebrazione domenicale, ad osservare il sabato e a compiere il culto ebraico recandosi al tempio per la preghiera. In seguito, quando il cristianesimo si diffuse presso i gentili (cioè i non ebrei) si creò una contrapposizione tra i cristiani provenienti dall’ebraismo, con a capo Giacomo, vescovo di Gerusalemme, che reputavano imprescindibile l’osservanza della legge mosaica (e quindi del sabato), e i convertiti dal paganesimo che, invece, non volevano sopportare quel fardello. Il concilio di Gerusalemme, cioè la riunione della primitiva Chiesa di Gerusalemme riportata negli Atti degli Apostoli avvenuta attorno all’anno 49 d.C., stabilì una volta per tutte che per essere cristiani non c’era bisogno di essere prima ebrei e, quindi, presso le comunità della Chiesa in espansione l’osservanza del sabato progressivamente decadde a favore della celebrazione eucaristica domenicale. Nella sua lettera ai Colossesi, Paolo dice: «Nessuno più abbia a riprendervi per l’osservanza del sabato, o per le neomenie, o per le feste perché tutto ciò è ombra del futuro, ma la realtà è Cristo» (Col 2, 16). Nel 107 d.C., più di due secoli prima di Costantino, il vescovo di Antiochia, Ignazio, morto martire a Roma sotto la persecuzione di Traiano, nella sua lettera alla Chiesa di Magnesia (in Asia minore) dice, riguardo al modo in cui bisognava comportarsi: «Non più vivendo alla maniera del sabato (cioè alla maniera giudaica), ma vivendo alla maniera del giorno del Signore (cioè la domenica, alla maniera cristiana)» (Epistula ad Magnesios, 9, 1). 

Clamoroso esempio dell’abissale ignoranza storico-religiosa di D. Brown sono le sue dissertazioni sui simboli religiosi. A pag. 173 de “Il Codice da Vinci”, l’esperto di simbologia Robert Langdon, un personaggio del libro, afferma: «...Non era la tradizionale croce cristiana con il lungo braccio verticale, ma una croce quadrata - con quattro bracci di uguale lunghezza – che precedeva di quindici secoli il cristianesimo. Quel tipo di croce non aveva nessuno dei connotati cristiani della crocifissione, associata alla croce latina, inventata dai romani come strumento di supplizio. Langdon si stupiva sempre nel constatare quanto fossero pochi i cristiani che, guardando il “crocifisso”, pensavano alla violenta storia di quel simbolo…». Secondo l’”eminente” scienziato, quindi, la croce cristiana sarebbe solo quella latina, cioè con i bracci disuguali, inventata dai romani come strumento di supplizio. 

Veramente un cumulo di sciocchezze! Le croci cristiane sono sempre state raffigurate sia con i bracci uguali (croce greca) che con i bracci disuguali (croce latina). I romani non hanno inventato la croce latina. In realtà la maggior parte delle “croci” usate dai romani per le esecuzioni delle condanne a morte avevano una forma a “T”. Già per le primissime comunità cristiane la croce rappresentò il grande sacrificio di Gesù, quindi la redenzione. Era, ed è, il simbolo stesso di Gesù, “Signum Christi”, che, immolandosi per noi, ci apre le porte della vita eterna. Egli ha trasformato lo strumento di morte in sogente di vita, di salvezza e di gioia per il mondo intero. I cristiani hanno sempre raffigurato la croce considerandola un segno di fede e consolazione, infatti le sue primissime raffigurazioni le troviamo principalmente nei cimiteri cristiani per consegnare i cari defunti alla salvezza operata da Gesù. All’inizio, per paura delle persecuzioni, la croce veniva raffigurata in forma dissimulata, la ritroviamo, infatti, nelle ancore cruciformi, inserita nei pani eucaristici, ecc… tutti motivi ornamentali che decoravano le pareti di cappelle e loculi nelle catacombe (antichi cimiteri). Anche il monograma di Gesù, formato dalla sovrapposizione delle prime due lettere greche del nome di Cristo, “chi” e “ro”, nasconde la sagoma di una croce.

Le croci raffigurate dai cristiani sono sempre state indifferentemente sia croci “greche” che croci “latine”. Tra le più famose posso citare la cosiddetta “iscrizione di Rufina” nelle catacombe di S. Callisto, a Roma, del III secolo d.C. Si tratta di un’epigrafe che ricorda il nome di una certa Rufina Irene con sotto incisa una croce greca, cioè con i bracci trasversali di uguale dimensione. Sempre a Roma, della stessa epoca, si può ammirare nella tomba degli Aurelii, un affresco che mostra un personaggio con in mano una croce “latina”. Nel cimitero di Domitilla, incisa su una tomba di una fanciulla cristiana di nome Gaudentia, del III secolo d.C., è possibile osservare una bella croce greca. Famosissima, del I secolo d.C., è una croce cristiana “latina”, scoperta nel 1937, incisa sulla parete di una casa di Ercolano sepolta dalla famosa eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Ancora, nelle catacombe di S. Priscilla, aderente al loculo di una tomba cristiana del II secolo d.C., una tegola riporta raffigurate tre croci greche.

Langdon (D. Brown) si stupisce nel constatare che i cristiani guardano alla croce non pensandola come uno strumento di morte. Ma ciò è normale, perché D. Brown è un pagano. Diceva bene Paolo ai Corinzi: «Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor 1, 23). I cristiani guardano alla croce pensandola come uno strumento d’amore.

lunedì 28 dicembre 2015

Buon 2016!!!


Siamo alla fine dell'anno e in questo periodo ricorre l'anniversario della nascita del mio blog. Sono passati già quattro anni da quel primo post del 27 dicembre del 2011 e quest'anno il blog ha superato le 60.000 visite. Si tratta di un buon attestato di interesse che mi sprona ad andare avanti. 

Da quel primo post del 2011 si sono succeduti altri 167 articoli che hanno spaziato dall'attualità alla storia del cristianesimo e della Chiesa. Si è trattato di un grosso impegno, ma il desiderio di continuare è ancora molto forte e spero di essere d'aiuto a chiunque avesse il desiderio di ascoltare un'infomazione diversa da quella "politicamente corretta" che i media ci propinano continuamente. Ovviamente mi riferisco anche ai temi storici, a me tanto cari, che ho trattato con un'ottica non convenzionale, lontano dagli angusti spazi della storiografia asservita al laicismo. 

Anche nel prossimo anno, quindi, continueranno le serie di articoli sui temi delle etichette, ma conto di inaugurarne anche di nuove e di dare inizio finalmente alla serie di articoli sul tema delle crociate, un argomento di cui sono un appassionato e che, forse, più di tutti è stato maggiormente manipolato dalla storiografia laicista di stampo illuminista. 


Non mi resta, quindi, che darvi appuntamento alle prossime pubblicazioni e di augurare a tutti voi frequentatori del blog i miei migliori auguri di un buon 2016.

venerdì 25 dicembre 2015

Buon Natale




A tutti i frequentatori e visitatori del blog auguro
un sereno e felice Natale del Signore!

mercoledì 23 dicembre 2015

Je suis Slovenia

Con una schiacciante vittoria del 63% contro 36% il popolo Sloveno, in uno storico referendum, ha detto no al matrimonio ed alla possibilità delle adozioni per le coppie omosessuali. Così come è già successo per paesi come la Romania, la Polonia e l’Ungheria, dove le lobby gay non sono così potenti da influenzare gli esiti dei referendum, ha prevalso il buon senso di difendere la famiglia naturale dall’attacco della colonizzazione ideologica laicista. In Slovenia, nonostante tutti i partiti politici si fossero schierati a favore delle nozze e delle adozioni per le coppie omosessuali e che solo la Chiesa si fosse schierata per il no, ha vinto il senso di responsabilità e l’amore per la libertà, la voglia di non farsi condizionare e la possibilità di esprimere i propri profondi convincimenti. 

Scrivo per solidarietà con il popolo sloveno e per divulgare il più possibile questa notizia che è stata vergognosamente celata dai maggiori organi di informazione. Silenzio assoluto nei telegiornali e solo qualche riga stiracchiata sui giornali a maggiore tiratura, con uno scandaloso silenzio da parte di testate come l’Unità e il Manifesto. E’ il tipico comportamento del sistema laicistico dell’informazione: come non ricordare gli strombazzamenti ed il surplus informativo sullo stesso referendum avvenuto in Irlanda a maggio scorso? Giorni e giorni di servizi TV, articoli su articoli, tavole rotonde, approfondimenti, un bombardamento mediatico in piena regola. Quando la musica, però, cambia cala il silenzio. Con tanti saluti alla democrazia.