sabato 30 gennaio 2016

Il culto mariano: mito cattolico o verità storica?

Un tratto caratteristico della fede cristiana cattolica è certamente la devozione a Maria di Nazareth, la fanciulla ebrea che i vangeli indicano come la madre di Gesù. Questo profondissimo rispetto tributato dai cristiani cattolici ha, quindi, le sue basi nella Scrittura, nelle memorie degli apostoli dove è stata messa per iscritto una tradizione di origini antichissime che risale ai primi momenti della vita della Chiesa. Eppure nonostante ciò la devozione mariana della Chiesa Cattolica è criticata ed attaccata da ogni parte.


Pur avendo sempre avuto il carattere di una venerazione, cioè di una iperdulia, e mai di una adorazione, ossia una latria, che invece è attribuita ed attribuibile solo a Dio, la devozione mariana dei cattolici è stata ed è fortemente criticata da molti cristiani riformati ed da altre congregazioni pseudo cristiane che, nel loro astio verso la Chiesa Cattolica, hanno spesso definito il culto mariano cattolico come una mariolatria, cioè un culto idolatrico che non ha niente a che vedere con l’autentica fede cristiana e con i vangeli.

Ma le critiche non provengono solo dai credenti di altre confessioni religiose, anche la storiografia laicista ha tradizionalmente accusato la Chiesa cattolica di essersi costruita un mito o di averlo importato dal paganesimo. Già nel XVIII secolo autori famosi come Voltaire, Paine ed altri, che incarnarono lo spirito anticattolico illuminista, diedero vita al preconcetto storiografico secondo il quale i vangeli fossero tutta una truffa, cioè racconti inventati che non avevano niente di storico. Sorse, così, la convinzione che i dogmi mariani della Chiesa cattolica non avessero alcun legame con la cristianità delle origini e che tutto ciò che circonda la figura della madre di Gesù sia solamente un appesantimento storicamente immotivato. Secondo l’opinione dei laicisti la figura di Maria non aveva una grande importanza per i primi cristiani, solo col Concilio di Costantinopoli del 381, cioè dopo più di tre secoli dalla morte di Gesù, appare ufficialmente la figura di Maria nel credo, ma non c’è traccia di lei nelle tradizioni più antiche.

Il giornalista Corrado Augias, sempre attento alle questioni riguardanti la fede cristiana, pur non essendo uno storico di professione, censura decisamente la storicità e l’antichità del culto mariano e può ben rappresentare quale sia l’opinione più diffusa dei laicisti. Nel suo ultimo libro sul tema, “Inchiesta su Maria”, Augias scrive: “Così, la fanciulla povera, umile e sottomessa descritta nei vangeli canonici, serva di Dio e a servizio del Figlio, diventa la ricca figlia di Gioacchino ed Anna negli apocrifi, poi ancora una regina (Salve Regina) e, ancora, una Madonna e Nostra signora nel Medioevo feudale latino; si trasforma in una “dama” nel Rinascimento” (“Inchiesta su Maria” Rizzoli, Bergamo 2014, pag. 144). Per Augias, quindi, nei vangeli non ci sarebbe nulla che giustifichi la devozione mariana cattolica e che, in realtà, tale culto sia andato progressivamente a formarsi nel tempo. Egli afferma infatti: “In ogni caso mi sembra di poter dire che il culto va intensificandosi col passare del tempo diventando a un certo punto una costruzione che si autoalimenta, per cui sempre nuove qualità e funzioni si aggiungono alle precedenti” (ss pag. 145). Per Augias, quindi, la figura di Maria è poco più di un mito costruito ad arte dalla Chiesa cattolica. Nel suo libro afferma ancora: “Insomma, se dovessimo fermarci ai 27 testi del cosiddetto Nuovo Testamento su Maria non ci sarebbe quasi nulla da sapere o da dire […] Se all’inizio di lei si sapeva poco, oggi si sa probabilmente troppo. Troppe qualità, troppe prerogative, troppi eventi, e grazie per le quali non esistono fonti autentiche. Tutto ciò che su e intorno a lei è stato costruito lo dobbiamo ad una serie di decisioni prese dai vertici della gerarchia cristiana prima, cattolica poi …” (ss pag 333).

Decisamente una posizione molto netta che non concede nulla all’originalità del culto mariano, ma Augias, e con lui una larga parte della storiografia laicista, ha una conoscenza molto approssimativa della primitiva fede cristiana. Innanzitutto non è affatto vero che i vangeli siano poveri o addirittura privi di riferimenti alle qualità soprannaturali della madre di Gesù. I vangeli di Matteo (1, 18-25) e Luca (1, 26-38) affermano chiaramente che Maria concepì Gesù per opera dello Spirito Santo senza che conoscesse uomo. Quando nel 381 i vescovi riuniti nel Concilio di Costantinopoli fondarono il dogma della verginità di Maria non "inventarono” nulla di nuovo, non fecero altro che rifarsi al vangelo e, come vedremo, ad una tradizione antichissima presente da sempre nella Chiesa. Anche il culto che viene tributato oggi a Maria dalla Chiesa cattolica è ben lungi dall’avere chissà quali oscure origini pagane, essendo ben fondato anch’esso nel vangelo. Riportando una tradizione molto più antica il vangelo di Luca chiama la Vergine “piena di grazia” e in un versetto del Magnificat si dice: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata” (Lc 1, 48). L’essere “piena di grazia”significa appartenere completamente con stabilità, forza e pienezza ad un amore che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16). Per questo Maria è beata e celebrata da tutte le generazioni. 

Il culto mariano è, quindi, molto ben giustificato dal vangelo, ma i detrattori non si arrendono. Secondo loro tale culto nacque solo nel IV secolo, prima i cristiani non pensavano a Maria. Tale convinzione è alquanto sorprendente, viste le innumerevoli testimonianze storiche che attestano l’esistenza di tale culto molto prima del Concilio di Costantinopoli.

Un eccezionale documento storico è rappresentato da un papiro copto ritrovato ad Alessandria d'Egitto e risalente al III secolo che venne acquistato dalla John Rylands Library di Manchester nel 1917 e pubblicato per la prima volta nel 1938. Questo papiro riporta un antichissimo inno devozionale a Maria: il Sub tuum praesidium (cioè: sotto la tua protezione). Si tratta di un'invocazione collettiva che testimonia la consuetudine, da parte della comunità cristiana, di rivolgersi direttamente alla Madonna, chiamata Θεοτόκos, Dei Genetrix, Madre di Dio, per invocare il suo aiuto nelle ore difficili. Un testo antichissimo che esprime con efficacia la fede nell'intercessione della Vergine, nella sua maternità divina, nella sua verginità perpetua nonché nella sua immacolata concezione, proclamando la Santa Vergine come la "sola pura" e la "sola casta e benedetta". Ma già nel II secolo, almeno 100 anni prima del Concilio di Costantinopoli, i Padri della Chiesa, nei loro scritti, danno ampia testimonianza di una teologia mariana già ampiamente sviluppata. Il vescovo di Antiochia, Ignazio, morto martire sotto Traiano nel 107, è il primo a testimoniare ciò che si credeva all’alba del II secolo su Maria. Durante il suo viaggio verso Roma per subire il martirio, al fine di contrastare le credenze gnostiche, scrive agli Smirnesi, ai Tralliani, agli Efesini che Gesù è “Nato realmente da una vergine” (Smirnesi 1, 1; Tralliani9, 1; Efesini 7, 2; 18, 2; 19, 1). Attorno al 155 Giustino di Nablus spiega il significato messianico della vergine che partorirà un figlio (Isaia 7, 14) riportando una riflessione teologica su Maria partendo dal parallelismo Eva-Maria: la prima concepì la parola del serpente e partorì disobbedienza e morte, l’altra concepì fede e gioia. (Dial. 43, 66-68; Apol. 1, 33). Ireneo di Lione, sempre nel II secolo, definisce perfettamente il ruolo mariano di “Avvocata” (Adv. haer. 111, 21). Ciò dimostra che la dottrina attuale circa la collaborazione di Maria alla redenzione degli uomini e la mediazione della grazia divina non è affatto una costruzione teologica posteriore, ma trae le sue radici nella tradizione patristica del II secolo.

Anche l'archeologia conferma il ruolo particolare di Maria sin dai primi tempi della vita della Chiesa cattolica. Si può ricordare il famoso dipinto della Madonna con bambino nelle catacombe di Priscilla, a Roma, databile secondo la studiosa Margherita Guarducci alla fine del II secolo, oppure i graffiti in lingua greca rinvenuti nel santuario dell'Annunciazione a Nazareth, risalenti al II secolo, nei quali è scritto: "Luogo sacro a Maria" e "Kaire Maria" (Bellarmino Bagatti, "Nazaret nell'archeologia", Rizzoli, volume 1, p.79). Queste scoperte attestano come il particolare culto prestato alla Vergine fosse già vivo nei primi cristiani, ben prima del concilio di Efeso del 431, in cui veniva definitivamente riconosciuta da un dogma la maternità divina di Maria. 

Nonostante queste evidenze l’idea che la figura di Maria, e le prerogative a lei riconosciute, siano comunque una costruzione successiva riportata poi dai vangeli, cioè testi scritti almeno un 40-50 anni dopo la morte di Gesù, e che non faceva parte della fede dei primi cristiani, non è solo convinzione di una dilettantistica storiografia laicista, ma riscuote consensi anche tra alcuni addetti ai lavori. Ad esempio lo storico e biblista ateo Bart Ehrman, professore del Dipartimento di studi religiosi dell’Università del North Carolina, così liquida il culto mariano: “Sono visioni teologiche, motivate da interessi teologici che non hanno nulla a che vedere con le primitive tradizioni su Gesù e la sua famiglia” (B. Ehrman, “Gesù è davvero esistito?” A. Mondatori Ed. Milano 2013, pag. 148). Quindi, secondo B. Ehrman, i vangeli avrebbero raccolto una tradizione tardiva che non aveva niente a che fare con la primitiva comunità cristiana, quella palestinese, quella composta dai primissimi membri della comunità che si raccolse attorno a Gesù. 

In realtà anche spingendosi così indietro nel tempo fino a pochi anni dai fatti raccontati nei vangeli le evidenze documentali a nostra disposizione fanno chiaramente emergere una precisa mariologia che già si intreccia ad un’altrettanta sviluppata cristologia. Ovviamente non abbiamo una testimonianza scritta che risalga ai primi anni, quelli subito dopo la conclusione della vicenda terrena di Gesù. Siamo ancora in una fase caratterizzata da un annuncio orale del vangelo, cioè della buona notizia della morte e resurrezione del Cristo, il Kerigma. Il primo riferimento a Maria negli scritti cristiani compare negli anni cinquanta del primo secolo, è Paolo di Tarso che ricorda alla comunità cristiana della Galatia che Cristo “nacque da donna”. In questa prima fase della vita della Chiesa Maria non viene mai nominata, ma ciò non significa che non esistesse alcuna cognizione e convinzione su di lei. Questo silenzio rientra in quello più vasto circa l’intero arco della vicenda storica di Cristo che, invece, sarà oggetto di considerazione accurata da parte degli evangelisti. Ora il centro d’interesse degli apostoli era l’annuncio del mistero pasquale. 

La testimonianza di Paolo in Gal 4, 4, che risale al 49 o al massimo al 57 dopo Cristo, cioè una ventina d’anni dopo l’Ascensione, rappresenta una importantissima prova di una teologia già molto sviluppata su Maria. In un contesto polemico contro i giudaizzanti galati, Paolo rimarca l’importanza dell’incarnazione del Figlio di Dio, come nato da “donna”: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4), (Francesco Bianchini, "Lettera ai Galati", Città Nuova, 2009). Nonostante la sua brevità, tale testo costituisce una mariologia già ben elaborata che Paolo trae dalla precedente tradizione giudeocristiana palestinese, risalente, quindi, ai primi momenti della comunità di Gerusalemme (F. Manzi,”Tratti mariologici” nel "Vangelo" di Paolo, in Theotokos, VIII, 2000).

Tale precedente tradizione affiora potentemente in tutti gli scritti giudeocristiani che da essa si sono originati, i quali, pur non essendo entrati nel canone delle Scritture cristiane, restano una importante testimonianza dell’antichità del culto mariano. Ad esempio un apocrifo cristiano del I secolo, l’Ascensione di Isaia, riporta antiche tradizioni sulla concezione e nascita verginale di Gesù che non dipenderebbero dal vangelo di Matteo, ma da un racconto più antico che è servito come fonte comune ai due testi. Le stesse dottrine si ricavano da altri testi apocrifi, come gli atti di Pietro e Simone, in cui viene usata tutta una serie di citazioni della letteratura giudaica. Nel caso del racconto della nascita verginale di Gesù, Matteo fa uso di una sola citazione (Is 7, 14 ), l' Ascensione d'lsaia ne utilizza tre, gli Atti di Pietro e Simone ricorrono a ben undici citazioni, di cui sette dai libri canonici dell' AT e quattro da testi apocrifi sconosciuti. Di qui la conclusione che già nel I sec. esisteva una raccolta di profezie sia canoniche sia apocrife relative alla nascita di Gesù da una vergine (E. Norelli "Avant le canonique et l'apocryphe: auxoriginesdesrè'cits de la naissance de Jèsus", in «Revue de Theol. et de Phil.» 126 - 1994). 

Molto interessante è l’apocrifo della Dormizione di Maria, un testo del II secolo, in cui il racconto dell'assunzione di Maria al cielo è molto simile a quello tipico degli altri apocrifi dell' AT come la Vita di Adamo e di Eva, il Testamento di Abramo e il Testamento di Giobbe. Secondo lo studioso F. Manns, biblista francese, uno dei massimi esperti mondiali di giudeocristianesimo, tutto ciò farebbe pensare all'apocrifo della Dormizione di Maria come a un testo ispirato alla testimonianza di Giovanni (Gv 19,27). Per Manns l'ambiente delle “comunità giovannee in Palestina, ha conservato un vivo interesse per la sorte finale di Maria, fino a metterne per iscritto il racconto, approfondendo le Scritture alla maniera dei midrashim e ricorrendo a motivi apocalittici propri della letteratura giudaica” (F. Manns "Le recit de la Dormition de Marie" (Vatican grec 1982) (= SBP, CollectioMaior 33), Jerusalem 1989.

Il culto mariano, la devozione a Maria, hanno una profonda radice nel giudaismo, l’esaltazione della figura di Maria rientra nella tradizione giudaica, come, ad esempio la sua Verginità che richiama l’intervento straordinario di Dio tracciato nel Vecchio Testamento dove il piano di salvezza di Dio si sviluppa attraverso una serie di nascite miracolose, come quella di Isacco da Sara vecchia e sterile, la nascita dei dodici capostipiti delle tribù d’Israele dalle sterili Lia e Rachele, ed ancora la nascita di Samuele dalla sterile Anna, ecc. 

Tutti i racconti della nascita e infanzia di Gesù e Maria, della vita e morte di Giuseppe, sia apocrifi che canonici, evidenziano caratteristiche giudaiche. Tutto ciò ci autorizza a pensare che tali racconti riflettono la tradizione conservatasi nell'ambiente della famiglia di Gesù. Molti di essi sono misti a materiale fiabesco e gnostico, ma il fatto che la Chiesa, pur non accogliendoli nel canone, ne abbia conservato vari elementi nella liturgia e nella pietà popolare indica indubbiamente che essi avevano in se la garanzia di autenticità tramandata da coloro che li avevano ereditati sin dall'inizio, cioè dai cristiani di ceppo giudaico. La devozione mariana non è un mito cattolico, ma si origina dalla testimonianza degli apostoli, cioè di coloro che l’hanno conosciuta ed hanno assistito alla sua vicenda.


Bibliografia

C. Augias, M. Vannini, "Inchiesta su Maria” Rizzoli, Bergamo 2014
B. Ehrman, “Gesù è davvero esistito?” A. Mondatori Ed. Milano 2013
B. Bagatti “Alle origini della chiesa – Le comunità giudeo-cristiane” LEV, Città del Vaticano 1981.
Francesco Bianchini, "Lettera ai Galati", Città Nuova, 2009
F. Manzi”Tratti mariologici” nel "Vangelo" di Paolo, in Theotokos, VIII, 2000
L. Cerfaux “Il Cristo nella teologia di san Paolo” AVE, Roma 1969.
R. Penna “I ritratti originali di Gesù il Cristo. Inizi e viluppi della cristologia neotestamentaria – 2. Gli sviluppi, San Paolo” Cinisello Balsamo 2011.
F. Manns ”Le recit de la Dormition de Marie” (Vatican grec 1982) (= SBP, CollectioMaior 33), Jerusalem 1989
E. Norelli, “Avant le canonique et l'apocryphe: auxoriginesdesrè'cits de la naissance de Jèsus” in «Revue de Theol. et de Phil.» 126 – 1994.

lunedì 25 gennaio 2016

Quando lo Stato (laicista) è di parte.


Mentre in questo ultimo fine settimana le piazze laiche, dai numeri ingenuamente enfatizzati, fantasticano di inesistenti diritti negati, senza accorgersi (si spera) di stare a negare quelli esistenti, e in attesa del Family day del prossimo sabato 30 gennaio, si assiste al consueto schieramento dei politici: c'è chi sostiene le ragioni del ddl Cirinnà sulle unioni civili, come stanno facendo alcuni esponenti del Governo, ed altri che si sentono vicini alle ragioni di chi difende la famiglia tradizionale.

Comportamenti sicuramente legittimi, che credo di poter ritenere corretti, sempre se il confronto si mantenga su binari di correttezza e rispetto. I parlamentari sono espressione del loro elettorato ed è loro dovere restare fedeli al mandato loro affidato. Ciò che ritengo, invece, inaccettabile, è il comportamento delle più alte cariche dello Stato. E precisamente della seconda e della terza, i presidenti delle due Camere. 

Ritengo, infatti, scandaloso che la Boldrini, presidente della Camera, così come aveva fatto l'anno scorso il presidente del Senato Pietro Grasso, assuma atteggiamenti così faziosi. Senza aver la minima cognizione delle responsabilità che derivano dalla sua carica istituzionale, la Boldrini è intervenuta sulla questione affermando che la "stepchild adoption" sarebbe addirittura un "dovere morale".

La questione del riconoscimento delle unioni civili e della possibilità di adozione da parte del convivente omosessuale è il tema del DDL Cirinnà attualmente in discussione al Parlamento. I presidenti della Camera e del Senato rappresentano gli arbitri della discussione, quindi dovrebbero mantenersi in una posizione "super partes", senza intervenire con le loro posizioni palesemente ideologiche. E' il tipico modo di fare antidemocratico del laicismo, che per imporre il proprio credo non ha rispetto neppure per le istituzioni.

Non vale neppure invocare la foglia di fico della difesa dei "diritti civili" o del "dovere morale". Atteggiamento subdolo ed ingannevole. Il DDL Cirinnà non è affatto un provvedimento di "civiltà", ma un vero e proprio attacco alla famiglia e la negazione legalizzata dei diritti dei bambini di crescere con un padre ed una madre. Infatti legalizzare la cosiddetta "stepchild adoption" non è affatto un dovere morale, ma un passo estremamente pericoloso che può portare alla adottabilità completa da parte delle coppie omosessuali ed aprire la strada pericolosissima all'odiosa pratica dell'utero in affitto.

             

lunedì 11 gennaio 2016

Parte V - La Chiesa cristiana primitiva

Ne “Il Codice da Vinci” si possono leggere anche sconcertanti fesserie riguardo alcuni aspetti della vita e della liturgia della Chiesa cristiana delle origini. Per brevità mi limito ad esaminarne solo due, quelle, a mio parere, più aberranti.

Secondo D. Brown l’imperatore romano Costantino avrebbe spostato la festa ebraica del sabato per farla coincidere con quella pagana del dio sole. Tra le pagine 271-275, de “Il Codice da Vinci”, si legge: «Anche il giorno di festa dei cristiani è stato rubato ai pagani […] Costantino ha spostato la festa ebraica del sabato per farla coincidere con il giorno che i pagani dedicavano al Sole. Oggi la gente va in chiesa la domenica senza neppure immaginare che lo fanno per rendere omaggio al dio Sole: del resto, in inglese, la domenica, Sunday, è letteralmente Sun day, giorno del sole». Dovrei essere abituato a leggere tali enormità, eppure non riesco a non sbalordirmi di fronte a cretinate del genere! Ma come si fa a scrivere certe cose! Quando vado in Chiesa alla Messa, sono consapevole di riunirmi alla mia comunità per ascoltare le memorie degli apostoli, la Parola di Dio, e partecipare, assieme ai fratelli, alla mensa eucaristica di Gesù Cristo risorto. Dov’è in tutto questo il culto al dio sole? In realtà siamo di fronte all’ennesima dimostrazione della sbalorditiva ignoranza di D. Brown.

E’ certamente vero che nel 325 un decreto dell’imperatore Costantino rese la domenica, cioè il primo giorno della settimana per gli ebrei, un giorno di riposo, ma non fu “spostata” alcuna festa. Per i cristiani la domenica è sempre stata un giorno di festa, molto tempo prima di Costantino. Il termine italiano “domenica” deriva dal latino “dies domini” che significa: il “Giorno del Signore”. La domenica è il giorno in cui è risorto Gesù, cioè il primo giorno dopo il sabato, così come dicono i vangeli (Mt 28, 1; Mc 16, 1; Lc 24, 1; Gv. 20, 1). Per questo motivo la domenica è sempre stata la festa primordiale dei cristiani e l’unica che veniva festeggiata agli inizi dell’era cristiana, infatti la Pasqua annuale fu introdotta solo dal secondo secolo ed il Natale addirittura nel quarto secolo. E’ nell’Apocalisse di Giovanni (Ap 1, 10) che compare per la prima volta l’espressione “giorno del Signore”: è il giorno in cui tutta la chiesa si riuniva per celebrare l’Eucarestia. Il centro della festa cristiana era, allora come adesso, la celebrazione della Cena del Signore. Si può leggere negli Atti degli apostoli, composti attorno agli anni 80 del primo secolo: "Il primo giorno della settimana ci riunimmo per la celebrazione della Cena del Signore, e Paolo rimase a parlare con i discepoli…” (Atti, cap. 20). La Chiesa deriva i ritmi della sua vita liturgica direttamente da Gesù che risorge la domenica ed appare agli apostoli la sera di quello stesso giorno e poi otto giorni dopo quando c’era anche Tommaso, quindi la domenica seguente, iniziando così a scandire il tempo cristiano secondo il ritmo domenicale. Di tutto ciò abbiamo numerose testimonianze storiche, ad esempio nella Didachè, un documento indirizzato ai cristiani della Siria negli anni intorno al 100-150 d.C., secolo, si legge «…di domenica in domenica convenendo insieme, spezzate il pane,…», oppure si può leggere nella lettera del governatore della Bitinia, Plinio il giovane, all’imperatore Traiano dell’anno 112 d.C., come, già agli inizi del secondo secolo, i cristiani si riunivano in un giorno stabilito, cioè la domenica, per celebrare l’Eucarestia: «Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi in un giorno stabilito prima dell’alba per mangiare un cibo normale e comune e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio» (Plinio, Epistole X,96). Nel 150 d.C. Giustino martire, famoso apologista del II secolo, nella sua Apologia, scrive: «Ci raduniamo tutti insieme nel giorno del sole, poiché questo è il primo giorno nel quale Dio, trasformate le tenebre e la materia, creò il mondo; sempre in questo giorno Gesù Cristo, nostro Salvatore, risuscitò dai morti» (Apologia, cap. 67). Da notare che i pagani chiamavano “giorno del sole” il primo della settimana (per questo, e non per altro, in inglese per tale giorno è rimasto questo nome, n.d.r.), ma non era un giorno di festa e di riposo come per noi oggi, ma un semplice giorno lavorativo. Infatti per questo motivo Plinio ci dice che i cristiani si radunavano all’alba, perché, conclusa la celebrazione dell’Eucarestia, andavano a lavorare. 

Dagli Atti dei Martiri dell’8° e 9° libro della Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, abbiamo una stupefacente notizia dell’enorme importanza che ha sempre avuto per i cristiani la festa della domenica. Nell’anno 304 d.C., durante la persecuzione di Diocleziano (sempre prima dell’avvento di Costantino, n.d.r.), ad Abitene, città della provincia romana dell’Africa proconsolare, più o meno l’odierna Tunisia, la locale comunità cristiana si ribellò all’editto imperiale che vietava le riunioni e le celebrazioni di riti cristiani. Sorpresi durante una loro riunione in casa di un certo Ottavio Felice, 49 cristiani di Abitene vengono arrestati e condotti a Cartagine, capitale della provincia, davanti al proconsole Anulino per essere interrogati. Alla domanda del proconsole: «Perché hai accolto nella tua casa i cristiani, contravvenendo così alle disposizioni imperiali?», un cristiano di nome Emerito rispose: «Sine dominico non possumus», cioè: «Senza domenica non possiamo vivere», intendendo non solo il giorno di festa, ma la riunione dell’assemblea del popolo di Dio per celebrare l’Eucarestia. Per la loro fede quei 49 pagarono con la loro vita, furono tutti uccisi scarnificati vivi. 

Costantino non c’entra assolutamente nulla con la festa cristiana della domenica, né esiste alcuna commistione con la festa pagana del “Sol invictus”. In realtà la sostituzione della festa del sabato con la celebrazione domenicale nelle prime comunità cristiane è un processo che si svolge e si realizza già molto tempo prima dell’avvento di Costantino. I primi cristiani, la comunità attorno agli apostoli, essendo comunque formata da ebrei, ha continuato, assieme alla celebrazione domenicale, ad osservare il sabato e a compiere il culto ebraico recandosi al tempio per la preghiera. In seguito, quando il cristianesimo si diffuse presso i gentili (cioè i non ebrei) si creò una contrapposizione tra i cristiani provenienti dall’ebraismo, con a capo Giacomo, vescovo di Gerusalemme, che reputavano imprescindibile l’osservanza della legge mosaica (e quindi del sabato), e i convertiti dal paganesimo che, invece, non volevano sopportare quel fardello. Il concilio di Gerusalemme, cioè la riunione della primitiva Chiesa di Gerusalemme riportata negli Atti degli Apostoli avvenuta attorno all’anno 49 d.C., stabilì una volta per tutte che per essere cristiani non c’era bisogno di essere prima ebrei e, quindi, presso le comunità della Chiesa in espansione l’osservanza del sabato progressivamente decadde a favore della celebrazione eucaristica domenicale. Nella sua lettera ai Colossesi, Paolo dice: «Nessuno più abbia a riprendervi per l’osservanza del sabato, o per le neomenie, o per le feste perché tutto ciò è ombra del futuro, ma la realtà è Cristo» (Col 2, 16). Nel 107 d.C., più di due secoli prima di Costantino, il vescovo di Antiochia, Ignazio, morto martire a Roma sotto la persecuzione di Traiano, nella sua lettera alla Chiesa di Magnesia (in Asia minore) dice, riguardo al modo in cui bisognava comportarsi: «Non più vivendo alla maniera del sabato (cioè alla maniera giudaica), ma vivendo alla maniera del giorno del Signore (cioè la domenica, alla maniera cristiana)» (Epistula ad Magnesios, 9, 1). 

Clamoroso esempio dell’abissale ignoranza storico-religiosa di D. Brown sono le sue dissertazioni sui simboli religiosi. A pag. 173 de “Il Codice da Vinci”, l’esperto di simbologia Robert Langdon, un personaggio del libro, afferma: «...Non era la tradizionale croce cristiana con il lungo braccio verticale, ma una croce quadrata - con quattro bracci di uguale lunghezza – che precedeva di quindici secoli il cristianesimo. Quel tipo di croce non aveva nessuno dei connotati cristiani della crocifissione, associata alla croce latina, inventata dai romani come strumento di supplizio. Langdon si stupiva sempre nel constatare quanto fossero pochi i cristiani che, guardando il “crocifisso”, pensavano alla violenta storia di quel simbolo…». Secondo l’”eminente” scienziato, quindi, la croce cristiana sarebbe solo quella latina, cioè con i bracci disuguali, inventata dai romani come strumento di supplizio. 

Veramente un cumulo di sciocchezze! Le croci cristiane sono sempre state raffigurate sia con i bracci uguali (croce greca) che con i bracci disuguali (croce latina). I romani non hanno inventato la croce latina. In realtà la maggior parte delle “croci” usate dai romani per le esecuzioni delle condanne a morte avevano una forma a “T”. Già per le primissime comunità cristiane la croce rappresentò il grande sacrificio di Gesù, quindi la redenzione. Era, ed è, il simbolo stesso di Gesù, “Signum Christi”, che, immolandosi per noi, ci apre le porte della vita eterna. Egli ha trasformato lo strumento di morte in sogente di vita, di salvezza e di gioia per il mondo intero. I cristiani hanno sempre raffigurato la croce considerandola un segno di fede e consolazione, infatti le sue primissime raffigurazioni le troviamo principalmente nei cimiteri cristiani per consegnare i cari defunti alla salvezza operata da Gesù. All’inizio, per paura delle persecuzioni, la croce veniva raffigurata in forma dissimulata, la ritroviamo, infatti, nelle ancore cruciformi, inserita nei pani eucaristici, ecc… tutti motivi ornamentali che decoravano le pareti di cappelle e loculi nelle catacombe (antichi cimiteri). Anche il monograma di Gesù, formato dalla sovrapposizione delle prime due lettere greche del nome di Cristo, “chi” e “ro”, nasconde la sagoma di una croce.

Le croci raffigurate dai cristiani sono sempre state indifferentemente sia croci “greche” che croci “latine”. Tra le più famose posso citare la cosiddetta “iscrizione di Rufina” nelle catacombe di S. Callisto, a Roma, del III secolo d.C. Si tratta di un’epigrafe che ricorda il nome di una certa Rufina Irene con sotto incisa una croce greca, cioè con i bracci trasversali di uguale dimensione. Sempre a Roma, della stessa epoca, si può ammirare nella tomba degli Aurelii, un affresco che mostra un personaggio con in mano una croce “latina”. Nel cimitero di Domitilla, incisa su una tomba di una fanciulla cristiana di nome Gaudentia, del III secolo d.C., è possibile osservare una bella croce greca. Famosissima, del I secolo d.C., è una croce cristiana “latina”, scoperta nel 1937, incisa sulla parete di una casa di Ercolano sepolta dalla famosa eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Ancora, nelle catacombe di S. Priscilla, aderente al loculo di una tomba cristiana del II secolo d.C., una tegola riporta raffigurate tre croci greche.

Langdon (D. Brown) si stupisce nel constatare che i cristiani guardano alla croce non pensandola come uno strumento di morte. Ma ciò è normale, perché D. Brown è un pagano. Diceva bene Paolo ai Corinzi: «Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor 1, 23). I cristiani guardano alla croce pensandola come uno strumento d’amore.

lunedì 28 dicembre 2015

Buon 2016!!!


Siamo alla fine dell'anno e in questo periodo ricorre l'anniversario della nascita del mio blog. Sono passati già quattro anni da quel primo post del 27 dicembre del 2011 e quest'anno il blog ha superato le 60.000 visite. Si tratta di un buon attestato di interesse che mi sprona ad andare avanti. 

Da quel primo post del 2011 si sono succeduti altri 167 articoli che hanno spaziato dall'attualità alla storia del cristianesimo e della Chiesa. Si è trattato di un grosso impegno, ma il desiderio di continuare è ancora molto forte e spero di essere d'aiuto a chiunque avesse il desiderio di ascoltare un'infomazione diversa da quella "politicamente corretta" che i media ci propinano continuamente. Ovviamente mi riferisco anche ai temi storici, a me tanto cari, che ho trattato con un'ottica non convenzionale, lontano dagli angusti spazi della storiografia asservita al laicismo. 

Anche nel prossimo anno, quindi, continueranno le serie di articoli sui temi delle etichette, ma conto di inaugurarne anche di nuove e di dare inizio finalmente alla serie di articoli sul tema delle crociate, un argomento di cui sono un appassionato e che, forse, più di tutti è stato maggiormente manipolato dalla storiografia laicista di stampo illuminista. 


Non mi resta, quindi, che darvi appuntamento alle prossime pubblicazioni e di augurare a tutti voi frequentatori del blog i miei migliori auguri di un buon 2016.

venerdì 25 dicembre 2015

Buon Natale




A tutti i frequentatori e visitatori del blog auguro
un sereno e felice Natale del Signore!

mercoledì 23 dicembre 2015

Je suis Slovenia

Con una schiacciante vittoria del 63% contro 36% il popolo Sloveno, in uno storico referendum, ha detto no al matrimonio ed alla possibilità delle adozioni per le coppie omosessuali. Così come è già successo per paesi come la Romania, la Polonia e l’Ungheria, dove le lobby gay non sono così potenti da influenzare gli esiti dei referendum, ha prevalso il buon senso di difendere la famiglia naturale dall’attacco della colonizzazione ideologica laicista. In Slovenia, nonostante tutti i partiti politici si fossero schierati a favore delle nozze e delle adozioni per le coppie omosessuali e che solo la Chiesa si fosse schierata per il no, ha vinto il senso di responsabilità e l’amore per la libertà, la voglia di non farsi condizionare e la possibilità di esprimere i propri profondi convincimenti. 

Scrivo per solidarietà con il popolo sloveno e per divulgare il più possibile questa notizia che è stata vergognosamente celata dai maggiori organi di informazione. Silenzio assoluto nei telegiornali e solo qualche riga stiracchiata sui giornali a maggiore tiratura, con uno scandaloso silenzio da parte di testate come l’Unità e il Manifesto. E’ il tipico comportamento del sistema laicistico dell’informazione: come non ricordare gli strombazzamenti ed il surplus informativo sullo stesso referendum avvenuto in Irlanda a maggio scorso? Giorni e giorni di servizi TV, articoli su articoli, tavole rotonde, approfondimenti, un bombardamento mediatico in piena regola. Quando la musica, però, cambia cala il silenzio. Con tanti saluti alla democrazia.         

venerdì 18 dicembre 2015

Lutero e il successo della sua Riforma

Lutero è indubbiamente una figura cardine della storia dell’Europa, al punto che molti storici pongono la sua Riforma, che per la storiografia tradizionale prese l’avvio con l’affissione delle 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittemberg nel 1517, come l’inizio dell’era moderna. Questo perché, e forse a ragione, la sua iniziativa, che molto probabilmente travalicò le reali intenzioni del monaco agostiniano, innescò una reazione a catena di sconvolgimenti dell’ordine costituito ed una rivoluzione nei rapporti tra lo Stato e l’autorità religiosa che portarono ad una nuova visione della società.

Questa figura è stata anche enormemente mitizzata, basta pensare che per tutto il XIX secolo in Germania la retorica di stampo illuminista ha trasformato la vicenda di Lutero in un vero e proprio mito storiografico: l’Ercole germanico, ribelle contro l’oscurantismo romano, che ha portato la libertà al popolo tedesco. Ma oltre a questo gran parte della storiografia protestante, apertamente anticattolica, prendendo spunto dalla situazione di estrema corruzione in cui versava la Chiesa cattolica è arrivata persino a considerare la figura di Lutero come un modello universale di moralità e giustizia.

Il tradizionale peccato originale della Chiesa cattolica, che avrebbe costituito la fatidica goccia che fece traboccare il vaso, fu il traffico e la vendita delle indulgenze. Una pratica nata all’alba del secondo millennio dell’era cristiana, nell’ambito della particolare spiritualità del pellegrinaggio armato in Terrasanta delle crociate, che si protrasse a lungo non senza indubitabili degenerazioni ed esagerazioni. Ma nel XVI secolo tale pratica aveva ancora una sua grande e riconosciuta importanza e costituiva un elemento fondamentale per il popolo che vi vedeva una possibilità concreta di ottenere quella salvezza e quella vita eterna come uniche ricchezze in una vita disgraziata caratterizzata solo da povertà e vessazioni. Infatti la lotta contro le indulgenze è stato un elemento ingigantito dalla propaganda protestante, in realtà a Lutero non interessava tanto la corruzione legata a tale traffico, ma il fatto che il sistema delle indulgenze, in quanto opere buone compiute allo scopo di abbreviare la permanenza in Purgatorio, cozzava con la sua teologia basata sulla sola Grazia di Dio come salvezza per l’uomo (F. Agnoli, “Indagine sul Cristianesimo” Piemme, Milano, 2010, pag.235).

Ma, allora, il successo della Riforma luterana a cosa è stato dovuto? Fu davvero causata dalla moralità del messaggio e dalla forza della nuova teologia luterana? Da un’analisi appena più attenta dei fatti si rileva subito che Lutero non fu quel celebrato moralizzatore che le varie propagande di parte hanno voluto presentarci, bensì un riformatore, o meglio un rivoluzionario, della dottrina cristiana. La sua lotta non fu affatto indirizzata contro la corruzione, anche perché sarebbe un controsenso lottare per le opere buone in cui Lutero non vedeva alcuna santità. Egli, infatti, soleva dire: “pecca fortiter, sed crede fortius” (Pecca fortemente, ma credi ancor più fortemente). Molto più realisticamente, quella della lotta alla corruzione fu un pretesto per dar forza alle sue argomentazioni che rimangono essenzialmente dottrinarie, una teologia rivoluzionaria che, con le assurdità sulla predestinazione ed il servo arbitrio, non ebbe alcun appeal presso la classe colta del tempo.

Per spiegare come sia stata possibile l’affermazione e diffusione della Riforma occorre, quindi, cercare altrove e porsi innanzitutto una domanda: come mai il messaggio di Lutero attecchì solo in Germania e non negli altri Stati europei come la Francia o la Spagna? Per rispondere a questa domanda occorre dare uno sguardo alla situazione politica e sociale dell’Europa, e specialmente della Germania, del XVI secolo. Diversamente da quanto avvenne nelle grandi monarchie europee occidentali, l’Impero di Carlo V non raggiunse mai, in Germania, la stessa compattezza e solidità. Il particolarismo dei principi e delle città libere aveva impedito che si formasse un solido potere monarchico centrale capace di controllare efficacemente l’influenza della Chiesa, la quale manteneva le sue prerogative sulle nomine ecclesiastiche e l’attività dei suoi tribunali. Nei grandi e compatti Stati nazionali dell’Europa occidentale i rapporti con la Chiesa erano regolati da concordati, cioè accordi diretti tra Stato e Chiesa, che avevano assicurato ai vari sovrani il diritto di intervenire nell’assegnazione dei benefici ecclesiastici e l’ottenimento di vasti poteri d’esazione fiscale sui beni della Chiesa. Nulla di tutto questo in Germania, dove l’imperatore mancava di un potere forte che fosse in grado di opporsi all’indipendenza della politica papale, così come testimoniato dalle continue lagnanze contro le pretese romane che i principi, con i “Gravamina nationis Germanicae“, sottoponevano all’imperatore. E’ evidente che questa situazione costituì un ambiente favorevole per l’accoglimento delle tesi di Lutero che spingevano verso la distruzione della legittimazione della Chiesa di Roma e ciò provocò una loro rapida diffusione anche al di fuori degli ambienti conventuali ed universitari.

Molto probabilmente Lutero, agli inizi, non pensava di dover causare una frattura del mondo cristiano, ma solo di riformare dall’interno la dottrina della Chiesa che secondo lui aveva smarrito la missione assegnatale da Cristo. Ma capì ben presto che le sue argomentazioni non erano sufficienti a determinare gli effetti desiderati e per evitare di veder fallire la sua Riforma maturò la ferma intenzione di cercare la protezione della nobiltà tedesca. Quando nel gennaio del 1520 con la bolla papale Exurge Domine fu minacciato di scomunica, Lutero ruppe ogni indugio e contraddicendo il suo ideale di libertà ed indipendenza della dimensione religiosa, scrisse una lunga lettera: “Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca” con la quale si rivolse alle autorità civili affinché si facessero esecutrici del suo disegno di riforma religiosa. Oltre che ai principi territoriali Lutero invitò tutta la piccola nobiltà della Germania, inquieta e turbolenta, alla lotta contro la Chiesa di Roma ed ad attaccare il papa, definito come l’Anticristo in persona. Dal princìpio originario dell’eliminazione di qualsiasi Chiesa mediatrice tra Dio e gli uomini, era stato compiuto quel passo fondamentale per la formazione di una nuova Chiesa alleata dei principi e totalmente sottomessa allo Stato. I nobili, ovviamente, diedero volentieri il loro appoggio in quanto, lungi dall’essere convinti dalle tesi religiose di Lutero, intravidero la possibilità di staccarsi dalla Chiesa, per poi sequestrarne i beni, e dall’imperatore. Così, quando nel 1521 Lutero si presentò alla dieta di Worms presieduta dal ventenne imperatore Carlo V per rispondere del suo operato, non era più un oscuro frate ribelle alla mercé degli accusatori, ma una personaggio divenuto importante e rappresentante delle istanze politico-religiose contro Roma di molti principi tedeschi. Lo stesso potente duca di Sassonia, Federico il saggio, lo prese sotto la sua ala protettrice.

Anche se ai più la rivoluzione teologica luterana rimaneva una speculazione incomprensibile, diverso effetto fecero l’incitamento al libero esame e all’autodeterminazione. Negi anni venti del XVI secolo tali incitamenti s’intrecciarono con le tensioni sociali e politiche latenti dell’impero e ciò determinò le condizioni per lo scoppio della disastrosa rivolta dei contadini del 1524 capeggiata dal teologo Thomas Muentzer, allievo di Lutero, solo che in questo caso il potere da combattere non era quello della Chiesa di Roma, ma quello dei principi. Lutero non ebbe alcun dubbio e nel 1525 pubblicò l’Esortazione alla pace a proposito dei dodici articoli dei contadini di Svevia, uno scritto con cui dimostrava di aver scelto ormai definitivamente l’alleanza coi principi tedeschi, egli prese le distanze dal movimento contadino, ed esortò la nobiltà tedesca alla soppressione delle “bande brigantesche ed assassine dei contadini” (A. Giardina – G. Sabatucci – V. Vidotto. Il Manuale dal 1350 al 1650, Bari, 2002; p. 224). Lutero si rese finalmente conto di quali sovvertimenti dell’ordine sociale poteva portare la libera ed incontrollata interpretazione della Parola di Dio e il pericoloso vuoto di potere creato dalla dissoluzione degli ordinamenti ecclesiastici. La sua riforma divenne sempre più una “Riforma dei Principi” e negli Stati territoriali tedeschi si formò un nuovo apparato amministrativo controllato dai sovrani che si appropriarono delle competenze che prima erano dei vescovi.

Nel 1531 venne costituita a Smalcalda, una città della regione tedesca della Turingia, da Filippo I d’Assia e Giovanni Federico, elettore di Sassonia, una lega dei principi, ormai divenuti protestanti, che giurarono di difendersi reciprocamente se i loro territori fossero stati attaccati dall’imperatore Carlo V. La lega confiscò i terreni della Chiesa, espulse i vescovi e i principi cattolici e aiutò a diffondere la Riforma nella Germania settentrionale. Si era così compiuto l’abbraccio definitivo della Protestantesimo con il potere politico. Diventare protestanti significò, così, poter abolire la Chiesa cattolica dalle proprie terre, incamerarne i beni, fondare una propria Chiesa “nazionale” ed acquisire sia il potere temporale e quello spirituale. Ben presto, non solo i principi tedeschi, ma anche i re di Danimarca, Svezia e Inghilterra sfruttarono questa possibilità e il Protestantesimo si diffuse in tutta Europa.


Bibliografia:

J. Lortz, E. Iserloh, “Storia della Riforma” Il Mulino, Bologna 1974;
G. Alberigo, “La Riforma protestante” Garzanti, Milano, 1959;
L. Febvre, “Martin Lutero” Laterza, Bari, 1969;
A. Terranova, “La Riforma come origine della modernità” Il Cerchio, Rimini 2000;
O. Hermann Pesch, "Martin Lutero. Introduzione storica e teologica" (Biblioteca di teologia contemporanea 135), Brescia, Queriniana, 2007;
F. Agnoli, “Indagine sul Cristianesimo” Piemme, Milano, 2010;

martedì 15 dicembre 2015

Parte IV- La fede dei primi cristiani

Certamente le più sconcertanti e, sicuramente, perniciose falsità che tale letteratura “trash” propugna con incredibile leggerezza sono quelle che riguardano la figura di Gesù e la Chiesa Cattolica. Finché la fantasia si scatena in congetture assurde su calici, Templari e Merovingi, la cosa può anche risultare divertente, ma il sentimento anticristiano e, specialmente, anticattolico, tipico di questi libri, non è certamente rispettoso della dignità e della sensibilità dei credenti. Eppure viviamo nell’epoca del “politically correct” in cui il rispetto del credo e delle idee altrui è diventato una importante esigenza, specie nel campo delle fedi religiose. Da ogni dove si sono prontamente levate pesanti critiche per le pubblicazioni delle ormai note vignette satiriche su Maometto, i libri della Fallaci sono costante oggetto delle reprimende di sociologi e studiosi, perfino l’innocente pellicola “The Passion” di Mel Gibson ha scatenato un generalizzato coro di proteste da parte delle comunità ebraiche. Nessuno, oggi, si sognerebbe di scrivere libri o produrre films in cui si riporterebbero fatti e documenti per delegittimare le ortodossie islamiche, ebraiche o buddiste. Eppure, nell’indifferenza generale, questo avviene costantemente nei riguardi dei cristiani e della Chiesa Cattolica. Come mai? Uno storico e sociologo americano, P. Jenkins, ha giustamente osservato che il successo di questo mediocre prodotto letterario è solo un’altra prova del fatto che l’anti-cattolicesimo è “l’ultimo pregiudizio accettabile” (titolo di un libro di Jenkins: The New Anti-Catholicism. The Last Acceptable Prejudice, Oxford University Press, New York 2003).

Ne “Il Codice da Vinci”, al capitolo 55, tra le pagine 273 e 274, D. Brown, attraverso il personaggio dello “storico” Teabing, afferma che Gesù, in realtà, era visto dai suoi seguaci come un profeta mortale, non come il figlio di Dio. La divinizzazione di Gesù si affermò solo a tempi di Costantino e costituì essenzialmente una questione politica. Alla Chiesa Cattolica occorreva un Cristo-Messia per aumentare il suo potere. A pagina 277 troviamo la sconcertante frase: «.. quasi tutto ciò che i nostri padri ci hanno insegnato a proposito di Cristo è falso». Secondo D. Brown, quindi, i cristiani non hanno mai creduto che Gesù fosse di natura divina, fu solo al Concilio di Nicea, convocato apposta dall’imperatore Costantino, che la Chiesa impose questo falso dogma. 

Ancor più sconcertante è la “versione storica” di L. Gardner in “La linea di sangue del Santo Graal”. In questo libro delirante si possono leggere dei “minestroni” pseudo-storici pazzeschi! Tra le pagine 152 e 154, L. Gardner, afferma che i primi veri seguaci di Cristo furono, in realtà, i Nazarei, gli unici che, sotto la guida dei Desposyni, cioè dei discendenti di Gesù, avrebbero conservato i veri insegnamenti del Cristo. Rifiutavano il dogma romano della Trinità, consideravano Gesù semplicemente un uomo, erede della stirpe davidica, e non accettavano l’idea che Maria, la madre di Gesù, fosse fisicamente vergine. Questi Nazarei si sarebbero diffusi in tutto il medio oriente fino in Mesopotamia e furono tra i più puri tra i veri cristiani. La Chiesa di Roma, invece, a differenza di questi Nazarei, non aveva una base ebraica, ma una mescolanza idolatra con il culto del sole ed altri culti misteriosi. 

Tali affermazioni sono del tutto false, non hanno alcuna base storica. Le comunità dei primissimi cristiani (I sec.) nacquero attorno alla predicazione apostolica. Innanzitutto in Palestina, luogo d’origine degli apostoli, sotto la guida di Pietro e successivamente di Giacomo (detto il minore), vescovo di Gerusalemme fino al 62 d.C., e parallelamente in Anatolia, Grecia e Roma, in seguito alle predicazioni di Paolo, ancora Pietro, e Barnaba. Fu la testimonianza degli apostoli a costituire la base della fede di tali comunità. Da queste nacque quella tradizione orale e scritta che contribuì a comporre i vangeli più diffusi e conosciuti che, soprattutto per questo, furono ritenuti canonici, cioè ispirati. Questa nascente Chiesa era avversata fortemente, dapprima dall’autorità ebraica e successivamente anche da quella romana, cosicché gli apostoli e moltissimi discepoli dovettero subire, per la loro testimonianza, il martirio. L’affermazione di L. Gardner, cioè che i Nazarei fossero “i più puri tra i veri cristiani”, è una solenne stupidaggine. Il termine “Nazareni” è uno dei tanti che veniva usato per indicare la primissima comunità giudeo-cristiana guidata dagli apostoli. Molto probabilmente L. Gardner, facendo confusione, fa riferimento ad una delle tante sette giudeo-cristiane, come ad esempio gli Ebioniti, allora esistenti in Palestina. Infatti pur accettando la figura di Gesù come quella del Messia, nato dalla Vergine, queste sette, non abbandonarono le prescrizioni della legge mosaica. Erano una sorta di millenaristi, cioè predicavano molte proibizioni nell’attesa escatologica. Vivevano perlopiù vicino al fiume Giordano facendo voto di castità e astinenza, osservavano il sabato e la pratica della circoncisione. Con la distruzione di Gerusalemme, operata da Tito nel 70 d.C, e successivamente con l’annientamento definitivo d’Israele da parte degli eserciti di Adriano (135 d.C.), che impose il divieto assoluto della circoncisione e di frequentare la zona dove sorgeva il tempio, queste sette cominciarono progressivamente a sparire. Tale fenomeno fu favorito anche dal successore di Adriano, Antonino Pio, che pur permettendo agli ebrei il ritorno alla circoncisione, mantenne i divieti per i conversi e tutti coloro che non vivevano in seno alla comunità ebraica ufficiale, proprio allo scopo di isolare Israele. Tutto ciò favorì le concorrenti comunità dei seguaci di Gesù, che, come ci informa Atti 11, 26, Plinio il Giovane nella sua lettera a Traiano del 112 d.C., Ignazio di Antiochia nella sua lettera ai Magnesiaci, ecc…, erano, a quel tempo, già denominati “cristiani”. La Chiesa fondata dagli apostoli, invece, seppur perseguitata ferocemente, si espandeva professando gli insegnamenti di Gesù. 

Nei secoli precedenti il concilio di Nicea (325 d.C.), la natura sia divina che umana di Gesù era universalmente riconosciuta. Abbiamo documenti, sia cristiani che extracristiani, e numerose testimonianze archeologiche che attestano questa fede fin dai primissimi anni dopo la morte e la risurrezione di Gesù. 

Tra i documenti cristiani più importanti c’è, naturalmente, il Nuovo Testamento. In esso il vangelo di Marco è universalmente riconosciuto come il più antico essendo stato composto a Roma attorno all’anno 65 d.C. Vi è riportata la predicazione e la testimonianza di Pietro, di cui Marco fu discepolo prediletto. In questo vangelo la figura di Gesù è subito presentata all’altezza di Dio. In alcuni episodi sono state riconosciute dagli esegeti come sicuramente autentiche alcune parole di Gesù. Questo è il caso, ad esempio, di Mc 2, 5-7 dove Gesù rimette i peccati, oppure di Mc 2, 27-28 e 3, 1-5 dove Gesù si proclama Signore del sabato. Queste prerogative che Gesù si riserva, sono di esclusiva pertinenza di Dio. Tutto ciò indigna a tal punto i giudei che, sebbene divisi tra loro, concordano immediatamente sulla necessità della sua soppressione: “I farisei, usciti, subito tennero una riunione con gli erodiani contro di lui su come farlo morire” (Mc 3, 6). Gli erodiani erano i giudei che parteggiavano per Erode Antipa, amico dei Romani, e quindi acerrimi nemici politici del resto di Israele. 

Altra eclatante testimonianza della fede in Gesù come Dio, delle primissime comunità cristiane, sono i testi Kerygmatici, sempre nel Nuovo Testamento, cioè che riportano l’originario annuncio della fede da parte degli apostoli, ossia che Gesù è il Signore, morto e risorto. Questi scritti testimoniano che all’origine del cristianesimo esiste subito una fede indiscussa in Gesù il Nazareno come Dio. Quelli più rappresentativi sono riportati nelle lettere apostoliche come, ad esempio, la prima lettera ai tessalonicesi che, essendo stata scritta da Paolo attorno all’anno 50 d.C., è ritenuta il più antico documento scritto del cristianesimo. Paolo, riprendendo la tradizione orale e la liturgia cristiana già formate, testimonia come la fede nel Cristo ritenuto il Signore fosse già presente a pochissimi anni dalla sua scomparsa. Nella lettera ai romani, scritta da Paolo nel 57 d.C. ai cristiani di Roma, nel cap. 10, 9 si legge: “Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha resuscitato dai morti, sarai salvo”. Oppure la lettera ai filippesi, scritta sempre da Paolo attorno al 52 d.C. ai cristiani di Filippi, al cap. 2, 5-11, dove troviamo un vero e proprio trattato cristologico: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. Ancora, nella prima lettera di Giovanni apostolo, scritta attorno all’anno 100 d.C. ad Efeso, l’autore dichiara esplicitamente (5, 20-21): “Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna. Figlioli, guardatevi dai falsi dei!”. 


La tradizione cristiana ha, quindi, da sempre ritenuto Gesù come “il Signore”, cioè Dio, e questa fede è anche confermata da testimonianze extracristiane che, proprio per questo, sono al di sopra di ogni sospetto. Questi documenti provengono da contemporanei ambienti pagani ed ebraici. Tra quelli pagani, molto numerosi, abbiamo scritti di filosofi, retori e storici che riportano preziose informazioni sulla vita e le usanze delle prime comunità cristiane. Tra questi, ad esempio, molto interessante è un brano del “Discorso vero” (circa 180 d.C.) di Celso, un filosofo vissuto nel II secolo, riportato da Origene nel suo “Contro Celso” (metà del III secolo d.C.): «T’inventasti [rivolto a Cristo] la nascita da una vergine: in realtà tu sei originario da un villaggio della Galilea e figlio di una donna di quel villaggio [...] costei, convinta di adulterio, fu scacciata dallo sposo, falegname di mestiere […] ripudiata dal marito e vergognosamente randagia, ti generò quale figlio furtivo. Spinto dalla povertà andasti a lavorare in Egitto, dove venisti a conoscenza di quelle facoltà segrete per quali gli Egiziani vanno famosi. Quindi tornasti, orgoglioso di quelle facoltà e grazie ad esse ti proclamasti Dio» (Origene, “Contro Celso”, 1,28). Celso era un implacabile oppositori dei cristiani e cercava in tutti i modi di dimostrare che le loro credenze fossero false. In questo brano Celso ci riporta dettagliatamente ciò che i cristiani del II secolo credevano, cioè la divinità del Cristo proclamata dai vangeli. Altro documento significativo è costituito da un brano dell’opera “La morte del pellegrino” del retore Luciano, nato a Samosata intorno al 120 d.C. e morto dopo il 180 d.C., attivo nell'età degli Antonini. In essa, egli descrive i primi cristiani nel seguente modo: «I Cristiani tutt'oggi adorano un uomo, l'insigne personaggio che introdusse i loro nuovi riti, e che per questo fu crocifisso […] Ad essi fu insegnato dal loro originale maestro che essi sono tutti fratelli, dal momento della loro conversione, e [perciò] negano gli dèi della Grecia, e adorano il saggio crocifisso, vivendo secondo le sue leggi» (Luciano, De morte Per., 11-13). Da questa testimonianza si può notare come i primi cristiani abbandonavano il culto pagano degli dei per adorare Gesù, ritenendolo il solo Dio esistente. Sicuramente, però, la testimonianza extracristiana più storicamente importante è quella che troviamo in una lettera del carteggio ufficiale che intercorse tra Plinio il Giovane e l’imperatore Traiano. Allievo del famoso retore Quintiliano, Plinio era il governatore romano della Bitinia e del Ponto, in Asia Minore, durante gli anni 111-113 d.C. In questa lettera, chiedendo consiglio a Traiano sul modo più appropriato di condurre le procedure legali contro le persone accusate di essere cristiane, Plinio scrive: «Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi in un giorno stabilito prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio» (cfr. Plinio, Epistole X,96). Quindi abbiamo una eccezionale testimonianza della liturgia che caratterizzava i riti della chiesa degli inizi, dove Gesù era adorato come Dio. 

Anche in ambiente ebraico abbiamo diversi riferimenti a Gesù ed alla sua pretesa di essere Dio. Per gli ebrei, ovviamente, questa era una bestemmia gravissima, infatti si legge nel Talmud J: «Se qualcuno ti dice: “Io sono Dio”, egli è un mentitore; “Io sono il figlio dell’uomo”, alla fine dovrà pentirsene; “Io ascenderò al cielo”, egli ha detto questo, ma non lo compirà» (Talmud J Taanit 2,1). Questo passo può essere riferito solo a Gesù, infatti solo Lui, in Israele, si pose sullo stesso piano di Dio attribuendosi l’appellativo di figlio dell’uomo. Nel Talmud di Babilonia, una raccolta di scritti rabbinici compilata verso il 70 – 200 d.C., troviamo un passo dove addirittura viene confermato il riferimento evangelico alla crocifissione ed alle opere straordinarie che compì Gesù, spiegandole come stregonerie: «Alla vigilia della Pasqua [ebraica], Yeshu fu appeso. Per quaranta giorni prima dell'esecuzione, un araldo [...] gridava: "Egli sta per essere lapidato perché ha praticato la stregoneria e ha condotto Israele verso l'apostasia» (Talmud Babilonese, vol. III, 43a/281; 43b). 

Anche l’archeologia ha confermato questa fede in Gesù come Dio delle prime comunità cristiane. Ad esempio, nel 1968, a Cafarnao, la città dove, secondo i vangeli, viveva Pietro, è stata scoperta, sotto il pavimento di una chiesa a lui dedicata fin dal V secolo, proprio la casa dove abitò l’apostolo. Le pareti di questa casa erano piene di graffiti, in greco, latino, siriano ed aramaico, con invocazioni a Gesù e a Pietro per chiederne la protezione. Considerata dagli archeologi la più antica chiesa cristiana conosciuta, questi resti testimoniano che, nei primi due secoli, non solo era presente il culto di Gesù, ma già si era formata la tradizione della venerazione dei suoi discepoli. Altro graffito famoso è quello ritrovato sul colle Palatino a Roma (nella foto accanto). Si tratta di un disegno di età Severiana (193-211 d.C.), ora conservato nell’antiquarium, raffigurante la caricatura di un uomo crocifisso con testa d’asino, con ai suoi piedi un altro uomo in atto di adorazione, il tutto accompagnato dalla scritta: “Alessameno adora il suo Dio”. E’ proprio l’inconcepibile, per un pagano, usanza dei cristiani di adorare un uomo crocifisso che viene messa alla berlina. Per dileggio l’uomo crocifisso viene raffigurato con la testa d’asino.

Ne “La linea di sangue del santo Graal” L. Gardner afferma che Gesù era una sorta di messia dinastico che, a capo di una nuova comunità ebraica, i “Nazirei”, avrebbe liberato Israele dagli occupanti romani. Secondo la sua teoria l’appellativo di “Nazareno”, che i vangeli attribuiscono a Gesù, non riguarderebbe le sue origini, bensì sarebbe un riferimento criptato alla sua missione in qualità di capo supremo. A pag. 41 del suo libro afferma che sebbene le scritture chiamano Gesù “nazareno” e che Luca 2, 39 lasci intendere che la famiglia di Giuseppe era originaria di Nazareth, questo non vuol dire per forza che Gesù provenisse da Nazareth. Secondo L. Gardner il termine nazireno (o nazareno) era strettamente settario e non aveva nulla a che fare con la città. A prova di ciò cita Atti 24, 5, dove Paolo davanti al governatore di Cesarea viene accusato di sedizione religiosa: “Poiché abbiamo trovato quest’uomo essere una peste e commuovere sedizione fra tutti i giudei per il mondo, ed essere il capo della setta dei nazareni…”. 

Una sbalorditiva dimostrazione di ignoranza totale. Pretendendo di saperne più dell’evangelista, L. Gardner cita Atti 24, 5 dandone un’interpretazione completamente sbagliata, anzi l’intera lettura del capitolo 24 degli Atti suggerisce conclusioni esattamente opposte. Al versetto 14, Paolo, chiamato a giustificarsi, dice: «Ammetto invece che adoro il Dio dei miei padri, secondo quella dottrina che essi stessi chiamano setta, credendo in tutto ciò che è conforme alla Legge e sta scritto nei Profeti». Quindi è Paolo stesso che ci dice chi sono i nazareni o nazirei: era il nome con cui venivano identificati i cristiani, ovviamente ancora giudaizzanti, cioè coloro che come Paolo professavano gli insegnamenti di Gesù, ma che erano considerati membri di una setta giudaica eretica. Questo termine restò limitato all’ambiente semitico per poi mutare in “cristiani” nel mondo greco-romano (Atti 11, 26). 

mercoledì 9 dicembre 2015

Medioevo, buio o luce?

Molte volte, quando c’è da commentare un episodio di violenza o una situazione di arretratezza culturale, sentiamo l’espressione: “Siamo rimasti nel Medioevo!”. Nell’immaginario collettivo il Medioevo è spesso considerato un’epoca oscura, violenta, malvagia, arretrata culturalmente e, ovviamente, essendo stato, in Europa, un periodo storico caratterizzato dalla presenza di una società essenzialmente cristiana, la colpa di tale arretratezza è generalmente imputata alla Chiesa.



Come è noto, viene tradizionalmente indicato con il termine “Medioevo” il periodo compreso tra la caduta dell'impero romano d'Occidente (476 d.C.) e la scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo (1492). Un periodo lunghissimo, ben dieci secoli, che vengono generalmente liquidati come un’epoca di ignoranza, il periodo dei “secoli bui”, tutto dovuto all’imperversare della Chiesa oscurantista. Ma è possibile pensare che su quasi mille anni di storia si possa avere solo un generico giudizio negativo e che responsabilità sia tutta della Chiesa e del cristianesimo? Ovviamente non è così, ormai è chiaro che gran parte di ciò che pensiamo del passato ci è stato trasmesso da una storiografia falsa, ideologica, che ha mistificato i fatti e modellato le fonti in modo da inculcare agli ignari una visione anticristiana ed anticlericale della storia. Il giudizio negativo che abbiamo del Medioevo è sostanzialmente un’invenzione storiografica dell’illuminismo. 

Appena ci si rivolge agli studiosi seri, specialisti del settore, che fanno dello studio della storia la loro professione, la musica cambia considerevolmente. Tra gli studiosi del Medioevo più noti ed affidabili abbiamo quelli della cosiddetta “scuola” francese, ritenuta molto attendibile ed apprezzata a livello internazionale, come, ad esempio, la storica Régine Pernoud, venuta purtroppo a mancare nel 1998. Conservatrice del Museo di Reims e degli archivi nazionali di Parigi al Museo della Storia di Francia e fondatrice e direttrice del Centro Giovanna d'Arco a Orléans, la Pernoud attraverso i suoi saggi ha operato una vera e propria rivalutazione del Medioevo basata su una ricerca di dati obiettivi, da opporre a quei luoghi comuni che la tradizione illuminista ci ha lasciato. Anche lei ha dovuto fare i conti con questa storiografia falsa, con la difficoltà di reperire testi veritieri e approfonditi sui quali studiare il Medioevo, in genere nelle enciclopedie sono spesso contenute informazioni contraddittorie ed insignificanti e le opere di erudizione non sono facilmente raggiungibili. Ha affermato la storica francese: “Dalle scuole elementari all’università — quasi senza eccezioni — si testimonia sempre lo stesso disprezzo per l’insieme del millennio che va dal V al XV secolo. È lo stesso disprezzo che manifestano i media in tutta tranquillità. Giornali, televisione e, appunto, il cinema, presentano invariabilmente gli stessi schemi: ignoranza, tirannia, oscurantismo, come è possibile che si sia ancora legati, nella nostra epoca scientifica, a nozioni così semplicistiche e infantili su tutto ciò che riguarda il Medio Evo? Non se ne discute nemmeno più, si accettano allegramente enormi assurdità considerate come fatti acquisiti. È così, e non c’è bisogno di dimostrazione. Tutto questo i medievalisti lo sanno, ma si guardano bene dal ripeterlo: non sarebbe serio!” (R. Pernoud “Medioevo, un secolare pregiudizio” Editore Bompiani 2001).

Tra i più grandi specialisti della storia del Medioevo c’è sicuramente il francese Jacques Le Goff, uno dei massimi esperti della storia e della sociologia del Medioevo, sfortunatamente morto l’anno scorso. Forte della sua autorevolezza universalmente riconosciuta, questo storico ha sempre avuto il coraggio di andare contro il pensiero dominante. In occasione della pubblicazione del suo ultimo libro ha spiegato, in un’intervista al Messaggero, che “come dice il nome, il Medio Evo è stato sempre considerato come un periodo di passaggio, di transito tra l’Antichità e la Modernità, ma passaggio significa soprattutto sviluppo e progresso. Nel Medio Evo progressi straordinari ci sono stati in tutti i campi, con i mulini a vento e ad acqua, l’aratro di ferro, la rotazione delle culture da biennale a triennale. Ma non c’è nessuna rottura fondamentale tra Medioevo e Rinascimento, tra il 14esimo e il 17esimo secolo. Ci sono cambiamenti che non modificano in modo sostanziale la natura della vita dell’umanità. L’economia resta rurale, ciclicamente caratterizzata da carestie. Nonostante la rottura – importante – tra cristianesimo tradizionale e riformato, è sempre il cristianesimo a determinare una visione omogenea e religiosa di un’eternità definita da Dio”.

Per Le Goff, quindi, il Medioevo è lungi dall’essere quel periodo oscuro che avrebbe determinato una sorta di “notte” dell’umanità, ma anzi è da considerarsi come un interrotto cammino dell’uomo verso il progresso. I cosiddetti “secoli bui” e il “Rinascimento” sono in pratica una invenzione storiografica dell’illuminismo, lungo il Medioevo il progresso, umanista e scientifico, non ha avuto alcun rallentamento ed è stato per merito della visione cristiana della realtà che tutto ciò è stato possibile. D’accordo con Le Goff è la stragrande maggioranza degli storici che conosce bene i guasti della falsa storiografia illuminista e laicista. Lo storico italiano Alessandro Barbero, ordinario di Storia Medievale presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale, che nel confutare l’ennesima invenzione riguardante il Medioevo ha recentemente dichiarato che “nel nostro immaginario è troppo forte il piacere di credere che in passato c’è stata un’epoca tenebrosa, ma che noi ne siamo usciti, e siamo migliori di quelli che vivevano allora”. Della stessa opinione lo storico Paolo Nanni, ricercatore di Storia medioevale presso l’Università di Firenze, che per valorizzare il lascito di Le Goff lo ha definito come “un Medioevo sottratto alla riduttiva definizione di età frapposta fra altre epoche: l’età di mezzo, quella dei “secoli bui”». 

Il Medioevo fu, in realtà, un periodo di fecondo progresso ispirato e determinato dall’appartenenza alla Chiesa cristiana di tutti i popoli europei, al punto che la storica R. Pernoud propose di chiamare questo periodo come quello della “Cristianità romano germanica”. Fu l’epoca propria della Cristianità, che ispirò tutte le manifestazioni culturali, sociali e politiche. Basta pensare agli "archetipi della cultura europea" che sono il santo, il re, il cavaliere, temi che ci hanno lasciato una preziosa eredità. Nel Medioevo l’arte espresse la bellezza del sacro e della fede con le sue incredibili cattedrali, l’amore per la cultura classica nel lavoro dei monasteri Benedettini e degli altri ordini che recuperarono preziosi manoscritti dalla devastazione barbarica. Nel Medioevo la parità sociale portata dal cristianesimo fece nascere le prime scuole, nate a ridosso dei monasteri, frequentate da tutti, anche dai più poveri. La nascita dell'Università dove in nome della ricerca della verità ogni indagine era permessa perché studio del creato e lotta contro le superstizioni. In questo periodo nacquero le grandi opere filosofiche, nate anche per contrastare l'insorgere delle eresie, l’arte del romanzo, dei poemi epici il cui contenuto, grazie ai grandi pellegrinaggi della cristianità, circolavano liberamente in tutta Europa. Le grandi innovazioni tecniche nel campo dell’agricoltura, dell’ingegneria, della cartografia, ecc. troppo spesso sottaciute dall'ignoranza del nostro tempo.

Ma non solo progressi materiali ed intellettuali, ma anche sociali. Basta pensare alla condizione della donna nel Medioevo che acquisì per la prima volta l’uguaglianza sociale. Scrisse Le Goff nel 2006: “Io ritengo, che l’idea che la donna sia uguale all’uomo abbia determinato la concezione cristiana della donna e abbia influenzato la visione e l’atteggiamento della Chiesa medievale nei suoi confronti" (J. Le Goff, “Un lungo Medioevo”, Dedalo 2006, p. 92). In un’intervista al quotidiano l’”Avvenire” Le Goff dichiarò: “Credo che tale rispetto della donna sia una delle grandi innovazioni del cristianesimo; pensiamo alla riflessione che la chiesa ha condotto sulla coppia e sul matrimonio, fino a giungere alla creazione di tale istituzione, ora tipicamente cristiana, formalizzata dal quarto concilio Lateranense nel 1215, che ne fa un atto pubblico (da cui la pubblicazione dei bandi) e, cosa fondamentale, un atto che non può realizzarsi se non con il pieno accordo dei due adulti coinvolti”. Giova ricordare che Jacques Le Goff non era cristiano, bensì totalmente agnostico. Nel Medioevo la donna poteva tranquillamente dirigere monasteri, frequentare università, assumere cariche pubbliche, praticare la medicina ed essere incoronata regina alla stessa stregua del re, tutte prerogative che progressivamente perderà con la secolarizzazione della società. 

Ma, allora, come è stato possibile un tale misconoscimento, una manipolazione così perversa della storia? Tutto ebbe inizio con la nuova epoca del Rinascimento che operò, progressivamente, una rottura con i secoli precedenti, con la sua visione cristiana della società, per abbracciare sempre più l’idea di un mondo lontano da Dio. A questo si aggiunse la Riforma protestante, con il suo odio anticattolico, che demonizzò il passato bollando tutto come oscurantismo cattolico, finché l’opera non si completò con l’illuminismo che in nome della “ragione”, intesa come capacità astratta e superba di misurare la realtà, condannò in modo definitivo il Medioevo definendolo un’epoca buia a dispetto di ogni tradizione, specie se religiosa, raggiungendo, così, il risultato di impedire la vera conoscenza di quel periodo in cui fu proprio la Chiesa l'unica a difendere la ragione. Purtroppo attualmente la nostra cultura, quasi totalmente scristianizzata, è soggiogata da questa visione falsa e mistificatrice. 

Bibliografia

M. Tangheroni "La leggenda nera sul Medioevo", articolo apparso sul n. 34,35 (1978) di Cristianità.
R. Pernoud “Medioevo, un secolare pregiudizio” Editore Bompiani 2001
R. Pernoud “Luce del Medioevo” Editore Gribaudi 2002
J. Le Goff, “Un lungo Medioevo”, Dedalo 2006

lunedì 30 novembre 2015

L'ottusità laicista contro il Natale

Fatalmente, come ogni anno, all'approssimarsi della ricorrenza del Natale, si registra l'ennesima intemerata del laicista di turno che se la prende con la festa più cara alla tradizione cattolica ed amata da tutti i bambini. "Bisogna fare un passo in avanti per il rispetto dei bambini non cattolici", ha sentenziato il preside di una scuola di Rozzano (MI), Marco Parma (nella foto), che ha abolito una rappresentazione natalizia sostituendola con una non ben identificata "festa dell'inverno".


La notizia è di qualche giorno fa ed ha alzato, come era prevedibile, un gran polverone. Il sindaco Barbara Agogliati di Rozzano che annuncia di chiedere una reintegrazione della rappresentazione religiosa, i soliti partiti politici che non perdono occasione per strumentalizzare l'accaduto, la patetica dimostrazione dei professori della scuola che si sono schierati a favore del preside, la protesta dei genitori dei studenti, ecc., insomma una grande confusione che non fa altro che mostrare il livello deprimente del "dialogo", in Italia, tra credenti e non. Ma la reazione più interessante è stata senza dubbio quella dei genitori della minoranza dei bambini islamici, i quali hanno candidamente dichiarato che la rappresentazione natalizia non li avrebbe minimamente offesi. Questa vicenda fa tornare alla mente il Shakespeariano "tanto rumore per nulla", visto che il solerte prodigarsi del nostro preside, eroe del laicismo, nel non offendere i bambini islamici con turpi rappresentazioni di bambini appena nati, è stato del tutto inutile. Possibile una tale ignoranza da parte di un qualificato tutore della cultura? Come è possibile che il nostro preside non sappia che Gesù è venerato anche dall'Islam e che è considerato un santo profeta dal Corano? Si dirà: ma il preside ha voluto tutelare il sentimento dei bambini con genitori atei. Poveri bambini, violentati ed offesi da turpi melodie inneggianti alla pace e alla letizia portate da un bambino appena nato. Veramente una mostruosa violenza.


La scuola dev'essere laica non laicista, la soppressione della memoria del Natale non è rispetto e libertà, ma un rinnegamento delle radici cristiane sulle quali si basano i valori fondanti la nostra società. L’origine cristiana della nostra società è una evidenza storica. Se ignoriamo queste radici cesseremo di essere una civiltà e perderemo la nostra identità. Questa evidenza vale per chiunque, non solo per il cristiano, ma anche per il laico. Celebrare il Natale di Cristo non ha senso solo per i cristiani, ma anche per i laici, significa celebrare i valori di uguaglianza, amore, pace, rispetto, perdono che sono diventati patrimonio comune solo con la venuta di Cristo. La celebrazione delle feste cristiane da parte di una società laica come la nostra non è un'offesa o l'imposizione di una fede, ma il riconoscerci tutti insieme negli stessi valori che hanno creato la nostra convivenza.


La sensazione forte, invece, è quella dell'assalto continuo da parte del laicismo contro la religione, un attacco veemente, che non ha oggettive motivazioni, ma solo quelle dettate dal proprio personale odio verso Cristo e la Chiesa.