mercoledì 28 gennaio 2015

La dittatura laicista impone l'eterologa.


"La fecondazione eterologa sarà inserita nei livelli essenziali di assistenza (Lea) in sede di prossimo aggiornamento". Questa è una delle intenzioni che ha espresso il ministro della salute, Beatrice Lorenzin, in audizione in commissione Affari sociali alla Camera. Il ministro ha anche aggiunto che verrà destinata una "quota del Fondo sanitario nazionale per permettere la procreazione assistita eterologa nei centri pubblici".

Ora, dopo la famosa sentenza della Corte Costituzionale, che ha reso illegittima la proibizione della fecondazione eterologa prevista da una legge, la 40/2004, espressione della libera volontà popolare, abbiamo anche un ministro che ignorando l'importante confronto parlamentare che deve necessariamente interessare un tema di tale portata, la vuole bellamente imporre proponendo unilateralmente tutta una serie di discutibili regole senza che abbiano un minimo di validazione scientifica.

La fecondazione eterologa appare come una pratica sbagliata dal punto di vista scientifico, ma soprattutto da quello etico, dove spicca il problema della deriva eugenetica ed il mancato riconoscimento dei diritti del nascituro. Ciò determina una molteplicità di posizioni, tra le quali quella di tantissime persone, di cittadini, che non sono affatto favorevoli a finanziare con le loro tasse una pratica che ritengono eticamente inaccettabile. 

Tutto ciò non fa che configurare l'ennesimo atto prevaricatore e dittatoriale del laicismo imperante nel nostro Paese che si fa beffe del confronto democratico. Un Paese ormai dove i valori fondamentali stanno diventando relativi, meno, ovviamente, il potere di istituzioni, non più laiche, ma laiciste, come quelle giudiziarie ed esecutive, che piegano tutto alle loro opinabili scelte ideologiche.

venerdì 23 gennaio 2015

Papa Francesco non porge l'altra guancia?

Qualche giorno fa, nel viaggio tra lo Sri Lanka e le Filippine, durante la sua visita pastorale in Asia, sollecitato dai giornalisti, il Papa ha così risposto alle domande sul tema del dialogo interreligioso e dei rapporti tra le fedi, con particolare riferimento alla strage al settimanale francese Charlie Hebdo: "Ognuno ha il diritto di praticare la propria religione senza offendere, liberamente, e così dobbiamo fare tutti. Non si può offendere o fare la guerra o uccidere in nome della propria religione, cioè in nome di Dio", e riguardo alla libertà di espressione: "Ognuno non solo ha la libertà, ha il diritto e anche l’obbligo di dire quello che pensa per aiutare il bene comune. L’obbligo! Se un deputato, un senatore non dice quella che pensa sia la vera strada, non collabora al bene comune. Abbiamo l’obbligo di parlare apertamente. Avere questa libertà, ma senza offendere. E vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri, che è un amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, lo aspetta un pugno! Ma è normale! Non si può provocare. Non si può insultare la fede degli altri. Non si può prendere in giro la fede".

Ovviamente da parte laicista si è immediatamente levato un coro di critiche e di ironici commenti.  Secondo questi illuminati pareri, con la teoria del pugno dato a chi offende la mamma, il Papa avrebbe in pratica giustificato le reazioni violente, con buona pace del vangelo che insegna a costruire la pace e soprattutto a perdonare. Le affermazioni del Papa hanno suscitato grandi polemiche sui media, dai social, sui giornali fino alle televisioni  e si è arrivati addirittura a chiedersi se le affermazioni del Papa non siano state, seppur involontariamente, un sostegno ai jihadisti. 

Possibile che un Papa possa così discostarsi da ciò che insegna il vangelo? E' credibile il fatto che la massima guida spirituale cattolica, il Vicario di Cristo in terra, giustifichi la violenza? Ovviamente non è così, il Papa ha più volte affermato, con forza, che è un'aberrazione uccidere in nome di Dio. Il Papa non stava indicando come deve comportarsi un cristiano di fronte alle offese, ma si riferiva al fatto che anche la libertà di espressione ha un limite, quello che coincide col diritto di non sentirsi offesi. L'offesa e il vituperio non sono manifestazioni della libertà di espressione, ma sopraffazione, mancanza di rispetto per l'altro, in sintesi, una vera e propria violenza. Il Papa, quindi, ci vuole dire che la violenza porta solo altra violenza e che è un fatto naturale aspettarsi violenza se noi, per primi, abbiamo fatto violenza. Tutto ciò, ovviamente, non scusa in alcun modo il vile attentato ai giornalisti francesi, ma è anche vero che continuando ad offendere non si può pretendere che ciò possa avvenire in modo indolore. Alla luce di ciò appare pretestuoso e fuori tema accostare a tali concetti l'insegnamento evangelico del "porgi l'altra guancia" e del perdono cristiano. Il cristiano sa bene che per interrompere la spirale della violenza, l'unica soluzione è quella del perdono che nasce dall'amore che si nutre per l'altro. Il Papa stava solo ammonendo sul fatto che chi semina vento raccoglie tempesta. Il comportamento del cristiano resta sempre quello dettato dalla logica del perdono. 

I laicisti, sempre pronti a rinfacciare ai cristiani una supposta incoerenza col vangelo, dovrebbero capire che porgere l'altra guancia non significa avallare la violenza comportandosi da povere vittime. Il cristiano deve sempre percorrere le vie della giustizia, anche il pacifico Gesù, infatti, non subì supinamente il colpo infertogli dal servo del Sommo Sacerdote, ma ne chiese la motivazione (Gv18, 23). Porgere l'altra guancia, quindi, significa costruire la pace anteponendo il perdono alla vendetta, ma sempre condannando l'ingiustizia. Così, di fronte al vilipendio del sacro operato dalla rivista satirica francese, occorre certamente perdonare l'offesa, ma rimarcare e denunciare l'errore. 




sabato 17 gennaio 2015

La "libertà" laicista di ironizzare.


Un'altra "perla" del laicismo ci viene generosamente elargita dalla Francia: a seguito delle dichiarazione del Papa che hanno condannato l'offesa alle religioni, il ministro della Giustizia, Christiane Taubira, durante la celebrazioni delle esequie di uno dei vignettisti uccisi nell'attentato terroristico, ha dichiarato che la Francia è il Paese "di Voltaire e dell'irriverenza, abbiamo il diritto di ironizzare su tutte le religioni" e ancora: "Possiamo disegnare tutto, incluso il Profeta".

E così, dopo i preconcetti anticattolici del ministro dell’istruzione, Vincent Peillon, la considerazione dell'aborto come sistema di regolazione delle nascite da parte del ministro degli affari sociali e della Salute, Najat-Belkacem, la legge contro l'esposizione personale di simboli religiosi nelle scuole, l'intenzione di impedire la possibilità della obiezione di coscienza per i medici contrari all'aborto, ora abbiamo anche il via libera al dileggio delle religioni.

E così in Francia, il paese dell'irriverenza, tutto, comprese perfino le religioni, può essere dileggiato ed oltraggiato. Ma sarà davvero come dice la ministra? Davvero in Francia si può offendere, ad esempio, la bandiera francese? Oppure ritrarre in pose sconvenienti la "Marianne"? Io non credo. In Francia è tutelata l'irriverenza? Allora perché il comico Dieudunné, per l'irriverente atto di aggiungere il nome "Coulibaly" al "Je suis Charlie", è finito in carcere per apologia di terrorismo? La ministra usa il termine "ironizzare", ma la rivista satirica francese non si rivolge contro le religioni semplicemente ironizzando, ma esprime il suo livore attraverso vignette altamente volgari piene di ogni turpitudine. In realtà quello della ministra francese è un vero e proprio pregiudizio laicista contro le religioni, pronto a giustificare ogni nefandazza nei confronti del sentimento religioso calpestando il diritto, quello vero, di non essere offesi e dileggiati. L'offesa, il dileggio, il vilipendio non sono epressioni di libertà, ma di violenza e prevaricazione. Una satira non deve mai far uso di tali mezzi, perché, altrimenti, perderebbe di vista il suo scopo che è quello di far ragionare, non di dividere e creare i presupposti della guerra. 

Purtroppo il laicismo non si pone tali obiettivi, deve assolutamente eliminare ogni religione, e quindi ogni morale, per poter imporre la sua non-morale a danno delle persone più deboli spacciandola per "illuminato" progresso. A proposito di illuminismo, è curioso constatare che nel giustificare l'offesa alla religione, la ministra francese chiama in causa la figura tanto cara ai laicisti dell'illuminista francese Voltaire, senza ricordare, però, che se fosse dipeso da lui, le persone come lei starebbero ancora con la catena al collo.



venerdì 9 gennaio 2015

Anch'io non sono Charlie

Lo spaventoso, crudele, efferato attentato di Parigi alla redazione della rivista di satira Charlie Hedbo, oltre a provocare lo sdegno e l'orrore generale, è stato anche occasione per alimentare una polemica tra coloro che pensano che la satira possa permettersi di tutto e coloro che reputano giusta l'esistenza di un limite. Ovviamente la terribile violenza messa in atto dagli islamisti è pura follia che condanno senza riserve, ma possiamo considerare questa violenza come un attentato al diritto di satira?

La satira, per sua natura, dev'essere graffiante, forte, fastidiosa, perché ha lo scopo dichiarato di colpire e denunciare. Ma a quale fine deve tendere? Costruire o distruggere? Offendere o far ragionare? Le vignette della rivista francese sono orrende e molto volgari, sfacciatamente blasfeme, senza un minimo di rispetto per la fede di miliardi di persone. Non denunciano scandali o malefatte, ma umiliano e sbeffeggiano le più intime convinzioni dell'animo umano. 

In questi giorni i media ci hanno parlato di attentato al diritto di stampa, alla libertà di espressione, di un attacco a tutto l'Occidente. Per solidarietà molti si sono schierati con la rivista francese autodefinendosi "io sono Charlie". Io non credo che vituperare e ridicolizzare la fede religiosa di chiunque sia un'espressione di libertà. Io penso che in questa vicenda occorra piuttosto pregare per le povere vittime e condannare l'ottusità di un certo Islam ancora ancorato ad antiche logiche di terrore e vendetta.

La violenza dev'essere condannata sempre, anche quando non è perpetrata con i kalashnikov. Per questo, come molti altri "anch'io non sono Charlie".

mercoledì 31 dicembre 2014

Buon 2015!!!


La fine dell'anno quasi coincide con l'anniversario della nascita del mio blog che vide, infatti, la pubblicazione del suo primo post il 27 dicembre del 2011. Sono, quindi, tre anni che scrivo sulla rete e devo dire di non essermi ancora stancato. La mia "piccola" missione resta sempre quella di intervenire in difesa della mia fede religiosa dagli attacchi del laicismo prevaricatore che con menzogne e prepotenza cerca di minare le basi del cristianesimo e del pensare cristiano e cattolico. Ovviamente non è stata e non sarà mai una difesa "tout court", fare apologetica non significa non guardare in faccia alla realtà, ma cercare di capire, con onestà e senza pregiudizi, come storicamente siano andate effettivamente le cose.


Il blog continua ad essere discretamente letto, o solo semplicemente visitato, anche se si è avuta una certa flessione, del 3,5%, registrando circa 16800 visite ed anche per i commenti (680), con un 30% in meno. Ma sono dati che riporto unicamente per statistica, a me interessa solamente essere una voce cristiana leale ed onesta alternativa alla malainformazione laicista. 

Non mi resta ora che augurare a tutti i lettori del blog un sereno e felice anno nuovo!!!
 

venerdì 19 dicembre 2014

Le contraddizioni laiciste sull'embrione



Ieri la Corte di Giustizia Europea, con una sentenza, ha stabilito che un ovulo umano non fecondato non è un embrione perché non ha la capacità intrinseca di svilupparsi in un essere umano. Questa decisione ribalta una sentenza del 2011 che aveva vietato la brevettabilità delle invenzioni biotecnologiche che prevedono l'utilizzazione di embrioni umani, anche quelli derivati per partenogenesi, a fini industriali o commerciali. Secondo la Corte di Giustizia, invece, un ovulo attivato per partenogenesi, che abbia iniziato un processo di sviluppo, non va considerato come un embrione umano.

Alla fine ci siamo arrivati, adesso anche il materiale umano, all'origine della vita, è ridotto alla stregua di una merce che può essere brevettata ed avviata alla commercializzazione, oggetto di compravendita. Certamente un ovulo non fecondato non costituisce ancora un individuo umano, ma questa sentenza non è altro che un nuovo passo verso un sistema di pensiero unico in cui la vita umana non è più considerata un valore fondamentale e che renderà accettabile e legale la possibilità del suo commercio. D'altronde questa folle visione laicista non fa altro che considerare la commercializzazione degli ovuli come la logica conseguenza dell'affitto degli uteri, un piano inclinato che non potrà non condurci verso la catastrofe. 

La Corte Europea si aggrappa al puerile pretesto che l'ovulo non fecondato non può ritenersi un embrione, in modo da rendere accettabile la sua commercializzazione. Peccato, però che tale "delicatezza" non risparmi all'embrione umano ben altre sciagure. E' una contraddizione tragicamente ridicola, tipicamente laicista, di considerare moralmente inaccettabile la commercializzazione dell'embrione, ma tranquillamente accettabile la sua uccisione con l'aborto.

martedì 9 dicembre 2014

La "rieducazione" laicista.


barilla-scuse
Vi ricordate la vicenda che l'anno scorso vide l'azienda alimentare Barilla al centro di una furiosa polemica con il mondo delle associazioni gay? Il povero Guido Barilla, per aver solamente esercitato una scelta imprenditoriale aziendale, senza offendere nessuno, subì un pesante attacco mediatico seguito da un boicottaggio selvaggio di tutti i suoi prodotti al punto che fu costretto a ritrattare ogni sua affermazione e a porgere umilianti scuse.
E' passato solo un anno, ma la situazione è ora completamente cambiata al punto che l'azienda emiliana ha ottenuto il massimo del punteggio nella classifica delle imprese "gay-friendly" stilata da Human Rights Campaign. La notizia è stata commentata anche dal Washington Post che ha sottolineato la profonda trasformazione: "Da paria a testimonial dei diritti gay".
La Barilla ha fatto una marcia indietro radicale non limitandosi solo alle scuse, ma concedendo benefit sanitari per i dipendenti transgender ed omosessuali e sostenendo la causa dei diritti gay. La "rieducazione"della Barilla imposta dal boicottaggio organizzato dal movimento Lgbt internazionale ha funzionato alla perfezione ed ora l'azienda italiana è stata doverosamente gratificata. Tutto ciò dimostra, ancora una volta, come la lobby gay internazionale ormai controlli pesantemente il mercato globale e come siano posizioni "tossiche" tutte quelle non ostentatamente "gay-friendly". I boicottaggi messi in atto dalla lobby gay sono in grado di coinvolgere gran parte dell'opinione pubblica mondiale risultando delle operazioni devastanti capaci di danneggiare pesantemente l'immagine pubblica di una società distruggendo, così, la loro reputazione. Tutto ciò, alla fine, si traduce in un danno economico che nessuna azienda è in grado di sopportare. 

C'è poco da fare: o ci si allinea col pensiero dominante, oppure si viene eliminati. E' questo il modo di procedere del laicismo.




domenica 30 novembre 2014

Magistero e potere politico: l'insidia del monotelismo.


Una critica frequente che viene espressa alla figura evangelica di Gesù è quella di, in fondo, non aver fatto niente di eccezionale: Gesù, essendo Dio, poteva avere tranquillamente la forza di sopportare la passione e permettersi senza tanto sforzo di sovvertire la società ebraica del suo tempo. Questa critica si basa essenzialmente sulla negazione della piena umanità del Cristo. Questa critica non è certo una novità, infatti già nei primi secoli dell’era cristiana questa convinzione fu propria di molte eresie, come quella del monotelismo, molto simile all’apollinarismo che abbiamo visto recentemente.

Il monotelismo fu una eresia che si sviluppò a più riprese in Oriente, agli inizi del settimo secolo, e che aveva come carattere distintivo la negazione della piena umanità del Cristo. Secondo questa eresia in Cristo ci sarebbe stata una sola attività dipendente dalla persona che è divina, quindi ci sarebbe stata solo l’attività divina dovuta da una volontà divina. Risultava difficile concepire la piena umanità del Cristo e, quindi, la presenza del peccato, con la sua santità divina. L’impeccabilità di Cristo non sarebbe tutelata se si fossero avute due volontà, umana e divina, perché una di queste potrebbe essere indipendente dall’altra ed impedire l’unità di Cristo e, di conseguenza, la sua santità.

Questi modi di pensare erano fatti con le migliori intenzioni per conciliare le visioni opposte nel campo teologico di allora. Furono essenzialmente dei tentativi di trovare un compromesso tra il monofisismo, che vedremo più avanti, che ancora si trascinava e l’ortodosso difisismo proclamato nel concilio di Calcedonia del 451. Come iniziatore di questo movimento è ricordato Sergio, patriarca di Costantinopoli dal 610 al 638, che parla di attività “energheia”, e non di natura, in Cristo. Per Sergio, Cristo ha una sola attività, quindi, pur avendo due nature, umana e divina, è sempre lo stesso “Logos” che opera attraverso una sola attività.

A partire dal 633 Sergio fu avversato da Sofronio, patriarca di Gerusalemme, e, soprattutto, da un monaco chiamato Massimo il confessore, uno dei grandi padri della Chiesa orientale. Come è sempre stato in uso nella cristianità, per prevalere su tali opposizioni, Sergio cercò l'accordo col vescovo di Roma, papa Onorio, che, preoccupato dalla piega troppo polemica che andava assumendo la questione, per amore della pace, optò per una soluzione di compromesso dando ragione a Sergio pur riconoscendo l’ortodossia di Sofronio. Questa approvazione di Onorio a Sergio, un eretico che sarà condannato dal terzo concilio di Costantinopoli nel 680, divenne, in seguito, l’argomento principale di coloro che si opposero al dogma dell’infallibilità papale formulato nel Concilio Vaticano I del 1870. In realtà non ci fu l'avallo di nessuna posizione eretica, la posizione di papa Onorio fu pienamente ortodossa, così come spiega teologicamente il suo successore papa Giovanni IV nel 641 nella lettera indirizzata all’imperatore “Apologia pro Honorio papa”. La risposta accondiscendente di papa Onorio a Sergio fu dovuta essenzialmente al fatto che a prendere le parti di quest’ultimo fu l’imperatore in persona, Eraclio, che per tenere unito il suo impero diviso tra ortodossi calcedoniani e monofisiti aveva pensato alla soluzione a metà strada di Sergio. L’imperatore, con due editti, tra i quali l’Ektesis del 638 scritto dallo stesso Sergio, aveva imposto che Cristo dovesse avere una sola volontà chiamata “ipostatica”. Anche il successore di Eraclio, Costante II, fu dello stesso avviso con un editto dello stesso tono chiamato “Typos”. La risposta di Onorio fu, quindi, pesantemente influenzata dall’ingerenza dell’imperatore e non può essere utilizzata per negare il dogma dell’infallibilità.

La Chiesa di Roma, visto il perdurare di questa posizione eretica da parte dell’imperatore, così come si era pronunciata contro il monotelismo nel 641 con papa Giovanni IV, ribadisce la sua posizione nel 649 quando papa Martino I, con un Concilio convocato in Laterano di centoventicinque vescovi, condanna nuovamente il monotelismo e i decreti imperiali. La reazione di Costante II fu feroce, Martino venne arrestato, sottoposto ad una prigionia devastante e al dileggio pubblico, infine processato e spedito in esilio in Crimea dove dopo due anni, nel 655, morì martire. Anche Massimo il Confessore fu seviziato, gli furono tagliate la lingua e la mano destra, ed esiliato nel 662.

La posizione eroica del vescovo di Roma a difesa dell’ortodossia portò, infine, i suoi frutti. Il nuovo imperatore di Costantinopoli, Costantino IV, si riconciliò con papa Agatone e insieme convocarono un nuovo Concilio, il Costantinopolitano III, dal 680 al 681, che condannò definitivamente il monotelismo.

Come abbiamo già visto per l’apollinarismo, anche il monotelismo è chiaramente antiscritturale. Gesù non aveva solo la volontà divina, ma anche quella umana in quanto la sua incarnazione fu perfetta. Per amore verso gli uomini Egli volle assumere pienamente, tranne che nel peccato, la condizione umana. La lettera agli Ebrei dice chiaramente che la volontà umana di Cristo accetta la volontà del Padre per compiere il sacrificio di salvezza (Eb 10, 1-10), e Giovanni nel suo vangelo testimonia come Gesù sia venuto per fare la volontà del Padre e non quella sua. Queste affermazioni delle due volontà in Cristo, che si ritrovano frequentemente in tutto il vangelo dimostrano come la fede cattolica sia conforme alla fede apostolica originaria. E questo, spesso, passando per il martirio.

Bibliografia 

O. Bertolini, "Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi", Bologna 1941; 
G.P. Bognetti, "I rapporti etico-politici fra Oriente e Occidente dal secolo V al secolo VIII", in Id., L’età longobarda, IV, Milano 1968;
P.Corsi, "La politica italiana di Costante II, in Bisanzio, Roma e l’Italia nell’Alto Medioevo". Atti del Convegno 1986, II, Spoleto 1988.

venerdì 21 novembre 2014

Chiesa, vangelo e violenza: un rapporto difficile.

Una delle accuse più ricorrenti che vengono rivolte alla Chiesa Cattolica è quella di aver fatto molte volte ricorso, lungo la sua millenaria storia, alla violenza. Tra gli esempi più eclatanti ci sono senza dubbio l’operato dell’inquisizione, la chiamata alla guerra santa, le crociate e così via. Come possono conciliarsi tali comportamenti con lo spirito "pacifico" del vangelo? Nelle loro argomentazioni i laicisti tornano spesso ad invocare la presunta incompatibilità tra il precetto evangelico del perdono e della tolleranza con le azioni violente messe in atto dalla Chiesa per contrastare il diffondersi delle eresie e, in genere, per gestire le relazioni con i “dissidenti” e “avversari”. A loro modo di vedere la Chiesa, in un confronto con l’operato dei regimi ateistici ed, in genere, con le violenze perpetrate dai sistemi laicisti, avrebbe una colpa maggiore perché sarebbe stata in aperta e grave contraddizione con quel messaggio evangelico che si è sempre vantata di rappresentare. 

Per rispondere ad una tale accusa penso sia importante, innanzitutto, fissare un concetto basilare. Tutti conosciamo il famoso dettato evangelico del “porgere l’altra guancia” (Mt 5, 39), ma pochi, nel mondo laicista, conoscono il giusto senso di quelle parole. Gesù non ha mai insegnato ai suoi discepoli, e, quindi, alla Chiesa, di subire passivamente la violenza, ma di superare l’antica legge del taglione opponendo alla vendetta il perdono. Ciò non significa che non sia lecito difendersi e che occorra avallare l’ingiustizia. L’adesione allo spirito del Vangelo non sopprime in noi il diritto alla legittima difesa e nel prossimo il diritto ad essere da noi amato, protetto e difeso contro tutte le minacce del male. E, ciò, a maggior ragione, vale anche per lo Stato che deve tutelare la vita, l’onore, i beni, la libertà dei cittadini contro ogni ingiusto aggressore, ricorrendo, se necessario, anche alla forza. In ciò la dottrina di San Paolo esclude ogni dubbio: “I governanti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l’autorità? Fa il bene [...] Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male” (Rm 3, 4). La mansuetudine evangelica non va confusa con la passività e l'arrendevolezza a coloro che vogliono il male del prossimo.

La Chiesa non è solo un’entità spirituale, ma anche una società materiale in cui ogni cristiano trova la sua casa, la sua identità. Tra le sue principali preoccupazioni determinante è la difesa della purezza del messaggio affidatole e la resistenza contro i fermenti dissolutivi che la minacciano, come succede per ogni società, e questo richiede un certo numero di mezzi di controllo. La Chiesa deve offrire ai propri membri, che non sono tutti eroi o scienziati, l’ambiente ideale dove possano fiorire la loro fede e la loro vita cristiana. Perciò, quando alcuni pretendono di chiamarsi cristiani minacciando l’accordo ecclesiale, essa può e deve togliere loro i mezzi per nuocere. Non è, quindi, giusto accusare la Chiesa di repressione ed intolleranza quando si è adoperata per censurare ed ostacolare le minacce portate dalle eresie e per contrastare gli attacchi delle forze ostili, quando ad essere stato messo in pericolo dall’eresia, come ad esempio quella dei catari che fece nascere l’Inquisizione, o dalle forze armate dell’Islam, non è soltanto una ideologia, ma il cemento stesso della società, la scala di valori che regola da secoli i rapporti all’interno della comunità civile, lo stile di vita forgiato dall’esempio dei santi, che ha modellato, a sua volta, la vita quotidiana, gli scambi economici e i modi di pensare. Ora, se questi valori, in epoche in cui si trovavano condivisi dalla quasi totalità della popolazione, lasciarli saccheggiare significa portare la società all’anarchia o alla distruzione e i fedeli all’abbandono. Si capisce, perciò, che i governanti della società teocratica, solidali con i responsabili della Chiesa, abbiano ritenuto loro dovere conservare la coesione della società attorno a quei valori punendo gli eretici dichiarati, come avrebbero fatto nel caso di incendiari o falsari, e difendendola dagli attacchi degli invasori esterni.

Tutto ciò rende il confronto con gli orrori dei regimi laicisti assolutamente improponibile, sia per l’enorme sproporzione tra le dimensioni dei due fenomeni, basta solo pensare all’incredibile differenza tra i numeri delle vittime, ma soprattutto perché le dittature e le rivoluzioni laiciste miravano a distruggere un sistema di valori per imporne un altro, non unanimemente condiviso, attuando l’intento con azioni invasive e prevaricatrici particolarmente violente e repressive. Non si trattò mai di un’azione di legittima difesa, ma di una vera e propria azione di sopraffazione messa in atto, il più delle volte, da un limitato gruppo di pressione nei confronti della maggioranza. Inoltre i contrasti che videro protagonista la Chiesa non ebbero mai i caratteri di ostinatezza che si riscontrano nei conflitti ideologici del XX secolo. Essi rimanevano limitati nel tempo e nello spazio e si esaurivano subito dopo la fiammata che si era accesa in seguito ad una crisi particolarmente grave avvenuta in un punto della cristianità. I papi, quando anch’essi stessi avevano intrapreso la repressione cercarono sempre di moderare la procedura e di evitare che si scadesse in un volgare regolamento di conti. E’ curioso scoprire che nessun santo e condannati di quei tempi sollevò obiezioni contro la pratica dell’Inquisizione, anche se, per conto suo, usava metodi ben diversi dalla forza. Forse oggi la nostra sensibilità ne è scandalizzata solo perché abbiamo perso la consapevolezza della posta allora in gioco.

La Chiesa, in quanto società spirituale, non possiede l’uso della forza armata: sarebbe in contraddizione col proprio scopo. Le sole armi di cui dispone sono la scomunica e la censura: essa, ad esempio, può rifiutare il riconoscimento ad un libro o a una dottrina nei quali non riesce a trovare la propria fede; può escludere dalle proprie riunioni quell’individuo che si è posto in contrasto per motivi ideologici o disciplinari e che quindi si è, nel senso autentico della parola, scomunicato (1 Cor 5). Non potendo, quindi, impedire fisicamente, in modo coercitivo, l’attività sovvertitrice dell’ordine sociale, la Chiesa ricorse spesso al braccio secolare, all’autorità statale e, purtroppo, questo determinò soventemente il perpetrarsi di molti abusi (basta pensare alle persecuzioni dei valdesi, ecc.). Certamente è sempre pericoloso scatenare la violenza, anche in nome di una giusta causa. Gli eccessi della repressione provocano l’aumento della resistenza e la coercizione non è mai altro che un ripiego. Le grandi armi del cristianesimo rimangono gli incentivi alla santità, la persuasione, la carità eroica. Il ricorso troppo facile alla repressione rivela, il più delle volte, la perdita di un autentico slancio spirituale.


Bibliografia

A. Brucculeri S. I. ”Moralità della guerra” VI ed., Roma, 1953.
F. Calasso “Medioevo nel diritto” Giuffrè, Milano, 1954.
A.J. e R.W. Carlye “Il pensiero politico medioevale” Laterza, Bari, 1956.
A.Morisi “La guerra nel pensiero cristiano dalle origini alle crociate” Sansoni, Firenze, 1963.
P. Contamine “La guerra nel Medioevo” Bologna, 1986.
R. de Mattei “Guerra santa guerra giusta. Islam e Cristianesimo in guerra” Casale Monferrato, 2002.

mercoledì 5 novembre 2014

Fanatismo o guerra santa?


E' tragica notizia di questi giorni la barbara uccisione di cristiani nei paesi islamici. Questa volta si tratta di una coppia di coniugi che accusata di "blasfemia" per aver bruciato delle pagine del Corano, accusa tutta da dimostrare, sono stati sequestrati, torturati per due giorni ed infine spinti in una fornace e bruciati vivi da una folla di esaltati di oltre 400 persone. Il fatto è accaduto in Pakistan, a sud della grande città di Lahore, nel Punjab vicino al confine con l'India. 

Nonostante il Pakistan si professi una democrazia evoluta dove le minoranza religiose dovrebbero essere rispettate, siamo di fronte all'ennesimo misfatto perpetrato con la copertura della famigerata legge contro la blasfemia che con la scusa della protezione dell'Islam vengono di fatto soppresse tali minoranze, scomode ai partiti islamici. Con le due vittime di oggi, a partire dal 1990 sono almeno 60 gli omicidi di persone etichettate come “blasfeme”, secondo dati diffusi dal Centro per la ricerca e gli studi di sicurezza di Islamabad. 

Questa volta, però, le modalità di tale omicidio lasciano pensare ad un qualcosa di più che un semplice gesto di qualche invasato. A torturare per ben due giorni e a spingere i due poveretti nella fornace, senza che si sia avuto alcun intervento da parte della polizia, non sono stati pochi fanatici esaltati, ma una folla di oltre 400 persone provenienti da ben cinque villaggi della zona. In pratica si è trattato di un vero e proprio richiamo alla "guerra santa", una mobilitazione generale per sopprimere l'elemento cristiano. Eppure il Pakistan dovrebbe essere uno dei paesi islamici più vicini alla democrazia, più vicino ad assomigliare ad un paese civile. Eppure l'odio è stato generale, non si è trattato di un'eccezione, ma della regola.

Di fronte a tali fatti che si ripetono incessantemente in tutti i paesi islamici, diviene sempre più difficile credere all'esistenza di un islam moderato, ad una base tollerante e pacifica. La storia ci ha insegnato come l'Islam prolunghi la visione tipica dell'Antico Testamento secondo cui il Popolo di Dio è, indissolubilmente, una comunità di vita sociale, di destino sociale e di fede religiosa dove sono tassativamente escluse tutte le altre fedi. Il Corano, libro sacro dell'Islam, è insieme legge civile e religiosa. E', quindi, solo un'illusione credere all'esistenza di un Islam pacifico e tollerante, non può esserlo. Può essere solo conquistatore.