mercoledì 28 ottobre 2015

Finalmente un freno alla violenza laicista

Finalmente una buona notizia per tutti coloro che hanno a cuore la legalità, il rispetto della democrazia e dei valori fondamentali della persona umana. Il Consiglio di Stato, con una sentenza ineccepibile, ha fatto giustizia della follia laicista di sindaci e tribunali amministrativi ribadendo che i prefetti, su indicazione del ministro, hanno piena e legittima facoltà di cancellare le sciagurate trascrizioni, operate da alcuni sindaci, dei matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati all'estero.

Il Consiglio di Stato non ha fatto altro che garantire l'applicazione della legge vigente, eppure tutto ciò non ha mancato di suscitare l'immancabile protesta delle forze laiciste e delle associazioni gay che hanno parlato di sentenza retrograda, contro il diritto delle persone. Ovviamente non c'è da stupirsi di una posizione simile, vista l'abitudine di tali soggetti a calpestare le leggi e a farsi beffe della legalità, ma ciò che fa restare letteralmente allibiti è l'assurda opera di denigrazione compiuta dagli avvocati di "Avvocatura per i diritti Lgbt, Rete Lenford" nei confronti di un giudice del Consiglio, il Dott. Carlo Deodato, che, per il solo fatto di essere di fede cattolica, è stato accusato di non avere la necessaria serenità di giudizio e ritenuto incompatibile con l'ufficio svolto. Una polemica veramente triste e senza senso, la sentenza del Consiglio è frutto di un provvedimento assunto collegialmente dall'intera Corte e non da un solo giudice e si è trattato di una sentenza che ha solo preso atto del fatto che in Italia non esiste il matrimonio tra persone dello stesso sesso ed è quindi impossibile una loro trascrizione. I sindaci che lo avevano fatto, non ne avevano assolutamente l'autorità, in una democrazia non è possibile scavalcare il legislatore. Ma, sembra, che per i laicisti questi siano concetti ben poco assimilati. 

Bisogna, purtroppo, constatare che questa aggressione nei confronti del giudice Deodato è semplicemente vergognosa e costituisce l'ennesimo episodio della violenza e della prevaricazione laicista presente in Italia. 

giovedì 15 ottobre 2015

Parte II - Le origini

Per poter costruire una base alla sua teoria della chiesa alternativa a quella Cattolica retta dai discendenti di Gesù, D. Brown, riprendendo teorie già propugnate da M. Baigent, R. Leigth, H. Lincoln e L. Gardner, si spinge addirittura alle origini della fede ebraica insinuando che tutto l’Antico Testamento è pervaso esotericamente da riferimenti al culto della dea. L’ambiente in cui vivevano gli Israeliti, la terra di Canaan, era dominata dai culti pagani dei vari popoli che l’abitavano. Questi erano caratterizzati dall’adorazione di divinità di entrambi i sessi. Dall’unione del dio maschio (sole, cielo) con il dio femmina (terra, mare) scaturiva la vita. Secondo L. Gardner, a seguito dell’influenza di tali culti, la Bibbia, in Genesi 1, 1-2, attribuisce la creazione all’unione tra il dio maschio Geova (lo spirito di Dio che aleggiava sulle acque) e la sua sposa Matronit (le acque). In questo passo sarebbe chiaramente indicato che le acque non vengono create, ma già preesistevano. A conferma di ciò D. Brown afferma che il nome stesso di Dio, il sacro tetragramma YHWH, deriva da “Jehovah”, androgina unione fisica tra il maschile “Jah” e il nome preebraico di Eva, “Havah”. Anche per L. Gardner, in “La linea di sangue del santo Graal”, il sacro tetragramma, non è altro che un esoterico riferimento ai quattro membri della famiglia celeste: “Y” rappresentava El, cioè il padre, “H” Asherah, la madre, “W” sarebbe He, il figlio e “H” era la figlia, Anath. La storia di Adamo ed Eva sarebbe, in realtà un retaggio dei culti babilonesi, solo che la tradizione ebraica ha estromesso la figura di Lilith, prima moglie di Adamo, la quale reputandosi uguale a lui, viene scartata per la più sottomessa Eva. A parere di L. Gardner, Lilith ha sempre rappresentato, in tutta la storia fino ai giorni nostri, l’etica fondamentale dell’opportunità femminile. 

Bel fuoco di fila di imprecisioni storiche e sciocchezze varie. Cominciamo col dire che la questione riguardante la supposta influenza pagana nella formazione dell’Antico Testamento non è una novità, ma è stato ed è argomento tra i più trattati nello studio della Scrittura e, sicuramente, con ben altra serietà e competenza che non quella mostrata da D. Brown e dalle sue fonti. Infatti, già all’inizio del secolo scorso uno studioso protestante, Wellhausen (1) propose la teoria secondo la quale la religione ebraica ha seguito una linea “evoluzionistica” distinguendo una religione “pre-Mosaica” (animismo, totemismo), una “Mosaica” (monolatria) (2), una “profetica” (monoteismo etico) (3) ed una “post-esilica” (nomismo e culto della Legge e del sacrificio). Questa teoria ha però dei punti deboli, infatti nella religione di Israele non troviamo mai traccia di animismo e totemismo, la religione dei patriarchi non è mai in antitesi con quella dei profeti e del post-esilio. La tentazione maggiore è quella di cadere nell’errore di ricostruire la religione dalle deviazioni religiose popolari e, quindi, identificarle con la rivelazione divina. Certamente c’è stata una evoluzione nella religione d’Israele, ma omogenea. E’, quindi, più corretto parlare di una stessa rivelazione che viene gradualmente svelata fino alla forma più piena. La vera antitesi la si può constatare sempre tra gli Israeliti e i Cananei, quindi tra il popolo di Dio e i pagani che abitavano la terra promessa, cioè la Palestina.

Nell’Antico Testamento ritroviamo sicuramente strutture narrative che ricalcano elementi della letteratura Sumerico-Accadica (4), ma rappresentano solo una modalità di espressione per veicolare una sostanza che è invece unica. Anzi queste analogie ci aiutano a discernere quello che era comune agli ebrei e agli altri popoli e quello che invece era loro specifico. La sostanza unica, che non ritroviamo altrove, è la concezione che Dio è unico e ha fatto tutto, che c’è stato un intervento particolare per l’uomo, una felicità ed un ordine originari che l’uomo ha rovinato con il suo peccato, e la promessa del Redentore. Nella Bibbia Dio si svela attraverso le categorie umane, attraverso persone umane che vivono in una determinata civiltà, in determinati ambienti i quali hanno determinate concezioni. Le concezioni sono uguali per tutti i popoli circostanti, mentre la rivelazione di Dio vera e propria si distingue da tutti gli altri scritti.

Alla luce di quanto esposto appaiono ridicole le astruse affermazioni di D. Brown e compari. Infatti, l’interpretazione di Genesi 1, 1-2, “In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”, è totalmente sbagliata. Il cielo e la terra sono termini che rappresentano tutto l’universo ordinato, e quindi anche le acque, creato da Dio. Il verbo creare, qui usato, traduce l’originario ebraico “barà” che nella Bibbia è riservato solo a Dio. E’ l’azione creatrice di Dio distinguendola dall’azione produttrice dell’uomo. Ciò vuol dire che Dio è l’inizio di tutto e che prima non esisteva niente. I termini che compaiono nel versetto 2, cioè informe (in ebraico "tohù" = vuoto), deserto, tenebre, abisso e acque sono immagini tipicamente semite che esprimono il concetto del nulla, dell’inesistente e, quindi, preparano la nozione di creazione a partire dal nulla. Lo spirito di Dio che aleggia sulle acque è, quindi, un’immagine che vuole dirci che al principio l’unica esistenza era quella di Dio. La creazione è infatti descritta solo a partire dal versetto 3 “Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu….” ed è operata dalla sua Parola, il primo versetto è infatti solo un titolo. Tutto ciò in perfetta analogia con quanto scritto da Giovanni nel suo Vangelo (Gv 1, 1-3) “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste”.

Povero D. Brown, la storiella di Geova è patetica. A parte il fatto che il nome ebraico di Eva (non esiste un nome pre-ebraico) non è “Havah”, ma “hawwâ” che significa “madre dei viventi”, è stato comunque, ormai da tempo, accertato che il termine Jehovah, in italiano Geova, è una errata traduzione del Sacro Tetragramma. Gli Ebrei scrivevano solo le consonanti delle parole, così anche il nome divino “Colui che è” (Esodo 3, 13-16) era scritto sempre e solo con le quattro lettere YHWH. Lo scriba, o chiunque sapeva leggere, aggiungeva le vocali appropriate alle consonanti, più o meno come facciamo noi con gli accenti delle parole. Ad esempio se troviamo scritto casa (senza accento) lo leggiamo come se l’avesse, ossia, càsa. L’ipotesi filologica moderna più largamente accettata propone l’uso delle vocali “a” ed “e”, cosicché il Sacro Tetragramma va pronunciato Yahweh. Il termine Jehovah, in italiano Geova, non è mai esistito nella scrittura, è un errore di traduzione postumo. L’origine di tale errore deriva dal fatto che gli Ebrei, per un eccessivo rispetto, leggendo la Scrittura evitavano di pronunciare il nome divino e a posto del sacro tetragramma leggevano come se fosse scritto Adonày, che significa Signore, cioè un nome più generico di Dio. Verso la fine del primo secolo dopo Cristo, con la dispersione dei Giudei in seguito alla distruzione di Gerusalemme, ad opera dei Romani nel 70 d.C., la lingua ebraica andò lentamente cadendo in disuso. Le nuove generazioni parlavano e leggevano le lingue dei popoli presso i quali erano dispersi (greco, latino) e diventava sempre più difficile leggere l’ebraico, cioè sapere come vocalizzare i vari termini. Per porre un rimedio alcuni dotti rabbini, detti masoreti, nel VI secolo dopo Cristo, iniziarono un lavoro di vocalizzazione della Scrittura. Arrivati al sacro tetragramma, siccome gli Ebrei leggevano sempre Adonày, a differenza, ad esempio, dei Samaritani che preferivano vocalizzare il sacro tetragramma, i masoreti lo tradussero usando proprio le vocali di Adonày, cioè “a”, “o”, “a”. Essendo la prima “a” una semivocale, questa si leggeva come una “e”, e così, da questo miscuglio, venne fuori il suono Jehovah cioè Geova (Emil G. Hirsch, "Jehovah" su Jewish encyclopedia, Jewish encyclopedia.com, 1901-1906). L’autorevole “Dizionario biblico” di J. McKenzie dice: "La pronuncia Geova è un errore risultante dalla combinazione delle consonanti J H W H con le vocali di Adonày , Signore, che i Giudei, leggendo le Scritture, sostituivano al Nome sacro, detto comunemente tetragramma".

In realtà già in Clemente Alessandrino, un Padre della Chiesa vissuto tra la fine del secondo secolo e l’inizio del terzo, la trascrizione del sacro tetragramma è “Jaoué”. Epifanio, morto nel 403 d.C., e Teodoreto, vescovo di Ciro, morto nel 438 d.C., utilizzarono “Jabé” o “Jaué” o “Jao” in quanto dicono di riferire la pronuncia tradizionale presso i Samaritani (Wilhelm Gesenius "Hebrew lexicon" tradotto da Edward Robinson, Oxford: The Clarendon Press, 1906). Quindi non c’è alcun dubbio che prima del lavoro dei masoreti i Giudei pronunciavano il sacro tetragramma “Jaoué” o“Jabé”, che trascritto in italiano diviene Jahvé. L’interpretazione del sacro tetragramma che fornisce L. Gardner è, invece, un guazzabuglio di politeismo ed interpretazione cabalistica. Infatti alcune tradizioni postume, riconducibili alla Kabalah ebraica, individuano come Madre e Figlia, la Y e come Padre e Figlio la W, ma le attribuzioni ad Asherah ed Anath sono frutto della fervida fantasia di L. Gardner, se non altro perché la cosa risulterebbe gravemente blasfema per qualsiasi ebreo, anche per quelli cabalistici.

Infine il riferimento alla figura di Lilith, sempre di L. Gardner, non fa altro che creare confusione. E’ vero che durante il soggiorno forzato degli Ebrei in Babilonia (cattività babilonese 597 - 539 a.C.), la cultura ebraica entrò in contatto con il culto di Lilith, ma essendo considerata una demonessa alata, i riti delle sacerdotesse lilithiane non erano ben visti dalla religione ebraica. Caduta Babilonia ad opera di Ciro II il Grande, il nome di Lilith venne usato in maniera dissacratoria dagli Ebrei per descrivere le “civette del deserto”. Ciò è documentato in Isaia 34,14 dove è scritto che Lilith farà il suo nido nel deserto, laddove ora giacciono le rovine della città del peccato Edom (Schrader "Jahrbuch für Protestantische Theologie", 1. 128; Levy "ZDMG" 9. 470, 484). L’affermazione, poi, che Lilith ha sempre rappresentato, in tutta la storia fino ai giorni nostri, l’etica fondamentale dell’opportunità femminile, non è altro che una sciocchezza astrologico-femminista di concezione tipicamente occidentale che non ha nulla a che vedere con la cultura ebraica.

Note

(1) Wellhausen per la prima volta raccoglie tutti i contributi degli studi precedenti (De Wette, Reuss, ecc…) per esporli in maniera compiuta. Egli individua nella composizione dell’Antico Testamento quattro documenti: quello Jahwista, quello Elohista, quello Deuteronimista e quello Sacerdotale (il Priester Codex). Teoria che, seppure con i suoi limiti, ha avuto storicamente la sua validità, cioè ha aiutato a leggere ed interpretare la Scrittura con spirito più critico e meno ingenuo. Wellhausen non tiene conto, però, della tradizione orale che era molto importante presso i semiti. Oggi si tende a considerare maggiore l’importanza delle tradizioni orali che poi vanno a confluire nei documenti scritti;
(2) Adorazione di un unico Dio non concepito come unico Dio;
(3) Un solo Dio che dà la Legge e s’interessa alla vita conforme alla Legge;
(4) Ad esempio il poema “Enuma Elish” descrive la creazione con le stesse concezioni cosmologiche della Bibbia, il poema “Enki e Ninhursag” contiene analoghe concezioni del paradiso terrestre, oppure l’epopea di Gilgamesh con la narrazione del diluvio. 

mercoledì 7 ottobre 2015

La scomoda libertà d'opinione

Stamattina su tutti i media viene riportata la notizia delle sconcertanti dichiarazioni fatte da un certo don Gino Flaim, collaboratore pastorale della chiesa San Pio X di Trento, che, ai microfoni di «L’aria che tira», trasmissione su La 7, ha cercato di giustificare la pedofilia e, incalzato dall’intervistatore, ha anche espresso l’opinione che l’omosessualità possa essere una malattia. Pronta è stata la reazione bipartisan di tutte le forze politiche che hanno condannato in toto le parole del sacerdote ed anche fulminea è stata la presa di posizione dell’arcidiocesi di Trento che si è dapprima dissociata dalle dichiarazioni del sacerdote, poi lo ha destituito da ogni incarico e dalla facoltà di predicazione. 

Non si può non plaudire alla tempestività dell’arcidiocesi di Trento che è giustamente intervenuta a reprimere immediatamente l’attività di una persona potenzialmente pericolosissima, che di cristiano non ha nulla, e che, purtroppo, nello svolgimento delle sue attività potrebbe anche essere stato o venire a diretto contatto con ragazzi e bambini. E’ veramente grave, e molto triste, che esistano esponenti della Chiesa, appartenenti al clero, capaci di avere ancora una mentalità giustificazionista verso reati così odiosi come la pedofilia. 

C’è, però, un aspetto in questa vicenda che mi lascia perplesso: la condanna del sacerdote, giusta e sacrosanta, espressa dai media non ha solo interessato le dichiarazioni sulla pedofilia, ma ha anche coinvolto l’opinione espressa nei confronti dell’omosessualità. Non trovo affatto giusto mettere le due opinioni sullo stesso piano e condannare il tutto come se avessero lo stesso peso. E’ certamente giusto e doveroso scandalizzarsi e condannare la difesa della pedofilia, un reato tra i più spregevoli, ma non lo è censurare l’opinione sull’omosessualità. Il sacerdote ha detto che ritiene l’omosessualità una malattia, ebbene cosa c’è di male in tale affermazione? Non si è trattato di un’offesa alle persone, degne di ogni rispetto, ma di un giudizio sull’omosessualità. Tanto più che tale affermazione non è neanche tanto peregrina, così come i media vogliono farla passare. Mi sembra utile ricordare che solo fino al 1991 l’omosessualità compariva nel Manuale Diagnostico dei disturbi mentali e che da questo è stata depennata a seguito di una semplice votazione, senza che sia mai stata addotta una motivazione scientifica. Non a caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha definito l’omosessualità una variante naturale del comportamento umano, non è mai riuscita ad individuarne la causa, il che equivale alla formulazione di un dogma vero e proprio. Come si fa a stabilire scientificamente un effetto, se non si conosce la causa che lo ha determinato?

E’ palese la profonda differenza tra le due affermazioni, ma nessun organo d’informazione si è curato di fare gli opportuni distinguo, così è passato il messaggio che considerare l’omosessualità una malattia, un disturbo, equivalga a giustificare un reato. Invece si è trattato di un’opinione che, non coinvolgendo direttamente alcuna persona, per quanto si possa ritenere sbagliata e distante dal proprio pensiero, deve poter essere espressa. Il pericolo insito in queste operazioni mediatiche di pubblico sdegno e condanna, anche ampiamente giuste e motivate, è quello della loro strumentalizzazione laddove finisce in un unico tritacarne ogni espressione del pensiero, anche quando questo è lecito e, per questo, da rispettare.

lunedì 28 settembre 2015

L'iconoclastia e la proibizione delle immagini sacre

Con questa eresia affrontiamo un argomento molto sentito nell’ambito delle religioni che è quello della liceità o meno del culto delle immagini sacre. Come è noto una grande religione tipicamente iconoclasta è l’Islam dove non solo è proibita ogni raffigurazione di Dio (Allah), ma lo sono anche quelle del profeta Maometto. Anche in ambito cristiano vige una rigorosa proibizione delle immagini sacre in moltissime confessioni protestanti e tale convinzione è spesso oggetto di polemica con il cattolicesimo. 

Questa convinzione della necessità di distruggere le immagini sacre nasce nella prima metà dell’ottavo secolo e prese l’avvio come un movimento politico-religioso che si sviluppò nell’impero bizantino fino a quando il Concilio Niceno II del 787 non concluse, dal punto di vista dommatico, questa controversia. Il termine “iconoclastia” viene dal greco “eikon”, che significa “immagine”, e “klaio”, che significa “spezzare”, per cui gli iconoclasti sono coloro che “spezzano le immagini” e non solo in senso figurato, ma storicamente anche in senso materiale, così come tristemente testimoniano le odierne notizie delle distruzioni nei siti archeologici siriani da parte dei fanatici terroristi islamici. 

Presso le comunità cristiane, fin dagli albori, le immagini erano sempre state in uso, basta pensare alle catacombe, risalenti al II e III secolo, nelle quali troviamo affreschi rappresentanti Cristo o la Beata Vergine Maria e, secondo la disciplina dell’arcano, diversi simboli come i pesci, il pane e l’ancora. Dopo l’editto di libertà di Costantino del 313 d.C. tali raffigurazioni cominciarono a diffondersi maggiormente con l’inizio dell’edificazione delle chiese. La furia iconoclasta, quindi, piomba sulla cristianità in modo del tutto inaspettato e prende storicamente l’avvio dall’iniziativa di un imperatore bizantino, Leone III Isaurico, salito al trono nel 717, che nel 726 emanò il primo editto iconoclasta. Tutte le immagini sacre dovevano essere distrutte, a cominciare proprio da un’immagine di Cristo, a quel tempo molto venerata a Costantinopoli, che era posta sulla porta del palazzo imperiale, la Chalké

Gli storici hanno molto dibattuto su quali potessero essere state le cause di questa clamorosa iniziativa di Leone III e l’opinione più accreditata conferisce all’operato dell’imperatore una connotazione quasi prettamente politica. Questa svolta iconoclasta viene per lo più considerata come un estremo tentativo dell’imperatore di proteggere l’unità dell’impero assecondando l’ormai diffusa condanna delle immagini sacre che si era sviluppata nella parte orientale dell’impero ed era appoggiata dai vescovi dell’Asia Minore, primo fra tutti Costantino di Nicoleia, e dovuta alle forti pressioni operate dagli Arabi musulmani e dal notevole diffondersi del Paulicianesimo, un movimento cristiano eretico, che abbiamo già vistoanch’esso fortemente contrario al culto delle immagini sacre. Ma anche la figura stessa dell’imperatore, la sua formazione ed ambizione, ebbero il loro peso. Leone III aveva una formazione intellettuale manichea, per cui riteneva la materia come maligna, e monofisita, cioè considerava la natura di Cristo unicamente come divina, quindi riteneva senza senso rappresentare la sua natura umana. Ma oltre a tutto ciò non è da sottovalutare anche la volontà tipica degli imperatori di ritenersi dei grandi riformatori religiosi e di estendere, così, il loro potere anche sul sistema dei monasteri, grandi “produttori” di icone sacre. 

Nel 726, quindi, iniziarono le distruzioni delle immagini sacre, vengono strappate dai manoscritti le figure di Cristo e dei santi, le reliquie vengono gettate in mare e ciò provocò la distruzione di un ingentissimo patrimonio letterario ed artistico. Coloro che resistono a tali distruzioni vengono perseguitati, imprigionati, torturati ed anche uccisi. Anche il patriarca di Costantinopoli, che non era contrario al culto delle immagini, viene esiliato e sostituito con un altro patriarca, Anastasio, favorevole all’imperatore (Georg Ostrogorsky, "Storia dell'Impero bizantino", Milano, Einaudi, 1968, pag. 150). Nonostante tutto ciò si registrarono rivolte popolari e, soprattutto, la riflessione dei vescovi e dei grandi teologi, tra cui soprattutto Giovanni Damasceno, che combattono questa furia iconoclasta affermando che non esiste alcuna adorazione delle immagini, cioè una “iconolatria”, dal greco “latria”, adorazione, ma una venerazione, cioè una “iconodulia” dal greco “dulia” che ha, appunto, tale significato. La venerazione non riguarda l’immagine in sé, ma è in vista di chi viene rappresentato, quindi, il culto delle immagini è un culto relativo, intendendo le immagini come un ponte, un momento di passaggio a chi da questa immagine era rappresentato.

I papi del tempo condannarono subito l’iconoclastia. Gregorio II, che fu papa dal 715 al 731, condannò l’editto di Leone III, e il suo successore, Gregorio III, che fu papa dal 731 al 741, ribadì tale condanna. L’imperatore reagì violentemente a queste censure tanto che progettò di far uccidere Gregorio II e s’impadronì dei possessi papali in Calabria e in Sicilia (Giorgio Ravegnani "I bizantini in Italia" Bologna, il Mulino, 2004 pp. 128-129). Il successore di Leone III, Costantino V, continuò la persecuzione e solo con il suo successore, Leone IV, salito al trono nel 775, si ebbe un rallentamento di questa lotta iconoclasta. Alla sua morte, nel 780, prese il potere la moglie Irene che aveva la reggenza del figlio minore Costantino VI. D’accordo con il papa, nel 787, si convocò il Concilio Niceno II che, presieduto dal patriarca di Costantinopoli Taraso, eletto col favore dell’imperatrice, alla presenza di oltre trecento vescovi, più i legali del papa, che a quel tempo era Adriano I, e i rappresentanti imperiali, dichiara legittima la venerazione delle immagini sacre arrivando ad una definizione che rimarcò la netta differenza tra venerazione ed adorazione. Ma la situazione fu ben lontana dall’essersi risolta, infatti nell’814 l’imperatore Leone V l’Armeno, preoccupato dalla tensione portata dagli sfollati di fede iconoclasta, che provenivano dalle terre occupate dagli Arabi, pensò di risolvere i dissidi reintroducendo un regime iconoclasta. Dopo alterne vicende, però, nell’842 la questione si risolse definitivamente quando l’imperatrice Teodora, reggente per il figlio minorenne Michele III, contraria alla politica iconoclasta, depose il patriarca Giovanni VII Grammatico e lo sostituì con l’iconodulo, cioè favorevole alla venerazione delle immagini sacre, Metodio I, che condannò per sempre l’iconoclastia.

Da un punto di vista prettamente biblico l’iconoclastia troverebbe il suo fondamento nella proibizione, presente nella Torah, nel Vecchio Testamento e nel Corano, di qualunque rappresentazione artistica dell’aspetto fisico di Dio (Esodo 20, 1-6). Questo comandamento fu, quindi, ripreso in senso anticattolico proprio dalla Riforma protestante nel XVI secolo, non tanto da Martin Lutero, quanto piuttosto da Huldrych Zwingli, che esclude le immagini dal protestantesimo svizzero, e da Andrea Carlostadio, per quanto riguarda la Germania. La Chiesa Cattolica reagì a tali impostazioni con il Concilio di Trento che, richiamando il secondo Concilio di Nicea, affermò che alle immagini sacre: “si deve attribuire il dovuto onore e la venerazione: non certo perché si crede che vi sia in esse una qualche divinità o virtù, per cui debbano essere venerate; o perché si debba chiedere ad esse qualche cosa, o riporre fiducia nelle immagini, come un tempo facevano i pagani, che riponevano la loro speranza negli idoli, ma perché l’onore loro attribuito si riferisce ai prototipi, che esse rappresentano. Attraverso le immagini, dunque, che noi baciamo e dinanzi alle quali ci scopriamo e ci prostriamo, noi adoriamo Cristo e veneriamo i santi, di cui esse mostrano la somiglianza. Cosa già sancita dai decreti dei concili - specie da quelli del secondo concilio di Nicea - contro gli avversari delle sacre immagini” (Concilio di Trento, Sessione XXV, 3-4 dicembre 1563).

I protestanti leggono il comandamento di Esodo 20 in modo troppo esclusivo. In realtà la proibizione delle immagini sacre non è assoluta, infatti in molte parti della Bibbia le immagini, se non hanno a che vedere con l’adorazione degli idoli, sono ampiamente permesse. E’ il caso, ad esempio, di Esodo 26, 1 dove Dio comanda a Mosè di costruire l’arca dell’alleanza e di collocarvi delle immagini come quelle dei cherubini, oppure Numeri 21, 4-9 dove Dio comanda la costruzione del serpente di bronzo. Proprio a questo episodio si ricollega Gesù nel suo discorso notturno con Nicodemo applicando a sé questa profezia: “Come Mosè innalzo il serpente nel deserto, così deve essere innalzato il figlio dell’uomo perché chiunque creda in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 1-21). La prescrizione dell’Esodo, quindi, riguardava un popolo primitivo, di dura cervice, che abitando in mezzo a popoli idolatri non riusciva a distinguere tra immagine e l’archetipo che l’immagine stessa rappresentava. E’ l’incarnazione del Cristo a gettare una luce nuova, la legge mosaica viene superata, la vera conoscenza i Dio libera dalla idolatria. Alla Parola, che unicamente caratterizza l’antica alleanza, fa seguito la visione di Cristo che si percepisce con i sensi. Egli è l’immagine del Padre e dice: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14, 9).

Nel Concilio di Calcedonia, del V secolo, la vera umanità di Cristo è stata affermata come sussistente nella sua persona divina. L’immagine racchiude una sorta di presenza dell’essere rappresentato: in questo senso può diventare oggetto di venerazione. Si venera, comunque, non il significante, ma il significato: nell’incarnazione Dio è voluto diventare visibile: l’immagine è spiritualizzata e trasfigurata per condurci alla contemplazione dell’invisibile. 


Bibliografia

Georg Ostrogorsky, "Storia dell'Impero bizantino", Torino, Einaudi, 1968;
G. Larentzakis, "La controversia delle immagini", in Storia della chiesa cattolica, Ed. Paoline, Milano 1989;
P. A. Yannopoulos, "Il secondo concilio di Nicea (786-787) o Settimo concilio ecumenico", in Storia dei concili ecumenici (a cura di G. Alberigo), Queriniana, Brescia 1990;
Marcello Craveri, "L'eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo", Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1996;
Giovanni Filoramo, D. Menozzi (a cura di), "Storia del Cristianesimo", I, Roma-Bari 1997;
Giorgio Ravegnani "I bizantini in Italia" Bologna, il Mulino, 2004.
https://it.wikipedia.org/wiki/Iconoclastia

venerdì 18 settembre 2015

Le bugie della ministra

"E' una colossale truffa, pronti alla denuncia!" Piomba fragoroso sugli italiani lo strale minaccioso del ministro dell'istruzione Stefania Giannini. Non piace al ministro la critica che viene rivolta alla nuova riforma della scuola secondo la quale, con tale norma, sarebbero stati introdotti nei piani formativi, in modo subdolo ed arbitrario, i principi ispirati alla cosiddetta "teoria del gender". Il ministro è deciso: "Si tratta di una colossale truffa ai danni della società. Facciamo circolare chiarimenti, lanciamo messaggi chiari ma se ciò non dovesse bastare credo ci sia una responsabilità irrinunciabile di passare a strumenti legali"

Ovviamente niente di nuovo sotto al sole. Se ci si permette di dissentire e far valere le proprie ragioni, la tipica reazione laicista è sempre la stessa: repressione del libero pensiero. Ma andiamo avanti. Quali sarebbero questi messaggi chiari? Il 15 settembre scorso il Ministero dell'istruzione ha emanato una circolare  dove viene ribadito che "tra le conoscenze da trasmettere non rientrano in nessun modo né “ideologie gender” né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo". Sarà vero tutto questo? Sfidando le ire del ministro proviamo a vederci chiaro.

Come è noto ciò che ha destato le preoccupazioni maggiori è stato il controverso comma 16 dell'art. 1 della legge 107/2015, cioè la cosiddetta "Buona Scuola", il quale assicura l’attuazione dei principi delle pari opportunità con la promozione “dell’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93”. I principi ispiratori di questa "buona educazione", quindi, sarebbero quelli di questo famigerato articolo 5, comma 2, che, alla lettera c) dispone di "promuovere un'adeguata formazione del personale della scuola alla relazione e contro la violenza e la discriminazione di genere e promuovere, nell'ambito delle indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo di istruzione, delle indicazioni nazionali per i licei e delle linee guida per gli istituti tecnici e professionali, nella programmazione didattica curricolare ed extra-curricolare delle scuole di ogni ordine e grado, la sensibilizzazione, l'informazione e la formazione degli studenti al fine di prevenire la violenza nei confronti delle donne e la discriminazione di genere, anche attraverso un'adeguata valorizzazione della tematica nei libri di testo". Abbiamo, così, una chiara disposizione di promuovere la formazione di docenti e studenti, dall'asilo d'infanzia fino ai licei, con opportune "valorizzazioni" dei libri di testo, al fine di combattere la discriminazione di "genere". Ma cosa s'intende per "genere"? 

La circolare ministeriale della nostra irosa ministra, oltre ad affermare che la "teoria del gender" non c'entra niente, contemporaneamente afferma anche che "le due leggi citate come riferimento nel comma 16 della legge 107 non fanno altro che recepire in sede nazionale quanto si è deciso nell’arco di anni, con il consenso di tutti i Paesi, in sede Europea, attraverso le Dichiarazioni, e in sede Internazionale con le Carte". E quali sarebbero queste Carte? La circolare, quasi con pudore, riporta in nota, scritto molto in piccolo, che tale Carta non sarebbe altro che il testo della Convenzione di Istanbul redatta l'11 maggio del 2011, ratificata e resa esecutiva dal Parlamento Italiano con la legge n°77 del 27/6/2013. Quindi per la Circolare ministeriale occorre rifarsi a tale Convenzione per sapere cosa s'intende per "genere". Ed eccoci, finalmente, al momento di scoprire le carte: secondo la Convenzione, così come riportato dall'art. 3 della legge n°77 del 27/6/2013, per "genere": "ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini". Quindi un chiaro riferimento al filone dei "gender studies", per cui essere uomini o donne non sarebbe un’attribuzione naturale e biologica, ma una costruzione sociale.
Fino a prova contraria quindi, “sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori” al nuovo approccio “gender” è indiscutibilmente previsto nella riforma della "Buona Scuola". Ma come? Il ministro dell'istruzione non ci aveva forse raccontato che questa "teoria del gender" non c'entrava niente? Ma, allora, chi è che ha veramente truffato? 

Purtroppo questa riforma della scuola non è altro che l'ennesimo esempio della prevaricazione laicista che pretende di imporre principi educativi del tutto opinabili, che niente hanno a che fare con risultati scientificamente certi, guardandosi bene dal farlo alla luce del sole, ma attraverso manovre oscure e subdole.

mercoledì 16 settembre 2015

Parte I - Ma che dice “Il Codice Da Vinci”?


La trama di questo romanzo è incentrata sulla medioevale leggenda del Santo Graal e della sua ricerca, solo che, secondo D. Brown, non si tratta di cercare il tradizionale e leggendario “calice” in cui fu raccolto il sangue di Cristo, bensì una persona, o meglio le sue spoglie mortali, che sarebbero nientemeno che quelle di Maria di Magdala, cioè la Maddalena. Era lei il vero recipiente che conteneva il sangue di Cristo accogliendo dentro di sé i figli che ha avuto con lui. Il grande segreto de “Il Codice da Vinci” consiste, quindi, in ciò che D. Brown pensa sia l’esatta interpretazione del termine Santo Graal che deriverebbe dal francese antico sang réal, cioè “sangue reale”. Questo sangue non sarebbe altro che questa discendenza che costituirebbe la vera Chiesa voluta da Gesù, con a capo non il furfante Pietro, amico di quel malfattore di Paolo, ma la Maddalena. Questa chiesa avrebbe dovuto proclamare la priorità del principio femminile. A pag. 280 de “Il Codice da Vinci” D. Brown afferma che il Graal simboleggia la dea perduta e che la leggenda dei cavalieri alla sua ricerca nasconde i tentativi di recupero del femminino sacro perduto. Il tutto per proteggersi dalla Chiesa Cattolica che aveva soggiogato le donne, condannato il culto della “dea” e bruciato tutti gli oppositori. 

Quindi, per D. Brown, Gesù fu un normale uomo ebreo appartenente ad una numerosa famiglia, si sposò con la Maddalena, ebbe più figli senza aver mai avuto la pretesa di essere Dio. Fu il perfido Paolo, facendosi forte della complicità del sempliciotto Pietro, a reinventare un nuovo cristianesimo e una nuova Chiesa sopprimendo l’elemento femminile e proclamando che Gesù Cristo era Dio. Successivamente questa Chiesa, malvagia e truffaldina, fece causa comune con l’imperatore Costantino inducendolo a far piazza pulita di tutti gli oppositori facendoli proclamare eretici e a far definire dal Concilio di Nicea come unica “Verità” quella sua, patriarcale e anti-femminista. Il disegno criminoso, ovviamente, implica la soppressione della verità su Gesù, sul suo matrimonio e l’annientamento fisico della sua discendenza. Per poter realizzare questo progetto Costantino impose la scelta di quattro vangeli “innocui” fra i numerosi che esistevano proclamando eretici gli altri vangeli “gnostici” che, invece, sarebbero testimoni del matrimonio fra Gesù e la Maddalena. 

Viceversa l’altra fase del “progetto”, cioè l’annientamento fisico della discendenza di Gesù, purtroppo per Costantino e la Chiesa non riesce e così, dopo inenarrabili peripezie, i poveri perseguitati riescono addirittura ad impadronirsi del regno di Francia sotto il nome di Merovingi. La Chiesa, però, non demorde ed incarica i Carolingi di assassinare i vertici della dinastia Merovingia per poi prenderne il posto sul trono di Francia, ma quando sembra tutto perduto, ecco apparire un’organizzazione misteriosa, il Priorato di Sion, che riesce a proteggere la discendenza di Gesù e il suo segreto. Oltre al Priorato anche altri sono a conoscenza del segreto, i cavalieri Templari e la setta eretica dei Catari o Albigesi. La Chiesa Cattolica riesce a saperlo e non ha pietà, in pochi anni riesce ad annientare, in un orrenda carneficina, sia i cavalieri che i poveri Catari. Successivamente i sanguinari successori di Pietro liquidano il primato del principio femminile con la lotta alle streghe bruciando più di cinque milioni di donne. Nonostante tutto il Priorato di Sion sopravvive, anzi annovera tra i suoi Gran Maestri alcuni personaggi famosi della storia come Leonardo da Vinci, Isaac Newton e Victor Hugo. Ognuno di essi, per non essere scannato dalla Chiesa, ha lasciato solo degli indizi del segreto nelle loro opere. E così al giorno d’oggi il sang réal sopravvive ancora in famiglie che portano i cognomi Plantard e Saint Clair. La conclusione del romanzo è, se possibile, ancora più assurda di tutto il resto, viene, infatti, svelato l’ultimo mistero: la tomba della Maddalena è nascosta sotto la piramide di vetro del Louvre, una sorta di mausoleo voluto dal massone ed occultista François Mitterand, presidente francese morto nel 1996. 

D. Brown basa le sue fantasticherie sulle affermazioni di alcuni libri pseudo-scientifici che hanno già avuto la censura della comunità scientifica mondiale. Tra questi spiccano: “The Holy Blood and the Holy Graal” di M. Baigent, R. Leigth ed H. Lincoln; “I Vangeli gnostici” di E. Pagels, un classico della cultura femminista accademica; “La rivelazione dei Templari: i Guardiani della vera identità di Cristo” di L. Picknett e C. Prince, libercolo esoterico popolare. Inoltre, a corollario, cito altri due testi che hanno assunto una certa notorietà: il visionario “La linea di sangue del Santo Graal” di L. Gardner e l’improbabile “Jesus the man” di B. Thiering.

Come vedremo le asserzioni di tali testi sono del tutto fantasiose, infatti si basano solo su ipotesi non suffragate da prove certe. In particolare gli scritti di L. Gardner, B. Thiering, di M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln, che cercano di darsi un tono scientifico, risultano colpevolmente ingannevoli in quanto si prodigano a fornire prove storiche per i particolari insignificanti, ma le omettono completamente, perché non esistono, per le interpretazioni importanti.

A questo punto non ci resta che iniziare il nostro viaggio storico per scoprire che attendibilità hanno tutte queste incredibili affermazioni sulla vita di Gesù e della Chiesa.

lunedì 7 settembre 2015

Fecondazione eterologa, i nodi cominciano a venire al pettine.



E' già passato più di un anno da quando la Consulta ha dichiarato incostituzionale (sic) il divieto al ricorso della fecondazione eterologa. Ricordo bene quanto il mondo laicista abbia esultato per questa "svolta" di civiltà e libertà, finalmente le coppie sterili non dovranno più andare all'estero, sarà ovviamente scongiurato ogni mercato di materiale genetico, e così via. 

Passata l'euforia iniziale i nodi cominciano a venire al pettine, infatti ad oggi le coppie che hanno usufruito di tale metodo sono pochissime, decretando, di fatto, il fallimento di questa tipologia di fecondazione artificiale. Certamente influiscono le eccessive spese a carico del SSN, un caos normativo, ma la vera ragione di questo "flop" è la mancanza di donatori

In Italia per donare gameti e ovociti occorre, giustamente, seguire le stesse procedure per la donazione del sangue e del midollo. Ma ciò comporta il doversi sottoporre ad analisi e controlli, che nel caso della donna sono pure molto invasivi. Può essere questa una causa della scarsezza di donatori? La donazione nasce da un puro sentimento di altruismo e solidarietà, ma nel caso del sangue e del midollo si dona per salvare una vita da morte certa, nel caso della fecondazione eterologa invece, non c'è da salvare alcuna vita. Tutto ciò non può non avere il suo peso e, nonostante la propaganda laicista, bisogna tener conto del fatto che la donazione di gameti non ha lo stesso valore morale degli altri tipi di donazione. Nel caso della donna, poi, tale donazione deve pure passare attraverso lunghe e faticose terapie ormonali, attraverso una stimolazione innaturale della maturazione degli ovociti, andando incontro a gravi rischi per la salute. .

Come paventato a suo tempo dalle posizioni cattoliche il ricorso all'eterologa comporta sempre il grave rischio della mercificazione del materiale umano. Infatti questa mancanza di donatori costringerà le varie amministrazioni, per far fronte alle richieste di fecondazioni eterologhe, a ricorrere all'estero per approvvigionarsi dei gameti. Tutto ciò avverrà a pagamento? Lo possiamo escludere? 

L'avv. Filomena Gallo, segretario dell'Associazione "Luca Coscioni", è arrivata perfino ad ipotizzare la possibilità di riconoscere un rimborso per le donatrici di ovociti. Ma tale riconoscimento non è forse un mercato nascosto? Come possiamo escludere che, a lungo andare, sotto il nome di “rimborso spese” si celi un vero e proprio pagamento degli ovuli?

Io penso che questa carenza di donatori sia dovuta anche, e specialmente, alle implicazioni morali che tale donazione comporta: troppi rischi per la salute, non si può giocare con la vita per avere un figlio a tutti costi. Il rischio finisce per essere quello di dover riconoscere qualcosa ai donatori. E questo è inaccettabile.

martedì 11 agosto 2015

Il Paulicianesimo, un ritorno al dualismo.

Nel VII secolo, in un impero bizantino ancora squassato dalle grandi eresie che dal V secolo in poi arrivarono perfino minare la sua stessa unità, come il nestorianesimo e il monofisismo, comparve un'ulteriore forma di cristianesimo eterodosso che, riproponendo la vecchia teologia dualista, parve riportare la cristianità ai tempi dell'eresia gnostica del II secolo.

Questa eresia prese l'avvio da una setta di asceti sorta in Armenia nel VII secolo e deve il suo nome (Pauliciani = figli di Paolo) al fatto che pensavano di vivere secondo i dettami di Paolo di Tarso. Secondo la tradizione il fondatore di tale setta fu un certo Costantino di Manamali, che si faceva chiamare Silvano in modo da assomigliare al Sila fedele collaboratore di Paolo. Costui, a partire dal 655, predicò per molti anni nella provincia del Ponto, in Anatolia. L'imperatore bizantino Costantino IV, che aveva già condannato il monotelismo convocando il concilio di Costantinopoli nel 680, riavvicinandosi così alla Chiesa di Roma, non poteva sopportare un nuovo elemento di disturbo costituito dai Pauliciani, così incaricò l'ufficiale imperiale Simone di arrestare Costantino-Silvano che fu condannato a morte e giustiziato per eresia nel 682. Il suo uccisore, Simone, divenne a sua volta capo della comunità dei Pauliciani e nel 690 anch'egli fu giustiziato per eresia. Quando sembrò che fosse stata debellata, agli inizi dell'VIII secolo, la setta si riorganizzò in Armenia e la nuova comunità vene a contatto con l'espansione degli Arabi ormai divenuti musulmani. Tutto ciò provocò contrasti e perfino guerre che portarono i Pauliciani quasi a scomparire, finché una nuova guida, un certo Sergio, non diede nuovo impulso alla comunità spostandosi in Cilicia ed Asia Minore. Nel frattempo aveva preso il potere a Costantinopoli la dinastia Isaurica, che era iconoclasta come i Pauliciani, e ciò favorì il loro sviluppo fino a divenire molto numerosi. L'imperatore Niceforo I Logoteta diede loro protezione in cambio del loro servizio militare per combattere gli Arabi. Ma tale protezione finì presto e i Pauliciani tornarono ad essere perseguitati. Questi, ora però in gran numero, si allearono con gli Arabi e riuscirono a costituire addirittura un regno pauliciano nell'Anatolia centrale e a dare filo da torcere alle truppe bizantine. Tuttavia nell'872 i Pauliciani vennero sconfitti, il loro capo ucciso e la loro capitale distrutta. Sopravvissero ancora come piccole comunità isolate, finché nel 970 furono deportati in massa in Tracia dall'imperatore bizantino Giovanni I Zimisce dove contribuirono nei secoli successivi allo sviluppo di altri gruppi dualisti come i Bogomili e i Catari.

I Pauliciani erano dualisti, quindi riproponevano le vecchie concezioni teologiche che furono proprie degli gnostici e del manicheismo. Consideravano il Dio del Vecchio Testamento come malvagio, creatore del mondo e della materia e il Dio del Nuovo Testamento come buono, creatore dello spirito e dell'anima. Per questo rifiutavano l'Antico Testamento, mentre accettavano solo i testi del Nuovo Testamento con particolare attenzione alle lettere paoline e al vangelo di Luca. Erano organizzati come le comunità manichee con pochi "eletti", celibi, astemi e vegetariani e molti "uditori". Non accettavano la Chiesa come intermediaria tra gli uomini e Dio, non accettavano il culto delle immagini e non riconoscevano l'incarnazione di Cristo ritenuto solamente un angelo, cioè puro spirito.

Così come già detto per gli gnostici e per il manicheismo, la concezione dualistica di Dio si contrappone nettamente a quanto ritroviamo nelle Scritture. Non esiste per la Scrittura una natura malvagia in quanto è opera dell'unico Dio. Nella Genesi, il racconto della creazione mostra chiaramente l’unicità di Dio e la bontà della creazione (Gn 1, 1-13). Ogni cosa che proviene da Dio è buona, quindi anche la materia, il mondo, la creazione. La carne non è prodotto di scarto, ma è il cardine della salvezza, il “Caro, cardo est salutis” di Tertulliano. Gesù ce la dona nell’Eucaristia e la nostra stessa carne è destinata alla resurrezione gloriosa (Gv 6, 52-58). Altro errore è quello cristologico, cioè il fatto di identificare Cristo come un angelo che proviene dal mondo superiore, un ente solo spirituale che non può unirsi alla materia. Tutto ciò in aperto contrasto col vangelo che proclama con forza che Cristo è il Verbo di Dio come il Padre e che per mezzo di Lui tutto è stato creato, che si è fatto uomo veramente assumendo la nostra carne con la quale ci ha redenti (Gv 1, 1-14). E poi l’errore soteriologico, cioè la negazione della salvezza operata dal Cristo, il quale non incarnandosi si sottrae pure alla passione. Ma l’apostolo Paolo insegna chiaramente che la redenzione avviene proprio attraverso la sofferenza del Cristo, con la morte del suo corpo di carne. Anzi, ogni cristiano, come Paolo, coopera alla redenzione attraverso le proprie sofferenze offerte a Dio (Col 1, 21-24). Infine c'è la negazione del culto delle immagini che, come vedremo nel successivo articolo dedicato agli iconoclasti, non si oppone affatto a quanto viene proclamato dalla Scrittura. 

Il Paulicianesimo affonda le sue origine nello gnosticismo docetista dei primissimi secoli dell'era cristiana e si pose come un ponte, un anello di congiunzione, con le grandi eresie medioevali, prima fra tutti quella diffusissima del catarismo.

Bibliografia

Marcello Craveri, "L'eresia. Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo", Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1996;
Georg Ostrogorsky, "Storia dell'Impero bizantino", Torino, Einaudi, 1968;
R.M.Grant, “Gnosticismo e Cristianesimo primitivo”, il Mulino, Bologna 1976;
H. Jonas, “Lo Gnosticismo”, SEI, Torino, 1973;
J.N.D. Kelly, “Il pensiero cristiano delle origini”, il Mulino, Bologna, 1972.
Giovanni Filoramo, D. Menozzi (a cura di), "Storia del Cristianesimo", I, Roma-Bari 1997;
https://it.wikipedia.org/wiki/Paulicianesimo
https://it.wikipedia.org/wiki/Iconoclastia

lunedì 3 agosto 2015

“IL CODICE DA VINCI” E I SUOI “FRATELLI” Cosa non si inventa per il successo



Nel 2004 faceva la sua comparsa nelle librerie italiane il best seller di D. Brown “Il Codice Da Vinci”, un successo planetario che scatenò una vera e propria passione collettiva per tutto ciò che riguardava l’esoterismo religioso, l’archeologia biblica, i vecchi manoscritti e così via. Sulla scia di quel successo si moltiplicarono le pubblicazioni su argomenti di quel genere al punto che in qualsiasi libreria è ancor oggi facilissimo trovare numerosi testi, più o meno attendibili, sui cavalieri Templari, i rotoli del Mar Morto o sull’epopea di re Artù, che adombrano, chi più chi meno, oscuri complotti perpetrati dalla Chiesa Cattolica nel corso dei secoli.

Cavalcando l’onda del successo, D. Brown pensò bene di vendere i suoi diritti sul libro alla famosa multinazionale della Sony che ne trasse e produsse un film e, addirittura, realizzò un videogioco. Grazie a quella capillare opera di diffusione chiunque, oggi, conosce almeno l’esistenza del libro e quindi, purtroppo, è stato comunque raggiunto da un messaggio gravemente deteriore riguardante la Chiesa Cattolica e i cristiani. Basta digitare “Codice da Vinci” su Google, o qualsiasi altro motore di ricerca e ci si accorge che la rete è piena di forum e blog dove abbondano elogi sperticati al genio di D. Brown e giudizi feroci sulla storia della Chiesa Cattolica.

Indubbiamente il fatto che tali argomenti vengano posti all’attenzione di un enorme numero di persone è un evento positivo, infatti qualsiasi occasione utile ad avvicinare il riottoso italiano medio alla lettura è auspicabile, ma non per questo bisogna turarci il naso e far finta di niente di fronte all’ennesima immondizia d’oltreoceano. Intendiamoci, non avevo nulla contro il buon Brown, lui fa il suo mestiere, e lo fa anche molto bene, a giudicare dalle vendite. Il suo romanzo è un libro avvincente, un buon thriller, quella volta, però, si è veramente esagerato, al dio denaro si sacrificò troppo.

Molto spesso noi cristiani moderni, e perlopiù a ragione, siamo stati posti di fronte alle responsabilità storiche della Chiesa Cattolica come le crociate, l’inquisizione, il proselitismo forzato nei nuovi mondi, complotti politici vari e così via, ma se tutto questo deriva da un’analisi storica dei fatti seria e scientifica, non può che essere ben accolta ed occasione importante di riflessione. Anche i papi Giovanni Paolo II e Francesco hanno più volte fatto ammenda degli errori commessi dalla Chiesa Cattolica nella sua bimillenaria storia.

 Ciò che ritesi, invece, inaccettabile fu che un romanzo come “Il Codice da Vinci”, che dipinge la Chiesa Cattolica come una banda di delinquenti dedita ai più efferati omicidi, sopraffazioni e mistificazioni fin dalla sua furfantesca origine, sia passato come un racconto che abbia delle basi storiche documentate. A pagina 9 di questo libro, intitolata “Informazioni storiche”, D. Brown affermò che tutte le descrizioni dei documenti e dei rituali segreti riportati nel romanzo rispecchiano la realtà e si fondano in particolare sul fatto che nel 1975, presso la Bibliothèque Nationale di Parigi, sono state scoperte alcune pergamene, note come “Les Dossiers Secrets”. Il recensore dei libri del New York Daily News, una vera autorità nel campo, addirittura dichiarò che la ricerca storica di D. Brown era impeccabile.

 Pur essendo semplicemente un romanzo, in questo libro vengono attribuite alla Chiesa Cattolica ogni sorta di malefatte presentandole come delle scottanti rivelazioni storicamente documentate, tutte le affermazioni più incredibili sono poste in bocca a personaggi eruditi e vengono sottolineate con frasi come “gli storici affermano” o “gli studiosi sostengono”. Tali affermazioni sulla storia della Chiesa Cattolica sono presentate come fatti largamente accettati e vengono presentate come veritiere delle fonti che hanno una scarsa affidabilità. In varie interviste D. Brown affermò che parte di ciò che fa nel suo libro era presentare una “storia perduta” per i lettori fino a questo momento. Tutte le false asserzioni di erudizione del libro di D. Brown sono caratterizzate da una forte ostilità verso il Cattolicesimo. Sono considerate come storielle truffaldine tutte le verità della fede cristiana, i personaggi più cari al sentimento cristiano sono completamente stravolti, senza parlare dell’immagine di perfidi intrallazzatori riservata a S.Pietro e S.Paolo.

Se consideriamo che questo romanzo è stato quello più venduto in assoluto restando per più di due anni nella best seller list del New York Times, che è stato tradotto in quarantadue lingue e che fino ad oggi sono state stampate più di 40 milioni di copie, per un risultato di vendita di due milioni di copie al mese in media, appare chiaro che il fenomeno non può essere considerato solo come folcloristico. Si pensi che luoghi pressoché semisconosciuti citati nel romanzo, come, ad esempio, la Rosslyn Chapel di Roslin, vicino Edimburgo, o la chiesa di S. Sulpice a Parigi, sono stati presi d’assalto da migliaia di turisti convinti di riscontrare i “misteri” di D. Brown. Nel 2006 da questo romanzo è stato tratto un film (con un cast hollywoodiano) distribuito in tutto il mondo, e addirittura un videogioco! Quanti lettori profani saranno in grado di accorgersi delle evidenti sciocchezze fatte passare per verità? Le librerie sono piene di libri di storia occulta, pieni di menzogne, che pochi comprerebbero se non ci fosse un collegamento con “Il Codice da Vinci”.

Certamente la nostra fede si fonda su ben altre basi e non temette l’insidia di tali ciarlatanerie, ma la diffusione così capillare di tali sciocchezze può causare imbarazzi e difficoltà, specialmente per coloro che si avvicinano per la prima volta alla fede o per chi è chiamato al ministero della catechesi. Ricordo che in quegli anni, durante una riunione della catechesi di palazzo, in cui svolgevo il ministero di catechista (attività di evangelizzazione nel quartiere promossa dalla mia parrocchia di S.Monica ad Ostia Lido), mi imbattei per la prima volta nelle false asserzioni de “Il Codice da Vinci” che avevano lasciato interdetti alcuni dei presenti. Sempre in quel periodo, allegato alla quoditiana copia del Messaggero, mi sono visto propinare un libro dall’accattivante titolo “La linea di sangue del Santo Graal” di un certo Laurence Gardner. Essendo un amante dei libri storici, così si presentava il volume, cominciai a leggerlo restandone letteralmente allibito dalle sciocchezze e dalle offensive falsità su Gesù e la Chiesa Cattolica. Questi fatti mi colpirono profondamente e, devo ammettere, offesero la mia sensibilità di credente.

Negli anni successivi all’uscita del romanzo di Dan Brown, l’apologetica cattolica, ma anche la stessa comunità scientifica, iniziò a farsi sentire e cominciarono ad essere pubblicati testi che confutavano le assurde asserzioni de “Il Codice da Vinci” costituendo, così, utili punti di riferimento per avere una visione più aderente ed approfondita alla verità storica, tra questi “La verità dietro il Codice da Vinci” di Bart D. Ehrman, “Contro il Codice da Vinci” di Josè Antonio Ullate Fabo, “La frode del Codice da Vinci – Giochi di prestigio ai danni del Cristianesimo” di Arturo Cattaneo e Massimo Introvigne, “Processo al Codice da Vinci” di Andrea Tornielli, ecc. Purtroppo, però, il successo di D. Brown conferì una certa notorietà a molte altre pubblicazioni zeppe di falsità e strampalate teorie sulle origini del Cristianesimo.

Tenendo conto di tutto ciò, ed essendo da sempre un appassionato di storia, mi sembrò utile riunire in un solo documento una riflessione più vasta, una sorta di guida, di orientamento, che intendesse fornire una prima risposta, magari uno spunto per futuri approfondimenti, al mare magnum di leggende, teorie e falsità sulla storia della Chiesa, sulle sue origini e sulla fede cattolica. Con queste motivazioni nel 2007, a tre anni dalla pubblicazione de “Il Codice da Vinci”, scrissi un testo in cui in forma semplice e divulgativa analizzavo le asserzioni più assurde e più diffuse, non solo del romanzo di Dan Brown, ma anche di tante altre pubblicazioni “parastoriche” che, a mio parere, necessitavano di una risposta. Quel lavoro non aveva alcuna pretesa di aggiungere o togliere alcunché dal confronto scientifico, volle solo essere un mezzo di divulgazione.

Oggi, sul mio blog, intendo riproporre quel mio lavoro in modo da fornire a chi ne volesse far uso o solo per chi volesse approfondire i temi trattati dal romanzo di Dan Brown, un materiale divulgativo che, spero, incontri il gradimento o l’interesse dei lettori. Ho articolato questa esposizione in ventiquattro parti per rendere la lettura più facile e comoda:

Parte I        Ma che dice “Il Codice Da Vinci”?
Parte II      Le origini                         
Parte III     La fede d’Israele
Parte IV     La fede dei primi cristiani
Parte V       La Chiesa cristiana primitiva
Parte VI     Un’incredibile tesi: Gesù e l’Essenismo
Parte VII    I fratelli di Gesù
Parte VIII  Autorità dei vangeli canonici
Parte IX      Storicità dei vangeli canonici
Parte X        L’autorità testuale del Nuovo Testamento
Parte XI      Novità ed unicità del messaggio evangelico
Parte XII    Scritti apocrifi e vangeli gnostici
Parte XIII  Costantino e la Chiesa
Parte XIV   La formazione del canone del Nuovo Testamento
Parte XV     La Chiesa e la donna
Parte XVI   La Genesi e la donna
Parte XVII  La caccia alle streghe
Parte XVIII Il matrimonio di Gesù
Parte XIX    Maria Maddalena e i Merovingi
Parte XX      Leonardo da Vinci
Parte XXI     Il Priorato di Sion
Parte XXII   I Templari
Parte XXIII  I Catari
Parte XXIV  Conclusione e Bibliografia
 Non mi resta che darvi appuntamento al prossimo post ed augurarvi una buona lettura.


giovedì 30 luglio 2015

La Corte Europea per i Diritti dell'Uomo non ha imposto all'Italia le nozze gay

Il 21 luglio scorso la stampa nazionale ha dato molto risalto alla sentenza con cui la Corte Europea per i diritti umani (CEDU) ha condannato l'Italia perché non riconoscerebbe adeguatamente i diritti delle coppie omosessuali. Molti mezzi di comunicazione, col malcelato intento di instillare nell'opinione pubblica l'idea che questa sentenza costituisca un primo passo verso il totale riconoscimento dell'unione omosessuale, hanno addirittura alluso ad un via libera all'istituto del matrimonio (ad esempio, qui e qui). 

Tutto ciò, ovviamente, non fa altro che generare una certa confusione a tutto vantaggio delle ragioni del laicismo e delle varie lobby gay che cercano di sfruttare ogni occasione per imporre il loro pensiero unico, ma le cose non stanno proprio in questo modo. Innanzitutto con la sentenza della CEDU le tre coppie omosessuali che l'hanno sollecitata, in quanto si sono viste rifiutare dai loro Comuni di residenza le pubblicazioni per potersi sposare, non hanno affatto ottenuto il diritto a sposarsi, né tanto meno, a veder stabilito un nuovo concetto di famiglia.

La sentenza di Strasburgo, infatti, non parla affatto di equiparazione tra l'unione omosessuale ed il matrimonio, ma invita solamente l'Italia a prevedere una legalizzazione delle coppie omosessuali per meglio tutelare i loro interessi individuali e di coppia. L'Italia, quindi, non è obbligata in alcun modo ad allargare il matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso. Resta di competenza del Parlamento italiano stabilire come debba essere recepita tale sentenza e con quale tipo di normativa. 

D'altronde, anche se per assurdo le sentenze della CEDU superassero la competenza dei vari Parlamenti nazionali, non potrebbero in alcun modo stabilire che il matrimonio sia un diritto della coppia omosessuale, in quanto tale assunto si scontra con il dettato dell'art.12 della stessa Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo che specifica come siano l'uomo e la donna gli unici soggetti ad avere il diritto a sposarsi e a fondare una famiglia. 
 
Così come spiego in questo articolo, sono fermamente convinto che gli interessi delle coppie omosessuali siano in Italia già sufficientemente tutelati dal nostro Codice Civile, quindi penso che tale sentenza, pur se non mirata ad una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio, non sia altro che l'ennesimo pronunciamento di una certa giurisprudenza asservita all'ideologia laicista che ha la pretesa di farsi soggetto etico e di voler affermare a colpi di sentenze la propria deleteria visione relativista imponendo un'artificiosa scala di valori.