sabato 30 gennaio 2016

Il culto mariano: mito cattolico o verità storica?

Un tratto caratteristico della fede cristiana cattolica è certamente la devozione a Maria di Nazareth, la fanciulla ebrea che i vangeli indicano come la madre di Gesù. Questo profondissimo rispetto tributato dai cristiani cattolici ha, quindi, le sue basi nella Scrittura, nelle memorie degli apostoli dove è stata messa per iscritto una tradizione di origini antichissime che risale ai primi momenti della vita della Chiesa. Eppure nonostante ciò la devozione mariana della Chiesa Cattolica è criticata ed attaccata da ogni parte.

Pur avendo sempre avuto il carattere di una venerazione, cioè di una iperdulia, e mai di una adorazione, ossia una latria, che invece è attribuita ed attribuibile solo a Dio, la devozione mariana dei cattolici è stata ed è fortemente criticata da molti cristiani riformati ed da altre congregazioni pseudo cristiane che, nel loro astio verso la Chiesa Cattolica, hanno spesso definito il culto mariano cattolico come una mariolatria, cioè un culto idolatrico che non ha niente a che vedere con l’autentica fede cristiana e con i vangeli.

Ma le critiche non provengono solo dai credenti di altre confessioni religiose, anche la storiografia laicista ha tradizionalmente accusato la Chiesa cattolica di essersi costruita un mito o di averlo importato dal paganesimo. Già nel XVIII secolo autori famosi come Voltaire, Paine ed altri, che incarnarono lo spirito anticattolico illuminista, diedero vita al preconcetto storiografico secondo il quale i vangeli fossero tutta una truffa, cioè racconti inventati che non avevano niente di storico. Sorse, così, la convinzione che i dogmi mariani della Chiesa cattolica non avessero alcun legame con la cristianità delle origini e che tutto ciò che circonda la figura della madre di Gesù sia solamente un appesantimento storicamente immotivato. Secondo l’opinione dei laicisti la figura di Maria non aveva una grande importanza per i primi cristiani, solo col Concilio di Costantinopoli del 381, cioè dopo più di tre secoli dalla morte di Gesù, appare ufficialmente la figura di Maria nel credo, ma non c’è traccia di lei nelle tradizioni più antiche.

Il giornalista Corrado Augias, sempre attento alle questioni riguardanti la fede cristiana, pur non essendo uno storico di professione, censura decisamente la storicità e l’antichità del culto mariano e può ben rappresentare quale sia l’opinione più diffusa dei laicisti. Nel suo ultimo libro sul tema, “Inchiesta su Maria”, Augias scrive: “Così, la fanciulla povera, umile e sottomessa descritta nei vangeli canonici, serva di Dio e a servizio del Figlio, diventa la ricca figlia di Gioacchino ed Anna negli apocrifi, poi ancora una regina (Salve Regina) e, ancora, una Madonna e Nostra signora nel Medioevo feudale latino; si trasforma in una “dama” nel Rinascimento” (“Inchiesta su Maria” Rizzoli, Bergamo 2014, pag. 144). Per Augias, quindi, nei vangeli non ci sarebbe nulla che giustifichi la devozione mariana cattolica e che, in realtà, tale culto sia andato progressivamente a formarsi nel tempo. Egli afferma infatti: “In ogni caso mi sembra di poter dire che il culto va intensificandosi col passare del tempo diventando a un certo punto una costruzione che si autoalimenta, per cui sempre nuove qualità e funzioni si aggiungono alle precedenti” (ss pag. 145). Per Augias, quindi, la figura di Maria è poco più di un mito costruito ad arte dalla Chiesa cattolica. Nel suo libro afferma ancora: “Insomma, se dovessimo fermarci ai 27 testi del cosiddetto Nuovo Testamento su Maria non ci sarebbe quasi nulla da sapere o da dire […] Se all’inizio di lei si sapeva poco, oggi si sa probabilmente troppo. Troppe qualità, troppe prerogative, troppi eventi, e grazie per le quali non esistono fonti autentiche. Tutto ciò che su e intorno a lei è stato costruito lo dobbiamo ad una serie di decisioni prese dai vertici della gerarchia cristiana prima, cattolica poi …” (ss pag 333).

Decisamente una posizione molto netta che non concede nulla all’originalità del culto mariano, ma Augias, e con lui una larga parte della storiografia laicista, ha una conoscenza molto approssimativa della primitiva fede cristiana. Innanzitutto non è affatto vero che i vangeli siano poveri o addirittura privi di riferimenti alle qualità soprannaturali della madre di Gesù. I vangeli di Matteo (1, 18-25) e Luca (1, 26-38) affermano chiaramente che Maria concepì Gesù per opera dello Spirito Santo senza che conoscesse uomo. Quando nel 381 i vescovi riuniti nel Concilio di Costantinopoli fondarono il dogma della verginità di Maria non "inventarono” nulla di nuovo, non fecero altro che rifarsi al vangelo e, come vedremo, ad una tradizione antichissima presente da sempre nella Chiesa. Anche il culto che viene tributato oggi a Maria dalla Chiesa cattolica è ben lungi dall’avere chissà quali oscure origini pagane, essendo ben fondato anch’esso nel vangelo. Riportando una tradizione molto più antica il vangelo di Luca chiama la Vergine “piena di grazia” e in un versetto del Magnificat si dice: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata” (Lc 1, 48). L’essere “piena di grazia”significa appartenere completamente con stabilità, forza e pienezza ad un amore che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16). Per questo Maria è beata e celebrata da tutte le generazioni. 

Il culto mariano è, quindi, molto ben giustificato dal vangelo, ma i detrattori non si arrendono. Secondo loro tale culto nacque solo nel IV secolo, prima i cristiani non pensavano a Maria. Tale convinzione è alquanto sorprendente, viste le innumerevoli testimonianze storiche che attestano l’esistenza di tale culto molto prima del Concilio di Costantinopoli.

Un eccezionale documento storico è rappresentato da un papiro copto ritrovato ad Alessandria d'Egitto e risalente al III secolo che venne acquistato dalla John Rylands Library di Manchester nel 1917 e pubblicato per la prima volta nel 1938. Questo papiro riporta un antichissimo inno devozionale a Maria: il Sub tuum praesidium (cioè: sotto la tua protezione). Si tratta di un'invocazione collettiva che testimonia la consuetudine, da parte della comunità cristiana, di rivolgersi direttamente alla Madonna, chiamata Θεοτόκos, Dei Genetrix, Madre di Dio, per invocare il suo aiuto nelle ore difficili. Un testo antichissimo che esprime con efficacia la fede nell'intercessione della Vergine, nella sua maternità divina, nella sua verginità perpetua nonché nella sua immacolata concezione, proclamando la Santa Vergine come la "sola pura" e la "sola casta e benedetta". Ma già nel II secolo, almeno 100 anni prima del Concilio di Costantinopoli, i Padri della Chiesa, nei loro scritti, danno ampia testimonianza di una teologia mariana già ampiamente sviluppata. Il vescovo di Antiochia, Ignazio, morto martire sotto Traiano nel 107, è il primo a testimoniare ciò che si credeva all’alba del II secolo su Maria. Durante il suo viaggio verso Roma per subire il martirio, al fine di contrastare le credenze gnostiche, scrive agli Smirnesi, ai Tralliani, agli Efesini che Gesù è “Nato realmente da una vergine” (Smirnesi 1, 1; Tralliani9, 1; Efesini 7, 2; 18, 2; 19, 1). Attorno al 155 Giustino di Nablus spiega il significato messianico della vergine che partorirà un figlio (Isaia 7, 14) riportando una riflessione teologica su Maria partendo dal parallelismo Eva-Maria: la prima concepì la parola del serpente e partorì disobbedienza e morte, l’altra concepì fede e gioia. (Dial. 43, 66-68; Apol. 1, 33). Ireneo di Lione, sempre nel II secolo, definisce perfettamente il ruolo mariano di “Avvocata” (Adv. haer. 111, 21). Ciò dimostra che la dottrina attuale circa la collaborazione di Maria alla redenzione degli uomini e la mediazione della grazia divina non è affatto una costruzione teologica posteriore, ma trae le sue radici nella tradizione patristica del II secolo.

Anche l'archeologia conferma il ruolo particolare di Maria sin dai primi tempi della vita della Chiesa cattolica. Si può ricordare il famoso dipinto della Madonna con bambino nelle catacombe di Priscilla, a Roma, databile secondo la studiosa Margherita Guarducci alla fine del II secolo, oppure i graffiti in lingua greca rinvenuti nel santuario dell'Annunciazione a Nazareth, risalenti al II secolo, nei quali è scritto: "Luogo sacro a Maria" e "Kaire Maria" (Bellarmino Bagatti, "Nazaret nell'archeologia", Rizzoli, volume 1, p.79). Queste scoperte attestano come il particolare culto prestato alla Vergine fosse già vivo nei primi cristiani, ben prima del concilio di Efeso del 431, in cui veniva definitivamente riconosciuta da un dogma la maternità divina di Maria. 

Nonostante queste evidenze l’idea che la figura di Maria, e le prerogative a lei riconosciute, siano comunque una costruzione successiva riportata poi dai vangeli, cioè testi scritti almeno un 40-50 anni dopo la morte di Gesù, e che non faceva parte della fede dei primi cristiani, non è solo convinzione di una dilettantistica storiografia laicista, ma riscuote consensi anche tra alcuni addetti ai lavori. Ad esempio lo storico e biblista ateo Bart Ehrman, professore del Dipartimento di studi religiosi dell’Università del North Carolina, così liquida il culto mariano: “Sono visioni teologiche, motivate da interessi teologici che non hanno nulla a che vedere con le primitive tradizioni su Gesù e la sua famiglia” (B. Ehrman, “Gesù è davvero esistito?” A. Mondatori Ed. Milano 2013, pag. 148). Quindi, secondo B. Ehrman, i vangeli avrebbero raccolto una tradizione tardiva che non aveva niente a che fare con la primitiva comunità cristiana, quella palestinese, quella composta dai primissimi membri della comunità che si raccolse attorno a Gesù. 

In realtà anche spingendosi così indietro nel tempo fino a pochi anni dai fatti raccontati nei vangeli le evidenze documentali a nostra disposizione fanno chiaramente emergere una precisa mariologia che già si intreccia ad un’altrettanta sviluppata cristologia. Ovviamente non abbiamo una testimonianza scritta che risalga ai primi anni, quelli subito dopo la conclusione della vicenda terrena di Gesù. Siamo ancora in una fase caratterizzata da un annuncio orale del vangelo, cioè della buona notizia della morte e resurrezione del Cristo, il Kerigma. Il primo riferimento a Maria negli scritti cristiani compare negli anni cinquanta del primo secolo, è Paolo di Tarso che ricorda alla comunità cristiana della Galatia che Cristo “nacque da donna”. In questa prima fase della vita della Chiesa Maria non viene mai nominata, ma ciò non significa che non esistesse alcuna cognizione e convinzione su di lei. Questo silenzio rientra in quello più vasto circa l’intero arco della vicenda storica di Cristo che, invece, sarà oggetto di considerazione accurata da parte degli evangelisti. Ora il centro d’interesse degli apostoli era l’annuncio del mistero pasquale. 

La testimonianza di Paolo in Gal 4, 4, che risale al 49 o al massimo al 57 dopo Cristo, cioè una ventina d’anni dopo l’Ascensione, rappresenta una importantissima prova di una teologia già molto sviluppata su Maria. In un contesto polemico contro i giudaizzanti galati, Paolo rimarca l’importanza dell’incarnazione del Figlio di Dio, come nato da “donna”: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4), (Francesco Bianchini, "Lettera ai Galati", Città Nuova, 2009). Nonostante la sua brevità, tale testo costituisce una mariologia già ben elaborata che Paolo trae dalla precedente tradizione giudeocristiana palestinese, risalente, quindi, ai primi momenti della comunità di Gerusalemme (F. Manzi,”Tratti mariologici” nel "Vangelo" di Paolo, in Theotokos, VIII, 2000).

Tale precedente tradizione affiora potentemente in tutti gli scritti giudeocristiani che da essa si sono originati, i quali, pur non essendo entrati nel canone delle Scritture cristiane, restano una importante testimonianza dell’antichità del culto mariano. Ad esempio un apocrifo cristiano del I secolo, l’Ascensione di Isaia, riporta antiche tradizioni sulla concezione e nascita verginale di Gesù che non dipenderebbero dal vangelo di Matteo, ma da un racconto più antico che è servito come fonte comune ai due testi. Le stesse dottrine si ricavano da altri testi apocrifi, come gli atti di Pietro e Simone, in cui viene usata tutta una serie di citazioni della letteratura giudaica. Nel caso del racconto della nascita verginale di Gesù, Matteo fa uso di una sola citazione (Is 7, 14 ), l' Ascensione d'lsaia ne utilizza tre, gli Atti di Pietro e Simone ricorrono a ben undici citazioni, di cui sette dai libri canonici dell' AT e quattro da testi apocrifi sconosciuti. Di qui la conclusione che già nel I sec. esisteva una raccolta di profezie sia canoniche sia apocrife relative alla nascita di Gesù da una vergine (E. Norelli "Avant le canonique et l'apocryphe: auxoriginesdesrè'cits de la naissance de Jèsus", in «Revue de Theol. et de Phil.» 126 - 1994). 

Molto interessante è l’apocrifo della Dormizione di Maria, un testo del II secolo, in cui il racconto dell'assunzione di Maria al cielo è molto simile a quello tipico degli altri apocrifi dell' AT come la Vita di Adamo e di Eva, il Testamento di Abramo e il Testamento di Giobbe. Secondo lo studioso F. Manns, biblista francese, uno dei massimi esperti mondiali di giudeocristianesimo, tutto ciò farebbe pensare all'apocrifo della Dormizione di Maria come a un testo ispirato alla testimonianza di Giovanni (Gv 19,27). Per Manns l'ambiente delle “comunità giovannee in Palestina, ha conservato un vivo interesse per la sorte finale di Maria, fino a metterne per iscritto il racconto, approfondendo le Scritture alla maniera dei midrashim e ricorrendo a motivi apocalittici propri della letteratura giudaica” (F. Manns "Le recit de la Dormition de Marie" (Vatican grec 1982) (= SBP, CollectioMaior 33), Jerusalem 1989.

Il culto mariano, la devozione a Maria, hanno una profonda radice nel giudaismo, l’esaltazione della figura di Maria rientra nella tradizione giudaica, come, ad esempio la sua Verginità che richiama l’intervento straordinario di Dio tracciato nel Vecchio Testamento dove il piano di salvezza di Dio si sviluppa attraverso una serie di nascite miracolose, come quella di Isacco da Sara vecchia e sterile, la nascita dei dodici capostipiti delle tribù d’Israele dalle sterili Lia e Rachele, ed ancora la nascita di Samuele dalla sterile Anna, ecc. 

Tutti i racconti della nascita e infanzia di Gesù e Maria, della vita e morte di Giuseppe, sia apocrifi che canonici, evidenziano caratteristiche giudaiche. Tutto ciò ci autorizza a pensare che tali racconti riflettono la tradizione conservatasi nell'ambiente della famiglia di Gesù. Molti di essi sono misti a materiale fiabesco e gnostico, ma il fatto che la Chiesa, pur non accogliendoli nel canone, ne abbia conservato vari elementi nella liturgia e nella pietà popolare indica indubbiamente che essi avevano in se la garanzia di autenticità tramandata da coloro che li avevano ereditati sin dall'inizio, cioè dai cristiani di ceppo giudaico. La devozione mariana non è un mito cattolico, ma si origina dalla testimonianza degli apostoli, cioè di coloro che l’hanno conosciuta ed hanno assistito alla sua vicenda.


Bibliografia

C. Augias, M. Vannini, "Inchiesta su Maria” Rizzoli, Bergamo 2014
B. Ehrman, “Gesù è davvero esistito?” A. Mondatori Ed. Milano 2013
B. Bagatti “Alle origini della chiesa – Le comunità giudeo-cristiane” LEV, Città del Vaticano 1981.
Francesco Bianchini, "Lettera ai Galati", Città Nuova, 2009
F. Manzi”Tratti mariologici” nel "Vangelo" di Paolo, in Theotokos, VIII, 2000
L. Cerfaux “Il Cristo nella teologia di san Paolo” AVE, Roma 1969.
R. Penna “I ritratti originali di Gesù il Cristo. Inizi e viluppi della cristologia neotestamentaria – 2. Gli sviluppi, San Paolo” Cinisello Balsamo 2011.
F. Manns ”Le recit de la Dormition de Marie” (Vatican grec 1982) (= SBP, CollectioMaior 33), Jerusalem 1989
E. Norelli, “Avant le canonique et l'apocryphe: auxoriginesdesrè'cits de la naissance de Jèsus” in «Revue de Theol. et de Phil.» 126 – 1994.

lunedì 25 gennaio 2016

Quando lo Stato (laicista) è di parte.


Mentre in questo ultimo fine settimana le piazze laiche, dai numeri ingenuamente enfatizzati, fantasticano di inesistenti diritti negati, senza accorgersi (si spera) di stare a negare quelli esistenti, e in attesa del Family day del prossimo sabato 30 gennaio, si assiste al consueto schieramento dei politici: c'è chi sostiene le ragioni del ddl Cirinnà sulle unioni civili, come stanno facendo alcuni esponenti del Governo, ed altri che si sentono vicini alle ragioni di chi difende la famiglia tradizionale.

Comportamenti sicuramente legittimi, che credo di poter ritenere corretti, sempre se il confronto si mantenga su binari di correttezza e rispetto. I parlamentari sono espressione del loro elettorato ed è loro dovere restare fedeli al mandato loro affidato. Ciò che ritengo, invece, inaccettabile, è il comportamento delle più alte cariche dello Stato. E precisamente della seconda e della terza, i presidenti delle due Camere. 

Ritengo, infatti, scandaloso che la Boldrini, presidente della Camera, così come aveva fatto l'anno scorso il presidente del Senato Pietro Grasso, assuma atteggiamenti così faziosi. Senza aver la minima cognizione delle responsabilità che derivano dalla sua carica istituzionale, la Boldrini è intervenuta sulla questione affermando che la "stepchild adoption" sarebbe addirittura un "dovere morale".

La questione del riconoscimento delle unioni civili e della possibilità di adozione da parte del convivente omosessuale è il tema del DDL Cirinnà attualmente in discussione al Parlamento. I presidenti della Camera e del Senato rappresentano gli arbitri della discussione, quindi dovrebbero mantenersi in una posizione "super partes", senza intervenire con le loro posizioni palesemente ideologiche. E' il tipico modo di fare antidemocratico del laicismo, che per imporre il proprio credo non ha rispetto neppure per le istituzioni.

Non vale neppure invocare la foglia di fico della difesa dei "diritti civili" o del "dovere morale". Atteggiamento subdolo ed ingannevole. Il DDL Cirinnà non è affatto un provvedimento di "civiltà", ma un vero e proprio attacco alla famiglia e la negazione legalizzata dei diritti dei bambini di crescere con un padre ed una madre. Infatti legalizzare la cosiddetta "stepchild adoption" non è affatto un dovere morale, ma un passo estremamente pericoloso che può portare alla adottabilità completa da parte delle coppie omosessuali ed aprire la strada pericolosissima all'odiosa pratica dell'utero in affitto.

             

lunedì 11 gennaio 2016

Parte V - La Chiesa cristiana primitiva

Ne “Il Codice da Vinci” si possono leggere anche sconcertanti fesserie riguardo alcuni aspetti della vita e della liturgia della Chiesa cristiana delle origini. Per brevità mi limito ad esaminarne solo due, quelle, a mio parere, più aberranti.

Secondo D. Brown l’imperatore romano Costantino avrebbe spostato la festa ebraica del sabato per farla coincidere con quella pagana del dio sole. Tra le pagine 271-275, de “Il Codice da Vinci”, si legge: «Anche il giorno di festa dei cristiani è stato rubato ai pagani […] Costantino ha spostato la festa ebraica del sabato per farla coincidere con il giorno che i pagani dedicavano al Sole. Oggi la gente va in chiesa la domenica senza neppure immaginare che lo fanno per rendere omaggio al dio Sole: del resto, in inglese, la domenica, Sunday, è letteralmente Sun day, giorno del sole». Dovrei essere abituato a leggere tali enormità, eppure non riesco a non sbalordirmi di fronte a cretinate del genere! Ma come si fa a scrivere certe cose! Quando vado in Chiesa alla Messa, sono consapevole di riunirmi alla mia comunità per ascoltare le memorie degli apostoli, la Parola di Dio, e partecipare, assieme ai fratelli, alla mensa eucaristica di Gesù Cristo risorto. Dov’è in tutto questo il culto al dio sole? In realtà siamo di fronte all’ennesima dimostrazione della sbalorditiva ignoranza di D. Brown.

E’ certamente vero che nel 325 un decreto dell’imperatore Costantino rese la domenica, cioè il primo giorno della settimana per gli ebrei, un giorno di riposo, ma non fu “spostata” alcuna festa. Per i cristiani la domenica è sempre stata un giorno di festa, molto tempo prima di Costantino. Il termine italiano “domenica” deriva dal latino “dies domini” che significa: il “Giorno del Signore”. La domenica è il giorno in cui è risorto Gesù, cioè il primo giorno dopo il sabato, così come dicono i vangeli (Mt 28, 1; Mc 16, 1; Lc 24, 1; Gv. 20, 1). Per questo motivo la domenica è sempre stata la festa primordiale dei cristiani e l’unica che veniva festeggiata agli inizi dell’era cristiana, infatti la Pasqua annuale fu introdotta solo dal secondo secolo ed il Natale addirittura nel quarto secolo. E’ nell’Apocalisse di Giovanni (Ap 1, 10) che compare per la prima volta l’espressione “giorno del Signore”: è il giorno in cui tutta la chiesa si riuniva per celebrare l’Eucarestia. Il centro della festa cristiana era, allora come adesso, la celebrazione della Cena del Signore. Si può leggere negli Atti degli apostoli, composti attorno agli anni 80 del primo secolo: "Il primo giorno della settimana ci riunimmo per la celebrazione della Cena del Signore, e Paolo rimase a parlare con i discepoli…” (Atti, cap. 20). La Chiesa deriva i ritmi della sua vita liturgica direttamente da Gesù che risorge la domenica ed appare agli apostoli la sera di quello stesso giorno e poi otto giorni dopo quando c’era anche Tommaso, quindi la domenica seguente, iniziando così a scandire il tempo cristiano secondo il ritmo domenicale. Di tutto ciò abbiamo numerose testimonianze storiche, ad esempio nella Didachè, un documento indirizzato ai cristiani della Siria negli anni intorno al 100-150 d.C., secolo, si legge «…di domenica in domenica convenendo insieme, spezzate il pane,…», oppure si può leggere nella lettera del governatore della Bitinia, Plinio il giovane, all’imperatore Traiano dell’anno 112 d.C., come, già agli inizi del secondo secolo, i cristiani si riunivano in un giorno stabilito, cioè la domenica, per celebrare l’Eucarestia: «Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi in un giorno stabilito prima dell’alba per mangiare un cibo normale e comune e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio» (Plinio, Epistole X,96). Nel 150 d.C. Giustino martire, famoso apologista del II secolo, nella sua Apologia, scrive: «Ci raduniamo tutti insieme nel giorno del sole, poiché questo è il primo giorno nel quale Dio, trasformate le tenebre e la materia, creò il mondo; sempre in questo giorno Gesù Cristo, nostro Salvatore, risuscitò dai morti» (Apologia, cap. 67). Da notare che i pagani chiamavano “giorno del sole” il primo della settimana (per questo, e non per altro, in inglese per tale giorno è rimasto questo nome, n.d.r.), ma non era un giorno di festa e di riposo come per noi oggi, ma un semplice giorno lavorativo. Infatti per questo motivo Plinio ci dice che i cristiani si radunavano all’alba, perché, conclusa la celebrazione dell’Eucarestia, andavano a lavorare. 

Dagli Atti dei Martiri dell’8° e 9° libro della Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, abbiamo una stupefacente notizia dell’enorme importanza che ha sempre avuto per i cristiani la festa della domenica. Nell’anno 304 d.C., durante la persecuzione di Diocleziano (sempre prima dell’avvento di Costantino, n.d.r.), ad Abitene, città della provincia romana dell’Africa proconsolare, più o meno l’odierna Tunisia, la locale comunità cristiana si ribellò all’editto imperiale che vietava le riunioni e le celebrazioni di riti cristiani. Sorpresi durante una loro riunione in casa di un certo Ottavio Felice, 49 cristiani di Abitene vengono arrestati e condotti a Cartagine, capitale della provincia, davanti al proconsole Anulino per essere interrogati. Alla domanda del proconsole: «Perché hai accolto nella tua casa i cristiani, contravvenendo così alle disposizioni imperiali?», un cristiano di nome Emerito rispose: «Sine dominico non possumus», cioè: «Senza domenica non possiamo vivere», intendendo non solo il giorno di festa, ma la riunione dell’assemblea del popolo di Dio per celebrare l’Eucarestia. Per la loro fede quei 49 pagarono con la loro vita, furono tutti uccisi scarnificati vivi. 

Costantino non c’entra assolutamente nulla con la festa cristiana della domenica, né esiste alcuna commistione con la festa pagana del “Sol invictus”. In realtà la sostituzione della festa del sabato con la celebrazione domenicale nelle prime comunità cristiane è un processo che si svolge e si realizza già molto tempo prima dell’avvento di Costantino. I primi cristiani, la comunità attorno agli apostoli, essendo comunque formata da ebrei, ha continuato, assieme alla celebrazione domenicale, ad osservare il sabato e a compiere il culto ebraico recandosi al tempio per la preghiera. In seguito, quando il cristianesimo si diffuse presso i gentili (cioè i non ebrei) si creò una contrapposizione tra i cristiani provenienti dall’ebraismo, con a capo Giacomo, vescovo di Gerusalemme, che reputavano imprescindibile l’osservanza della legge mosaica (e quindi del sabato), e i convertiti dal paganesimo che, invece, non volevano sopportare quel fardello. Il concilio di Gerusalemme, cioè la riunione della primitiva Chiesa di Gerusalemme riportata negli Atti degli Apostoli avvenuta attorno all’anno 49 d.C., stabilì una volta per tutte che per essere cristiani non c’era bisogno di essere prima ebrei e, quindi, presso le comunità della Chiesa in espansione l’osservanza del sabato progressivamente decadde a favore della celebrazione eucaristica domenicale. Nella sua lettera ai Colossesi, Paolo dice: «Nessuno più abbia a riprendervi per l’osservanza del sabato, o per le neomenie, o per le feste perché tutto ciò è ombra del futuro, ma la realtà è Cristo» (Col 2, 16). Nel 107 d.C., più di due secoli prima di Costantino, il vescovo di Antiochia, Ignazio, morto martire a Roma sotto la persecuzione di Traiano, nella sua lettera alla Chiesa di Magnesia (in Asia minore) dice, riguardo al modo in cui bisognava comportarsi: «Non più vivendo alla maniera del sabato (cioè alla maniera giudaica), ma vivendo alla maniera del giorno del Signore (cioè la domenica, alla maniera cristiana)» (Epistula ad Magnesios, 9, 1). 

Clamoroso esempio dell’abissale ignoranza storico-religiosa di D. Brown sono le sue dissertazioni sui simboli religiosi. A pag. 173 de “Il Codice da Vinci”, l’esperto di simbologia Robert Langdon, un personaggio del libro, afferma: «...Non era la tradizionale croce cristiana con il lungo braccio verticale, ma una croce quadrata - con quattro bracci di uguale lunghezza – che precedeva di quindici secoli il cristianesimo. Quel tipo di croce non aveva nessuno dei connotati cristiani della crocifissione, associata alla croce latina, inventata dai romani come strumento di supplizio. Langdon si stupiva sempre nel constatare quanto fossero pochi i cristiani che, guardando il “crocifisso”, pensavano alla violenta storia di quel simbolo…». Secondo l’”eminente” scienziato, quindi, la croce cristiana sarebbe solo quella latina, cioè con i bracci disuguali, inventata dai romani come strumento di supplizio. 

Veramente un cumulo di sciocchezze! Le croci cristiane sono sempre state raffigurate sia con i bracci uguali (croce greca) che con i bracci disuguali (croce latina). I romani non hanno inventato la croce latina. In realtà la maggior parte delle “croci” usate dai romani per le esecuzioni delle condanne a morte avevano una forma a “T”. Già per le primissime comunità cristiane la croce rappresentò il grande sacrificio di Gesù, quindi la redenzione. Era, ed è, il simbolo stesso di Gesù, “Signum Christi”, che, immolandosi per noi, ci apre le porte della vita eterna. Egli ha trasformato lo strumento di morte in sogente di vita, di salvezza e di gioia per il mondo intero. I cristiani hanno sempre raffigurato la croce considerandola un segno di fede e consolazione, infatti le sue primissime raffigurazioni le troviamo principalmente nei cimiteri cristiani per consegnare i cari defunti alla salvezza operata da Gesù. All’inizio, per paura delle persecuzioni, la croce veniva raffigurata in forma dissimulata, la ritroviamo, infatti, nelle ancore cruciformi, inserita nei pani eucaristici, ecc… tutti motivi ornamentali che decoravano le pareti di cappelle e loculi nelle catacombe (antichi cimiteri). Anche il monograma di Gesù, formato dalla sovrapposizione delle prime due lettere greche del nome di Cristo, “chi” e “ro”, nasconde la sagoma di una croce.

Le croci raffigurate dai cristiani sono sempre state indifferentemente sia croci “greche” che croci “latine”. Tra le più famose posso citare la cosiddetta “iscrizione di Rufina” nelle catacombe di S. Callisto, a Roma, del III secolo d.C. Si tratta di un’epigrafe che ricorda il nome di una certa Rufina Irene con sotto incisa una croce greca, cioè con i bracci trasversali di uguale dimensione. Sempre a Roma, della stessa epoca, si può ammirare nella tomba degli Aurelii, un affresco che mostra un personaggio con in mano una croce “latina”. Nel cimitero di Domitilla, incisa su una tomba di una fanciulla cristiana di nome Gaudentia, del III secolo d.C., è possibile osservare una bella croce greca. Famosissima, del I secolo d.C., è una croce cristiana “latina”, scoperta nel 1937, incisa sulla parete di una casa di Ercolano sepolta dalla famosa eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Ancora, nelle catacombe di S. Priscilla, aderente al loculo di una tomba cristiana del II secolo d.C., una tegola riporta raffigurate tre croci greche.

Langdon (D. Brown) si stupisce nel constatare che i cristiani guardano alla croce non pensandola come uno strumento di morte. Ma ciò è normale, perché D. Brown è un pagano. Diceva bene Paolo ai Corinzi: «Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor 1, 23). I cristiani guardano alla croce pensandola come uno strumento d’amore.