giovedì 30 aprile 2015

La Chiesa e la rivoluzione francese

Uno dei più grossi inganni che la storiografia laicista di stampo illuminista ha perpetrato nei confronti della nostra comune formazione culturale è il mito della Rivoluzione francese. Questa tragedia viene tuttora celebrata come un evento epocale che avrebbe cambiato la storia introducendo la democratizzazione della vita politica in Francia con l’abbattimento dell'assolutismo e la partecipazione popolare alla gestione del potere. Nei nostri “programmi” scolastici e dalla stragrande maggioranza dei professori è presentata in modo acriticamente positivo, una vittoria del popolo contro l’assolutismo di una aristocrazia corrotta e parassitaria, ovviamente sostenuta ed appoggiata dalla Chiesa cattolica. 

Ma la storia dice ben altro, la Rivoluzione in realtà determinò un blocco del cammino verso la modernità distruggendo in pochi anni gran parte del progresso fatto nei mille anni precedenti. Nel 1788 la Francia era la primo posto in Europa come prosperità e progresso, forse superata solo dall’Inghilterra. La Rivoluzione portò una devastazione all’apparato produttivo e culturale tale da creare un crollo economico ed un’arretratezza sociale che determinò la futura supremazia socioeconomica dell’Inghilterra. Durante quei tremendi anni tutta l’élite scientifica e intellettuale fu massacrata, una cricca di furfanti, dai Giacobini ai Girondini, borghesi anticlericali ed anticristiani, attuarono una violenta repressione volta a distruggere il vecchio sistema per imporre il proprio. 

Per poter fare tutto ciò, l’avversario più importante si rilevò essere proprio la Chiesa cattolica e il cristianesimo. Il basso clero era profondamente radicato nella società contadina e rappresentava l’elemento costitutivo primario. Tutto il sistema scolastico e sanitario, ad esempio, era sorretto e curato dall’istituzione ecclesiastica. Ma il pensiero dei rivoluzionari borghesi fu innanzitutto quello di arricchirsi a scapito della povera gente, così cominciarono le confische dei beni del clero, donati alla Chiesa nel corso dei secoli e ciò finì per sopprimere i finanziamenti per le scuole e gli ospedali. Vennero soppressi cinquanta Vescovati, trecento Capitoli e duecento istituzioni religiose. Furono aboliti i Sacri Voti e gli Ordini della Cavalleria, soppresse le Congregazioni Insegnanti, le Accademie, i Collegi, i Seminari. A farne le spese furono persino tutti quegli Istituti che, consacrandosi in nome della carità, si erano dedicati fino ad allora alla cura degli infermi ed al sostegno ai poveri. Anziché eliminare la povertà, con l'incamerare i beni ecclesiastici, la Rivoluzione sprofondò il popolo francese nella più nera miseria. Nacque l’idea che la Chiesa avesse nascosto ricchezze immense ed iniziarono così le distruzioni di conventi ed abbazie, di chiese romaniche e gotiche, come ad esempio il grande scempio della distruzione dell’abbazia di Cluny, tesoro tra i più preziosi dell’intera cultura occidentale. 

Ma il furto ha bisogno della menzogna e della persecuzione perché non fu facile imporre il sopruso alla Chiesa e al popolo. Così nel 1790, per rendere la Chiesa innocua e controllabile fu istituita la costituzione civile del clero, una sorta di Chiesa “fantoccio”, con la trasformazione dei preti in funzionari religiosi di un potere laico. S’impose il giuramento ai preti e ai vescovi, chi si rifiutava veniva massacrato perché “amico” di una potenza straniera, così come era considerato allora il Papa. Molti preti e religiosi, per paura di morire, passarono dalla parte della Rivoluzione, ma tantissimi altri rimasero fedeli alla loro fede e alla Chiesa, solo tre vescovi su centotrenta giurarono per lo Stato rivoluzionario, e per questo, in migliaia, assieme ai loro parenti, furono incarcerati e ghigliottinati, ma anche letteralmente macellati in un’orrida orgia di sangue come negli anni del Terrore (1793-94). Anche il popolo si ribellò per difendere la propria fede e il loro sistema dei valori. In Vandea ci fu il più grosso movimento di protesta contro l’imposizione della guerra e la chiusura delle chiese, ma dopo una guerra civile condotta con una totale sproporzione delle forze in campo, l’esercito rivoluzionario mise in atto un’orrenda strage lucidamente pianificata a tavolino dai vertici rivoluzionari che non risparmiò neppure le donne ed i bambini. Una strage che alcuni storici non esitano a considerarla un vero e proprio genocidio (Reynald Secher, Il genocidio vandeano. Milano, Effedieffe Edizioni, 1991).

La Rivoluzione francese fu il primo radicale tentativo, da parte di una classe politica e sociale, di accaparrarsi tutto il potere annientando il sistema precedente per sostituirlo con il proprio. Non ci furono alcun movimento popolare, né motivazioni di giustizia sociali alla base della rivoluzione, ma la lucida volontà di costruire una società dove è lo Stato l’unica realtà che può raccogliere tutti i valori razionali, culturali ed etici. Per fare questo la marmaglia rivoluzionaria ha dovuto estromettere l’idea di Dio e puntare sui principi “illuministi”, come quelli di Rousseau e Voltaire, di esaltazione dell’individualismo, dell’uomo “senza Dio”, assolutamente autonomo ed autosufficiente che non ha bisogno di alcun riferimento religioso. Per questo la Rivoluzione fu un fenomeno violentemente anticristiano, non è affatto vero che puntò alla separazione della Chiesa dallo Stato, ma la sottomise ad esso, rendendo il clero una categoria di funzionari statali. La confisca dei beni della Chiesa, fatto che generò miseria ed arretratezza, non fu motivata da un’esigenza di ridistribuzione della ricchezza, ma fu una volgare ruberia che finì solo per arricchire la borghesia. 

La Chiesa come popolo di Dio segnava la vita della persona e della società, rivelava una capacità di educazione della persona e di fondazione di rapporti culturali e sociali, la Rivoluzione cercò di spazzare tutto questo sostituendo a Dio una nuova religione, il culto della dea ragione, la sola in grado di garantire "la felicità degli uomini sulla terra" (cfr. "Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino"). La Rivoluzione fu il primo esperimento di “laicismo applicato”, uno Stato che si presenta come capace di totalizzare la società, ossia, uno stato "totalitario". I frutti di tale operazione sono sotto gli occhi di tutti: uno Stato che si ritenne autorizzato a distruggere ed uccidere tutto e tutti e che diede vita al tremendo periodo delle guerre napoleoniche, i cui lutti sconvolsero l’Europa.


Bibliografia

A.Gerard “La rivoluzione francese, miti e interpretazioni”, Mursia, Milano, 1972;
J. Leflon, G. Zaccaria “La crisi rivoluzionaria (1789-1815)” Ed. Paoline, 1976;
D. Menozzi “Cristianesimo e rivoluzione francese”, Queriniana, Bresia, 1977;
P. Chaunu, “La Révolution declassée”, 1989;
F. Furet, “L'eredità della Rivoluzione", tr. it. Laterza Bari 1989;
J. Tulard, J. F. Fayard e A. Fierro “Dizionario storico della Rivoluzione francese”, trad. it., Ponte alle Grazie, Firenze 1989;
R. Secher “Il genocidio vandeano” Milano, Effedieffe Edizioni, 1991.

martedì 14 aprile 2015

Il genocidio negato


In questi giorni sta facendo notizia la polemica a distanza tra la Turchia ed il Vaticano per le parole che Papa Francesco ha pronunciato circa la strage degli armeni perpetrata dall’esercito turco nel 1915. In occasione della messa per il centenario di quella tragedia Papa Bergoglio ha richiamato le coscienze sul fatto che il mondo sta oggi vivendo un periodo di orrende violenze e stragi che possono essere paragonate ai genocidi perpetrati dai nazisti e stalinisti e a quello messo in atto dai turchi nei confronti del popolo armeno. 

Queste parole hanno scatenato le ire della Turchia, la quale ha ritirato il suo ambasciatore dal Vaticano e convocato il Nunzio apostolico ad Ankara. Secondo il governo turco parlare di “genocidio” rappresenta una calunnia perché nessun tribunale internazionale competente lo avrebbe stabilito. Ma le reazioni non finiscono qui, il ministro per gli affari europei, Volkan Bozkir, ha addirittura tacciato il papa di essere filonazista in quanto argentino, il presidente del Parlamento turco, Cemil Cicek, ha parlato di discriminazione politica, razzismo ed incitamento all’odio, anche il gran Mùfti, Mehmet Gormez, ha avuto parole di fuoco contro il papa. Dappertutto, in Turchia, il papa è stato insultato e si è complicata anche la vita dell’esigua comunità cattolica turca, sempre più resa difficoltosa dai soprusi e violenze dei gruppi islamici più oltranzisti. 

Ciò che ha scatenato tale furibonda reazione è stato l’uso della parola “genocidio” in relazione alla strage perpetrata sugli armeni. In Turchia tale uso è addirittura punito per legge al punto che anche alcune personalità turche, come lo scrittore Orhan Pamuk o il giornalista Hrant Dink, sono state per questo incriminate e condannate. La Turchia si ostina a negare che quello del 1915-16 sia stato un genocidio, limitandosi a parlare di “soli” 300mila morti in seguito ad “incidenti” dovuti ad alcune fasi della prima guerra mondiale. Ma la Turchia parla una lingua diversa da quella del resto della comunità internazionale e degli storici. L’Associazione internazionale degli studiosi di genocidi ritiene che gli armeni uccisi furono “oltre un milione“ e, in effetti, l’opinione più largamente diffusa tra gli storici è proprio quella una cifra che si aggira tra il 1.200.000 e 2.000.000 di persone. Purtroppo il governo ottomano di quegli anni, sobillato dal partito ultra nazionalista islamico dei “Giovani Turchi”, decise freddamente di dar luogo ad una vera e propria pulizia etnica decidendo di eliminare tutti i cristiani partendo proprio dagli armeni. Il genocidio armeno fu riconosciuto, nel 1985, dalla sottocommissione dei diritti umani dell’Onu, e nel 1987 dal Parlamento europeo. Tra i Paesi che lo riconoscono c’è anche l’Italia con una risoluzione votata dalla Camera nel novembre del 2000. 

Il papa non ha fatto altro che attenersi alla realtà dei fatti, onorando la memoria di tantissime persone, tra cui anziani, donne e bambini, che hanno pagato con la vita la loro fede cristiana. Il papa ha avuto il coraggio di dire le cose come stanno, e ricordando il genocidio degli Armeni, ha voluto denunciare l’orrenda strage che viene perpetrata nei confronti dei cristiani di tutto il mondo, una strage occultata, ignorata e perfino negata. Eppure tra le accuse che vengono costantemente rivolte alla Chiesa e ai cristiani c’è sempre il solito riferimento alle crociate e anche gli islamici del sedicente califfato “Isis” usano questa retorica per fomentare l’odio contro i cristiani. Ma le crociate sono fatti storici che in pochi veramente conoscono e che vengono troppo spesso strumentalizzati, mentre, invece, sono le violenze perpetrate contro i cristiani ad essere tristemente certe e reali. Solo nel secolo scorso ci sono stati almeno 15 milioni (qualcuno parla anche di 30 milioni) di perseguitati per via della fede cristiana da parte dei regimi atei e della fazione islamica estremista, altro che crociate.

L’ottusa reazione del governo turco non è altro che l’ennesima violenza che viene perpetrata nei confronti dei cristiani, una violenza gratuita ed immotivata, volta solo a negare il diritto di professare la propria fede.

mercoledì 25 marzo 2015

Il Nestorianesimo, un Gesù solo uomo che ospita la divinità.

L’eresia trattata oggi è il Nestorianesimo, un’eresia che nacque nel V secolo e che ebbe un’enorme diffusione, specialmente in Oriente, arrivando fino in India ed addirittura in Cina. Il Nestorianesimo nacque con le migliori intenzioni per combattere l’ancora diffusa e perniciosa eresia ariana proponendo una nuova visione cristologica. 

Questa dottrina prende il nome da Nestorio, un siriano nato a Germanicia attorno al 380-381. Si formò alla scuola di Antiochia che adottava la teologia che parte dall’umanità di Cristo per arrivare alla sua divinità, a differenza di quella Alessandrina che poneva, invece, il Verbo come punto di partenza. Questa formazione di Nestorio svolgerà un ruolo decisivo sullo sviluppo della sua nuova teologia. Egli divenne prima monaco e poi prete ed era molto stimato per la sua spiritualità ed eloquenza. Proprio queste qualità gli accattivarono i favori della corte di Costantinopoli al punto di venire eletto patriarca di Costantinopoli nel 428. Tutto ebbe inizio quando un prete di Costantinopoli, Anastasio, in un’omelia attaccò violentemente il titolo di Theotokos, che la tradizione attribuiva a Maria, la madre di Gesù, cioè il titolo di Madre di Dio. Il popolo ne fu scandalizzato, ma, nella sorpresa generale, il patriarca Nestorio prese le difese di Anastasio, spiegando che Maria non poteva essere la madre di Dio perché lei ha semplicemente generato l’uomo Gesù, mentre non c’entra nulla con il Verbo che si è unito accidentalmente, e solo in seguito, all’umanità di Gesù. 

Per Nestorio, quindi, l’unione delle due nature è avvenuta in Cristo semplicemente per giustapposizione, cioè il Verbo divino si è unito accanto all’uomo Gesù, per cui, in sostanza, esisterebbero due Cristi, quello divino e quello umano. Per Nestorio non esisterebbe l’unione ipostatica, cioè l’unione della natura divina ed umana in Cristo e ciò contraddiceva il dettato niceno sulla consustanzialità. Come risultato di questa giustapposizione delle due nature si ha l’impossibilità, per Nestorio, di considerare Maria la madre di Dio, ma tutt’al più solo la madre di Cristo. Tutto ciò, allora, provocò profonda impressione perché la venerazione di Maria come la madre di Dio apparteneva profondamente alla fede cristiana, fin dalle più antiche tradizioni. A contrastare energicamente la nuova teologia nestoriana fu principalmente Cirillo, il vescovo di Alessandria, che, facendosi il campione della fede, attaccò Nestorio. Per derimere la questione si rivolsero al Papa, che a quell’epoca era Celestino I, il quale attraverso un sinodo, prese le parti di Cirillo condannando Nestorio. A questo punto Nestorio chiamò in causa l’imperatore, Teodosio II, che, deciso a fare chiarezza, convocò un Concilio a Efeso per la Pentecoste del 431 che quell’anno cadeva il 7 giugno. A quella data arrivarono pochissimi vescovi ad Efeso cosicché Cirillo di Alessandria, incaricato dal Papa di presiedere il Concilio, e Memnone, vescovo di Efeso, decisero di rimandare l’inizio del Concilio. Siccome i vescovi convocati tardavano ad arrivare e stavano sopraggiungendo una cinquantina di vescovi siriani favorevoli a Nestorio, il 22 giugno Cirillo diede inizio al Concilio che, senza che ci sia stato un contraddittorio, condannò Nestorio e la sua teologia, riaffermando con forza il credo niceno. Il 24 giugno arrivò ad Efeso Giovanni di Antiochia a capo dei vescovi siriani, partigiani di Nestorio, che contestò l’operato di Cirillo e, per protesta, convocò un nuovo Concilio con cui scomunicò, a sua volta, Cirillo e Memnone. L’imperatore, seccato da tutto questo, avallò le scomuniche dei tre personaggi. A questo punto si verificò un fatto eccezionale, infatti, mentre Nestorio non ebbe alcuna approvazione dal popolo, cioè dalla comunità cristiana di Costantinopoli, al punto che fu subito sostituito e spedito in esilio, prima a Petra e poi nella grande oasi di El Kharga, vicino Tebe, in Egitto, dove morì nel 451, Cirillo fu accolto ad Alessandria come un trionfatore mentre Memnone continuò tranquillamente a guidare la sua diocesi fino alla morte. In pratica fu l’approvazione popolare a stabilire chi avesse ragione ad Efeso. 

Questa vicenda, innanzitutto, ci testimonia la profonda devozione che il popolo cristiano già tributava, nel V secolo, alla figura della Vergine come la madre di Dio. Fu la negazione di questa antichissima tradizione a causare il profondo scandalo che portò alla scomunica del nestorianesimo. Il Concilio di Efeso, benché si svolse in maniera un po’ controversa, in fondo stabilì che Maria è veramente madre di Dio, perché Cristo ha un’unica persona che è la persona divina.

Su questo punto la Scrittura è inequivocabile. Ogni volta che Cristo dice “io”, indica la sua persona, cioè la coscienza di se stesso, è un “io” divino che, però, sostiene anche la natura umana. Così, ad esempio, abbiamo un “io” che compie i miracoli: “Fanciulla, io ti dico, alzati!” (Mc 5, 41) ed un “io” che si stanca, che ha sete, fame. Questo “io” si pone come il nuovo Mosè: “Avete udito che cosa è stato detto agli antichi? Ma io vi dico…”. Eppure Gesù è anche uomo, perché dice che chi non mangerà la sua carne non avrà la vita eterna (Gv 6, 54). E cosa c’è di più umano della carne? Quando lo accusano: “Tu che sei un semplice uomo ti fai Dio?” Lui non nega assolutamente questo, ma risponde: “Se non credete a me, credete alle opere” (Gv 8, 38). 

Alla luce della Scrittura la visione nestoriana di due Cristi, uno figlio di Dio e l’altro di Maria è insostenibile. Nell’annunciazione l’angelo Gabriele dice a Maria che concepirà un figlio. E’ un unico figlio, non due figli (Lc 1, 26-38). E’ l’Emmanuele che vuol dire “Dio con noi”, quindi il figlio della vergine profetizzata da Isaia 7, 10-15, è il Dio con noi e colei che lo ha generato è la madre di Dio.

Bibliografia

Catholic Encyclopedia, Volume I. New York 1907, Robert Appleton Company;
Giovanni Filoramo, D. Menozzi (a cura di), "Storia del Cristianesimo", I, Roma-Bari 1997; 
Potestà, Gian Luca , Vian, Giovanni, Storia del Cristianesimo, Il Mulino, Bologna 2010;
http://it.wikipedia.org/wiki/Concilio_di_Efeso
http://it.wikipedia.org/wiki/Nestorio

lunedì 16 marzo 2015

Je suis Charlie, ma solo se offendi le religioni.

Non c'è stato bisogno di aspettare molto tempo per veder clamorosamente smentita la penosa messa in scena del laicismo internazionale sulla libertà di pensiero e di stampa. "Je suis Charlie" è stato il mantra ripetuto e sbandierato ossessivamente dai laicisti, di tutto si può parlare, tutto si può vituperare. Stranamente, però, la lobby gay internazionale deve appartenere ad un laicismo particolare, infatti se è da considerare come un'espressione di libertà offendere la fede di milioni di persone, lo stesso concetto perde ogni valore se non ci si esprime in modo perfettamente allineato col pensiero gay friendly.   

I due famosi stilisti, tra l'altro dichiaratamente omosessuali, Domenico Dolce e Stefano Gabbana si sono permessi di esprimere una loro convizione facendo la seguente dichiarazione: "La famiglia è quella tradizionale, non ci convincono i bambini sintetici e gli uteri in affitto". Non l'avessero mai fatto! Subito dall'Inghilterra il famoso musicista Elton John, gay dichiarato, sposato con un uomo e che ha adottato due bambini, si è scagliato contro i due stilisti italiani tacciandoli di bigottismo ed ha scatenato contro di loro una vera e propria maledizione lanciando una campagna contro tutti i loro prodotti attraverso l'hashtag #Boycott Dolce e Gabbana. Al cantante inglese si sono uniti molti altri personaggi famosi dello spettacolo e dello sport come Ricky Martin, Courtney Love, Martina Navratilova che hanno appoggiato l'iniziativa di boicottare l'azienda Dolce&Gabbana.

Così come è già successo al povero Barilla, anche gli stilisti Dolce e Gabbana hanno sperimentato sulla loro pelle che significa esercitare l'elementare diritto ad avere una propria personale opinione che, però, non va a genio alla lobby gay: si viene colpiti immediatamente nei propri interessi e di quelli di tantissima gente che lavora per Dolce e Gabbana che, per questo, possono avere pesanti ripercussioni per il loro impiego. E tutto per aver semplicemente espresso un proprio parere personale senza offendere nessuno. Alla faccia di Charlie!     

giovedì 12 marzo 2015

Il concetto di amore per il laicisti.



Qui da noi, in Italia, gli strenui difensori del matrimonio naturale, cioè quello tra una donna ed un uomo, sono continuamente apostrofati dalla propaganda laicista come retrogradi, oscurantisti residuati medioevali. Ora il libero pensiero, l'evoluta mentalità laicista ci martella sul fatto che il concetto di matrimonio è da cambiare, la stessa famiglia ha ormai assunto una nuova concezione. Questa visione deriva da una nuova consapevolezza, la cosiddetta teoria "gender", secondo la quale, senza che la sua validità scientifica sia stata minimamente dimostrata, ognuno è libero di fare ciò che vuole, liberarsi dai vecchi stereotipi, sentirsi a piacimento "donna" o "uomo" ed essere libero di regolarsi di conseguenza. Il mantra sbandierato in modo ossessivo è che "basta amare".

Ma così facendo, non riconoscendo alcuna morale naturale, come sarà possibile mantenere una dirittura, una visione oggettivamente orientata verso un sistema che sia veramente producente per la società umana? Se accettiamo il matrimonio omosessuale in quanto una manifestazione di amore, allora perchè non accettare anche la poligamia? Un uomo sposato con tante donne o viceversa? E se due fratelli si vogliono bene? Perché ancora il tabù dell'incesto? Navigando nello sconfinato mare del web mi sono imbattuto nella notizia di un curioso matrimonio che si è celebrato in Thailandia il 14 febbraio scorso. Si tratta del primo triplo matrimonio omosessuale celebrato al mondo, come è possibile vedere nella foto pubblicata sopra. Ormai non ci si può più meravigliare di niente, senza punti di riferimento diviene tutto possibile e, come al solito, a farne le spese è sempre il soggetto più debole, cioè i bambini ai quali viene negato il diritto ad essere amati, allevati in modo sano e naturale, da una mamma ed un padre. 

Essere liberi non può significare semplicemente esaudire ogni proprio desiderio senza tenere in alcun conto responsabilità e conseguenze, ma operare per il bene, quello che dovrebbe essere oggettivo, cioè costruire col matrimonio un ambiente d'amore adatto a produrre, accogliere e formare la vita. Ma il laicismo da questo orecchio non ci sente, c'è una soluzione per tutto: fecondazione eterologa, eugenetica, affitto dell'utero, possibilità di adozione per le coppie omosessuali, ecc. Ma amare non significa avere tutto, bensì rispettare gli altri. 

 

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venerdì 27 febbraio 2015

Ci mancava anche la predica del Charlie Hebdo.

E' proprio vero: non c'è peggior sordo di chi non vuole sentire, e i redattori del giornaletto satirico francese Charlie Hebdo sono decisamente sordi. Sordi e anche duri di comprendonio. Il Papa, qualche tempo fa, durante il suo viaggio nelle Filippine lo aveva detto forte e chiaro: se non rispetti neppure mia madre il minimo che ti devi aspettare sarà un pugno! Ma loro niente! Hanno ripreso, sbattendo di nuovo Maometto in prima pagina. Il risultato? In risposta all'ennesima vignetta gli estremisti musulmani hanno bruciato l'80% delle chiese cristiane in Niger. Complimenti vivissimi, veramente una bella operazione di satira intelligente ed evoluta.

Ma non finisce qui, ora bisogna sorbirci anche la predica che il giornaletto rivolge al Papa considerandolo un estremista. Nella prima pagina dell'ultimo numero compare un Papa Francesco furente che, assieme alle caricature di un jihadista, di Marine Le Pen e di Nicolas Sarkozy, cerca di assalire un povero cagnetto con una copia del Charlie. L'accusa è chiara: il Papa dovrebbe rileggersi i Vangeli, "perché un buon cristiano non darebbe mai un pugno a chi insulta sua madre, ma porgerebbe l’altra guancia".

A parte il fatto che il Papa quando ha fatto quelle dichiarazioni non parlava assolutamente della reazione che deve avere il cristiano, ma metteva in guardia sul fatto che se si offendono gli affetti più cari è naturale che ciò provochi una reazione violenta e che, quindi, la satira, in previsione di questo fatto, non dovrebbe mai spingersi oltre tali limiti, occorre anche registrare l'ottusità mostrata ancora una volta dai redattori del giornaletto francese che ha causato le recenti violenze in Niger. In questo paese i cristiani rappresentano solo l’1% della popolazione, per il resto musulmana, ma hanno sempre vissuto in armonia, fino all’uscita del numero di Charlie Hebdo con la vignetta su Maometto. "Per i cristiani qui è suonata la sveglia, non sapevamo di avere nemici", spiega Boureima Kimso, capo dell’Alleanza delle chiese evangeliche in Niger.

Queste mezze tacche e parodie di giornalisti satirici, così ottusi ed ignoranti, che non riescono neppure a comprendere il senso dei discorsi del Papa, dovrebbero almeno avere il pudore di evitare di affrontare temi, come l'interpretazione del Vangelo, di cui sono totalmente avulsi. 

mercoledì 11 febbraio 2015

La dignità del corpo umano per il laicismo.


E' di questi giorni la sconcertante notizia dell'intenzione di costituire un piccola zona destinata alla pratica della prostituzione all'interno del quartiere romano dell'Eur. L'iniziativa è partita da un'idea del presidente del IX municipio Andrea Santoro con l'approvazione del sindaco Ignazio Marino, secondo queste "illuminate" menti in questo modo si potrebbero proteggere le prostitute assicurando loro un ambiente più sicuro e controllato. Ma queste argomentazioni non sono sembrate molto convincenti, infatti sia dall'interno dello stesso partito del Sindaco che dal Vaticano, si è subito levato un coro di critiche, persino il Prefetto di Roma ha avvertito che un'operazione del genere potrebbe costituire un favoreggiamento della prostituzione. In un bell'articolo comparso ieri sul Corriere della Sera la scrittrice Dacia Maraini ha ribadito che "non servono ghetti, ma lezioni a scuola".

Sempre restando in un'ottica laica, anch'io ritengo totalmente assurda un'idea del genere e trovo avvilente l'incredibile incompetenza del Sindaco Marino, e della sua Giunta, che s'illudono di poter replicare modelli nord europei ignorando la profonda differenza tra le due situazioni. I famosi quartieri a luci rosse di città come Amsterdam, Copenaghen o Amburgo riguardano la prostituzione intesa come un vero e proprio mestiere, esercitato da libere professioniste, ma a Roma, e del resto in tutta Italia, la prostituzione è un triste fenomeno di prevaricazione e violenza. Nella stragrande maggioranza dei casi queste donne sono attirate in Italia con la scusa di un lavoro e poi costrette con la forza a prostituirsi. In moltissimi casi si tratta di vera e propria riduzione in schiavitù. Possibile che la Giunta Marino non sappia queste cose?

Il cinismo esasperato di questa classe politica dirigente romana è deprimente e frutto più tipico della visione laicista della persona umana. La donna, in fondo, è una cosa e il suo corpo un oggetto come un'altro. Un guasto tipico del laicismo è proprio quello di svuotare la vita umana, ed in particolare il corpo umano, della sua sacralità. In una società dove è possibile uccidere la vita nel grembo della madre, dove è ritenuto normale considerare l'embrione umano un oggetto qualunque, dove vengono calpestati i diritti dei più deboli, dei bambini che non possono difendersi, non c'è da meravigliarsi se si considera normale avallare le situazioni di schiavitù in cui sono costrette centinaia di povere disgraziate. 

Occorrerebbe, invece, recuperare questo senso del sacro, dell'inviolabilità della vita umana, educare i giovani al rispetto della dignità umana, da questo discenderebbe tutta una serie di benefici, tra i quali quella di tirar su una nuova generazione che non consideri più come una cosa normale acquistare il corpo di una donna disperata per il proprio piacere.

martedì 3 febbraio 2015

L'infallibilità papale: assurdità cattolica?

Nel 1870, a Roma, durante la prima fase del Concilio Vaticano I, presieduto dal papa di allora Pio IX (nella foto accanto), fu votato ed approvato il dogma dell’infallibilità papale. Praticamente si stabilì che quando il Papa parla ex cathedra, cioè come pastore universale della Chiesa, non può sbagliare.

Tra tutti i dogmi della Chiesa Cattolica questo è certamente quello che tra i laici e i non cattolici suscita più resistenze e perplessità. Anche molti teologi, come il russo Kireev e lo svizzero Küng, hanno posizioni fortemente critiche verso questo dogma. Ovviamente non può mancare anche la becera critica del mondo laicista che, ignorando il significato preciso e la natura di questo dogma, rinfaccia ai cattolici ogni discutibile operato e dichiarazione dei vari papi, spacciandoli per prove dell’inconsistenza del dogma. 

La definizione esatta del dogma dell’infallibilità papale riportata dalla costituzione dogmatica Pastor Aeternus del 1870 stabilisce precisamente i confini di tale infallibilità: il Papa deve sancire come supremo Pastore universale della Chiesa, deve insegnare a tutta la Chiesa, deve esplicitamente far intendere che sta confermando con atto definitivo una dottrina di fede e di morale e che la materia su cui si esercita il carisma dell’infallibilità è esclusivamente la fede e la morale. Da ciò ne deriva il fatto che il Papa e la Chiesa non sono affatto esenti da imperfezioni o debolezze in campo morale. La Chiesa. Infatti, ha sempre riconosciuto che nella lunga storia del Papato vi sono stati pontefici dal comportamento morale molto discutibile. 


Contrariamente a quanto affermano le confessioni cristiane non cattoliche, questo dogma, come del resto tutti gli altri, ha la sua base scritturale. Nel Vangelo, infatti, leggiamo che Cristo fondò la sua Chiesa sull’apostolo Pietro: “Tu sei Pietro e su di te edificherò la mia Chiesa” (Mt 16, 18). Questo significa che se Pietro potesse cadere in errore in materia di fede o di morale, ciò significherebbe che Cristo avrebbe edificato la sua Chiesa, che ha il compito di conservare il bagaglio della fede e della morale, sull’errore. E questo è inammissibile essendo Cristo Dio. Siccome anche i successori di Pietro, i vescovi di Roma, hanno lo stesso ruolo di Pietro, valgono le stesse considerazioni. Non è da sottovalutare anche il fatto che l’infallibilità del Papa è stata riconosciuta in varie occasioni in epoca antica. Nel 110 Ignazio, vescovo di Antiochia, morto martire a Roma, afferma chiaramente che i cristiani di quella città “sono puri da ogni estranea macchia” intendendo con questo l’infallibilità della Chiesa di Roma. Convinzione propria anche del vescovo di Lione, Ireneo, che, sempre nel II secolo, afferma che con la Chiesa di Roma deve accordarsi ogni altra Chiesa in quanto in essa è conservata la fede apostolica. Nel III secolo tale convinzione nell’infallibilità della Chiesa di Roma, e quindi nel suo vescovo, è attestata in Cipriano, vescovo di Cartagine, secondo il quale nella Chiesa di Roma non può albergare l’errore. 


Eppure tutto ciò sembra non bastare e molti avversari del dogma, per dimostrare la sua falsità, citano casi storici in cui le decisioni prese dai Papi non sono state oggettivamente infallibili. Generalmente vengono citati i casi dei Papi Liberio (352-366), Onorio I (625-638) e Giovanni XXII (1316-34). 


Papa Liberio fu coinvolto nella crisi ariana e non si comportò in modo eroico come fece Sant’Atanasio o Sant’Ilario di Poitiers, ma si trovò frastornato in mezzo ad una quarantina di formule teologiche dove la presenza o l’assenza di un solo “iota” (omooùsios, omoioùsios), la presenza o l’assenza di un ”alfa” (anòmois, òmois) creavano difficoltà apparentemente insormontabili, inoltre Liberio fu anche condannato all’esilio dall’imperatore di allora, Costanzo II, che era ariano. Fu così che per stanchezza e per desiderio di pace, con la promessa di poter far ritorno a Roma, che il Papa si adattò a firmare una formula elaborata a Sirmio da Basilio di Ancira che respingeva l’”omoùsios” del Concilio di Nicea. Tale formula fu, però, sicuramente antiariana, infatti a Sirmio vennero condannati gli anomèi, cioè gli ariani puri. Questo caso, quindi, non può essere classificato come un errore teologico del Papa e, così, essere considerato come una prova della falsità del dogma dell’infallibilità. Il Papa non poté esprimersi liberamente ed in una condizione “ex cathedra” ed agì diplomaticamente, sempre sotto la minaccia della continuazione dell’esilio. 



Il caso di Onorio I (che abbiamo già visto) fu certamente più grave in quanto si ebbe addirittura una sua condanna come eretico nel VI concilio ecumenico, il III di Costantinopoli, nel 681. La sua vicenda fu considerata dagli oppositori dell’infallibilità papale al Concilio Vaticano I, come la principale difficoltà storica. Ma anche in questo caso il favore concesso da Onorio a Sergio, patriarca di Costantinopoli nel VII secolo fautore del monotelismo, fu pesantemente influenzato dall’ingerenza dell’imperatore e, nonostante questo, il papa si mantenne sempre nell’ortodossia negando che in Cristo coabitassero due volontà contrarie. D’altra parte lo stesso Massimo il Confessore, monaco martire, grande avversario del monotelismo, difese sempre la memoria di Onorio ritenendo che la lettera del Papa a Sergio, del 634, si preoccupò essenzialmente di ciò che andava negato, ossia l’esistenza di due volontà contrarie in Cristo. Per questo nel 682 Papa Leone II conferma la condanna di Onorio I, ma ammettendone la negligenza, non l’eresia. Inoltre questa famosa lettera fu indirizzata da Onorio solo al patriarca Sergio e non a tutti gli altri patriarchi, non rivestendo, così, un carattere di universalità, requisito indispensabile per poter parlare di infallibilità papale.

Infine il caso di Papa Giovanni XXII che intervenne nella discussione teologica della visione beatifica delle anime dei giusti. Il Pontefice, un abile amministratore, ma pessimo teologo, abituato a prendere le questioni di petto, senza troppe riflessioni, affermò che tale visione si gode solo dopo il giudizio universale e non subito dopo la propria morte. Subissato dalle critiche, si affrettò a cambiare opinione. Si trattò, quindi, di una sua semplice opinione personale, non di un’espressione “ex cathedra”. Niente a che vedere con l’infallibilità papale. 
In nessuno di questi tre casi si riscontrano le circostanze per parlare di infallibilità papale per come è stata definita dal Concilio Vaticano I che, come abbiamo visto, è caratterizzata esclusivamente da una esplicita presa di posizione, solenne ed autoritaria, rivolta a tutta la Chiesa in materia di fede e morale. 

Tutto ciò implica il fatto che il Papa, come qualsiasi altra persona, alle prese con le difficoltà, può avere delle esitazioni ed incorrere in veri e propri sbagli, la sua infallibilità riguarda solamente un ambito molto preciso e ristretto ed è, storicamente, un avvenimento assai raro. E’ significativo constatare che se è vero che i Papi si sono talvolta sbagliati, si sono anche subito corretti e che la Chiesa di Roma è l’unica che può vantare il fatto di non essere mai incorsa in contraddizioni in materia di fede e morale. Non è possibile addurre alcun esempio di Papi che abbiano determinato e propagato l’errore con ostinazione. In questi due millenni di vita i Papi ebbero la possibilità di piegare la scrittura ai loro fini cercando di edulcorarla per giustificare le loro azioni, ma non lo hanno mai fatto. Papi tremendi come Bonifacio VIII, Giulio II o Alessandro IV si sono sempre astenuti da pronunciamenti dogmatici “ex cattedra”. E’ difficile non cogliere, in questo sorprendente dato di fatto, la realizzazione delle profetiche parole di Gesù nel vangelo: “E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa“ (Mt 16, 18). 



Bibliografia


AAVV “Enciclopedia del papato”, Ed. Paoline, 1964; 
G.R. Palanque, G. Bardy, G.D. Gordini “Dalla pace costantiniana alla morte di Teodosio (313-395)", Ed. Paoline, 1972; 

Infallibile? Rahner, Congar, Sartori, Ratzinger, Schnackenburg e altri specialisti contro Hans Küng”, Ed. Paoline, 1973; 

G.B. Sala “Infallibile? Una risposta” Ed. Paoline, 1973; 

http://it.cathopedia.org/wiki/Infallibilit%C3%A0_pontificia

mercoledì 28 gennaio 2015

La dittatura laicista impone l'eterologa.


"La fecondazione eterologa sarà inserita nei livelli essenziali di assistenza (Lea) in sede di prossimo aggiornamento". Questa è una delle intenzioni che ha espresso il ministro della salute, Beatrice Lorenzin, in audizione in commissione Affari sociali alla Camera. Il ministro ha anche aggiunto che verrà destinata una "quota del Fondo sanitario nazionale per permettere la procreazione assistita eterologa nei centri pubblici".

Ora, dopo la famosa sentenza della Corte Costituzionale, che ha reso illegittima la proibizione della fecondazione eterologa prevista da una legge, la 40/2004, espressione della libera volontà popolare, abbiamo anche un ministro che ignorando l'importante confronto parlamentare che deve necessariamente interessare un tema di tale portata, la vuole bellamente imporre proponendo unilateralmente tutta una serie di discutibili regole senza che abbiano un minimo di validazione scientifica.

La fecondazione eterologa appare come una pratica sbagliata dal punto di vista scientifico, ma soprattutto da quello etico, dove spicca il problema della deriva eugenetica ed il mancato riconoscimento dei diritti del nascituro. Ciò determina una molteplicità di posizioni, tra le quali quella di tantissime persone, di cittadini, che non sono affatto favorevoli a finanziare con le loro tasse una pratica che ritengono eticamente inaccettabile. 

Tutto ciò non fa che configurare l'ennesimo atto prevaricatore e dittatoriale del laicismo imperante nel nostro Paese che si fa beffe del confronto democratico. Un Paese ormai dove i valori fondamentali stanno diventando relativi, meno, ovviamente, il potere di istituzioni, non più laiche, ma laiciste, come quelle giudiziarie ed esecutive, che piegano tutto alle loro opinabili scelte ideologiche.

venerdì 23 gennaio 2015

Papa Francesco non porge l'altra guancia?

Qualche giorno fa, nel viaggio tra lo Sri Lanka e le Filippine, durante la sua visita pastorale in Asia, sollecitato dai giornalisti, il Papa ha così risposto alle domande sul tema del dialogo interreligioso e dei rapporti tra le fedi, con particolare riferimento alla strage al settimanale francese Charlie Hebdo: "Ognuno ha il diritto di praticare la propria religione senza offendere, liberamente, e così dobbiamo fare tutti. Non si può offendere o fare la guerra o uccidere in nome della propria religione, cioè in nome di Dio", e riguardo alla libertà di espressione: "Ognuno non solo ha la libertà, ha il diritto e anche l’obbligo di dire quello che pensa per aiutare il bene comune. L’obbligo! Se un deputato, un senatore non dice quella che pensa sia la vera strada, non collabora al bene comune. Abbiamo l’obbligo di parlare apertamente. Avere questa libertà, ma senza offendere. E vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri, che è un amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, lo aspetta un pugno! Ma è normale! Non si può provocare. Non si può insultare la fede degli altri. Non si può prendere in giro la fede".

Ovviamente da parte laicista si è immediatamente levato un coro di critiche e di ironici commenti.  Secondo questi illuminati pareri, con la teoria del pugno dato a chi offende la mamma, il Papa avrebbe in pratica giustificato le reazioni violente, con buona pace del vangelo che insegna a costruire la pace e soprattutto a perdonare. Le affermazioni del Papa hanno suscitato grandi polemiche sui media, dai social, sui giornali fino alle televisioni  e si è arrivati addirittura a chiedersi se le affermazioni del Papa non siano state, seppur involontariamente, un sostegno ai jihadisti. 

Possibile che un Papa possa così discostarsi da ciò che insegna il vangelo? E' credibile il fatto che la massima guida spirituale cattolica, il Vicario di Cristo in terra, giustifichi la violenza? Ovviamente non è così, il Papa ha più volte affermato, con forza, che è un'aberrazione uccidere in nome di Dio. Il Papa non stava indicando come deve comportarsi un cristiano di fronte alle offese, ma si riferiva al fatto che anche la libertà di espressione ha un limite, quello che coincide col diritto di non sentirsi offesi. L'offesa e il vituperio non sono manifestazioni della libertà di espressione, ma sopraffazione, mancanza di rispetto per l'altro, in sintesi, una vera e propria violenza. Il Papa, quindi, ci vuole dire che la violenza porta solo altra violenza e che è un fatto naturale aspettarsi violenza se noi, per primi, abbiamo fatto violenza. Tutto ciò, ovviamente, non scusa in alcun modo il vile attentato ai giornalisti francesi, ma è anche vero che continuando ad offendere non si può pretendere che ciò possa avvenire in modo indolore. Alla luce di ciò appare pretestuoso e fuori tema accostare a tali concetti l'insegnamento evangelico del "porgi l'altra guancia" e del perdono cristiano. Il cristiano sa bene che per interrompere la spirale della violenza, l'unica soluzione è quella del perdono che nasce dall'amore che si nutre per l'altro. Il Papa stava solo ammonendo sul fatto che chi semina vento raccoglie tempesta. Il comportamento del cristiano resta sempre quello dettato dalla logica del perdono. 

I laicisti, sempre pronti a rinfacciare ai cristiani una supposta incoerenza col vangelo, dovrebbero capire che porgere l'altra guancia non significa avallare la violenza comportandosi da povere vittime. Il cristiano deve sempre percorrere le vie della giustizia, anche il pacifico Gesù, infatti, non subì supinamente il colpo infertogli dal servo del Sommo Sacerdote, ma ne chiese la motivazione (Gv18, 23). Porgere l'altra guancia, quindi, significa costruire la pace anteponendo il perdono alla vendetta, ma sempre condannando l'ingiustizia. Così, di fronte al vilipendio del sacro operato dalla rivista satirica francese, occorre certamente perdonare l'offesa, ma rimarcare e denunciare l'errore.